È sicuramente “perfettibile”, ma l’Emilia-Romagna è comunque “la prima in Italia” dal punto di vista della sanità. Lo afferma Ignazio Marino, senatore del Pd e presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale, nei giorni scorsi a Bologna per un’iniziativa elettorale. Marino cita alcuni dei dati raccolti in un anno di indagine fatta dalla sua commissione su tutte le Ausl italiane e che a breve dovrebbe essere pubblicata. Sono stati utilizzati 34 indicatori, spiega Marino, e il risultato è che «in Emilia-Romagna il sistema sanitario funziona benissimo, anche se è perfettibile».
La regione, ad esempio, ha il primato per quanto riguarda il tasso di ospedalizzazione, che «più è alto più vuol dire che si lavora male».
In Italia ogni mille abitanti vengono ricoverati 193 malati, mentre in Emilia-Romagna il tasso di ospedalizzazione è fermo a 169 su mille, «il più basso del Paese». La Campania, invece, che è al livello più alto, ricovera 235 persone ogni mille, pur avendo la popolazione con l’età media più bassa in Italia. Un altro primato l’Emilia-Romagna lo registra nel campo della prevenzione contro i tumori, specialmente quello della mammella.
«Questa regione riferisce Marino è al vertice in Italia perchè ogni mille donne fra i 50 e 169 anni ne contatta 940 per fare la mammografia e di queste 677 vengono effettivamente esaminate». Agli antipodi c’è la Sicilia, che su mille donne ne contatta 190 e ne esamina solo 59.
Una delle note dolenti, invece, per il sistema sanitario dell’Emilia-Romagna è rappresentata dalle fratture al femore.
«Solo il 4 1 % dei pazienti viene operato entro le 48 ore sentenzia Marino a Bolzano, invece, l’83% delle persone che si frattura un femore finisce sotto i ferri nel giro di poche ore». C’è comunque chi sta peggio, come «a Catanzaro dove il 91% di questi pazienti viene operato non prima dei tre giorni». Problemi anche per quanto riguarda i parti cesarei, ma è una questione che riguarda più in generale tutta l’Italia dove «se ne fanno troppi afferma Marino almeno tre volte in più di quelli che sarebbero necessari». La media di parti cesarei raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità si aggira intorno al 13,7% mentre il dato italiano raggiunge il 37%. In Emilia-Romagna i parti cesarei sono fermi al 30%, esattamente la metà della Campania (61%). «La capitale mondiale dei parti cesarei invece è Reggio Calabria sentenzia Marino che raggiunge il 65%».
In conclusione, tira le somme il senatore Pd, «il sistema sanitario dell’Emilia-Romagna è il primo del Paese su moltissimi indicatori, anche
se è ancora perfettibile».
L’Informazione 24.03.10
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"Bersani, ve lo do io il federalismo" di Alessandra Ricciardi
I Democratici portano in giro per l’Italia il nuovo libro bianco: i veri federalisti siamo noi. Dall’Ici alle Spa, dall’energia ai rifiuti, governo centralista. Accentramento di ogni decisione finanziaria, impossibilità per i comuni di fare investimenti e sbloccare le opere pubbliche, Spa che svolgono funzioni, fin qui pubbliche, in regime privatistico e centralistico, saccheggio dei Fas, acqua, trasporti, rifiuti sottratti nella loro gestione alla libera decisione degli enti locali_ Così l’ultimo libro bianco del Pd accusa il governo Berlusconi di non essere affatto federalista ma centralista. Alla faccia della Lega Nord. «E il giuramento dei candidati governatori regionali, sabato, nelle mani di Berlusconi non è che l’ennesima prova», attacca Michele Ventura, vicepresidente dei deputati Pd. Messo a punto dal gruppo parlamentare dei democratici della camera, il volumetto sui «Federalisti a parole, il neocentralismo del governo Berlusconi» sarà portato in giro da oggi sui due pullman elettorali che stanno percorrendo l’Italia, per spiegare «agli italiani del Nord e del Sud, con onestà intellettuale, che non c’è niente di buono nel federalismo in corso di attuazione, che non c’è nessun federalismo», spiega Marco Causi, deputato Pd in commissione finanze e curatore dell’opera. Si parte dal patto di stabilità: i comuni sono nell’impossibilità di fare investimenti per lo sviluppo, anche in presenza di disponibilità finanziarie proprie, a causa della rigidità del patto di stabilità: «Una scelta che è un vero controsenso e che mina la capacità di fare politica a livello territoriale». Senza tenere conto che per ristorare i comuni del taglio dell’Ici sulla prima casa, lo stato ha dovuto aumentare i suoi trasferimenti ordinari ai comuni di 3,3 miliardi. E che però, per rifarsi, ha contestualmente ridotto gli investimenti per gli enti locali da 3,3 miliardi nel 2008 a 1,8 nel 2009 fino a 1,4 nel 2010. Sempre il governo mentre con un mano, il decreto Ronchi, ha imposto ai comuni di privatizzare del tutto la gestione dei servizi pubblici locali di settori strategici come l’acqua e i rifiuti, con l’altra (Difesa, Protezione civile spa, poi sfumata, Arcus) ha accentrato dentro società statali la gestione di competenze ministeriali e anche locali. Una proliferazione di società partecipate, tra l’altro non soggette ad alcune obbligo di trasparenza e rendicontocazione, che riecheggia la peggiore Prima repubblica.
