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"Giovani, allarme lavoro il tasso di disoccupazione schizza al 28,2 per cento", di Luca Iezzi

Rimane alto l´allarme disoccupazione. A febbraio il tasso dei senza lavoro si conferma all´8,5%, il livello peggiore da sei anni a questa parte. Risultato particolarmente negativo per la fascia tra i 15 e i 24 anni che con il 28,2% è tra i peggiori d´Europa che invece ha una media del 20,6%. Secondo il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni: «La disoccupazione giovanile è certamente figlia della crisi internazionale, ma anche di un atteggiamento tutto italiano che penalizza le nuove generazioni».
L´Istat rileva che tra i 2,1 milioni di disoccupati complessivi cresce la componente maschile (+297 mila in un anno, +4000 in un mese) anche se le donne mantengono la percentuale più alta di senza lavoro (9,7% contro il 7,7%). Regge, anche grazie all´estensione della cassa integrazione, il numero complessivo degli occupati a 22 milioni e 806 mila unità, -0,1% in un mese e -1,7% rispetto a febbraio 2009, corrispondente a 395.000 unità.
Parziale consolazione arriva dal confronto europeo: Eurostat ha certificato il nuovo record della disoccupazione al 10% per Eurolandia, le doppia cifra non si vedeva dall´agosto 1998, mentre un anno fa era all´8,8%. Il tasso nella Ue a 27 sale al 9,6% dal 9,5% di gennaio, raggiungendo il nuovo massimo storico dall´inizio della serie statistica nel gennaio 2000. Eurostat stima i disoccupati nell´Ue in febbraio a 23,01 milioni, di cui 15,74 milioni nell´Eurozona. L´incremento rispetto a gennaio è stato di 131.000 unità, di cui 61.000 nell´Eurozona. Rispetto al febbraio del 2009 l´aumento è stato di 3,13 milioni nell´Ue di cui 1,84 nei sedici paesi che utilizzano l´euro. L´unica buona notizia per l´Europa è che la Germania si muove in controtendenza dove l´indice dei disoccupati è sceso all´8% dall´8,1% del mese di febbraio. Le persone in cerca di lavoro sono scese da 3,413 a 3,382 milioni.
«La crisi è a pieno regime ed è ora che gli slogan su un Paese che ne sarebbe fuori cessino e si faccia di più», dice il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni. La Cisl, con il segretario confederale Giorgio Santini, rimarca l´emergenza giovani e chiede «un´azione urgente e strutturale per supportare il loro accesso al lavoro partendo dal rilancio dell´apprendistato». La Uil ribadisce che «se da una parte lo strumento della cassa integrazione ha attutito per molti lavoratori gli effetti della crisi, dall´altra il costante aumento dei disoccupati, è il segnale che gli attuali strumenti di tutela non sono sufficienti» e chiede l´apertura di un confronto con il governo. Provocatorio il presidente dell´Inps Antonio Mastrapasqua: «I giovani possono e devono rimboccarsi le maniche e andarsi a trovare un lavoro. Non è vero che non ci sono. Ci sono artigiani e commercianti che cercano manodopera».
La Repubblica 01.04.10

Scuola, Pd a Gelmini, bene passo in dietro su Resistenza, ma resta figuraccia

“Prendiamo atto della resipiscenza, non è la prima volta, speriamo almeno che sia l’ultima che il governo si presti a queste figuracce. L’inchiesta lanciata ieri da Italia Oggi ha in ogni caso contribuito a mettere in risalto quanto le indicazioni nazionali per i licei non siano una banale elencazione di obiettivi di apprendimento quanto piuttosto il bagaglio culturale che i giovani cittadini devono possedere. La nostra democrazia affonda le radici nella resistenza e nell’antifascismo: è un dato storico che non può essere sottinteso”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

«Brunetta e quei 9 mila voti spariti nell'agguato (elettorale) in laguna», di Gian Antonio Stella

La misteriosa differenza del risultato leghista tra le consultazioni Regionali e Comunali

