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"Gelmini mani di forbici. Genitori e studenti in piazza contro i tagli", di Maristella Iervasi

La scuola va rotoli. E lo sanno bene i genitori che sono scesi in piazza a Roma e in tutt’Italia con sciarpe “multistrato” di carta igenica. “Gelmini mani di forbici: meno ore, meno soldi, meno lavoro”, recita il cartello che porta sul petto Giovanna, insegnante dell’elementare Falcone-Borsellino. Mentre Michela, docente precaria, distribuisce “diplomi” strappando strati da un rotolo di “nefandezza”. “Così ci ha ridotto la “maestra unica” dell’istruzione”, precisa Gabriele, papà di una bimba di 8 anni che sfila in corteo con i suoi compagni di classe. La povertà della scuola italiana è talmente lampante che la carta igenica è il nuovo simbolo della protesta. “Ma nelle aule scolastiche manca pure quella, oltre tutto il resto” – si affretta a sottolineare Andrea Pioppi, maestro di italiano del 45° circolo didattico della Garbatella.

Scuole in bancarotta, scuole fatiscenti. Istituti che restono in piedi solo grazie al contributo delle famiglie, che rischia però di trasformarsi in una imposizione. Per non essere costrette a chiudere i portoni in faccia agli studenti, per non consegnare le chiavi alla Gelmini che ha distrutto la scuola. Ma mettendo in disagio le famiglie che già non ce la fanno ad arrivare a fine mese. Il collettivo studentesco “Senzatregua” con una inchiesta ha svelato lo scempio della scuola pubblica. Per non tagliare l’offerta formativa, la didattica o i corsi di recupero molte scuole sono stati costrette a battere cassa sulle famiglie: al Giulio Cesare, storico liceo capitolino, ad esempio la retta è passata da 70 euro a 130. E non finisce qui. I presidi spesso e volentieri sono costretti a salire in cattedra e fare i supplenti perché non hanno i soldi per sostituire i prof. Ci sono materie che sono scritte sulle pagelle ma che gli studenti conoscono appena, come l’informatica, perché i computer sono obsoleti o perché nei laboratori la corrente salta.

L’elenco dei danni e dei tagli del duo Gelmini-Tremonti è sterminato. E ieri la proteste delle mamme, degli insegnanti, dei bidelli e degli studenti delle superiori l’hanno denunciata a gran voce. Un “racconto” drammatico fatto di slogan, musica, e di parole “srotolate” sulla carta igenica. Ragazzini stipati in classi-pollaio in violazione delle più elementari norme di sicurezza. La scuola pubblica avanza dallo Stato milioni di euro che il governo continua a negare. I fondi arrivano solo per le private. L’istruzione pubblica invece è stata messa in mutande. Da qui la protesta civica e apartitica delle famiglie e degli studenti. Da Milano alla Sardegna, le piazze delle protesta, dietro le bandiere della Cgil o dei palloncini dei Cobas.

ROMA Due i cortei: la Cgil da Piazzale Flaminio alla Rai; i Cobas da piazza della Repubblica al ministero dell’Istruzione di viale Trastevere. Ma al di là delle bandiere, ha stupito la grande partecipazione di studenti e genitori. Con un uno striscione eloquente: “Siamo stufi di fare i salti mortali e stare appesi a un filo”. Dietro un furgone musicale i liceali di “Senzatregua”, alzano il pugno e cantano “Contessa”, “Luna Rossa”. Sul camion anche “dieci piani di nefandezza” da lanciare sotto le finestre della Gelmini, come i sacchi di calcinacci “perchè così il ministro ha ridotto le nostre scuole”, sottolinea Alessandro. Il movimento ha assedito il ministero e rimarrà in presidio fino a domenica. In contemporanea verso Prati, la manifestazione della Cgil: con gli studenti della Rete, dell’Udu e l’Unione degli studenti protagonisti a Roma ma con delegazioni in tutte i cortei del Paese.

MILANO Mafalda, le uove e la carta igenica. Qui i collettivi hanno avuto qualche battibecco con la polizia in tenuta antisommossa. Non mancati i cori: “Poliziotto non ti sbagliale è Berlusconi che devi arrestare” e lanci di fumogeni.

