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"La democrazia svuotata", di Aldo Schiavone

Il primo risultato elettorale: il forte astensionismo. Segno (ulteriore) di crisi della politica dei partiti, e segno di crisi della democrazia tout court. Quel che si temeva sta purtroppo accadendo, e in una misura che sembra assai grave. Le astensioni dal voto crescono – talvolta in modo impressionante – in ogni regione: sette punti in meno sono un´autentica voragine. Il Paese è stanco, infastidito, preoccupato, deluso e in molti – troppi – stanno decidendo di allontanarsi dalle urne. È inutile nascondersi dietro l´alibi dell´inevitabile adeguamento a un astensionismo presente in tutte le consultazioni elettorali dell´occidente più avanzato. Noi eravamo sempre stati in controtendenza – più o meno accentuata – rispetto a un simile dato: e la novità di queste ore non promette nulla di buono. È il segno di un disagio tutto italiano – una lucida disaffezione, una calcolata risposta a una deriva giudicata evidentemente insopportabile – che merita molta attenzione. I risultati che tra poco conosceremo non potranno cancellare, comunque, l´imponenza del fenomeno: qualcosa di più di un primo campanello d´allarme – un autentico segnale di pericolo per il nostro futuro democratico.

Due considerazioni mi sembra si impongano subito. La prima – che è anche la più ovvia – riguarda lo scollamento ormai quasi drammatico fra la politica, per come viene ormai quasi universalmente percepita, e i bisogni, le domande, le aspirazioni del nostro popolo. In questo senso, è impossibile non vedere nel rifiuto del voto una risposta di protesta, che si avvicina a un autentico grido di sdegno, un´esigenza di sottrarsi a un gioco cui non si vuole più prestare fiducia, né dare legittimazione – “non in mio nome”. Come è impossibile non rendersi conto, da queste cifre, che l´opposizione fa molta fatica a intercettare questa ripulsa, e tradurla in un disegno positivo, in un´azione affermativa, in un progetto di speranza: e credo che la difficoltà riguardi soprattutto il rapporto con le giovani generazioni.

La seconda osservazione tocca invece quella che potremmo definire la qualità della democrazia. Se si svuota giorno dopo giorno il contenuto partecipativo dell´esperienza democratica, la pienezza delle sue articolazioni e dei suoi equilibri, la sua capacità di coinvolgimento quotidiano nelle scelte e nelle decisioni collettive, se la si riduce a puro assenso alle azioni di un leader, come la si sta cercando di impoverire nella sua versione berlusconiana – votatemi, e lasciatemi fare – è inevitabile che la stessa cerimonia del voto perda di senso nella percezione di molti, scada a rituale in fondo inutile, da cui ci può facilmente distogliere. Questa, in un certo senso, è l´altra faccia del populismo: il lato oscuro della passività che esso finisce con l´indurre, e che può diventare autentica espropriazione.

E infine. È difficile sottrarsi anche all´impressione che un astensionismo così alto suoni comunque come un rifiuto di quella mobilitazione plebiscitaria invocata dal Presidente del Consiglio come il rimedio di tutti i (suoi) mali. Esso appare piuttosto come il segno di una separazione, di una mancata condivisione rispetto a chi ama presentarsi come un candidato universale, circondato di irresistibile favore. È il segno di un Paese che si scopre, ancora una volta, drammaticamente incompiuto, eternamente sospeso tra dannazione e riscatto.

La Repubblica 29.03.10

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“Regionali, crolla l´affluenza nove punti in meno del 2005”, di Giovanna Casadio

Ha votato il 47,1%. Lazio in picchiata:-13. Urne aperte fino alle 15 Il fenomeno riguarda anche le regioni rosse. Nel 2005 votò alla fine il 71,4%
C´è ancora oggi per recuperare, ma le cifre della prima giornata di voto per le regionali lasciano poche speranze: il calo dei votanti è stato netto. Il Viminale alle 22 fornisce un dato complessivo: 47,1% alle urne, 9 punti in meno rispetto al 56% di cinque anni fa. Poco più della metà degli elettori ieri non sono andati a votare e il record negativo è nel Lazio, dove l´astensione è cresciuta di oltre 12 punti. L´allarme-astensione dei sondaggisti si è rivelato centrato, dopo una campagna elettorale segnata da scandali, da liste non presentate e decreti per salvarle, dai ricorsi e dai casi di corruzione e tangenti. Il referendum su di sé lanciato da Berlusconi per galvanizzare gli elettori, non sembra essere andato a segno.
Se la forbice con le regionali di cinque anni fa fosse stata minore, si sarebbe potuto parlare di fisiologia dell´astensione. Ora si tratta di vedere di quanto ci si allontanerà da quel “target” del 2005, ovvero il 71,4% di votanti alla fine. Il calo è un trend che ha coinvolto tutte le 13 regioni al voto, non ha risparmiato neppure le regioni “rosse”, più ligie al diritto/dovere elettorale. La partita politica si gioca quindi attorno all´astensione che, soprattutto al Sud, potrebbe penalizzare il Pdl. Nel Lazio è il momento della massima tensione: l´esclusione della propria lista è per il Pdl la ragione principale degli elettori rimasti a casa. Sono il Lazio e il Piemonte a decidere la partita tra centrosinistra e centrodestra, a fare cioè la differenza rispetto alle quattro regioni che il premier e Bossi considerano certamente acquisite e alle sette che il Pd di Bersani ritiene di poter mantenere nella sua metà campo.
I dati di mezza sera, alle 19, fotografavano una media di “meno 7 punti” rispetto alle precedenti consultazioni. Roberto Formigoni, il governatore uscente e ricandidato del Pdl in Lombardia sul suo sito fa un ultimo appello agli indecisi: «Date una mano…». Il dato riassuntivo diffuso dal Viminale riguarda propriamente nove regioni, perché Toscana, Marche, Puglia e Calabria rendono noti i risultati per conto loro. In Toscana e in Puglia il calo è di 7 punti alle 22; di 10 in Umbria e nelle Marche. Nel Lazio appunto, si è passati dal 55,8 al 43,3 di ieri. All´Aquila per le provinciali vota il 47,1% contro il 58,8 del 2004. Alle Provinciali vota il 47,8 (era il 55,3); alle Comunali il 55,7, meno 5 punti. Da registrare proteste e l´alto livello di guardia contro le interferenze della camorra in Campania. Oggi seggi aperti dalle 7 alle 15. Si vota anche per 463 Comuni, nove dei quali capoluogo, e per 4 Province.
La Repubblica 29.03.10

