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«Carta igienica per il Provveditore», di Ilaria Venturi

Manifestazione per la scuola. Momenti di tensione e lancio di uova. Soster: abbiamo denunciato tutte le carenze come i 22 milioni di crediti

GLI studenti del collettivo autonomo hanno lanciato uova contro la polizia schierata davanti all´Ufficio scolastico provinciale. I genitori hanno portato la carta igienica, da consegnare al «provveditore» Vincenzo Aiello: simbolo della scuola che va a rotoli. E poi gli insegnanti precari e i sindacalisti della Flc-Cgil, con la segretaria nazionale Maria Brigida, al sit-in in via de´ Castagnoli nel venerdì dello sciopero. La Flc-Cgil stima, tra scuole e servizi universitari chiusi a Bologna, una adesione attorno al trenta per cento.

In mattinata era partito il corteo dei medi (circa un migliaio, 500 dice la Questura) che ha percorso via Righi, via delle Moline, Belle Arti e via Zamboni per arrivare con lo striscione «Quello che ci siamo presi è solo una parte di quello che ci spetta» e una simbolica ascia di cartone davanti all´Usp dove la Cgil aveva promosso il presidio. All´ingresso, sotto il portico, il cordone degli agenti. Gli studenti hanno appeso al portone lo striscione «Provvediamo al nostro futuro». Poi una delegazione di sindacalisti, genitori e insegnanti è stata ricevuta da Aiello.

Con loro anche Emily Clancy del Coordinamento bolognese studenti medi e il presidente della Consulta studentesca Davide Di Noi. II ragazzi del Cas (collettivo autonomo studentesco), l´ala dura, volevano invece essere ricevuti in massa: «Chiediamo diritti, ci danno polizia, ci negano il dialogo». Qui il movimento si è spaccato. Quelli del Collettivo, rifiutando la rappresentanza, hanno ripreso a manifestare con un mini corteo che si è concluso al Nettuno. Alla partenza, dalla coda, è partito il lancio di alcune uova.

«La scuola ha gridato le ragioni dei lavoratori, in particolare i precari che saranno licenziati, e le ragioni di ogni ragazzo cui si nega un futuro» dichiara Sandra Soster della Flc-Cgil. Ai vertici della scuola sono stati rappresentati tutti i problemi: dalla mancanza di soldi (22 milioni di crediti delle scuole) al «rebus dei prossimi organici, al marasma della scuola superiore».

«La nostra denuncia – continua Soster – non ha subito smentite da parte dei dirigenti, che hanno ammesso di aver rappresentato da tempo le criticità al Ministero, al punto da risultare addirittura molesti». Conclusione? Soluzioni in vista non se ne vedono.

da La Repubblica/Bologna

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Repubblica/Firenze: «Scuola, tagliati altri mille insegnanti», di Laura Montanari

Le cifre ricordate dall´ex ministro Fioroni a Firenze Lettera dei presidi: troppi svogliati, ripristiniamo la formazione nei primi 3 anni
Meno mille posti, è l´ultima sottrazione di cattedre alla scuola toscana. I numeri sono quelli previsti dalla relazione del ministero per l´anno 2010-2011 e li ha ricordati ieri Giuseppe Fioroni responsabile welfare del Pd, ex ministro dell´istruzione nel governo Prodi: «In tutta la regione saranno tagliate mille docenti e 850 del personale ata (cioè non docenti). Le cifre si commentano da sole». Fioroni ha spiegato che nel prossimo triennio «verranno licenziati gli insegnanti specialisti della lingua inglese nella scuola elementare italiana: 2.700 lo scorso anno, 4 mila quest´anno e altrettanti nel 2011. Stanno smantellando la scuola pubblica e predisponendo la più grande riforma di destra di questo Paese» e il rischio è quello di «non avere solo scuole di serie a e b, ma anche cittadini di serie a e b. Rilanciare gli istituti tecnici e professionali è una cosa sacrosanta, ma un tornio non diventa un laboratorio di megatronica con la bacchetta magica della Gelmini: occorrono investimenti». Sottolineando la valanga di bocciature ai professionali («media del 30% al primo anno, 20% al secondo») 61 fra presidi e direttori didattici hanno scritto ieri una lettera al prossimo governo della Toscana per chiedere una riforma della formazione professionale: «Oggi anche lo studente più svogliato è costretto a iscriversi all´istituto professionale dove non a caso gli insuccessi sono altissimi. Ripristiniamo la formazione triennale che cominci subito al primo anno delle superiori». La scuola del fare, con più laboratori, più stage per stimolare poi nei ragazzi il sapere. La lettera è partita da una iniziativa del Gruppo di Firenze per la scuola del merito a cui hanno aderito i presidi: «Sperimentiamo nuovi corsi di formazione professionale e tuteliamo i vecchi mestieri e la cultura dell´artigianato» ha detto Valerio Vagnoli del Vasari di Figline. Sempre in tema scuola, il Pdl attacca il sindaco Renzi e l´assessore Di Giorgi sulla decisione di ammettere i figli di clandestini alle materne malgrado la legge Maroni: «I funzionari comunali che non chiederanno ai genitori stranieri che vogliono iscrivere il figlio il permesso di soggiorno potrebbero essere denunciati» dicono Cellai, Galli, Alessandri, Stella e Giambanco.

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Repubblica/Palermo: «Studenti in corteo contro la Gelmini “I tagli ipotecano il nostro futuro”», di c.b.

