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"Università, precari della cattedra a centinaia resteranno a spasso", di Laura Montanari

Sono docenti a tutti gli effetti, ma invisibili e “non strutturati”. Con i tagli l’unica alternativa che avranno sarà insegnare gratis. Centinaia di docenti a contratto resteranno senza un corso o saranno “costretti” a insegnare gratis. Alcuni del resto già lo fanno. Sono i precari della cattedra, quelli che da anni vengono spremuti dalle università italiane, tenuti a far lezione anche a cento o duecento allievi per volta, quelli che fanno ricevimento studenti, seguono le tesi, assistono agli esami, danno i voti. Docenti a tutti gli effetti eppure invisibili, “non strutturati”: i loro nomi non si trovano né fra i ricercatori, né fra gli associati, né fra gli ordinari. Non hanno alcuna rappresentanza nelle facoltà, né negli organi di governo delle università. Sono esterni, cattedre low cost, in genere freschi di studio, aggiornati e qualificati. Molti hanno già avuto assegni di ricerca e borse di studio e vengono “parcheggiati” nella docenza più precaria che esista perché in questo modo le accademie possono continuare ad assicurare corsi a costo zero o a compensi irrisori. Dal loro canto, alcuni accettano lo stesso questi contratti capestro per proseguire il lavoro nel mondo accademico e sperando che prima o poi le università riaprano il reclutamento. Il fatto è che sono tanti, anzi tantissimi se in questa categoria di precari si includono anche assegnisti e contrattisti “costretti” pure loro a insegnare gratis. L’ultima rilevazione statistica del ministero è del 2008 e ne contava circa 38mila.

Per anni gli atenei hanno pescato da questo serbatoio per creare nuovi corsi e ampliare l’offerta formativa. Di recente è entrata in vigore una norma che impone che i corsi di laurea debbano essere tenuti almeno per il 50% da docenti strutturati (cioè ordinari, associati o ricercatori). Con la stretta finanziaria del governo sulle risorse alle università, i docenti a contratto sono i primi “esuberi” ad essere tagliati. Siccome però gli insegnamenti che coprono sono numerosi, gli atenei trovano una via di fuga offrendo la docenza gratuita oppure offrendo compensi risicati e diversi da ateneo ad ateneo, o da facoltà a facoltà: da zero a mille o duemila euro l’anno.

“Per uno che rifiuta c’è la fila comunque fuori dalla porta” racconta un professore dell’università la Sapienza. E’ così che con la crisi finanziaria, avanza questa figura atipica, questa specie di “volontariato” della cattedra. “Anche in passato c’erano università che ci proponevano corsi a stipendio zero”, spiega un ricercatore dell’università di Firenze.

Il fenomeno è in ulteriore crescita. A Pisa è partita la campagna “Gratis io non lavoro” che è un invito a rifiutare di tenere insegnamenti senza ricevere in cambio alcun compenso. Ma corsi non retribuiti si incontrano in diverse università: Napoli, Palermo, Siena, Cassino, Pisa, Firenze, Roma. “Siamo noi il vero tesoretto degli atenei – spiega Ilaria Agostini, del Coordinamento nazionale ricercatori precari della Cgil – negli ultimi sei anni io ho firmato 15 contratti con le università di Perugia, Ginevra e Firenze. Quest’anno ho detto basta, non ci sto: Firenze mi ha chiesto di salire in cattedra gratuitamente, prima mi pagavano tre euro lorde l’ora adesso zero, non è nemmeno un contratto di lavoro è una carta dove ci sono soltanto doveri e un unico diritto, quello di avere una casella di posta elettronica targata unifi”.

Non tutti rifiutano: “Io ho accettato – spiega Stefano Follesa, che tiene un corso di Arredamento per 120 allievi all’università di Firenze – ho una borsa di dottorato, faccio ricerca, insegno retribuito in un istituto privato. Certo che non è giusto che le università ci chiedano di insegnare gratis, ma per poter modificare questo sistema bisogna viverci dentro e lottare per cambiare le regole”.
repubblica.it 02.04.10

"La Lega "educa" gli immigrati: tutti a scuola di dialetto", di Elisa Di Benedetto

L’integrazione passa attraverso il dialetto? Lo sostiene la Lega a a Belluno, dove la storia, la cultura e la lingua locale entrano nei programmi di formazione propedeutica all’integrazione sociale e lavorativa degli immigrati regolari. In seguito all’accordo di programma con la Regione Veneto approvato dalla giunta provinciale, accanto ai corsi di lingua, cultura e storia italiana e di igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro, verranno attivati corsi specifici per la conoscenza del territorio e del dialetto bellunese. «Il progetto, che non è discriminante, nasce da istanze raccolte sul territorio, dagli imprenditori e dai lavoratori stessi» – sostiene l’assessore provinciale alle politiche del lavoro e alla formazione Stefano De Gan (Lega Nord). Il progetto interesserà particolari settori, come quello dell’edilizia e dell’assistenza sanitaria pubblica e privata, “che vedono la coesistenza sui posti di lavoro di italiani e stranieri e grosse difficoltà legate alla lingua”. A costituire una barriera linguistica sarebbero soprattutto nomi di attrezzi e strumenti di lavoro, ma anche richieste e indicazioni in dialetto che gli immigrati non sono in grado di comprendere.

