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Lite al Tg1, la Busi resiste «C'è libertà di espressione»

Scontro aperto al Tg1. Da una parte Augusto Minzolini, direttore dal 20 maggio 2009 (voto contrario dei tre consiglieri di opposizione su nove). Dall’altro alcuni conduttori storici (Tiziana Ferrario, Paolo Di Giannantonio e Piero Damosso, sostituiti da Minzolini a partire da lunedì con Francesco Giorgino, Laura Chimenti e Francesca Grimaldi) e soprattutto Maria Luisa Busi, per ora non rimossa ma «richiamata» da Minzolini con una lettera dopo un’intervista rilasciata dalla conduttrice a la Repubblica in cui contestava duramente le «epurazioni» del direttore. La Busi ha risposto a Minzolini con un’altra lettera rivendicando «la libertà di espressione sancita dalla Costituzione e dallo Statuto dei lavoratori e come membro del Consiglio nazionale della Federazione nazionale della Stampa». Il dissidio tra i due è aperto da tempo, soprattutto da quando Maria Luisa Busi, inviata all’Aquila il 21 febbraio (nelle ore della protesta delle carriole) e contestata sul posto al grido di « Tg1 scodinzolini» commentò: «Non posso rispondere dell’informazione in generale che il Tg1 ha dato in questi dieci mesi di terremoto».

Le replicò Minzolini: «Giudizi inaccettabili, perché ingenerosi nei confronti dei colleghi inviati che l’hanno preceduta. E presuntuosi». Tg1 In onda La giornalista Maria Luisa Busi, 46 anni, ieri sera durante l’edizione delle 20 del Il clima in redazione è tesissimo, soprattutto dopo il caso Mills (il 26 febbraio il Tg1 parlò nei titoli di «assoluzione», non di prescrizione, Minzolini fu attaccato, soprattutto dal sindacato Usigrai, in redazione circolò una lettera di solidarietà al direttore, firmata da 95 redattori su 162). Ovvero: il direttore sostituisce chi non si è schierato con lui. Minzolini insiste: «Non sono mica un Epurator, abbiamo assunto 18 precari che ho trovato e non mi sono scelto, dopo questo sforzo devo mostrare all’azienda un rinnovamento. Non ci sono motivazioni pseudopolitiche, non mi interessano, c’è solo bisogno di un ricambio. La lettera? Ma che c’entra?». E a chi gli è vicino, mostra un appunto: 28 anni di conduzione per Tiziana Ferrario, 18 per Maria Luisa Busi contro i 10 di Paolo Frajese o i 6 di Bruno Vespa… Altro appunto. Il «suo» Tg1 ha guadagnato due punti di ascolto nella fascia di età 30-40. Molto preziosi, dicono al marketing, per una testata troppo amata dal pubblico anziano, considerato un «basso spenditore» che attira scarsa pubblicità.

Opposta la lettura del sindacato Usigrai. Carlo Verna, segretario del sindacato: «Sa fare solo rimozioni, è accecato dalle note vicende che lo riguardano, il suo è un delirio di onnipotenza, l’unica strada è un confronto con l’azienda che porti a un avvicendamento». Cioè le dimissioni di Minzolini. Il quale gli ha fatto sapere che quanto Verna continuerà a chiedere le dimissioni, tanto lui resterà al suo posto. Circa le rimozioni, il direttore ribatte citando la nomina di Leonardo Sgura al posto del caporedattore storico Massimo de Strobel o con la promozione di Barbara Carfagna alla conduzione delle 17 («Sono forse di centrodestra?») Dice Alessandro Gaeta, 48 anni, inviato speciale dal 1987, membro del Comitato di redazione: «La redazione è scioccata, in parte ancora divisa. Ha superato con intelligenza la raccolta di firme a favore di Minzolini dopo le polemiche sul caso Mills, ribaltandola. Nell’elezione per i delegati al congresso Usigrai hanno votato in 147, otto delegati eletti su dieci del Tg1 non solo non hanno firmato quella lettera ma sono profondamente critici sulla linea del direttore. Uno dei più votati è stato Alessio Rocchi neoassunto al Tg1 che pochi giorni prima di firmare il contratto ha rifiutato di sottoscrivere l’appello pro-Minzolini». E cosa pensa del direttore? «Un buon giornalista, dotato di fiuto e di senso della notizia al quale va però stretto l’abito del direttore di una testata del servizio pubblico Rai. Non ha compreso a fondo quanto sia importante che il Tg1 resti patrimonio di tutti. Con una redazione preoccupata e con questa continua esposizione alle polemiche, aprire la porta al dialogo non è solo doveroso ma saggio».
Il Corriere della Sera 03.04.10