E poi c’è «lo scippo Fas», 19 miliardi su 63 mld nel giro di un anno sottratti agli investimenti nelle regioni del Sud e utilizzati come un bancomat per pagare i progetti più vari: il contratto di servizio Trenitalia, l’adeguamento dei prezziari per le opere pubbliche, il contributo per la società Stretto di Messina spa, il deficit del comune di Catania, la privatizzazione di Tirrenia.
Ma anche al Nord, le cose non vanno meglio, sostiene il partito di Pierluigi Bersani: le regioni -scavalcate in tanti settori, dalla programmazione energetica alle nuove centrali nucleari- hanno visto anche congelati i tavoli di trattativa, avviati durante il governo Prodi, per l’assegnazione di ulteriori competenze. Era il cosiddetto federalismo a geometria variabile, che avrebbe dovuto premiare le regioni più avanzate, Lombardia in testa. Non variabile, ma stabile la tesi di fondo del Pd: anche a Umberto Bossi, e alle sue istanze federaliste, converrebbe un governo di centrosinistra.
Italia Oggi 23.03.10
Nucleare: NO alla superficialità del governo
Da Borgo Sabotino (LT), Bersani ribadisce il netto NO al nucleare come decisione approssimativa voluta dal governo e annuncia le proposte alternative del Pd in campo energetico e ambientale. Che ruolo avranno i candidati alle prossime elezioni regionali nelle fila del Pdl? Il loro giuramento pubblico davanti all’imperatore Berlusconi consentirà di scegliere se abbracciare la svolta nucleare tanto predicata dal governo o avranno la forza e il coraggio per rispondere di no? Chi decide: gli elettori o Berlusconi? Saranno governatori o vassalli? Sono domande di buon senso paradossali che possono sembrare anche surreali ma, nella politica italiana, purtroppo, corrispondono all’attualità di tutti i giorni.
A queste domande lecite ha dato una risposta il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani durante una conferenza stampa tenuta presso la centrale nucleare di Borgo Sabotino nei pressi di Latina. “I candidati del centrodestra che dovessero vincere le elezioni regionali “non hanno il fisico” per dire successivamente no al Governo quando questi vorrà costruire sul loro territorio le nuovecentrali nucleari”.
Così invece di investire sull’efficienza energetica, sulle energie rinnovabili e sul rientro nel campo della ricerca del nucleare di quarta generazione, con i risultati elettorali, gli italiani potrebbero trovarsi una “bella” centrale atomica nel giardino di casa senza averla mai richiesta e senza alcuna sicurezza sull’effettiva efficacia vista l’antiquatezza dell’impianto di terza generazione.
Per Bersani “non è sensato il ritorno dell’Italia al nucleare perché, ha spiegato, il nucleare è un sistema e non la costruzione di una o più centrali. Noi non siamo ancora all’abc, visto che dobbiamo ancora smantellare le vecchie centrali, non abbiamo ancora il sito di superficie e non abbiamo ancora l’Agenzia nazionale”.
Vanno sfatate inoltre le legende tanto conclamate dal governo sui minori costi legati al nucleare: “i calcoli del governo – ha sostenuto Bersani – sono una stupidaggine, perché vengono fatti con i criteri della Corea, e non con quelli seguiti in Francia o in Finlandia”.
“Mi sembra che qui si fa il pesce in barile – ha continuato il leader democratico – con norme che affermano che verranno consultate le regioni ma poi deciderà il governo; così si aprirà un percorso di incertezze. I governatori del centrodestra poi dicono che il nucleare e’ bello ma non nelle loro regioni. Sabato ho visto che loro, come tutti gli altri candidati del centrodestra, hanno giurato nelle mani dell’Imperatore; non credo che abbiano il fisico per dire ‘no’ quando il governo vorrà mettere le centrali nelle loro regioni. Su questo i cittadini si regolino”.