“Penalizzati tutti i docenti che hanno sempre lottato per una scuola migliore”
Hanno sfilato da piazza Politeama fino alla sede del Comune in piazza Pretoria per dire ancora una volta no ai tagli della riforma Gelmini. Gli studenti delle scuole superiori della città aderenti al collettivo autonomo “Fuori controllo”, una rappresentanza degli universitari dell´Onda Anomala e i precari della scuola. Tutti insieme, ieri mattina, uniti a operai, pensionati e precari in piazza sotto le insegne della Cgil.
In testa al corteo un grande striscione: «I vostri tagli li pagherà il nostro futuro. Blocchiamo la riforma Gelmini». «Dovevamo scendere in piazza – dice Andrea Albamonte, studente del liceo Regina Margherita – Siamo contenti perché al corteo ha partecipato una rappresentanza di ogni scuola. Siamo qui per difendere il nostro futuro. La nostra istruzione e la nostra scuola. Questa manifestazione riprende la lotta che gli studenti medi hanno portato avanti in autunno con decine di altre manifestazioni, occupazioni e autogestioni delle scuole».
Dietro al carro sound system c´era lo striscione del liceo Garibaldi. «Le scelte della Gelmini – dice Giuseppe Marchese in coro con gli altri compagni della sua scuola – rovinano la nostra istruzione. Ormai in questa società non c´è alcun investimento sul fronte della formazione e della ricerca. E a essere penalizzata è prima di tutto la scuola». In corteo anche una rappresentanza del liceo classico “Vittorio Emanuele”. «Volevamo esserci anche noi – dice Davide Saccaro – è giusto far sentire la nostra voce di dissenso». In coda i precari della scuola. Fra loro anche docenti di ruolo della scuola media e superiore: «Chiediamo il ritiro dei tagli – dice Mila Spicola, insegnante di una scuola media e attivista del Pd – a essere penalizzati sono gli studenti, ma anche tutti i docenti che hanno sempre lottato e investito quotidianamente per una scuola migliore».
Critiche dagli studenti della Giovane Italia che hanno definito la manifestazione di ieri «un flop». «Questa – dice Nino Costa, presidente provinciale della Giovane Italia – è la dimostrazione che gli studenti palermitani non vogliono scendere in piazza con la classe docente che spesso si rende protagonista di soprusi e violazioni dei diritti degli studenti».

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Secolo XIX: «Studenti in piazza. “Non rubateci il futuro”»

Studenti, medi e universitari, vestiti di verde o con indosso i sacchi della spazzatura, in piazza in tutta Italia per difendere la scuola pubblica e per protestare contro le politiche del governo: non è stato il ritorno dell’Onda, e soprattutto non ci sono stati incidenti (ma danni per 10.000 euro sono segnalati a Milano), ma sono stati in migliaia, in 40 città, a protestare al grido «le vostre tasse le paga il nostro futuro». E a lanciare carta igienica, simbolo della «scuola che va a rotoli».

Nel giorno dello sciopero generale indetto dalla Cgil, il mondo della scuola ha manifestato, anche con la protesta indetta dai Cobas, che si sono riuniti in 50.000 a Roma, con un’astensione dal lavoro «oltre le previsioni»: dai dati delle principali città, rilevati dai Cobas, «più del 50% di docenti e Ata vi hanno partecipato, avvicinandosi al record del 17 febbraio 2000». Ma secondo i dati di Viale Trastevere, l’adesione si è attestata intorno al 12%. Numeri cui replicano gli studenti, secondo i quali si sono mobilitati in oltre 300.000, superando del 30% il dato dell’astensione dalle lezioni nelle scuole superiori. Controreplica di Giorgio Stracquadanio (Pdl), secondo il quale «il flop di oggi dimostra ancora come i tentativi della sinistra di sollevare la piazza contro il governo non trovino più nessun ascolto da parte dell’opinione pubblica».

Presìdi e manifestazioni sono state organizzate dall’Unione degli Universitari e della Rete degli Studenti in occasione dello sciopero generale della Cgil. Iniziative di protesta anche da parte dell’Unione degli Studenti e dal coordinamento universitario Link: «Abbiamo aderito allo sciopero generale della Cgil e organizzato una mobilitazione studentesca sulla base di nostre rivendicazioni, condivise con gli universitari dell’Udu, perché oggi è un’occasione per parlare di noi, per parlare dei problemi degli studenti, per denunciare il furto di futuro in corso – ha spiegato Sofia Sabatino, portavoce nazionale della Rete – Il governo dei furbetti aiuta i suoi amici a evadere le tasse, a prendere appalti, a gestire fondi pubblici: un banchetto vergognoso che viene pagato dalle risorse sottratte alla nostra formazione, ai nostri diritti, al nostro domani».

Ecco una mappa della protesta.
TORINO
5000 studenti hanno sfilato per le vie del centro, alla manifestazione studentesca organizzata dalla Rete degli Studenti medi, si sono uniti i lavoratori e i precari della Flc-Cgil. Tutti sono poi confluiti nei presidi sparsi nelle principali piazze della città.
BOLZANO
Flash Mob organizzato dagli Studenti Consapevoli.
MILANO
Numerose le scuole in piazza con i propri striscioni, oltre 5000 i partecipanti; lancio di uova, vernice e rotoli di carta igienica davanti al provveditorato.
PADOVA
Quasi 10.000 studenti da tutto il Veneto hanno riempito le strade della città.
BOLOGNA
2000 gli studenti medi e universitari che hanno manifestato insieme alla Cgil. Iniziative anche a Modena, Reggio Emilia e Imola: 30.000 gli studenti mobilitati in tutta la regione.
ROMA
Un migliaio gli studenti presenti al corteo della Cgil, che è arrivato sotto la sede della Rai in viale Mazzini.
SICILIA
Buona la partecipazione studentesca ai presidi e alle iniziative a Trapani, Catania, Caltanissetta, Enna e Palermo.

