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"La scuola e i soldi chiesti ai genitori", di Lorenzo Salvia

«Non chiedere soldi alle famiglie? Senza il loro aiuto dovremmo chiudere oggi». Giuseppe Strada è il preside dell’Istituto tecnico Pacioli di Crema. I suoi 1.600 studenti pagano un «contributo volontario» di 140 euro l’anno. A cosa serve? «A tutto. A tenere in piedi i laboratori, all’acquisto di carta, di gesso, di tutto il materiale didattico… I fondi che arrivano dal ministero bastano solo per la carta igienica. A patto di farne un uso oculato». Quella del preside di Crema non è una voce fuori dal coro.
Il ministro della Pubblica istruzione, Mariastella Gelmini, dice che le scuole non «dovrebbero chiedere contributi alle famiglie». Anzi, parla di prassi «un po’ lamentosa, in pochi casi giustificata» e promette dal prossimo anno 10 milioni di euro per le spese correnti. Fatti i conti, sarebbero mille euro l’anno per ogni istituto. «E noi che ci facciamo?», sbotta Mario Rusconi, preside del liceo Newton di Roma. Nella sua scuola il «contributo volontario» pagato dai genitori è di 100 euro l’anno, 120 per i generosi. «Pochi mesi fa— racconta— abbiamo aperto un nuovo laboratorio di chimica e fisica. Ci è costato 70 mila euro, tutti soldi versati dalle famiglie che usiamo pure per l’ordinaria amministrazione». Il bello è che il suo liceo, come tutte le scuole italiane, ha un credito nei confronti del ministero dell’Istruzione. Quasi 140 mila euro nel suo caso, per altre scuole la somma è anche superiore. Soldi arretrati che chissà quando arriveranno, se arriveranno, per le continue riduzioni di bilancio degli ultimi anni. «È proprio per questo — spiega Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi — che la maggior parte degli istituti è costretto a rivolgersi ai genitori. Nessun preside lo fa con leggerezza, è una questione di sopravvivenza». Il contributo volontario è la regola, dunque. Non solo per le medie e le superiori ma anche per le elementari dove almeno la “tassa” è più bassa.

Racconta Massimo Spinelli, fino a poco tempo fa preside dell’istituto comprensivo di Caravate, in provincia di Varese: «Sono stato costretto a chiedere ai genitori 25 euro l’anno. Servivano per comprare pennarelli, carta, colla, cartelloni. Tutto il materiale che serve ai bambini per giocare ed imparare. Altrimenti che facevamo, passavamo la mattinata a raccontare favole?». In alcuni casi, poi, la volontarietà del contributo è solo teorica.

L’associazione skuola.net ha raccolto un piccolo campionario di pratiche borderline. All’istituto professionale Verri di Busto Arsizio, ad esempio, la famiglia di uno studente che non aveva pagato si è visto arrivare a casa una lettera della scuola. Cosa diceva quella lettera lo racconta Daniele Grassucci, che per skuola.net ha raccolto le segnalazioni: «In caso di mancato pagamento entro 20 giorni, la scuola non avrebbe dato allo studente moroso, diploma, certificato di iscrizione, certificato di frequenza ed altri documenti che per legge è tenuta a rilasciare». Anche per questo, pur di trovare qualche spicciolo, molte scuole si sono buttate sulla finanza creativa. Qualche esempio? L’istituto Fermi di Casazza (Bergamo) ha organizzato una lotteria, primo premio una bici. Il polo scolastico 3 di Fano ha chiesto una tassa di ingresso all’omino che vende le merendine durante l’intervallo. Alla Manzoni di Torino, invece, i genitori sono arrivati alle prestazioni in natura: due settimane fa hanno ridipinto cinque aule. Per protesta ed a costo zero.
Il Corriere della Sera 25.03.10

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Bilanci delle scuole, interviene il Ministro, di R.P.

Sui bilanci delle scuole interviene oggi il ministro Gelmini che affronta il problema nel corso di una intervista pubblicata su un importante quotidiano. Il problema esiste, ammette il Ministro che subito aggiunge: “Una task-force del Ministero si sta occupando del problema. Sicuramente per il prossimo anno dovremo stanziare risorse per le spese ordinarie, una cifra da quantificare, saremo nell’ordine di 10 milioni di euro”.

A meno che non si tratti di una svista (10milioni invece di 100) è chiaro che lo “sforzo” del Ministero risulta del tutto inadeguato rispetto alle necessità e alle dimensioni del problema: le scuole italiane sono 10mila e dunque 10milioni corrispondono esattamente a mille euro per ciascuna istituzione scolastica, l’equivalente di 30 cartucce per stampante o, se si preferisce, di 10 cartucce, 100 risme di carta, un toner per fotocopiatrice e 100 scatole di gessetti: insomma, una “provvista” che può servire appena per 10 classi di scuola primaria.

Se poi il Ministero dovesse decidere che i 10milioni vadano solo alle scuole del primo ciclo, il contributo per ciascuna istituzione scolastica salirebbe a 2mila euro.

Ma il Ministro non si limita ad annunciare l’eventuale arrivo di una piccola boccata di ossigeno: “Viene però da chiedersi come mai, a fronte di risorse limitate per tutti, alcune scuole chiedono il contributo volontario alle famiglie e altre no. Qui entra in gioco la capacità gestionale dei dirigenti”.