"Non sparate sulla scienza", di Luca Mercalli

Dopo le abbondanti nevicate del mese di febbraio su Washington, la percezione del riscaldamento globale negli Stati Uniti si è molto ridotta mettendo in crisi l’autorevolezza di una delle ultime istituzioni inattaccabili della nostra epoca, la scienza.
Il New York Times ha ragionato su quanta parte nella formazione di queste opinioni è legata ai fatti e quanta al modello mentale e culturale delle persone. David Ropeik, esperto in comunicazione del rischio, sostiene che la gente si serve degli estremi meteorologici di freddo o di caldo non come eventi per comprendere il clima, ma come proiettili da sparare contro un diverso gruppo di appartenenza sociale. La questione climatica conduce infatti a una critica dell’attuale modello di sviluppo, quindi i gruppi più conservatori e individualisti, che detengono privilegi in uno status quo di rigido ordine e gerarchia sociale, brandiscono i candelotti di ghiaccio e le palate di neve per screditare la scienza del riscaldamento globale contro i gruppi progressisti, fautori di una società più equa e di un maggior intervento dello stato nelle politiche ambientali e sociali, che a loro volta adotteranno come armi termometri roventi e invasi disseccati. Nessuno dei due schieramenti ha però la minima idea di cosa sia il clima e della differenza che corre tra i fatti meteorologici locali e quotidiani, rispetto agli andamenti globali e a lungo termine. Del resto, mentre Washington era bloccata dalla bufera, a Vancouver l’inverno più caldo della storia obbligava l’organizzazione olimpica a trasportare la neve in camion, mentre migliaia di ettari di foresta di conifere subivano gli attacchi di un coleottero parassita che di norma viene ucciso da temperature sotto i -30 gradi e prospera invece negli inverni miti.

Nel conflitto sul cambiamento climatico, ogni «tribù» adotta punti di vista che riflettono le proprie convinzioni sul funzionamento della società piuttosto che una reale comprensione fisica del problema. A ciò Janet Swim, docente di Psicologia alla Penn State University, aggiunge che il modello mentale è spesso una gabbia che ci fa credere di conoscere argomenti complessi semplificandoli eccessivamente: la neve è un’icona associata con un clima freddo, quindi nell’immaginario esclude che il pianeta si stia riscaldando.

Eric Johnson, della Columbia Business School, precisa che le nostre esperienze più vivide e recenti spesso offuscano informazioni più significative ma astratte e lontane nel tempo, proprio come un malato non si accorge dell’insorgere di una grave patologia, riscontrabile solo da un esame medico e non dal fatto di sentirsi in forma. Insomma, questa miscela di impressioni e interpretazioni soggettive, unita all’informazione talora affidata a giornalisti non preparati, ha mandato a picco la fiducia nella scienza del clima, rafforzata dal fiasco della previsione di mortalità dovuta al nuovo virus influenzale. Eppure la scienza in sé, con tutto questo rumore c’entra poco o nulla. Continua a fare il suo mestiere di ricerca della verità, sbagliando e correggendo, ma offrendoci comunque degli strumenti di decisione basati sulla probabilità. Anche nell’incertezza si possono così fare scelte razionali.

Lo scetticismo è benvenuto quando aiuta a migliorare la qualità dei risultati, non quando mira soltanto a demolire la credibilità di un’intera categoria. Purtroppo vi è anche una scienza deviata che su inevitabili imprecisioni del rapporto sul clima dell’Ipcc-Onu ha costruito una campagna di disinformazione di proporzioni pari a quella che fu messa in atto dalle multinazionali del tabacco contro i medici che ne sostenevano la tossicità. In proposito, Greenpeace ha pubblicato un rapporto su vent’anni di negazionismo climatico ad opera dell’industria dei combustibili fossili, intitolato «Dealing with doubt» («far commercio del dubbio»). Michael Mann, il climatologo della Pennsylvania University ferocemente attaccato per la sua ricostruzione della temperatura della Terra negli ultimi duemila anni, ritenuta fasulla, ha commentato così: «La fazione che sta montando questi attacchi è estremamente ben finanziata e organizzata. Da decenni dispone di un’infrastruttura preparata per aggressioni di questo genere, sviluppata durante le campagne contro il fumo e per la difesa di altri interessi. E’ letteralmente come un marine che fa a botte con un ragazzino scout. Noi non siamo esperti di pubbliche relazioni come lo sono loro, non siamo avvocati, non siamo lobbisti. Siamo scienziati, abbiamo studiato come fare scienza». La scienza ha sì i suoi difetti, come tutte le cose umane, ma in fondo funziona, e anche questo giornale si scrive e si stampa grazie alle sue conquiste.

