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«Reimpostare l'orologio», di Dina Galano

ORA LEGALE. Da stanotte, per i prossimi sette mesi, le lancette seguiranno un’ordine antropico regalando un’ora di luce in più: in termini di consumi, una sensibile riduzione.

La sfida contro il tempo, si sa, è persa in partenza. Ma se, senza troppe ambizioni, si impara a gestirlo, i primi risultati si colgono sul piano del risparmio energetico. Da stanotte, per i prossimi sette mesi, le lancette seguiranno un’ordine antropico regalando un’ora di luce in più: in termini di consumi, una sensibile riduzione. La società Terna, che cura la rete elettrica nazionale, ha stimato che l’energia risparmiata nei prossimi mesi sarà pari a 644 milioni di kilowattora, come se metà Fiuli Venezia Giulia si astenesse dai consumi per un intero anno.

Calcolando che l’ora legale accomuna tutti i Paesi industrializzati, si può apprezzare l’entità dell’effetto. Che, valuta ancora Terna, si ripercuote anche sulle emissioni di Co2 nell’atmosfera che diminuiranno di oltre 300mila tonnellate. Ma se le cadenze del tempo sono esaltate dalle coincidenze, oggi il risparmio energetico sarà realizzato a livello globale: per un’ora soltanto, ma lunga quanto tutti i meridiani, si spegneranno le luci dei maggiori monumenti e palazzi del mondo. è l’heart hour, un’iniziativa promossa dal Wwf per la lotta contro i cambiamenti climatici che attraverserà 125 Paesi e 4.000 città.

Da stamattina alle 7.45 ora italiana e fino a domenica, la ola planetaria per il clima sarà il simbolo di «una economia pulita a basso consumo di carbonio», come fanno sapere dal Wwf. L’appuntamento si ripeterà alle ore 20.30 locali di tutti i Paesi aderenti. «L’idea – spiega ancora il Wwf- è quella di coinvolgere nello stesso giorno dell’anno e per un’ora quante più persone possibili ai capi opposti del mondo, unite in un eloquente messaggio: tagliare le emissioni inquinanti e agire per fermare i cambiamenti climatici».

Anche il Segretario Onu, Ban Ki-Moon, ha inviato il suo messaggio di adesione: nella lotta ai cambiamenti climatici «le soluzioni sono nelle nostre mani e possono essere messe in atto da individui, comunità, mondo degli affari e governi di tutto il pianeta». A restare al buio, per prime, le Isole Chatam in Nuova Zelanda. Quando la maratona toccherà l’Italia, si oscureranno oltre 120 tra grandi città e piccoli Comuni.

www.terranews.it

Tariffe, in arrivo stangata da 761 euro a famiglia

Nuova stangata per i consumatori italiani: ogni famiglia quest’anno dovrà sborsare 761 euro in più a causa degli aumenti delle tariffe. Lo denunciano Federconsumatori e Adusbef che hanno aggiornato le previsioni di spesa già diffuse a gennaio alla luce dei rincari autostradali, della benzina e dell’aumento stimato della bolletta del gas. «Dopo i drammatici dati relativi al ricorso alla cassa integrazione che ha superato il miliardo di ore e il continuo aumento del tasso di disoccupazione, che comporteranno oltre i drammi sociali e individuali, una caduta del potere di acquisto delle famiglie italiane di 565 euro annui, si aggiunge una vera e propria stangata alle famiglie che – sottolineano i presidenti di Federconsumatori e Adusbef, Rosario Trefiletti e Elio Lannutti – avevamo già pronosticato e che oggi viene aggiornata per i rincari autostradali, il continuo aumento del prezzo della benzina nonchè l’aumento stimato dal primo di aprile per la bolletta del gas del 3%, pari a circa 34 euro annui in più, dopo quello precedente di 28 euro».

Nel dettaglio l’assicurazione auto costerà 130 euro in più, le tariffe aeroportuali ben 65 euro (130 milioni di passeggeri-costi diretti ed indiretti) in più mentre quelle autostrdali 60 euro in più. Il ricorso per multe e i contenziosi comporteranno un esborso di ulteriori 55 euro. Per gas, acqua e rifiuti le famiglie tireranno fuori mediamente 62,18 e 35 euro in più. L’aumento dei servizi bancari costerà altri 30 euro aggiuntivi e l’aumento delle rate dei mutui circa 80 euro. La spesa per i carburanti comporterà un aggravio di 171 euro e quella per i treni di 65 euro. Un sollievo arriverà solo dalle tariffe elettriche (-10 euro).

«Dall’aggiornamento ad aprile – spiegano le due associazioni – ogni famiglia subirà quindi maggiori spese per 761 euro annui senza contare i costi indiretti che questi aumenti provocheranno sul tasso di inflazione. Ciò produrrà un’ulteriore contrazione dei consumi che influirà negativamente sulle produzioni e sul mercato».

Trefiletti e Lannutti ricordano che «era stato promesso l’impegno a bloccare le tariffe. Ma – aggiungono – a conti fatti ora abbiamo capito perchè questo governo si è voluto definire ‘del farè. E cioè per permettere di ‘farè aumentare le tariffe e la pressione fiscale».

Nuova stangata per i consumatori italiani: ogni famiglia quest’anno dovrà sborsare 761 euro in più a causa degli aumenti delle tariffe. Lo denunciano Federconsumatori e Adusbef che hanno aggiornato le previsioni di spesa già diffuse a gennaio alla luce dei rincari autostradali, della benzina e dell’aumento stimato della bolletta del gas. «Dopo i drammatici dati relativi al ricorso alla cassa integrazione che ha superato il miliardo di ore e il continuo aumento del tasso di disoccupazione, che comporteranno oltre i drammi sociali e individuali, una caduta del potere di acquisto delle famiglie italiane di 565 euro annui, si aggiunge una vera e propria stangata alle famiglie che – sottolineano i presidenti di Federconsumatori e Adusbef, Rosario Trefiletti e Elio Lannutti – avevamo già pronosticato e che oggi viene aggiornata per i rincari autostradali, il continuo aumento del prezzo della benzina nonchè l’aumento stimato dal primo di aprile per la bolletta del gas del 3%, pari a circa 34 euro annui in più, dopo quello precedente di 28 euro».

Nel dettaglio l’assicurazione auto costerà 130 euro in più, le tariffe aeroportuali ben 65 euro (130 milioni di passeggeri-costi diretti ed indiretti) in più mentre quelle autostrdali 60 euro in più. Il ricorso per multe e i contenziosi comporteranno un esborso di ulteriori 55 euro. Per gas, acqua e rifiuti le famiglie tireranno fuori mediamente 62,18 e 35 euro in più. L’aumento dei servizi bancari costerà altri 30 euro aggiuntivi e l’aumento delle rate dei mutui circa 80 euro. La spesa per i carburanti comporterà un aggravio di 171 euro e quella per i treni di 65 euro. Un sollievo arriverà solo dalle tariffe elettriche (-10 euro).