Il fatto è che le capacità gestionali dei dirigenti hanno certamente un loro peso, ma ancora di più contano gli aiuti che talora le scuole ricevono dagli Enti Locali e che non sono affatto uniformi sul territorio nazionale; per esempio ci sono realtà dove i Comuni acquistano i prodotti per la pulizia e anche forniscono la cancelleria agli uffici di direzione e di presidenza e altre situazioni in cui pagano a mala pena le bollette telefoniche (purchè non contengano le spese per i telegrammi necessari a convocare i supplenti !)

E poi l’affondo: “Con troppa leggerezza si chiedono contributi alle famiglie. Sono assolutamente contraria, va evitata questa prassi un po’ lamentosa e in pochi casi giustificata. La scuola pubblica non deve costare”. Parole sante che però, nel concreto, serviranno solamente ad aumentare il contenzioso fra famiglie e dirigenti scolastici, con il risultato che – laddove dovesse venire a mancare anche il contributo delle famiglie – la qualità del servizio scolastico verrebbe ulteriormente compromessa. Con viva soddisfazione dei gestori delle scuole non statali.

Tecnica della Scuola 25.03.10

Per l’informazione libera e plurale

Si può essere per l’informazione libera, autonoma, plurale oggi in Italia? Si può dire basta a bavagli e censure quando i talk show sono oscurati dalla tv pubblica sulla quale Berlusconi invade ogni spazio?

E’ sempre più difficile rompere il muro di gomma dell’informazione omologata ma è un dovere dei democratici, che sono a fianco del mondo dell’informazione libera, come ha ribadito oggi il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, in un incontro con alcuni dei maggiori giornalisti italiani, trasmesso in diretta da YouDem. Un modo per ricordare che in Italia da anni esiste un duopolio tv che fa capo a una sola persona, Berlusconi.

Sulla campagna per le regionali pesa il silenzio della RAI. La tv pubblica si è nascosta dietro il regolamento sulla par condicio bocciato dall’AgCom. E il leader del Pd incalza: “Il meccanismo e’ semplice: zittire la voce del sociale, prima che la politica, e poi occupare i Tg con telefonate, con incursioni a gamba tesa e modificando l’impalcatura della informazione. Tutto questo è una vergogna – ha detto ancora Bersani – il nostro e’ l’unico paese occidentale in cui la tv pubblica zittisce la realtà sociale invece di essere voce di libertà. Questo e’ uno dei motivi per cui Berlusconi non può essere il futuro di un paese moderno”.
E riguardo il Cda Rai? Anche per l’organo collegiale le parole sono molto dure: “Nella Rai abbiamo un Cda ostile alla ditta, che tradisce la ditta: e’ insopportabile, inaccettabile. Va messo dentro ad un riordino delle regole dell’informazione, altrimenti con queste regole si va all’estrema unzione”.

Rivedere la par condicio e puntare sulla professionalità di giornalisti con la schiena dritta. Il centrodestra dice che la par condicio è impossibile da attuare per i troppi candidati in corsa e per cui e’ meglio sopprimere le trasmissioni tv di carattere politico, Bersani ha detto: ”E’ un paradosso. L’abbiamo da una dozzina di anni e non e’ mai successo questo… Non si nascondano dietro ad un dito! Siamo di fronte ad una interpretazione aberrante. Certo sono possibili regole diverse che non siano esposte a interpretazioni burocratiche”.

Aberrante è la proposta del Pdl, quella secondo cui gli spazi ai partiti dovrebbero essere dati in proporzione ai loro voti: “Devono esserci dei meccanismi – ha osservato – che garantiscano che le elezioni possano essere un ‘reset’, non possono essere solo una conferma”, quindi occorre assicurare spazio informativo anche ai piccoli partiti. Tuttavia Bersani ha detto di “capire” l’esigenza di “regole meno burocratiche. Ferma restando una piattaforma per tutti – ha aggiunto – io mi affiderei alla professionalità dei giornalisti, ai professionisti dell’informazione”, così come ci si affida a dei professionisti “per comandare il quadro degli scambi dei binari dei treni”. Insomma, ha concluso, “la questione si risolve dando un quadro normativo in cui la professione possa essere svolta a schiena dritta”. E per quei giornalisti che si piegheranno alle esigenze dei politici, la sanzione arriverà dal pubblico, con “la perdita del loro buon nome”.

Poi Bersani ha risposto a una domanda su come affrontare il premier: “Bisogna fronteggiare Berlusconi prendendolo in obliquo. Non lo si può ignorare ma nemmeno rispecchiarlo. ‘Lo abbiamo visto in questi 22 mesi con i meccanismi di deformazione, il sistema di comunicazione… abbiamo preso un certo ritmo e credo -ha aggiunto Bersani- che questo tramonto sia carico anche di insidie per lo spirito civico, per le cattive abitudini che questo paese può prendere ancora… D’altro lato e’ anche vero che lui non può tirare la palla avanti, non e’ in condizioni di dare una parola positiva per il futuro di questo paese. Noi invece dobbiamo cominciare ad occuparci di futuro di questo paese. Credo quindi che si debba riuscire a tenere questa linea. tenerla ferma. Non bisogna ragionare -ha avvertito Bersani- con la psicologia di chi aspetta l’ora X, lo scoppia della bolla come si dice in Inghilterra, ma con la psicologia di chi lavora non dismettendo un’opposizione combattiva. Mi auguro che tutto il centrosinistra avverta questa esigenza: non possiamo più dividerci tra bianchi, rossi e blu. Bisogna capire che nell’insieme dobbiamo essere uno schieramento molto combattivo, ma anche con una prospettiva di futuro e spero che dalle regionali ci venga un incoraggiamento.