La Stampa 29.03.10

Lombardo sotto inchiesta a Catania "Concorso esterno con la mafia", di Francesco Viviani e Alessandra Ziniti

Indagati anche il fratello Angelo e l´udc Fagone. I rapporti del governatore sono documentati in un faldone dei carabinieri composto da tremila pagine. Nel dossier della procura etnea i rapporti con il boss Vincenzo Aiello. L´autista di Angelo Lombardo il “tramite”.
Il Governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, e suo fratello Angelo sono indagati a Catania con l´accusa di «concorso esterno in associazione mafiosa».
La decisione è stata presa dalla procura etnea sulla base di un corposo rapporto di tremila pagine confezionato dai Carabinieri del Ros. Il dossier, all´esame del Procuratore della Repubblica, Salvatore D´Agata, fa riferimento alle relazioni tra il Governatore e il fratello, deputato nazionale, con alcuni boss.
Nel faldone top secret, spiccano le rivelazioni di un pentito e le intercettazioni telefoniche e ambientali che documenterebbero i contatti tra il capo assoluto della mafia catanese, Vincenzo Aiello, e i fratelli Lombardo. Con loro sono indagati anche un deputato regionale dell´Udc, Fausto Fagone, il sindaco di Palagonia, altri sindaci di comuni catanesi, numerosi amministratori comunali e provinciali, che sarebbero stati eletti grazie al “massiccio” appoggio ed “impegno” delle cosche mafiose del clan storico di Cosa nostra che faceva capo a Nitto Santapaola e che ora è capitanato da Vincenzo Aiello. Quest´ultimo è stato arrestato qualche mese fa durante un summit in cui si discuteva se aprire o meno una guerra contro le bande criminali catanesi, degli appalti da gestire e di come “comunicare” con il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo che – una volta eletto a capo del Governo Siciliano – aveva eretto una vera e propria barriera per evitare intercettazioni telefoniche e “contatti” compromettenti. Accorgimenti che non hanno impedito agli investigatori del Ros di ricostruire, in due anni di indagini, le relazioni tra i fratelli Lombardo con i boss di Catania, in particolare con Vincenzo Aiello, “capo Provincia” di Cosa nostra, ed altri esponenti della malavita che durante il periodo elettorale si erano trasformati in “galoppini” raccogliendo, con le buone o con le cattive, migliaia di voti per fare eleggere Raffaele ed Angelo Lombardo, ed altri esponenti politici segnalati alle cosche mafiose. «Raffaele ha creato un circuito chiuso» diceva Vincenzo Aiello ai suoi uomini e alla persona (identificata ed indagata) che faceva da “corriere” tra Lombardo ed il capomafia riferendo soltanto “a voce”. Nelle conversazioni intercettate dai carabinieri del Ros anche le “critiche” che il capomafia faceva a Raffaele Lombardo, per avere voluto nella sua giunta, magistrati-assessori, Massimo Russo, ex magistrato antimafia a capo dell´assessorato alla Sanità, Giovanni Ilarda, ex assessore alla Presidenza della Regione e Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, capo dell´ufficio istruzione di Palermo, ucciso dalla mafia con un´autobomba nel 1983. «Raffaele ha fatto una “minchiata” a fare questi magistrati assessori, perché questi, anche se lui è convinto che lo faranno, non potranno proteggerlo» commentava il boss Vincenzo Aiello parlando con i suoi “picciotti” e riferendosi al fatto che proprio in quei giorni un alto funzionario della Regione Siciliana era stato indagato per l´appalto relativo all´informatizzazione della Regione. Agli atti dell´inchiesta, coordinata direttamente dal Procuratore D´Agata ed affidata al procuratore aggiunto Gennaro e ad altri quattro sostituti, ci sono ore ed ore di intercettazioni telefoniche ed ambientali che inguaiano il fratello del Presidente ed il suo autista “personale”. Quest´ultimo, secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Ros, teneva i rapporti (“da vicino e mai al telefono”) con i boss e gli altri esponenti delle famiglie mafiose. La sua automobile era stata imbottita anche di microspie, ma l´autista, le aveva scoperte e in automobile non parlava più. Un´altra parte dell´inchiesta, molto corposa, riguarda gli “affari” dei fratelli Lombardo e di esponenti politici e funzionari regionali a loro legati che hanno sostituito i burocrati fedeli all´ex presidente della Regione, Salvatore Cuffaro (anche lui indagato, processato e condannato per favoreggiamento a Cosa Nostra), che controllano ormai tutti i punti vitali della spesa pubblica siciliana, dalla Sanità ai finanziamenti europei, alla formazione professionale, al grande business dell´energia alternativa, fino alla gestione dei rifiuti. L´inchiesta è ormai conclusa, i fratelli Lombardo rischiano la richiesta di arresto. Raffaele, anche se presidente della Regione, non gode dell´immunità parlamentare, per il fratello Angelo, invece, sarebbe necessaria l´autorizzazione della Camera dei deputati.
La Repubblica 29.03.10

«Elezioni: diventa casco blu dell'informazione. Denuncia qui ogni irregolarità in tv, radio e ai seggi», di Giuseppe Giulietti (Associazione Articolo 21)

Abbiamo fatto nostro l’accorato appello di Roberto Saviano, pubblicato da Repubblica alcuni giorni fa e per vigilare sulla regolarità chiediamo che ognuno indossi un virtuale casco blu Onu e vigili su quanto sta accadendo alla vigilia e in occasione del voto. E’ la proposta lanciata da Articolo21 attraverso il portavoce Giuseppe Giulietti. Vi chiediamo di vigilare sulle eventuali scorrettezze ai seggi e sulle eventuali manipolazioni dell’informazione.