«Dall’aggiornamento ad aprile – spiegano le due associazioni – ogni famiglia subirà quindi maggiori spese per 761 euro annui senza contare i costi indiretti che questi aumenti provocheranno sul tasso di inflazione. Ciò produrrà un’ulteriore contrazione dei consumi che influirà negativamente sulle produzioni e sul mercato».

Trefiletti e Lannutti ricordano che «era stato promesso l’impegno a bloccare le tariffe. Ma – aggiungono – a conti fatti ora abbiamo capito perchè questo governo si è voluto definire ‘del farè. E cioè per permettere di ‘farè aumentare le tariffe e la pressione fiscale».

da www.unita.it

«Il vento sta cambiando», di Andrea Draghetti

“L’immagine del Pd che vorrei fosse rappresentata è come questa piazza qui: tutta di popolo, che sta molto stretto e molto insieme. Questo è il Pd”, così Pier Luigi Bersani ha introdotto il suo discorso di chiusura della campagna elettorale per le regionali 2010 dal palco di Piazza Villari a Torino.

Un discorso che ha toccato tutti i punti della lunga campagna elettorale che ha visto il progressivo cambiamento dell’aria che si respirava attorno al Partito democratico: la presunzione della destra di poter cavalcare le difficoltà dell’opposizione, di “essere in carrozza, simulando le elezioni europee” e l’idea di Berlusconi di mettere il Pd in una riserva indiana è stata capovolta dai fatti e dalla costatazione che “la griglia di partenza è in una condizione diversa. Forse – ha continuato Bersani – non eravamo noi stessi troppo convinti perché sottovalutavamo le nostre forze. Ma quando è ora di combattere ci ritroviamo attorno ai nostri valori e combattiamo!”

Bersani ha rivendicato come la scelta iniziale di cercare convergenze ampie non era “politicismo” ma la necessità di vedere se c’era una parte, anche nell’area moderata, convinta dopo due anni di Berlusconi, che quella intrapresa non fosse la strada giusta.

Insomma “abbiamo acceso i motori e i motori girano. Abbiamo l’idea di portare i riflettori attorno alle questioni fondamentali per gli italiani: il lavoro, il reddito, la scuola, la sanità e così via”. Ma non basta perché è necessario “unire questi temi alla difesa della migliore costituzione del mondo. La nostra. Questo è l’asse della nostra campagna elettorale” ha ribadito il leader democratico.

Il Pd è un grande partito popolare e se stamattina alle 5 Bersani era presente ai cancelli della Fiat “è perché io potessi dire un’ora dopo che in Italia che c’è della gente che va a lavorare alle 6 per migliorare un salario di 1200 che è a rischio di cassa integrazione”. E come per la Fiat lo stesso discorso è valido per tutte le fabbriche che sono in difficoltà.

“Berlusconi è piuttosto nervosetto – ha puntualizzato Bersani – io un sorriso riesco anche a farlo, lui non ci riesce più. Parla di partito dell’amore ma digrigna i denti: ha la rabbia contro i magistrati, la sinistra che mangia i bambini, le trasmissioni che fanno comunicazione. Un clamoroso boomerang: neanche in Iran riescono ad oscurare la comunicazione!” Il consiglio per il premier è molto chiaro: “Prendi il telecomando e cambia canale come facciamo noi quando vediamo la tua faccia, cambia canaleee” ha ironizzato il segretario del Pd, portando anche la mano vicino alla bocca come per far arrivare il messaggio forte e chiaro al premier.

Invece di pensare al Paese, Berlusconi continua come un disco rotto a parlare di “bene e male” e a preferire il solo “dibattito ideologico perché non vuole pagare dazio del confronto. Se si fa un confronto al primo giro parli di sinistra e magistratura. Ma al secondo devi parlare dei veri problemi della gente”. E questo Berlusconi non lo sa fare.

Quindi l’affondo diretto al premier: “sei in giro dall’anno di grazia 1994 e negli ultimi 9 anni sei al governo da 7. In tutto questo tempo cosa hai fatto? Ci puoi in che cosa siamo migliorati?”. Si è trattato di sole promesse disattese. Onde per surfisti, onde di “balle, fino all’ultima: l’eliminazione del tumore nei prossimi anni. Ma una cosa è chiara, la spiaggia è molto vicina”!

“Finché l’economia regge le balle e le onde reggono. Ma ora è arrivata la crisi e lui ha raccontato un film che ha disarmato il paese. La sua risposta è stata aspettiamo che arrivi il bel tempo. Berlusconi e Lega, perché senza la lega non ci sarebbe Berlusconi, hanno la colpa di essere stati con le mani in mano davanti alla crisi”.

Il premier è un uomo che mette la faccia davanti a un miracolo, mai davanti ad un problema. “Non si è mai rivolto al Paese come hanno fatto la Merkel e Sarkozy per dire tiriamoci su le maniche. Lui non può dire c’è un problema perché Apicella non gli ha fatto quel accordo li. Lui ha l’orecchio da miliardario, quelli che hanno problemi zero. Da due anni siamo totalmente fermi nell’affrontare la crisi economica e sociale.

E con lui ministri come Tremonti che pretende di insegnare al Pd come tenere i conti in equilibrio. “Lui a noi? I conti li ha sbarellati due volte e noi abbiamo rimesso la barra diritta al punto da perdere le elezioni. Lui, che ha fatto il più grande condono per gli evasori all’estero, ripulendo il denaro sporco con la modica cifra del 5% per gente che avrebbe dovuto pagarne il 40%. Negli ultimi due anni sono stati incassati 20 miliardi di Iva in meno”.

E con Tremonti, altri splendidi esempi si trovano nelle fila del governo: Brunetta, Zaia e Castelli. Tutti candidati in queste elezioni e tutti disposti al doppio incarico. Dai fannulloni ai “fantuttoni”

“Tutte le cose fatte – ha continuato Bersani – sono state fatte per chi è al riparo dalla crisi e non quelli che stanno sul fronte della crisi: le piccole imprese e famiglie. Ad andare sotto l’acqua siamo capaci tutti ma bisogna capire per quanto tempo! Dobbiamo correre per accorciare i tempi della ripresa. Investimenti che diano lavoro subito”.

Nessun ponte sullo stretto ma piccole opere da affidare ai comuni sbloccando il piano di stabilità, investimenti sulla politica energetica e ambientale, sui settori in difficoltà. Soldi in tasca ai redditi più bassi e pensioni dignitose per aumentare i consumi e ridare fiato all’economia. Insomma un pacchetto anticrisi serio

“Se vinciamo il giorno dopo dirò: Berlusconi hai capito sì o no che è ora di discutere dei problemi della gente e non dei problemi tuoi? Questo il senso della nostra campagna elettorale. Non siamo tutti uguali! A noi nel mucchio non ci si mette”.

