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Conoscenza e innovazione, incontro a Bologna

L’appuntamento promosso dal Partito Democratico dell’Emilia-Romagna, avrà luogo domani, venerdì 19 febbraio, a partire dalle ore 15.30, presso l’Hotel I Portici di Bologna. Partecipano, tra gli altri, Ignazio Marino e Stefano Bonaccini. “Conoscenza e innovazione: una Regione che costruisce futuro”, questo il titolo dell’appuntamento che si terrà domani, venerdì 19 febbraio, dalle ore 15.30, a Bologna presso l’Hotel I Portici, in via Indipendenza 69.

Partecipano Ignazio Marino, senatore del Partito Democratico, Stefano Bonaccini, segretario regionale del PD, Marilena Pillati, responsabile Scuola del PD dell’Emilia-Romagna, Simona Caselli, responsabile Univeristà e Ricerca del PD dell’Emilia-Romagna, Mariangela Bastico, senatrice del PD, Manuela Ghizzoni, deputata del PD e Patrizio Bianchi, rettore dell’Università di Ferrara.

“L’iniziativa rappresenta l’occasione per aprire un confronto sulle proposte del PD dell’Emilia-Romagna per la campagna elettorale in tema di scuola, università e ricerca” commenta Marilena Pillati. “Mentre la scelta della maggioranza che governa il Paese è quella di disinvestire sui sistemi dell’istruzione, della formazione e della ricerca, compromettendo così la crescita e il futuro del Paese” prosegue la responsabile Scuola del PD regionale “in Emilia-Romagna è forte la consapevolezza che solo continuando a investire nell’istruzione pubblica, nei servizi educativi, nella formazione di professionalità qualificate, nella ricerca, la nostra regione potrà mantenere i livelli di qualità della vita, di solidarietà e sicurezza, di innovazione e competizione che la caratterizzano come una regione “forte” nello scenario italiano ed europeo”.