In attesa del toro, hanno arrostito il torello. C’è chi dirà che no, non è vero che i leghisti abituati a festeggiare ogni promozione di Luca Zaia con uno spiedo di tori hanno infilzato apposta Renato Brunetta nella sua corsa a sindaco di Venezia. Dirà che è stato solo un dannato equivoco. Ma i numeri sono numeri. E dicono che con quei 9 mila voti bossiani misteriosamente svaniti alle Comunali rispetto alle Regionali, il ministro non sarebbe stato buttato fuori al primo turno dalla «sua» città. Lui, il rosolato, fa mostra di averla presa con filosofia. E anche se passa per avere un caratterino fumante («Sono passionale e determinato ma buono come un pezzo di pane», ha spiegato giorni fa a Manuela Pivato, della Nuova Venezia, «Magari sono un po’ incazzoso però sono un pezzo di pane») ieri pomeriggio si è astenuto dal dardeggiare fulmini e saette contro i traditori. E si è messo alla scrivania per spiegare con un piccolo dossier a Berlusconi come mai lui, uno dei ministri di punta, abbia mancato l’obiettivo che pareva a portata di mano: fare filotto. Strappando alla sinistra il capoluogo di una provincia di destra, di un Veneto di destra, di una Padania di destra che proprio a Venezia, dalla famosa discesa del Po del 1996, celebra ogni settembre la sua padanità leghista.

Che il Cavaliere ci contasse, lo aveva ripetuto anche nell’ultima telefonata in diretta fatta un attimo prima che si chiudesse la campagna elettorale: «Caro Renato, ti avevo promesso che sarei venuto lì, ma sono stato bloccato dai troppi impegni. E pensare che stavo per comprare casa a Venezia ma non volevo mettermi nelle mani di un sindaco rosso e non l’ho più comprata». Risate in sala. «Però adesso che tu vincerai potrò venire in una terra non più ostile». Conclusione: «Invito tutti a commettere un peccatuccio: andate a riscoprire le vecchie fidanzate e convincetele ad andare a votare. Vi auguro di realizzare tutti i vostri sogni. Viva Venezia, viva l’Italia, viva la libertà». Prima ancora del capo supremo, come ricordò quella sera lo stesso Brunetta con una spolveratina al suo orgoglio, erano venuti a dare il loro appoggio la bellezza di nove ministri: da Giulio Tremonti ad Angiolino Alfano, da Ignazio La Russa ad Altero Matteoli, da Sandro Bondi a Roberto Maroni, da Andrea Ronchi a Maurizio Sacconi fino allo stesso Umberto Bossi. Che nella veste di indiscusso monarca del Carroccio lo aveva incitato, sul palco di Mestre: «Caro amico, ti sto aspettando, mancate solo voi». Al che il protagonista della battaglia contro i fannulloni aveva risposto solenne: «La Lega è l’alleato più fedele e altrettanta lealtà avrà da me. L’apprezzamento della Lega nei miei confronti è quasi più alto di quello del Pdl». Bum!

Si mangerebbe la lingua oggi, Renato il rosolato, per aver detto quelle parole. Fatti i conti, allo spoglio finale, al ministro della Funzione pubblica sono mancati circa 9 mila voti che i leghisti di Venezia, Mestre e Marghera, andando a votare domenica e lunedì, hanno dato a Luca Zaia e non a lui. Quanto basta perché l’amica Giustina Destro, già sindaco di Padova e oggi parlamentare berlusconiana, sbotti gridando al tradimento: «Mi piacerebbe sentire come se lo spiegano il caso del Comune di Venezia gli amici della Lega così straboccanti di felicità per le “loro” vittorie, che tutte loro non sono, ma altrettanto pronti a scomparire quando si tratta di eleggere un sindaco non loro. Caro Berlusconi, ma sei proprio sicuro che la Lega sia un alleato affidabile?». «Complimenti e un abbraccio affettuoso all’amico Brunetta, colpito da fuoco amico», è l’epitaffio di Fabio Gava, deputato pdl e già assessore regionale. Un caso? Un disguido? Uno sventurato infortunio? Per niente.