Questa associazione, come sempre, non darà indicazioni di voto per questo o quel partito, ma certo non fingeremo di essere neutrali.
Stiamo e saremo dalla parte di chi crede nella costituzione e nei valori racchiusi nell’articolo 21. Stiamo e staremo contro i censori di ogni risma, contro i loro mazzieri, contro gli squadristi politici e mediatici che cercano di imbavagliare i giornalisti e i programmi sgraditi e di accecare i cittadini che vorrebbero essere informati per poter scegliere in modo libero e consapevole.

Stiamo e staremo contro quelli che strisciano di fronte al sultano, ma oscurano le proteste dell’Aquila, cancellano il malessere sociale, arrivano persino ad assolvere i Mills di turno.

Siamo e saremo contro quelli che chiamano al telefono i commissari della autorità e il direttore generale della Rai per concordare l’oscuramento dei Santoro, dei Travaglio, dei Floris, della Dandini, di Ezio Mauro,d i Eugenio Scalfari, di tutti quelli insomma che non vogliono piegare la testa.

Siamo e saremo contro quelli che vogliono imbavagliare i giudici e i cronisti, quelli che non si sono già autoimbavagliati, attraverso una legge sulle intercettazioni che protegga i malfattori, consentendo alle bande di procurarsi le intercettazioni illegittime, di acquistarle e magari di passarle ai giornali di famiglia per la pubblicazione.

Votate quello che vi pare,ma non votate per costoro,per i loro amici e neppure per quei finti oppositori che non comprendono le ragioni della emergenza democratica.

A tutti i nostri associati chiediamo di impegnarsi per contrastare la metastasi che rischia di soffocare il nostro ordinamento democratico, di farlo con grande passione civile, di farlo non per fare un piacere a qualcuno, ma per fare un piacere a se stessi, per non essere complici di questo incubo che rischia di travolgere lo stato di diritto.

Vi chiediamo di raccogliere la proposta lanciata da Roberto Saviano e di trasformarci in altrettanti caschi blu della libertà di informazione e del libero esercizio del voto.

Nella sola giornata di ieri Berlusconi ha letteralmente travolto le leggi vigenti. Da solo, secondo l’osservatorio di Articolo21, ha parlato per un tempo quintuplo rispetto a quello riservato a tutte le altre forze politiche e istituzionali messe insieme.

Non contento, da autentico caimano, si è fatto riprendere con un grande cartello che recava la beffarda scritta “Viva l’autorità di garanzia delle comunicazioni”, questo per dimostrare il suo disprezzo verso la multa inflitta dalla mitissima autorità al tg1 e al tg5. Il presidente del consiglio, proprietario di tutte le reti, ha voluto lanciare il guanto di sfida alle istituzioni di garanzia. Altrove sarebbe successo un finimondo, qui si polemizza con Michele Santoro, qualche terzista cerchiobottista troverà il modo di ironizzare sulla goliardia del presidente, sulla sua esuberanza… Che schifo! Che indegno spettacolo fatto di opportunismo dilagante, di fuga dalla responsabilità, di omertose distrazioni!

Per questo vi chiediamo di trasformarvi in caschi blu della libera informazione, segnalateci qualsiasi irregolarità, mandateci le vostre denunce per le ulteriori scorrettezze che si consumeranno sulle tv e sulle radio nazionali e locali, presidiate la rete per far circolare le denunce,raccontateci quello che accade dentro e fuori i seggi, non lasciate correre la minima irregolarità.

La redazione di Articolo 21 resterà a vostra disposizione, i nostri avvocati trasformeranno le vostre eventuali segnalazioni in denunce alle autorità competenti, lo faranno nei giorni del voto, continueranno a farlo nelle settimana successive quando, probabilmente scottati dai risultati, tenteranno di portare a compimento il loro progetto di repubblica presidenziale a telecomando unificato.

Non bisognerà dargli tregua, sarà una lotta da vivere e da praticare ora per ora, giorno per giorno sino a quando le nubi non saranno state definitivamente allontanate dal cielo d’Italia.

Adesso non sprechiamo un solo secondo e facciamo di tutto perché lunedì pomeriggio si possa tornare a respirare un’altra boccata di aria pura simile a quella che abbiamo respirato con il popolo viola, con la grande manifestazione delle opposizioni finalmente unite e, da ultimo, al Paladozza di Bologna grazie alla straordinaria serata per la libertà di informazione che ci hanno regalato Michele Santoro, i suoi ospiti, e i milioni di cittadine e di cittadini che hanno fatto crollare il muro del silenzio, della oscurità e dell’oscurantismo.