I corsi, rivolti a persone già inserite nel mondo del lavoro, verranno organizzati e tenuti dagli enti di formazione di Assindustria e dell’Unione artigiani nell’ambito di un progetto dal costo complessivo 40mila Euro, 32mila da fondi regionali e 9mila dalla Provincia. Soldi che potevano essere impiegati diversamente, secondo alcuni immigrati che vivono nel bellunese, i quali hanno opinioni diverse e a volte contrastanti, legate all’esperienza personale, all’età, alla professione. «Gli immigrati si spostano a seconda dell’andamento dell’economia. Oggi lavorano qui, ma non è detto che domani rimangano a Belluno» – commenta Sherif Eissa, di origini egiziane, che oggi è cittadino italiano. Sottolineando l’importanza di coinvolgere le associazioni di immigrati presenti sul territorio negli interventi volti a favorire l’integrazione, esprime anche la sua opinione di cittadino italiano: «le risorse vanno impiegate nel modo giusto, con iniziative efficaci, che aiutino concretamente l’integrazione».

Prima l’italiano «Prima di tutto, dobbiamo conoscere l’italiano, imparare a leggerlo e a scriverlo». Non ha dubbi Ibtisam, 22 anni, operaia marocchina addetta al controllo qualità degli occhiali. È consapevole dell’importanza della lingua per poter vivere e integrarsi all’interno della società non solo bellunese e veneta, ma italiana. Come altri stranieri, nel dialetto vede invece un’ulteriore difficoltà. L’opportunità di avere uno strumento in più è invece accolta con entusiasmo da Maria, badante ucraina, che vive a Belluno da quattro anni. Considera il dialetto una risorsa per il suo lavoro a stretto contatto con gli anziani, ma anche una possibilità per «imparare una nuova lingua», oltre all’ucraino, il russo, l’inglese e l’italiano, che parla correttamente. A mettere in dubbio l’utilità dello studio del dialetto è Amin, 24 anni, di origine marocchina. Vive in Italia da 15 anni e mastica un po’ di dialetto, «imparato al lavoro». «Penso che per uno straniero sia già difficile imparare la lingua italiana» – commenta, proponendo di impiegare i fondi per iniziative e spazi in cui i giovani italiani e stranieri possano incontrarsi. Non rifiuta l’idea di studiare il dialetto Abderraim El Barqi, presidente dell’Associazione Amicizia italo-marocchina, dicendosi disponibile e aperto a tutte le iniziative a favore dell’integrazione. «Non ho niente in contrario» – aggiunge, auspicando che i figli di immigrati di cultura araba possano avere degli spazi in cui imparare l’arabo e trovare sostegno nello studio della lingua italiana, e chiedendosi se vengono organizzati corsi dello stesso tipo per gli italiani che non parlano il dialetto.
L’Unità 02.04.10

"Esami facili, prof fantasma il bluff milionario delle università online", di Maria Novella De Luca