Affrontare la scelta nucleare come una possibile politica nazionale richiede uno studio non approssimativo come quello svolto dal Consiglio dei ministri. In tal senso il Pd si fa portavoce di politiche atte a:
lo smantellamento delle vecchie centrali, che è un’operazione industriale con ricadute tecnologiche importanti;
identificazione del sito di superficie;
varo dell’Agenzia nazionale;
ricerca sul nucleare di quarta generazione mentre mettiamo le nostre risorse dentro al risparmio energetico e alle fonti rinnovabili.
“La nostra – ha concluso Bersani – è una proposta realistica e sensata”.
Un ulteriore attacco contro l’approssimazione con cui lavora il governo in campo energetico e ambientale è stato rimarcato anche da Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd. “In campagna elettorale Berlusconi non ha mai citato il tema del nucleare perché sa che gli italiani sono contrari, ma in realtà a Palazzo Chigi già sanno dove saranno costruite le centrali e i siti di stoccaggio. Un governo onesto lo farebbe sapere anche ai cittadini, evitando il balletto ridicolo che la destra continua a mettere in scena. I candidati affermano che le centrali non saranno costruite nella loro regione, i ministri propagandano le meraviglie del ritorno all’atomo. Ed è chiaro che chi ha giurato a piazza San Giovanni non potrà che obbedire.
Per i senatori ecodem Roberto Della Seta e Francesco Ferrante “le dichiarazioni del segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani, rilasciate a Latina in merito alla totale contrarietà del Pd al programma nucleare del governo Berlusconi rendono ancorapiù chiaro che dall’esito del voto di domenica e lunedì dipende se nel Lazio, e in particolare a Latina e a Montalto di Castro, verranno realizzate centrali atomiche”.
“La scelta nucleare del centrodestra – hanno aggiunto i senatori del Pd – è economicamente irrazionale, ed è un pericolo grave per l’ambiente e per la sicurezza dei cittadini. Da questa scelta il Lazio sarebbe una delle regioni più colpite visto che nei suoi confini vi sono ben due aree candidate ad ospitare impianti nucleari. Su questo punto il Pd ed Emma Bonino hanno detto parole chiare: se il Lazio sarà governato dal centrosinistra dirà no alla localizzazione sul suo territorio di centrali nucleari. Questa – hanno concluso Ferrante e Della Seta – è una ragione in più per votare Bonino”.
Per Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd, “c’è un tema costantemente omesso dalla propaganda elettorale di Berlusconi: è il nucleare. Anche dal Palco di Piazza San Giovanni, da dove ha lanciato il patto con i candidati alla presidenza di regione, il nucleare è stato rimosso dalle promesse agli elettori. E’ un imbroglio indecente che sta caratterizzando tutta la campagna elettorale del Pdl: da una parte il Governo propaganda il ritorno al nucleare, dall’altra i candidati in ogni regione rassicurano che non sarà lì che si costruirà una centrale. Un fatto inaccettabile che nega ai cittadini la possibilità di fare di questo tema un punto di valutazione dei candidati in lizza”.
“Del resto Berlusconi sa benissimo che la maggior parte degli italiani, che ogni hanno già pagano in bolletta 400 milioni di euro per lo smaltimento delle scorie del vecchio nucleare, è contraria ad un ritorno all’atomo”, ha proseguito Realacci. “Ma con la solita strategia, racconta una verità a fasi alterne: in alcune occasioni parla delle meraviglie del nucleare, sicuro ed economico, ma alla verifica dei fatti, ben sapendo che si tratta di un argomento complicato, volutamente lo nasconde”.
“E’ ora di finirla con questa inaccettabile menzogna”, ha concluso Realacci. “Il Governo sa benissimo quali saranno le ragioni dove si costruiranno le centrali nucleari e i siti di stoccaggio delle scorie radioattive. Abbia il coraggio e l’onestà di renderli noti agli italiani prima delle elezioni regionali”.
A.Dra
www.partitodemocratico.it
Il DDL Gelmini sull'Università tra iniziative di protesta e articoli di stampa
Man mano che la discussione sul DDL Gelmini si sviluppa in Parlamento (siamo agli emendamenti al Senato), rischia di verificarsi ciò che avevamo paventato fin dalla presentazione del provvedimento: la ricerca affannosa di soluzioni parziali, per categorie, che frammentano il fronte delle opinioni contrarie al DDL, e che indeboliscono le ragioni di una opposizione che per quanto ci riguarda è sull’impianto, e non riferibile solo a singole categorie di lavoratori.