SEGNALA QUI OGNI IRREGOLARITA’ IN TV, RADIO E AI SEGGI

da http://www.articolo21.org

«Se la televisione spegne la vita», di Ilvo Diamanti

LA CAMPAGNA ELETTORALE senza talk show politici è divenuta la più televisiva della nostra storia politica. In modo neppure troppo involontario. Per alcune ragioni piuttosto evidenti. E vantaggiose per il premier. Il premier che ne è il primo artefice e responsabile.

1. Il silenzio dei talk show ha ridotto, anzitutto, gli spazi di critica al governo e al suo leader. Per non contraddire la sua auto-narrazione. Il “Cavaliere del fare”, il “Grande Sacerdote” della Religione dell’Amore opposta a quella dell’Odio. Meglio non rischiare il remake di un anno fa, prima delle elezioni europee. Le polemiche coniugali, le vicende di donne e donnine. Con gli strascichi negativi sul voto – o meglio: il non voto – al Pdl. Meglio non amplificare le intercettazioni telefoniche – diffuse in queste settimane – dei suoi dialoghi con il Commissario dell’Agcom e il direttore generale della Rai.

2. Sospesi i talk show, il territorio televisivo è stato occupato da Berlusconi e dal Pdl. La cui presenza ha superato ogni limite, come dimostrano le rilevazioni dell’Osservatorio di Pavia. A scapito non solo del Pd e dei partiti di opposizione, ma anche degli alleati, in particolare la Lega. Finita, a sua volta, in un cono d’ombra.

3. Le manifestazioni di piazza hanno offerto a Berlusconi ulteriore spazio mediatico. Quella di Roma della scorsa settimana, sceneggiata appositamente come un evento televisivo. Quasi un rito religioso, con i candidati governatori chiamati a giurare e la folla dei supporter invitata a evangelizzare gli infedeli e gli agnostici, come un esercito di “missionari”.

4. È stata la campagna elettorale più televisiva della storia politica italiana anche per il ruolo assunto dalla televisione nel dibattito politico. La chiusura dei talk show delle reti nazionali: occasione esemplare per discutere della libertà di espressione. Anzi: della libertà, tout-court. Ma soprattutto, i conduttori e i giornalisti dei talk show – sgraditi al premier – elevati a protagonisti politici. Basterebbe un’analisi del contenuto dei – tanti – discorsi tenuti dal premier durante la campagna elettorale. Oppure, riascoltare gli interventi – molteplici – del premier nelle più svariate trasmissioni tivù. In particolare, quelle “familiari”, come “Uno Mattina”. Emergerebbe, in modo evidente, una mappa dei “nemici” marcata – marchiata – dai personaggi televisivi. Primo fra tutti: Michele Santoro. Leader del PdAZ. Non il Partito di Azione, ma il Partito di Annozero. Poi, i Magistrati. Divenuti, negli anni di Tangentopoli, “custodi della pubblica virtù” (come li definì Alessandro Pizzorno), perché in grado di promuovere o delegittimare i leader politici. E, per questo, considerati antagonisti irriducibili dal premier, la cui biografia di imprenditore è punteggiata di indagini giudiziarie. Infine, fra i “nemici” evocati dal premier, nel corso della campagna elettorale, un posto d’onore spetta ad Antonio Di Pietro. Insieme a De Magistris, leader dell’Idv. Altrimenti detto: il PM. Partito dei Magistrati (e dei Pubblici Ministeri). Spesso, ospiti e protagonisti di Annozero. E, nell’ultimo mese, tra i più presenti nelle trasmissioni di informazione politica in tivù.

5. Così, questa campagna elettorale in vista delle regionali, senza talk show, non ha parlato delle questioni regionali, ma dei talk show. Non ha proposto i candidati presidenti e i loro programmi. Semmai, ha discusso di programmi televisivi. E ha opposto – fra loro – personaggi televisivi. Bloccando, accuratamente, i segnali di inquietudine che attraversano la società. Le preoccupazioni economiche e (dis)occupazionali. (Abbassano l’audience delle trasmissioni tivù e il gradimento del governo. Meglio il silenzio). Con alcune conseguenze rilevanti. a) L’oscuramento dell’opposizione politica. Del Pd e dei suoi leader, Bersani in primo luogo. Inoltre, come abbiamo detto, la sotto-esposizione della Lega, rispetto al premier. Il quale ha trasformato, ancora una volta, le elezioni in un referendum. Pro o contro se stesso. Anche se, in questa occasione, è possibile che ciò sia avvenuto per trainare non tanto la coalizione in difficoltà (come nel 2006). Ma anzitutto se stesso insieme al suo partito, il Pdl. b) L’ulteriore “unificazione” di Rai e Mediaset. Ridotti a MediaRai. c) Con l’esito di spostare all’esterno i luoghi del dibattito politico e pubblico. Sul satellite, sulle altre reti, su Internet. Soprattutto dopo la sentenza del Tar del Lazio, che ha dichiarato illegittima la sospensione dei talk show. Per questo, “RAI per una notte” – l’evento organizzato da Michele Santoro nei giorni scorsi – appare esemplare non solo di questa campagna elettorale, ma di questa fase mediapolitica. Trasmessa in diretta tv sulle piattaforme satellitari e su Internet, ha raggiunto intorno al 13% di share, a scapito delle reti MediaRai. E ha offerto una raffigurazione plastica dell’opposizione al tempo della “democrazia del pubblico e dell’audience” (per citare il filosofo Bernard Manin). Guidata da Santoro, Travaglio e Floris, insieme a Lerner. MediaRai al governo. Sky, le altre reti e Internet all’opposizione.

