Questa mattina il segretario nazionale Pier Luigi Bersani ha inviato una lettera a tutti i coordinatori dei circoli del Partito Democratico. Di seguito il testo integrale.
Carissimo/a,
le recenti elezioni regionali sono state per tutti noi un passaggio importante, che ci mostra tutta la complessità e la profondità dei problemi che abbiamo di fronte.
Il Partito democratico è in piedi. Sentiamo forte in queste ore la delusione per avere perso la guida di alcune regioni, e il Lazio e il Piemonte per una manciata di voti. La delusione è solo in parte attenuata dal fatto che abbiamo conquistato comunque la presidenza di sette tra le tredici regioni in palio: un risultato certamente non scontato alla luce dei rapporti di forza che si sono determinati nelle elezioni più recenti, tenendo conto che le elezioni regionali del 2005 si erano svolte dentro un altro universo politico. Va rimarcato che per la prima volta dopo molto tempo, nel voto di domenica e lunedì scorsi si è verificato un arretramento consistente dei consensi del Popolo delle libertà, solo in parte compensato dalla crescita della Lega; le distanze tra il campo del centrodestra e il campo del centrosinistra sono oggi sensibilmente inferiori rispetto a un anno fa, e quindi pur dentro a elementi di delusione si apre uno spazio per il nostro impegno e per il nostro lavoro.
Tuttavia, dal voto emergono chiaramente alcuni problemi di fondo nel rapporto tra i cittadini italiani e la politica: c’è una disaffezione crescente, che si manifesta come distacco e radicalizzazione, verso una politica che gli elettori percepiscono come lontana dai loro problemi. Una crisi sociale ed economica pesante fa sentire ogni giorno le sue conseguenze sulla vita dei cittadini, senza che dal governo arrivino risposte adeguate alla gravità dei problemi. Il principale responsabile di questa situazione è il presidente del consiglio; ma è una situazione che interroga anche noi.
La possibilità di cambiare il corso delle cose è legata alla nostra capacità di offrire un’alternativa positiva e credibile, di dare un’altra possibilità agli italiani. Adesso dobbiamo accelerare. Da qui dobbiamo ripartire mettendoci al lavoro per rafforzare il nostro progetto e per dare radicamento a un Partito democratico concepito come una grande forza popolare, presente con continuità ovunque la gente vive e lavora e capace di offrire proposte che abbiano un contenuto sempre più visibile e coerente.
Diversamente, i rischi non solo di disaffezione dell’elettorato ma anche di radicalizzazione e di frammentazione impotente, non potrebbero che diventare più gravi.
Dobbiamo servire il Paese raffigurandoci come un partito fondato sul lavoro, il partito della Costituzione, il partito di una nuova unità della nazione.
Il Partito democratico è il partito di una nuova centralità e dignità del lavoro dipendente, autonomo, imprenditoriale e della valorizzazione del suo ruolo nella costruzione del futuro del Paese. È il partito che non accetta che il consenso venga prima delle regole e lavora per istituzioni più moderne rifiutando la chiave populista. È il partito che dà una risposta innovativa al tema delle autonomie nel quadro di una rinnovata unità
nazionale.
Avvieremo insieme un grande piano di lavoro incardinato su questi obiettivi.
È evidente in questo l’importanza del ruolo dei circoli come punto di presenza e di impegno visibile del partito sui territori e come luogo della selezione della nuova classe dirigente della quale abbiamo bisogno. È pensando a tutto questo che voglio ripetere anche qui che nel Partito democratico c’è spazio, come è nostro costume, per una discussione larga e libera sul dopo elezioni e sulle prospettive del nostro partito, ma non per dibattiti autoreferenziali che potrebbero allontanarci dal senso comune dei nostri concittadini.
Buon lavoro. Approfitto per rivolgere a tutti voi e alle vostre famiglie i miei auguri di Buona Pasqua e vi saluto ringraziandovi per il vostro impegno.
Pier Luigi Bersani
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"Il riordino del secondo ciclo ai nastri di partenza", di Gian Carlo Sacchi
Il riordino che oggi viene inaugurato toglie tutte le aggiunte che in passato avevano contraddistinto le proposte innovative, con finanziamento statale, e apre spazi di flessibilità senza la certezza che questo rimanga, soprattutto sotto forma di personale.