La stampa, magari fornita di buone intenzioni, presenta a sua volta un quadro confuso dei problemi e delle priorità, di volta in volta evidenziando aspetti specifici a scapito della completezza del quadro. In questi giorni è stata ripresa con evidenza la protesta legata all’astensione dalla didattica da parte dei ricercatori in molti Atenei, ed è stato sottolineato il diffondersi della pratica della docenza non retribuita (che esiste, purtroppo, non da oggi). Si sono quindi accesi i riflettori sul tema ricercatori, sia quelli strutturati, sia i futuri a tempo determinato, e questo è certamente positivo.
Ciò che non si evince dagli articoli di stampa, però, è l’esistenza di un abnorme nodo strutturale che riguarda lo stato giuridico della docenza universitaria, in particolare per i ricercatori: una categoria di oltre 25.000 persone che aspetta risposte da trent’anni, continuando a fare ciò che non è previsto che faccia, in una condizione di provvisorietà istituzionale che è diventata regola stabile. Una categoria, peraltro, messa in esaurimento dalla Moratti nel 2004.
Il vero nodo del DDL per quanto riguarda i ricercatori è questo, e a ciò si risponde in un solo modo: eliminando la loro messa ad esaurimento e riconoscendo per intero la terza fascia docente tutelando, nel contempo, la loro prevalente (ma non esclusiva) attività di ricerca. La protesta dei ricercatori con l’astensione dalla didattica, che sosteniamo e sollecitiamo, in modo da far emergere con chiarezza un ruolo tanto insostituibile quanto negato, dovrebbe avere questo sbocco.
Altre soluzioni, in questa fase di discussione del DDL, si avventurano su un terreno emendativo che nessuno è in grado di garantire politicamente, nemmeno nella maggioranza di Governo, per tacere del Ministero. Ed ogni tentativo di ritagliare soluzioni parziali apre contraddizioni interne ai ricercatori, e tra i ricercatori e il resto del personale.
Noi, lo ribadiamo, siamo contrari alle ope legis, anche mascherate, come propongono alcuni emendamenti presentati, che nel passato hanno prodotto danni rilevanti. Risolvere a costo zero, con meccanismi di riconoscimento non valutativi, e solo per una parte dei ricercatori in servizio il problema della loro collocazione ci pare sbagliato, e non coerente con le richieste che tutte le associazioni ed organizzazioni della docenza hanno sempre sostenuto: tre fasce suddivise nell’ambito di un’unica figura docente. E per quale ragione un Governo che ha scelto di cancellare i ricercatori e di strutturare la docenza su due fasce dovrebbe riconoscere il ruolo agli stessi che vuole eliminare?
L’unica ragione possibile è la spaccatura del fronte della protesta, acquisendo il consenso di una parte di una delle categorie più colpite.
Ma il tema della terza fascia va collocato nell’ambito dell’economia dell’intero DDL: l’istituzione del ricercatore a T.D. di 3 anni + 3, non ha niente a che vedere con la “tenure track” anglosassone, che prevede percorsi certi e finanziati di accesso all’Università; nel caso del DDL è una lotteria senza alcuna ragionevole prevedibilità di successo, di fatto un’ulteriore fattispecie di precariato che si aggiunge alla giungla dell’esistente, seppure trattata meglio. Oltre al tema della terza fascia, è o no un problema – drammatico – la concorrenza che si apre tra i futuri ricercatori a T.D. e tutti gli altri? Una concorrenza che rischierà di essere del tutto arbitraria e fondata su parametri soggettivi (licenziare o meno il precario piuttosto che favorire o meno l‘interno strutturato)
Ancora: la questione del precariato è una piaga sanguinante che non si può far finta di ignorare. Il DDL conferma per intero la condizione medievale del mercato del lavoro universitario, e anzi la aggrava, perché con le nuove norme a molti precari con anni di servizio non sarà nemmeno più concessa la speranza della loro collocazione servile: saranno semplicemente buttati fuori senza appello. Può una comunità universitaria che rivendica la dignità dell’autogoverno affrontare una discussione di revisione profonda della sua identità senza dare risposta a questa anomalia bruciante?
In questo quadro, il reclutamento è sostanzialmente bloccato, e nelle intenzioni del Governo lo sarà per molti anni, il taglio dei finanziamenti mette le Università in ginocchio, i pensionamenti svuotano Facoltà e Dipartimenti. Di fronte ad un quadro di questa gravità, che opera una selezione malthusiana tra gli Atenei, è secondo noi profondamente sbagliato affrontare il confronto sul DDL con un atteggiamento di pura riduzione del danno, cercando di negoziare qui e là aggiustamenti e limature ad un provvedimento che ridisegna radicalmente, e drammaticamente in peggio, la nostra Università.
