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"La bandiera vaticana", di Adriano Prosperi

Le elezioni sono alle porte e la Chiesa italiana ha parlato: o meglio, ha parlato la Cei per bocca del cardinal Bagnasco. La precisazione è d’obbligo: è possibile che una sola voce riesca ad esprimere la quantità e la qualità delle posizioni che si muovono nella realtà del mondo cattolico?
Ci si chiede anche se le elezioni amministrative siano un’occasione di tale importanza da imporre che si levi in modo speciale la voce di un’autorità morale e spirituale come la Chiesa nella sua espressione gerarchica, obbligata dalla sua stessa natura a essere al di sopra delle parti . E non intendiamo levare la pur sacrosanta protesta di chi chiede che le autorità ecclesiastiche si astengano dalla lotta politica: anche se si potrebbe – e forse si dovrebbe, visti i tempi – ricordare ai vescovi che ci sono tante occasioni di urgenze grosse e di scandali clamorosi davanti ai quali la loro voce dovrebbe trovare il coraggio di levarsi. Lo stato morale del Paese è disastroso. C’è una corruzione che ha invaso – partendo dall’alto – anche i più remoti angoli dove si dà esercizio del potere. È cosa recentissima la pubblicazione del rapporto annuale dell’agenzia internazionale per il monitoraggio dello stato dei diritti umani nel mondo: e lì abbiamo letto note ben poco confortanti per il nostro
Paese. Che cosa può fare un vescovo in questa situazione?

I modelli di vescovi che hanno saputo affrontare senza paura i potenti per esercitare il loro compito di pastori di anime e di guide di coscienze non mancano certo nella millenaria storia della Chiesa: il gesto di ripulsa e di condanna di Sant’Ambrogio davanti all’imperatore Teodosio fondò il diritto del vescovo di Milano a guidare il suo popolo. Non sono più tempi così drammatici, penserà qualcuno. Eppure l’appello del cardinal Bagnasco ha un tono di una certa drammaticità. Anche se nel suo discorso sono stati toccati diversi problemi, nella sostanza uno domina su tutti gli altri. Gli elettori sono stati invitati a seguire nella scelta elettorale la bussola della questione dell’aborto.

Ora, la domanda che si pone è se questo è veramente il problema dei problemi, quello per cui sta o cade la società. Si dice che questa funzione è quella che prima di tutte le altre appartiene alla Chiesa: la difesa della vita. Bandiera nobile, se altre ce ne sono. La vita umana va difesa. Su questo siamo tutti d’accordo. Ma allora bisogna essere conseguenti e andare fino in fondo. Prendiamo un caso: sono passati appena pochi giorni da un episodio gravissimo: una madre ha partorito in una stazione di sport invernali dove lavorava, sulla neve dell’Abetone. Aveva un permesso di soggiorno legato al suo posto di lavoro. Ha nascosto il parto, il neonato è morto soffocato. Un’immigrata non può avere figli senza rischiare di perdere il lavoro: è l’effetto di una legge approvata da un governo di centrodestra che si vanta di avere il consenso degli italiani. E l’appoggio della Chiesa a questo governo produce ogni giorno effetti devastanti.

Noi non sappiamo quanti siano gli aborti clandestini che si praticano in Italia. Fu per affrontare la piaga dell’aborto clandestino che fu varata la legge 194. E l’effetto si è visto. Era un modo civile di affrontare una piaga antica, ben nota alle autorità ecclesiastiche. Per secoli l’arma della scomunica non ha impedito che nel segreto delle famiglie si eliminassero i figli indesiderati laddove le ferree catene del bisogno imponevano di non aumentare le bocche e di non avere figlie femmine. Allora la scomunica non colpiva i colpevoli della iniqua distribuzione delle risorse. E ancora oggi la condanna ecclesiastica non colpisce coloro che hanno varato quella legge che provoca lutti e dolori, che impedisce alle donne immigrate di avere figli. Né colpisce le forze politiche che non hanno a cuore la tutela della famiglia e che dedicano tutta la loro forza a sottrarre alla legge un presidente del Consiglio invece di varare una riforma fiscale che introduca il quoziente famiglia. Invece basta un normale appuntamento elettorale perché si ripeta ancora lo stanco spettacolo di un’autorità ecclesiastica che si schiera a favore di una parte politica contro un’altra. È un rito vecchio, logorato dall’uso, ripetitivo, facilmente decifrabile. Siamo a una scadenza elettorale resa inquieta dal silenzio della televisione di Stato, assurdamente determinata a lasciare i cittadini in una condizione di dubbio e di perplessità. Sono semplici elezioni amministrative. Non è in gioco la sorte del governo. Si tratta di scegliere i candidati più credibili per affidare loro l’amministrazione di regioni e città. Ci aspettavamo di essere messi in grado di scegliere serenamente sulla base dei profili dei candidati e del contenuto dei loro programmi. Ma di programmi è stato molto difficile parlare.