"I princìpi non sono merce", colloquio tra Claudio Magris e Gustavo Zagrebelsky

Dalla difesa della Costituzione alla diffidenza verso i valori, lo scrittore e il giurista si sono confrontati sull´Italia di oggi e su quel che dovrebbe costituire un´identità comune. “In questi tempi certe parole vengono usate in un modo che non è proprio. La ragione è stata anche alla base di molte tragedie Rivalutiamo il sentire universale”.
Legge. Diritto. Giustizia. Tre parole che a un orecchio distratto potrebbero parere analoghe, intercambiabili quasi, e che invece racchiudono modi anche assai lontani di concepire quel sistema di principi e di regole che rende possibile la convivenza tra le persone e tra i popoli. Tre parole che, ieri, hanno aperto con il primo dialogo il ciclo “ItAlieni. Come siamo diventati extraterrestri”, un´iniziativa promossa dal Circolo dei Lettori di Torino per riflettere e ritrovare vecchie e nuove parole comuni. Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista, autore di numerose riflessioni sul tema delle norme e dei valori fondanti, giuridici e non solo, e Claudio Magris, scrittore e germanista ritrovatosi negli ultimi anni tra le voci italiane più critiche proprio sui temi della giustizia, dei diritti e del loro stravolgimento, hanno dato vita in un sala gremita a un dialogo appassionato, a partire dall´ultimo lavoro di Zagrebelsky, Intorno alla legge. Il diritto come dimensione del vivere comune (Einaudi). Senza potere né volere evitare i riferimenti all´attualità, come quando si è affrontato il tema della riforma della Costituzione o del valore del lavoro, in trasparente polemica con il “liberismo” del ministro Renato Brunetta. Ecco il resoconto del loro scambio.
MAGRIS In un celebre dialogo tra Pericle e Alcibiade quest´ultimo interroga: che cos´è la legge? E Pericle risponde: la legge è la traduzione scritta di ciò che l´assemblea ha deciso. È davvero così? È soltanto la maggioranza a determinare le leggi?
ZAGREBELSKY No. La legge non può non basarsi su un tessuto comune, su idee condivise prima della formazione stessa del diritto. Se il diritto viene imposto con la forza, anch´esso diventa sopraffazione.
MAGRIS Occorrono dunque dei principi fondanti. Ma intorno a questi, che in un certo momento storico appaiono intoccabili, possono cadere i tabù. Qualcuno comincia a dire che la Costituzione italiana deve essere cambiata perché è cambiato il contesto storico che l´aveva determinata. Ma devono essere cancellati anche i suoi principi di base?
ZAGREBELSKY Il tema è attuale e ben noto. Qual è oggi il senso di ispirarsi a norme volute da forze politiche che non esistono più, in un contesto assai diverso dal nostro? La risposta è che esistono principi base che non possono essere toccati, e altri attuativi sui quali si può discutere. Non si può cambiare la Costituzione a ogni cambio di generazione perché questo genererebbe un´instabilità politica non desiderabile.
MAGRIS Non tutti sono d´accordo, però… E proprio sulla Costituzione è ormai battaglia aperta…
ZAGREBELSKY È così. Di recente qualcuno ha detto che il lavoro è una merce e che la Repubblica dovrebbe quindi fondarsi sul mercato del lavoro. Ma si può fondare la Costituzione su una merce? Il lavoro è, innanzi tutto, un elemento della dignità umana, che dovrebbe essere più importante di qualunque merce
MAGRIS Dunque è indispensabile difendere la Costituzione italiana, almeno nella sua parte fondativa?
ZAGREBELSKY Io credo di sì. Non è un caso che essa sia stata così spesso ripresa in altri testi fondamentali, a cominciare dalla Dichiarazione dei Diritti dell´Uomo delle Nazioni Unite, che è di dieci mesi più giovane. Essa si inserisce in un grande movimento politico e culturale che è ancora vivo e attuale. Intorno, di lato, a fianco, deve stare il dibattito politico e culturale, i temi che i Padri costituenti non poterono affrontare per la buona ragione che non si ponevano ancora, come ad esempio molte delle questioni di bioetica di cui si discute oggi.
MAGRIS In questo libro, tu rivaluti il sentimento, l´esistenza di sentimenti comuni su ciò che è giusto e soprattutto su ciò che è ingiusto e non può essere tollerato. Non si tratta di un´illusione? Non può accadere che ci siano persone che non condividono l´intollerabilità di certi atti, compresi i più efferati, come i crimini nazisti, l´uccisione di innocenti?
ZAGREBELSKY Rivalutare il “sentimento comune” in contrapposizione alla ragione ha il senso di riproporre un “universale umano”. La ragione è stata alla base di molte tragedie del secolo scorso: ad esempio all´origine del razzismo ci sono alcune idee apparentemente razionali. Perché un sentire universale umano possa esistere, e non rappresentare una mera illusione occorre un lavorio continuo, quel lavoro che fa della legge e del diritto qualcosa di vivo e di vero.
MAGRIS Non sono convinto della radicale distinzione tra sentimento e ragione. Il razzismo non è stato soltanto una teoria basata su fondamenti razionali, ancorché non condivisibili o distorti, ma un modo di sentire. Quando negli Stati Uniti caddero le norme che impedivano agli afroamericani di studiare nelle Università una parte della popolazione lo considerò illegittimo e dovette intervenire l´esercito. Condivido di più la distinzione tra principi e valori. Perché i principi sono da preferire?
ZAGREBELSKY Entrambi diffidiamo della parola “valori”, specie per come viene usata di questi tempi. Se io scrivo sul muro davanti a me che la pace è un valore, significa che è un obiettivo da perseguire con ogni mezzo. Se invece la pongo alle mie spalle come principio non potrò che perseguirla con strumenti pacifici.
MAGRIS Occorre che tutti siano persuasi che la legge è giusta? È davvero credibile che le regole che una società si dà possano essere condivise da tutti? E se non è così, come si tutela la minoranza, chi non è d´accordo con quella legge o quelle leggi?
ZAGREBELSKY Esiste un “diritto verticale”, imposto dall´alto verso il basso, che è tipico delle monarchie, del comando di uno solo, ed esiste un “diritto orizzontale”, che si forma poco alla volta, persuadendo un numero crescente di persone. Pensiamo all´eutanasia: se io parto dall´affermazione che la vita non può in nessun caso essere toccata perché “appartiene a Dio”, è chiaro che solo chi la pensa come me fin dall´inizio condividerà la legge che ne deriva, e lo stesso accadrà se affermo che “la vita è mia”, e dunque posso disporne come mi pare. Occorre trovare una terza strada, sulla quale i cittadini andranno persuadendosi nel tempo e per far questo i giuristi da soli non bastano.

Bonino allontana i cattolici dal Pd? Fioroni: «Non l'abbiamo candidata alla guida del paese», di Sara Bianchi

Giuseppe Fioroni non sembra turbato dagli attacchi di Avvenire al Pd, anche perché «il fatto che il giornale della Conferenza episcopale italiana si preoccupi di noi è un riconoscimento fondamentale per il ruolo che i cattolici svolgono nel centro sinistra». È la prima volta che questo si verifica dalla nascita del Pd, dice, e poi precisa di sottoscrivere «in pieno» le parole di Marco Tarquinio sull’incompatibilità tra dottrina sociale della chiesa e cultura radicale. Ma la candidatura alla Regione Lazio di Emma Bonino («chiamata a rispettare la pluralità di consensi nella colaizione») «non significa aver abdicato a una deriva radicale e neanche aver rinunciato a portare avanti propri progetti». «Non l’abbiamo mica candida al governo del Paese».