La questione è se si vuole cavalcare i problemi o se si vuole risolverli. Il governo li cavalca per ottenere consenso. Nessun consenso invece, per averli risolti.

Nel Piemonte si conclude la campagna elettorale. In quella regione che attraverso Mercedes Bresso interpreta in maniera eccezionale il suo orgoglio e la sua modernità. Una regione in bilico, che è ha una missione da svolgere per conto della nazione: fare da cerniera con l’Europa. Non solo per le infrastrutture ma per il suo modo di porsi e di pensare in maniera europea.

“Berlusconi porti rispetto a Mercedes Bresso e al suo ruolo istituzionale in Europa. Se lei ha risposto all’insulto con ironia (Berlusconi usa più trucco di me), io, a sostegno della sua tesi, dico che dal 1994 io o molti capelli in meno. Lui di più”.

Nel 2011 si festeggeranno i 150 dell’Unità d’Italia. “Scordiamoci che sia una occasione commemorativa perché è nell’attualità del problema. Noi come Partito democratico diremo la nostra sull’unità della nazione, sui temi di fondo di questo paese, per discutere delle nuove condizioni senza retorica passatista”. Berlusconi ha diviso il tessuto civico, morale, etico. Rotto la coesione, portato all’atomizzazione e corporativizzazione del Paese.

“Il Pd è un partito nazionale e popolare. Il partito della nuova unità della nazione e della antico rispetto per la Costituzione della Repubblica. Noi non possiamo avere il Piemonte in mano alla Lega. Questo è il punto fondamentale della questione di oggi e dell’Italia del futuro. In poche parole un’altra Italia , un tratto di concretezza e di cambiamento basato su poche parole: lavoro, onestà, serietà e regole su cui costruire un grande partito popolare.Forza che ce la facciamo”.

da www.partitodemocratico.it

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«Il leader Pd tra gli operai: il vento sta cambiando», di Simone Collini

Comincia col buio l’ultima giornata di campagna elettorale di Pier Luigi Bersani, alle 5, a Torino, davanti ai cancelli di Fiat Mirafiori, con una pioggia che scende giù fastidiosa e il tempo di un volantino allungato e di una stretta di mano per dire agli operai che arrivano quello che vuole dire, facendo attenzione che il modo sia quello giusto, perché c’è da fare i conti con i nervi provati da un’alzataccia alle quattro o giù di lì e con una più profonda sensazione di essere stati abbandonati anche da chi si sarebbe dovuto battere per loro. Alcuni glielo dicono direttamente, al segretario del Pd, che non va bene farsi vedere solo alla vigilia delle elezioni, che l’opposizione dovrebbe fare di più per contrastare la destra, per difendere i diritti dei lavoratori, per aiutare chi ha redditi bassi e chi rischia il posto. Bersani se lo aspettava, praticamente è venuto qui proprio per questo, per bypassare i filtri mediatici e dirglielo altrettanto direttamente che se la crisi viene pagata dai più deboli la colpa è di chi per mesi ha fatto finta di niente e si è occupato d’altro, andando avanti a colpi di decreti e voti di fiducia.

“Oggi sono qui, ma finora non c’è stato giorno in cui non sia andato davanti a una fabbrica, in un quartiere popolare, a incontri con i lavoratori perché voglio che il lavoro torni al centro della discussione pubblica”, dice il segretario del Pd. “E questo voto dovrà servire a dare un segnale al governo, facendogli capire che adesso bisogna cominciare a parlare dei problemi veri del paese, non di quelli di Berlusconi, perché la crisi non è passata e bisogna reagire con un serio piano economico”. Quelli che varcano la porta 2 di Mirafiori continuando a scuotere la testa sono pochi. E nessuno si mette a fare battutacce, o a ad alzare la voce. In tanti invece son contenti di stringere la mano e parlare per un po’ col segretario del Pd e con la presidente uscente Mercedes Bresso. “Tute blu, non camicie verdi”, c’è scritto sul volantino della candidata del centrosinistra. Ed ecco l’altro motivo che ha portato qui Bersani.

IL RISCHIO PADANIA La sfida in Piemonte si gioca sul filo di lana. E vincerla è un obbligo, per più motivi. Per continuare a governare la Regione è quello più immediato. Ma poi c’è il fatto che qui si sta sperimentando la coalizione a cui punta Bersani, quella che va dalle forze della sinistra extraparlamentare fino ai centristi dell’Udc, e un fallimento non sarebbe di certo di buon auspicio per un analogo progetto sul piano nazionale. E poi c’è la terza ragione per cui è fondamentale per il centrosinistra vincere: dato per scontato che Veneto e Lombardia sono perse, se in Piemonte dovesse vincere il leghista Roberto Cota (con il Carroccio che ha già prenotato il comune di Milano) la Padania sarebbe sempre meno un puro parto della fantasia di Bossi e soci. “Fermeremo i lumbard sul Ticino”, dice con piglio battagliero Mercedes Bresso durante la manifestazione di chiusura, dodici ore dopo il volantinaggio davanti ai cancelli di Mirafiori (per inciso, quello alle 7, davanti alla porta 7, durante l’ingresso degli impiegati, si svolge in un clima molto più rilassato, con molti più sorrisi, strette di mano e anche qualche foto veloce col cellulare).

MORALISTI DA WEEK END Ma il rischio ce l’ha ben presente Bersani, che non a caso dopo aver passato la mattinata e buona parte del pomeriggio prima a Cuneo e poi ad Asti (il vantaggio del centrosinistra a Torino è assicurato ma deve arrivare almeno al 58% per compensare lo svantaggio che si registrerà nelle altre province) in quella stessa piazza, alla periferia nord di Torino, scelta perché nel cuore di un quartiere popolare e ora gremita di simpatizzanti ed elettori, lancia l’affondo più pesante proprio contro la Lega: “Se non ci fosse non ci sarebbe Berlusconi. Nei week-end i leghisti sono con il popolo, parlano di federalismo, fanno i moralisti, e poi durante settimana reggono la sedia al miliardario e votano tutto quello che vuole lui. E non ci venissero più a parlare di autonomia, dopo che Cota a piazza San Giovanni ha giurato nelle mani dell’imperatore”. Quindici ore dopo averla cominciata, il bilancio che Bersani fa dell’ultima giornata della sua prima campagna elettorale da segretario del Pd è sotto il segno della soddisfazione. Ci sono i telegiornali della sera a rovinare un po’ l’umore (“ci stiamo avvicinando a uno standard Kim Il Sung”), ma c’è anche la “felicità” per il sostegno di Vasco Rossi a Emma Bonino. Ma, soprattutto, c’è la convinzione che “dopo le batoste subite alle politiche e alle regionali, ora l’aria sta cambiando”.
da www.unita.it

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«Maratona tv di Berlusconi, è polemica»
Il premier in onda su sei reti e radio. L’ira dell’opposizione: “Un dittatore”

Dalle regionali può arrivare un «mandato forte» al Governo, ma anche in caso di sconfitta del centrodestra per l’Esecutivo «non cambia nulla: abbiamo già un mandato per la legislatura». Berlusconi esclude contraccolpi sul governo da un’eventuale sconfitta alle regionali, prospettiva comunque «impossibile». E anzi nella lunga giornata di interviste tv traccia il lungo elenco delle nuove promesse per gli ultimi tre anni della legislatura: si partirà dalla riforma della giustizia e dalla stretta sulle intercettazioni, poi la riforma del sistema fiscale, infine quelle istituzionali, compreso il presidenzialismo.