Poi Bersani ha commentato le aggressioni verbali del premier ad Emma Bonino e Mercedes Bresso: “Sono una vergogna. Io spero che i cittadini non accettino un modo così volgare di condurre la campagna elettorale”.
“Invece il rapporto col telefono del presidente del Consiglio -ha detto Bersani- e’ un po’ problematico. Siccome le regole vengono prima del consenso e non viceversa, anche col 99,9% di consenso in un sistema costituzionale lui non può telefonare ad un’autorità’ di garanzia. Non può”.

”Gli dispiacciono le telefonate legalmente intercettate -ha aggiunto- ma evidentemente a piu’ passione per quelle intercettate illegalmente. Se fosse vero quello che e’ stato detto, l’autorita’ giudiziaria dovra’ dare un’occhio a questa cosa e cioe’ che in quel caso si e’ verificato un circuito familiare politico-mediatico, i giornali di famiglia, glo’i amici che intercettano e il presidente del consiglio capo politico che prepara l’agguato… io penso che se siamo in un paese ancora minimamente normale, saremmo di fronte al caso di un rilievo enorme. Lascio solo immaginare se una cosa del genere capitasse ad esempio negli Usa -si chiede Bersani con chiara allusione al Watergate- . Adesso vediamo se l’autorita’ giudiziaria vorra dire qualcosa”.

Il segretario del Pd ha altresì indicato la necessità che i giornalisti siano messi ”in condizione di fare il loro mestiere”.

Per Bersani comunque in futuro sarà necessaria una ”risposta civica di questo Paese” da avviare con un confronto tra politica e operatori dell’informazione. Sul tema delle intercettazioni ”va trovata una soluzione. Per noi bisogna partire da un punto: non può essere inibito uno degli strumenti ‘fondamentalissimi’ per la legalità. Noi stiamo chiedendo consigli a chi si occupa di mafia e criminalità organizzata. Poi – ha concluso – studiamo con attenzione le cautele e le tutele che dovrebbero essere introdotte”.
www.partitodemocratico.it

"Superiori, un riordino indigesto", di Franco Labella

Spicchi d’aglio: la politica scolastica e il ministro Gelmini. Perchè l’aglio? Insaporisce i cibi, ha anche proprietà curative ma può risultare leggermente indigesto: proprio come la controriforma del duo-Tremonti-Gelmini. Il professor Franco Labella è un insegnante di Diritto ed Economia in un liceo linguistico di Napoli. Contro riordino gelminiano e l’eliminazione del Diritto dalle scuole superiori italiane, il prof un anno fa, un appello in rete a cui hanno aderito oltre 2.000 persone e che è stato firmato, tra gli altri, da docenti universitari come i professori Stefano Ceccanti, Alessandro Pace e Stefano Rodotà, artisti dal forte impegno civile come Moni Ovadia ed esponenti della società civile impegnati nella difesa della legalità e nella lotta alla criminalità organizzata come Rita Borsellino, Don Tonino Palmese e Giovanni Impastato. Inoltre, nel marzo del 2009 Labella ha fondato il Coordinamento nazionale dei docenti di Diritto e Economia, che raccoglie oltre 150 docenti di 17 regioni e di cui è attualmente è il Coordinatore nazionale. Gli Spicchi, però, sono opera del solo prof. Labella e non coinvolgono il Coordinamento nazionale.
Bolzano rinvia Questa provincia autonoma ha deciso di rinviare al 2011 l’avvio del riordino delle scuole superiori. Probabilmente si farà un “decreto interpretativo” che chiarisca alla Provincia di Bolzano che, nonostante i suoi poteri, non è possibile rinviare e, soprattutto, farlo sapere all’opinione pubblica prima della data di svolgimento delle elezioni regionali. Hai visto mai che qualche altra Regione si faccia tentare, visti la confusione ed i ritardi di provvedimenti anche importanti come le Indicazioni nazionali (i programmi) o il riordino delle classi di concorso e chieda pure essa il rinvio…..
L’educazione alla legalità senza le leggi Per giustificare la eliminazione dello studio del Diritto nelle scuole superiori italiane la Gelmini per bocca del suo consigliere politico dott. Bruschi che lo ha scritto nei Forum di Ansas-Indire, ne ha decretato la scarsa importanza ai fini della Educazione alla legalità e alla cittadinanza. Lo stesso autore del paradosso della educazione alla legalità senza le leggi, che è pure presidente della cabina di regia dei licei, sembra non gradire molto gli ostacoli al riordino delle scuole superiori che potrebbero venire dai Piani di dimensionamento delle Regioni. Dopo l’educazione alla legalità senza le leggi gradirebbe anche dei Piani di offerta formativa e di dimensionamento delle Regioni senza i Regolamenti, non ancora pubblicati in Gazzetta Ufficiale e ,perciò, inesistenti dal punto di vista giuridico.
Il Clil, novità europea Il Ministro Gelmini, in tv, ha segnalato come epocale l’introduzione, nel solo ultimo anno delle scuole superiori, di una disciplina in lingua straniera: CLIL si chiama ….Sigla mirabile che già appassiona gli addetti ai lavori con un interrogativo altrettanto epocale: saranno i prof. di inglese ad imparare la filosofia o viceversa i prof. di filosofia a frequentare i corsi accelerati e brevi di inglese come è già avvenuto con le maestre uniche?
E’ tutta un’altra musica Non sono ancora nati i Licei Musicali ma già sorgono dubbi sulla possibilità di farli nascere attraverso le convenzioni con i Conservatori ma senza oneri per le istituzioni. C’è chi propone di boicottare le convenzioni anche in considerazione del fatto che 40 sezioni in tutta Italia significano un migliaio di studenti sparsi per ogni dove. Si vede che manca un direttore d’orchestra.
Libri di testo on line Le case editrici scolastiche si sono lamentate per l’assenza delle Indicazioni nazionali (i programmi) che rende difficile se non impossibile il lavoro di programmazione e redazione dei libri di testo, in tempo utile per essere utilizzati dalle classi degli istituti superiori coinvolti, a partire dal settembre di quest’anno, nel riordino del mnistro Gelmini.
llConsigliere politico del ministro ha risposto che sarà possibile per le case editrici aggiornare i libri on line. Si vede che Bruschi vive nella realtà virtuale. La realtà concreta di molte famiglie è quella della scarsa diffusione di Internet, la realtà operativa delle scuole è quella della mancanza di fondi anche per il pagamento dei supplenti e pure per l’acquisto della carta igienica.
Gli alunni distribuiti nelle classi e la sicurezza Alle scuole mancano i soldi per pagare i supplenti e le ore di sostituzione fatte dai docenti in servizio. Quando mancano gli insegnanti, gli alunni delle classi coinvolte vengono divisi in altre classi coperte da docenti. Si violano, così, le norme sulla sicurezza che impongono di non concentrare, superando i limiti di legge, gli alunni in base allo spazio disponibile nelle classi. La spiegazione è: “lo facciamo per garantire la sorveglianza dei minori affidati alle scuole.” Peccato, però, che questo avvenga a discapito della sicurezza.
Cittadinanza e Costituzione Nell’agosto del 2008, con una conferenza stampa ripresa dalle televisioni, la Gelmini annunciò l’istituzione di una nuova materia con voto autonomo: Cittadinanza e Costituzione. Il 9 novembre 2009 contrordine: Cittadinanza e Costituzione non sarà mai materia autonoma con voto autonomo. Parola dello stesso ministro su un quotidiano nazionale. Non sia mai che gli studenti italiani possano capire che la Costituzione pone limiti anche ad inventiva e creatività legislativa. Meglio che si occupino del fair play sportivo, suggerito come tema da sviluppare nell’ambito di un “contenitore” affidato ai docenti di Storia e, solo dove sono già presenti in organico, ai docenti di Diritto. Per equità, però, bisogna dire che il ministro ha annunciato che comprerà e distribuirà nelle scuole i DVD con le registrazioni delle trasmissioni sulla Costituzione curate da Claudio Martelli.