Ma al di là dell’addio di Paola Binetti, da cui sono partite le riflessioni di Avvenire, assicura Fioroni «la presenza dei cattolici nel Pd è molto significativa sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo». Piuttosto l’invito al mondo cattolico «nel suo complesso» è quello di riflettere «sulla mutazione genetica del Pdl e sulla progressiva irrilevanza dei cattiolici nel centro destra e nella compagine di governo». Fioroni pensa in particolare agli indirizzi del Carroccio sul tema dell’immigrazione e sollecita: «Non c’è da esprimere qualche preoccupazione a secondo dei dicasteri che alla Lega vengono assegnati?». E poi come mai, si domanda Fioroni, in questa fase di dibattito elettorale «il testamento biologico è diventato meno rilevante e sono stati più importanti il legittimo impedimento e la protezione civile Spa?». I temi di bioetica, in realtà, dice l’ex ministro «entrano ed escono nell’agenda dei governi, in base alla convenienza del periodo». È l'”allodolismo” (utilizzare il cattolicesimo come specchietto delle allodole, ndr). Metodo al quale noi, dice il presidente del Forum Welfare del Partito democratico, «non ci prestiamo». Insomma «l’impegno politico e la testimonianza delle nostre convinzioni e dei nostri valori sono fondamentali in quei momenti che riguardano la sala parto e la sala rianimazione, ma vogliamo anche occuparci di tutti gli 83 anni di vita media del cittadino italiano».

Riferendosi a a Paola Binetti ha citato il vecchio adagio: una rondine non fa primavera, non la fa quando arriva ma nemmeno quando se ne va. Fuor di metafora: l’addio dell’esponente teo-dem non avrà alcuna incidenza sui consensi del Pd…
I parlamentari cattolici che provengono dalla storia del Ppi prima e della Margherita poi sono circa 100. La Binetti è una cara collega, che è arrivata con l’esperienza di Francesco Rutelli e molti di coloro che sono venuti con lui ora se ne sono andati. Ma i popolari che sono stati fondatori della scelta di centro sinistra, a livello nazionale come nei territori, stanno convintamente nel Pd.

La Binetti è andata nell’Udc. Non temete la concorrenza di Casini?
No, non pensiamo che l’alleanza con l’Udc sia un pericolo, la consideriamo una scelta di fondo che va fatta. Anche perché, ed è cosa chiara, non appaltiamo all’Udc la ricerca dei consensi moderati e cattolici. Mi auguro piuttosto che per il futuro Casini sappia definire una propria posizione, superando la macchia di leopardo, quella che spesso viene chiamata la politica dei due forni. Perchè quella scelta appartiene a una vicenda superata. Ora occorre saper scegliere dove esistono le maggiori possibilità di condivisione e di operatività, in un Paese che non vuole il bipartitismo ma il bipolarismo.

Torniamo alle questioni interne al Pd, come procede il processo di mescolamento delle due anime del partito, ex Ds e ex Margherita?
Deve realizzarsi con tempi e procedure necessarie.

Cioè?
Abbiamo avviato un percorso per arrivare a sintesi avanzate e occorre che le culture originarie dei riformismi che hanno dato vita al Partito democrativo abbiano l’opportunità di confrontarsi, di non essere evanescenti, di non annacquarsi, perché solo da una pluralità di presenza culturali forti, radicate sul territorio, di riferimento per i settori vitali del paese, si può arrivare a quel percorso di sintesi polito-culturale più avanzata sul quale abbiamo scommesso.

Ma secondo lei oggi i cattolici in base a che cosa decidono il loro voto? Pesano ancora tanto le questioni etiche?
I cattolici come tutti i cittadini scelgono partendo da un presupposto: richiedono al politico non più di dare buoni consigli semplicemente perchè è capace solo di dare cattivi esempi. Gli italiani preferiscono alle parole i fatti. Penso alle nuove generazioni: i nostri ragazzi votano sulla base non di quello che diciamo ma di quello che facciamo. E siamo tutti terribilmente responsabili della nostra incapacità di testimonianza. I cattolici danno valore alle scelte etiche ma danno valore all’etica come aggettivo qualificativo della vita di un uomo. E poi votano anche e soprattutto per come si risolvono i problemi del lavoro, dell’occupazione, dell’ambiente, della casa, della famiglia, della crescita, dello sviluppo del Paese.
Il Sole 24 Ore 17.02.10