Perché le facoltà telematiche sono diventate così tante in poco tempo? E come mai sette su undici sono state autorizzate in appena cinque mesi? Dagli imprenditori alle banche la proprietà passa spesso di mano. Ma quali interessi e capitali ci sono davvero dietro a questo affare? Sono decine i concorsi indetti ma in realtà i docenti idonei non vengono assunti quasi mai a favore di personale a contratto.
Dovevano essere la grande sfida dell´e-learning italiano, la rete di atenei che avrebbe permesso anche al nostro paese di entrare a testa alta nel mondo delle università on line, e dell´insegnamento a distanza. Invece, a sette anni dalla loro nascita, istituita con il decreto ministeriale del 17 aprile 2003 firmato dal ministro dell´Istruzione Letizia Moratti e dal ministro dell´Innovazione Tecnologica Lucio Stanca, gli atenei telematici italiani sono diventati a tutti gli effetti un “sistema parallelo” per ottenere a pagamento una laurea in tempi da record, accorciando corsi di studio e collezionando crediti formativi. Un metodo rodato ed oliato per diventare dottori a caro prezzo ma con il minimo dell´impegno. Un anno di studi come sconto garantito, 24 mesi contro i 36 necessari, esami senza rischi e tesi compilate in fretta. Un business da oltre 100 milioni di euro l´anno, senza contare i proventi di master e specializzazioni.
In Italia le università telematiche sono 11, il numero più alto di tutta Europa, dove in ogni nazione ne esistono una o due soltanto, ma nonostante siano così numerose nell´anno accademico 2007/2008 tutte insieme contavano appena 13.891 studenti, con una percentuale del 90,7% di immatricolati oltre i 25 anni d´età. Universitari “maturi” eppure con il primato delle “lauree precoci”, quelle ottenute abbreviando cioè il corso degli studi, con il concetto di “laureare l´esperienza”. E in alcuni atenei, l´Unisu ad esempio, Università delle Scienze Umane “Niccolò Cusano” con sede a Roma, il numero dei laureati precoci ha raggiunto nel 2008 la quota top del 69,8% di tutti gli allievi, con la conseguenza che in quell´università soltanto il 30,2% degli iscritti è diventato “dottore” nei tempi canonici.
Ma da che cosa nasce questa anomalia italiana, verso la quale lo stesso ministro Gelmini ha annunciato “tolleranza zero”? Come mai, pur essendo arrivati ultimi in Europa nella creazione dell´e-learning, gli atenei telematici sono poi diventati così numerosi in soli sette anni? Quanto valgono sul mercato del lavoro queste lauree? E soprattutto come mai ben 7 atenei su 11 sono stati autorizzati uno dopo l´altro in soli 5 mesi, dal gennaio al maggio del 2006, quando il secondo governo Berlusconi era ormai agli sgoccioli?
A queste domande hanno risposto di recente i nove membri del “Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario”, (Cnvsu) nove illustri docenti che nel loro rapporto sullo stato dell´università italiana 2010 hanno evidenziato, senza appello, i mali e i malcostumi (oggetto anche di inchieste giudiziarie come quella aperta dalla procura di Bari sull´ateneo “Giustino Fortunato” di Benevento), degli 11 campus telematici italiani. Alcuni dei quali legati a doppio filo, anzi stretta emanazione di famosi “centri di assistenza agli esami” come E-campus, ad esempio, filiazione universitaria del ricco e potente Cepu, con sede prestigiosa a Novedrate, in provincia di Como, nell´ex centro di formazione Ibm, o l´Unisu, che aveva alle spalle, come denunciarono per primi gli universitari del portale Studenti.it, Universitalia, istituto romano privato di preparazione agli esami. Strutture che in maniera più o meno dichiarata funzionano da “vasi comunicanti”, immettendo gli studenti in un circuito a pagamento dove l´università indirizza al centro di preparazione agli esami, e i tutor spingono poi verso l´ateneo on line a cui sono collegati. Con il risultato che se un´iscrizione ad un corso di laurea costa in media tra i 3 e i 4 mila euro l´anno, altrettanti ne servono per il “centro di assistenza” a quell´ateneo collegato. Così in media per una laurea in tre anni si arrivano a spendere 12 mila euro.
Una scorciatoia per la carriera
«Il vero problema è che le università telematiche, molte delle quali non avrebbero nemmeno i requisiti minimi per esistere, si sono trasformate in pochi anni in luoghi dove ottenere con facilità una laurea, che serve poi a farsi strada nella pubblica amministrazione. Con titoli del tutto equivalenti alle lauree statali sia come punteggio per i concorsi, che per gli avanzamenti di carriera», spiega Giovanni Azzone, docente al Politecnico di Milano, vicepresidente del Cnvsu. Un´ingiustizia dunque, tutta a discapito di chi per ottenere un titolo cum laude studia e si impegna. «Nella prima fase queste università – aggiunge Azzone – hanno potuto contare sul business dei “fuori corso”, gli studenti adulti che volevano migliorare la loro posizione lavorativa grazie anche alle convenzioni stipulate dagli atenei con enti pubblici, sindacati e aziende. E si spiega così, non appena entrò in vigore la legge Moratti-Stanca, la corsa all´accreditamento di atenei sponsorizzati da gruppi privati, verso alcuni dei quali noi avevamo dato parere negativo, ma che poi sono stati autorizzati lo stesso». Ed è questa secondo gli osservatori una delle anomalie italiane: la sfida dell´e-learning non ha portato alla creazione di una grande università telematica pubblica, come la Uned spagnola che ha 150 mila allievi, o la Open University inglese, che ne ha oltre 180 mila, ma alla creazione di tante piccole realtà con dichiarato scopo lucro. Una sorta pasticcio all´italiana, dunque, anche se gli studenti dal 2003 ad oggi sono aumentati del 900%, erano 1.529 nell´anno accademico 2004/2005, sono oggi circa 14 mila, un po´ meno dell´1% di tutto il sistema universitario.
Ma chi c´è dietro le università telematiche, dove il corso di studio avviene da casa con forum e videoconferenze e si frequenta la sede dell´ateneo soltanto per dare gli esami? Quali capitali? Quali interessi?
In realtà l´insegnamento a distanza, presente fin dal 1970 in Inghilterra e da oltre trent´anni nel resto d´Europa, nasce nel nostro paese più come una corsa ad un ricco business, che come un metodo di studio universitario e di long life learning. Un´occasione mancata, soprattutto per gli studenti lavoratori, dopo lo smantellamento delle scuole serali. Ma basta scorrere i nomi dei proprietari di alcuni degli 11 campus italiani, spesso già mutati in pochi anni, per capire gli interessi in gioco.
I padroni degli atenei online
Alla fine del 2008 ad esempio, la famiglia Angelucci rileva attraverso la Tosinvest Italia il 60% della proprietà di Unitel, l´università telematica di Milano, creata nel 2006 dalla Fininvest e da Mediolanum comunicazione. La Unitel dunque entra nell´impero dei re delle cliniche. La Roma Mercatorum è invece espressione diretta espressione delle Camere di Commercio Italiane, mentre la Gugliemo Marconi, la più frequentata tra le università telematiche, con oltre 8000 allievi e 30 corsi di laurea, sorge con l´apporto di Wind e di un gruppo di banche. Dietro il discusso ateneo Giustino Fortunato di Benevento, un unico corso di laurea attivato in Giurisprudenza, rettore Augusto Fantozzi, c´è la onlus “Efiro”, dell´imprenditore Angelo Colarusso, già patron di diverse scuole di recupero esami, mentre la napoletana Pegaso è al 100% di proprietà di Danilo, Raffaele e Angelo Jervolino, già presenti in altri istituti privati partenopei. Diverso il caso della Uninettuno, fondata da un consorzio di università pubbliche con un team di aziende, Rai, Telecom e Confindustria, E un consorzio di 5 università si ritrova anche dietro la Iul di Firenze, Italian University on Line, unica università telematica pubblica in Italia.
Alla proliferazione degli atenei on line aveva già cercato di mettere un freno il ministro della Ricerca e dell´Università Fabio Mussi, imponendo un tetto alla quantità di crediti formativi limitandoli a 60. E infatti gli accreditamenti degli atenei on line si fermano effettivamente al maggio del 2006, alla fine dell´era Moratti, quando il ministero della Ricerca prova a rendere più difficili e selettivi i criteri di autorizzazione delle cosiddette open university. Vietando ad esempio la possibilità di attivare lauree a distanza per le professioni sanitarie. Ma le irregolarità di gestione sono evidenti fin da subito.
Come mai ad esempio le università telematiche indicono decine di concorsi a cattedra e poi non assumono quasi mai i docenti idonei, creando un vero e proprio esercito di “prof fantasma”? Quali sono i rapporti di convenienza, non sempre limpidi, con le università statali? Quali ancora gli illeciti veri e propri?
È dal meccanismo dei concorsi che bisogna partire, per cercare di decodificare quello che Paolo Ferri, esperto di e-learning, docente di Scienze della Formazione all´università Bicocca di Milano e anche presso la telematica Iul di Firenze, definisce «il mercato delle lauree parallele, dove spesso l´università on line è la scorciatoia facile e a pagamento per chi non riesce ad affrontare l´università statale». Con l´aggiunta, dice Ferri, che a volte «questo meccanismo coinvolge anche i docenti di atenei pubblici che insegnano a contratto nelle telematiche e che qui si comportano in modo più spregiudicato… ».
Lo scandalo delle cattedre
Un dato per tutti. L´inchiesta aperta dalla procura di Bari su una serie di concorsi indetti dall´ateneo on line Giustino Fortunato di Benevento, e che ha portato all´iscrizione nel registro degli indagati di alcuni professori della stessa università. L´indagine, su cui lavora dal 2008 il sostituto procuratore Francesca Romana Pirrelli, parte da un dottorato di ricerca in “Diritti umani, globalizzazione e libertà fondamentali”, bandito dalla statale di Bari, ma finanziato dalla telematica Giustino Fortunato. E la vincitrice risulta essere una delle proprietarie della Giustino Fortunato, e che dunque quel dottorato ha finanziato di tasca propria. Un meccanismo sospetto agli occhi della Procura, che apre un´inchiesta, conferma indiretta dei rapporti spesso opachi che legano gli atenei statali a quelli on line, utilizzati come bacino di concorsi per docenti che poi, attraverso una rete di favori ed amicizie, vengono assunti nelle università tradizionali.
Partendo dal dato che «dei 222 docenti di ruolo necessari a coprire i 74 corsi di studio attivati nell´anno accademico 2009/2010 oggi ne sono presenti soltanto 42», questo vuol dire che in gran parte degli atenei a distanza, spiega Giovanni Azzone del Cnvsu, «per non affrontare l´onere economico dei docenti di ruolo, si lavora con personale a contratto, con numeri ridotti al minimo, che di certo non possono garantire l´offerta formativa promessa dai corsi di laurea pubblicizzati dall´ateneo».
I prof fantasma
Dunque molti di questi corsi sono fatti con scarsezza di mezzi e professionalità. Eppure le lauree così ottenute valgono quanto quelle statali. Ma il meccanismo è più sottile, ed è a scatole cinesi. A fronte dei numeri citati nel rapporto degli esperti del ministero, e cioè 42 docenti sui 222 necessari, «vi sono ben 164 posti banditi per concorso». Dove sono finiti questi “docenti fantasma”, come mai pur essendo stati dichiarati idonei non hanno poi avuto la cattedra nell´università telematica?
«Perché nessuno era in grado di fare il lavoro che serviva nella nostra università, non avevano competenze tecnologiche», taglia corto Alessandra Briganti, rettore della “Guglielmo Marconi”, nel mirino del Comitato di valutazione per aver indetto addirittura 53 concorsi in tre anni ma di aver assunto poi soltanto 9 “vincitori”, di cui 2 ordinari, 2 associati e 5 ricercatori. La realtà è invece nascosta tra le pieghe della legge, si legge nel dossier degli esperti del Cnvsu, «perché prevedeva che per gli atenei di nuova nomina si potessero computare nell´organico non solo i docenti effettivamente presenti, ma anche le procedure concorsuali bandite e non ancora concluse». Ossia ai numeri veri si potevano sommare numeri “ipotetici”.
«Ma questa è diventata la prassi diffusa – afferma Paolo Ferri – per non pagare i professori di ruolo e farli però apparire negli organici». Un inganno dunque. E accanto a questa improbabile statistica c´è appunto il ruolo degli accademici delle università statali. Pagati profumatamente e assai rappresentati negli organici delle telematiche. Al posto dei vincitori dei concorsi, i quali però vengono spesso chiamati dalle università statali. Un meccanismo di “reciprocità” insomma, per assicurarsi così cattedre e titoli, mentre la grande sfida dell´e-learning affonda tra illeciti e abusi.
La Repubblica 02.04.10