La prova è a una settantina di chilometri da Venezia, a Portogruaro. Dove il berlusconiano Angelo Tabaro, segretario regionale alla Cultura, si sentiva ieri mattina già sindaco della cittadina. Come avere dei dubbi? Gli stessi identici elettori votando negli stessi identici giorni negli stessi identici seggi avevano dato a Zaia (non in una provincia come Treviso dove la Lega ha oggi il 49% contro il 15 del Pdl ma in quella di Venezia, la più avara di voti al «Governador») la bellezza del 56%. Al quale andavano aggiunti sulla carta i voti dell’Udc e di un altro paio di liste. Mettetevi al posto suo: si sentiva in una botte di ferro. Sapete com’è finita? I leghisti che alle Regionali erano il 24% sono evaporati alle Comunali riducendosi a un misero 8%. Col risultato che, sorpresa sorpresa, ha vinto al primo turno il candidato del centrosinistra Antonio Bertoncello. Va da sé che, dopo aver telefonato la mattina all’amico Luca felicitandosi per il successo alle Regionali, Brunetta non è che si aspettasse che il nuovo presidente facesse una telefonata a lui nel pomeriggio. Sarebbe stata imbarazzante, dopo l’apertura dei seggi delle Comunali con quel risultato clamoroso che dava la vittoria al primo turno all’avversario Giorgio Orsoni. Però, se non altro per cortesia tra ministri dello stesso governo… Certo è che fino alle sette di sera la telefonata non era ancora arrivata. «Io il mio l’ho fatto, ho la coscienza tranquilla», ripete a tutti il responsabile della Funzione pubblica, «il Pdl e la mia lista hanno preso alle Comunali intorno al 30%. Sei punti in più che alle Regionali. Quelli che mi sono mancati sono i voti della Lega. È una cosa sulla quale bisognerà riflettere. Mettiamola così: l’elettorato della Lega è egoista, se ha un candidato suo lo vota, sennò si distrae… Certo è che se avessi avuto i voti leghisti che ha avuto Zaia avrei vinto al primo turno». Ci riproverà una terza volta, dopo aver già subito due delusioni nei tentativi di diventare sindaco della sua città? Neanche a parlarne. Troppo cocente, questa batosta. Arrivata in controtendenza in questi giorni di festa della destra. Resta il tema che già si era profilato ieri dopo i trionfi leghisti in Piemonte e soprattutto in Veneto: davvero un animale politico come Umberto Bossi, avendo alle spalle una storia personale, politica e partitica che dice il contrario, se ne starà buono buono senza passare all’incasso per sfruttare il momento magico? E la metafora del toro davvero lascia dormire tranquillo Silvio Berlusconi? Per ora, con l’aspirante sindaco di Venezia e l’aspirante sindaco di Portogruaro, i leghisti hanno già passato sui carboni ardenti, come dicevamo, un torello e un capretto sacrificale. Ma lo spiedo che prediligono, sia chiaro, è un altro. E una volta accese le braci…

Articolo 18, Napolitano non firma il ddl sul lavoro

«Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha chiesto alle Camere, a norma dell’art. 74, primo comma, della Costituzione, una nuova deliberazione in ordine alla legge: “Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione degli enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonchè misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro”, si legge in un comunicato del Quirinale. E’ la prima volta che l’attuale presidenza rinvia un provvedimento.

«Il Capo dello Stato è stato indotto a tale decisione dalla estrema eterogeneità della legge e in particolare dalla complessità e problematicità di alcune disposizioni – con specifico riguardo agli articoli 31 e 20 – che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia delicatezza sul piano sociale. Ha perciò ritenuto opportuno un ulteriore approfondimento da parte delle Camere, affinchè gli apprezzabili intenti riformatori che traspaiono dal provvedimento possano realizzarsi nel quadro di precise garanzie e di un più chiaro e definito equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale», aggiunge il comunicato.

Il rinvio alle Camere è motivato in un messaggio lungo dieci cartelle. Verrà letto in aula a Montecitorio, alle 15.

«La Cgil esprime soddisfazione e apprezzamento per la decisione del Quirinale». È quanto afferma il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, commentando il rinvio alle Camere del ddl lavoro deciso dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «È una decisione – prosegue – che conferma le considerazioni della Cgil sugli aspetti critici del provvedimento. È di tutta evidenza l’intempestività di una dichiarazione comune su una legge – conclude Epifani – nemmeno ancora promulgata nè pubblicata sulla Gazzetta ufficiale».