Il premier fa il il pieno in tv nella serata di chiusura della campagna elettorale rilasciando interviste a Studio Aperto, Tg4, Tg1, Tg5 e Tg2 ed anche al Gr1 delle 19. Mentre nel pomeriggio Berlusconi era stato anche intervistato per circa un’ora da SkyTg24. Ma il messaggio a reti unificate fa infuriare l’opposizione. «Il dittatore del terzo millennio, dopo aver oscurato le voci a lui sgradite, imperversa su ogni rete del servizio pubblico, affidato ai fidi Masi e Minzolini, e su quelle Mediaset, delle quali è proprietario», tuona Leoluca Orlando portavoce di Idv. E di «vergogna» e «offesa all’intelligenza degli italiani e delle numerose professionalità che lavorano quotidianamente per Mediaset», parla il dipietrista Pancho Pardi.

Dal piccolo schermo Berlusconi ha voluto mettere i paletti alle ripercussioni nazionali del voto regionale: ogni regione in più “strappata” alla sinistra sarebbe un «successo», ma comunque la «vera vittoria sarebbe avere la maggioranza dei cittadini amministrati da noi». E poi l’assicurazione: anche se il centrodestra dovesse perdere, «ipotesi che non ritengo possibile», per il Governo «non cambia nulla perchè noi abbiamo un mandato per una legislatura, per cinque anni». Il giorno dopo le regionali, dunque, la prima riforma da affrontare per Berlusconi è «indubitabilmente» quella della giustizia. Come corollario, la stretta sulle intercettazioni: «Subito, credo nelle prossime settimane». Segue l’ammodernamento del sistema fiscale: per ora solo semplificazione della normativa. Per tagliare le tasse, prospettiva «inevitabile» del governo, serve prima ridurre la spesa. Solo «quando i conti pubblici lo consentiranno» si potrà tagliare l’Irap e introdurre il quoziente familiare.

Ultimo tassello del programma triennale del Governo, le riforme istituzionali: «Prima fra tutte la diminuzione forte del numero dei parlamentari» e poi «l’ampliamento della democrazia» con l’elezione diretta del premier o del Capo dello Stato. A scegliere tra le due opzioni saranno prima i sostenitori del Pdl, ma poi «deciderà l’Italia», spiega Berlusconi. Che dice di non avere preferenze: «L’importante è cambiare questo sistema assolutamente assembleare in cui il presidente del Consiglio non ha nessun ruolo e nessun potere». Una situazione, quella descritta da Berlusconi, che per lui stride con le accuse di essere un dittatore: «Mi viene da ridere, ahimè… Noi siamo subordinati al Capo dello Stato che interviene su tutte le leggi che facciamo e se non gli sta bene un parola non le firma, poi tutto deve passare in Parlamento e deve avere ancora la firma del Capo dello Stato, e poi ci troviamo davanti ad un organismo che era di garanzia ed è ormai politico che è la Corte Costituzionale». Ma ci sono anche due cose che Berlusconi proprio non vuole fare: un intervento sulle pensioni, «il sistema migliore nella Ue», e una nuova legge elettorale: «Quella che c’è ha funzionato».

da www.lastampa.it

Intervista a Vasco Errani: «Non lasceremo sole imprese e famiglie», di Beppe Boni

«Sanità, abbatteremo le liste d’atteso»
Presidente, crede che il caso Delbono possa costarle qualcosa in termini di voti? «Resto convinto che i cittadini sapranno giudicare sia la scelta del comportamento corretto avuto da Flavio Delbono, sia le scelte fatte dalla Regione».

Scelte su che fronti? «Sulla crisi, sul lavoro, sulle imprese, sull’assistenza. E’ su questi temi che si gioca il giudizio».

Ma dopo il caso Delbono lei controlla più da vicino le trasuoi collaboratori? «Gli uffici della Regione stanno lavorando per una analisi precisa e per migliorare i sistemi di controllo. L’ho detto da tempo e lo ripeto. Noi abbiamo fatto le cose seriamente, i nostri atti sono sono gli occhi di tutti».

C’è una questione morale in Emilio Romagna? «Almeno per questo caso non mi pare che si possa parlare di questione morale. Il fango e la campagna propagandistica sono una cosa, la sostanza un’altra».

Il candidato grillino Favia ha annunciato che si porterà gli avvocati ai seggi perchè teme brogli elettorali. «Non so se Favia abbia elementi concreti che lo hanno indotto a questa scelta. Io posso dire che in Emilia Romagna le elezioni sono sempre state regolari».

Sul fronte di una possibile erosione di voti a sinistra temete più un effetto grillini o un effetto Lega norgd? «Noi abbiamo fatto politiche sostanziali per ciò che riguarda artigiani, piccola e media impresa e lavoro. Da questo punto di vista la domanda è: chi rappresenta queste forze?».

Si dia anche la risposta. «Le rappresentiamo noi. Non certo la Lega che di fatto a Roma non mi è sembrata in grado di rappresentare il territorio. Su lavoro e impresa non abbiamo visto segnali concreti, sul patto di stabilità dei Comuni è rimasto il blocco che ha impedito investimenti per rispondere ai problemi del territorio».

E i grìllìni? «Interpretano un disagio. Penso che la risposta a questo disagio sia nella capacità di corrispondere ai bisogni delle persone».

Lei lo ha fatto nella sua compagno elettorale? «Mi è stato detto che ho fatto una campagna di basso profilo. Ma io ho cercato, come sempre, di rispondere ai problemi parlando con i cittadini e spiegando ciò che abbiamo fatto. Questa è la buona politica».

La sua competitor del centrodestra, Annamaria Bernini, dice che in caso di vittoria cancellerà 900 leggi regionali. Possibile? «Guardi, la Regione ha già eliminato decine di leggi. Sono anni che facciamo testi unici, tanto che alcuni giornali hanno detto che facevamo poche leggi. Vede come va il mondo».

Qual è la prima cosa che renderà operativa se verrà eletto per il terzo mandato? «La priorità è continuare a impegnarmi sul lavoro e sul patto con le imprese per attraversare questa crisi rispondendo ai problemi delle famiglie, non lasciandole sole.
Questo atteggiamento è un valore sociale e un valore e per le aziende».