Il confronto è stato oscurato dall’episodio della clamorosa incapacità del più potente partito italiano di mettere insieme una lista di candidati e di farla pervenire alla scadenza dovuta davanti all’ufficio competente. Una manifestazione di piazza ha costruito lo spettacolo televisivo per raggiungere in un colpo solo tutti gli elettori. Ma forse anche questo spettacolo rischiava di non essere efficace. E allora, che altro si poteva fare per dare una mano al Pdl e combattere la candidatura di Emma Bonino nel Lazio?
La Repubblica 23.03.10

Crisi Lord, il Pd: “subito la riforma degli ammortizzatori”

La solidarietà dell’on. Ghizzoni ai 49 lavoratori che rischiano il licenziamento. Davanti al concreto rischio di chiusura dello stabilimento, l’on. Manuela Ghizzoni del Pd Manuela Ghizzoni esprime la sua solidarietà ai 49 lavoratori della ceramica Lord di Novi.
“La crisi è devastante – afferma la parlamentare carpigiana – ma il Governo, invece di affrontare i problemi della gente, si preoccupa solo di salvare il premier dai suoi guai giudiziari. La vicenda della Lord e di altre aziende del distretto dimostra la necessità di mettere mano subito a un piano organico di riforma degli ammortizzatori sociali e allungare al più presto il periodo di cassa integrazione ordinaria da 12 a 18 mesi, come chiedono sindacati ed imprenditori. Il nostro impegno come parlamentari del Pd – conclude l’on. Ghizzoni – sarà quello di premere sul governo per attivare tutti gli strumenti utili a tutelare i lavoratori e garantire la continuità della produzione”.

"Il premier esperto in monologhi davanti ai duelli diretti scappa", intervista a Piero Fassino di Alberto D'Argenio

Onorevole Piero Fassino, Berlusconi rifiuta il duello in tv con Bersani perché, dice, con l’opposizione non si può avere uno scambio credibile, Come risponde il Pd?
«Intanto Berlusconi ogni volta che si profila un confronto scappa perché è abituato a monologhi solitari in cui può dire qualsiasi cosa senza che nessuno possa obiettare. Quanto alla credibilità, non credo proprio che Berlusconi possa invocarla di fronte alle tante promesse mancate e ai tanti annunci propagandistici a cui spesso non sono seguiti fatti concreti. In ogni caso, se Berlusconi è convinto di avere degli argomenti, non dovrebbe avere paura di nessuno. Perché non accetta il confronto?».

Oltre al faccia a faccia ha anche chiuso le porte alle riforme con l’opposizione.

«Fin qui Berlusconi ha dimostrato di non saper fare nessuna riforma da solo. Nonostante abbia un’ampia maggioranza, nel primo anno e mezzo di legislatura non se ne è vista nessuna. Se poi si riferisce alle riforme istituzionali o costituzionali, la stessa Costituzione prevede che siano fatte con maggioranze ampie che coinvolgano tutte le forze politiche del Parlamento. La verità è che Berlusconi le riforme non le sa fare e alcune senza l’opposizione non le può proprio realizzare».

Il premierè tornato ad attaccare i giudici, in particolare Magistratura democratica.