Dopo il monito del Quirinale, la risposta del governo. Il ministro del Lavoro, Sacconi: “Terremo conto dei rilievi, proporremo alcune modifiche”

da www.unita.it

«Quel potere del mondo produttivo che rischia di svendere l'università», di Dario Antiseri

L’istituzione dell’abilitazione scientifica nazionale – prevista nel Disegno Di Legge per la riforma dell’Università (Titolo III, art. 8) – appare come la migliore proposta, tra quelle già sperimentate e tra le altre immaginate, per il reclutamento dei professori universitari. Le commissioni giudicatrici attestano l’idoneità scientifica, nei diversi settori scientifico-disciplinari, dei candidati; e successivamente le Università scelgono fra gli «abilitati» coloro che vengono giudicati più adatti per i progetti di ricerca in corso e quelli in programma per il futuro e più idonei per una qualificata didattica. Fondamentale, poi, per l’intera architettura del progetto di riforma, è «l’introduzione di un sistema di valutazione periodica da parte dell’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione Università e Ricerca) dell’efficienza e dei risultati conseguiti nell’ambito della didattica e della ricerca dalle singole università e dalle loro articolazioni interne». Ebbene, una volta stabiliti questi due punti si dovrebbe lasciare la più ampia autonomia alle Università nell’articolazione dei loro statuti e nella programmazione dei loro progetti. Ma questa necessaria autonomia viene soffocata in più punti dal Disegno di Legge: risulta eccessivo il potere concesso ai Rettori; sminuite sono le funzioni del Senato accademico; esorbitante il potere concesso al Consiglio di amministrazione. Cosa, quest’ultima valutata molto positivamente da Gianfelice Rocca, Vice-Presidente di Confindustria per l’Education sul «Corriere della Sera» del 24 marzo.
Undici è il numero massimo dei membri del Cd.a. Nel Disegno di Legge si parla, tra l’altro, della «non appartenenza di almeno il quaranta per cento dei consiglieri ai ruoli dell’Ateneo». Chi nomina o sceglie, e con quali criteri, questi consiglieri esterni? Interrogativo davvero nevralgico , soprattutto se si tiene conto che al C.d.a. sono attribuite anche «funzioni di indirizzo strategico» e la competenza «a deliberare l’attivazione e la soppressione di corsi e sedi». Se su questi punti non si procederà con la massima chiarezza è possibile che, per il pretesto di maggiore efficienza e snellezza nelle procedure decisionali, rilevanti pezzi della nostra Università cadano sotto la mannaia di astuti interessati odi presuntuosi incompetenti. Insomma:consigli saggi e proposte intelligenti possono venire da ovunque ma chi è deputato a prendere decisioni deve sopportarne la responsabiitì. Se un’Università o delle Facoltà non raggiungano i loro scopi, vale a dire «falliscono» (con grave danno degli studenti), come saranno sanzionati i consiglieri di Amministrazbne? E supponiamo che industriali, imprenditori e bancari cerchino di affollare, nei loro interessi ma anche per ideali più nobili ed alti, i C.d.a. delle nostre Università, dico a Gianfelice Rocca che in ciò non ci sarebbe nulla di male ma solo a patto che costoro apportino all’Università quote di denaro corrispondenti al peso che loro hanno nel C.d.a..
Potere di decisione senza responsabilità è un tratto caratteristico del più irresponsabile statalismo e non una proposta liberale. Cosa ne pensa Rocca? E poi c’è anche il guaio che di mecenati da noi non se ne vedono. Rocca ne conosce qualcuno?
Per queste ragioni è singolare sconcertante, per essere chiari che, in una lettera del 12 gennalo di quest’anno al ministro Geimini il Governatore della Banca D’Italia Mario Draghi abbia manifestato l’opportunità che «la maggioranza dei membri del C.d.a. non provenisse dai ruoli dellAteneo, elevando l’attuale soglia minima del quaranta per cento». La nostra Università con tutti i suoi difetti e problemi, essendo sottoposta da anni ad una fiamma ossidrica di riforme e controriforme resta il cuore pulsante della Nazione e non deve essere svenduta. E vale oggi come ieri l’ammonimento di Goethe: «Nulla è più funesto dell’ignoranza attiva». E degna del più ampio consenso la preoccupazione relativa alla formazione dei nostri giovani in vista del loro ingresso nel mondo del lavoro. Ma c’è da sperare che in questa preoccupazione non si nasconda il pericolo di una supervalutazione della ricerca «applicata» (con lo storno della maggior parte delle risorse in questa direzione), l’abbandono al loro destino delle Facoltà umanistiche (presidio tra l’altro della coscienza critica della nostra tradizione) e la messa in secondo ordine della ricerca di base in ogni ambito scientifico. Per dirla con John Dewey, «non ci si guadagna molto a tenere il proprio pensiero legato al palo dell’uso con una catena troppo corta».