Una scelta anticipata fin dal primo anno contrasta con le politiche dell’orientamento che invece muovono da progressive azioni di evoluzione/differenziazione, mentre qui siamo già in presenza di interventi di recupero/riorientamento. Questo vale in particolare per i rapporti tra istruzione e formazione professionale, che si sono voluti rendere paritari sul piano politico, pur attivandoli con finanziamenti diversificati, ma che il regolamento degli istituti professionali vede anche in termini di possibili integrazioni. Una tale opportunità era prevista già da tempo da leggi regionali o da intese tra regioni e il ministero stesso, specialmente nel primo biennio, ai fini cioè di favorire in modo più equilibrato il predetto orientamento e di conferire maggiore equità ai curricoli, nell’ambito dell’assolvimento dell’obbligo di istruzione e tra formazione generale e professionale.
Le quote di flessibilità potranno dare origine a percorsi pluridisciplinari, anche nella prospettiva del superamento dei rigidi confini delle discipline, verso “aree”, anche se questo obiettivo, pur già presente nella riforma del 2003, sembra ancora lontano. Un altro esempio eclatante a tale riguardo sono le così dette “scienze integrate”, che vengono indicate dai nuovi quadri orari, anche se accanto viene poi denominata una specifica materia. E la matematica, che rimane da sola, non entra nel percorso scientifico?
Ancora un elemento da considerare nell’ottica dell’espansione del curricolo, che va oltre una visione accumulativa dello stesso, è l’insegnamento di una o due materie non linguistiche in una lingua straniera. Ci sono limitate esperienze in tal senso nel nostro sistema e anche limitate speranze che ciò avvenga in tempi brevi in modo generalizzato, soprattutto se si agirà nella ricerca di uno specialista. Bisogna capire se si vuole rimanere nell’ottica dell’affiancamento tra le discipline, oppure mettere in atto processi di collaborazione che, come per l’informatica, colgano sempre di più la dimensione trasversale dei diversi contributi e il loro valore funzionale.
Le suddette quote possono dunque essere usate in due direzioni: per privatizzare progressivamente il sistema, o per dotare i territori delle necessarie autonomie, mantenendo obiettivi di coesione sociale.
Si parla molto dell’utilizzo dei laboratori e del loro indubbio valore formativo, sia sul piano delle motivazioni che delle acquisizioni, non solo sul versante applicativo ma anche critico. Queste attività, “per problemi e progetti”, si inseriscono bene nell’evoluzione del processo formativo per competenze, nell’apprendimento in situazioni così dette non formali, ma si vorrebbe evitare di rimanere nella pura utopia se non si interviene anche nel campo delle condizioni che favoriscono una tale metodologia. Partiamo dalle infrastrutture, che, a parte alcuni interventi sulle nuove tecnologie, è molto tempo che non vengono rinnovate. Non ci vogliono inchieste giornalistiche per dimostrare che a partire dall’edilizia tale situazione manifesta spaventose carenze; dove i laboratori sono efficienti lo si deve perlopiù agli enti locali o a efficaci collaborazioni con il mondo aziendale, a contributi delle famiglie o a sponsorizzazioni di vario genere. Proseguiamo con i tagli dei docenti tecnico-pratici e agli assistenti tecnici, che pur potrebbero essere utilizzati anche in modo migliore.
Si sa che il laboratorio, se non è semplicemente dimostrativo, ha bisogno di tempi lunghi, di percorsi coerenti e coesi, di un’organizzazione davvero flessibile che non è compatibile con gli attuali parametri contrattuali. Tutto questo oggi è sempre più necessario che si raccordi con i tirocini nelle imprese: tutor scolastico e tutor aziendale, previsti anche nei licei, anch’essi però scarsamente sostenuti finanziariamente.
La didattica laboratoriale deve essere un momento attivo, tra l’apprendimento logico-sistematico della scuola e quello empirico-problematico dei luoghi di lavoro, ma potrà senz’altro diventare una strategia per coinvolgere l’intero curricolo, tra la scuola e il territorio.
L’introduzione dei dipartimenti disciplinari, la presenza dei predetti comitati scientifici costituiti con personale esterno, mettono la scuola in un percorso di ricerca e di innovazione permanente, ma la sua organizzazione, soprattutto gli orari del personale, già oggi non consentono di utilizzare i dispositivi previsti dai provvedimenti sull’autonomia.
Il passaggio veramente epocale di cui tanto si parla non sta tanto nell’ammodernamento dei percorsi formativi, cui hanno fatto riferimento tutte le modifiche fin qui intervenute, ma nella loro gestione; se la scuola cioè debba cambiare solo dal centro o possa autoregolarsi, se “coniugare tradizione e innovazione” dipenda dall’autonomia, che quindi comprende le sperimentazioni realizzate dalle scuole stesse in armonia con i territori, o da processi di periodica normalizzazione, come sembra sia anche quello in atto, nonostante parli di flessibilità, che in pratica però sia possibile realizzare sotto forma di opzioni predeterminate per quanto riguarda le materie e i relativi docenti.