Di fronte allo spettacolo della politica come spettacolo (televisivo), coltiviamo due auspici. 1. Che finisca la finzione della tivù “pubblica”. Dove lo spirito “pubblico” si è perduto. Dove nessuno – al di fuori della cerchia dei diretti interessati – ha reagito alla chiusura dei talk show, né all’evento promosso da Santoro. Che si privatizzi la Rai. Che il mercato prenda il posto di un duopolio divenuto mono-polio. Asfissiante e asfittico. 2. Che la realtà reale sfugga – e si ribelli – a quella mediale. Che emerga un’Italia diversa da quella – irreale – messa in onda sui nostri schermi. Delusa ma non rassegnata. Capace di reagire con il voto. E non con l’astensione. Se la tivù tradisce la vita, bisogna spegnere la tivù, non la vita.

da www.repubblica.it

«Cambiamo insieme. Bersani: "Il Paese è stanco Saremo noi a ridare fiducia agli italiani"», di Concita De Gregorio

Non è presto né tardi, il tempo è ora.

Nel giorno di vigilia Pier Luigi Bersani torna a parlare del «cantiere», quello che descrisse al congresso: il luogo dove si costruisce l’alternativa di governo. Elenca il lavoro fatto, quello che resta da fare. Non nasconde le difficoltà, parla con fiducia degli alleati, indica i punti di crisi del Pdl e quelli che il centrosinistra deve superare. Siamo a buon punto – ripete più volte – è a portata di mano un successo elettorale che consentirà al centrosinistra di imporre finalmente tre questioni concrete al centro del dibattito politico: un piano anticrisi, uno per la scuola pubblica, una politica di sostegno ai redditi più bassi. Il tempo è ora, dice: il momento di cambiare rotta è adesso.

Il vento sta davvero cambiando, Bersani?
«Sì, il nostro mondo si è rianimato, sento che i nostri argomenti hanno di nuovo presa. Il Paese è stanco dell’eterna vicenda berlusconiana. La crisi è un problema permanente e noi lo abbiamo visto dal principio. Serve una politica che dia risposte ai tormenti della vita quotidiana delle persone. Al congresso si diceva: è tardi per partire. Invece in questo breve tempo abbiamo mostrato di essere il perno per la ricostruzione del centrosinistra. Abbiamo lavorato in modo più amichevole con le forze alla nostra sinistra, coi radicali e con Di Pietro. Abbiamo alimentato la fiducia in uno schieramento che si ricompone. È questo che serve: ridare fiducia agli italiani che l’hanno smarrita».

Sfiducia nella politica, in generale, anche a sinistra.
«Gli strati popolari hanno maturato un elemento di distacco. Noi dobbiamo riprendere contatto con la nostra gente. Non la faccio facilissima. Gli italiani sono molto stanchi. Il berlusconismo ha segnato a tutti i livelli un’attenuazione dello spirito civico, ha toccato in profondità le corde vitali del paese: la tensione etica, politica. C’è bisogno di una riscossa civica ma alle spalle deve esserci una riscossa politica».

Il leghismo dilaga nelle classi popolari.
«È vero, la Lega ha penetrato il nostro elettorato, i ceti popolari. È un partito nato lanciando il tema dell’anticentralismo con un’organizzazione di tipo leninista. Poi, col tempo, è diventato un movimento solo difensivo: in economia, nelle politiche sociali. Ha cavalcato la xenofobia alimentando le paure. Con la Lega, oggi, non bisogna avere spocchia ma neanche titubanza. Bisogna confrontarsi all’altezza degli occhi, dir loro fate i federalisti nel week end e nei giorni feriali sostenete il miliardario con più passione di Cicchitto. Sul palco di San Giovanni a recitare il giuramento dell’imperatore… L’immigrazione è un fenomeno dei tempi moderni, contiene certo anche elementi di disordine. Ma la Lega è stata al governo 7 anni su 9: i ministri li paghiamo perché risolvano i problemi, non perché ci campino eccitandoli. Dunque qual è la proposta? Noi diciamo che dobbiamo stare in questo tempo, non c’è davvero alternativa, e che l’integrazione è un valore fondante della nostra cultura. Non è buonismo. È una necessità storica che si realizza concretamente nelle città, nei paesi attraverso una rete di servizi: bisogna governarla».

Gli stranieri tolgono lavoro dove già ce n’è poco, è questo il tormentone.
«Nei momenti di crisi si sviluppa l’impressione della concorrenza tra ultimi. I dati dicono però che la maggior parte degli immigrati svolge lavori che la nostra gente ha via via abbandonato, come avviene in tutte le società. Quel che non è un’impressione, invece, è la competizione nel sommerso. Ma allora bisogna lavorare lì, far emergere il nero. Bisogna dare una spinta all’economia».

Come, di fronte a una crisi così grave?
«Rafforzando gli investimenti pubblici, con rapidità. Un grande piano di piccole opere fatte dai comuni sarebbe una benedizione. Si deve investire nel settore energetico, nel ferroviario, nelle telecomunicazioni. Dare un colpo d’urto settore per settore, compreso quello agricolo. Rimettere in moto la macchina con un cantiere di riforme industriali».