Zaia e Cota contro la pillola RU486. Bersani: "Non sono imperatori".

I leghisti promettono di non utilizzare la pillola del giorno dopo negli ospedali e Gasparri attacca l’Aifa. Il PD dalla parte delle donne. “Cercherò di tenere in magazzino le pillole abortive arrivate in Piemonte”, la brutta promessa è del neopresidente leghista della regione Piemonte, Roberto Cota in una intervista ai microfoni di “Mattino Cinque” durante la rubrica “La telefonata” di Maurizio Belpietro. Sulla Ru486 Cota ha idee oscurantiste, ben diverse da quelle dell’ex presidente Mercedes Bresso: “Farò quanto in mio potere per fermarla, sono per la difesa della vita io – ha affermato Cota – per prima cosa chiedo ai direttori generali di bloccare l’impiego della Ru486 attendendo la mia entrata in carica, poi chiederò che in tutte le strutture sanitarie piemontesi siano ospitate le associazioni Pro Vita”. Anche il neogovernatore veneto Luca Zaia sceglie la linea dura: “Studieremo il modo per non farla arrivare negli ospedali veneti”. Secca la replica del segretario del PD Pier Luigi Bersani: “Piemonte e Veneto restano in Italia e in Europa. Faremo comprendere a questi nuovi presidenti che non gli è stata messa in testa una corona da imperatore, dell’autorizzazione e dell’uso di un farmaco non decidono i presidenti di Regione, tanto meno decidono della libertà terapeutica né possono sostituirsi al rapporto medico paziente”. E il segretario denuncia come a pochi giorni dalle elezioni “sono già in discussione principi elementari e basilari e dobbiamo ascoltare affermazioni e intenzioni che possono aprire un solco profondissimo nell’opinione pubblica, cosa di cui non abbiamo certo bisogno”.