Non si può non condividere l’idea di valorizzare la qualità degli apprendimenti piuttosto che la quantità delle materie, ma non può essere questo il movente per operare in modo unilaterale un notevole sfoltimento orario; la comparazione con Paesi come la Finlandia in cui si ottengono migliori risultati nelle ricerche internazionali non dipendono certo soltanto dal minore carico per gli studenti, ma anche da politiche diverse di governo del personale e del sistema sul territorio.
Se meno sia meglio è ancora tutto da dimostrare; sul più, uniforme e centralistico, forse qualcosa da cambiare c’è!
Andare oltre si potrebbe con contratti di natura privatistica, ma occorre di nuovo domandarsi con quali risorse, per arrivare, come già si diceva nella famosa legge 59/1997, all’autonomia finanziaria delle scuole.
E qui rischia di franare anche l’attuale riordino: semplificare può voler dire impoverire, mentre la riorganizzazione fa rientrare dalla finestra ciò che ciascun istituto, anche in relazione alle altre realtà del territorio e ai risultati attesi dalle ricerche nazionali e oltre, ritiene utile per sostenere la qualità del suo percorso. Al nodo dei finanziamenti devono pensare tutti coloro che hanno responsabilità nel governo del sistema, ai diversi livelli, compresi i “premi”, anche sul piano fiscale, che derivano dai risultati ottenuti da territori così detti virtuosi e dalla consapevolezza che matura nella comunità sulla base della partecipazione all’elaborazione di standard nazionali e locali. È sempre possibile quindi intervenire con fondi perequativi statali, ma sia chiaro che ciascuno deve fare la sua parte: il federalismo non può tollerare l’assistenzialismo.
È necessario che i vari settori scolastici si riorganizzino, ma attenzione a non creare steccati; già si è visto che le “passerelle” sono perlopiù degli scivoli, perché pur articolando le metodologie si deve condividere l’equità dei curricoli. Sono in gioco i diritti di tutti, pur essendo necessario promuovere i percorsi per ciascuno, ma anche l’efficacia dell’integrazione tra formazione generale e professionale, soprattutto se l’obbligo di istruzione viene assolto attraverso “diverse” modalità.
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"La lezione del colle", di Massimo Giannini
Con il rinvio alle Camere della legge che aggira l’applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori il capo dello Stato scrive una bella pagina nella storia della democrazia italiana. In questo atto di Giorgio Napolitano (che Repubblica aveva anticipato il 15 marzo scorso) c’è una grande lezione, sul merito e sul metodo. Una lezione che va al di là di tutte le polemiche, le forzature e le strumentalizzazioni con le quali troppo spesso, in questo sciagurato Paese, si accompagnano le scelte e le parole del Quirinale. La lezione sul merito è fortissima. Basta leggere il “titolo”, per capire che in quel provvedimento c’è qualcosa che non va: “Deleghe al governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione degli enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi per l’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro”.
Un guazzabuglio di norme astruse e incoerenti, nato con 9 articoli e 39 commi, poi gonfiato a dismisura fino a 50 articoli e 140 commi “riferiti alle materie più disparate”, come recita testualmente il messaggio con il quale il presidente lo ha rinviato al Parlamento. “Ho già avuto altre volte occasione di sottolineare gli effetti negativi di questo modo di legiferare sulla conoscibilità e comprensibilità delle disposizioni, sulla organicità del sistema normativo e quindi sulla certezza del diritto”, osserva il capo dello Stato, nel chiedere alle Camere di rimodellare quel Frankenstein giuridico che gli è piovuto sul tavolo.