Siamo in una Regione ricca, si vede la luce nel tunnel della crisi? «Nonostante le dichiarazioni del Governo secondo cui il peggio è passato, questo 2010 sarà difficilissimo dal punto di vista sociale».

Ritiene che la sanità possa essere migliorata in Emilia Romagna. «Certo, si può sempre migliorare. Qui, come confermano le ricerche del ministero della salute, c’è una sanità di eccellenza. Ma sappiamo che c’è da affrontare l’innovazione tecnologica, da ridurre le liste di attesa, da migliorare l’accesso ai pronti soccorsi, rafforzare prevenzione e salute. Il cambiamento è un processo concreto e permanente».

Ci sono margini per aprire maggiormente al privato? «Noi abbiano un sistema programmato per l’accreditamento alle strutture private che evita il consumismo e qualifica la prestazione. Questa è la linea su cui ci muoviamo. E chiudo con un dato.
In Lombardia esce dalle cliniche private il 17% dei pazienti, in Emilia Romagna il 14%».

Azzardi un voto sulla Regione che lei goverma da piu di dieci anni? «Rispondo con i dati resi noti da Standard & Pour’s, l’agenzia internazionale di rating. L’Emilia Romagna ha avuto la conferma di un «A+» con prospettive stabili. E il rapporto, cito testualmente, parla di debito finanziario modesto, ben sotto la mediana della categoria A, e di buona performance storica dei risultati di bilancio. Devo dire che questo giudizio è stato reso possibile anche per il buon governo della spesa pubblica e in particolare della spesa sanitaria».
dal Resto del Carlino

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Errani sprona gli elettori: «Votate, non siamo tutti uguali», di Andrea Bonzi
Il candidato del Centrosinistra in Regione invita a guardare i progressi fatti su scuola, lavoro e welfare. Ieri tour de force di tribune poltiche in tv. Il “grillino” Favia: «Siamo antidoto contro le astensioni»

L’astensionismo è un rischio, sempre. Ma un messaggio ai cittadini è arrivato: non siamo tutti uguali». Vasco Errani, presidente dell’Emilia-Romagna ricandidato
dal Centrosinistra, sprona gli elettori a riprendere fiducia, soppesando bene le differenze con il Centrodestra. Errani, ieri impegnato in un vero tour de force di
tribune politiche e incontri davanti alle telecamere di Rai e televisioni locali insieme agli altri tre candidati – Anna Maria Bernini (Pdl-Lega), Giovanni Favia (Movimento 5
stelle) e Gianluca Galletti (Udc) -, lancia così un appello a coloro che hanno ancora dubbi sull’andare alle urne, domenica e lunedì prossimi.
«Quello che ha fatto il governo di Berlusconi su scuola, servizi sociali, università e sulla crisi – incalza Errani, invitando a stare alle cose concrete – è molto diverso da
quello che ha fatto la Regione, che ha invece investito su formazione, ricerca, imprese, credito e lavoro. No, non siamo tutti uguali. Noi siamo persone serie, vere. E spero siamo risultati credibili». Per battere l’astensionismo, in un territorio dove
comunque si parte da un’alta percentuale di partecipazione, «ho cercato il confronto diretto con le persone, andando nei Comuni di montagna, nei municipi dove
ci sono le situazioni più difficili, vedremo cosa succederà».
Dell’astensionismo non ha paura Favia. Che non nasconde il problema,ma osserva: «Noi contribuiamo ad arginarlo. Il grosso del nostro elettorato è composto da gente che prima non andava a votare», sostiene il candidato “grillino”. I temi affrontati sono tanti. Si parla, ad esempio, della giunta.
Errani promette che «nel comporre la mia giunta non risponderò ai partiti, ma solo a me stesso», mentre Galletti annuncia «una riduzione del numero di assessori» e la contemporanea istituzione di un responsabile regionale alla sussidiarietà.
Bernini, poi, sottolinea il suo radicamento sul territorio: «Non sono stata scelta per la mia vicinanza al grande capo, ma perché sono di Bologna e rivendico connessioni con il territorio».
A due giorni dalle elezioni, comunque, la questione sollevata dall’appello degli intellettuali e accademici che hanno diffuso una nota chiedendo agli elettori di Centrosinistra dinonvoltare le spalle alla coalizione, nonostante la delusione per gli scandali che hanno travolto l’ex sindaco di Bologna, Flavio Delbono, e l’ex vicepresidente della Regione Puglia, Sandro Frisullo, tiene banco.
A spiegare meglio le ragioni che l’hanno spinta a sottoscrivere il testo – insieme al suo collega Carlo Lucarelli, all’ex rettore Pier Ugo Calzolari, al segretario della Cgil di Bologna, Cesare Melloni, al pedagogista Franco Frabboni – è la scrittrice Grazia
Verasani.
«Vado a votare perché mi rifiuto di rassegnarmi “all’andazzo” generale – esordisce Verasani -. L’aria astensionistica è forte, lo capisco dagli amici, dalle persone che frequento». Secondo l’autrice di Quo vadis, baby? «il Pd non deve compiere una rimozione del Cinzia-gate, ma deve discuterne, spiegare, aprendosi e mettendo da parte una certa mentalità da funzionari che continuo a percepire». Il caso Delbono «rischia di far vacillare chi pensa: “voto a sinistra perché almeno sono onesti” – semplifica la scrittrice -, e dimostra che il potere è un abbaglio che può accecare chiunque». Ma qualche amico l’ha convinto a desistere dal proposito di disertare le urne? «Credo di sì, sono una che non si arrende», sorride Verasani.
da L’Unità del 26.3.2010

Decreto Legge Incentivi: che bluff!

Pochi fondi, per pochi settori, per pochi mesi: ecco come il governo risponde alla crisi economica. Bersani: “Fanno pasticci. E’ come con le liste, siamo in mano a gente che non maneggia gli attrezzi del mestiere”
Incentivi in salsa Scajola-Berlusconi, ovvero pochi e per pochi. Alla crisi economica il consiglio dei Ministri risponde con qualche spicciolo e tanto buonumore: il tutto condensato in un decreto, un altro decreto. “Un fondo da 300 milioni per incentivare lo sviluppo e aiutare i settori in crisi” annunciava pomposamente il ministro dello Sviluppo Economico Scajola una settimana fa, peccato che tanto entusiasmo non sia accompagnato da una reale conoscenza della situazione in cui versano, da ormai due anni, imprese e famiglie.

Il fondo fornisce sconti per l’acquisto di cucine, forni, lavastoviglie, motocicli, ma solo fino ad esaurimento delle risorse. Al raggiungimento della soglia dei 300 milioni di euro, tutto tornerà come prima: niente ammortizzatori, niente investimenti, ognuno pensi per se!
Ma non è tutto. Per scorgere le magagne nel nuovo decreto non c’è bisogno di aspettare l’esaurimento dei fondi. Fin da ora un aspetto è chiaro: per i settori in crisi non c’è niente. Un esempio?