Presìdi e manifestazioni anche a Rovereto ,Trento, Brescia, Pavia, Genova, Pesaro, Fermo, Ancona, Imola, Faenza, Forlì, Ferrara, Parma, Massa, Grosseto, Firenze, L’Aquila, Frosinone, Perugia, Potenza, Barletta, Casarano (Lecce), Napoli, Messina, Catania, Caltanissetta, Siracusa, Ragusa, Siracusa, Trapani, Agrigento, Cagliari, Nuoro

«Sorpasso della Lega in Veneto, il Pdl è terzo», di Roberto D'Alimonte

Elezioni regionali in Veneto: Sorpasso della Lega, il Pdl è terzo. Luca Zaia, sostenuto da Lega Nord, Popolo della libertà, Alleanza di centro
L’exploit della Lega in Veneto

Il sorpasso è il titolo di un celebre film, adesso è anche un evento politico. Pare che la Lega Nord sia destinata a diventare il primo partito del Veneto strappando la maggioranza relativa dei voti al Pdl. Questo dice il sondaggio Ipsos-Sole24Ore.

In fondo è la cosa che interessa di più in una competizione dall’esito scontato. Infatti la vittoria di Zaia sul candidato del centrosinistra Bortolussi non poteva essere messa in dubbio. Ma il sorpasso sì. E invece dopo queste elezioni regionali è molto probabile che il Veneto avrà un doppio primato. Sarà la prima regione italiana governata da un esponente della Lega Nord e sarà anche la prima (e presumibilmente la sola) regione in cui il partito di Bossi avrà la maggioranza relativa dei voti superando il suo alleato Pdl. Se il risultato elettorale confermerà questa previsione da molti punti di vista saremo davanti ad un passaggio storico della politica italiana per i suoi risvolti politici e simbolici.

Il Veneto non è sempre stata la regione in cui la Lega Nord ha ottenuto i suoi risultati migliori. Tra il 1992 e oggi, con la sola eccezione delle elezioni del 1996, è stato in Lombardia che il partito di Bossi ha ottenuto le sue percentuali di voto più elevate. Ma il Veneto è stata la regione in cui nel 1996 ha ottenuto il suo risultato migliore in assoluto, il 29,3%. Anche in quella occasione riuscì a raccogliere più voti di Forza Italia e anche del futuro Pdl ( Forza Italia e An insieme). Ma fu un exploit contingente e di breve durata. Da quel momento è iniziato un declino che ha visto la Lega Nord toccare in questa regione il suo minimo storico del 11,1% nelle politiche del 2006. Poi il trend si è bruscamente invertito. Nelle politiche del 2008 i consensi sono più che raddoppiati arrivando al 27,1% contro il 27,4% del Pdl. Alle europee dell’anno scorso si è riproposto il testa a testa con il partito di Berllusconi. Finì 29,3% per il Pdl contro il 28,4% per la Lega Nord. Adesso il sorpasso e addirittura – come pare – il record storico con una percentuale superiore a quella del 1996.

Ma il sorpasso in realtà c’era già stato in molti comuni e in quattro province. Nel 2008 in 371 comuni su 574 sotto i cinquantamila abitanti (il 65%) la Lega Nord aveva già superato il Pdl. Lo stesso era successo nelle province di Verona, Belluno, Treviso e Vicenza. Nei comuni sotto i diecimila abitanti che rappresentano circa il 55% della popolazione veneta la Lega già nel 2008, e poi di nuovo nelle europee del 2009, aveva raccolto più del 30% dei voti.

Questi risultati sono il frutto di molti fattori. Uno è certamente il minore appeal di Berlusconi e del suo partito. Per tanti elettori moderati la Lega, e non l’opposizione di centrosinistra, rappresenta la vera alternativa al Pdl e al suo leader. Non è un caso che la crescita elettorale della Lega coincida con il declino del Pdl. Il travaso di voti tra i due partiti è netto e si vede anche nei dati Ipsos. Il Pdl perde cinque punti percentuali. Molti, non tutti, a favore della Lega. Nel 2006 Forza Italia e An insieme avevano il 35,8% dei voti contro l’11,1% della Lega. Oggi secondo la stima Ipsos il Pdl è al 24,3% contro il 31,8% del partito di Bossi. Il Pdl in Veneto non ha attecchito.

Nel successo della Lega contano anche i candidati. Zaia piace. La stima Ipsos gli dà il 61% dei voti contro il 31% per Bortolussi. Un doppiaggio è cosa rara in una elezione a livello regionale. I dati dicono che il candidato del centrosinistra è decisamente poco attraente. Non solo non sfonda tra l’elettorato moderato ma fa fatica a raccogliere i consensi del suo elettorato di riferimento. Secondo il sondaggio Ipsos c’è una differenza negativa di tre punti percentuali tra le intenzioni di voto per lui (31%) e quelle per i partiti della sua coalizione (34,1%) mentre per Zaia è vero il contrario visto che come candidato presidente raccoglie più voti dei partiti. Ma c’è anche un altro dato sorprendente che conferma la popolarità del candidato della Lega. Tra gli stessi elettori del Pdl risulta molto più gradito Zaia (56%) dell’attuale presidente della regione Galan (25%). Forse è anche per questo motivo che Galan ha deciso di non sfidare le decisioni del suo partito.