Occorre il coraggio di un progetto alternativo che metta al centro il valore dell’alta formazione pubblica e la valorizzazione di chi vi opera: noi abbiamo provato a disegnarlo nelle nostre proposte, a cominciare dalla priorità di un reclutamento ordinario stabile e dalla necessità di un reclutamento straordinario che apra ai giovani, ma occorre un rovesciamento dei paradigmi sull’Università veicolati dal Governo.
Occorre, soprattutto, che la comunità universitaria prenda coscienza di sé e si comporti come tale: un insieme di figure e ruoli diversi e complementari, legati dall’idea del bene dell’istituzione, e che riconosce e affronta i problemi in una chiave equa e solidale. Che sappia ritrovare una leadership culturale nei confronti della politica e del Paese. Che agisca come un corpo unico senza cedimenti corporativi, fondato sui principi della responsabilità, della valutazione, del merito. Adesso, non tra due anni.
Senza questa assunzione di responsabilità collettiva, i più deboli, precari e ricercatori, saranno i primi a pagare, ma l’acqua è destinata a salire, e saranno molto pochi quelli che riusciranno e tenere fuori la testa.
www.flcigil.it
"L’economia verde ci salverà. In dieci anni 60mila occupati", di Giuseppe Vespo
Progettista di impianti fotovoltaici, venditore di fotovoltaico, esperti nell’ambito del commercio dei certificati verdi, società di servizi energetici come le Esco. Nuove figure professionali e nuove aziende nascono attorno alla green economy, l’economia verde. Un settore che secondo l’osservatorio energia e innovazione dell’Ires, l’Istituto di ricerche economiche e sociali della Cgil, entro il 2010 creerà 60mila nuovi posti di lavoro. E la previsione non è neanche la più ottimistica. LO STUDIO L’istituto presenta i dati della sua ricerca oggi a Roma al convegno dal titolo «Qualificazione dell’industria italiana verso la green economy: efficienza energetica e fonti rinnovabili, risorse per il futuro». Un’iniziativa della Filctem – il sindacato dei chimici dei tessili e dell’energia in seno alla Cgil – che si terrà al Cnel, il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro. Secondo lo studio, sul fronte dell’economia verde non siamo così indietro come si può pensare – almeno nel settore energetico – anche se mancano ancora le spinte giuste per fare della riconversione verde il motore economico del futuro, come negli intenti dell’America di Obama o del Pacchetto clima e energia 20-20-20 (ridurre del 20% le emissioni di gas a effetto serra, portare al20%il risparmio energetico e aumentare al 20% il consumo di fonti rinnovabili) del Parlamento europeo. Ma è già importante se l’Ires scrive che in Italia «il fenomeno appare incoraggiante. Assistiamo ad un intenso sviluppo delle installazioni di impianti di energie rinnovabili dovuto non solo all’iniziativa dei grandi operatori, ma ai numerosi nuovi entranti che vanno da imprese di media e piccola dimensione fino alle famiglie». Nell’industria, dicevamo, è soprattutto il comparto energetico a fare registrare un certo dinamismo: «Il settore – scrive l’istituto di ricerca – evidenzia un tasso di sviluppo delle imprese del 16,8% su base annua. Complessivamente nell’ultimo anno il numero delle imprese energetiche è cresciuto di 700 unità». Un trend che dà l’idea delle potenzialità delle fonti rinnovabili nel nostro Paese e nel Mezzogiorno in particolare. Con lo sviluppo della geotermia e del solare, dell’eolico e delle biomasse entro il 2020 potrebbero nascere 9mila posti di lavoro al Sud, 12mila in tutta la Penisola e 60mila se si considerano anche le occupazioni indirette. Stime addirittura prudenti secondo alcuni istituti di ricerca. Lo Iefe, l’Istituto di economia e politica dell’energia e dell’ambiente dell’Università Bocconi, prevede 250mila posti di lavoro in dieci anni; il Cnel più di 75mila; Astra 67mila e Nemesis più di 97mila. Mentre in termini di valore aggiunto, per l’Ires «l’industria italiana potrà realizzare un fatturato tra i 2,5 e i 5,5 miliardi di euro l’anno nei prossimi dieci anni».