«Qualche idea per riformare la giustizia penale», di Vittorio Borraccetti

La crisi della giustizia penale in atto da molti anni presenta due aspetti. Da un lato, essa è crisi di funzionalità, efficacia, efficienza dell’intervento giudiziario e dipende in grandissima parte dalla cattiva politica legislativa e dal disinteresse, risalente negli anni, verso gli aspetti organizzativi. Dall’altro, è crisi di fiducia da parte dell’opinione pubblica nelle decisioni dei giudici, di credibilità dei magistrati nel rispondere alla domanda di giustizia.

Questa diminuita credibilità è conseguenza sia della carenza di efficienza, di cui i magistrati non sono i principali responsabili, sia dei comportamenti di alcuni magistrati, come talune decisioni sbagliate e non comprensibili o come gli episodi di scarcerazione di persone condannate dovuti a negligenza nella redazione tempestiva dei provvedimenti. Ma non si può negare che abbia avuto gran peso la campagna di delegittimazione e denigrazione ai danni dei magistrati che dura da decenni – raggiungendo negli ultimi anni una particolare violenza e intensità – e che ha la sua origine nella situazione conflittuale venutasi a creare con il sistema politico o, più esattamente, con una parte di esso.

Nonostante tutto ciò, nonostante le condizioni di grave difficoltà operativa degli uffici giudiziari e la diminuita credibilità, molti processi, importanti o meno, vengono quotidianamente portati a termine nelle aule di giustizia e numerosi sono stati in questi anni i risultati raggiunti, anche dal punto di vista giudiziario, nel contrasto alle forme più gravi di criminalità. Recentemente gli esponenti del governo hanno voluto evidenziare, rivendicandone il merito alla propria azione, il rilevante numero di latitanti appartenenti alle organizzazioni criminali arrestati e l’altrettanto rilevante quantità di beni confiscati alle organizzazioni criminali stesse. È vero che l’eccellente lavoro delle forze di polizia è conseguente anche a scelte operative, direttive e orientamenti del governo. Ma è il caso di ricordare che dietro quegli arresti e quelle confische c’è anche il consistente lavoro giudiziario di tanti magistrati, che hanno trasformato i risultati dell’attività delle forze di polizia in provvedimenti giudiziari, spesso molto complessi, al termine di procedimenti quasi sempre di non breve durata e di non facile svolgimento. Sarà bene ricordare che le decisioni dei giudici sono la necessaria premessa per catturare qualcuno e confiscarne i beni.

La crisi della giustizia penale è soprattutto connessa ai tempi lunghi che separano l’inizio delle indagini dalla conclusione del processo con la sentenza definitiva. Questa eccessiva durata, da una parte, espone al rischio del risultato nullo del processo (prescrizione), dall’altra, provoca l’enfasi su custodia cautelare e indagini (peraltro, un vizio antico). E infine, può produrre anche l’ingiustizia di una pena scontata molto tempo dopo il fatto. Anche a questo proposito, però, è bene avere le idee chiare sulla durata dei processi. I rilevamenti statistici compiuti in occasione della discussione sul disegno di legge riguardante il processo breve, sia pure approssimativi, hanno evidenziato che in realtà la grande maggioranza dei processi di primo grado si conclude nel termine di due anni dall’esercizio dell’azione penale (non dall’inizio del processo, dunque, ma dal momento in cui il pubblico ministero chiede il processo); il vero punto critico, invece, è rappresentato dal lasso di tempo che separa la conclusione del giudizio di primo grado dal giudizio di appello. Contrastare la lunga durata dei processi, che dipende dalle cause che di seguito si indicheranno, fissandone per legge la durata massima e stabilendo che decorso il termine finale tutto si annulli, non è però il rimedio. Anzi si tradurrà in un ulteriore effetto di ingiustizia nei confronti delle persone i cui interessi sono in gioco nel processo.

D’altra parte, se è vero che il tempo è connotato essenziale della decisione giusta, è anche vero che la brevità del processo non può diventarne la caratteristica essenziale e il valore primario. La durata del processo deve essere «ragionevole» recita l’articolo 111 della Costituzione, ma è soprattutto importante che esso sia equo, in questo senso «giusto» secondo i parametri della norma costituzionale citata. Ne consegue dunque, tra l’altro, che la scelta operata nel 1989 per un metodo processuale fondato sul contraddittorio nella formazione della prova (che è l’essenza del sistema accusatorio) non deve essere abbandonata bensì ribadita. Tutto quello che può rafforzarla assicurando nella fase processuale la parità delle armi tra accusa e difesa è condivisibile. A condizione che non si spaccino per garanzie formalismi inutili il cui scopo sia quello di dilazionare il più possibile la decisione.