LE ALTRE PIAZZE “Ci vogliono ignoranti ma ci avranno ribelli”. A Foggia gli studenti Uds e Link hanno manifestato per le strade della città coperti da sacchi dell’immondizia con scritto: “Io non sono uno spreco”. A Ragusa liceali vestiti verde per recuperare la speranza nel futuro.
L’Unità 12.03.10

Riforma Gelmini e materie scientifiche: «Sarà una strage», di Chiara Affronte

Bologna e provincia perderanno un numero esorbitante di ore di materie scientifiche, ai licei e negli istituti. Un calo a cui, con molta probabilità, corrisponderà un taglio di docenti in quelle aree: l’ipotesi è di 150 circa. La riforma Gelmini si ripercuote sopratutto su quelle materie e, negli istituti tecnici, su quelle caratterizzanti l’indirizzo. Così, visto che l’unico aumento evidenziabile di ore scientifiche si avrà solo nei licei ribattezzati delle “scienze applicate”, Bologna non se ne accorgerà neppure, visto che la previsione è che in città solo uno scientifico potrà funzionare con questa opzione, il Copernico (gli altri probabilmente, in provincia, saranno l’Alberghetti di Imola e il Fantini di Vergato). A mettere nero su bianco i numeri un’elaborazione di dati ministeriali curata da Antonella Andracchio con il coordinamento scuole superiori e il coordinamento precari scuola di Bologna. Sotto le due torri, inoltre, riflette Andracchio – chimico con più abilitazioni in tasca – «perderà di molto la possibilià di studiare in istituti tecnici caratterizzanti ». Un esempio è l’Istituto Pacinotti, una scuola dove, ad oggi, sono attivati due indirizzi: il tradizionale e il cosiddetto “progetto 5” (che confluirà nell’indirizzo “Costruzioni, ambiente e territorio”, nd.). «In questo caso Bologna perderà un buon numero di ore destinate alle materie caratterizzanti: con la situazione attuale i due indirizzi ne prevedono, uno circa 1700, l’altro intorno alle 2100. Entrambi confluiranno nel medesimo indirzzo e le ore saranno 1600 circa», riferisce Andracchio. In calo vertiginoso le ore di laboratorio in tutti gli istituti, ben 594 in meno: «Ovvio – per i docenti dei due coordinamenti – sono materie fatte di compresenze quindi il risparmio è maggiore». La ratio della riforma, infatti, «è solo quella dei tagli di risorse».

LE SCIENZE Se è vero che l’orario complessivo calerà da 36 a 32 ore la settimana negli istituti tecnici e professionali e a da 30 a 27 nei licei, è altrettanto vero che il dato più preoccupante riguarda le materie scientifiche. Nel biennio dei tecnici del settore economico le ore delle materie scientifiche diminuiranno da un minimo di 66 ad un massimo di 198; in quelli del settore tecnologico caleranno di 132. Le cose vanno ancora peggio nei trienni dei nuovi istituti tecnici “tecnologici” dove la riduzione delle materie scientifiche di indirizzo sarà di addirittura 300 ore (sparisce il diritto, aumenta del 30% l’italiano). Più difficile entrare nel dettaglio della situazione dei licei, visto il notevole numero di sperimentazioni esistenti: in sostanza le ore delle materie scientifiche calano sempre, eccetto che al liceo delle scienze applicate, opzione attivabile a Bologna solo al Copernico.

LO SCIOPERO Oggi, giornata di sciopero generale, l’invito dei due coordinamenti di docenti – precari e non – è quello di «farlo».Che sia a Roma, alla manifestazione nazionale della scuola (a cui aderiscono i Cobas), o che sia a Bologna, in quelle che si svolgono sul territorio con la Cgil, «l’importante è fare sentire il proprio no». Dopo il corteo, a Bologna, dalle 11.30 alle 12.30, il mondo della scuola prolungherà la mobilitazione con un presidio davanti all’Ufficio scolastico regionale in via de’ Castagnoli.
L’Unità/Bologna 12.03.10

Par condicio, il Tar boccia lo stop ai talk show

Bersani: “Viale Mazzini prenda atto e tornino i programmi”. Rizzo Nervo: “In onda le trasmissioni”. Stop al regolamento dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nella parte che blocca i talk show in periodo elettorale. Il Tar del Lazio ha accolto la richiesta di Sky e Telecom Italia Media che chiedeva la sospensione del regolamento varato dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni che disciplina la par condicio in vista delle Regionali. Una regolamentazione così stringente per i talk show, da portare al loro stop nell’ultimo mese di campagna elettorale. A questo punto il cda della Rai è stato convocato in seduta straordinaria lunedì prossimo 15 marzo alle 12. Era stato il Cda infatti a decidere la sospensione dei talk show in applicazione delle regole della Vigilanza.