Secondo quanto stabilito dal Consiglio superiore di Sanità, da domani le farmacie ospedaliere italiane potranno avviare la procedura per richiedere la pillola; nonostante ciò il percorso della Ru486 in Piemonte e in Veneto potrebbe incontrare lo stop della Regione, nel caso in cui non venisse inserita nel prontuario regionale. La questione però è controversa, visto che l’Agenzia Italiana del Farmaco l’ha già messa nel prontuario nazionale, ma come per qualsiasi farmaco, le Regioni hanno un largo margine di autonomia per stabilire tempi e modalità. Non c’è dubbio però che se il farmaco è approvato dall’Aifa prima o poi si dovrà erogare.
Sarebbe interessante piuttosto capire perché Roberto Cota abbia lanciato queste forti dichiarazioni, riguardo la sua idea di utilizzo della pillola RU486, solo all’indomani delle elezioni. Se le avesse apertamente espresse da subito, probabilmente avrebbe perso la manciata di voti che lo ha distanziato dalla candidata del centrosinistra Mercedes Bresso, grazie ai quali è stato eletto governatore del Piemonte. Non vorremmo che queste regionali avessero segnato la vittoria del partito della morte dei diritti, delle regole e della libertà di scelta, insomma che la destra si prepari a tornare al Medioevo. Non paghi, dal Pdl parte l’attacco al direttore dell’Aifa, l’Agenzia per il farmaco che ha dato il via libera al farmaco. “Appare sempre più evidente la inadeguatezza del direttore Guido Rasi – dice Maurizio Gasparri -, che continua ad intervenire in maniera strana sulla pillola e sembra sempre più un piazzista di farmaci. Porrò al governo il problema della gestione dell’Aifa, che a mio avviso non garantisce adeguati livelli di competenza, trasparenza, imparzialità. Con la salute e con la vita non si scherza”. “Il neoeletto presidente Cota, il sottosegretario Roccella e il senatore Gasparri abbiano il coraggio di dire la verità, e cioè che dietro l’accanimento contro la Ru486 si nasconde l’attacco alla legge 194. Altro che vittoria dell’amore, questo è odio, ma per le donne”. E’ quanto dichiara Roberta Agostini, responsabile Salute e Conferenza delle Donne della segreteria nazionale del Pd. “La verità è che la battaglia di maggioranza e governo contro la Ru486, un farmaco utilizzato da anni nel resto d’Europa, è tutta ideologica e pregiudiziale ed è compiuta sulla pelle delle donne”, conclude Agostini.

Per il chirurgo e senatore Ignazio Marino è un abuso bello e buono e lo fa notare in modo sferzante: “Forse Cota voleva fare il ginecologo e non il politico, per questo si intromette in quella che dovrebbe essere una relazione intima e professionale tra il medico e la sua paziente Minacciare che un farmaco, che ha ricevuto regolarmente l’autorizzazione ad essere messo in commercio dall’Aifa, resterà nei magazzini è un abuso di potere che fa già capire quale sarà il metodo leghista della nuova amministrazione regionale”. Anna Finocchiaro, capogruppo a palazzo Madama: “Le dichiarazioni di oggi del presidente del gruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri sulla pillola abortiva Ru486 spiacciono davvero, perché appaiono minacce e come tali sono fuori luogo. Applicare e far rispettare una legge dello Stato, la 194 sull’aborto, non dovrebbe essere in discussione per un parlamentare della Repubblica. L’utilizzo della pillola Ru 486 – sottolinea Anna Finocchiaro – è stato autorizzato nell’ambito dell’applicazione della legge 194 dopo un lungo iter di sperimentazione e di verifica, che ha visto impegnata anche la Commissione Sanità del Senato in un’indagine conoscitiva. L’uso della pillola è stato autorizzato negli ospedali, come aveva consigliato l’Aifa, fino alla settima settimana di gravidanza, quando invece in altri paesi europei è concesso fino alla nona, quindi con un supplemento di precauzione. La legge sull’interruzione volontaria di gravidanza prevede da sempre la possibilità di introdurre metodiche più avanzate dell’aborto chirurgico, e certo non è l’ingestione di una pillola che rende per le donne meno dolorosa una scelta che non è mai facile. Dunque, Gasparri e il neogovernatore Cota farebbero bene ad evitare minacce e promesse indebite e a rispettare una legge della Repubblica e, con essa, anche tutte le donne italiane e straniere che spesso sono poste di fronte a una scelta difficile. Se poi questi esponenti della maggioranza volessero davvero occuparsi della famiglia e della maternità sarebbero i benvenuti, dal momento che il governo della Destra non ha fatto niente, in ben due anni, per sostenere concretamente, e non a chiacchiere ideologiche, le scelte
delle donne”.

