Latest Posts

«Temi veri e non veri», di Barbara Spinelli

E’ diffusa l’opinione, anzi la certezza, che la campagna elettorale appena conclusa sia stata molto brutta: lo ripetono le principali cariche dello Stato, oltre a politici e giornalisti di varia provenienza. I veri temi non sarebbero stati affrontati: quelli che inquietano il cittadino localmente, nelle regioni o nei comuni in cui si vota. Sarebbero stati confiscati da temi non solo falsi ma fuorvianti: l’informazione televisiva, la battaglia su legalità e corruzione.

La Lega in particolare, che ha mostrato in queste settimane la forza del suo insediamento territoriale, vede confermata una tesi difesa da anni: se la democrazia italiana non funziona, è perché la politica e i mezzi d’informazione vedono la realtà attraverso una lente deformante, e non si sono adattati al sistema nuovo, non più centralizzato, del potere. In un sistema federale, competenze e poteri si disseminano, e quando si vota nelle regioni o nei comuni è di regioni e comuni che si deve parlare, non di argomenti generali come informazione e imperio della legge.

Questa forte convinzione potrebbe essere premiata dagli elettori: è probabile che il Nord ad esempio, compreso il Piemonte, condivida il disgusto verso lo spazio che nella campagna hanno preso questioni politiche generali, giudicate importanti a Roma ma non fuori Roma. Le questioni specifiche di cui si sarebbe dovuto parlare (sanità, lavoro, trasporti, effetti della crisi) sarebbero state confiscate da un tutto che col particolare non ha nulla a che fare e che a esso è fondamentalmente disinteressato. L’intera campagna non sarebbe che un immane escamotage, un trucco astratto e furioso usato per eludere le faccende veramente concrete.

Stupisce che analogo fastidio non sia stato suscitato dall’irruzione di temi considerati localmente decisivi dalla Chiesa, come aborto e fine-vita.
Anche se comprensibili, constatazioni così desolate non sono tuttavia giuste, né pertinenti. La perentorietà del lamento somiglia troppo, inoltre, a un ritornello: e sempre i ritornelli hanno un modo di ripetere l’identico che trasforma le verità in pensieri non chiarificatori ma martellati per diffondere conformismi. Il ritornello dice, in sostanza: «In Italia non si riesce più a parlare d’altro» se non di Annozero, di informazione più o meno indipendente, di legge più o meno osservata da governanti e governati. Un fossato si sarebbe aperto ­ intollerabile ­ fra discorsi autentici e discorsi avulsi come l’informazione o la legge. Anche i giornali non si sentono a posto con la coscienza quando non «parlano d’altro».
Il fatto è che quest’altro di cui si vorrebbe non parlare e che addirittura crea rimorsi ha invece rapporti strettissimi con i problemi locali, e non è affatto estraneo al vissuto di ciascuno di noi: cittadino dello Stato o cittadino che chiede i conti a governi regionali o comunali.
Non esiste, la famosa divaricazione tra mali veri e non veri: o si sanano tutti e due insieme, o tutti e due degenereranno infettandosi a vicenda.

Vediamo l’informazione, in primo luogo televisiva visto che i dati lo confermano: sia localmente che nazionalmente, gli italiani si informano soprattutto alla televisione, cosa che spiega d’altronde il rifiuto, più che quindicennale, opposto dal Presidente del consiglio a ogni limitazione del suo potere catodico. Non si tratta di sapere se con la tv si vincono o si perdono le elezioni. In questione è la società: la facoltà che le viene data di formarsi un giudizio conoscendo i fatti, la sua cultura della legalità, della tolleranza, della mente libera da slogan, ritornelli. Impossibile acquisire tale cultura se il cittadino non è bene informato. Se viene tenuto in una sorta di Kindergarten, davanti al quale si recitano giuramenti, e si ripetono aggettivi o parole («una grande grande grande grande riforma») come si fa con i bambini e le filastrocche.

In vari articoli scritti sul sito della Voce, Michele Polo, economista della Bocconi, denuncia questa infantilizzazione e respinge l’accusa, che gli viene rivolta, di sprezzare snobisticamente gli elettori, ritenendoli influenzabili e incapaci di giudizio: «Oggi gran parte dei cittadini si forma una opinione sui fatti principali e sull’operare della politica non già attraverso una esperienza diretta e personale, ma mediante i mezzi di informazione. In Italia, con un ruolo preponderante della televisione». A essere pericolante è il giudizio informato attorno a fatti non tenuti nascosti, ma resi pubblici. E che l’Italia sia più a rischio di altri lo si evince da dati precisi: «Tra le peculiarità italiane ­ scrive Polo ­ c’è una bassa abitudine alla lettura, che fa dei telegiornali di gran lunga la principale fonte di informazione. I due principali telegiornali serali, Tg1 e Tg5, raccolgono in media 6,4 e 5,3 milioni di telespettatori, mentre gli spettatori dei telegiornali sulle sei reti sono circa 19 milioni. I primi 5 quotidiani (Corriere, Repubblica, Sole 24 ore, Stampa, Messaggero) arrivano a circa due milioni di copie, corrispondenti a circa sei milioni di lettori.
In una recente indagine del Censis sulle elezioni europee del 2009 emerge come il 69 per cento degli elettori ha fatto ricorso ai telegiornali per formarsi una opinione in vista del voto, il 30 per cento ai programmi televisivi di approfondimento, il 25 per cento si è affidato ai giornali, il 5 per cento alla radio e solo un coraggioso drappello del 2 per cento ha utilizzato Internet». Proprio Tg1 e Tg5 sono accusate d’aver privilegiato enormemente il Pdl, nella campagna elettorale.

La legalità è il secondo tema apparentemente non essenziale ma invece essenzialissimo a qualsivoglia livello: locale, nazionale, europeo, mondiale. Sono tante le cose che da noi non funzionano per la corruttela epidemica, per l’evasione fiscale che s’estende, per l’impunità di colletti bianchi collusi con le mafie. Chi è fuori da simili «giri» (come li chiama Gustavo Zagrebelsky su Repubblica) non sa come ricominciare vite lavorative, imprese malferme, speranze. È per aiutare gli esclusi e gli onesti che legalità e magistratura vanno difese. L’illegalità alimenta la disuguaglianza sociale e viceversa, l’usura e le estorsioni crescono con la crisi economica e l’accrescono, gli immensi costi dell’illegalità sono pagati da ogni cittadino, come ben illustrato dal giudice Gratteri, impegnato nella lotta alla ’ndrangheta. In alcune regioni del Sud mafia e ’ndrangheta si sostituiscono allo Stato, inerte se non corrivo: ci sono «paesi in cui il mafioso è tutto. Amministra la giustizia nel nome della violenza e offre servizi che lo Stato non è in grado di garantire». Il male oltrepassa da tempo il Sud: «Ormai le mafie hanno aggredito ogni lembo del territorio nazionale» (Nicola Gratteri, La Malapianta, Mondadori 2009)

Parlare di rispetto della legge non è dunque avulso. Né parlare di intercettazioni. Se già valesse la legge che le restringe, mai sarebbero stati arrestati tanti malavitosi. Un limite si dovrà stabilire, alla pubblicità data alle intercettazioni concernenti fatti privati, ma oltre tale limite la pubblicità è giusta: anch’essa ci informa e ci fa giudicare meglio. Anche qui, il cittadino informato è la priorità assoluta: se non avessero letto le intercettazioni sui giornali, tanti ignorerebbero le corruttele italiane e quel che esse ci costano.