FILCTEM Ma il rischio è che le previsioni restino tali perché prive dell’adeguato supporto da parte delle istituzioni. Centrale a questo proposito resta il ruolo degli incentivi e quello degli investimenti in ricerca e sviluppo. L’obiettivo dev’essere «qualificare l’industria italiana, riconvertirla », dice Alberto Morselli, segretario generale Filctem-Cgil. Il sindacalista avverte dell’assenza di una politica industriale del governo ma elenca anche quanto è stato già fatto nei settori che segue da vicino, dal vetro alle piastrelle, dalla ceramica al tessile, dalla concia alla chimica. Quindi propone «quattro cose per creare un approccio credibile alla green economy: incentivi del governo; provvedimenti temporanei di moratoria sulle tariffe energetiche; fondi strutturali dall’Europa e incentivi di mercato che diano motivazioni alle imprese per la riconversione». Mentre per quanto riguarda la contrattazione aziendale il sindacato chiede di inserire l’efficienza energetica tra i fattori che concorrono al premio di risultato
L’Unità 24.03.10
"Ue, la salute diseguale", di Dina Galano
L’Osservatorio europeo sulle politiche sanitarie ha diffuso ieri il suo bollettino, avvertendo i governi: «Bisogna ridurre le diseguaglianze sociali ed economiche che ostacolano l’accesso alle cure». Se l’Europa sta meglio è perché la salute dei suoi cittadini sta seguendo un trend positivo, dove aumentano le occasioni di diagnosi e cura, così come si perfezionano tecnologie e assistenza. Ma sono molte le sfide che restano ancora aperte. Per questo l’annuale rapporto diffuso ieri dall’Osservatorio europeo sulle politiche e i sistemi sanitari, su richiesta della Commissione europea, mentre rincuora ne approfitta per lanciare raccomandazioni importanti. Sia ai governi «che devono ridurre le diseguaglianze di reddito, istruzione, lavoro che si ripercuotono nei livelli di salute della popolazione», sia ai cittadini che con condotte sbagliate incrementano i rischi di malattie. Il rapporto su un punto è chiaro: «Se la salute è mediamente migliorata, le diseguaglianze non si sono ridotte». E la relazione tra condizioni di vita, fattori socioeconomici e lo stato di salute sono analizzate con «l’obiettivo di stimolare il dibattito e azioni per creare una società europea più sana ed equilibrata».
Aspettative di vita
Nell’Europa a 27 dai 73.65 anni registrati nel 1980, si è passati mediamente ad un’età di 79.05 nel 2006. Un risultato sempre più positivo raggiunto grazie alle donne, di gran lunga più longeve (circa sei anni in più) dei loro compagni. Il nostro Paese, dopo Svezia, Francia e Germania, è tra i primi per aspettativa di vita. Se poi si contano gli anni passati in buona salute, nell’Europa a 15 approssimativamente si poteva arrivare a oltre 70 anni senza incontrare disagi, mentre nei Paesi dell’Est e dei Balcani la media scende a 62 anni.
Malattie croniche
Si muore soprattutto a seguito di malattie croniche che rappresentano il 77 per cento delle cause di decesso in Europa. Si parla principalmente di malattie cardiache, infarti e tumori. Sopra i 65 anni oltre 50 persone ogni 100mila abitanti muoiono a seguito di problemi cardiovascolari. Tra le tipologie di tumori letali, il cancro al polmone è quello che fa ancora più vittime. Le punte più rilevanti sono registrate in Ungheria, Repubblica Ceca, Danimarca, Irlanda e Svezia. Ma i decessi per tumori sono in crescita in tutto il territorio europeo: in quindici anni si è registrato un +12 per cento negli uomini e un +9 per cento nelle donne.
I rischi
Colpevoli dell’incidenza delle malattie più letali, ancora una volta, improprie abitudini alimentari, inattività fisica, fumo e consumo di alcol. Il fumo, in particolare, uccide in media 650mila persone l’anno ed è la prima causa di mortalità dovuta a comportamento volontario. Ma l’Europa, poi, si scopre in patologico sovrappeso: è a rischio obesità circa il 50 per cento della popolazione, con numeri che i sono triplicati nell’ultimo ventennio. Nel nostro Paese sono soprattutto i bambini i soggetti più esposti. «Se si continua così – avvertono i ricercatori – nel 2010 ci troveremo con 150milioni di adulti e 15 milioni di bambini obesi».
Malattie mentali
Rappresentano il 20 per cento del totale. Disordini di tipo depressivo toccano il livello massimo in Austria (9,8 per cento), mentre appartengono al 6,8 per cento degli italiani. Un cittadino europeo su quattro almeno una volta nella vita ha sofferto di disturbi di questo tipo. Si va dalla depressione, alla schizofrenia, ai disturbi bipolari fino a quelli legati all’abuso di alcol. Il suicidio resta tra le prime dieci ipotesi più accreditate di morte prematura, che la ricerca inserisce nel capitolo delle malattie mentali in virtù del fatto che «il 90 per cento dei casi di suicidio è connesso a problemi di salute mentale». Se il record è toccato in Lituania ed Ungheria, l’Italia spicca per il più basso numero di suicidi in Europa.