L’Unità 25.03.10

"La sfida del lavoro ignorata dal governo", di Massimo Riva

A fine 2009 ben 2.145.000 persone erano alla ricerca di occupazione: circa 370mila in più rispetto all´anno precedente. E ciò perché – certifica l´Istat – il numero degli occupati è sceso a poco meno di 23 milioni con un calo di 428mila unità. In termini crudi significa che una porzione sempre più consistente della società italiana sta perdendo la principale fonte di sopravvivenza insieme a quella pienezza dello stato di cittadino che è sancita nel primo articolo della Carta costituzionale.
Altro, dunque, che le guasconate governative sul peggio della crisi ormai alle spalle. Come avevano previsto tutti gli osservatori dotati di normale buon senso, proprio ora con i primi e fragili segnali di ripresa ecco arrivare i peggiori contraccolpi sul fronte dell´occupazione. Licenziano le imprese che la difficile congiuntura economica ha messo ai margini del mercato e costretto alla chiusura, ma licenziano anche quelle che per reggere alla sfida stanno comunque ridimensionando il perimetro della loro produzione e di conseguenza anche i posti di lavoro.
Ad aggravare il quadro va soggiunto che in una prima fase i tagli hanno colpito la parte per definizione più debole del mercato del lavoro: quella del variopinto mondo dei salariati a tempo determinato, ridimensionando brutalmente proprio quel genere di impieghi che era stato presentato, con rullo di tamburi, come il futuro del mondo dell´occupazione nel segno di una flessibilità che avrebbe garantito magnifiche e progressive avanzate verso il traguardo della piena occupazione.
Ora l´Istat ci racconta che la tempesta sta investendo pesantemente anche l´ampio territorio del lavoro più garantito, quello dei contratti a tempo indeterminato. Tanto che negli ultimi mesi del 2009 l´incremento della disoccupazione ha riguardato in netta prevalenza proprio quelle regioni settentrionali dove storicamente sono più radicati gli impianti industriali e dove è più diffusa quella piccola e media impresa, anche artigianale, che ha subito e subisce l´impatto più forte della caduta in recessione del sistema.
Nel Nord, infatti, si stima una perdita di posti poco sotto i 200mila contro gli appena 12mila delle regioni meridionali. Un paradosso solo apparente: nel Sud poco si è perso perché poco c´era da perdere.
Il terremoto in atto nel mercato del lavoro è ormai uno sciame sismico macroscopico che dura da mesi e rischia, purtroppo, di presentare il conto più salato nel corso di quest´anno. E´ un processo che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti, fuorché di quelli che non vogliono vedere la realtà e si affidano al placebo dell´ottimismo psicologico, come fanno ogni giorno Silvio Berlusconi e i suoi ministri. Ma davvero costoro pensano che a una tragedia sociale ed economica di queste dimensioni si possa porre riparo con i 300 milioni di agevolazioni per l´acquisto di motorini, lavastoviglie e perfino barche da diporto? Quel che sta accadendo è che l´intero sistema produttivo nazionale – industria, servizi e agricoltura – è sottoposto a una torsione violenta dalle mutate ragioni di scambio a livello internazionale. Dunque, si tratta di una sfida in cui è in gioco il futuro prossimo del paese. Una sfida che dovrebbe essere la principale se non unica preoccupazione del governo in carica. Che viceversa – ahinoi – si occupa e preoccupa soltanto di intercettazioni telefoniche e, a tempo perso, perfino di presidenzialismo.
Al fondo c´è qualcosa di insolente, oltre che di irresponsabile, in questa negligenza del governo verso i problemi vitali di tanti italiani senza lavoro.
Ma con che faccia si può continuare a cavarsela dicendo che sì in Italia la disoccupazione cresce, ma un po´ meno che in qualche altro paese? Che farebbero Berlusconi e i suoi ministri se, ricoverati con 40 di febbre, si sentissero dire dal medico che non importa perché il termometro del paziente del letto accanto di gradi ne segna 41? In Spagna va anche peggio? E allora? Berlusconi governa l´Italia non la Spagna.
La Repubblica 25.03.10