Per concludere, due inevitabili interrogativi.
Se, pur con difetti eliminabili tramite opportune misure, la tenure track dovrà valere per i ricercatori a tempo determinato in attività nel nuovo regime, perché dunque tenendo anche conto che nel giro di dieci anni andranno in pensione circa 30mila docenti di ruoli non applicare la stessa misura agli attuali 26mila ricercatori, malpagati e con carriere bloccate, ma senza il cui contributo nella ricerca e nella didattica l’Università Italiana dovrebbe chiudere i battenti?
E perché non venire incontro a decine di migliaia di studenti fuori sede (e alle loro famiglie) con un serio programma pluriennale di edilizia per studenti universitari, come è stato fatto in Francia, in Spagna e soprattutto in Germania? il nostro sistema universitario dispone di 36mila posti letto. Ne servono 200mila. E’ inutile dire che l’impossibllità per tanti giovani di scegliere sedi più prestigiose e di spostarsi da un’Università ad un’altra equivale a un blocco della competitività esercitata dal basso, all’interno del sistema universitario. Si costruisca, certo, il ponte sullo Stretto di Messina, ma al tempo delle vacche grasse. Ora premono altre urgenze.

dal Corriere della Sera del 29.3.2010

«All'università senza Lingua e letteratura», di Francesco Erbani

Rischiano di sparire i dipartimenti specifici dove studiare Petrarca o Montale. Santagata: “Tutti razionalizzano ma in nessun paese d’Europa succede una cosa così”

SI CHIAMERANNO dipartimenti di Lettere antiche e moderne. Oppure di Filologia. Oppure si inventeranno altre denominazioni e forse si scatenerà la fantasia: rischiano comunque di sparire dalle università i dipartimenti integralmente dedicati alla lingua italiana e alla sua letteratura. Potrebbe essere solo una faccenda nominale, ma secondo molti docenti di italianistica, soprattutto degli atenei più grandi, c’è anche sostanza. Ed è per questo che lanciano un allarme: non è possibile, denunciano, che mentre si avvicinano i centocinquant’anni dall’Unità l’accademia spinga in un angolo gli insegnamenti che più rappresentano il patrimonio condiviso degli italiani. Cioè la loro lingua e la loro letteratura.

Dice Marco Santagata, studioso di Petrarca e autore di Il filo rosso, uno dei più fortunati manuali per i licei, professore alla Statale di Pisa: «Molti rettori e molti senati accademici stanno anticipando alcune delle norme contenute nella riforma Gelmini, che è ancora in discussione in commissione Cultura al Senato. Fra queste, una prevede che per formare un dipartimento ci vogliono fra le quaranta e le cinquanta cattedre. Si tratta di una misura condivisibile. Dovrebbe evitare sprechi, impedendo che ci siano dipartimenti finti con solo quattro insegnamenti. Ma va attuata con buonsenso. Per noi sarebbe un disastro: gli storici della letteratura o della lingua italiana per costituire un dipartimento devono allearsi con altre discipline. Sta già avvenendo. E la conseguenza è che spariscono i dipartimenti con un riferimento diretto alla nostra lingua e alla nostra letteratura».

Si fa dunque un gran parlare di difesa della lingua italiana dall’assalto, vero o presunto, di altri idiomi. Ma poi un ragazzo che si iscrive al primo anno di Lettere e vuole studiare Petrarca, Manzoni o Montale farebbe fatica a trovare un dipartimento specifico. Da qualche parte gli italianisti si alleeranno con i classicisti. Da qualche altra con gli storici dell’arte. La corsa agli accorpamenti è partita. «Non accade in nessun altro paese d’Europa», incalza Santagata. «Ovunque si sta razionalizzando, ma né in Francia né in Spagna né in Gran Bretagna si sognano lontanamente di togliere rilievo, anche soltanto simbolico, alla lingua nazionale e al suo insegnamento».