Queste elezioni confermano ancora una volta la assoluta non competitività del centrosinistra in questa regione. Certo il Pd si può consolare col 25,5% che il sondaggio gli attribuisce contro il 20,3 % che aveva preso alle europee. Di questa crescita sembra fare le spese Di Pietro che scende al 4,2% dal 7,2%. Per il Pd si tratta di un dato che lo vedrebbe superare di poco il Pdl. E sarebbe il secondo sorpasso a danno del partito di Berlusconi. Ma è una magra consolazione. Lo schieramento cui appartiene il Pd è fermo al 34,1%. Più o meno la percentuale delle ultime tornate elettorali. Né basterebbe una eventuale alleanza con l’Udc per ribaltare la situazione. In questa zona del paese le alchimie coalizionali non possono sostituire un progetto di lungo periodo e una nuova classe dirigente che lo porti avanti con determinazione. Nel frattempo la Lega Nord continuerà a radicarsi e a consolidarsi.

da www.il sole 24ore.com

«Una questione di democrazia», di Ezio Mauro

Non è l’aspetto penale (di cui nulla sappiamo) il punto più importante dell’inchiesta dei magistrati di Trani che indaga il presidente del Consiglio, il direttore del Tg1 e un commissario dell’Authority sulle Comunicazioni. L’ipotesi di concussione verrà vagliata dalla giustizia, e certamente il capo del governo avrà modo di difendersi e di far sentire le sue ragioni, o di far pesare le norme che bloccano di fatto ogni accertamento giudiziario sul suo conto, facendone un cittadino diverso da tutti gli altri, uguale soltanto all’immagine equestre che ha di se stesso.

Ma c’è una questione portata alla luce da questa inchiesta che non si può evitare e domina con la sua evidenza eloquente questa fase travagliata di agonia politica in cui si trova il berlusconismo. La questione è l’uso privato dello Stato, dei pubblici servizi creati per la collettività, della presidenza del Consiglio, persino delle Autorità di garanzia, che hanno nel loro statuto l’obbligo alla “lealtà e all’imparzialità”, per non determinare “indebiti vantaggi” a qualcuno.

Siamo di fronte a una illegalità che si fa Stato, un abuso che diviene sistema, un disordine che diventa codice di comportamento e di garanzia per chi comanda.

Con la politica espulsa e immiserita a cornice retorica e richiamo ideologico, sostituita com’è nella pratica quotidiana dal comando, che deforma il potere perché cerca il dominio. Questi sono tratti di regime, perché il sovrano prova a mantenere il consenso attraverso la manipolazione dell’informazione di massa, inquinando le Autorità di controllo poste a tutela dei cittadini, con un’azione sistemica di minaccia e di controllo che avviene in forma occulta, all’ombra di un conflitto di interessi già gigantesco e ripugnante ad ogni democrazia. Il controllo padronale e politico sull’universo televisivo (unico caso al mondo per un leader politico) non basta più quando la politica latita e la realtà irrompe. Bisogna andare oltre, deformando là dove non si riesce a governare, calpestando là dove non basta il controllo.

Così il presidente del Consiglio, a capo di un Paese in perdita costante di velocità, passa le sue giornate tenendo a rapporto un commissario dell’Agcom per confessargli le sue paure non per la crisi economica internazionale, ma per due trasmissioni di Michele Santoro, dove la libera informazione avrebbe parlato del processo Mills e del caso Spatuzza, corruzione e mafia. I due parlano come soci, o come complici, o come servo e padrone, cercando qualche mezzo – naturalmente illecito perché la Rai non dipende né dall’uno né dall’altro – per cancellare Santoro: e l’uomo di garanzia propone al premier di trovare qualcuno che inventi un esposto (lui che come commissario dovrebbe ricevere le denunce e imparzialmente giudicarle) incaricandosi poi direttamente e volentieri di provvedere all’assistenza legale per il volenteroso.

Poi il premier parla direttamente con il direttore del Tg1, manifestando le sue preoccupazioni, e il “direttorissimo” (come lo chiama il primo ministro) il giorno dopo va in onda puntualissimo con un editoriale contro Spatuzza. Infine, lo statista trova il tempo addirittura per lamentarsi della presenza mia e di Scalfari a “Parla con me”, una delle pochissime trasmissioni Rai che ha invitato “Repubblica”: si contano sulle dita della mano di un mutilato, mentre il giornalismo di destra vive praticamente incollato alle poltrone bianche di “Porta a porta” e ad altri divani di Stato.

La fluida normalità di questi eventi, che sarebbero eccezionali e gravissimi in ogni Paese occidentale, rivela un metodo, porta a galla un “sistema”. Citando Conrad, l’avevamo chiamata “struttura delta”, un meccanismo che opera quotidianamente e in profondità nello spazio tra l’informazione e la politica, orientando passo per passo la prima nella lettura della seconda: in modo da ri-costruire la realtà espellendo i fatti sgraditi al potere o semplicemente rendendoli incomprensibili, per disegnare un paesaggio virtuoso in cui rifulgano le gesta del Principe.

Oggi si scopre che il premier è il vero capo operativo della “struttura delta” e non solo l’utilizzatore finale. Lui stesso dà gli ordini, inventa le manipolazioni della realtà, minaccia, evoca i nemici, suggerisce le liste di proscrizione, deforma il libero mercato televisivo, addita i bersagli. Che farà quest’uomo impaurito con i servizi segreti che dipendono formalmente dal suo ufficio, se usa in modo così automatico e disinvolto la dirigenza della Rai e le Autorità di garanzia, istituzionalmente estranee al suo comando? Come li sta usando, nell’ombra e nell’illegalità, contro gli stessi giornalisti che lo preoccupano e che vorrebbe cancellare, in una sorta di editto bulgaro permanente?