Legalità e informazione sono vere emergenze, ed è positivo che abbiano occupato il centro della campagna elettorale. Troppo pericoloso ignorarle in tempi di crisi, come si è visto in Grecia. Un regime corrotto, che truccava le cifre, che allontanava lo Stato dai cittadini, che parlava sempre d’altro: così si è scivolati nella quasi bancarotta. È probabile che anche su questo l’Unione europea sarà più vigile. Onestà delle cifre, lotta alla corruzione, restaurazione del senso dello Stato diverranno criteri base della ripresa greca, così come furono criteri non irrilevanti per i paesi corrotti dal comunismo che entrarono nell’Unione, o per l’Italia che nei primi Anni 90, alla vigilia del Trattato di Maastricht e dell’euro, fu invitata da Kohl a frenare il dilagare delle proprie mafie.

da www.lastampa.it

«Terremoto, processi a rischio le carte via dall'Aquila», di Attilio Bolzoni

Polemica a un anno del disastro. “Le vittime del terremoto non avranno giustizia”. Alla base delle istanze di legittima suspicione c’è la denuncia di “fattori inquinanti”. Il gup deciderà il 28 maggio. I legali delle parti civili: disprezzo per i morti e la verità

L’AQUILA – È passato un anno da quella notte. Un’estate, un inverno e il dolore che è sempre lì, fra le macerie. E anche la rabbia adesso, la rabbia mischiata alla paura che i loro morti non potranno mai avere giustizia nell’Abruzzo terremotato. Si agitano ombre di legittimo sospetto fra i sassi e la polvere della città che non c’è più.

Gli avvocati degli imputati dei crolli vogliono portare i processi lontano dall’Aquila, vogliono far sparire dalle indagini le vergogne delle case fatte con la sabbia. Nel primo anniversario della scossa che ha sbriciolato l’Abruzzo e lasciato 308 cadaveri sotto i palazzi ecco che si annuncia una tragedia dopo la tragedia, il dramma e la legge, i codici e i cavilli, la violenza della natura e le responsabilità umane, tutto in un miscuglio di ansie e di speranze alla vigilia della prima vera udienza penale sui fatti e i misfatti del terremoto.

I collegi di difesa sono già schierati, quattro penalisti in questi giorni stanno presentando una «richiesta di rimessione per gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo», denunciano «fattori inquinanti», chiedono che tutti gli atti delle inchieste sui quartieri sprofondati finiscano alla procura della repubblica di Campobasso. Sono i difensori degli indagati per la strage della Casa dello Studente, nove ragazzi sepolti vivi, il simbolo dell’Abruzzo che è venuto giù in un attimo. Prima indagine e prima barriera legale, i primi morti e i primi veleni. È una nemesi storica per L’Aquila, la città dove nel novembre del 1968 approdò per legittima suspicione il processo per le quasi duemila vittime del Vajont e dove, un anno dopo, soltanto due imputati furono condannati per quella sciagura. È il passato che torna, i destini che si incrociano disgrazia dopo disgrazia.

La richiesta di legittima suspicione sarà presentata dagli avvocati ai primi di aprile. «Ci abbiamo riflettuto molto e riteniamo che sia l’unica strada per potere avere un processo sereno. Qui si è creato un contesto ambientale particolare, ci sono pressioni che indeboliscono oggettivamente il diritto alla difesa», spiega Attilio Cecchini, principe del foro che difende uno degli undici imputati per i quali la procura dell’Aquila un paio di mesi fa ha chiesto il rinvio a giudizio ? omicidio colposo e disastro colposo – per quella Casa dello Studente che si è accartocciata come una scatola di latta. E racconta: «Con me ci sono già anche gli avvocati Angelo Colagrande, Massimo Carosi e Giovanni De Biase. E tanti altri ancora ci seguiranno. All’Aquila c’è stato un terremoto devastante e poi una ricerca frenetica delle responsabilità umane di tutti quei morti: noi pensiamo che i crolli si sarebbero comunque verificati anche se non ci fossero state le carenze evidenziate dalle consulenze dei pubblici ministeri».

È questa la posizione ufficiale degli avvocati difensori degli imputati, progettisti e tecnici, costruttori e funzionari della Regione. Stanno raccogliendo la documentazione per motivare la loro richiesta di legittimo sospetto. Fra i “fattori inquinanti” del processo che non vogliono in Abruzzo indicano alcune dichiarazioni del procuratore capo della repubblica Alfredo Rossini («Qui all’Aquila arresteremo anche senza avvisi garanzia», «Arresto per i responsabili», «Non escludo la responsabilità di reati dolosi»), qualche articolo di stampa, le voci dei comitati cittadini. Aggiunge Cecchini: «Hanno annunciato che si costituiscono parte civile alcuni comitati, Legambiente e l’Università. Tutto ciò esercita una pressione sull’inchiesta e sul processo: la giustizia non deve essere condizionata».

Sarà il giudice dell’udienza preliminare, il 28 maggio, a decidere sull’istanza di remissione del processo e sulle costituzioni di parte civile. Quel giorno compariranno in aula i primi undici imputati del terremoto, quelli della Casa dello Studente. Le perizie hanno accertato le «concause» del crollo del palazzo: un pilastro che non c’era, il cemento scadente, i controlli mai fatti. Quella della Casa dello Studente è il primo di 200 processi istruiti dal sostituto procuratore della repubblica Fabio Picuti, che da dodici mesi indaga sulla città devastata. Ogni palazzo caduto ha il suo fascicolo, ogni morto la sua inchiesta. Tutta l’indagine sul terremoto si chiuderà intorno al 15 settembre. Dopo la Casa dello Studente il procuratore Rossini e il suo vice Picuti hanno chiesto il rinvio a giudizio per altri 2 imputati coinvolti nel crollo del Convitto nazionale e per altri 7 per quello alla facoltà di Ingegneria. Il fascicolo sul palazzo di via XX Settembre 79 ha altri 7 indagati e quello di via D’Annunzio altri tre. Sott’inchiesta, al momento, sono 30 in tutto. Ma nei prossimi giorni il numero crescerà notevolmente, quando le perizie tecniche su cinque edifici – quelli di via XX Settembre 123, di via Campo di Fossa 6/b, di via Luigi Sturzo 33/39, di via Poggio Santa Maria 1/8 e di via Cola dell’Amatrice 17 – saranno valutate dai magistrati.