«A me ha colpito molto che Berlusconi abbia detto che il magistrato buono è quello che ha incarcerato Frisullo: è la dimostrazione di quel che pensa davvero, e cioè i magistrati sono bravi se indagano sugli avversari, sono invece cattivi se l’indagine riguarda il presidente del Consiglio. Berlusconi in realtà non sa che la forza della giustizia sta nell’essere uguale per tutti i cittadini. Così come l’informazione non è uno strumento del potere ma una forma di controllo dei cittadini sul potere».

Questa campagna elettorale è stata dominata dalle polemiche.A cosa dobbiamo questo clima di guerra perenne?

«La responsabilità è di Berlusconi, che aggredendo ogni giorno magistrati e giornalisti offusca le priorità degli italiani che sono il lavoro più precario per tanti, il reddito che in molte famiglie è diventato più stretto, il futuro dei figli oggi più incerto, il rischio per molte imprese di non farcela a uscire dalla crisi. Sono queste le questioni su cui bisognerebbe misurarsi con gli elettori ed è probabilmente per paura di questi temi che Berlusconi non vuole fare il confronto con Bersani. Sa che su ciascuno di questi argomenti il suo governo è clamorosamente inadempiente mentre le famiglie e le aziende sono lasciate sole di fronte alla crisi».
La Repubblica 22.03.10

I ricercatori contro il ddl Gelmini «Apra la carriera se no addio lezioni», di Nino Luca

«Rifiuteremo gli incarichi». Mercoledì porteranno le loro proposte al Miur. In tanti se ne vanno dall’Italia per cercare una speranza di lavoro. Li chiamano «cervelli in fuga» oppure «cacciati». Ma adesso anche i cervelli di quelli che sono rimasti cominciano a «fumare» e a minacciare di fare sciopero. Stiamo parlando dei precari e dei ricercatori dell’università italiana. I primi protestano perché si ritrovano senza prospettive di lavoro e i secondi perché da anni ormai aspettano i concorsi per diventare associati. Aspettando e sperando, entrambe le categorie contestano il disegno di legge del ministro Gelmini sulla riforma accademica, già approvato in prima lettura dal Consiglio dei ministri del 16 marzo. Nell’attuale università i ricercatori (24.138 per l’Istat nel 2008, costituiscono circa il 40% del corpo docente) si occupano anche della didattica che invece dovrebbe essere di competenza dei professori associati e degli ordinari. A proclamare lo stato di agitazione è l’organo di rappresentanza nazionale, il Cnru (coordinamento nazionale Ricercatori universitari): «Invitiamo tutti i ricercatori universitari a non accettare incarichi per affidamento e supplenza per il prossimo anno accademico» e ad avviare «forme di lotta immediate che comprendano anche la sospensione dell’attività didattica».

LA PROTESTA – In tutta Italia ormai i ricercatori contestano l’esclusione, prevista nel ddl Gelmini, dagli organi di governo degli atenei, come pure dalle commissioni di valutazione. Allo stato attuale il ricercatore per accedere al ruolo di professore associato deve conseguire un’abilitazione nazionale e poi vincere un concorso a valutazione comparativa. Al contrario, il nuovo ricercatore a tempo determinato, dopo aver conseguito l’abilitazione, col ddl Gelmini potrà essere assunto come professore associato per chiamata diretta dagli atenei. «Questa procedura – scrivono i ricercatori di Cagliari – è vista come una discriminazione inconcepibile ed offensiva che tende a emarginare il ricercatore attuale, ridicolizzandone le competenze scientifiche e didattiche che, in molti casi, risultano essere ben superiori a quelle richieste per accedere “ipso facto” al ruolo di professore associato». E poi «le nuove regole previste dal disegno di legge, unite alla drammatica carenza di finanziamenti attualmente insufficienti perfino alla semplice copertura degli stipendi del personale già in ruolo, annullano di fatto qualunque reale prospettiva di carriera per i ricercatori».