Nella loro richiesta di sospensiva, Sky e Telecom italia aveva ricorso al Tar contro la delibera che limitava l’informazione politica durante la campagna elettorale. In questo Agcom si era mossa in analogia con quanto previsto dal regolamento per la Rai, che sottoponeva tutti i programmi di informazione alle regole della comunicazione politica e prevedeva che i talk show dovessero ospitare o anche essere sostituiti dalle tribune politiche. Ed è su questa interpretazione che si era mosso il cda rai decidendo, a maggioranza, di sospendere trasmssioni come Annozero, Ballarò e Porta a Porta.

Con la decisione di oggi il Tar, invece, dà ragione alle emittenti private. Con questo esito, aveva detto il presidente Rai Paolo Garimberti, “si riapre il cda” sul regolamento. A questo punto il consiglio dovrebbe riammettere i talk show anche per non creare una disparità con le private. Anche l’Agcom dovrà ora decidere il da farsi, e il consiglio dell’authority dovrebbe riunirsi all’inizio della prossima settimana. I giudici hanno invece respinto la richiesta di Federconsumatori che voleva lo stop al regolamento della Vigilanza perchè ha ritenuto che, trattandosi di organismo parlamentare, “sussistono profili di inammissibilità del gravame per la parte in cui è impugnato il regolamento”, in quanto appunto “approvato dalla Commissione parlamentare di Vigilanza nella seduta del 9 febbraio 2010, in relazione alla natura parlamentare dell’organo che ha adottato l’atto impugnato in assolvimento della funzione precipuamente politica di indirizzo e vigilanza”.

Le reazioni. “Accolgo con favore questa decisione, che non si presta ad equivoci, pur essendo tra coloro che avevano votato a favore di questa soluzione – commenta il commissario dell’Agcom, Michele Lauria – A questo punto è auspicabile che il Cda Rai riveda la scelta di sospendere i programmi di approfondimento”

“La sospensione del regolamento Agcom è una chiara bocciatura della norma-bavaglio imposta dalla destra in commissione di vigilanza Rai” sottolinea Paolo Gentiloni del Pd. “Cade il primo pezzo di un castello di illegalità costruito apposta per mettere mordacchia a programmi di approfondimento – dice Michele Santoro a RepubblicaTv – la Rai dovrebbe mandare in onda le trasmissioni con le vecchie regole come si è sempre fatto. Ma avranno coraggio politico? servirebbe un atto di coraggio, un’autonomia aziendale che ora non c’è”. Dal Tar stanno dipendendo “tutte le cose importanti per l’Italia” dice Lucia Annunziata, conduttrice del programma “in 1/2 ora’. Mentre per il segretario del Pd, Pierluigi Bersani “il rischio è che il solo servizio pubblico rimanga ostaggio di norme che limitano libertà e discussione, serve riportare il buon senso e riaprire subito gli approfondimenti informativi che sono stati sospesi nei giorni scorsi”. E se il cda non dovessere tornare sui proprio passi? “Vediamo che succede e poi si vede i gesti di rottura si fanno, non si annunciano” dice il consigliere Rai Nino Rizzo Nervo. Per il radicale Marco Beltrandi, relatore della par condicio nella commissione di Vigilanza sulla Rai, però, la decisione del Tar “non muta muta le regole”. Pert questo il senatore pdl Alessio Butti, componente della commissione vigilanza Rai, spiega: “Il ricorso di Federconsumatori sulla Rai è stato bocciato. E’stato accolto quello che riguarda l’emittenza privata. Questo significa che per quanto riguarda la rai il regolamento va benissimo così com’è”. “Rispettiamo come sempre le decisioni della magistratura. Nel caso specifico le condividiamo appieno perchè è bene che si ritorni a parlare di politica nei grandi contenitori televisivi” dice il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa.