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“Il governo del fare. 380 mila posti in meno nel 2009” , di Bianca Di Giovanni

Va peggio di quanto stimassero anche i più avvertiti degli osservatori. E non è finita: l’uscita dal tunnel non si vede. Nell’ultimo trimestre del 2009 risultavano 530mila occupati in meno tra gli italiani rispetto allo stesso periodo del 2008. Un crollo gigantesco, solo in parte colmato dalla crescita degli occupati stranieri, che comunque prosegue a ritmi più lenti del solito. Il saldo del trimestre è di 428mila posti in meno. L’intero 2009 segna in media un’emorragia di posti di 380mila unità. È il primo calo dell’occupazione da 15 anni a questa parte: solo nel ‘95, dopo la crisi dei primi anni ‘90, l’occupazione ha avuto una flessione analoga. «A questi dati si aggiungeranno presto quelli di chi sta terminando il periodo di cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga – osserva Paolo Nerozzi, senatore Pd – Non si tratta di numeri leggeri. E la nuova occupazione è più instabile, con più contratti a termine». Anche molti indistriali non nascondono il pessimismo: la riduzione degli occupati alla fine del processo si preannuncia pesante.
OTTIMISMO Solo i minsitri in carica minimizzano. «Il dato medio della disoccupazione in Italia nel 2009 (7,8%) è inferiore di 1,6 punti a quello dell’Eurozona – rassicura Maurizio Sacconi – La caduta è stata contenuta grazie agli ammortizzatori che hanno garantito un milione di persone. Un minuto dopo la formazione delle nuove giunte regionali convocherò il tavolo stato-regioni e parti sociali perunpiano sull’occupazione». Stessa linea difensiva di Giulio Tremonti: andiamo meglio del resto d’Europa. In realtà i due ministri sono i responsabili principali di questa catastrofe sociale. Sono loro che hanno teorizzato il mantenimento dello status quo, il contenimento dei danni sulla platea dei già protetti, il rinvio al dopo crisi per soluzioni alternative. Nulla di fatto sulla domanda interna, mentre l’export rallentava. Così la crisi si schianta ora anche nelle aree più forti, dove la grande industria espelle centinaia di migliaia di lavoratori, così come sono costretti a chiudere migliaia di piccole imprese, soprattutto nel commercio. È il fallimento del nordismo leghista, che mostra tutte le sue debolezze.
MEZZOGIORNO Ma i numeri complessivi non dicono tutto della pesantezza della crisi. Se si guarda dentro le cifre, si riscoprono i vecchi mali italiani. Più della metà dei posti persi concentra nel Mezzogiorno con 194.000 unità in meno (-3%a fronte del -1,6% su base nazionale) mentre il Nord perde 161.000 unità (-1,3%) e il Centro appena25.000 (-0,5%). Le persone in cerca di occupazione nel Sud tuttavia aumentano di appena 12.000 unità soprattutto a causa dell’effetto scoraggiamento sulla possibilità di trovare un lavoro dell’aumento dell’inattività. Il settore che ha subito la maggiore contrazione è l’industria in senso stretto (- 214.000 posti) seguita dall’ agricoltura (-21.000 posti) e dalle costruzioni (- 26.000 unità). I servizi segnano una flessione dello 0,8% (-119.000 unità). PRECARI Sono stati i precari, i collaboratori e i cosiddetti «indipendenti» i lavoratori più colpiti dalla crisi economica. Su 380.000 posti persi infatti 211.000 sono posizioni lavorative indipendenti (collaboratori, piccoli imprenditori ecc) mentre 169.000 sono dipendenti (171.000 in meno gli occupati a termine a fronte di un lievissimo aumento tra i rapporti atempo indeterminato). Sono più gli uomini a perdere lavoro (274.000 unità in meno contro le 105.000 delle donne).Mala platea di donne occupate resta molto più ristretta rispetto a quella maschile. A sud lavora meno di una donna su tre, mentre a nord una su due. Tanto che nel Mezzogiorno aumentano gli inattivi: che non hanno e non cercano lavoro. «Attualmente 500mila lavoratori sono in cig, e ne usciranno presto», attacca il senatore Tiziano Treu. Come dire: il numero di espulsi potrebbe raddoppiare. «I dati sono impressionanti, è inaccettabile ignorarli», dichiara Fulvio Fammoni della Cgil. E alle cifre di Treu si aggiungono quelle di Stefano Fassina (Pd), il quale ricorda che dall’inizio della crisi a oggi sono stati in 700mila quelli che hanno perso il lavoro.
L’Unità 25.03.10

"Gita di classe", di Massimo Gramellini

Un istituto di Pordenone ha organizzato le vacanze-studio degli allievi sulla base del loro reddito: la fascia alta a Londra in un buon albergo, la fascia bassa a Monaco in una pensione abitata dai pidocchi. Faremo causa all’agenzia di viaggi, ha detto il preside, come se il problema fossero i pidocchi. Il problema è aver avuto l’idea di separare i ricchi dai poveri, riproducendo persino in una gita scolastica, emblema della comunità conviviale, quelle differenze sociali che all’interno della scuola semplicemente non devono esistere.