Il nuovo fronte del Carroccio "Graduatorie regionali per i prof", di Roberto Bianchin

Non solo mogli e buoi dei paesi tuoi. Anche maestri e professori. È la scuola una delle nuove frontiere della “rivoluzione” leghista, che vuole stabilire “graduatorie regionali” per i docenti, alle quali accedere con il semplice certificato di residenza. Il Carroccio, sfruttando il peso maggiore che ha adesso nella coalizione, intende proporre al governo di “rivedere in senso federalista” la normativa nazionale sulle graduatorie degli insegnanti, per favorire i docenti locali. In sostanza, per impedire agli insegnanti del Sud di “venire a rubare il posto di lavoro” a quelli del Nord.

A fare da apripista, la Lega del Friuli-Venezia Giulia, molto attiva in questi giorni con il suo rifiuto delle celebrazioni dell’unità d’Italia e la proposta di un nuovo marchio, “Friulano tipicamente Padano”, per i vini e i prosciutti della regione. I leghisti sono riusciti a far passare in consiglio regionale, coi voti favorevoli del centrodestra, una mozione che impegna la giunta a sensibilizzare governo e parlamento affinché le graduatorie per l’accesso al ruolo degli insegnanti “siano stilate su base regionale”. E “non si verifichino più situazioni che pregiudicano gli insegnanti presenti da anni nelle graduatorie della nostra regione”.
La Lega in realtà voleva di più. Voleva riscrivere da subito il sistema di stesura delle graduatorie in modo che non si basasse solo sui titoli “favorendo gli insegnanti del Sud”, ma anche sulla residenza e “sulla conoscenza della cultura locale”. Perché “ci sono insegnanti che non sanno nemmeno cosa sia la polenta”. Ma questa mozione è stata bocciata anche dal Pdl. Perché “non c’è alcuna disposizione legislativa che la supporti”, dice l’assessore all’istruzione Roberto Molinaro dell’Udc.

I neo-governatori leghisti del Nord, il veneto Luca Zaia e il piemontese Roberto Cota, sono consapevoli che “le Regioni non possono intervenire su una materia nazionale”, come dice Zaia, anche se Cota lascia qualche spiraglio al Friuli “che forse può farlo perché è una regione a statuto speciale”. Ma non per questo demordono. Anzi. Zaia dice che “la materia entrerà a far parte della piattaforma nazionale”, e Cota, che pure assicura che il Piemonte “si atterrà alla legge nazionale”, annuncia che “la Lega ha chiesto di cambiarla proprio in quel senso”, attraverso un disegno di legge già presentato al Senato.

Il problema, sostengono i leghisti, non è solo quello, pur rilevante, della conoscenza del territorio, della sua storia, dei dialetti e della polenta. È anche quello che con le graduatorie fatte per titoli, c’è il rischio che gli insegnanti del Sud superino di gran lunga quelli del Nord, “visto che i parametri di giudizio sono molto più severi nel Settentrione”. E questa eccessiva “mobilità territoriale” creerebbe non pochi problemi, a cominciare da una deprecabile “interruzione dell’attività didattica”. Nel senso che molti docenti del Sud prima vanno al Nord a “rubare il posto” ai locali, e poi dopo breve tempo fanno domanda di rientro al Sud, a casa propria, lasciando scoperte le cattedre appena occupate.