“Chiederemo ai direttori generali delle Asl di non rispettare l’invito di Cota a bloccare l’impiego della pillola Ru486” attacca Mercedes Bresso, presidente uscente della Regione Piemonte.
A spiegare come si potrebbe rallentare o anche bloccare la commercializzazione della pillola a livello regionale è proprio Eugenia Roccella, Sottosegretario al Ministero della Salute. “Nonostante l’Agenzia Italiana del Farmaco abbia autorizzato l’immissione in commercio a livello nazionale della pillola, tecnicamente i presidenti delle regioni potrebbero rallentare o anche impedire che il farmaco arrivi negli ospedali non facendolo introdurre nel prontuario regionale”. In un’intervista a RaiNews24, Roccella ha anche ribadito: “L’aborto non è una vittoria e questo farmaco non è un farmaco meraviglioso”.
Contro le affermazioni di Roccella, che contengono anche giudizi etici personali, è intervenuta Livia Turco, capogruppo del Pd nella commissione Affari sociali di Montecitorio. “Il sottosegretario dovrebbe occuparsi di prevenzione dell’aborto, di politiche per l’infanzia, di potenziamento dei consultori e di lotta alla povertà”, ha commentato la parlamentare. “E invece passa il suo tempo ad accanirsi contro la Ru486. Questo è pazzesco – ha aggiunto – se turba così tanto la sua coscienza l’introduzione in Italia della pillola, farebbe bene a dimettersi dal ruolo che le è stato affidato”.
Conosciamo infatti il dramma di tante donne e di tante coppie che non possono avere i figli che desiderano per via della condizione economica e sociale, per la mancanza di reddito, per il lavoro che manca o che è precario. Questa è la vera emergenza etica del nostro Paese. Consentire alle donne e alle coppie di avere i figli che desiderano.
Quanto all’aborto, afferma Livia Turco: “Vogliamo ricordare che sono state sempre le donne a volerlo combattere attraverso la prevenzione, perché sono le donne che sanno che l’aborto è sempre un dramma e uno scacco”; le donne italiane sono il soggetto morale più rilevante nel prevenirlo e combatterlo. “Gli esponenti della destra, con queste scelte, danno prova di essere rozzamente muscolari, violenti ma soprattutto, ignoranti. Non possono bloccare l’uso di un farmaco che è stato autorizzato, dopo un’istruttoria di 4 anni, dall’Enea a livello europeo, dall’Aifa a livello nazionale e inserito nel nostro prontuario farmaceutico. Non si potrà mai impedire ad un medico di utilizzare la pillola, né a una donna di chiederla. Si mettano dunque l’anima in pace e si studino la legge e il funzionamento del Servizio sanitario nazionale perché è evidente che non lo conoscono”, conclude la senatrice.
Non a caso da quando è entrata in vigore la 194 l’aborto si è ridotto di oltre il 40%. La strada da seguire è quella dunque del sostegno alla maternità. Cosa che purtroppo il governo nazionale ha abbandonato e che ha invece visto protagonisti i governi regionali di centrosinistra come l’Emilia e la Toscana. La pillola Ru486, non può che essere prevista nell’ambito della 194 e nessuna donna la potrà utilizzare come una banalizzazione dell’aborto, per il semplice fatto che nessuna donna vive l’aborto come un fatto banale. Questi temi attengono a una battaglia culturale, civile e morale e a un lavoro quotidiano e non certo alle competizioni politiche.
L’attacco di Cota alla Ru486 è stato condannato anche dal neo presidente della Toscana, Enrico Rossi. “Le sue dichiarazioni mi sembrano stupidaggini dettate forse dalla sua inesperienza in materia sanitaria o dalla volontà di catturare e strumentalizzare il consenso dell’opinione pubblica meno consapevole”. La Ru486 è stata sperimentata anche in Toscana, all’ospedale di Pontedera (Pisa). “In Italia – ha detto Rossi – c’è una legge, la 194, che disciplina il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza. Il farmaco di cui si parla ha ottenuto l’autorizzazione alla distribuzione sul territorio nazionale. Infine, nel nostro Paese è garantita la libertà terapeutica, un ambito che riguarda solo il medico, il paziente e il loro rapporto. Tutto il resto sono chiacchiere inutili”.
La senatrice del Pd Magda Negri, eletta proprio in Piemonte, vede il “Primo sconcertante regalo di Cota alle donne piemontesi: per noi solo aborto chirurgico. Cota vuole sequestrare tutte le Ru486, in un tentativo di federalismo etnico – sanitario”.

Cota e Gasparri, con queste rabbiose dichiarazioni, vogliono impedire alle donne di scegliere la modalità con cui abortire, ma un aborto, pillola o no è sempre una scelta personale, dolorosa e difficile, Gasparri non faccia dell’ideologia sulla Ru486”. Lo dichiara la capogruppo del Pd in Commissione sanità a Palazzo Madama, Fiorenza Bassoli. Le Regioni stanno organizzando un sistema di controllo sulla base di linee definite sul piano medico e nel rispetto della legge 194 per garantire il massimo della sicurezza per la salute delle donne. “Già oggi – chiarisce infatti la senatrice – è prevista una durata della degenza che consente la verifica della mancanza di reazioni avverse al farmaco e l’assicurazione del completamento dell’interruzione di gravidanza”.

Ciò che risulta davvero offensivo nella crociata di governo e maggioranza contro la Ru486 è la presunzione che in questo modo si banalizzerebbe l’aborto. Per fortuna, le donne italiane sono più intelligenti di quello che pensa questa maggioranza e sanno che un aborto non è mai banale.
È stato immediatamente redatto un documento da parte della segreteria Regionale del Pd Piemonte, che riportiamo.
RU486 IL PD DEL PIEMONTE: “COTA RISPETTI LA LEGGE E LE DONNE”.