Ma cosa ci sta succedendo? In poco più di una generazione siamo passati dall’egualitarismo diseducativo del «sei politico» al calpestamento di ogni sensibilità e del significato stesso di scuola pubblica. Leggevo con gli occhi sbarrati le spiegazioni del sindaco e dell’assessore, entrambe donne ed entrambe giovani, di quel Comune vicentino che l’altro ieri non ha servito il pranzo a nove bimbi dell’asilo nido perché i genitori non pagano la retta. Mica possiamo darla vinta ai furbi, spiegavano le due amministratrici. Giustissimo, e allora denunciateli. Ma senza smettere di garantire ai figli dei furbi l’identico trattamento riservato ai loro compagni. Sono bambini, non divani pignorabili. Mi spaventa il pensiero di come cresceranno i discriminati di Vicenza e di Pordenone. Ma mi spaventa ancora di più come cresceranno i privilegiati: privi dei vincoli minimi di solidarietà umana, per insegnare i quali la scuola pubblica era nata.
La Stampa 25.03.10

"Riforma Gelmini. A pensar male si fa peccato…", di Marco Cattaneo*

E se un giorno di questi i ricercatori delle università italiane incrociassero le braccia, non in assoluto, ma decidendo semplicemente di sospendere la didattica? Non è un’ipotesi peregrina, ma sarebbe un disastro. Perché i ricercatori sono all’incirca il 40 per cento del corpo docente delle università italiane. Corpo docente, sì, perché tengono corsi, tanti corsi, spesso a costo zero per l’università, anche se percepiscono uno stipendio decisamente inferiore a quello degli associati (o se preferite “professori di seconda fascia”).
In teoria, non sarebbe il loro mestiere. Eppure si fanno carico anche della didattica. Quando gli ho chiesto quanto si percepisce per un corso (che non comporta solo le ore di lezione, ma anche la preparazione e i relativi esami), un caro amico mi ha risposto così: “Non c’è una “tariffa” fissa, perché dipende solo da quanti soldi ci sono in cassa. Io ad esempio faccio un corso (60 ore) per 600 euro e altri due (120 ore) gratuiti. Con annessi esami, ovviamente. La regola dalle mie parti è che un ricercatore prima si fa un corso gratuito, e poi se ci sono soldi e ne fa altri può prendere qualche briciola. Altrimenti zero.
Il punto è che quasi tutti, come faccio io, accettiamo di tenere corsi per puro spirito di servizio, perché non c’è nessun altro che potrebbe farli. Di fatto molti corsi di laurea letteralmente non starebbero in piedi se non ci fosse la didattica dei ricercatori, che non è neanche prevista dalla legge”.

Oltre a questo stato di cose, che non esiterei a definire una presa in giro, adesso ci si mette il DDL Gelmini sulla riforma accademica. Che si aggiunge alla legge Moratti (230/2005) secondo la quale il ruolo degli attuali ricercatori universitari andrebbe messo ad esaurimento entro il 2013. Il DDL Gelmini, invece, già approvato in prima lettura dal Governo nei giorni scorsi, favorirebbe l’ingresso in ruolo delle nuove figure dei ricercatori a tempo determinato rispetto ai ricercatori a tempo indeterminato di oggi. Che, per chi non ne fosse al corrente, di solito non sono esattamente dei ragazzini alle prime armi. Nel 2006 l’età media dei ricercatori italiani (oggi circa 24.000) era di 45 anni, e oggi – dato lo scarso turnover – è ulteriormente aumentata.

Ne parlo solo dopo molti mesi dal varo, ora che siamo in fase di approvazione, ma a me la riforma Gelmini sembra un incredibile impiastro, destinato a peggiorare ulteriormente lo stato dell’università italiana. Invoca merito ed efficienza solo per giustificare ulteriori tagli ai finanziamenti, ma anche merito ed efficienza sono visti solo strumentalmente ai bilanci, non in relazione alla qualità (o solo marginalmente).
E nel caso specifico dei ricercatori – esclusi anche da tutte le commissioni di concorso – potrebbe segnare una nuova tappa di destabilizzazione del sistema, creando un’anomalia diversa ma non meno dannosa della 382/1980, che ne istituiva il ruolo, chiarendo decisamente che ai ricercatori non potevano essere conferiti incarichi di insegnamento (art. 1, comma 5).