La sfortuna freudiana ha portato ieri Bondi a evocare una “cabina di regia” di giudici e sinistre, proprio mentre il Gran Regista forniva un’anteprima sontuosa del suo iperrealismo da partito unico, a reti unificate. La coazione gelliana a ripetere ha spinto Cicchitto a evocare il “network dell’odio”, proprio quando il Capo del network dell’amore insulta avversari e magistrati, in una destra di governo ormai e sempre più ridotta alla ragione sociale della P2, che voleva occupare lo Stato, non governarlo. L’istinto ha condotto La Russa ad afferrare per il bavero un giornalista critico del leader, alzando le mani come la guardia pretoriana di un sovrano alla vigilia del golpe, proprio nel momento in cui un collaboratore si chinava in diretta televisiva sul premier suggerendogli la risposta giusta, in un fuori onda del potere impotente che certo finirà nei siparietti quotidiani di Raisat.

La verità è che ogni traccia di amministrazione è scomparsa, nell’orizzonte berlusconiano del 2010, ogni spazio di politica è prosciugato. Questo, è ora di dirlo, non è più un governo (salvo forse Tremonti, che bene o male si ricorda di guidare un dicastero), non è una coalizione, non è nemmeno un partito. Stiamo assistendo in diretta alla decomposizione di una leadership, a un potere in panne, nella sua pervasiva estensione immobile che non produce più nulla, nemmeno consenso, se è vero il declino dei sondaggi.

Era facile prevedere che l’agonia politica del berlusconismo sarebbe stata terribile, e le istituzioni pagheranno nei prossimi mesi un prezzo molto alto. Non abbiamo ancora visto il peggio. Ma non pensavamo a questo spettacolo quotidiano di un sovrano sempre più assoluto e sempre meno capace di autorità: costretto in pochi giorni a rimediare con un decreto di maggioranza a errori elettorali del suo partito, mentre è obbligato a bloccare il Parlamento con due leggi ad personam che lo sottraggono ai suoi giudici, sempre più ossessionato dalla minima quantità di libera informazione che ancora sopravvive in questo Paese.

Nessuno di questi problemi, ormai, si risolve nelle regole. La deformazione è il nuovo volto della politica, l’abuso la sua costante. Si pone una questione di democrazia, fatta di sostanza e di forma, equilibrio tra i poteri, rispetto delle istituzioni, ma anche semplicemente di senso del limite costituzionale, di rispetto minimo dello Stato e della funzione che grazie al voto dei cittadini si esercita pro tempore. Questo e non altro – la cornice della Costituzione – porterà oggi in piazza a Roma migliaia di persone. È un sentimento utile a tutto il Paese, comunque voti. Un Paese che non merita questa riduzione miserabile della politica a calco vuoto di un sistema senza più un’anima, in un mix finale di protervia e di impotenza che dovrebbe preoccupare tutti: a sinistra e persino a destra.

da www.repubblica.it

"Cure palliative anche l'Italia diventa normale", di Livia Turco*

Pallium, il mantello che avvolge: questa è la radice etimologica delle cure palliative. Il mantello che avvolge la persona fragile, malata, che vive la fine della vita. Lo scopo principale delle cure palliative è quello di migliorare anzitutto la qualità della vita piuttosto che la sopravvivenza, assicurando ai pazienti e alle loro famiglie un’assistenza continua e globale. La peculiarità della medicina palliativa è il nuovo approccio culturale al problema della morte, considerata non più l’antagonista da combattere ma accettata come evento inevitabile. Da questa premessa teorica nasce una pratica clinica che pone al centro dell’attenzione non più la malattia ma la persona malata, con la sua storia, le sue relazioni
umane, la sua complessa identità. La medicina delle cure palliative è, e rimane, un servizio alla salute.
Non dunque una medicina per il morente e per aiutare a morire ma una medicina per l’uomo che rimane una persona vivente fino alla morte. Alla base di questa filosofia, di questo approccio olistico resta sempre il rispetto dell’essere umano sofferente, l’attenzione ai dettagli, a tutto quello che si può e si deve fare quando non c’è più niente da fare, l’attenzione alla vita del paziente privilegiando gli aspetti qualitativi e arricchendo ogni suo istante di significati e di senso.
Questo paradigma è la vera sfida delle cure palliative che si traduce in un obiettivo concreto: fare in modonche nessuno resti solo di fronte alla malattia, liberare dal dolore e combattere ogni forma di dolore. È questa la sostanza della nuova legge sulle cure palliative e la terapia del dolore, tenacemente voluta dal Pd. Grazie ad essa cure e terapie antidolore diventano un diritto esigibile che deve essere garantito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale da apposite reti che integrano gli hospice e i reparti ospedalieri
con le strutture territoriali e quelle domiciliari, puntando soprattutto sull’assistenza domiciliare. È importa l’altra innovazione: la previsione di un team multi professionale che deve garantire la continuità assistenziale. Altrettanto importante è la formazione continua del personale sanitario. La carenza della legge sono le risorse che sono inadeguate. La legge riguarderà tutti i malati terminali non solo quelli oncologici e accanto alla rete delle cure palliative prevede la rete della terapia del dolore, vale a dire l’insieme degli interventi diagnostici e terapeutici volti a individuare e applicare alle forme morbose e croniche idonee terapie farmacologiche, chirurgiche, strumentali e riabilitative. Punto centrale della legge è la previsione di questo tipo di cure anche per i bambini. Vigileremo sull’applicazione della legge e proseguiremo la battaglia cultura per il fine vita e promuovere la lotta
al dolore.
*capogruppo Pd in commissione Affari sociali della Camera