Ma questa tesi non trova riscontro nei fatti. Secondo uno studio della “Fondazione Agnelli”, in questo anno scolastico le domande di trasferimento in Meridione di docenti del Sud che insegnano nelle scuole del Nord, sono state appena 691.
La Repubblica 03.04.10

"Il mix di Bossi dai celti alla Chiesa", di Michele Brambilla

Martedì scorso su Il Fatto Massimo Fini ha rivelato un episodio di alcuni anni fa. Una sera a cena, convinto che il momento fosse propizio per una confessione, fece una domanda a Bossi. Umberto, dimmi finalmente la verità: ma tu sei più di destra o più di sinistra?». Bossi rispose: «Più di sinistra, ma se lo scrivi ti faccio un culo così». È un aneddoto che può apparire assurdo, in questi giorni in cui ci si chiede se la Lega non sia diventata un partito cattolico, anzi clericale. E in cui altri invece sostengono, come hanno sempre sostenuto, che è un partito xenofobo di estrema destra, quindi del tutto anticristiano. Insomma che cosa è la Lega?

La realtà è molto complessa. Nella battuta di Bossi a Massimo Fini c’è del vero. La Lega ad esempio non è in alcun modo assimilabile al berlusconismo. Chiunque abbia seguito le feste del popolo della libertà e quelle della Lega, o i comizi di Berlusconi e quelli di Bossi, sa bene che fra le due realtà c’è una distanza siderale. Non stiamo parlando tanto di una diversità politica, quanto di una diversità antropologica. L’uomo leghista è diverso da quello berlusconiano nei valori di fondo, negli obiettivi di vita, nei modelli da seguire, nel modo di vestire e perfino di mangiare. Certamente è un tipo umano molto più «popolare». Allo stesso modo il militante leghista è lontano anni luce dal mondo che viene dall’ex Msi: l’antifascismo tante volte proclamato da Bossi non è una dichiarazione di facciata.

Basta questo per dire che la Lega è «di sinistra»? Certo che no. Tuttavia non c’è dubbio che la Lega abbia attinto, oltre che dal serbatoio di voti dell’ex Dc, anche da quello dell’ex Pci: cioè da due partiti profondamente radicati nel popolo. Ovvio che non è, quella di Bossi, la sinistra degli intellettuali, dei giornalisti e dei testimonial del mondo dello spettacolo o della cultura. Ma sicuramente il mondo di Bossi non è quello dei palazzi – della finanza o della cultura che siano – bensì quello degli strati popolari del Paese. Un mondo che è un mix di valori che difficilmente si può etichettare «di destra» o «di sinistra».

Quali sono i valori della Lega? Non c’è dubbio che il primo sia stato la difesa di un interesse. Bossi ha raccolto consensi fra coloro che, a torto o ragione, ritenevano minacciato un proprio interesse. Le prime campagne furono contro i meridionali, poi rimpiazzati dagli immigrati. La paura che qualcuno che «viene da fuori» possa togliere qualcosa è stato il primo carburante. Ed ha finito con l’alimentare categorie diverse: dal mondo delle piccole e medie imprese che si sente tartassato dal fisco a quello degli operai che si sentono abbandonati da ciò che resta del vecchio Pci.

La battaglia contro i nemici esterni – il fisco di Roma e l’immigrato che toglie il posto di lavoro «alla nostra gente», come dice Bossi – ha finito poi per allargarsi a una più generale difesa della propria identità. La paura è diventata insomma anche quella di veder svanire il proprio millenario modo di essere: dal dialetto alla religione. Ed è qui che è nata la Lega «cattolica».