Incidenti
Ogni anno in Europa oltre 250mila persone muoiono a seguito di incidenti, primi tra tutti quelli stradali e domestici. Il 75 per cento di chi lascia la vita su strada è maschio e ha un’età compresa tra i 15 e i 29 anni. L’Italia è tra i Paesi con il più alto tasso di morti accidentali in casa.
Accesso alle cure
Risulta fortemente compromesso per chi ha un reddito basso, a causa delle barriere finanziarie e delle integrazioni dei pagamenti richieste nelle strutture pubbliche (i cosiddetti out-of-pocket payments). In Paesi come Cipro, Bulgaria, Grecia e Lettonia oltre il 40 per cento dei costi totali deve essere sostenuto dal paziente. A queste difficoltà si aggiungono le barriere geografiche, e la percezione nutrita sulla vicinanza della struttura ospedaliera (calcolata su una media di 20minuti). Per quanto riguarda l’Italia, il reddito non pare incidere sulle possibilità di accesso, che è universalmente garantito (anche se i più virtuosi sono i servizi sanitari di Francia e Lussemburgo), quanto, invece, sulla fruibilità dei servizi connessi alle cure primarie. Risulta che chi ha un reddito medio alto preferisce rivolgersi a specialisti e, nella maggioranza dei casi, ai privati.
Terranews 23.03.10
"La nuova Fiat con 5 mila posti in meno", di P.G.
Quasi cinquemila dipendenti in meno, riduzione di un quarto del numero dei modelli prodotti e aumento del 50 per cento dell’attuale produzione italiana ( da 600 a 900 mila auto, soprattutto grazie all’arrivo della Panda a Pomigliano). Il piano strategico 2010-2014 che Marchionne presenterà il 21 aprile comincia a prendere forma nelle analisi e nelle indiscrezioni che circolano nei cinque stabilimenti di assemblaggio finale e nei tre dedicati alla produzione dei motori e dei cambi. Queste indiscrezioni parlano anche di sette modelli con marchio Fiat, Alfa e Lancia realizzati negli Usa per il mercato d’Oltreoceano, per una produzione complessiva che dovrebbe superare le 350 mila unità sull’altra sponda dell’Atlantico. Particolarmente critica, in base ai programmi, la situazione della produzione motoristica in Italia.
Il piano prevederebbe dunque il taglio del 15 per cento degli organici degli addetti al montaggio finale, quei 30.000 operai di linea che nei mesi scorsi sono rimasti fermi per due settimane quando ha cominciato a farsi sentire l’effetto dello stop agli incentivi. Nel calcolo sono compresi i 1.500 dipendenti diretti di Fiat a Termini Imerese (come è noto lo stabilimento siciliano chiuderà il 31 dicembre del 2011) e i 500 dipendenti che andranno in mobilità volontaria a Cassino sulla base di un accordo sindacale firmato nei mesi scorsi. Sono una novità invece i 2.000-2.500 addetti in meno alle Carrozzerie di Mirafiori e le 500 tute blu che il sindacato stima possano perdere il posto a Pomigliano in seguito al passaggio dalle produzioni Alfa alla Panda.
Dopo la presentazione del piano, il 21 aprile, toccherà ai sindacati discutere, stabilimento per stabilimento, come raggiungere la saturazione degli impianti senza ridurre gli organici. È anche probabile che nelle prossime settimane dal Lingotto giungano ancora aggiustamenti. A preoccupare le organizzazioni dei lavoratori non è solo il futuro di coloro che perderanno il posto (molti, nell’arco dei prossimi quattro anni, matureranno i requisiti per la pensione) ma anche la riduzione secca degli organici nel futuro: “Dobbiamo considerare chiusa la fase in cui si identificava la Fiat con la produzione di auto in Italia”, dice Enzo Masini, responsabile nazionale auto della Fiom-Cgil. E aggiunge: “Dovremo incalzare l’azienda perché aumenti il numero dei modelli rispetto alle indiscrezioni di questi giorni. Dovremo anche chiedere al Lingotto di portare in Italia produzioni di qualità e di dare un futuro agli stabilimenti italiani di produzione dei motori”. Il futuro degli impianti motoristici sarà discusso il 30 marzo prossimo al ministero dello sviluppo economico. Quanto a Termini, se ne parlerà il 13 aprile: “In quella sede – chiede Masini – sarà necessario avere un quadro completo delle proposte in campo”.
La Repubblica 24.03.10
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“Fabbriche più piccole e 8 modelli, prepensionamenti per attutire il colpo”, di PAOLO GRISERI
In gergo si chiama “operazione downsize” ed è il trattamento che gli ingegneri Fiat riservano in laboratorio ai motori tradizionali per ridurne la cilindrata e aumentarne contemporaneamente la potenza. Una cosa simile accadrà nei prossimi cinque anni agli stabilimenti italiani del gruppo: fabbriche più piccole, con meno addetti ma con maggiore produzione. Nel dettaglio, le indiscrezioni sul piano parlano di una Fiat profondamente modificata sia negli stabilimenti di assemblaggio finale (le classiche linee di montaggio) sia nella produzione di motori e cambi.