La norma bocciata. Questo l’articolo 6 comma 2 del regolamento Agcom per le Regionali 2010: “Nel periodo di vigenza della presente delibera, tenuto conto del servizio di interesse generale dell’attività di informazione radiotelevisiva, i notiziari diffusi dalle emittenti televisive e radiofoniche nazionali e tutti gli altri programmi a contenuto informativo, riconducibili alla responsabilità di specifiche testate giornalistiche registrate ai sensi di legge, si conformano con particolare rigore ai principi di tutela del pluralismo, dell’imparzialità, dell’indipendenza, dell’obiettività e dell’apertura alle diverse forze politiche, nonchè al fine di garantire l’osservanza dei predetti principi, allo specifico criterio della parità di trattamento tra i soggetti e le diverse forze politiche individuate ai sensi dell’art. 2, comma 1, del presente regolamento”. L’articolo 2 al comma 1 disciplina la definizione e quindi la presenza dei soggetti politici nelle Tribune politiche: di fatto i programmi di approfondimento vengono equiparati alle regole delle tribune.
da Repubblica.it

"Alla fine il conto arriverà", di Mario Deaglio

Quando si fa politica e si è nel mezzo di una campagna elettorale densa, come l’attuale, di incidenti di percorso, è purtroppo facile lasciarsi prendere dalla retorica e far passare in secondo piano, o addirittura maltrattare, le cifre della situazione economica. Proprio per questo si fa un giusto servizio ai lettori mettendo sobriamente a fuoco la situazione, anche se così si richiede loro di confrontarsi con le cifre, peraltro solo apparentemente aride, che pongono in luce le difficoltà oggettive di oggi.

Fatto pari a 100 il valore del 2005, la produzione industriale italiana raggiunse il suo massimo pre-crisi nell’aprile 2008 con il valore di 108,9. La crisi la fece letteralmente precipitare, tanto che nel marzo 2009 si toccò il valore straordinariamente basso di 81,1 con una contrazione del 26 per cento. La risalita successiva appare troppo lenta: ha portato l’indice di gennaio al valore di 87,9, (-19 per cento rispetto ai livelli pre-crisi) e se continueremo a questa velocità ritorneremo ai livelli di anni che oggi ci sembrano dorati non prima della fine del 2013.

E quando ci saremo arrivati, tenuto conto dei normali aumenti della produttività, indispensabili per restare sui mercati internazionali, l’industria – che ha già subito una perdita di oltre 300 mila posti di lavoro – darà lavoro a un numero di persone sensibilmente inferiore a quello di allora.

Se dalla produzione industriale si passa al prodotto lordo (il «mitico» Pil) il discorso di base non cambia anche se le dimensioni della caduta sono fortunatamente minori: dai massimi del primo trimestre 2008 l’Italia ha fatto registrare, insieme a Germania e Regno Unito, una caduta di oltre il 6 per cento. Il successivo rimbalzo è stato così debole e incerto che non possiamo ancora affermare di essere veramente in risalita, anche se numerosi segnali in vari settori produttivi puntano in quella direzione. Proprio per l’incertezza e la debolezza della ripresa, anche in questo caso ci vorranno diversi anni, assai più di quelli necessari agli altri Paesi avanzati, per tornare ai livelli di prima.

La situazione italiana è quindi molto difficile, ma non per questo deve essere drammatizzata; non appare però appropriato che il presidente del Consiglio la minimizzi, affermando sbrigativamente che «è iniziata la risalita». Come fa chi porta i bambini in gita e, a ogni svolta di strada, dice loro che la meta è dietro l’angolo perché non sentano la stanchezza. Gli italiani, come cittadini e come elettori, non meritano di essere trattati da bambini, devono essere posti davanti alla gravità della situazione e alla responsabilità che essa comporta.

Il presidente del Consiglio non è il solo capo di governo che cerca di indorare la pillola; e proprio per questo giunge appropriata la «lavata di capo» che la Banca Centrale Europea (Bce) ha rivolto ieri a tutti i governi della zona euro. La Bce ha il compito di salvaguardare la stabilità monetaria, afferma sostanzialmente che i conti vanno pagati, che, essendo terminata la fase dell’emergenza, non continuerà a immettere liquidità nel sistema economico europeo in grandi quantità come ha fatto finora. La ricreazione è finita, in altre parole, e tutti i Paesi devono rimettersi in regola con i famosi parametri di Maastricht.

A questo punto non basta affidarsi all’ottimismo, sostenere che la crisi è psicologica, o che addirittura non esiste; anche perché la caduta produttiva europea ha le sue origini nel forte calo delle esportazioni più che dei consumi interni e contro di esso non bastano consumatori più allegri. Il presidente del Consiglio – e con lui gli altri capi di governo europei – dica chiaramente se ritiene di seguire la strada indicata dalla Banca Centrale oppure preferisce non accettare questa guida molto ortodossa e molto «noiosa» che obbligherebbe a «fare le riforme». «Fare le riforme» è nulla più di un eufemismo per dire che, non solo in Italia ma in tutti i Paesi europei, occorre ridurre sensibilmente, a parità di servizi erogati, il numero dei pubblici dipendenti, aumentare la concorrenza nelle professioni cosiddette «libere», far calare le aspettative pensionistiche e forse anche una parte delle pensioni attuali. Si tratta insomma, sia pure in dosi più limitate, della «ricetta greca» che viene visceralmente rifiutata nelle strade di Atene e Salonicco.