Ma il vero aspetto irricevibile di quel “mostro” normativo (come avevamo scritto ampiamente su questo giornale) riguarda l’articolo 31, che introduce l’arbitrato come forma di composizione delle controversie di lavoro alternative al ricorso al giudice, e per questa via, di fatto, consente al datore di lavoro l’aggiramento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Napolitano non boccia in assoluto l’istituto dell’arbitrato, che merita di essere valutato “con spirito aperto”. Ma esige che queste formule di conciliazione “siano pienamente coerenti con i principi di volontarietà dell’arbitrato e della necessità di assicurare una adeguata tutela del contraente debole”, come prevede una consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale. Ebbene, l’articolo 31 della legge non risponde affatto a questa esigenza, e per ragioni che vanno persino al di là dell’implicita “disapplicazione” dell’articolo 18 che comporterebbe. La norma voluta dal governo prevede la possibilità di ricorrere all’arbitro non solo al momento in cui insorga una controversia, ma anche al momento della stipulazione del contratto di lavoro, con un’apposita clausola compromissoria. Questo, per Napolitano, non è accettabile poiché “la fase della costituzione del rapporto è il momento nel quale massima è la condizione di debolezza della parte che offre la prestazione di lavoro”. Non solo. Il capo dello Stato giudica non accettabile anche il ricorso all’arbitrato “secondo equità”, cioè “in deroga alle disposizioni di legge”, senza precise specificazioni sui cosiddetti “diritti indisponibili”, anche “al di là di quelli costituzionalmente garantiti”. Per finire, il capo dello Stato respinge anche le norme che riguardano il personale imbarcato su navigli militari, che non prevedono tutele adeguate nell’ipotesi di incidenti causati dal contatto con l’amianto.
Dunque, con questo rinvio alle Camere deciso dal Quirinale hanno vinto i molti giuristi che, nelle settimane scorse, avevano evidenziato l’incostituzionalità della legge. Ha vinto la Cgil di Guglielmo Epifani, che si era mobilitata contro il provvedimento, annunciando un ricorso alla Consulta. E sul fronte opposto ha perso il governo che non ha voluto ascoltare, e insieme la Cisl e la Uil che con troppa solerzia, insieme alla Confindustria, si sono affrettate a sottoscrivere un “avviso comune”, nella miope e pretenziosa convinzione che l’ennesimo “accordo separato” potesse supplire alle manchevolezze di una legge. Ha perso il ministro Sacconi, che con troppa arrogante sicumera aveva annunciato che la legge non sarebbe mai cambiata perché era perfetta così. E con lui hanno perso tutti quelli che, usando a sproposito e senza vergogna il nome del povero Marco Biagi, continuano a manipolare a proprio uso e consumo le sue idee, brandendole come arma ideologica nella battaglia sui diritti del lavoro. Volendo, tra i perdenti ci sarebbero da aggiungere anche quegli house-organ della destra che, il giorno dopo l’anticipazione di “Repubblica” sulle intenzioni del capo dello Stato, inocularono le loro solite dosi di veleno nel dibattito pubblico. “Perfino il Quirinale è stufo delle bufale di Repubblica”, “Le balle di Repubblica irritano Napolitano”: erano i titoli del Giornale e di Libero del 16 marzo. Episodi che suggerirebbero una riflessione più profonda, sullo stato dell’informazione in questo Paese. Ma nel caso specifico non vale la pena: da tempo, in alcune redazioni non si fa più giornalismo, ma solo squadrismo.
La lezione sul metodo è chiarissima. Per la prima volta dall’inizio del suo settennato, il presidente usa i poteri che gli conferisce l’articolo 74 della Costituzione. Rifiuta la promulgazione di una legge, e con messaggio motivato chiede alle Camere una nuova deliberazione, che tenga conto dei suoi rilievi al testo. Siamo dunque all’interno della pura e semplice fisiologia costituzionale, cioè della più naturale e ortodossa dinamica dei rapporti istituzionali. Il governo presenta una legge, il Parlamento la approva, il capo dello Stato solleva dubbi, ravvisa antinomie, e la rinvia chiedendone una revisione. Sarebbe la “normalità”, in un Paese normale. Ma in Italia lo è molto meno. Per due ragioni. La prima ragione: a causa delle continue spallate che l’esecutivo assesta a tutti gli altri poteri (il legislativo e il giudiziario, per non parlare delle più alte magistrature dello Stato, dalla Consulta alla stessa presidenza della Repubblica) anche l’usuale esercizio delle prerogative del capo dello Stato viene decrittato, di volta in volta, o come uno “schiaffo”, o come un “cedimento” ai voleri del capo del governo. Non è così, e meno che mai in questa circostanza. La seconda ragione: proprio per evitare questa perversa e fuorviante “ermeneutica” politica degli atti presidenziali, da alcuni anni, e in particolare con il settennato di Carlo Azeglio Ciampi, il Colle aveva rilanciato un’altra formula, molto cara a Luigi Einaudi. La cosiddetta “moral suasion”, cioè quel meccanismo di gestione e consultazione “preventiva” sulle leggi volute dal governo, rispetto alle quali la presidenza della Repubblica dà consigli e suggerimenti in corso d’opera, prima o durante il dibattito parlamentare. L’obiettivo della “moral suasion” è chiaramente quello di far sì che al Colle, ad approvazione avvenuta, arrivi un testo sicuramente già “compatibile”, sul piano della legittimità costituzionale e dell’opportunità politica, e dunque immediatamente promulgabile.