L’Unità 12.03.10

"Il leader pd vinciamo nella maggioranza delle regioni", intervista a Pierluigi Bersani di Goffredo De Marchis

“È finita l´epoca degli steccati ora in piazza politica e società e difenderemo Napolitano”
Bersani: Berlusconi non è più in grado di offrire un futuro.
«Sono tranquillo». Pierluigi Bersani non teme che la manifestazione di domani possa virare in un attacco a Napolitano per la firma del decreto salva-liste. «A Piazza del Popolo renderemo esplicito il fatto che il presidente della Repubblica non ha alcuna responsabilità in quella scelta». Non solo non è preoccupato, ma considera il raduno l´occasione per siglare la pace tra il Pd e i movimenti. I dubbi sulla partecipazione al primo corteo del popolo viola sono ormai un ricordo del passato. «Fischi a me o al partito? Non avremo questo problema. Per un motivo molto semplice: le cose cambiano. Chi prima ci chiedeva di aiutarli a protestare adesso ci chiede di portarli da qualche parte. Loro stanno maturando, ma stiamo maturando anche noi. Non vogliamo più escludere. Anzi. A me piace l´idea di mescolare la voce della politica e la voce della società civile». Questa piazza guarderà anche allo sprint delle regionali: «Per noi vincere nella maggioranza delle regioni, 7 a 6, sarebbe un bel risultato».
Malgrado il decreto, i ricorsi del Pdl sulle liste sono stati tutti respinti. Ha ancora senso fare una manifestazione su una battaglia già vinta?
«Ha più senso questa manifestazione di tante altre che avevano il crisma dell´impotenza».
A quali si riferisce? Girotondi, popolo viola?
«Parlo in generale e parlo anche del Pd. Spesso abbiamo visto cortei convocati per protestare contro provvedimenti o leggi ormai irrecuperabili. Adesso invece vedo lo spiraglio per avviare il motore della legalità. Voglio dire che questa manifestazione è preceduta da alcuni risultati positivi: abbiamo bloccato la protezione civile Spa per esempio. E sulla vicenda delle liste si è dimostrato che anche in Italia esiste la strada maestra della giurisdizione. Non è retorica dire che vogliamo mettere insieme, a Piazza del Popolo, democrazia e lavoro. Sono temi concreti e immediati».
Lei pensa che le leggi ad personam e gli attacchi alle istituzioni servano a nascondere gli insuccessi dell´azione di governo. Significa che il berlusconismo è al tramonto?
«Io vedo un galoppare di iniziative che puntano alla deformazione delle regole. Mi chiedo il perché di questa escalation».
Perché?
«Perché Berlusconi non è in grado di trasmettere un´idea di futuro. È troppo forte per essere finito e un po´ troppo finito per sentirsi davvero forte. Usa il consenso che ha, e ne ha ancora molto, per accelerare i processi di condizionamento della democrazia. I 20 mesi di picconamento delle istituzioni sono direttamente funzionali alla volontà di zittire i problemi sociali. Bene, ora le voci politiche delle opposizioni e delle associazioni vogliono ribaltare la sua agenda, scriverne una nuova».
Tremonti però sbandiera come una vittoria del governo la sostanziale pace sociale in una fase di gravissima crisi.
«Tremonti è come un dottore che non capendo nulla di medicina pensa che se non c´è la febbre non c´è nemmeno la malattia. Ma qui la malattia è più profonda. C´è un problema di rassegnazione, di perdita di voce. L´Italia è vitalissima e sono sicuro che ce la farà, ma non con un governo che sta con le mani in mano. I numeri sono chiarissimi. Il calo della ricchezza è superiore a tutti gli altri paesi europei. Adesso, con la mediazione di Berlusconi, hanno trovato 350 milioni per incentivi all´attività economica: è un decimo di quello che ci è costata Alitalia. I 94 miliardi recuperati con il condono stiamo vedendo che fine fanno. Metà restano dov´erano, ripuliti con una tassa del 5 per cento anziché del 40. Giuridicamente rientrati, dice Tremonti con involontaria ironia. L´altra metà comincia già ad andare verso l´acquisto di beni immobili. Altro che soldi reinvestiti nel ciclo produttivo».
Ma la manifestazione si muove su un altro terreno: il decreto salva-liste.
«Noi abbiamo percepito quell´atto indecoroso come la cartina di tornasole di un lungo percorso. Protezione civile, legittimo impedimento, legge sulle intercettazioni, infine violazione, per decreto, delle regole elettorali. Nonostante tutto abbiamo provato a fare una proposta. Esistono gli strumenti di legalità: basta ricorsi, fermiamoci noi in Lombardia voi nel Lazio. Niente da fare. Ma noi insistiamo: anche così vogliamo girare la piazza di domani dalla protesta alla proposta».
Molti elettori del Pd non hanno condiviso la firma di Napolitano sul decreto. A loro cosa si può dire?
«Non pretendo che larga parte dell´opinione pubblica sia ferrata nei meccanismi costituzionali. Tocca ai partiti tenere la barra e indicare la corretta lettura dei fatti. Alla manifestazione verrà sottolineata la piena e assoluta responsabilità del governo e di Berlusconi per quel provvedimento».
Di Pietro ha detto in tutte le salse che Napolitano ha sbagliato a firmare il decreto. Non vi state assumendo un rischio troppo alto facendolo parlare dal palco?
«Non considero l´ipotesi che Di Pietro possa attaccare il capo dello Stato. Tutti si atterranno alla logica della piattaforma che abbiamo condiviso e che tiene fuori il capo dello Stato e il suo lavoro».
Di Pietro è imprevedibile.
«Io sono sicuro delle mie idee. E sono sicuro del senso di responsabilità di tutti quelli che sostengono la piattaforma. Non c´è solo Di Pietro. Ci sono tanti partiti e tantissime associazioni».
Se arrivasse un attacco al Colle, rompereste l´alleanza con l´ex pm?
«Ripeto: non faccio ipotesi di questo genere. E insisto: la manifestazione non parlerà solo del decreto, ma di lavoro, crisi, libera informazione. Comunque sono strabiliato per il mega-interesse suscitato dal tema “cosa dirà Di Pietro”».
Capirà che una plastica divisione in piazza mette a rischio l´alleanza e anche le regionali.
«Non nego mai i problemi nostri. Ma se io fossi un commentatore sarei molto più preoccupato di quello che si dirà nella piazza di Berlusconi. Berlusconi ha convocato la sua manifestazione insultando tutti gli organi istituzionali: magistrati, tribunali, Tar, Quirinale, Consulta. Posso dire con certezza che la nostra piazza si trasformerà in un solido presidio della Costituzione. Siamo sicuri di poter dire altrettanto della manifestazione organizzata da Berlusconi, ossia dal capo del governo, una carica istituzionale? Io credo proprio di no. È questo il vero problema».
Sulle regionali La Russa sostiene che vincendo quattro sfide il Pdl sarà soddisfatto. Qual è la vostra soglia minima?
«La maggioranza delle regioni, quindi 7 a 6. Ma se loro ne conquistano solo 4 sarà una sonora bocciatura del governo. E per noi sarebbe un incoraggiamento a costruire un´altra scelta per gli italiani».
La Repubblica 12.03.10