Bisogna intendersi bene. La Lega all’inizio era tutt’altro che filocattolica. Uno dei suoi primi slogan, «via da Roma», non è che la traduzione del motto di Lutero «los von Rom»: e più volte Bossi aveva minacciato, anni fa, una nuova Riforma, la nascita di una Chiesa del Nord. Poi c’è stata la fase pagana, con i riti sul Po e i matrimoni celtici. Solo da qualche anno la Lega ha fatto suo il cattolicesimo come fattore di difesa della propria tradizione. Da qui l’accusa di un cristianesimo senza Dio, utilizzato come religione civile: quanto di peggio, dal punto di vista di un credente.

Anche perché – parallelamente alla difesa del crocefisso e della vita dal concepimento alla sua fine naturale – la Lega ha proseguito in una politica sull’immigrazione che le ha provocato non poche tensioni con la Chiesa. Anche su questo punto comunque vanno evitate le banalizzazioni. Nei giorni scorsi la stessa Rosy Bindi ha riconosciuto che sul tema degli immigrati la Lega razzola assai meglio di quanto predichi: ne sono prova le politiche di molte amministrazioni leghiste. Però, osservava ancora la presidente Pd, un certo linguaggio e certe provocazioni contribuiscono lo stesso a diffondere un seme cattivo.

Certo è difficile identificare il militante padano con il cattolico volontario dei centri aiuti alla vita: sono anche quelli due mondi diversi. Tuttavia la Lega sul fronte pro life è sempre stata compatta forse anche perché sente che è una battaglia in sintonia con buona parte di un suo mondo popolare e tradizionale, non necessariamente cattolico. Alcuni commentatori hanno scritto che è solo una manovra per tenersi buona la Chiesa sul tema dell’immigrazione. Può darsi. Ma la Lega ha logiche e motivazioni che spesso ci sfuggono. Noi giornalisti per molti anni abbiamo preso abbagli colossali, sulla Lega: e forse continuiamo a non capirla del tutto.
La Stampa 03.04.10

Scuola, la circolare spiega tutto. Solo che questa è incomprensibile

L’ultima circolare del ministero dell’Istruzione sembra proprio un pesce d’aprile. E potrebbe esserlo, perché la data che riporta la nota inviata oggi a tutti i dirigenti scolastici italiani è proprio quella del primo di aprile. Ma il ministero dell’Istruzione non fa pesci d’aprile o, almeno, non li ha mai fatti. Tuttavia, una cosa sembra certa: i presidi che questa mattina si sono imbattuti nella comunicazione MIURAOODGOS, protocollo numero 2532 /R. U./U cercando di capirci qualcosa, saranno rimasti di stucco.

ECCO IL TESTO DELLA CIRCOLARE
La circolare è breve e ricorda a tutti gli operatori della scuola che le norme dei regi decreti 635 del 1925 e 2049 del 1929 sono ancora pienamente in vigore. Ma non sembra neppure detto questo. Vediamo di capirci qualcosa. “Con riferimento a notizie di stampa, si precisa – scrive il direttore generale Mario Dutto – che le disposizioni di cui al regio decreto n. 653/1925 ed al regio decreto n. 2049/1929, delle quali l’art. 2 del decreto-legge 22 dicembre 2008, n. 200 (…) aveva previsto l’abrogazione a decorrere dal 16 dicembre 2009, sono state sottratte all’effetto abrogativo, di cui al citato art. 2, ai sensi di quanto disposto dal comma 2 (allegato 2) dell’art. 1 del decreto legislativo 1° dicembre 2009, n. 179”.

Un anno e mezzo fa, il decreto-legge numero 200 del 22 dicembre 2008 abrogò una lunga lista di leggi ormai in disuso superate. Tra queste sembra siano incappati i due regi decreti in questione che riguardano il “Regolamento sugli alunni, gli esami e le tasse negli istituti medi di istruzione”. Ma un anno dopo interviene un secondo decreto legislativo che “sottrae dall’effetto abrogativo” i due provvedimenti regi annullati che, a questo punto ritornano vigenti.