I Senatori Maria Teresa Bertuzzi ed Alfonso Andria, gruppo Pd commissione agricoltura portano alla ribalta un settore spesso ignorato: “Nel decreto incentivi non è previsto alcun intervento specifico a sostegno del settore bieticolo-saccarifero, malgrado l’impegno assunto dal ministro Luca Zaia di trovare 86 milioni di euro necessari alle riconversioni dei 15 ex zuccherifici e alla continuità produttiva dei quattro rimasti in attività. A favore di questo settore, solo una piccola misura che incentiva l’acquisto di macchinari agricoli ed industriali pari al 10%. E’ pochissimo. Daremo battaglia in corso di conversione, cercheremo di recuperare le risorse per gli zuccherifici che impiegano oggi 6 mila lavoratori”.

Ma non è solo l’opposizione a non apprezzare gli spiccioli del governo. Persino Confindustria è estremamente critica: “Le misure adottate – si legge in una nota – sono finanziariamente limitate e molti settori in difficoltà non possono beneficiare dei vantaggi previsti dagli interventi. Chiediamo che le risorse tolte al credito d’imposta per la ricerca siano al più presto ripristinate per garantire quelle imprese che hanno già realizzato gli investimenti in innovazione necessari al superamento della difficile congiuntura economica”.

Dura la critica del segretario PD Pier Luigi Bersani: “La minimizzazione della crisi economica da parte di Berlusconi corrisponde al suo modello di consenso.Lui è sempre vicino al miracolo. Ma Apicella non gliel’ha dato quell’accordo. Loro se la raccontano tra loro, perchè la crisi non c’è per loro, sono al riparo. Quel decreto incentivi è stato annunciato una settimana prima del voto ma sarà un pasticcio dopo. Si va dai tricicli agli aerei supersonici. Con 300 milioni, un decimo di quel che stanzarono per Alitalia! Non basteranno mai. E poi c’è un problema di gestione. e fanno solo danni. E’ tutto fermo da mesi, perchè la gente aspetta gli incentivi e non ha acquistato nulla. E adesso arriva il decreto, per la serie chi prima arriva meglio alloggia. Ma un’impresa come fa a ragionare in dieci giorni? Questi settori hanno avuto già un danno tale che il guadagno che avranno dagli sgravi nei prossimi mesi che non sarà recuperato se non a malapena. E’ come con le liste, siamo in mano a gente che non maneggia gli attrezzi del mestiere”. E sulla crisi, secondo Bersani c’è chi ci ha guadagnato.”Dicono tanto del Tremonti anti-banche – ha detto – ma io guardo i dati. Nel 2009 più 9,9 percento di interessi utili. E nel 2010 si prevede un miglioramento. Certo puoi sollecitare i consumi ma devi spingere sull’innovazione, puntare a risolvere i problemi strutturali della piccola impresa. Serve aiutare le funzioni importanti e nobili come ricerca e internazionalizzazione”.

Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati del PD avverte: ”Senza una vera politica industriale gli incentivi che riguardano l’acquisto di moto, macchine agricole, elettrodomestici… serviranno a poco. Dobbiamo spingere sull’innovazione, sulla ricerca, sui settori che sono in crisi, sugli annosi problemi della piccola impresa. I 300 milioni deliberati oggi dal Cdm, che e’ un ottavo di quello che si e’ messo per Alitalia, serviranno in parte a sanare le perdite che da mesi subiscono questi comparti per il solo fatto di essere stati indicati come probabili destinatari di incentivi già da troppi mesi. I danni, insomma, rischiano di essere maggiori del vantaggio” .

“I dati emersi dal Rapporto della Confcommercio sui consumi in Italia dimostrano che la strada del Dl incentivi intrapresa da Scajola e Tremonti è sbagliatissima”. Lo dice Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni Economiche del Gruppo del Pd alla Camera, il quale sottolinea che “la fotografia dello stato di salute del Paese è ormai molto chiara. Gli italiani non sono in grado di affrontare i consumi. Basta ricordare lo straordinario aumento dei prezzi dei servizi regolamentati: nell’ultimo anno c’è stata una crescita nel trasporto ferroviario del 14,6 per cento, nei servizi postali dell’11,2 per cento, nelle assicurazione auto e nei pedaggi autostradali del 7 per cento, nei rifiuti urbani del 6,4 per cento, nei servizio idrico del 6,2 per cento. Il Governo ha cioè consentito aumenti nei servizi regolamentati ben al di sopra della media generale. A cosa può servire ora la promessa di distribuire 300 milioni? Le stesse imprese chiedono interventi strutturali e non decreti a effetto placebo. In realtà, è sui salari e sul livello della tassazione che è urgente intervenire: il Pd lo chiede da tempo ma la strada del ministro Tremonti è bene diversa e non tiene in considerazione l’interesse generale del Paese ma quello di pochi privilegiati”.

da www.partitodemocratico.it

Onda Libera

“Rai per una notte” fa il pieno di ascolti mentre TG1 e TG5 sono multati dall’AgCom per non aver rispettato la par condicio ai danni del PD. Bersani: “Questo dimostra che la censura oggi è un’assurdità, un boomerang”.
Per via di una falsa par condicio Santoro fa più del 10% di share ma senza la Rai, che viene multata (assieme a Mediaset) per lo squilibrio a danno del PD nella penultima settimana di campagna elettorale.

“L’uso che Minzolini, Masi e Berlusconi hanno fatto della televisione pubblicata, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso”. 8 anni dopo l’editto bulgaro, che di fatto estromise Santoro, Biagi e Luttazzi dalla Rai, è proprio il comico romagnolo a togliersi il sassolino dalla scarpa, e il Pala Dozza di Bologna gli tributa uno scrosciante applauso.

È successo anche questo a “Rai per una notte”, la serata organizzata da Michele Santoro e dalla FNSI, contro il regolamento RAI che ha sospeso per tutto il periodo elettorale le trasmissioni di approfondimento giornalistico. Simile a una puntata di Anno Zero, ma trasmessa in diretta sul web sul satellite, a partire da Sky, YouDem e Current Tv. Con migliaia di persone ad assistere dai maxischermi nelle piazze.

La RAI in quelle ore ha avuto gli uffici legali davveor impegnati: controllare se Santoro rischiva il licenziamento e valutare come rispondere all’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni che alla luce dei dati di monitoraggio dell’ultimo periodo (14 – 20 marzo), ha rilevato il perdurare di un forte squilibrio informativo tra Pdl e Pd, e una marginale presenza di altre forze politiche, in particolare delle nuove liste che si sono presentate alle elezioni, in violazione del richiamo già rivolto alle emittenti ad attuare il riequilibrio dell’informazione nei notiziari. “La Commissione – si legge in una nota – ha pertanto comminato, all’unanimità, una sanzione di 100.000 euro al Tg1 e al Tg5, che presentavano il maggiore squilibrio, ed ha, nel contempo, rivolto un richiamo a tutte le emittenti ad attuare un immediato riequilibrio dell’informazione entro la chiusura della campagna elettorale”. Richiamo vano.