Per una Scuola di qualità

Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha aperto ieri i lavori di una importante iniziativa che si svolta a Reggio Emilia, città che insieme a Bologna, ha ospitato la prima giornata di mobilitazione nazionale per la scuola indetta dal Partito Democratico. Dall’11 al 24 marzo infatti si susseguiranno una serie di incontri nelle principali città d’Italia, per discutere ed affrontare le problematiche della scuola pubblica italiana. A seguire gli interventi del candidato presidente dell’Emilia-Romagna, Vasco Errani, del segretario regionale del Pd, Stefano Bonaccini e di Francesca Puglisi, responsabile Scuola Segreteria nazionale PD. La parola è stata poi data ai protagonisti della scuola stessa: insegnanti, studenti, personale tecnico, che sempre più vedono sacrificata la qualità dell’istruzione e del proprio lavoro a favore della necessità di fare cassa del Governo. Tagli insostenibili e deleteri, che hanno messo in ginocchio l’intero sistema scolastico italiano.
Quella di ieri è stata inoltre un’occasione per affrontare i grandi temi che in queste settimane agitano il panorama politico e democratico del Paese.
Il Segretario, ha risposto così a chi gli chiedeva un commento alle parole di Berlusconi sulla crisi. “Io sono sicuro che l’Italia ce la farà, ma non con un Governo che sta con le mani in mano e interroga la sfera di cristallo”. “A noi – ha detto – non serve un presidente del Consiglio che fa i pronostici o che fa lo psichiatra, spiegando se la crisi sia o meno psicologica, ci serve invece un presidente del Consiglio che si occupi del problema e francamente nell’intervento su questa crisi non c’e’ dubbio che siamo assolutamente sotto soglia”.
Dalla manifestazione di sabato indetta dal centrosinistra dopo il decreto sulle Regionali, secondo il segretario del Pd Pier Luigi Bersani deve arrivare ”una spinta, non solo a noi ma al Paese, per cambiare l’agenda e cominciare a parlare dei problemi”. Le parole d’ordine della manifestazione, secondo Bersani, dovranno essere soprattutto ”democrazia e lavoro: a furia di stringere gli spazi democratici non si parla più dei problemi dei cittadini – ha spiegato – La democrazia serve per poter portare la discussione pubblica sui temi che interessano la gente: lavoro prima di tutto, regole, onestà, serietà, occuparsi di questioni come la sanità e la scuola”.
Il Segretario, sempre da Reggio Emilia, parla anche delle problematiche del Mezzogiorno: “La banca del sud, ad esempio, è ”uno spot che durerà una settimana”. ”Dopo aver sostanzialmente rapinato le risorse del Mezzogiorno per portarle a colmare le quote latte o i bilanci di Scapagnini o di Alemanno, dopo aver fatto strame di qualsiasi intervento serio nel Mezzogiorno, adesso usciamo con questa banca del sud che non si e’ capito neanche bene cosa sia. Magari male non farà, ma non stiamo certo parlando del sud e dei problemi veri del paese, stiamo facendo ancora uno spot che durerà una settimana”.
Pier Luigi Bersani ha inoltre risposto così alle accuse avanzate da Berlusconi sulla questione delle liste per le Regionali: ”Se la sono cercata loro, hanno fatto un pasticcio loro, hanno fatto un decreto su misura sbagliando la misura, cosa vogliono da noi?”. ”Si mettano tranquilli – ha aggiunto – e ci consentano di fare una campagna elettorale vera che parli di lavoro, scuola e sanità. Non possiamo andare avanti ancora due settimane parlando di complotti assurdi e favoleggiare di attacchi della sinistra: il capo del Governo deve fare il capo del Governo, non può fare il capo del partito o il capolista, bisogna tornare alla normalità”.
Da Bologna interviene Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo del Pd al Senato, che partecipare alla 5 giorni dei democratici sulla scuola.”Il Pd vuole una scuola pubblica di qualità, che non lasci indietro nessuno, valorizzi il merito e non discrimini gli alunni e gli studenti stranieri. Su questo grande progetto formativo, che va dal nido d’infanzia da trasformare in diritto di ciascun bambino fino ad una riforma vera e seria della scuola superiore, l’Italia deve tornare ad investire gradualmente il 6 per cento del Pil”. “Tutte quelle che il governo Berlusconi ha chiamato riforme – ha proseguito Anna Finocchiaro – sono state invece un modo di fare cassa e soddisfare le esigenze di Tremonti. Il ministro Gelmini ha saputo solo operare tagli drastici alle risorse destinate al bene più prezioso per il futuro di una società: la scuola e l’educazione. Con il decreto-legge di giugno 2008 ha previsto 8 miliardi di euro di tagli, più di 87 mila docenti e più di 44 mila unità di personale Ata in meno. La finanziaria 2009 ha portato altri 700 milioni di tagli all’istruzione scolastica. Nella scuola elementare il modulo e il tempo pieno sono stati dissestati, mentre il famoso maestro unico della Gelmini è stato scelto solo dal 3 per cento delle famiglie. Con la legge sul lavoro è stato abbassato l’obbligo scolastico dai 16 ai 15 anni. Come ben sanno i genitori, le scuole pubbliche mancano di tutto: dai supplenti agli insegnanti di sostegno, da palestre agibili ai soldi per i corsi integrativi, dalla carta igienica alla carta per le fotocopie. E’ una situazione insostenibile – ha proseguito Anna Finocchiaro – che il Pd con i suoi parlamentari e i suoi candidati a governatore vuole cambiare”.
www.partitodemocratico.it