Ebbene questo meccanismo, per poter funzionare e dare frutti, poggia su fondamenta precise: la “leale collaborazione tra le istituzioni”. Non si può dire che sia stata e sia questa, la cifra dei rapporti che Berlusconi ha intessuto con gli inquilini del Quirinale. Sia pure con toni e sfumature diverse, da Scalfaro a Ciampi, fino a Napolitano, gli attacchi e i conflitti innescati dal Cavaliere sono stati quasi all’ordine del giorno. Dunque, in questo “no” deciso dal capo dello Stato si potrebbe anche leggere, in traluce, una svolta rispetto al più recente passato. Quasi un ritorno, dalla consuetudine costituzionale, alla Costituzione formale. Cioè dal tentativo non scritto di “co-gestione” ex ante implicito nella “moral suasion”, al dispositivo sancito dall’articolo 74 con la formula ex post del rinvio alle Camere. Se così fosse il capo dello Stato, restringendo apparentemente quella che Giuliano Amato definiva “la fisarmonica dei poteri presidenziali”, in realtà tornerebbe ad ampliarli fino alla loro massima estensione. Perché questo è il diniego di promulgazione di una legge e la richiesta di una nuova deliberazione: un potere al quale il capo dello Stato può ricorrere non solo per motivi di manifesta incostituzionalità o mancanza di copertura finanziaria, ma anche per ragioni di opportunità politica o coerenza giuridica.
Qui sta la lezione sul metodo di Napolitano. Con questa sua scelta, forse, si chiude una stagione. E ne comincia un’altra, non meno densa di incognite, ma probabilmente caratterizzata da una dialettica istituzionale più chiara. Teoricamente meno serrata, ma potenzialmente perfino più traumatica. Ed è giusto così. Sul cammino impervio delle riforme non possono esserci zone grigie. Tocca al governo assumersi fino in fondo tutte le sue responsabilità.
La Repubblica 01.04.03
"Il bluff dei grandi lavori l´Italia dei cantieri promessi e mai aperti", di Ettore Livini
Investimenti pubblici giù dell´8% Nessuna ripresa in vista nei prossimi due anni, boom degli appalti a trattativa privata Per le opere minori spesi solo 20 milioni degli 800 promessi da Palazzo Chigi. Niente soldi per riparare le buche aperte dal gelo dell´inverno sulle strade italiane. Pochi spiccioli (un quarto di quelli necessari) per sistemare le scuole un po´ cadenti del Belpaese. L´Italia delle grandi (e piccole) opere infrastrutturali è rimasta al verde.
I soldi da Roma – causa crisi – arrivano con il contagocce. Comuni e Regioni, bloccati dal patto di stabilità, hanno tagliato drasticamente gli interventi. E i cantieri, spesso dopo pompose inaugurazioni, non partono: gli investimenti pubblici in infrastrutture – stima l´Associazione nazionale costruttori edili – già calati del 5,1% nel 2008, sono scesi lo scorso anno dell´8,1%. Degli 11,2 miliardi di soldi statali promessi per lo scorso anno se ne sono materializzati solo 6,6. Non solo: di questa somma un miliardo è servito a finanziare lavori già avviati (Mose e ferrovie del sud), 1,3 sono stati girati al Ponte di Messina e ben 2,2 miliardi a lavori per cui non esiste nemmeno il bando di gara. Le nuove opere effettivamente assegnate sono pari solo a 200 milioni, meno di un cinquantesimo della somma teoricamente disponibile.
Se le grandi opere si muovono al rallentatore, quelle piccole – la riparazione delle buche sulle strade, gli interventi per la prevenzione di frane e smottamenti – sono quasi congelate. Il piano 2009 del governo prevedeva un investimento di 800 milioni (spiccioli rispetto agli 8 miliardi spesi dalla Spagna di Zapatero e dai 5,6 messi in campo da Parigi). In cassa ne sono arrivati poco più della metà, 413. Ma i lavori realizzati davvero sono solo – secondo l´Ance – 20 milioni. Le spese totali in piccole opere – compresi gli stanziamenti degli enti locali nel 2009 – sono calate del 30% lo scorso anno e di un altro 30% nei primi due mesi del 2010.