L’assemblaggio finale si farà in quattro dei cinque stabilimenti oggi in produzione perché il piano confermerà la chiusura di Termini Imerese. Alle Carrozzerie di Mirafiori dei 5 modelli oggi in produzione (Idea, Musa, Punto, Multipla e Mito) si salverà solo la Mito. Si aggiungerà invece un nuovo prodotto (oggi noto con il nome in codice “L1”), una monovolume di grandi dimensioni che potrà avere 5 o 7 posti. Le tre attuali linee di montaggio verranno ridotte a una che produrrà contemporaneamente MiTo e L1. Questo significa che, senza l’aggiunta di altre produzioni, i 5.000 addetti al montaggio finale potrebbero ridursi anche della metà, a 2.500. Un taglio considerevole anche se l’età media degli addetti di Mirafiori è abbastanza alta da consentire un sistema di prepensionamenti entro i prossimi cinque anni che attutisca l’effetto sociale della riduzione d’organico. Non ci dovrebbero essere particolari problemi invece a Melfi dove si continuerà a produrre la Punto anche se difficilmente nei prossimi anni si raggiungerà il record di 290.000 auto prodotte nel 2009 grazie agli incentivi: gran parte dei paesi europei infatti hanno chiuso il rubinetto.
A Cassino, stabilimento dedicato al segmento C, cambieranno i modelli e l’occupazione sarà ridotta di 500 persone rispetto ai 4.600 addetti di oggi. Si tratterà di uscite volontarie verso la pensione, come prevede un accordo sindacale. La Bravo verrà sostituita da un’altra media del marchio Fiat mentre la Croma cesserà la produzione. Oltre alla nuova Bravo arriveranno un crossover e l’Alfa Giulietta (già in produzione in queste settimane). Confermata la produzione della Lancia Delta.
La rivoluzione più profonda sarà a Pomigliano dove la Panda comincerà la produzione delle preserie nell’autunno del 2011. Il Lingotto pensa di spendere 750 milioni nella riconversione della fabbrica che cesserà di produrre le Alfa per passare all’utilitaria. Le due linee oggi in funzione (quella della 147 e quella della 159 e Gt) saranno sostituite da almeno due linee di Panda destinate a realizzare 250 mila auto all’anno. Ma nessuno riesce a prevedere quali effetti avrà questa rivoluzione sull’indotto, tutto calibrato sui modelli di fascia medio-alta del Biscione. I sindacati temono che anche tra i dipendenti diretti si avrà una riduzione di 500 persone sugli attuali 5.100 addetti.
A questi stabilimenti si aggiungerà il prossimo anno la carrozzeria Bertone di Grugliasco (To) dove le indiscrezioni già circolate in autunno prevedono la produzione di tre modelli Chrysler: la 300C, il Grand Voyager e la Jeep Grand Cherokee. Sono i tre modelli attualmente realizzati a Graz dalla Magna. Alcuni hanno visto nella scelta la vendetta di Fiat verso i concorrenti vincitori nella battaglia Opel (poi persa da tutti perché Gm decise di non vendere la sua costola europea).
Il futuro dei due principali stabilimenti di produzione dei motori è incerto. A Pratola Serra (Av) la Fma che produce cilindrate medio alte (da 1.600 cc in su) ha subìto gli effetti della crisi passando dai 500 mila motori del 2006 ai 170 mila dello scorso anno. A Termoli invece il boom delle utilitarie dovuto agli incentivi ha fatto lievitare la produzione dei piccoli motori fino a 900 mila pezzi all’anno. Il futuro è incerto perché la Fiat avrebbe intenzione di realizzare in Polonia, a Bielsko Biala, tutti i nuovi motori bicilindrici destinati a sostituire il quattro tempi nelle piccole e medie vetture (sono previste versioni del due tempi fino a 105 cavalli).
Alcune indiscrezioni cominciano a circolare anche sulla produzione negli Usa dove i marchi del Lingotto dovrebbero essere rappresentati da sette modelli: un restyling Lancia della 300C e del Voyager, tre modelli Alfa (Giulietta, l’ammiraglia 169 e uno sportover) e una versione del Turney con marchio Fiat. Questi sei modelli dovrebbero garantire una produzione annua di 250 mila auto alle quali aggiungere le 100 mila previste per la 500.
La Repubblica 24.03.10