GENOVA-NAPOLI-TORINO-BOLOGNA – Sul piede di guerra anche i ricercatori di Genova. Per loro nel ddl non c’è «alcun tipo di riconoscimento per l’attività di didattica frontale che la maggior parte dei ricercatori ha da anni svolto a titolo gratuito», anzi il progetto «vanifica ogni realistica aspettativa di progressione di carriera». E poi amaramente constatano che più che di categoria ad esaurimento (così definita dal ddl) sarebbe corretto parlare di categoria «terminale». Stesso malessere tra i ricercatori della Tuscia o tra quelli della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali della Federico II di Napoli dove già dall’8 marzo 110 ricercatori si astengono dalle lezioni. Documenti di protesta sono stati firmati all’Alma Mater di Bologna e a Torino dove quest’anno 3mila precari, con età media di 35 anni, non avranno rinnovato il loro contratto per via del taglio dei fondi. Ma la protesta monta anche a Firenze, Pisa, Siena, Bari, Urbino e Milano.

I MOTIVI – A questo punto appare decisivo l’incontro, mercoledì prossimo, 24 marzo, tra il direttivo del Coordinamento nazionale ricercatori universitari e il Miur. A Roma i ricercatori mostreranno i risultati di un recente sondaggio cui hanno partecipato in 5.000. L’80% dei ricercatori chiede l’inquadramento alla seconda fascia docente per coloro che hanno fatto didattica certificata dalle facoltà, anche in atenei diversi, per almeno sei anni. Non è la prima volta che i ricercatori minacciano di bloccare i corsi accademici loro affidati ma mai come in questa occasione l’ipotesi di rifiuto delle supplenze accademiche è quasi realtà: «Stavolta – spiega il coordinatore nazionale Cnru, Marco Merafina – c’è più organizzazione. Con il sito internet l’aggregazione tra i ricercatori è molto accresciuta».

OLTRE I RICERCATORI – Il coordinamento ha chiesto anche ai professori delle altre fasce di partecipare alla protesta non accettando ulteriori incarichi di docenza al di fuori di quelli istituzionali: «Se ciò avverrà – sostiene Merafina – lo scopriremo cammin facendo. La questione non è tanto sulla loro disponibilità ma sulla loro mancanza di consapevolezza, di informazione e di organizzazione». Qualora la proposta del Cnru non dovesse trovare accoglimento nemmeno in fase di discussione al Miur presto potrebbe scattare la mobilitazione: «Le forme di lotta più immediate – sottolinea il coordinatore nazionale – come il blocco delle lezioni sono affidate alle iniziative locali: in queste ore moltissimi atenei si sono riuniti o stanno per riunirsi per decidere del prossimo anno accademico (vedi Napoli, Cagliari, Bologna, ecc…, ndr) e per il futuro immediato. Io, personalmente ho già sospeso le mie lezioni».

Il Corriere della Sera 22.03.10

Francia, sinistra stravince alle Regionali con il 54,3%

La sinistra francese ha conquistato il 54,3% delle preferenze nel ballotaggio delle elezioni regionali contro il 36,1% dell centrodestra e l’8,7% del Front National, secondo il primo exit poll. La regione Alsazia resta al centrodestra: la lista UMP-NC guidata da Philippe Richert ha raccolto il 47,1% dei voti al secondo turno delle regionali in Francia. È una delle poche consolazioni per il centrodestra del presidente Nicolas Sarkozy in un voto che ha visto a livello nazionale l’associazione di socialista ed ecologisti ottenere oltre il 54% dei voti secondo i sondaggi. Sempre secondo gli exit poll dell’istituto OpinionWay-Fiducial in Alsazia la lista di sinistra di Jacques Bigot ha avuto il 38,7% e il Fronte Nazionale di estrema destra il 14,2%.

La sinistra ha strappato all’Ump la Corsica, una delle due regioni che il centrodestra controllava ancora sul territorio metropolitano: secondo gli exit poll della Opinionway diffusi subito dopo la chiusura delle urne nel ballottaggio delle regionali francesi, il candidato della sinistra Paul Giacobbi (socialisti, verdi e sinistra radicale) avrebbe ottenuto il 37,09% delle preferenze contro il 27,62% di Camille de Rocca Serra (Ump).
Si conferma così la dura batosta per l’Ump, il partito di destra al potere del presidente Nicolas Sarkozy.