Se non si vuole seguire quella strada, un’alternativa c’è, pericolosa e alquanto eretica ma forse politicamente più accettabile. L’ha delineata Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, e comporta la cosciente accettazione di un tasso di inflazione sensibilmente più alto dell’attuale (il 4 per cento); quest’inflazione dovrebbe essere controllata, agirebbe da anestetico e consentirebbe di lenire la durezza delle riforme, «spalmandola» su un numero maggiore di anni. Si tratta naturalmente di una strada pericolosa perché, una volta lasciata fuori dalla sua gabbia, non è sicuro che l’inflazione sia controllabile.

In definitiva, in questa situazione i politici sono chiamati a fare i politici: a prendere delle decisioni e assumersene le responsabilità. Non a risolvere tutto con qualche battuta, sperando che questa metta il buon umore a cittadini giustamente preoccupati.
La Stampa 12.03.10

"Il nord est non corre più. La crisi travolge il Veneto", di Giuseppe Vespo

Oltre 250mila persone travolte nel 2009 dalla crisi; 1.193 imprese in sofferenza; cassa integrazione quintuplicata tra il 2008 e il 2009, e tra gennaio e luglio di quest’anno 274 aziende termineranno la cig straordinariadopo aver esaurito quella ordinaria. «Non è un bel momento, non nascondiamocelo », ha ammesso pochi giorni fa a Treviso Giancarlo Galan, governatore del Veneto. I dati forniti dalla Cgil sulla regione ne sono la testimonianza. Il cuore del ricco nord-est soffre: «Non siamo abituati – ha detto il governatore – a girare le nostre strade e a non vedere su ogni fabbrica dei cartelli con la scritta “cercansi operai” o “commessi”. Non siamo abituati a leggere sui giornali i casi di qualcuno che non ce la fa ad affrontare la vita perché ha paura o di rimanere disoccupato o perché lo è diventato o perché i suoi libri sono in Tribunale». Da queste parti negli ultimi mesi sono stati 13 gli imprenditori suicidi per via della crisi. E il call center recentemente creato per dare un’aiuto immediato a chi perde il lavoro o l’impresa continua squillare. «Il quadro è destinato ad aggravarsi con l’arrivo ad esaurimento degli ammortizzatori sociali per migliaia di lavoratori di imprese medie e medio grandi», dice il segretario regionale della Cgil, Emilio Viafora. Oggi sarà con Guglielmo Epifani a Padova. La Cgil è in sciopero generale e il suo segretario generale interverrà in piazza Insurrezione. La scelta di Padova non è casuale: da qui il sindacato apre un nuovo confronto con il governo, ma anche con la Regione, per una risposta alla crisi assai più efficace di quella espressa finora. «Lo scenario – riprende Viafora – è molto preoccupante ed occorre porvi urgentemente rimedio, a partire da una manovra sugli ammortizzatori sociali che eviti il disastro. Bisogna poi agire con strumenti di contrasto alla crisi e non solo di accompagnamento come è stato fatto finora dal governo». Ma di ammortizzatori sociali il ministro Sacconi – di Conegliano Veneto, Treviso – pare che non ne voglia parlare, bocciando in toto la proposta avanzata dall’opposizione e dalla stessa maggioranza sul prolungamento della cassa integrazione. «È la dimostrazione – riprende Viafora – che la scelta del ministro è quella di corporativizzare il lavoro e le protezioni sociali, evitando provvedimenti generali e puntando sulle deroghe concesse dal governo ». Intanto le difficoltà si moltiplicano. Gli appelli arrivano anche da Treviso, la provincia del ministro, dove domenica scorsa la Diocesi ha distribuito dei volantini in cui si invitavano le istituzioni, a partire dal governo, ad intervenire in soccorso di chi è in difficoltà. Non più solo giovani o immigrati, ma padri di famiglia. In uno dei territori a più alta concentrazione di piccole imprese, la Diocesi segnala che sono le famiglie italiane a riempire le mense per i meno abbienti. D’altra parte in Veneto sono molte le grosse imprese, anche d’eccellenza, che rischiano. Come Glaxo, Alcoa, o Vinyls.
L’Unità 12.03.10