Eppure siamo alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’Unità e già si odono gli squilli di retorica sull’italiano bistrattato e offeso. Concretamente, questa la denuncia, lo studio dell’italiano è minacciato. «I dipartimenti sono luoghi di ricerca, non possono essere trattati con una logica statistica o burocratica, senza attenzione al ruolo di promozione culturale che svolgono», insiste Santagata. Alle cui preoccupazioni si aggiungono, dalla Sapienza di Roma, quelle di Amedeo Quondam: «Molti di noi approdati all’università fra gli anni Settanta e Ottanta andranno in pensione nel giro di poco tempo. Se la media nazionale, che comprende tutte le discipline, si aggira sul trenta per cento, fra noi italianisti si arriva al cinquanta». Giungeranno forze fresche, saliranno in cattedra giovani ricercatori… «Neanche per idea. Per cinque insegnanti che se ne vanno, ne entrano, in media, al massimo uno o due». «Sono trent’anni che insegno», conferma dalla Federico II di Napoli Matteo Palumbo, «ma in questo periodo sono stati messi a concorso appena quattro posti di ricercatore. I nostri migliori studenti trovano più facilmente posto nelle università straniere che non da noi. Se si va avanti così, l’italianistica diventerà davvero marginale. E una facoltà di Lettere con l’italianistica marginale è molto più debole».

Alla Sapienza di Roma nascerà un dipartimento con gli italianisti e i professori di latino e di greco. Più o meno la stessa situazione a Bologna. Ma qui, racconta Andrea Battistini, la scelta è di natura logistica. Logistica? Che vuol dire? «Potevamo accorparci con lingue straniere oppure con il gruppo di storia delle idee. Ci uniremo con i filologi classici perché sono al piano di sopra, loro al settimo, noi al sesto». Un modo in più per spendere meno, si potrebbe sottolineare seguendo una pura logica ragionieristica. «I risparmi arriveranno solo a lungo termine, quando con i pensionamenti e il blocco delle assunzioni si potrà ridurre il personale: ma mi domando perché non si sia proceduto all’abolizione delle facoltà, come previsto dalla riforma del 1980. In questo modo avremmo risparmiato per davvero».

Ma è lo stesso Battistini a riportare la questione nei termini più propri: «Siamo di fronte a un ridimensionamento effettivo del ruolo che ha l’insegnamento della letteratura italiana. È la conseguenza folle di un principio giusto, ma l’italianistica definisce uno dei profili essenziali della cultura italiana. Eppure qui a Bologna è da alcuni anni che la letteratura italiana è stata abolita nella facoltà di Scienza della formazione, quella che un tempo si chiamava Pedagogia: ci si può laureare in questa disciplina senza aver sostenuto un solo esame in quella materia». «È mai possibile», domanda amaramente Santagata, «che uno studente polacco laureato al prestigioso dipartimento di italianistica di Varsavia, che ora compie trent’anni, venga in Italia per perfezionarsi e non trova quel che aveva nel suo paese?».

da www.repubblica.it

«Per noi la strada è ancora in salita. Non nascondiamo la polvere sotto il tappeto», di Marina Sereni

Non è il risultato che speravamo. Credo che si debba partire da qui, fare un’analisi onesta e rigorosa dei dati che questo voto ci consegna. Non voglio sminuire la conferma al centrosinistra di sette delle tredici regioni che hanno svolto le elezioni, né l’affermazione significativa di alcuni nostri candidati. Ma non saremmo in sintonia con i nostri elettori se non vedessimo alcuni problemi seri.

Primo: l’astensionismo è stato particolarmente ampio ma, al contrario di quanto molti si aspettavano, non ha penalizzato in maniera più evidente il centrodestra. E’ un segnale di disaffezione verso la politica e di insoddisfazione verso la qualità dell’offerta politica di entrambi gli schieramenti. Ma, nel centrodestra, la campagna personale di Berlusconi da un lato e il successo straordinario della Lega dall’altro sono riusciti a mobilitare l’elettorato più militante, mentre non ci sono stati fenomeni altrettanto forti nel nostro campo. Insomma non possiamo dire che questo voto è – come noi pensavamo potesse essere – una bocciatura dell’azione di governo. Questo vuol forse dire che l’azione del governo contro la crisi sia stata apprezzata dai lavoratori, dai piccoli imprenditori, dalle famiglie? Probabilmente no, ma il dato rilevante è che la nostra critica (sacrosanta) non è stata sufficiente e che non siamo stati in grado di indicare delle risposte alternative convincenti per le fasce sociali più colpite dalla crisi economica.