In attesa delle decisioni dei giudici sulla legittima suspicione insorgono le parti civili. L’avvocato Simona Giannangeli del comitato delle vittime: «Dietro le manovre per ottenere il trasferimento del processo c’è il tentativo di rendere più difficile il percorso per arrivare alla verità». E l’avvocato Vania Della Vigna, che difende quattro ragazzi sopravvissuti in quella grande bara che era la Casa dello Studente: «È un misero e maldestro tentativo per far diventare questo processo uno spettacolo mediatico in disprezzo dei morti e di quanti chiedono la verità». C’è ira, c’è sdegno per le nebbie che avvolgono il dopo terremoto nel suo primo anniversario.

da www.repubblica.it

«I rettori temono lo sciopero e aprono sulla trattativa», di Roberto Ciccarelli

La richiesta di un piano straordinario di reclutamento da parte della Conferenza dei Rettori (Crui) è la conferma che il proposito di bloccare il prossimo anno accademico da parte dei ricercatori delle facoltà scientifiche non è il messaggio in una bottiglia lasciata alla deriva.

In una mozione approvata all’unanimità il 25 marzo scorso, dopo un incontro tra il presidente della Crui Enrico De Cleva e 200 ricercatori della Statale di Milano, l’organo che rappresenta i rettori ha chiesto al governo che una «quota consistente» di questi posti, 2 mila all’anno, venga garantita per i prossimi sei anni per «le assunzioni di professori associati». I rettori intenderebbero così garantire un canale privilegiato per il passaggio da ricercatore – un ruolo che il ddl mette in esaurimento – ad associato, mettendo così sullo stesso piano gli attuali «ricercatori strutturati» con i futuri ricercatori a tempo determinato che dovrebbero nascere una volta approvata la riforma Gelmini.

Questa soluzione è stata commentata da Alessandro Schiesaro, uno degli autori del ddl e segretario della neo-commissione che segue per il Ministero dell’Università la definizione del provvedimento, durante un incontro con i ricercatori della Sapienza venerdì scorso. Questi ultimi non hanno tuttavia nascosto i timori, peraltro diffusi in molti altri atenei, che la proposta dei rettori finirà per generare una «guerra tra poveri» tra i ricercatori precari e quelli regolarmente assunti. Lo stesso Schiesaro ha ammesso che questo proposito sarebbe comunque irrealizzabile se i tagli al fondo ordinario degli atenei voluti dal governo – e già criticati dalla stessa Crui – venissero mantenuti. Senza contare che, come sta già avvenendo, ciò darebbe spazio a rivendicazioni corporative all’interno di un settore altamente frammentato e numeroso come quello dei ricercatori.

E’ il caso della proposta avanzata in un incontro avvenuto mercoledì scorso tra il Coordinamento nazionale dei ricercatori universitari (Cnru), Schiesaro e il relatore della legge Giuseppe Valditara. Da allora le polemiche sono diventate aspre. Piero Graglia, ricercatore alla Statale di Milano e uno dei promotori del sondaggio sul ddl Gelmini che scadrà il prossimo 31 marzo, basato su 20 domande ragionate e pubblicato sul sito www.gdl.unimi.it, contesta il metodo usato da questa associazione. «E’ come se io chiedessi al ministero di aprire un tavolo di trattativa – spiega – arrogandomi il diritto di rappresentare i 2 mila ricercatori che da tutta Italia hanno finora votato il sondaggio».

Sembra infatti che una piattaforma del Cnru diretto da un ricercatore della Sapienza, Marco Merafina, sia stata votata da 4 mila ricercatori. Tra i punti in discussione c’è la proposta di portare gli attuali ricercatori al ruolo di associati, mantenendo però il loro attuale trattamento economico ed accettando così l’eliminazione di questa figura.

Per Graglia questa soluzione non risolverebbe il problema dei precari e non rispecchia l’orientamento dei ricercatori autoconvocati che hanno convocato lo «sciopero bianco» e presto stabiliranno la data di un’assemblea nazionale.

Lo stesso orientamento viene espresso da Maria Letizia Ruello, ricercatrice in chimica del Politecnico delle Marche che al sondaggio del Cnru ha partecipato, anche se oggi non nasconde le sue critiche. «Non è il momento di fare distinzioni tra le proposte in campo – afferma – né di accettare i contentini che il governo ci proporrà. La nostra non è una protesta sindacale, rigetta la proposta che ci esclude dagli organi di governo degli atenei ed accentra il potere sui rettori. In mancanza di cambiamenti radicali non prenderemo carichi didattici, il che significa che il prossimo anno metà dei corsi saranno scoperti. Avere tirato la cinghia ha reso elementari i nostri bisogni e sta rendendo facile la presa di coscienza».

Il documento sottoscritto all’unanimità dai ricercatori della facoltà di Scienze del Politecnico marchigiano ha ricevuto 50 adesioni nella facoltà di ingegneria. Dopo Pasqua verrà portato anche nelle facoltà di agraria, medicina e economia. Dello stesso tenore è il documento approvato dai ricercatori di Scienze dell’Università dell’Insubria (Como e Varese): «Tali cambiamenti cruciali per il bene del Paese – si legge – non possono avvenire a costo zero».

dal Manifesto

Elezioni regionali e rischio astensione: le opinioni di Scalfari, Calabresi e Franco

«Una scelta impegnativa di saggia fermezza», di Eugenio Scalfari
da www.repubblica.it

MOLTI giudicano questa lunga campagna elettorale come la più brutta che ci sia mai stata, ma non è vero. È stata come le altre. Io ne ricordo moltissime; il mio primo voto lo diedi nel referendum del 1946, perciò le ho viste tutte e ad alcune ho anche attivamente partecipato. Ricordo i baffoni di Stalin e gli insulti ai «forchettoni» della Dc che campeggiavano nei manifesti del Partito comunista e ? dalla parte opposta ? le madonne pellegrine portate in giro per l’Italia e gli impiccati a Budapest e a Praga nei manifesti della Democrazia cristiana.