"Pronto un altro condono edilizio, ecco il progetto della maggioranza", di Cecilia Gentile

Un nuovo condono edilizio, con possibilità di sanare anche gli abusi commessi in aree sottoposte a vincolo ambientale e paesaggistico. Così dispone il disegno di legge presentato dal Pdl in Senato lo scorso 17 febbraio, che fa slittare i termini per la presentazione delle domande dal 10 dicembre 2004, come prescrive la legge sul condono edilizio, al 31 dicembre 2010. Se il provvedimento venisse approvato, una nuova valanga di richieste di sanatoria potrebbe inondare gli sportelli dei Comuni d’Italia, e questa volta con un’agevolazione in più per chi ha commesso l’abuso: i beni ambientali e paesistici scompaiono dalle aree intoccabili.
“Una nuova legge vergogna – accusa il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli – Dopo il condono sulle liste per le regionali adesso il Pdl presenta in Parlamento un ddl per un ennesimo condono edilizio che prevede un nuovo scempio del territorio”.

Il disegno di legge è stato firmato dai senatori Sarro, Nespoli, Fasano, Izzo, Giuliano, Vetrella, Compagna, Calabrò, Lauro, Pontone, De Gregorio, Esposito, Coronella e Sibilla. Sarro e Nespoli, primi firmatari, non sono nuovi a proposte del genere. Un tentativo simile lo fecero presentando un emendamento al Milleproroghe, rigettato dal presidente della commissione Affari costituzionali al Senato. Ora tornano alla carica.

Nella relazione che accompagna il disegno di legge, i senatori Pdl motivano la loro proposta sostenendo che ai cittadini della Campania, ma in parte anche a quelli delle Marche e dell’Emilia Romagna, “è stata di fatto preclusa la possibilità di utilizzare lo speciale statuto di sanatoria” perché le Regioni hanno disciplinato la materia restringendo le possibilità di accesso al condono. Conclusioni: “si pone l’esigenza di ripristinare la parità di trattamento”. Dunque il nuovo condono, contenuto nella proposta AS 2020, che prevede di riaprire i termini per la presentazione delle domande con la modifica del comma 32 dell’articolo 32 del decreto legge 269 del 2003, quello relativo al secondo condono edilizio di Berlusconi, e la possibilità di sanare abusi in aree vincolate con la soppressione delle parole “dei beni ambientali e paesistici”, al comma 27 dello stesso articolo.

“Ci troviamo di fronte ad una nuova aggressione del territorio e della popolazione – riprende Bonelli – Il Pdl non si ferma nemmeno di fronte al dissesto idrogeologico dell’Italia e alle vittime provocate dalle frane”. Il riferimento è ad Ischia, dove, a quanto riferisce il presidente dei Verdi, il provvedimento sarebbe fortemente voluto. Proprio ad Ischia i sindaci di sinistra e di destra hanno chiesto al governo Berlusconi di far rientrare gli abusi nel condono del 2003, che qui non è stato applicato perché l’isola è sotto vincolo paesaggistico. Sono in tutto 740 le costruzioni abusive individuate dalla Procura della Repubblica, che ordina le demolizioni man mano che le sentenze passano in giudicato. Intanto, a novembre scorso, sull’isola è venuta di nuovo giù la montagna, che si è portata dietro una vittima.

Dura la condanna di Wwf e Fai, che si preparano a sostenere un’altra battaglia. “Questo disegno di legge compromette la certezza del diritto e rimette in discussione atti di rigetto già decisi – dichiara Gaetano Benedetto, condirettore del Wwf – Non solo. Estende il condono del 2003 ad aree vincolate anche per abusi gravi e apre la strada ad una sanatoria postuma di costruzioni illegali fino ad oggi considerate insanabili.
La Repubblica 12.03.10