La serata è stata aperta da un filmato montato con un parallelo tra un comizio di Mussolini e l’intervento di Berlusconi alla manifestazione del Pdl di Piazza San Giovanni, le loro domande «retoriche» rivolte al popolo.
Santoro ricorda: ”Per una telefonata Nixon dovette dimettersi. Aveva ordinato di spiare i suoi avversari del partito democratico e una commissione del Senato, quando scoprì che le telefonate erano state registrate, disse di pubblicarle per sapere cosa è successo. Qui si è compiuto un delitto di grande gravità: interferenza politica sulla libertà di espressione”

Ospiti della serata Giovanni Floris, altro “silenziato” della personale interpretazione della par condicio operata dalla Rai, Barbara Serra, della BBC, Riccardo Iacona, Gad Lerner, e Loris Mazzetti, storico collaboratore di Enzo Biagi, dirigente Rai sospeso per 10 giorni in seguito a un procedimento disciplinare per degli articoli scritti per “Il Fatto”, in cui denunciava i centri di produzione Rai che non lavorano a regime e la perdita di introiti per la Rai dovuta al mancato rinnovo del contratto con Sky. Mazzetti partecipa alla trasmissione/manifestazione chiuso in una sorta di gabbia fatta di filo spinato.

Giovanni Floris, si è detto non d’accordo sul parallelo con il fascismo “ma non è questo il punto. Penso che il bello di questo periodo sia che a una ingiustizia come la chiusura delle trasmissioni sia seguito un periodo in cui le persone hanno reagito. Questo ha portato a più aria. Dopo tutta l’aria che è stata sottratta in questo Paese, penso che sia il momento di ricominciare a respirare”.

Tocca alla magistratura valutare le intercettazioni, ma emerge chiaramente che ad un politico è concesso di chiedere la chiusura di un programma che non gli piace. “L’idea che quello che non ti soddisfa possa essere chiuso è un’idea asfittica”, chiude Floris. Per Gad Lerner è ormai evidente che la Rai viene trattata come una tv privata, di proprietà dei partiti. Ed è questa, in definitiva, la causa che ha portato al blocco delle trasmissioni. Di fronte a ciò: “bisogna che anche noi ripensiamo il modo di stare in tv dei politici. Questa compagnia di giro bisogna che cambi, gli ospiti sembrano sempre gli stessi di qualsiasi cosa si parli. Sembrano essere competenti di tutto”. Gad Lerner, ricorda la sua posizione di “privilegiato”. Per lui lo stop è durato solo due settimane, poi il tar ha dato ragione all’istanza di Sky e La7 e lui potuto tornare in onda, ma “il vostro problema riguarda anche me. Perché noi dovremo mettere agli atti chi se n’è accorto e chi no, chi ha protestato e chi è stato zitto”. Ma, soprattutto, per Lerner: “La censura crea il suo antidoto. Oggi il danno per i cittadini è clamoroso, ma domani verificheremo cosa è iniziato di antidoto, e forse scopriremo che sono nati canali alternativi d’informazione, che usano le telecamere ma non sono la TV”.

Per Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, la trasmissione di Santoro “dimostra che la censura nei tempi moderni è inutile, è un’assurdità, può perfino essere un boomerang”. E ha invitato il presidente del Consiglio ad avere “un atteggiamento meno ossessivo. Il premier non si accontenta mai, pur essendo ben piazzato nel sistema dell’informazione”.

Marina Sereni, vice presidente del Pd commenta la manifestazione di Bologna: “La censura non ha funzionato e non funzionerà, perché la democrazia italiana è più forte dell’arroganza di chi pensa che si possa fare una campagna elettorale occupando i tg delle televisioni pubbliche e private, facendo monologhi e fuggendo il confronto, occultando la realtà dei posti di lavoro che si perdono e delle aziende che chiudono. La democrazia è pluralismo, è libertà di espressione, è confronto sui problemi del Paese. E’ anche la possibilità di dissentire da Santoro, Floris o Vespa, semplicemente girando canale con il telecomando”.

Poco prima che le telecamere si accendessero il presidente dell’Fnsi Roberto Natale denunciava: “Abbiamo notizie di telefonate al gruppo di lavoro di Santoro da parte di dirigenti Rai che vogliono sapere cosa stanno facendo i collaboratori ricordando l’obbligo di esclusiva. Ricordi bene la Rai, la vergognosa Rai di questi giorni che questa è un’iniziativa sindacale – prosegue Natale – e non si azzardino a pensare a provvedimenti, pensino piuttosto alle scandalose telefonate del direttore generale”. Intanto Corradino Mineo, direttore di Rai News24, riceveva una lettera dal direttore generale Rai, Masi, in cui gli comunicano che la diretta dell’evento bolognese, che la rete allnews della rai aveva previsto di mandare in onda, dovrà cedere il posto a delle tribune politiche, concedendo solo una differita. Azione che Mineo si aspettava, visto che qualche ora prima della diretta, e della missiva di Masi, dichiarava: Io vado avanti nel rispetto del mio lavoro e sapendo che potrebbero anche volermi licenziare”.

Il senatore del Pd, Vincenzo Vita e il portavoce di Articolo 21, Giuseppe Giulietti, dichiarano: “La trasmissione Rai per una notte è stata un grandissimo evento politico e mediatico. Il successo impressionante degli ascolti realizzati attraverso un improvvisato circuito alternativo è la prova che la censura non passa. Dovrebbero prenderne atto coloro che hanno maldestramente provato a fare dell’Italia un regime televisivo a reti unificate. È poi da annotare che con l’esperienza di ieri è entrata in scena come medium di massa, la rete. E anche questo peserà sul futuro dell’Italia.”
da www.partitodemocratico.it

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«La rottura della gabbia tv», di Michele Serra

LA LUNGA diretta di Michele Santoro, ben al di là del giudizio di amici e nemici, è stata un evento storico: la capillare messa in rete di un’infinità di media di piccolo e piccolissimo calibro ha infine radunato un pubblico vastissimo. Un pubblico che si è trovato al di fuori e al riparo dal ferreo controllo governativo sulla televisione generalista. Per la prima volta in modo così evidente la gabbia del duopolio è stata clamorosamente scardinata: un’evasione di massa che ha coinvolto giornalisti e artisti a vario titolo “impubblicabili” – specie in questi giorni di campagna elettorale – sul grande quotidiano dell’etere tradizionale.