L´unico settore che ha fatto l´en-plein è quello carcerario: il governo aveva promesso 200 milioni e 200 ne sono arrivati. Del miliardo di euro stanziato nel 2009 con la grancassa per l´edilizia scolastica (già penalizzata dal taglio di 111 milioni ai provveditorati) sono stati assegnati solo 234 milioni. Il miliardo ottenuto dal Ministro all´ambiente Stefania Prestigiacomo per gli interventi straordinari a difesa dell´equilibrio idrogeologico italiano è per ora solo sulla carta, visto che privo di coperture.
Il taglio agli investimenti, ovviamente, si spiega con la necessità di salvare i conti dello Stato in un momento difficilissimo per l´economia mondiale. «Il problema è che il peggio deve ancora arrivare – prevede Lorenzo Bellicini, direttore del Cresme –. Il 2010 e il 2011 saranno gli anni più difficili per i costruttori». La stessa relazione previsionale e programmatica del governo per il 2010 vola basso: – 13,1% di lavori previsti per il prossimo anno, – 7,6% quello successivo. L´unica nicchia di mercato che sembra tenere sono gli investimenti in partnership tra pubblico e privato (+4,9%) e quelli delle municipalizzate (+2,5%). Le aziende a controllo pubblico, invece, continuano a ridurre il loro impegno: le Fs – complice anche il completamento dell´alta velocità – hanno dimezzato a 1,2 miliardi i bandi d´appalto per il 2009. L´Anas li ha ridotti del 10%. E per le strade italiane sono in vista tempi bui, visto che l´associazione si è vista azzerare gli stanziamenti pubblici per gli investimenti dalla Finanziaria 2010.
Al di là delle polemiche sugli interventi emergenziali fuori dai paletti delle regole d´appalto della Protezione civile, tra l´altro, il livello di trasparenza dei (pochi) investimenti fatti è andato poco a poco deteriorandosi. Nel 2008 gli affidamenti di lavori pubblici a trattativa privata, cioè senza una gara, sono stati pari all´8,9%. Il doppio del 2006.
La Repubblica 01.04.10
Piemonte, effetto Cota: bloccherò la RU486
Il cammino perchè le donne italiane possano abortire con la pillola Ru486, in ospedale o in day hospital, potrebbe essere più lungo del previsto. Un segnale forte della nuova aria che tira nelle regioni arriva dal neo presidente del Piemonte, Roberto Cota, che ha già fatto che le confezioni arrivate nella sua regione potrebbero restare nei magazzini, spiegando di pensarla in modo «completamente diverso» dall’ex presidente Mercedes Bresso. «Sono per la difesa della vita – ha detto Cota – e penso che la pillola abortiva debba essere somministrata quanto meno in regime di ricovero». E sulle scatole già arrivate, la conclusione polemica è che per lui «potranno marcire nei magazzini».
Parole giudicate «stupidaggini» da Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana. «In Italia è garantita la libertà terapeutica, un ambito che riguarda solo il medico, il paziente e il loro rapporto. Tutto il resto sono chiacchiere inutili». Tuttavia è reale la possibilità che i presidenti delle regioni possano rallentare l’arrivo della Ru486 negli ospedali. A spiegarlo è il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella: «Tecnicamente i presidenti delle regioni potrebbero rallentare o anche impedire che il farmaco arrivi negli ospedali non facendolo introdurre nel prontuario regionale». La Ru486 «ha completato tutto l’iter legislativo – precisa Roccella – una volta che l’Aifa ha stabilito il prezzo e autorizzato la messa in commercio secondo il prontuario nazionale. A livello regionale invece l’arrivo della pillola pu• essere rallentato o bloccato sotto un profilo tecnico-economico». La Ru486 può «in teoria non essere inserita nel prontuario regionale – conclude il sottosegretario – sulla base di considerazioni circa il prezzo e la rimborsabilità. Se quindi il farmaco non viene inserito nel prontuario regionale, gli ospedali sul piano pratico non potrebbero poi ordinarlo. Tuttavia, in un’eventualità del genere, si aprirebbe poi un problema con l’Aifa, perchè il prontuario nazionale è il suo».