"Arroganza al potere", intervista a Valerio Onida di Gigi Riva

Il Tar, la Commissione elettorale, il Consiglio di Stato. Il ricorso per riammettere la lista. Il ricorso contro il ricorso per riammettere la lista. Una piazza di qua, una piazza di là. Pannella per rinviare le elezioni, Bersani contrario. Il Cavaliere inferocito, Di Pietro che grida al golpe. Benvenuti a Caoslandia, cioè l’Italia del 2010. Dove va in onda l’ormai abituale scontro tra chi vorrebbe rispettare le regole e chi delle regole dice “me ne frego”. Tutto nato dal pasticcio delle liste Pdl non presentate in tempo utile. E dal rimedio peggiore del buco del decreto “interpretativo” varato dal governo e firmato da Napolitano. Che viola la Costituzione perché, dice Valerio Onida, 73 anni, presidente emerito della Consulta «impone di applicare la legge in modo diverso da come dovrebbe essere applicata». Quando l’articolo 101 della nostra Carta fondamentale recita: «La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge». Con il decreto il potere giudiziario non è più «soggetto soltanto alla legge» ma anche alla volontà del potere esecutivo e di quello legislativo che vorrebbero imporre non una norma per il futuro, ma una “interpretazione” (in realtà una norma diversa da quella vigente) per il passato. Conflitto c’è anche con l’articolo 3 sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. E ha più di un fondamento la posizione della giunta regionale del Lazio che ritiene spetti alla Regione interpretare la propria legge elettorale. Per orientarsi, bisogna ripartire dall’origine del marasma, da quel decreto in cui Onida vede «l’arroganza» della maggioranza. E la conferma che «il Paese è sfasciato dal punto di vista delle regole».

Professor Onida, se il decreto è la via sbagliata, quale sarebbe stata quella giusta?
«Premessa: l’elettorato si esprime sempre, si esprimerebbe comunque, anche con l’esclusione di una lista. Ma per rimediare a un’incompletezza nata dalla mancata presentazione di una lista l’unico rimedio accettabile sarebbe quello di rinviare le elezioni. Mi riferisco al Lazio. Perché, i casi di Lombardia e Lazio sono diversi».

Spieghiamo le diversità.
«In Lombardia tutto era risolvibile con una corretta applicazione della legislazione vigente. Cosa che peraltro è successa se il Tar ha accolto il ricorso dei sostenitori di Formigoni senza bisogno di citare il decreto del governo. Ma un conto è se manca un timbro, un luogo, una qualifica, o se l’esclusione della lista è avvenuta irritualmente. Altro conto è dire che c’è stata presentazione di una lista quando non c’è stata. E siamo al Lazio».

Lì si dovrebbe rimandare il voto?
«Esatto: si tratta semmai di riaprire i termini. Cosa che non è né normale né fisiologica, ma consentirebbe di rispettare le regole in vigore senza lo strappo dell’intervento del governo. Un conto è sostenere che una lista è stata presentata quando non è vero. Un altro è prendere atto che si sarebbe andati ad una competizione incompleta e, sulla base di un larghissimo accordo, rimettere tutti in gioco».

Invece si è ricorsi al decreto “interpretativo”.
«Che, per una parte, non è interpretativo affatto. È una norma sedicente interpretativa, perché riapre i termini in una situazione concreta».

Un abuso, sostiene la giunta del Lazio, anche perché prevarica la competenza della Regione.
«Non so come sia stato argomentato il ricorso del Lazio. So però che c’è una decisione della Corte costituzionale del 2006 (numero 232) in base alla quale si dovrebbe concludere che la competenza a legiferare in materia di elezioni regionali e anche a dare l’interpretazione autentica delle norme vigenti spetta alle Regioni».

Un giudice potrebbe invalidare le elezioni se ritenesse fondate le ragioni della giunta laziale?
«Sì, potrebbe capitare. Se quel decreto legge fosse ritenuto illegittimo verrebbe meno la base normativa per la quale (in ipotesi) sarebbe ammessa la lista Pdl in provincia di Roma e si dovrebbero rifare le elezioni. È già capitato in altre occasioni. Come in Molise».
Mai prima d’ora era però intervenuto il governo.
«Mai. Lo ha fatto stavolta per una presunta “interpretazione autentica” della legge che equivale a una riapertura dei termini solo per la lista Pdl di Roma. È uscito un decreto che vale per tutta l’Italia ma che si applica solo al caso Roma perché su di esso è modellato».

Un pericoloso precedente. L’esecutivo cambia in corsa, e a suo vantaggio, le leggi. Tanto che si grida al golpe antidemocratico.
«Bisogna conservare il senso delle proporzioni. Se fosse stato negato, ad esempio un diritto fondamentale alle minoranze, allora sì che sarebbe grave. Qui c’è stato uno strappo ma nella sostanza la competizione elettorale non è alterata».