Se il “federalismo sanitario” che Roberto Cota ha in mente consiste nel decidere arbitrariamente quali farmaci somministrare ai piemontesi e quali no, allora ci sono buoni motivi per essere seriamente preoccupati. E’ grave che il neo governatore dichiari che la Ru486 resterà nei “magazzini”, ed è altrettanto grave che la nuova amministrazione regionale pensi di impedire o di ostacolare l’utilizzo della pillola negli ospedali piemontesi. La Ru486 è stata autorizzata dall’Agenzia del farmaco ed è quindi entrata a far parte del prontuario farmaceutico nazionale. Le Regioni, pur nella loro autonomia, devono rispettare la normativa in materia di interruzione della gravidanza e le indicazioni dell’Aifa. Dunque, nessuno può impedire alle donne piemontesi di ricorrere alla Ru486. Dal Presidente Cota ci aspettiamo semplicemente il rispetto della legge e delle donne.
Lucia Centillo, Maria Ferlisi, Sara Paladini, Anna Rossomando della Segreteria regionale del PD del Piemonte. Hanno inoltre aderito al documento: Mercedes Bresso, Giuliana Manica, Angela Migliasso, Angela Motta, Gianna Pentenero Sen. Franca Biondelli, Sen. Piero Marcenaro, Sen. Magda Negri, Milù Allegra, Monica Auddisio, Cristina Bulgarelli, Malvina Brandajs, Carola Casagrande, Laura Clarici, Marika Del Boccio, Nadia Levi Jedid, Elena Giuliano, Angela Massaglia, Damiana Massara, Monica Mazza, Maria Rosaria Mollo, Valeria Saracco, Paola Turchelli, Viciane Wetchetchieu, Magda Zanoni Gioacchino Cuntrò, Raffaele Bianco, Luca Cassiani, Giovanni De Marco, Emanuele Durante, Dario Omenetto, Antonio Macrì, Matteo Mereu, Pier Paolo Soncin, Mario Sechi.

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«Lo stop delle Regioni contrario alla Carta»
«Atto incostituzionale». Esplicito il giurista Amedeo Santosuosso, docente di Diritto e scienze della vita all’università di Pavia, di fronte all’annuncio dei neo-governatori leghisti di Piemonte e Veneto di bloccare l’uso della pillola abortiva (la Ru486) nelle Regioni da loro amministrate. Non sarebbe legittimo? «No. Il potere politico ha dei limiti rispetto all’atto medico deciso con il cittadino che ha bisogno di una cura o di un intervento medico. Lo ha stabilito la Consulta (sentenza 151 del 2009) definendo incostituzionale la legge 40 (sulla fecondazione artificiale) là dove imponeva ai medici di seguire determinate procedure (per esempio l’impianto di tre soli embrioni) indipendentemente dalla concreta situazione della donna-paziente. Venivano inoltre violate l’autonomia del medico fondata sulla libertà della ricerca scientifica e il diritto della paziente ad avere i migliori trattamenti nell’interesse della sua salute. Lo stesso vale per la Ru486, approvata dalle autorità competenti europee e italiane. Qualsiasi decisione amministrativa ispirata a ideologie si pone in radicale contrasto con la Costituzione, che vale per tutte le Regioni». Ma la Chiesa plaude? «I giudici amministrativi (Tar) della Lombardia definirono illegittimo il rifiuto della Regione di indicare un ospedale dove attuare la sentenza per Eluana Englaro: una discriminazione ispirata solamente da convinzioni religiose. Potremmo accettare una sanità pubblica in cui, al momento del ricovero in ospedale ci venissero richieste attestazioni di fede o di convinzioni politiche? Saremmo alla barbarie».

Il Corriere della Sera 02.04.10

Scuola, governo conferma taglio di oltre 25mila insegnanti. 8.700 unità nella primaria, 7.450 nella secondaria

Una riduzione complessiva di 25.600 unità di personale docente per l’anno scolastico 2010-2011. È confermato nella bozza di circolare sugli organici (che sarà oggetto di ulteriori approfondimenti) che i dirigenti del ministero dell’Istruzione hanno illustrato ieri ai sindacati. La riduzione che l’amministrazione intende realizzare, anche tenendo conto dell’andamento della previsione degli alunni, comporterà una contrazione di organico di circa 8.700 unità nella scuola primaria, di circa 3.700 nella scuola secondaria di primo grado e di circa 13.750 nella secondaria di secondo grado.
Per questo intervento l’amministrazione, oltre a tener conto dell’andamento degli alunni secondo quanto ha riferito la Uil scuola al termine dell’incontro agirà sull’innalzamento del rapporto alunni/classi, sul dimensionamento della rete scolastica e sul riordino dei cicli di studio. Nella scuola dell’infanzia è previsto il consolidamento dell’organico di fatto dell’anno scolastico in corso che prevede un incremento nel diritto di 560 posti. Per quanto riguarda il sostegno verrà recepita la sentenza della Corte Costituzionale, dello scorso 22 febbraio che abroga i limiti del tetto massimo. E sempre per il sostegno verrà confermato l’incremento triennale dell’organico di diritto che verrà determinato in 63.348 unità. Rispetto alla riduzione complessiva dell’organico l’amministrazione è orientata ad agire, in parte, anche nell’organico di fatto: su un totale di 25.600 posti 22.000 verrebbero ridotti in organico di diritto e 3.600 in quello di fatto. Critica la Uil scuola: «Si interviene con tagli lineari e anzichè operare per la riqualificazione della spesa si insiste con una gestione tutta burocratica. Occorre, invece, fotografare la situazione reale e, su quella base, determinare il bisogno effettivo di organico».