Questa che oggi si conclude è stata un caleidoscopio di fatti interni e internazionali sconnessi tra loro ma ricuciti dal possibile influsso sulla psiche degli elettori che oggi andranno o non andranno alle urne. Per eleggere tredici presidenti di Regione, alcuni presidenti di Province e sindaci di Comuni: 41 milioni di cittadini, un campione imponente di popolo sovrano bombardato dai messaggi della televisione. Pesa o non pesa la televisione sul voto degli elettori? Alcuni esperti dicono di sì, altri di no. Io dico che pesa poco per quello che dice, ma pesa moltissimo per quello che non dice.
Dove manca il pluralismo delle voci e il racconto della realtà si sviluppa su un unico spartito senza contraddittorio, il peso può essere decisivo. Tutti i regimi autoritari o addirittura dittatoriali si reggono proprio su questo elemento mediatico: un racconto monocorde dei fatti che ha come scopo quello di trasformare il voto democratico in un plebiscito all’insegna degli slogan prevalenti.

Nonostante questa indubitabile prevalenza mediatica di una sola parte sulle altre, questa volta qualcosa è cambiato. Forse non molto, ma qualcosa sì. Ho riletto gli appunti del mio taccuino dove ho scritto le emozioni più vivaci registrate nei giorni scorsi. Quelle che ho ancora davanti agli occhi mentre tra poco andrò ad imbucare la mia scheda nell’urna, sono tre.

La prima è il giuramento dei tredici candidati governatori di centrodestra nelle mani di Berlusconi sul palco di piazza San Giovanni: una scena grottesca, di una scorrettezza costituzionale macroscopica. La seconda avviene a Torino durante un comizio di Berlusconi insieme al candidato leghista Cota. Il presidente del Consiglio, dopo aver ricordato che tra gli obiettivi che il governo si è dato c’è quello di sconfiggere il cancro nei prossimi tre anni (una promessa che batte ogni record di incredibilità in una campagna elettorale) si impegna a dotare il Piemonte d’un grande centro d’eccellenza oncologica se Cota vincerà le elezioni. Se le perderà il centro oncologico non ci sarà. Insomma le cure anticancro sono subordinate alla vittoria di Cota. Non vi sembra pazzesco?
La terza emozione l’ho avuta quando, seguendo lo spettacolo di Santoro la sera di giovedì scorso dal Paladozza di Bologna, ho visto le interrogazioni che Mussolini rivolgeva alla folla radunata in piazza, seguite dalle analoghe interrogazioni che Berlusconi propone a sua volta al pubblico dei suoi club «meno male che Silvio c’è». Un’analogia sconvolgente. Si dice: quella di Mussolini era una tragedia e questa d’oggi è una farsa. È vero, con l’avvertenza tuttavia che anche le farse possono finire in tragedia quando hanno come effetto quello di manipolare la pubblica opinione.

Tre episodi, tre emozioni. Su di me hanno avuto l’effetto di confermare il mio sentimento di pericolosità per i colpi che atteggiamenti del genere da parte di un personaggio che ricopre una delle massime cariche dello Stato sferrano sull’assetto democratico del Paese. Per completare il quadro sono rispuntati fuori gli anarchici insurrezionalisti, inviando buste con dentro polvere da sparo o bossoli di rivoltella. Costa solo un francobollo mandare in giro messaggi deliranti. Ma hanno un loro obiettivo: quello di ottenere un effetto mediatico. A vantaggio di chi?

Il signor B, come molti scrivono per risparmiare lo spazio di scrittura, ha detto ieri nelle sue sette apparizioni televisive «a reti unificate» che il risultato di queste elezioni non avrà alcun effetto sul governo da lui presieduto che proseguirà la sua proficua attività fino alla fine della legislatura.
Non è vero, un effetto lo avrà. Se perderà, la «fin de règne» subirà una forte accelerazione; se vincerà, le spinte verso lo stravolgimento costituzionale per un regime autoritario diventerà devastante. Lo si capisce dall’elenco delle riforme da lui stesso elencate: subito una «grande grande riforma della giustizia», la legge sulle intercettazioni, il presidenzialismo con l’antipasto di un voto nei gazebo del Popolo della Libertà. Tre pietre miliari per l’assetto autoritario e cioè, in parole semplici: il ritorno dei Procuratori del Re, la censura sulla stampa e sulle televisioni e infine tutto il potere nelle mani di un solo uomo. Prospettive fosche. L’opposizione si batterà per arginare uno «tsunami» di simili dimensioni, ma sarà come affrontare con archi e frecce un esercito di carri armati. In «Avatar» gli armati di archi e frecce sconfiggono i carri armati, ma l’ipotesi che una impresa del genere si avveri nella realtà mi sembra azzardata. L’occasione di fermarli è oggi, domani sarà molto più difficile. Lo sanno anche Fini e Casini, ma non sembra abbiano scelto le mosse giuste in questa campagna elettorale.

Resta da esaminare chi potrà cantar vittoria domani sera a schede scrutinate. I protagonisti si sono tenuti prudenti; Lui ha fissato l’asticella della vittoria a quattro Regioni: Lombardia, Veneto, Campania, Calabria; Bersani a sette Regioni su tredici in lizza: Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Liguria, Basilicata, Puglia. Ma le cose non stanno esattamente così. Affinché ci sia una vittoria del centrodestra occorre che, oltre alle quattro regioni già sicure, si aggiungano il Lazio e il Piemonte. Anche per il centrosinistra, in aggiunta alle sette già indicate, ci vuole l’aggiunta del Lazio e del Piemonte.
Ciò significa che sarà il risultato di Roma e di Torino a decidere la partita. Il Lazio soprattutto, ed è proprio in Lazio che invece sia Casini sia Fini hanno scelto la parte sbagliata puntando sull’equivoco Polverini. Un equivoco e non a caso Polverini ha giurato insieme agli altri dodici «apostoli» sul palco di piazza San Giovanni nelle mani dell’Imperatore dimenticando che un presidente di Regione eletto dal popolo non può che giurare sulla Costituzione.
Nelle due regioni decisive il risultato è più che mai nelle mani degli indecisi. Se gli indecisi che votarono centrodestra nelle precedenti elezioni si asterranno e se gli indecisi di centrosinistra andranno invece a votare, la vittoria sarà a sinistra; se avverrà il contrario l’esito premierà il signor B. Questa è la posta e queste le condizioni della partita.

Non è dunque un caso che il recente pronunciamento del cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale, sia stato un oggetto contundente mirato contro la Bonino e la Bresso. Scagliato nell’ultima settimana elettorale e stentatamente rappezzato due giorni dopo con un documento dei Vescovi liguri che valorizzava il tema del lavoro e dell’accoglienza degli immigrati allo stesso livello della scomunica vescovile contro l’aborto e il controllo delle nascite. Peggio la pezza del buco.