Si dice sempre che in diritto la forma è sostanza.
«Dipende. Ci sono forme essenziali, come quando, per una compravendita ad esempio, è previsto un atto scritto. Altre volte, per formalità non essenziali, vale il buonsenso nell’applicare le norme in vigore, come è successo adesso nel caso della Lombardia. Ripeto: clamoroso è il caso del Lazio perché il mancato rispetto del termine non poteva essere sanato. Qui abbiamo avuto una maggioranza arrogante che ha usato l’arma “atomica” del decreto legge per recuperare la situazione indifendibile di Roma».

C’è chi critica il presidente Napolitano per aver firmato il decreto. Di Pietro per primo. Il quale ha anche evocato il golpe.
«Il presidente emana il decreto legge la cui responsabilità è del governo. La volontà non è la sua. Non è chiamato a condividere la decisione».

Si ritiene potesse esercitare la sua “moral suasion”.
«Ma l’ha sicuramente esercitata. Ha discusso a lungo. Poi non ha ritenuto di opporre un veto assoluto. La caratteristica di urgenza del decreto è indiscutibile. Avrebbe potuto opporre un veto assoluto solo per motivi eccezionali, se avesse valutato che si producessero effetti gravi e irreparabili. L’opinione pubblica pensa che il presidente possa fare quello che vuole. Ma non ha potere di codecisione sugli atti del governo».

Poteva invocare l’incostituzionalità del decreto.
«Ma anche in questo caso un veto “assoluto” potrebbe ammettersi solo in casi estremi. Qui Napolitano ha valutato che non fosse opportuno opporsi ancora. Io credo che la norma sia incostituzionale: ma vi sono nell’ordinamento altre garanzie, quella del Parlamento chiamato a convertire il decreto e quella della Corte costituzionale. Possono essere sollevate questioni di costituzionalità in ogni giudizio relativo, su istanza di parte o anche d’ufficio. Del resto risulta che ci sia già una questione di incostituzionalità sollevata in via diretta dalla Regione Lazio. E lo stesso Tar Lazio, respingendo l’istanza cautelare del Pdl, sembra aver preso le mosse proprio dalla ritenuta incostituzionalità del decreto».

Il decreto apre una breccia. Anche in futuro, il governo potrebbe varare decreti che sanino situazioni che non gli piacciono. E si evoca il regime.
«Ogni violazione della Costituzione è un vulnus e crea precedenti pericolosi. Però in questo caso l’effetto pratico non sarà drammatico. Ci saranno le elezioni, i cittadini voteranno. Quanto al regime, manteniamo il sangue freddo. Se ci fosse stato un decreto che escludesse qualcuno dalle elezioni sì che sarebbe stato un golpe».

Ha colpito la superficialità con cui il partito più forte del Paese ha affrontato la questione della presentazione delle liste. Come se potesse permettersi tutto, anche arrivare in ritardo.
«L’impressione è che ci sia stata faciloneria e pressapochismo».

Forse sarebbe stato diverso se avessero chiesto scusa. E cercato una soluzione condivisa con le opposizioni.
«Se li immagina mentre chiedono scusa? Sarebbe stata una tattica meno arrogante. Che però mi sembra abbia poca cittadinanza da noi. Per come è fatta la politica italiana, non è previsto nemmeno il galateo».

Ora si andrà avanti a ricorsi e controricorsi. Un ping-pong tra partiti e aule di giustizia.
«In questa intricata storia, fra candidati presidenti che chiedono di essere eletti per la terza o quarta volta, partiti rissosi e incapaci perfino di darsi un’organizzazione efficiente, accuse e contro-accuse, ricorsi e contro-ricorsi, procedure collaudate da anni che sembrano andare in crisi, sembra che anche la vicenda più democraticamente fisiologica, come è una consultazione elettorale, finisca per rivelare una crisi convulsiva del nostro sistema politico. Il governo, col suo intervento a gamba tesa, ha dato un suo robusto contributo alla confusione e all’immagine di arroganza del potere che tante realtà di oggi ci trasmettono. A questo punto, sarebbe forse meglio ripartire da zero, magari con un rinvio delle elezioni nelle Regioni dove la confusione si è prodotta. Oppure andare tranquillamente al voto, nelle condizioni date, sperando che gli elettori diano segnali di maturità e non di disimpegno, e magari premino, fra partiti e candidati, non coloro che mostrano più muscoli o voglia di gridare, ma coloro che dimostrano equilibrio e sincero rispetto delle istituzioni repubblicane. Maggiore “patriottismo costituzionale”».
L’Espresso 12.03.10