L’Unità 02.04.10

SOS archeo. Da villa Adriana a Pompei tutti i capolavori a rischio", di Carlo Alberto Bucci

Dopo il crollo di una galleria della Domus Aurea, soprintendenti e tecnici lanciano l´allarme degrado Pochi fondi per la manutenzione, incuria e troppe infiltrazioni: la mappa dei siti in pericolo. I trecento metri quadrati di terra zuppa d´acqua che martedì mattina hanno schiantato la volta della galleria traianea della Domus Aurea non sono l´unico peso insostenibile sulla schiena spezzata del patrimonio italiano. Una mappa dell´archeologia a rischio crolli evidenzia una situazione grave nella Roma dei palazzi imperiali e degli acquedotti, sull´Appia antica come a villa Adriana, a Pompei, a villa Jovine a Capri, a piazza Armerina in Sicilia, fino in Puglia.
«Quello che è successo ieri alle Terme di Traiano temo che possa succedere anche a Villa Adriana a Tivoli. Lì il pericolo è ancora maggiore» ha detto ieri il presidente del consiglio superiore dei Beni culturali Andrea Carandini presentando la mostra “Villa Adriana. Una storia mai finita”. Più cauta la padrona di casa, la soprintendente del Lazio Marina Sapelli Ragni: «Rischi immediati di infiltrazioni non ce ne sono, però è vero che abbiamo muri alti anche 20 metri e che dobbiamo tenere sotto controllo la vegetazione rigogliosa. Attenzione e preoccupazione sono costanti». I fondi per la manutenzione ordinaria dei 30 edifici e degli 80 ettari sono una bazzecola: 900mila euro l´anno mentre prima del Giubileo del 2000 in quattro anni ebbero 44 miliardi di lire.
Il commissario per l´archeologia di Roma, Roberto Cecchi, ha lanciato il piano di “manutenzione programmata” che prevede interventi minimi e costanti, controllo capillare per evitare che si arrivi al restauro. E il commissario della Domus Aurea Luciano Marchetti ha scoperto ieri che i pozzetti di scolo dei giardini sopra la zona del crollo non erano stati mai svuotati: ma il verde di Colle Oppio spetta al Comune.
Racconta Beatrice Basile, che guida la Soprintendenza di Enna: «Alla villa romana del Casale a Piazza Armerina il degrado è stato fortissimo per anni e anni. Sarebbe bastato curare meglio i resti per evitare di spendere tanto nel restauro. Per la manutenzione di tutto l´Ennese avevamo 150mila euro l´anno. Fino al 2009. Ora? Nulla». Stessa cifra, «zero euro», avuta da Rita Cosentino, direttrice delle 1000 tombe etrusche di Cerveteri (40 le visitabili): «Le piogge hanno messo a rischio i tumuli in tufo. Abbiamo tenuto pulito il sito, ma grazie a dipendenti e volontari. Meno male che ora arrivano 250 mila euro di Arcus».
Già, Arcus. La società interministeriale è stata più munifica con le terme patavine di Montegrotto: 3,5 milioni negli ultimi anni per un piccolo, certo importante, sito non particolarmente a rischio. Ma lì a scavare c´è l´archeologa Elena Ghedini, sorella dell´avvocato del premier e membro del consiglio superiore Beni culturali. A Canosa gli ipogei ellenistici, come quello de Lagrasta o del Cerbero, hanno bisogno di cure continue. Ma per la manutenzione di tutta la Puglia la Soprintendenza archeologica guidata da Teresa Cinquantaquattro ha meno di 200mila euro. Quanto arriva a Canosa? «Poco o nulla». Ricchissima perché autonoma, ma con una marea di case, affreschi e templi da curare, è la Soprintendenza speciale di Pompei. Ieri il commissario Marcello Fiori ha presentato uno stanziamento di 39 milioni di euro. «Il 90 per cento andranno in restauri» assicura il direttore generale per l´Archeologia, Stefano De Caro. Che sottolinea: «A Ercolano abbiamo fatto scuola per la manutenzione. La programmazione è la nuova frontiera della tutela».
La Repubblica 01.04.10

Editoria, nuovo colpo di mano: il Governo abroga le tariffe agevolate

Dal primo aprile, e non e’ uno scherzo, saranno abrogate tutte le tariffe agevolate a favore della editoria con particolare riferimento alla spedizione degli abbonamenti” . A evidenziare questo nuovo colpo inflitto al comparto editoriale, Giuseppe Giulietti e Vincenzo Vita. “Tutti gli editori italiani- aggiungono- dai piu’ grandi ai piu’ piccoli riceveranno una vera e propria pugnalata alle spalle che in alcuni casi potra’ portare all’immediata chiusura delle testate… La decisione, non preceduta da alcuna consultazione in sede parlamentare e’ stata assunta dal ministro Tremonti facendosi beffa di tutti gli impegni assunti in sede parlamentare che andavano nella direzione di un progressivo reintegro dei fondi per l’editoria e della contestuale approvazione di una riforma organica del settore”.
Per l’ennesima volta, affermano Giulietti e Vita, “si e’ scelta la strada opposta dando cosi’ al provvedimento uno spiacevole sapore vendicativo nei confronti di un settore che questo governo non ha mai amato. Non ci e’ chiaro quale sia stato e quale sia, su questa vicenda il parere del sottosegretario Bonaiuti, che ha la delega per il settore e che a questo punto potra’ serenamente procedere a buttare nel piu’ vicino cestino la proposta di riforma dell’editoria dal momento che, con questo colpo di mano e’ stata gia’ realizzata.
“Per quanto ci riguarda- affermano i due deputati- questa vicenda non e’ meno grave della chiusura dei programmi o dell’alterazione permanente della para condicio o delle rappresaglie nei confronti dei singoli giornalisti perche’ colpisce in modo ancora piu’ subdolo il pluralismo nel settore editoriale e condanna a morte sicura decine di testate e centinaia di posti di lavoro con il rischio di ridurre anche nel settore della carta stampata un pluralismo che nel settore dei media e’ gia’ ai minimi termini”.
Articolo21, concludono Giulietti e Vita, “chiedera’ nelle prossime ore una riunione a tutte associazioni di settore per valutare le opportune iniziative”.
www.articolo21.org