L’esito del secondo turno del voto regionale in Francia rappresenta un «successo per le liste della gauche. Non abbiamo saputo convincere» ha detto il premier francese Francois FIllon. Per l’Ump, il partito di destra al potere di Nicolas Sarkozy «è una delusione», ha detto ancora Fillon, aggiungendo: «Me ne assumo tutte le responsabilità».

«Stasera i francesi hanno respinto una politica ingiusta, fatta di regali fiscali per i più
privilegiati a detrimento della lotta alla disoccupazione e al sostegno al settore pubblico»: lo ha detto il segretario socialista, Martine Aubry, nel primo commento ai risultati del secondo turno delle regionali francesi. «I francesi hanno fatto una scelta a favore della sinistra – ha proseguito – per una politica che li protegga, li difenda nella vita quotidiana. Da domani saremo al lavoro per mantenere i nostri impegni, sul lavoro, per la difesa dei giovani, per le piccole imprese, per gli agricoltori». «I francesi – ha aggiunto la Aubry – hanno detto anche no alla strumentalizzazione della paura da parte del governo. Hanno parlato e devono essere ascoltati. Stasera la Francia ha chiesto di cambiare profondamente politica».

L’astensionismo è calato (l’affluenza è salita al 51% secondo Le Monde) ma non in modo sufficiente da permettere all’Ump di recuperare almeno in parte lo svantaggio nei confronti della sinistra. Dal dato record del 53% del primo turno l’astensione si sarebbe assestata poco sopra il 50%, ma l’ulteriore mobilitazione appare essere stata equamente divisa e di fatto l’Ump ha riscosso solo parte dei voti del Front National, passato dall’11% all’8,7%: il risultato è che al momento il centrodestra riesce a conservare una sola regione nel territorio metropolitano, il tradizionale feudo dell’Alsazia, cedendo la Corsica alla sinistra che ne vince così 23 su 24.

Si conferma in questo modo un «voto punitivo» nei confronti del governo che non è certo una novità – quattro anni fa la sinistra aveva conquistato 22 regioni su 24, pur uscendo duramente sconfitta dalle presidenziali – ma che va forse al di là delle previsioni di Sarkozy, che paga lo scotto della crisi economica, di un riformismo a tutti i costi percepito a volte come esagerato e di un’eccessiva presenza sulle pagine dei tabloid.

A questo proposito, grande successo della socialista Segolene Royal. Secondo le prime stime Opinionway l’ex candidata del Partito socialista alle presidenziali del 2007 ha ottenuto il 61,1% delle preferenze nella corsa alla presidenza della regione Poitou-Charentes, contro il circa 38,9% ottenuto da Dominique Bussereau, capolista dell’Ump nonchè attuale ministro dei Trasporti del presidente Nicolas Sarkozy.

«Mi auguro che questa vittoria non sia solo la vittoria di un campo ma di tutto il Paese», ha esultato la Royal, esprimendo tutta la sua soddisfazione per questo «magnifico risultato».

Da domani, secondo lo scenario più probabile, scatta la procedura che porterà al vasto rimpasto nel governo di Francois Fillon.

Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, riceverà domani mattina alle 9:00 il primo ministro, Francois Fillon, per «fare il punto sul messaggio dei francesi» del voto, ha riferito l’Eliseo. molto probabile che il premier presenti domani mattina le doverose dimissioni a Sarkozy. Dimissioni che però dovrebbero essere respinte dallo stesso Sarkozy, che chiederà a Fillon di procedere a un rimpasto di governo.
La Stampa 22.03.10