Insieme a loro sono evasi, a milioni, telespettatori (e cittadini) che non aspettavano altro. Un’audience confederata e autoconvocata è stata la vera protagonista dell’evento, e lo è stata a pieno titolo: il vero esiliato dalla tivù, la vera vittima dei protervi editti e delle telefonate padronali del Re Censore, è quella fascia di pubblico, in larga parte giovane, che ritiene di non avere più rappresentanza televisiva. Il suo esilio, prima ancora che politico, è culturale: il linguaggio della tivù, in gran parte calibrato su un’idea corriva e classista dei “gusti popolari”, non gli appartiene da anni. Quel mix di perbenismo politico e donnine scollacciate, di moralismo pubblico e immoralità privata, non gli dice nulla. Il mondo berlusconiano gli fa un effetto ridicolo e deprimente. È un pubblico che cerca la realtà ovunque (Internet, amici, scuola, socialità diffusa) ma non in tivù, se non nelle sempre più rade occasioni di informazione non controllata, non sanzionata, non addomesticata.

L’isteria censoria del premier e il servilismo dei suoi impiegati hanno fatto il resto. Sono stati il clamoroso lancio pubblicitario di una serata, più che antigovernativa, ingovernabile. E questo strappo mediatico, che in un paese normale già avrebbe il suo peso specifico, in Italia assume un peso molto maggiore: perché è precisamente il campo mediatico quello scelto dal premier per esercitare la sua egemonia politica, pubblicitaria (dunque economica) e culturale.

Basta vedere cosa ha fatto ieri il Cavaliere alla vigilia del voto: con l’intervista in contemporanea su Tg1 e Tg5 e l’invasione di altri quattro telegiornali e del Gr1. È in casa del premier – e non è una metafora – che microfoni e telecamere sono stati trafugati e autogestiti da chi intende l’informazione come un potere autonomo e non come il cingolo di trasmissione di questo o quel governo (ma soprattutto di questo). Chi ha seguito la serata, comunque la giudichi nei suoi singoli interventi e nel complesso della sua impostazione, ha colto l’eccezionalità, e direi ha provato lo choc, di un luogo televisivo di libertà incondizionata. Una libertà “scandalosa”, vale a dire non consueta, non normale in un quadro televisivo che ci ha via via abituati alla cautela, all’esitazione, all’autocensura come norma prevalente. E ci ha anche aiutato a capire quanto preziosi, e per questo detestati da Silvio Berlusconi, siano gli spazi di libertà d’informazione già presenti nei palinsesti, e ultimamente tacitati.
Ovvio che Silvio Berlusconi giudichi “un obbrobrio” una così plateale effrazione delle sue regole e dei suoi voleri. Sarebbe ancora più preoccupato se i suoi fornitori di sondaggi gli presentassero un’analisi accurata del target che ha accompagnato Santoro e i suoi compagni di fuga.

Bassa età media, fitta rete di contatti (non controllabili) sulla rete, irrequietezza politica a tutto campo, non certo inquadrabile solo nella comoda casella della “sinistra”. Rispetto ai tradizionali movimenti scolastici e universitari, che nascono e si spengono nell’ambito depresso e “specializzato” della scuola, questi milioni di disobbedienti si muovono e si formano dentro il fiume mediatico, cioè nel cuore stesso del potere italiano. Mitizzano “la realtà” come metodo antitetico al sogno berlusconiano, pretendono giornalismo, circolazione delle notizie, divulgazione dei fatti, insomma informazione, con un fervore che si presta magari a qualche trappola ideologica, a qualche scorciatoia faziosa, ma centra in pieno il cuore di ogni questione nazionale. Nella lettura governativa del fenomeno, si tratta dunque di autentici eversori. Sanzionare questo o quel giornalista, chiudere la bocca a questo o quel programma è nelle facoltà del premier, e si è ampiamente visto. Ma ricondurre milioni di italiani nell’alveo della docilità mediatica, questo non è più possibile: il merito fondamentale della serata bolognese è stato mettere in scena questa fuga di massa dalla Verità Ufficiale.
da www.repubblica.it

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«Internet risuscita la tivù», di Gianluca Nicoletti

La tv è morta. Non piangiamone però la scomparsa. Sappiamo che è capace di risorgere. Tutto quello che i guardiani del palinsesto pensavano di poter mettere sotto chiave, ha trovato la strada giusta.

Che gli consentirà di evadere dall’antica fortezza che sembrava inviolabile. Che il medium sia il messaggio comincia quindi ad essere un’affermazione forse da ripensare. Il messaggio può tracimare tranquillamente attraverso diversi media. Poi scomporsi e accorparsi di nuovo.

Nella serata di Santoro&amici si è vista la vecchia televisione perdersi attraverso il catetere tutta quella «vergogna» che avrebbe dovuto avere, secondo lei, necessaria ritenzione. I numeri sono ambigui, ma è senz’altro sicuro che la televisione si sia seminata per strada un bel po’ di quelle voci e volti che avrebbe preferito tenersi ben sigillati in pudibonda e silenziosa riservatezza.

Lo spettacolo del Paladozza non aveva nessun valore di rivoluzione, ma era passata l’idea che fosse «contro» e quindi ha mobilitato masse di emigranti digitali a cercare di intercettarlo ovunque transitasse, sia televisione satellitare, tv locale, radio o Internet in streaming live. Non condizionerà forse il voto nelle urne, ma è di certo un segnale d’allarme per lo stato di salute dell’egemonia televisiva.

La tv morta era vecchia; lo era strutturalmente, nel suo pensiero, nella valutazione del suo potere. È vecchia pure la maniera tradizionale di fruire del suo prodotto. Non ultimo, è decrepito il suo pubblico. Si pensi che un upgrade così banale come quello di una nuova sintonizzazione dei canali, a causa del passaggio al digitale terrestre, ha mandato in crisi battaglioni interi di abbonati tecnologicamente disagiati.

I televisivi, che hanno il controllo su tutto l’apparato referenziale, che permette al loro prodotto di sopravvivere, stanno così assistendo alla demolizione sistematica delle loro certezze. La televisione, come si è visto, può abbandonare l’hardware che l’ha tradizionalmente generata e può sparpagliare le proprie viscere ovunque qualcuno possa raccoglierle e rimetterle assieme.

La regolamentazione con il bilancino delle rappresentanze politiche in tv resterà un esercizio di pura maniera, un programma sottoposto a par condicio è già glamour quanto un Certame per appassionati latinisti. Chi non imparerà a percorrere le vie della transumanza dai pascoli asfittici della tv generalista, non avrà possibilità di farsi sentire dalla parte del paese che ancora non abbia formaldeide nelle vene.

La televisione delle mummie ha avuto la prima emorragia, anche se questa volta non si pensava certo di innovare, ma piuttosto di rivendicare il proprio posto privilegiato nel sepolcro dei faraoni.
da www.lastampa.it