Intanto i medici chiedono chiarezza. I ginecologi degli ospedali lombardi, riunitisi per elaborare un protocollo condiviso sull’impiego del farmaco, chiedono linee guida nazionali più precise per la legge 194 sull’aborto, che specifichino meglio come comportarsi nell’impiego della RU486. Tutti sono intenzionati a rispettare in modo «assoluto le disposizioni che prevedono il ricovero ordinario per tre giorni». Anche se rimane la possibilità che la donna firmi anticipatamente e di sua volontà l’autodimissione: «Rispetto a questo ovviamente non possiamo fare nulla – precisa Mauro Buscaglia, del San Carlo Borromeo di Milano – se non dare alle donne tutte le spiegazioni in fase preventiva per dimostrare l’utilit… del ricovero». Tuttavia, ribadiscono i medici, «la RU486 non sarà negli ospedali da domani, ma da domani le farmacie ospedaliere potranno avviare la procedura per richiederla. Le prime dosi del farmaco potrebbero tranquillamente arrivare dopo Pasqua».
L’Unità 01.04.10
"Critiche di forma e di sostanza", di Michele Ainis
Fin qui Giorgio Napolitano non ha certamente fatto scialo dei propri poteri. Li ha usati con moderazione, preferendo la moral suasion al trillo del fischietto. Oppure non li ha usati affatto, come il potere d’indirizzare messaggi solenni al Parlamento. Fino a ieri, quest’ultimo era anche il caso del potere di rinvio, mai esercitato per l’appunto dall’undicesimo Presidente della Repubblica italiana.
E dunque, che significato assume il fatto nuovo? È il segno di una svolta, d’un atteggiamento indocile che marcherà gli ultimi tre anni di questo settennato? È solo un’occasione presa al balzo per rintuzzare, colpendo una legge secondaria, le critiche di chi lamenta l’eccessiva prudenza del Capo dello Stato?
Tranquilli: è la normalità costituzionale. Il rifiuto di promulgazione non è un trauma, non innesca terremoti nella nostra cittadella pubblica. Nemmeno quando cade su leggi tutt’altro che insignificanti, come nel caso di specie. A patto d’intendersi però sul perimetro concettuale che ne delimita i confini. Un equivoco allevato sia a destra che a sinistra assegna al presidente un ruolo di garante circa la costituzionalità degli atti normativi sottoposti alla sua firma. Da qui il tiro al piccione. Hai promulgato il lodo Alfano? La Corte Costituzionale invece lo ha colato a picco, evidentemente non conosci il tuo mestiere. Rinvii alle Camere la nuova disciplina del lavoro? Domani, chissà, questa stessa disciplina uscirà indenne dalla mannaia della Consulta.
Errore: non sull’incostituzionalità dell’una o l’altra legge, quanto piuttosto sul tipo di giudizio affidato al Presidente. Non la legittimità, bensì l’opportunità costituzionale rappresenta il suo binocolo, il suo metro di misura. Altrimenti la suprema magistratura dello Stato verrebbe smentita a giorni alterni da qualunque magistrato: il diritto, si sa, è opinabile quanto e più dell’arte. Ma il presidente rappresenta l’unità nazionale, ed è a tale specifica funzione che restano ancorate tutte le sue competenze. Se una legge provoca lacerazioni nel tessuto sociale, se è indigesta per gran parte dell’opinione pubblica, se si accanisce sui più deboli, basta e avanza per chiedere al Parlamento di ripensarci sopra. E infatti non a caso il messaggio di Napolitano, benché molto dettagliato, non fa mai cenno all’incostituzionalità della legge rinviata.
Vi risuona però una doppia critica: formale e sostanziale. E su entrambi i fronti la critica appare – questa sì – opportuna. In primo luogo gioca per esempio l’art. 20 della legge, che detta un’interpretazione «autentica» dopo 55 anni d’incontrastata applicazione della legge interpretata: un trucco, che ha il solo scopo d’accompagnare la modifica con un effetto retroattivo. Ma più in generale gioca l’abito cucito addosso alla nuova disciplina nella nostra sartoria legislativa. In origine erano 39 commi dislocati in 9 articoli; durante l’esame parlamentare i commi sono diventati 140, gli articoli 50, che s’allungano per 35 pagine a doppia colonna. E i contenuti? Un’insalata mista dove c’è spazio per il doping, i dottorati di ricerca, le vaccinazioni obbligatorie, la privacy, i medici sportivi, i portatori di handicap, le pensioni, i vigili del fuoco, le pari opportunità e molte altre verdure. Insomma mentre il ministro Calderoli brucia in piazza qualche dinosauro normativo, il mostro risorge ancora più cattivo.