Eppure questa riforma trova un deciso sostegno presso molti autorevoli commentatori. Di sicuro ha trovato una fonte di ispirazione nell’appassionato libro di Roberto Perotti L’università truccata, che metteva impietosamente a nudo il degrado del sistema universitario italiano. Salvo non essere perfettamente corretto nelle analisi. Molto meglio, se posso permettermi un consiglio di lettura I ricercatori non crescono sugli alberi, di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi, due giovani ricercatori universitari che leggono in modo meno parziale e più profondo i mali dell’università, provando a vedere soluzioni intelligenti.
Ma la riforma Gelmini gode anche di altre “buone recensioni”, non ultime quelle di Francesco Giavazzi – forte sostenitore della riforma dell’Università, che alcuni chiamano, in giro per il web, Giavazzi-Gelmini, tanto gli è estranea – sul “Corriere della Sera”, e di Luigi Zingales sull’Espresso.

Possibile che le critiche più feroci all’università pubblica vengano tutte, o quasi, da ambienti vicini o interni a una celebre università privata? “A pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”. Le fonti la attribuiscono a Giulio Andreotti.

P.S. Per fortuna, però, ai ricercatori non è passato il buonumore…

* Direttore de Le Scienze e Mente e cervello

http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/

Fosse Ardeatine, il dovere della memoria

Napolitano in occasione del 66°anniversario della strage: “Rispettare la Costituzione e le istituzioni”. Delegazione PD partecipa alla commemorazione

Ricorre oggi il 66° anniversario dell’ eccidio delle Fosse Ardeatine, il massacro compiuto a Roma dalle truppe di occupazione della Germania nazista il 24 marzo 1944, ai danni di 335 civili e militari italiani, come atto di rappresaglia in seguito a un attacco partigiano, per cacciare le truppe di invasori tedeschi, avvenuto il giorno prima in via Rasella. Per la sua efferatezza e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, è diventato l’evento simbolo della violenza nazista durante il periodo dell’occupazione in Italia.
Per non dimenticare, per non ripetere gli errori del passato, per riflettere sulle lezioni che la storia impartisce, il Partito Democratico, con le sue delegazioni, ricorda questa giornata in tutta Italia. A Roma, dove è avvenuta la strage, Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha deposto oggi una corona di fiori davanti alla lapide che ricorda i martiri delle Fosse Ardeatine. Durante la cerimonia di commemorazione dell’eccidio sono intervenuti tra gli altri, una delegazione del PD con il coordinatore della Segreteria, Maurizio Migliavacca, il vicepresidente Pd del Senato Vannino Chiti, il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, il vice presidente della Regione Lazio Esterino Montino, esponenti della comunità ebraica e cattolica ed alcuni esponenti del centrodestra, a partire dal ministro della Difesa, Ignazio la Russa e dal sindaco della capitale, Gianni Alemanno.
Queste le parole di Giorgio Napolitano: “Sono qui per ribadire cosa abbia rappresentato il superamento della guerra e della tragica esperienza della barbarie nazista”. E sul suo mandato al Quirinale ha lanciato un nuovo monito al rispetto delle istituzioni e della Costituzione: ”Tenere unito il Paese, non penso ad altro che a questo: a come influire su questo per la mia parte”. Spiegando come intende la sua funzione costituzionale di rappresentante dell’unita’ nazionale: “Ho il dovere come si sa e come sta scritto nella Costituzione di rappresentare l’unità nazionale. Non penso ad altro che a tenere unito il Paese. ‘Noi dobbiamo onorare la Costituzione anche rispettando tutte le istituzioni dello Stato democratico”.
Maurizio Migliavacca ha affermato come questa sia “una ricorrenza che ci
ricorda i valori di democrazia e libertà su cui è fondata la Costituzione
Repubblicana e che ci invita a non dimenticare mai di portare il massimo
rispetto alle istituzioni dello Stato. La memoria è un valore fondamentale
da preservare, soprattutto quando si tratta della necessità di tramandare
nel tempo vicende di terribile dolore e di violenza totale, in cui venne
rinnegato il senso stesso dell’esistere”.
Purtroppo è vero come ha detto Rosy Bindi, presidente del Pd, che chi cerca lo scontro con le istituzioni, offende la democrazia “e purtroppo questo è lo stile del nostro presidente del Consiglio”. “Berlusconi deve smetterla di fomentare tensioni fra poteri dello Stato – ha detto Enrico Letta, vice segretario del Pd – e se vuole portare le riforme nei gazebo, faremo valere le nostre buone ragioni anche lì”.
Il Senatore Vannino Chiti, ha ricordato come la terribile rappresaglia, comunicata alla popolazione solo dopo il suo svolgimento, coinvolse uomini e ragazzi prelevati in maggior parte dal carcere di Regina Coeli e dal comando-prigione delle SS di via Tasso, alcuni con la sola colpa di essere ebrei. E come quella strage rappresenti uno tra i più gravi episodi nei quali la belva nazista, pur di fronte alla disfatta imminente, ferocemente e inutilmente scatenava sulla popolazione civile italiana la sua furia distruttrice. “Dobbiamo conservare – ha aggiunto – la memoria di queste vittime innocenti e di tutti coloro che combatterono per la libertà e la democrazia. Grazie al loro sacrificio e’ nata la Repubblica fondata sulla Costituzione”. ”E’ indispensabile ancora più in giorni come questi e di fronte agli enormi sacrifici attraverso cui l’Italia è diventata una Repubblica democratica, riflettere e adottare comportamenti che siano ispirati al rispetto verso tutte le istituzioni”.