Non teme che gli appalti pubblici possano essere nuova linfa per la corruzione che dilaga?
«Il verminaio che abbiamo sotto gli occhi è reso possibile dalla costante deroga alle leggi. O dalla violazione, ma allora parliamo di illegalità. Se stai nella norma è molto ma molto più difficile che la corruzione si alimenti. Bisogna che le regole siano essenziali, questo è vero: che non costiuiscano ostacolo allo sviluppo, e dunque se necessario bisogna semplificarle. Però non devono essere derogabili. Se no finisce che lavorano gli amici, e gli amici degli amici, come si vede».

E siamo al punto: la legalità.
«È un’emergenza. Siamo sotto la soglia minima, a cominciare dalla grande criminalità che come abbiamo visto dalle più recenti vicende ramifica ovunque. Da un governo devono venire indicazioni che alzino e non abbassino l’asticella della legalità. La magistratura deve essere in grado di svolgere il suo compito con tutti i mezzi necessari. Le intercettazioni si possono regolare ma assolutamente non eliminare come fonte di prova. Mi scandalizza l’inclinazione condonistica di questo governo. Semina sfiducia, disordine. Lo scudo fiscale ha cancellato irregolarità e reati. E’ una ferita per la cultura, per l’etica del Paese».

La cultura. Parliamo di scuola.
«Dico solo che nonostante il mago Brunetta abbiamo aumentato di 12 miliardi la spesa per beni e servizi nella pubblica amministrazione. In compenso alla scuola pubblica sono stati tagliati 8 miliardi in 3 anni. Una riduzione di offerta formativa in termini quantitativi e qualitativi che è in controtendenza cosmica. Un disinteresse assoluto per il futuro di questo paese. È da qui che dobbiamo ripartire. Un buon risultato alle regionali ci consentirebbe di mettere subito in agenda tre punti: un serio piano anticrisi, risorse per la scuola, sostegno sociale alle fasce di reddito più deboli».

Cosa intende per “buon risultato”?
«Coi voti delle europee e le alleanze delle politiche avremmo vinto in 3 o 4 regioni. Coi voti delle europee e le nuove alleanze in 6. Io dico che possiamo vincere nella maggioranza delle regioni. Nel Lazio, in Piemonte siamo sul filo. C’è una grande spinta, è una partita da giocare. Del resto tutti assieme abbiamo a posto la coscienza».

Tutti assieme nel senso delle forze alleate? Non teme un successo elettorale di Di Pietro?
«Non temo il successo di chi sta da questa parte, no. Temo il successo dell’avversario, non dell’alleato. E anche: se voglio accorciare le distanze dagli alleati devo creare una psicologia di campo. Augurarmi che si cresca tutti, l’uno nel rispetto dell’altro. Rafforzare lo schieramento, riaprire il cantiere – penso anche a Sinistra e Libertà – senza annessioni. Certo non è vietato, naturalmente, che io mi auguri insieme un buon risultato del Pd. Considerando che il 7 regioni su 13 presentiamo anche liste civiche sono convinto che i risultati ci daranno ragione».

Suggestioni francesi?
«Da noi la tensione dello scontro è enormemente più alta che in Francia. Berlusconi ha radicalizzato il conflitto con le parole d’ordine che sono nel suo stile: il bene e il male, quella roba lì. La nostra è una destra abile a sollevare i problemi, non a risolverli».

Vendola ha detto, in piazza del Popolo: togliamo noi per primi le mele marce dal nostro cesto. Lo hanno molto applaudito.
«Dobbiamo occuparci anche di noi, certo. Due indicazioni. Primo: la magistratura fa il suo lavoro e non si mette becco. Secondo: non si può affidare il compito solo alla magistratura. Dobbiamo stringere i meccanismi di deontologia interni. Penso a una legge sui partiti nella quale la deontologia abbia il rilievo di un codice. Questo il criterio generale, poi c’è il nostro. Noi dobbiamo sempre essere un metro più in là perché la nostra gente, giustamente, ci perdona di meno».

Pietro Ingrao compie 95 anni. Dice oggi all’Unità della sua preoccupazione perché “tarda a crescere un soggetto collettivo antagonista”. Tarda, Bersani?
«Con molti auguri a Ingrao, gli dico: voglio che il soggetto sia questo. La sinistra esiste in natura, se uno non la interpreta lo farà qualcun altro. Ecco, io non voglio che lo faccia qualcun altro».