Ma a quali “notizie di stampa” fa riferimento la circolare? L’obiettivo della nota saranno le tasse scolastiche, al centro della polemica in questi giorni perché sempre più salate per i genitori? O le sanzioni disciplinari per bulli e riottosi? Non è facile decriptare lo scritto proveniente da viale Trastevere, perché i due regi decreti sono lunghissimi: 135 articoli suddivisi in quattro Capi. Insomma: un vero enigma. E meno male che la norma deve essere più chiara possibile. A fare saltare i nervi ai malcapitati dirigenti scolastici che questa mattina si sono messi di buona volontà per decifrare la nota ci pensa comunque l’ultimo capoverso.

“Le dette disposizioni permangono, quindi, in vigore nelle parti, ovviamente, non oggetto di abrogazione espressa (anteriore al citato decreto-legge) ovvero – scrive Dutto – non oggetto di abrogazione tacita o implicita”. Non tutti gli articoli dei regi decreti in questione sono, quindi, ancora vigenti. E quali sono quelli abrogati implicitamente o tacitamente? Immaginate un povero vicepreside o vicario che si ritrova a gestire un’intera scuola per l’assenza del preside. Cosa dovrà fare con questa comunicazione tra le mani? Forse, pensando che si tratti di qualcosa di estremamente importante, questa notte non ci dormirà neppure. E magari si tratta di una sciocchezza.
La Repubblica 03.04.10

"Quel dramma che il centrosinistra non riesce a vedere", di Fabio Luppino

Le corde morali e politiche vibrano ancora quando si vedono operai sui tetti, al freddo, esposti al pericolo, soli e mal rappresentati, costretti all’estremo gesto per la difesa di un diritto costituzionale, il lavoro. Non sale alcuna voce, al contrario, non si nota alcuna convinta, duratura battaglia politica quando si tratta di insegnanti. Sono anche saliti sui tetti, si sono anche messi in mutande, ma non hanno suscitato altro che sorrisi e temporanea simpatia. Venticinquemila persone in carne e ossa sanno già che tra pochi mesi non avranno più un lavoro. Un dramma epocale frutto di una riforma della scuola devastante per loro e per il futuro dei ragazzi. Un dramma relegato alla solitudine di chi lo vive e alle chiacchiere con gli amici. Un dramma che riguarda famiglie, mogli, mariti, figli. Molti, moltissimi saranno cinquantenni che finiranno di insegnare e non sanno fare altro. Lo scrivono all’Unità quasi ogni giorno. In settembre avverrà nella storia repubblicana del nostro Paese una prima assoluta: un licenziamento di massa da parte dello Stato. Immaginate se Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat, annunciasse la cassa integrazione senza ritorno per 25mila operai. Il centrosinistra, almeno a parole e con qualche fatto, lì ancora c’è(ma non basta un’alba davanti ai cancelli Fiat). Gli insegnanti sono soli, sentono di esserlo. Per decenni la politica tutta ha destrutturato l’immagine dei docenti, sparando nel mucchio con luoghi comuni che, sempre, hanno suonato a sfregio per chi quel lavoro svolge con coscienza, sacrificio, attenzione pedagogica oltre che didattica, con scarsissimi riconoscimenti sociali ed economici. Messaggi negativi che oggi sono convinzioni diffuse nell’opinione pubblica: i professori sono inetti, inutili, parassiti sociali. Conclusione: licenziare un insegnante non è un danno sociale, nemmeno 25mila (più 15mila bidelli e addetti di segreteria che pure la scuola la fanno). Il silenzio della politica nei mesi in cui il governo preparava la riforma delle superiori è stato totale. L’impegno a difesa della scuola pubblica, efficiente, come reale ascensore sociale non c’è stato. E gli appelli di queste ultime settimane, anche del Pd, in cui questo impegno è sembrato riemergere, sono apparsi tardivi, inutili, quasi una beffa a quegli insegnanti che nessuno ha salvato da un destino scritto nei testi Gelmini. La scuola pubblica andava migliorata, non progressivamente sconvolta. Nell’analisi del voto tutti, a partire dal Pd, vadano a leggere le astensioni anche degli insegnanti (e degli operai, con anche tra loro caso una percentuale di voti che se n’è andata a destra, soprattutto al Nord), che in altri tempi hanno riposto grande fiducia, tradita, nel centrosinistra. Lasciamo alla riflessione di tutti stralci di un appello apparso il 26 marzo sul sito del Cidi (Centro iniziativa democratica degli insegnanti): «Ci sono dei momenti in cui bisogna avere il coraggio e la forza di dire No. No alla scuola pubblica che va al massacro. No alla scuola delle quote per gli alunni non italiani. No ad assolvere l’obbligo nella formazione professionale. Noa lavorare a 15 anni nell’apprendistato. No a risparmiare sulle supplenze. No a dividere gli alunni nelle varie classi quando manca l’insegnante. No a classi troppo numerose. No alla dissipazione della scuola primaria. No alle iscrizioni al buio. No a Indicazioni nazionali per i licei che impoveriscono la mente e il cuore. No a intimidire i dirigenti. No a impaurire i docenti. No alla scuola dei ricchi e a quella dei poveri. No al mercato dei master di fantomatiche università on line. No alla valutazione che sanziona e punisce. No e ancora No. Gli insegnanti del Cidi sono sempre stati in prima fila in tutti i momenti più significativi della vita della scuola con l’ostinata convinzione che l’istruzione sia strumento di libertà e di emancipazione e la scuola un bene pubblico di cui aver rispetto e cura». Rispetto e cura, è già un programma politico.
L’Unità 02.04.10