Roma 66 anni fa. Si ricorda che il quadro storico di Roma – dopo l’8 settembre 1943, l’armistizio di Cassibile, la fuga del Re Vittorio Emanuele III, e l’ingresso delle truppe tedesche – era quello di una città sotto il controllo effettivo dei nazisti e dopo lo sbarco di Anzio, il 22 gennaio 1944 l’intera provincia romana venne dichiarata “zona di operazioni”. Albert Kesselring, comandante del fronte meridionale, nominò capo della Gestapo di Roma, conferendogli direttamente il controllo dell’ordine pubblico in città, l’ufficiale delle SS Herbert Kappler, già resosi protagonista della deportazione dal ghetto ebraico il 16 ottobre 1943 di 1.023 ebrei romani verso i campi di sterminio tedeschi e delle atroci torture contro i partigiani detenuti nel carcere di via Tasso. Kappler avviò una campagna del terrore con frequenti rastrellamenti ed arresti di antifascisti e semplici sospettati, sgominò in breve quasi ogni gruppo della resistenza romana. Solo i GAP comunisti – Gruppi di Azione Patriottica delle brigate Garibaldi, che dipendevano ufficialmente dalla Giunta militare che era emanazione del Comitato di Liberazione Nazionale mantennero una buona efficienza operativa.
È in questo contesto che i quadri comunisti della Resistenza romana giunsero alla determinazione di reagire con le armi e di attaccare militarmente l’occupante con un’azione dal forte valore simbolico: il 23 marzo 1944, anniversario della fondazione dei fasci di combattimento, ebbe luogo l’attacco contro il battaglione tedesco in via Rasella. Vennero uccisi 31 militari e un altro soldato morì il giorno successivo, mentre persero la vita anche due passanti italiani.
In seguito all’azione partigiana Hitler tra vaneggiamenti su Roma da distruggere interamente e quartieri rasi al suolo stabilì la modalità della vigliacca rappresaglia: dieci italiani fucilati per ogni soldato tedesco ucciso. L’eccidio avvenne immediatamente e fu affidato al colonnello Herbert Kappler, coadiuvato dal capitano Priebke. Secondo il diritto bellico, le modalità di rappresaglia condotta dai nazisti, hanno violato le Convenzioni vigenti, quella Dell’Aja del 1907 e quella di Ginevra del 1929. Non risultò l’esecuzione da parte tedesca di alcuna seria indagine per appurare l’identità dei responsabili dell’attacco, non si attesero le 24 ore di consuetudine affinché gli stessi si consegnassero spontaneamente, non venne neppure affisso il consueto bando nelle pubbliche piazze, limitando l’affissione, secondo la testimonianza dell’ambasciatore Roberto Caracciolo, ai soli uffici tedeschi, condizioni necessarie per la legittimità dell’azione di rappresaglia.
L’ordine di esecuzione riguardò 320 persone, poiché inizialmente erano morti 32 soldati tedeschi. Durante la notte morì un altro soldato tedesco e Kappler decise di uccidere altre 10 persone. Erroneamente, causa la “fretta” di eseguire la rappresaglia, furono aggiunte 5 persone in più nell’elenco, ed i tedeschi, per eliminare scomodi testimoni, uccisero anche loro. Nella scelta delle 355 vittime, furono privilegiati criteri di connessione con la resistenza militare monarchica e partigiana, e gente appartenente alla religione ebraica; nessuno di essi aveva avuto un qualche ruolo nell’ attacco a Via Rasella.
I militari tedeschi, trascinarono i condannati, alcuni dei quali torturati precedentemente, presso le antiche cave di pozzolana site nei pressi di via Ardeatina, scelte quale luogo strategico per l’esecuzione e per poter meglio occultare i cadaveri successivamente. Compiuto il massacro, infierirono sulle vittime, facendo esplodere numerose mine per far crollare le cave e chiudere la fossa comune e rendere più difficoltosa la scoperta dell’ eccidio.
“Chi scelse un luogo così nascosto per commettere questo eccidio, una cava ai margini della città, lo ha fatto forse nella speranza che tutto si dimenticasse. Che dopo 66 anni si sia ancora qui con tanti giovani per non dimenticare, e’ un atto dovuto ai martiri ed un segno della sconfitta di chi fece l’eccidio” ha ammonito il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, al termine della cerimonia in ricordo dei martiri delle Fosse Ardeatine. Una commemorazione che, secondo Zingaretti,”conferma quanto sia importante non dimenticare: essere qui non e’ una parentesi cerimoniosa ma deve essere un’ azione supportata ogni giorno da comportamenti coerenti a difesa della democrazia e della libertà'”.

“Facendo crollare con il brillare delle mine le volte delle caverne di pozzolana sui resti dei trucidati, le S. S. credettero di aver riempito per sempre la loro bocca di terra affinché non parlassero.
Dai loro Sacelli nella vasta Tomba delle Ardeatine quei Morti gloriosi Vi parlano.
Si rivolgono a Voi, che Vi incamminate per il sentiero della vita, non già per rinnovare odi e divisioni ma per ricordarVi che Essi morirono per l’Italia, per un’Italia per sempre libera da dittature, violenza e guerre.
Nel buio dell’antro, illuminato dal bagliore di torcie sinistre, perirono cattolici ed ebrei, credenti ed atei, carabinieri e comunisti, democristiani e liberali, repubblicani e monarchici, ufficiali e soldati d’ogni arma, vecchi e ragazzi, espressioni dei più diversi ceti sociali.
In quell’inferno si levò benedicente la mano d’un sacerdote condannato a morte per gli altri.
Questo dicono i Morti delle Ardeatine: in quell’attimo orrendo noi conoscemmo una indistruttibile unità resa sacra dalla maestà della morte.”
(Associazione Nazionale Familiari Martiri delle Fosse Ardeatine)

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