Secondo: la sconfitta in Piemonte (come nel Lazio per una manciata di voti) con l’elezione del leghista Cota contro la Presidente uscente, insieme ai dati del Veneto e della Lombardia, enfatizza una difficoltà del Pd e del centrosinistra molto forte al Nord. Come affrontiamo una riflessione sulla nostra presenza e le nostre proposte per le aree più sviluppate e dinamiche del Paese? Nessuno ha delle risposte certe ma non si può eludere un approfondimento. D’altra parte il trionfo della Lega, che continua la sua infiltrazione nel Centro ( mi aspetto che gli studiosi di flussi tra qualche ora ci diranno che è il voto di ex elettori della sinistra che si rivolge al Carroccio), cambia gli equilibri nel centrodestra e certamente produrrà un quadro nuovo in Parlamento su temi rilevanti come il federalismo e le riforme istituzionali.

Terzo: si è molto teorizzato sull’idea che le elezioni regionali potessero essere un laboratorio per una nuova alleanza di centrosinistra da proporre alle prossime elezioni politiche. L’incontro con l’Udc ha funzionato in Liguria e nelle Marche, ma non in Piemonte e i risultati del partito di Casini, dove si è alleato con noi, non sono esaltanti. Con la sinistra radicale ci sono state alleanze e rotture e il peso elettorale di quest’area su scala nazionale è oggi difficilmente misurabilie. Insomma, chi coltivava l’illusione della formula magica credo sia stato smentito dai fatti.

Non si può immaginare una “ripartenza” del Pd e del centrosinistra a partire dalle alchimie delle alleanze se non abbiamo chiaro il progetto per il quale ci candidiamo a governare l’Italia. Gli italiani forse non sono più entusiasti di Berlusconi, ma se non vedono una proposta, una visione diversa delle forze progressiste e riformatrici comprensibile e convincente non si profila per noi una facile vittoria.

Quarto: il voto alle liste “cinquestelle” di Beppe Grillo assume in alcune realtà, come in Piemonte e in Emilia Romagna, una dimensione non insignificante. E’ un voto di protesta, urbano e forse giovane, che prende la strada dell’antipolitica. Il fatto che non ci piaccia non ci autorizza ad ignorare che molti di quegli elettori in un’altra fase si sarebbero rivolti all’opposizione.

Quinto e ultimo punto: il Pd ottiene su scala nazionale un risultato simile a quello delle elezioni europee. E’ difficile confrontare precisamente i dati dei partiti essendoci in molte regioni delle liste “dei presidenti” spesso sovrapponibili ai principali partiti delle coalizioni. Tuttavia non si può non vedere che non c’è un trend esaltante. Forse qualcuno dirà che dobbiamo abbandonare il progetto e rassegnarci a rimanere un partito di medie dimensioni che per vincere deve costruire un’alleanza larga. Personalmente credo invece che questo risultato debba spingerci a rilanciare il progetto del Pd, a riaprire il cantiere, ad interloquire con altre forze progressiste, a impegnare le nostre risorse in uno sforzo culturale, politico, organizzativo che in realtà non abbiamo mai saputo o potuto fare.

Abbiamo davanti alcuni anni senza scadenze elettorali: possiamo provare ad occuparli misurandoci sulle riforme che proponiamo per questo Paese? Come si combatte la precarietà, come si governa l’immigrazione, come si modernizza il sistema pubblico, come si cambia il rapporto tra il fisco, le famiglie e le imprese, come si mettono al primo posto i giovani, come si premia il merito e si costruisce la giustizia sociale, con quali istituzioni e quali partiti si avvicina la politica ai cittadini. Se non affrontiamo questi nodi ora, dopo questo voto, e nascondiamo la polvere sotto il tappeto temo rischiamo di non corrispondere alle aspettative di tanti che ci hanno votato e di tanti altri che ancora ci guardano da lontano e non sanno se fidarsi o no…
da www.marinasereni.it

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«Il Pd nel vicolo cieco», di Luigi La Spina

Con un gioco di parole, banale ma efficace, si potrebbe dire che ha colpito, nei risultati del voto per le elezioni regionali, la voglia di protesta degli italiani. Ma il sentimento più vero e importante emerso dal verdetto è un altro: la voglia di proposta. La domanda, anzi, la giusta pretesa degli elettori di essere governati. E governati bene.

La democrazia è fatta di numeri e di sintesi.

Non si possono confondere, perciò, le dimensioni quantitative dei fenomeni, mettendo sullo stesso piano realtà con cifre assolutamente distanti tra loro. Né trascurare la crudele ma imparziale legge che assegna una vittoria senza ombre anche a chi prevale per un voto e una sconfitta senza giustificazioni a chi, per un voto, soccombe.