Contro i tagli del governo, 400 sindaci lombardi restituiranno la fascia

Giovedì prossimo 400 sindaci della Lombardia si troveranno davanti alla Prefettura di Milano per restituire la fascia tricolore in segno di protesta contro i continui tagli ai bilanci. Il presidente regionale dell’Anci, Attilio Fontana, che è sindaco di Varese, parla di trasferimenti ridotti, vincoli del patto di stabilità che portano a scelte «inaccettabili» e un trattamento non uguale per tutti, come dimostrano gli 80 milioni di stanziamenti per Roma.
«Se bisogna soffrire tutti, soffriamo – spiega il leghista Fontana – ma qua c’è qualcuno che soffre e qualcuno che continua a fare il cialtrone. E non va bene. Il taglio al fondo sociale, che per la Lombardia è di 20 milioni, già si fa sentire. Siamo costretti a dire no alle legittime pretese dei cittadini». Per spiegare la situazione alla gente, i sindaci si troveranno alle 10 in piazza San Babila a Milano, dove hanno deciso di allestire un banchetto, poi andranno alle 11 in Prefettura.

«La situazione in cui ci troviamo a lavorare – aggiunge il sindaco di Cinisello Balsamo, Daniela Gasparini (Pd) – è davvero insostenibile. Oltre alla fascia, al Prefetto io presenterò il conto delle spese che il mio Comune paga per far fronte a quei servizi che dovrebbero essere garantiti dallo Stato: dalla mensa per il personale scolastico agli affitti di caserme e tribunali».
L’Unità 02.04.10