"Solo spot anche sul cancro, intanto la ricerca è in miseria", di Pietro Greco

Nei prossimi tre anni col mio governo vogliamo vincere anche il cancro, che colpisce ogni anno 250.000 italiani e riguarda quasi due milioni di nostri concittadini». La dichiarazione lanciata da Berlusconi dal palco di piazza San Giovanni lascia francamente perplessi. Ha il sapore amaro della boutade che non si arresta neppure di fronte al dolore di milioni di persone. I motivi che rendono del tutto fuori dalla realtà – tragicamente ridicola – l’impegnativa affermazione sono sia di carattere medico sia di carattere organizzativo. I motivi medici è che, ormai lo sappiamo, il cancro non è un mostro unico e immenso, ma un esercito di mostri di diverse forme e dimensioni. Non esiste una singola pallottola d’argento in grado di ucciderli tutti. Esistono diverse pratiche mediche che già consentono di guarire alcuni tumori e di combatterne altri, allungando di molti anni la vita di chi ne è affetto. Purtroppo esistono altri tipi di tumori che risultano ancora indomabili. È molto probabile che per ciascuno occorrerà trovare una soluzione specifica e che difficilmente si troverà una soluzione unica e risolutiva. I motivi di carattere organizzativo sono ancora più netti. E sono almeno due. Il primo è che non esistono duecento comunità scientifiche nazionali in competizione per vincere la guerra contro il cancro. Esiste una comunità mondiale e a cui i ricercatori italiani possono fornire un contributo. La guerra la si vince o la si perde tutti insieme. Ma anche se esistessero queste divisioni nazionali della conoscenza, la conosce Berlusconi la realtà scientifica italiana? La spesa per la ricerca sanitaria in Italia nell’anno 2006 (ultimo con dati disponibili) ammontava a meno di 2 miliardi di euro. Pari a poco più di un decimo della spesa complessiva in ricerca scientifica (il 13,6%, per la precisione). Ciò significa che l’Italia destina alla ricerca sanitaria appena lo 0,1%del Pil lordo: tre volte meno della Germania o della Gran Bretagna. In assoluto, 200 (sì 200 volte meno) degli Usa. L’Italia investe in ricerca scientifica e tecnologica circa 19 miliardi di dollari l’anno: l’1,7% del totale mondiale. Chi può pensare che il nostro piccolo paese possa riuscire in tre anni lì dove il resto del mondo, con una quantità di risorse economiche 60 volte superiori e un numero di ricercatori 120 volte superiori, non riesce da decenni? Ma lo sa Berlusconi che nei soli Stati Uniti gli investimenti nella sola ricerca biomedica sono almeno dieci volte superiori a tutti gli investimenti in ricerca dell’Italia? Che i soli fondi pubblici per la ricerca biomedica (40 miliardi di dollari) sono oltre venti volte superiori alla spe-sa complessiva, pubblica e privata, italiana? Mettiamo, per pura ipotesi, che possa essere davvero lanciata. Ebbene, il governo dovrebbe muoversi in direzione diametralmente opposta a quella in cui si sta muovendo. Anche Nixon lanciò nel 1971 la «guerra contro il cancro», da vincere nel corso di un decennio. Quella guerra non è stata vinta,come sappiamo, perché il nemico non era uno solo e non era così facile da battere comeci si immaginava. Ma Nixon e gli Stati Uniti si impegnarono in maniera forte e coerente nella battaglia. Fecero della «guerra contro il cancro» una priorità strategica e vararono il National Cancer Act, una legge quadro per realizzare l’obiettivo. Aumentarono gli investimenti pubblici nella ricerca biomedica di base, nella ricerca applicata e nello sviluppo dei prodotti. Favorirono gli investimenti privati. Da allora in poi la ricerca nelle scienze della vita è cresciuta negli Stati Uniti come nessun altra. In Italia non c’è nulla di tutto questo. Non esiste alcuna legge, alcun decreto, alcun programma, alcun documento che elegga «la guerra al cancro » a priorità strategica. Non c’è alcun aumento di risorse a favore della ricerca. Anzi, si sta verificando esattamente il contrario. Il governo taglia pesantemente i fondi alla ricerca e all’università. Non c’è alcun programma di stimolo per la ricerca privata. Le grandi aziende multinazionali del settore non vengono in Italia a investire. Al contrario, se ne vanno: ultima la Glaxo. E, ultimo ma non ultimo, con piglio leghista respingiamo alla frontiera i pochi giovani ricercatori stranieri che chiedono di venire a lavorare in Italia.
L’Unità 22.03.10