La risposta della Bonino e della Bresso è stata ineccepibile dal punto di vista della logica: la legge e il referendum che hanno disciplinato quella delicatissima materia non sono stati in favore dell’aborto ma contro l’aborto clandestino ed hanno avuto infatti l’effetto di farne diminuirne il numero.
Questa logica avrebbe dovuto essere ben presente al cardinal Bagnasco e ai Vescovi italiani; invece hanno puntato anche loro non sulla ragione ma sull’emotività dimenticando perfino che l’intera questione non ha alcuna pertinenza con le Regioni ma riguarda il Parlamento nazionale.
Si è dunque voluto consapevolmente intervenire in favore di uno schieramento politico contro l’altro. È accettabile un intervento di questa natura e di queste dimensioni? Un intervento ad orologeria, sette giorni prima d’un appuntamento elettorale?

Alcuni «terzisti» professionali raccomandano di non ridurre quest’improvvida iniziativa episcopale al «solito scontro tra clericali e laicisti». Hanno ragione, ma qui non si tratta di clericali, bensì dell’episcopato italiano e di chi pretende di rappresentarlo. Se la pretesa non fosse legittima i dissenzienti dovrebbero dissociarsene con la tanto invocata trasparenza. Se non lo fanno significa che le loro opinioni sono conformi a quelle di chi presiede la Cei. Comunque i Vescovi non meritano l’appellativo di clericali: sono a tutti gli effetti i discendenti degli apostoli, quelli ai quali Gesù dette il potere di «legare o sciogliere»; sono i depositari della predicazione, della dottrina e del pastorale esercizio della cura delle anime ad essi affidate.
Quanto ai laicisti, non so chi siano. Ci sono i laici, che siano credenti o non credenti o diversamente credenti.

La discussione nel caso specifico riguarda i tre lati di un triangolo: i Vescovi, i laici, lo Stato italiano che è ? o dovrebbe essere ? uno Stato laico. La Chiesa ha legittimamente uno spazio pubblico nel quale può propagandare le sue idee in piena libertà, come qualsiasi altra entità, associazione, partito, cittadini. Deve tuttavia astenersi dalla prescrizione di un voto elettorale così come deve astenersi dall’interferire sui comportamenti dei cattolici che abbiano incarichi elettivi e istituzionali.

Noi laici abbiamo il diritto di reagire ad interferenze indebite. Quanto allo Stato, esso dovrebbe reagire con vigore di fronte ad un episcopato che impone agli elettori di votare in un certo modo parlando di valori non negoziabili. Chi decide sulla negoziabilità: i Vescovi o la coscienza individuale? Lo Stato ha il dovere di difendere la libertà di coscienza che è un valore costituzionalmente protetto. Se non lo fa, si tratta d’una mancanza grave e censurabile. Noi lamentiamo che il governo della Repubblica non abbia inviato una nota di protesta alla Segreteria di Stato del Vaticano o al Nunzio che la rappresenta. I Vescovi e i preti sono cittadini italiani agli effetti civili, ma al tempo stesso fanno parte integrante di quella che si chiama «gerarchia ecclesiastica». Hanno pertanto una doppia veste e sta al loro senso di responsabilità di saper scegliere quale debbano indossare nelle diverse mansioni o occasioni del loro esercizio pastorale. Se sbagliano, spetta alle istituzioni laiche richiamarli alla misura e al senso di responsabilità.

Capiamo bene che la Chiesa nel suo complesso si trova proprio in questi giorni alle prese con problemi di delicatissima natura. Proprio quei problemi avrebbero dovuto suggerire alla gerarchia di non avventurarsi in prescrizioni e divieti in casa altrui proprio mentre si scopre che prescrizioni, divieti e trasparenza di comportamenti sono troppo spesso mancati in casa propria. Non stiamo parlando di peccati ma di reati non denunciati quando bisognava e bisogna farlo e sul giudizio dei quali è titolare la giurisdizione dei vari paesi dove quei reati sono stati commessi.

I cittadini decideranno oggi e domani a chi affidare la guida di molte Regioni, Province, Comuni. Ed anche se vorranno arrestare un’incipiente zoppia che incombe sulla democrazia italiana. Si tratta dunque d’una scelta estremamente impegnativa. Non facciamo ricorso a parole come amore e odio, non pertinenti al governo della «res publica». Invochiamo saggezza e responsabilità e ci auguriamo che sia questo il criterio che gli elettori adotteranno.

******
«Un errore chiamarsi fuori», di Mario Calabresi
da www.lastampa.it

Forse per capire che giorni ci aspettano varrebbe la pena interrogare un meteorologo: il voto di oggi e domani dovrà stabilire se, come spera Bossi, soffia impetuoso da Est a Ovest il vento del Nord, o se, come scommettono a sinistra, il vento è cambiato e non gonfia più la vela di Berlusconi. E nelle ultime ore è sempre più chiaro che l’area su cui concentrare l’attenzione, la regione in cui verranno misurate la direzione e la forza del vento, è il Piemonte.

Certo si tratta di elezioni regionali, non va dimenticato, e la nostra scelta determinerà soprattutto il modello di sanità che vogliamo, ma anche gli investimenti per le case, il lavoro, i trasporti o il turismo. È per questo che abbiamo preso un’iniziativa originale e impegnativa come quella di pubblicare domenica scorsa un dossier curato da Luca Ricolfi dove poter valutare in modo obiettivo come sono state governate le tredici amministrazioni per le quali siamo chiamati a votare. Quel dossier che potete consultare ancora sul nostro sito (www.lastampa.it/elezioni2010) è stato realizzato sulla base di dati oggettivi, sui quali misurare come si sono comportate le persone che oggi si presentano al vostro giudizio. Non abbiamo dato alcuna indicazione di voto, com’è tradizione di questo quotidiano, ma riteniamo di aver dato in modo onesto a ciascuno la possibilità di farsi un’idea e di scegliere. La capacità di fornire analisi e contesti pensiamo sia uno dei compiti fondamentali che hanno i giornali nell’epoca in cui si è bombardati ventiquattr’ore al giorno dall’informazione.

Detto ciò non possiamo fare finta che si risolva tutto all’interno dei confini regionali e nascondere che, come in ogni tornata elettorale che coinvolge una maggioranza dei cittadini italiani, la partita è più complessa e questa volta capace di condizionare la sorte e le dinamiche degli ultimi tre anni della legislatura.

Così non è campanilismo sostenere che il voto in Piemonte ha assunto una valenza particolare, ma la consapevolezza che tra Novara e Cuneo si è aperto un grande laboratorio che dovrà dare almeno tre risposte fondamentali: 1) la spinta propulsiva che due anni fa ha dato una grande vittoria al presidente del Consiglio e ha continuato a tenere il suo gradimento a livelli record è in grado di fargli conquistare tutte e tre le grandi Regioni del Nord o sta perdendo forza? 2) la Lega, che prova il sorpasso sul Pdl, è capace di affermarsi anche a Ovest del Ticino e di prendere il governo di una seconda Regione chiave oltre al Veneto, diventando così la forza politica capace di decidere i futuri assetti del Nord? 3) l’alleanza tra il Pd e l’Udc è vincente o gli elettori di Casini non sono disposti a guardare a sinistra e preferiscono tornare nella casa berlusconiana?