E c’è poi la questione sostanziale, che ovviamente tocca la materia del lavoro. Qui il capolavoro è l’art. 31, dove s’affollano 2607 parole però manca ogni parola sullo statuto dei lavoratori. Eppure la vittima sacrificale è proprio quella vecchia legge del 1970, benché non venga mai citata per nome e cognome. Un altro trucco, un’altra garanzia svuotata, anziché soppressa a chiare lettere. Ma se da domani i giovani in cerca di lavoro perdessero la piena tutela contro i licenziamenti ingiusti, alla fine della giostra ci rimetteremmo tutti, anche chi ha già raggiunto l’età della pensione. Perché i diritti si tengono l’uno con l’altro, come i muri portanti delle case. Perché quella legge è figlia della migliore stagione dei diritti che abbiamo attraversato: la stagione del divorzio, della riforma penitenziaria e sanitaria, dei manicomi chiusi, del nuovo diritto di famiglia. E perché adesso c’è bisogno di guardare avanti, non di tornare indietro.
La Stampa 01.04.10
"In Italia non ci sono più i ricchi. Solo l’1% sopra i 100mila euro", di Marco Ventimiglia
Le dichiarazioni dei redditi per il 2008 evidenziano nuovamente i gravi squilibri del Paese p Lombardia in testa, a pagare sono soprattutto dipendenti e pensionati. Cgil: fisco da riformare. Sono le ultime dichiarazioni dei redditi disponibili, presentate nel 2009 e relative all’anno precedente, e fotografano un Paese dove la ripartizione dei guadagni fra la popolazione non può certo definirsi equa, poco importa se trattasi di una situazione comune alla maggioranza delle nazioni occidentali. In particolare, sono418 mila i «Paperoni » d’Italia, ossia coloro che dichiarano un reddito superiore ai 100 mila euro l’anno, mentre ben 20,9 milioni di persone non superano i 15 mila, un livello al di sotto del quale, specie se si ha una famiglia da mantenere, si può ben parlare di una condizione vicina alla povertà. I dati sono stati diffusi ieri dal Dipartimento delle Finanze del Tesoro, e comunque li si guardi attestano una realtà incontrovertibile, quella di uno squilibrio assai poco in sintonia con una società pienamente democratica. Dei circa 41,8 milioni dei contribuenti, due terzi dichiara non più di 20 mila. Circa l’1%, invece – appunti i 418 mila di cui sopra – ha superato i 100 mila euro, pagando così il 18% del totale dell’ imposta. Ed ancora, solo il 13% dei contribuenti ha dichiarato redditi oltre i 35 mila euro pagando il 52% del totale dell’imposta. Numeri pesanti, anche perché oltre a mettere in rilievo grandi aree di disagio sociale, sottintendono un’altra piaga del Paese, ovvero l’elevato grado di evasione fiscale, parziale o addirittura totale, che fa passare per indigenti persone che non lo sono affatto.
SQUILIBRI MARCATI Se il reddito medio Irpef del contribuente italiano risulta pari a 18.873 euro, il dato va naturalmente “scomposto” su scala locale. E così emergono fatti storicamente noti, vale a dire il notevole gap di ricchezza fra le regioni del Nord e quelle meridionali. Stando alle dichiarazioni relative al 2008, la Lombardia conferma il primato per il reddito complessivo medio (pari a 22.540 Euro); all’estremo opposto troviamo la Calabria con 13.470 Euro. In relazione all’imposta netta, invece, il valore medio maggiore è quello del Lazio (5.740 Euro), il minore della Basilicata (3.370 Euro). Per quanto riguarda la tipologia di reddito, il reddito medio da lavoro dipendente è pari a 19.640 euro (+1,9% rispetto all’anno precedente), quello da pensione a 13.940 euro (+3,7%), quello da partecipazione a 17.350 euro (-2,4%). I redditi d’impresa e da lavoro autonomo si attestano invece a 18.140 euro e a 38.890 euro. «Dai dati continua ad emergere un paese diseguale in cui a pagare la crisi sono sempre gli stessi: lavoratori dipendenti e pensionati, più in generale gli onesti», ha commentato il segretario confederale della Cgil, Agostino Megale. Che ha aggiunto: «Alla luce di questi dati la riforma perunfisco giusto nonè più rinviabile ». Sulla stessa linea Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del Pd: «I dati delle dichiarazioni fiscali confermano due fenomeni. Il primo, le inaccettabili ingiustizie sociali determinate dall’enorme evasione. Il secondo, l’allargamento dell’area dell’evasione fiscale».
L’Unità 01.04.10