E’ vero che l’astensione è stata senza precedenti nel nostro Paese e interpretarla come una disaffezione, un’accusa, anche una protesta dei cittadini contro la classe politica è certamente un’interpretazione corretta. Ma non bisogna dimenticare che, dopo una campagna elettorale deprimente e lontana dagli interessi concreti degli elettori, una ancora ampia maggioranza degli italiani è andata a votare per un ente, la Regione, che non è in cima nella graduatoria di affezione popolare. Un fenomeno, quindi, del tutto fisiologico, non drammatico nei numeri e, molto probabilmente, reversibile in votazioni politiche e amministrative più sentite. Altrettanto fisiologica e assolutamente minoritaria è la presenza di un’opposizione irriducibile e contestativa contro il generale nostro sistema dei partiti che, di volta in volta, sceglie l’estremismo movimentista, a targhe alterne, dal «girotondismo» al «grillismo».

Considerate le dimensioni numeriche della protesta che si è manifestata in Italia, è forse più opportuno concentrare l’attenzione sulle intenzioni espresse da coloro che sono andati a votare per i partiti che si contendevano la posta in palio e che, cambiando le loro scelte, hanno connotato il significato dell’elezione. La sintesi è semplice e chiara: la Lega è l’unica vera vincitrice del round elettorale perché ha dimostrato, in questi ultimi anni, di non essere più un movimento di protesta, ma di offrire una vera alternativa di governo, almeno di quello locale e regionale. Il Pdl ha visto ridotto il suo bacino di consensi, nonostante le straordinarie capacità di seduzione elettorale di Berlusconi, perché una parte dei suoi simpatizzanti non è soddisfatta dei risultati del governo in questo inizio di legislatura. Il Pd non può nascondere, dietro la tenuta dei suffragi, l’amara verità: ancora una volta non ha dimostrato di sapere offrire agli italiani una concreta alternativa nazionale di governo all’asse politico, sociale, culturale rappresentato dalla coppia Berlusconi-Bossi.

Le giustificazioni, come l’addebito alla lista di Grillo per la sconfitta della Bresso in Piemonte e le eccezioni, come la vittoria a Venezia di Giorgio Orsoni contro il ministro Brunetta, non possono mascherare la constatazione che il progetto politico del partito democratico è finito in un vicolo cieco: non si può pretendere di offrire agli italiani una proposta di vera alternativa nazionale di governo, se non si riesce a convincere almeno una parte delle grandi regioni del Nord. Se si subisce, nel Lazio, la candidatura della radicale Bonino e non la si porta alla vittoria in una competizione che, per le note vicende, non sembrava impossibile. Se, in Puglia, si perdono le primarie contro il candidato di un altro partito e, poi, si contribuisce a farlo vincere solo per una masochistica e clamorosa divisione del fronte avversario. In queste condizioni, alzare la bandiera della Liguria e della Basilicata, in aggiunta ai tradizionali feudi del centro Italia, per non ammettere la sconfitta è un esercizio di acrobazia dialettica che non può essere concesso neanche a una persona perbene e simpatica come Bersani.

La richiesta di essere governati degli italiani andrà raccolta, perciò, da tre fronti: dalla Lega, che non dovrà deludere quelle attese di serietà, concretezza e moderato buon senso che l’hanno premiata; da Berlusconi, che non dovrà sottovalutare, per il sollievo dello scampato pericolo di una sconfitta, i segni di stanchezza e sconcerto di una parte del suo elettorato; infine, dal Pd al quale, forse, spetta il compito più difficile ma anche più importante per conservare l’equilibrio di una sana democrazia: offrire una vera alternativa di governo all’attuale maggioranza.

È inutile, a questo proposito, che il partito democratico continui a cercare la soluzione cambiando il segretario. Ma è inutile pensare che senza un vero chiarimento possa uscire dalla sua condizione di un partito senza identità, con una classe dirigente invecchiata in un asfissiante logoramento di lotte intestine. Le strade sono solo due. La prima porta il Pd a rappresentare la parte maggiore dell’opposizione nel nostro Paese, con vittorie occasionali e provvisorie, frutto di errori clamorosi degli avversari. La seconda ha l’ambizione di convincere una parte dell’elettorato di Berlusconi e Bossi che l’Italia si può governare in un altro modo.

da www.lastampa.it