I verdetti che verranno disegneranno le coalizioni del futuro e saranno la base per costruire programmi, strategie e per scatenare richieste e rese dei conti a destra come a sinistra.
La posta in gioco, in qualunque modo la pensiate e qualunque sia la risposta che avete in testa per le tre domande, dovrebbe spingervi ad andare a votare. Si è parlato molto in questi ultimi giorni di astensionismo per effetto della sorpresa delle regionali francesi, dove sono andati ai seggi meno della metà degli elettori. Un segno grave di distacco e indifferenza in un Paese che, quanto e più del nostro, è storicamente appassionato al dibattito politico. Certo è una tendenza generale, ha l’aria di una malattia comune alle democrazie occidentali. Negli Stati Uniti o in Inghilterra, dove i sistemi democratici sono ben più maturi del nostro, i tassi di partecipazione al voto sono tradizionalmente molto più bassi. Il che significa che spetta al cittadino scegliere non solo per chi votare ma anche eventualmente di non votare. Qualcuno l’ha definito una forma di obiezione civile. Nel dominio del dibattito astratto è tutto vero, ma noi ci ostiniamo a pensare che non votare sia in definitiva la rinuncia a un diritto e anche un po’ a un dovere.

Per quanto negativo possa essere il nostro giudizio sull’insieme della politica, o sull’uno e sull’altro dei candidati, per quanto nauseabonda sia stata questa campagna elettorale, il momento in cui decidiamo di restare a casa corrisponde ad una resa. Non illudiamoci così di punire i partiti: astenersi significa chiamarsi fuori, non farsi carico del futuro del Paese, rinunciare a dare un’indicazione della direzione che vorremmo. E chi rinuncia a dire la sua non ha mai ragione.

******

«Il valore di un voto», di Massimo Franco
da www.corriere.it

Una campagna elettorale segnata dalla confus i o n e e d a un’inutile violenza verbale si chiude con torbide manovre eversive contro il premier, la Lega e il governatore di centrosinistra della Puglia. Si tratta dell’appendice coerente di uno spettacolo mediocre: uno scontro che avrà appassionato i militanti, lasciando però interdetti molte elettrici ed elettori.

Gli appelli unanimi a non disertare le urne appaiono dunque giustificati. Nascono dal timore di avere insinuato più di un dubbio in un Paese affezionato alle urne, nonostante tutto. Ad importare ulteriore incertezza è l’alto tasso di astensioni alle Regionali francesi di metà marzo. Ma l’Italia elettorale ha dimostrato ripetutamente di essere più concreta e smaliziata di quanto credesse la classe politica; ed assai poco suggestionabile sia da quello che avviene oltre i propri confini, sia da una conflittualità artificiosa. Per questo, qualunque esito andrà analizzato con il rispetto dovuto ad un responso popolare più prezioso, stavolta, perché è stato involontariamente scoraggiato.

La tentazione di restare a casa è stata alimentata dal pasticcio delle liste del Pdl escluse dalla magistratura; dalle inchieste giudiziarie deflagrate mentre erano in corso i comizi; e dalla sospensione delle trasmissioni politiche della Rai. La schiuma tossica delle polemiche, tuttavia, non può velare l’importanza del voto di oggi e domani in tredici regioni. A prima vista è soprattutto un maxi-sondaggio sul governo di Silvio Berlusconi a due anni da quel 2008 che gli ha dato una maggioranza indiscussa per governare. Registrerà quanto sta pesando sui suoi consensi la crisi economica. Misurerà i rapporti di forza nel centrodestra, dove la Lega sente il profumo di una vittoria che la renderebbe il baricentro degli equilibri del Nord: non solo politici ma economici.

E, in base al risultato del Pd e dell’Idv, ma anche di un’Udc a caccia di consensi a spese del bipolarismo, dirà con quale opposizione il governo avrà a che fare. Insomma, da lunedì si comincerà a capire meglio come andranno i prossimi tre anni di legislatura. Ma i riflessi nazionali non possono mettere in ombra le conseguenze del voto in ogni singola regione. Le spese degli enti locali e le competenze in materia di sanità, per citare un esempio eclatante, prefigurano una gestione che potrà essere fonte di scelte difficili, a Nord come al Centro e al Sud; e, purtroppo, come si è già visto, con scandali dai riflessi destabilizzanti. Ed il microcosmo del Lazio rischia di diventare l’imbuto degli errori, del caos e del nervosismo accumulati nell’ultimo mese dai due schieramenti.

Il controverso monito della Cei sull’aborto rimanda alla candidatura di Emma Bonino alla presidenza della Regione per conto del centrosinistra: una prospettiva che, a torto o a ragione, il Vaticano non ha esitato a definire un pericolo. Ma si teme anche una coda avvelenata della rissa sulla lista del Pdl di Roma, esclusa perché è stata presentata fuori tempo massimo. Preoccupa la voce di una possibile «guerra delle schede» fra scrutatori al momento di contare i voti. Sarebbe l’ultimo insulto ad un elettorato che, dopo tanto chiasso, ha il diritto di andare ai seggi senza dover subire spettacoli gladiatori a porte chiuse, estranei alla democrazia.