da www.unita.it

«Disoccupati, quello che il governo non fa», di Tiziano Treu

Non è vero come sostiene il governo, che stiamo meglio.
I dati forniti dall’Istat sull’occupazione confermano purtroppo la gravità della crisi. E forse il ministro Sacconi invece di sminuire i dati, farebbe molto meglio ad affrontare il problema. Come sempre nei cicli economici negativi gli effetti sull’occupazione seguono con qualche ritardo la caduta della produzione.
I dati dell’Istat mostrano una situazione fra le peggiori d’Europa. La disoccupazione ufficiale è cresciuta all’8.1 per cento (4° trimestre del 2009); è meno grave che in altri paesi perché è contenuta dall’uso della cassa integrazione.
Ma per valutare l’effettivo peso della crisi occupazionale occorre aggiungere alla disoccupazione ufficiale almeno altri due dati: i cassa integrati da lungo tempo, di fatto disoccupati (oltre 500.00), i lavoratori inattivi, che sono così scoraggiati da non cercare neppure più il lavoro.
Questi stanno aumentando in modo preoccupante. Infatti il tasso di inattività è cresciuto di oltre il 3 per cento arrivando al 37.9 per cento; siamo al 25° posto in Europa dove il tasso è al 28.7 per cento. A partire dal 1995 fino a ieri la nostra occupazione è lentamente aumentata; ora stiamo tornando indietro. Vuol dire che il nostro paese utilizza poco più della metà del suo capitale umano (il 57.5 per cento). Se non si rimedia a questo sottoutilizzo non ci può essere ripresa.
Un altro dato preoccupante è la disoccupazione giovanile: è a livello triplo che fra gli adulti, al 23.5 per cento (siamo al 18° posto in Europa). Anche gli adulti anziani hanno poche opportunità di lavorare nonostante siano in buona salute e con esperienze utili al paese. Sono occupati solo il 24.8 per cento degli uomini e il 17 per cento delle donne (siamo al 26° posto in Europa). Altra nota dolente è il lavoro femminile. Negli anni passati era molto cresciuto, la maggior parte dei nuovi posti di lavoro era al femminile. Ora l’occupazione delle donne è ferma al 46.1 per cento (siamo al 26° posto in Europa). Per non parlare del Sud dove tutti gli indicatori sono da sempre negativi; ma ora stanno perdendo terreno anche rispetto alle medie italiane. Mentre al Nord si è perso l’1.3 per cento di occupazione, al Sud la perdita, in un anno, è triplicata. La cassa integrazione aiuta a contenere i danni, ma occorre reagire, se non vogliamo che il 2010 e il 2011 siano anni di ulteriori perdite di occupazione e di drammi umani.
Adesso la priorità è evitare altre perdite. Le casse in deroga previste per le crisi aziendali hanno un termine di un anno e stanno terminando, perché la congiuntura negativa dura più del previsto. Parlo di aziende sane nelle aree forti del paese. Queste vanno sostenute subito se non vogliamo trovarci davanti ad un deserto industriale.
È urgente che il ministro del lavoro dia assicurazioni precise su questo punto; non limitarsi a dire che esistono le casse in deroga. Il sostegno è urgente soprattutto per le piccole e piccolissime imprese. Molte di queste non riescono di fatto a utilizzare le casse in deroga per tutelare i propri dipendenti perché le procedure sono complesse, poco note e richiedono un accordo con il sindacato. Eppure sono queste imprese che hanno creato la gran parte dell’occupazione negli ultimi anni. Per questo è urgente la riforma degli ammortizzatori sociali in modo da renderli effettivamente disponibili a tutti: sia la cassa integrazione per le crisi temporanee, sia assegni di disoccupazione accompagnati da formazione e politiche attive per reinpiegare al più presto possibile chi perde il lavoro.
Il governo ha promesso di occuparsi della riforma dopo le elezioni. Il Pd è pronto a discuterne senza pregiudizi e cosi anche le forze sociali.
Per sostenere l’occupazione occorrono però altri interventi urgenti. La prima urgenza è di rimettere in moto la macchina economica. Dato che le risorse sono poche, bisogna concentrarle sui settori chiave della nostra economia dove l’Italia ha ancora buone possibilità. Questa era l’idea alla base del progetto Industria 2015 varato nel 2008 da Bersani col governo Prodi, seguendo le indicazioni delle categorie economiche. Il governo farebbe bene a riprendere questo progetto invece di disperdersi in mille rivoli e in troppi annunci. La scelta dei settori da rilanciare è decisiva anche per sostenere l’occupazione, per evitare una ripresa “jobless”, cioè senza occupazione.
Settori tradizionali come l’edilizia sono ad alta intensità di lavoro: la manutenzione e la riqualificazione degli edifici anche a fini ecologici sono bacini di grande potenzialità.
Per questo va allentato il patto di stabilità per i comuni virtuosi, come il Pd e l’opposizione chiedono da tempo. Le risorse disponibili in questa direzione possono tradursi subito in centinaia di migliaia di posti di lavoro di qualità. Lo stesso vale per la green economy: basti vedere i risultati di crescita e di occupazione oggi ottenuti da paesi come Germania, Danimarca e Corea del Sud.
I servizi alle persone sono un altro settore ricco di potenzialità occupazionali, che si possono attivare in modo diffuso sui territori per fronteggiare le situazioni di disagio sociale sempre più gravi. Alcune regioni e autonomie locali stanno già attivandosi in queste direzioni e indicano la strada da seguire in futuro a livello nazionale.
Infine gli stimoli alla ripresa economica vanno accompagnati con politiche attive del lavoro. È grave che oggi il governo non se ne occupi per nulla. Si tratta di decidere interventi specifici che rispondono ai bisogni dei gruppi sociali, specie quelli più in difficoltà. Ai giovani vanno garantiti livelli di istruzione di base e professionale più elevati e meglio raccordati con le esigenze dell’economia moderna. Le famiglie vanno aiutate a farli studiare bene e a renderli autonomi, abbiamo proposto sussidi di “learnfare” per sostenere l’istruzione dei figli. L’occupazione femminile può essere sostenuta con politiche di conciliazione e condivisione e con sostegni al lavoro di cura ora a carico delle famiglie. Su questi settori ci sono diverse proposte di legge, alcune del Pd, alcune bipartisan, che giacciono in parlamento. Un governo responsabile dovrebbe prenderle in seria considerazione invece di occuparsi d’altro.
da www.europaquotidiano.it