Trani: Berlusconi, Innocenzi e Minzolini indagati "Pressioni su Tg1 e Agcom, concussione"

Il Cavaliere si è anche lamentato per la presenza di Scalfari e Mauro nel programma della Dandini. Masi al telefono: “Manco nello Zimbabwe”. Calabrò: “Nessuna censura”. Innocenzi annuncia querele.
Silvio Berlusconi, il membro dell’Agcom Giancarlo Innocenzi e il direttore del Tg1 Augusto Minzolini sono indagati per concussione dalla procura di Trani, l’inchiesta è nelle mani del sostituto procuratore Michele Ruggiero. Le indagini sono state condotte dalla Guardia di Finanza. I magistrati della Procura non hanno voluto commentare la notizia: “Oggi e domani non diciamo nulla, è inutile fare domande”.

Il retroscena. Il premier voleva mettere il bavaglio ad Annozero. Lo scrive oggi in prima pagina il Fatto quotidiano, citando l’inchiesta, durante la quale – in maniera del tutto casuale – sarebbero state intercettate le telefonate che dimostrerebbero le pressioni e gli interventi di Berlusconi contro la trasmissione di Santoro.

Nelle intercettazioni che risalirebbero a circa tre mesi fa, legate a un’inchiesta su carte di credito e tassi di usura, si leggono, a margine del fascicolo, i nomi di Berlusconi, Giancarlo Innocenzi (membro dell’Agcom) e del direttore del Tg1 Augusto Minzolini. Tutti, secondo il Fatto, discutono della tv pubblica e dei suoi talk show. “La procura – scrive il giornale – ascolta in diretta le pressioni e le lamentele del premier per Annozero. Rivolte al membro dell’Agcom Giancarlo Innocenzi”. Con inviti molto espliciti a chiudere il programma. In un’altra di queste telefonate il presidente del Consiglio si lamenta della presenza del direttore di Repubblica Ezio Mauro e di Eugenio Scalfari in un’altra trasmissione da lui odiata, Parla con me, condotta da Serena Dandini.

Innocenzi avrebbe rassicurato il premier sulla “soluzione” del problema. E visto che per agire contro Annozero l’Agcom deve ricevere degli esposti, lo stesso Innocenzi si sarebbe detto disponibile a mobilitare alcuni suoi funzionari come consulenti sulla materia. Altrettanto clamorose le telefonate di Innocenzi al dg della Rai, Mauro Masi, in cui lamenta le continue pressioni del premier: “Nemmeno nello Zimbabwe”, è il commento del direttore generale.

Disponibilissimo a venire incontro alle esigenze del capo del governo, sulla base delle rivelazioni del Fatto, è il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, che Berlusconi chiama “direttorissimo”, e che si sarebbe detto pronto a intervenire, ad esempio, sul caso Spatuzza: e infatti il giorno dopo in tv arriva il suo editoriale, in cui definisce “bugie” le parole del pentito di mafia.

Le reazioni. “L’Agcom è un’autorità indipendente e autonoma che non ha mai esercitato censura preventiva – dichiara il presidente Corrado Calabrò – Noi parliamo attraverso i propri atti e questi atti dimostrano inequivocabilmente la sua indipendenza e autonomia di giudizio”.

Si chiama fuori anche Minzolini: “Non so di cosa si parla, non ho ricevuto nesssun avviso di garanzia e quale è il reato? Berlusconi mi avrà telefonato due o tre volte, non di più e comunque quanto Casini e gli altri. Siamo alla follia, credo di essere la persona più cristallina del mondo, quello che penso lo dico in tv”. “Tutto questo è demenziale, insulso, è un’intimidazione, ma non funziona assolutamente. Di fronte a una cosa del genere io vado ancora più dritto – continua il direttore del Tg1 Augusto Minzolini – Poi io con Santoro non c’entro nulla, faccio un’altra cosa, sono da un’altra parte”.

Si difende con veemenza anche Giancarlo Innocenzi che annuncia querele e contesta “le illazioni” sottolineando “l’assoluta inconsistenza delle intercettazioni e l’illiceità della loro pubblicazione”.
La Repubblica 12.03.10