«Caro Lévi-Strauss ci perdoni», di Marco Aime

Caro Professor Lévi-Strauss,
lo so, lei ci ha lasciati qualche mese or sono, ma le scrivo lo stesso, perché forse solo lei, dal suo meritato ritiro riuscirà a leggere lo sconforto. Noi quaggiù, che abbiamo studiato sui suoi libri e su quelli dei molti bravi antropologi culturali che hanno saputo costruire una disciplina in grado di leggere l’umanità con occhi diversi, ci siamo rimasti male. Male a vedere, che quasi un secolo di studi, di dibattiti per cercare di smontare, faticosamente, l’etnocentrismo, che ci accompagna tutti e far comprendere che non esistono culture superiori o inferiori, ma semplicemente diversi modi di organizzare la società e le relazioni umane, non è servito a nulla. O a ben poco se nel 2010, dopo una riforma dei licei definita con modestia dalla sua autrice Mariastella Gelmini «epocale», possiamo leggere nelle indicazioni nazionali dei licei delle Scienze Umane che «tra i temi da affrontare ci sono «le cosiddette culture primitive, il loro carattere prevalentemente magico-sacrale, e il passaggio alle cosiddette culture evolute».
Speravamo che l’aggettivo «primitive» fosse rimasto solo un rigurgito del passato, magari utilizzato in conversazioni al bar, ma non che finisse in un testo governativo. È vero, hanno aggiunto un «cosiddette» per addolcire un po’, ma si potevano trovare ben altri modi o semplicemente si poteva parlare di culture e basta. Certo questo avrebbe posto sullo stesso piano noi e gli altri e forse a qualche leghista o filo-leghista zelante questo non sarebbe piaciuto. E poi come giustificare il «passaggio alle cosiddette culture evolute»? Nelle pagine successive, abbandonata la prospettiva antropologica, infatti di culture non si parla più, ma solo di civiltà. Ça va sans dire che non si parla più di Africa, Oceania, Asia, ma della luminosa Europa. Loro, i primitivi hanno la cultura, noi la civiltà.
Le hanno anche fatto un torto, professore: tra le letture consigliate hanno indicato proprio un suo libro, Tristi Tropici, di cui sinceramente ricordo le minuziose descrizioni delle pitture facciali dei Caduveo, le raffinate analisi sul loro concetto di simmetria, l’attenzione per la complessità dei sistemi simbolici e dei meccanismi narrativi delle popolazioni da lei incontrate. Ricordo il suo, talvolta persino pedante, disgusto nei confronti del passaggio alle «culture evolute».
Sono bazzeccole, forse, ma rivelano come minimo scarsa attenzione al linguaggio. Perché se non è semplice sciatteria, allora è grave. Significa che tutto lo sforzo compiuto per dimostrare che la maggior parte delle dicotomie basate sul binomio noi/loro, sono frutto di una nostra costruzione è stato vano. Inutile aver relegato le teorie evoluzioniste nei libri di storia del pensiero antropologiche, come reperti di archeologia di un pensiero che speravamo non potesse più essere condiviso. Inutile aver tentato di spiegare come quello del progresso e dello sviluppo siano dei miti occidentali, che stanno alla nostra società esattamente come i miti fondatori stanno a quelle società «cosiddette primitive». Ma noi non pensiamo siano miti, perché noi abbiamo la storia, noi abbiamo l’innovazione e loro la tradizione. Sono indietro nel tempo, nella corsa al progresso, per questo si parla di passaggio alle culture evolute. Passaggio inevitabile, sembrerebbe, nella mente degli estensori del testo, altrimenti ci avrebbero aggiunto almeno un «eventuale» o un «possibile».
«Il barbaro è anzitutto l’uomo che crede nella barbarie». Sono parole sue, professore, che dire? Ci può consolare il fatto che ci sono migliaia di bravi insegnanti, che a dispetto di un trattamento economico da terzo mondo e delle continue angherie esercitate da certi ministri sulla scuola pubblica, sapranno andare ben oltre le intenzioni di Gelmini & Co., sapranno spiegare quanto sia complessa la cultura umana e come le sue differenti espressioni siano anche in qualche modo connesse tra di loro; come si trovino sistemi di pensiero quanto mai raffinati anche tra quelle società cosiddette primitive; che le culture sono cantieri sempre aperti, in continuo movimento, in cui si monta e si smonta, utilizzando anche pezzi che vengono da fuori.
No professore, non ho scordato quella frase, quella relativa al «carattere prevalentemente magico-sacrale», è solo che mi ha dato non poco da pensare. Certo, parole come queste potrebbero far pensare a società sprofondate nelle nebbie di credenze e superstizioni irrazionali, a individui succubi della magia, che si muovono impauriti, temendo lo scatenarsi delle ire di maghi, streghe e divinità varie.

Eppure sono arrivato persino a prendere in considerazione che questo fosse un segno di riconoscimento delle culture altre. Le scrivo da un paese dove a pochi giorni dalle elezioni i più alti rappresentanti del sacro, intervengono per dire chi votare; dove il capo del governo, similmente ai re divini del passato, si definisce «unto del Signore» e si considera un taumaturgo (ha detto che sconfiggerà il cancro); dove la gente spende migliaia di euro in lotterie e gli oroscopi sono le pagine più lette dei giornali.
No, no non abito in Burkina Faso, ma in un paese che fa parte del G8. Mi scusi se l’ho disturbata professore, ci perdoni.

dal Manifesto

«Perché Berlusconi è da studiare a scuola», di Sergio Luzzatto

I nuovi programmi alle superiori.

Fra le cose che più stanno facendo discutere della bozza di riforma Gelmini dei licei, sono i programmi di storia: soprattutto per quanto attiene alla storia del Novecento. Secondo le Indicazioni nazionali consultabili sul sito del ministero (nuovilicei.indire.it), la didattica di storia dell’ultimo anno sarà interamente occupata dal XX secolo, «dall’analisi delle premesse della Prima guerra mondiale fino ai nostri giorni».

A dire il vero, si tratta di un battage comunicativo più che di una vera riforma dell’esistente. In effetti, da oltre un decennio l’insegnamento del quinto anno di liceo è centrato sulla storia del Novecento: fin da quando – negli anni Novanta – il ministro Luigi Berlinguer dispose in tal senso, per rimediare a una pratica didattica che tendeva a indugiare sull’Ottocento e tutt’al più sulla prima metà del Novecento, penalizzando la storia post 1945. Oggi, la bozza di riforma Gelmini ribadisce lo spirito della riforma Berlinguer.

A prescindere dagli effetti-annuncio e dalle schermaglie sulla primogenitura, si tratta di un’indicazione condivisibile. Non c’è alcun buon motivo né culturale né politico, né logico né metodologico, perché i ragazzi superino l’esame di maturità senza avere studiato almeno un poco certe faccende che li riguardano da vicino, da molto vicino: il processo d’integrazione dell’Europa, il ruolo della superpotenza Usa dopo la fine della guerra fredda, la rinascita della Cina e dell’India come potenze mondiali; o anche – più da vicino ancora – la cosiddetta Tangentopoli, e la crisi della prima Repubblica italiana.
L’obiezione dei critici investe la possibilità d’insegnare con il necessario distacco una serie di eventi storici i quali, per l’appunto, ci riguardano forse troppo da vicino. Non si rischia così di confondere due esperienze che devono rimanere nettamente distinte, lo studio del passato con il vissuto del presente? Insomma, non si rischia di cadere nella famigerata tentazione di “far politica a scuola”?

È del tutto evidente che insegnare la storia contemporanea non può e non deve diventare, per i professori di liceo, un’occasione (o un pretesto) per orientare politicamente il giudizio degli studenti. E tanto più in quanto durante il quinto anno la maggior parte dei ragazzi diventano maggiorenni: cittadini a pieno titolo, e potenziali elettori. Nondimeno, vale la pena di chiedersi se l’insegnamento della storia contemporanea possa e debba prescindere da un discorso anche esplicito intorno ai rapporti fra il nostro passato e il nostro presente.
Facciamo un unico esempio, scegliendo – volutamente – il caso più controverso: come sarebbe mai possibile, per un insegnante di liceo, rispettare le Indicazioni nazionali sul “nucleo tematico” dei programmi relativo a «la formazione e le tappe dell’Italia repubblicana», senza neppure nominare un personaggio storico chiamato Silvio Berlusconi?