"Il peccato delle donne", di Natalia Aspesi

Le donne sono diventate l´anello più floscio della società. E la Lega le colpisce, prima di evasori e criminali. Potevano essere altri, più fiammeggianti e costruttivi, più remunerativi e sperati, insomma vere proposte di libertà, i primi solenni impegni presi dagli scalpitanti nuovissimi governatori del povero Nord che si avvia malconcio a precipitare nella Padania. Roberto Cota e Luca Zaia, due non brutti giovanotti in cravatta verde, sono stati eletti a furor di popolo anche da frotte di ammiratrici che ne adorano il celodurismo di partito.
Ebbene, i due si sono subito dimostrati soprattutto devoti, tradizionalisti, forse nostalgici della messa in latino, e soprattutto ben diversi dai faciloni loro alleati pdl, che si sono fatta la brutta fama di perdigiorno dietro escort ambosessi e sempre a gridare su pratiche di giustizia che non interessano ad anima viva tranne una.
Si sa che ormai le donne sono diventate l´anello più floscio della società, loro che pareva avessero in mano il mondo e adesso invece non basta un bel sedere per far carriera, se non sai almeno praticare l´igiene dentale. Quindi prima che agli evasori, agli inquinatori, ai criminali, ai fannulloni e persino ai clandestini, i nuovi ras della Padania hanno preso subito a randellate le donne; che se non ci fossero non ci sarebbe l´aborto, quindi l´obbligo di perder tempo con un grattacapo epocale irrisolvibile, reso stordente dal continuo martellare ecclesiastico che ogni mattina si sveglia, dà un veloce sguardo annoiato sulla montagna impolverata di pratiche pedofile che riguardano i suoi pii fratelli in tutto il mondo, e subito gli viene un diavolo per capello pensando all´infame dal nome innominabile, la diavolessa RU486, che gli fa passare anche la voglia del cappuccino.
Quella pozione luciferina ha qualcosa di veramente abominevole: procura l´aborto senza che chi la ingoia quasi se ne accorga, la paziente non subisce ferri chirurgici o aspiratori, non si sente strappare le viscere, non si dissangua, non prova che lievi dolori. Ignominia su ignominia, i nemici del farmaco sostengono che con questo metodo sbrigativo la peccatrice non ha tempo di sentirsi quello che è, un´assassina, e di continuare a soffrire e chiedere perdono per tutti i suoi giorni. Questo non è vero, perché se non in termini così apocalittici, non c´è aborto che non lasci una ferita in una donna, che sempre si chiederà a cosa ha rinunciato e chi sarebbe stato quella rinuncia una volta diventata persona. Certo, l´interruzione di gravidanza, voluta dalla legge 194 e necessariamente cruenta, piace di più ai nemici dell´aborto, in quanto punitiva: anche se poi, quel che davvero si meriterebbero le donne sarebbe un bel ritorno all´aborto clandestino, quando almeno le malvagie assassine spesso morivano come meritavano.
A questo punto risulta chiarissimo, e senza condizionali, che le parole dei vescovi alla vigilia delle elezioni erano un ordine cui non si poteva disubbidire. E i vincitori hanno subito risposto come dovevano, rassicurato le gerarchie, in cambio dell´appoggio alla vittoria: a questo punto, la morte della RU486, potrebbe anche preludere a una revisione della legge 194. Ci sono ministri mistici o governatori tutto casa e chiesa che si svegliano pensando ai feti, e giù lacrime, e già si armano per mettere definitivamente le donne al tappeto con una legge che renda una interruzione legale più difficile che un Nobel al pensoso erede Bossi. Il problema è che i feti di Cota, Zaia e tutti gli altri governatori spaventati e inetti, non hanno nessuna riconoscenza; se ne stessero lì, buoni, feti per sempre, non darebbero fastidio: ma pretendono di diventare bambini, di crescere e farsi noiosi e ingombranti e pieni di pretese: e si lamentano dei preti pedofili, e non si accontentano di pane e acqua alla refezione scolastica, e fan fare brutte figure ai giovanotti che li ammazzano di botte, e strillano se li vendono per la prostituzione o li usano per ricavarne organi sani. Cota e amici, giusto martellare la cattiva pillola, ma magari una vostra premurosa occhiata leghista su come vivono i bambini, non potreste sprecarla più per i bambini che per i feti?
La Repubblica 02.04.10