In un libretto fresco di stampa, Berlusconi passato alla storia (Donzelli editore), l’autorevolissimo professore universitario Antonio Gibelli ha messo a fuoco proprio questo: i modi e le ragioni per cui il ventennio seguìto alla fine della prima Repubblica passerà alla storia d’Italia come “l’età berlusconiana”. Certo, si tratta di un’età che gli storici devono ancora indagare con gli strumenti più propri della loro disciplina. Potranno farlo soltanto fra molti anni, anzi fra decenni: quando il materiale su cui costruiscono le loro interpretazioni – le carte d’archivio – sarà uscito dalle “stanze dei bottoni” per approdare sopra gli scaffali dell’Archivio centrale dello stato, a Roma, o in altri depositi documentari. Ma fin d’ora, grazie a libri come quello di Gibelli (o un altro recentemente pubblicato da Donzelli, l’Autobiografia di una Repubblica di Guido Crainz), gli autori di manuali scolastici di storia dispongono di buone guide per scrivere un capitolo serio su “l’età berlusconiana”.

Non dobbiamo avere paura del tardo Novecento. Dobbiamo avere paura del contrario: del danno arrecato alla personalità dei nostri figli dall’ignoranza in cui versano sulla loro storia recente ancor più che su quella remota. Oggi, i ragazzi che entrano all’università sanno qualcosina su Giovanni Giolitti, e sanno qualcosa su Primo Levi; non sanno nulla su Palmiro Togliatti o su Piero Calamandrei, e nulla di nulla su Aldo Moro o su Oriana Fallaci. Che aspettiamo a insegnarglielo?

da www.ilsole24ore.com del 27.3.2010

«Non saranno tre anni tranquilli», di Stefano Menichini

L’esito più probabile è un risultato contradditorio, nel quale ognuno possa trovare qualche ragione di soddisfazione. Oltre al meccanismo stesso delle elezioni (con il dato delle regioni conquistate o tenute che si intreccia alle percentuali di lista dei partiti), è il complesso gioco delle aspettative che lunedì consentirà un po’ a tutti di aprire paracaduti, almeno propagandistici.
Per cominciare da casa nostra, il Pd ha la ragionevole speranza di un buon risultato di partito e saluterà come una vittoria la riconferma di almeno due fra Piemonte, Lazio e Puglia, più la Liguria e con un occhio alla Campania. Solo pochi mesi fa (per questo dicevamo: le aspettative contano) tutte queste regioni erano considerate perse.
Le speranze si sono riaperte per un mix fra abilità proprie, clamorosi errori altrui (che però hanno svelato la fragilità di fondo del Pdl) e due incidenti politici significativi: il Pd non ha cercato né Bonino né Vendola, ma ha imparato in corpore vili che la logica maggioritaria rimane più forte delle alchimie proporzionaliste (da cui scaturivano le alleanze con l’Udc) e impone di mettere in campo personalità dotate di carisma a dispetto dei calcoli di partito.
Non è escluso che una rinnovata propensione per il sistema elettorale del Mattarellum discenda anche da queste due lezioni.
Ovviamente anche il centrodestra, giocando sulle aspettative, può sperare di cantare vittoria lunedì.
Qui però i rischi sono evidentemente più alti. Compreso quello di un risultato che mandi definitivamente per aria gli equilibri già precari della maggioranza, e apra una fase di enorme incertezza al posto di quei tre anni di fattiva stabilità che tanti pronosticavano.
A destra la gamma dei rischi possibili è ampia. E parte da un estremo che, per scaramanzia, non vorremmo neanche nominare, e cioè che la razzìa che pareva a portata di mano si riduca al misero bottino di una o due regioni strappate al centrosinistra al Sud.
In questo caso si tratterebbe di un mid-term disastroso per Berlusconi, che anche stavolta ha finito per mettere se stesso come posta in palio.
L’effetto più negativo sarebbe la forte spinta centrifuga, di cui già da tempo si intravedono i segnali e non solo nella vicenda Fini.
Ma anche senza arrivare a tanto, una sola regione come il Lazio ha assunto da sé il valore simbolico del discrimine fra vittoria e sconfitta. Se la Polverini perdesse là dove il caso Marrazzo aveva lasciato solo macerie a sinistra, l’impatto sull’inetto Pdl locale, sull’ambizioso sindaco Alemanno e sugli assetti nazionali sarebbe enorme.
Last but not least c’è il Nord. Cioè il teatro di quello che potrebbe alla fine essere l’unico vero risultato “storico” di queste elezioni. Senza clamore e senza alzare la voce, Bossi potrebbe lunedì rimirare il panorama più prossimo immaginabile a quello della Padania indipendente: regioni controllate direttamente (oltre a comuni e province), peso politico determinante, una forte ipoteca sul sindaco di Milano.
Questo scenario sarebbe solo teoricamente da annoverare fra quelli positivi per il centrodestra. In realtà, l’effetto sarebbe dirompente.
Al Nord, dove si accelererebbe lo spostamento sulla Lega di quegli stessi interessi forti e di quel consenso diffuso che diedero la spinta iniziale al fenomeno Berlusconi. E da Roma in giù, dove la componente antileghista del Pdl darebbe libero sfogo a una insofferenza malamente e a lungo repressa.
È su questo cortocircuito che puntano centristi vecchi e nuovi del sistema politico. La loro scommessa è solo in parte elettorale. Il dato delle urne in senso stretto potrebbe anche non essere positivo per l’Udc, inchiodata alle proprie percentuali tradizionali e magari inserita dappertutto nelle coalizioni perdenti.
L’operazione di Casini (e di Rutelli) è però legata alle dinamiche politiche altrui, più che alle proprie autonome capacità di attrarre consenso.
Qualsiasi risultato che determini instabilità nel centrodestra sarà dunque atteso con favore. Viceversa – e qui c’è il lato debole della scommessa – qualsiasi esito che confermasse le due coalizioni e le lanciasse così come sono verso le Politiche, soffocherebbe sul nascere il progetto neocentrista.
Al quale rimarrebbe una sola via di fuga, non a caso evocata più volte nei giorni scorsi dal Corriere della Sera: addurre come prova della crisi del bipolarismo un eventuale alto astensionismo.
L’ultima incognita di un turno elettorale che ne ha moltissime, mentre appena quattro mesi fa appariva di esito totalmente scontato.

da www.europaquotidiano.it