Fatte queste considerazioni e tornando al tema della crisi, occorre interrogarsi su come uscire da essa, migliorare la funzionalità della giustizia e riacquistare la fiducia della pubblica opinione. Per individuare i rimedi bisogna avere chiare le cause della crisi, che sono molteplici e di diverso tipo. Si fornisce di seguito, in modo sintetico, un catalogo delle principali cause, in relazione alle quali appare urgente intervenire.

Innanzitutto vi è l’enorme estensione della legislazione penale, il che significa, in termini più semplici, un numero esagerato di reati e un ricorso eccessivo alla pena del carcere. Qualche anno fa si parlava di “diritto penale minimo”, vale a dire del ricorso alla sanzione penale solo per le condotte che mettessero a rischio i beni fondamentali della persona e della collettività, della sanzione penale come extrema ratio nella tutela dei beni, a cui fare ricorso solo se altre sanzioni si dimostrassero insufficienti. Nel periodo della bicamerale si prospettò addirittura l’introduzione nella Costituzione della riserva di codice per le leggi penali, nel senso di vincolare a interventi sistematici la produzione normativa penale evitando il continuo ricorso alla previsione di reati con leggi speciali. Nell’ultimo decennio la direzione è stata quella opposta, verso un ricorso continuo alla introduzione di nuove fattispecie penali, senza attenzione alla razionalità e coerenza del sistema. Nessun apparato giudiziario, per di più se caratterizzato dal principio di obbligatorietà dell’azione penale e da una concezione garantista del processo, può far fronte ad un numero così elevato di reati. Occorre dunque intraprendere seriamente la strada del contenimento del diritto penale, se non proprio del diritto penale minimo. A titolo di esempio, perché non pensare ad un intervento riformatore sui reati attribuiti alla competenza del giudice di pace? Si tratta di reati minori, legati prevalentemente alla conflittualità tra le persone, come ingiurie, minacce, lesioni non gravi, per i quali è previsto l’intervento del pubblico ministero, vale a dire degli uffici di procura, il rito del processo penale, sia pure con qualche semplificazione, la possibilità dell’appello e del ricorso per Cassazione. Perché non trasformare questi reati in illeciti di carattere civile dando alla persona offesa la possibilità di ricorrere al giudice civile (lo stesso giudice di pace), con procedura semplificata senza impegnare polizia giudiziaria e pubblico ministero?

È evidente come l’eccessiva estensione del diritto penale si rifletta poi sulla situazione del carcere, anch’essa oggetto da tempo di denunce e critiche per il sovraffollamento e le condizioni di vita dei detenuti. Invero, non si tratta solo di fare i conti con una legislazione penale troppo estesa, ma anche con l’eccessivo ricorso nella previsione della legge al carcere come sanzione, nonostante sia oggi disponibile nel sistema un insieme articolato di sanzioni diverse.

In secondo luogo, la legislazione processuale vigente appare priva di coerenza. Sull’impianto iniziale del codice di procedura penale del 1989, ispirato al sistema accusatorio ma con l’apporto di molte correzioni, si sono stratificate numerose modifiche sia per i ripetuti interventi iniziali della Corte costituzionale sia per le tante modifiche legislative, quasi sempre ispirate a logiche di emergenza o di eccezionalità ovvero a esigenze del momento riconducibili a specifiche vicende processuali. Il risultato è un sistema processuale in cui sono presenti molti formalismi senza una vera giustificazione di garanzia (come il duplice deposito degli atti previsto, in un breve arco di tempo, alla conclusione delle indagini preliminari nei processi in cui è contemplata l’udienza preliminare), una disciplina della notifica degli atti che favorisce il prodursi di nullità e relative eccezioni, l’assenza di norme che evitano la celebrazione di processi a carico degli imputati irreperibili, per citare alcuni degli aspetti che pregiudicano il decorso spedito del procedimento. Senza dimenticare un sistema delle impugnazioni che di fatto consente tre gradi di giudizio nel merito, senza distinguere in relazione al tipo di sanzione irrogata e senza filtri significativi sulle impugnazioni all’evidenza infondate.

Da altro punto di vista si deve ricordare che vi è stata nel corso degli anni, inoltre, la riduzione progressiva dello spazio di autonoma decisione del giudice in particolare in materia di misure cautelari e che si è pervenuti nel tempo ad una eccessiva estensione della competenza monocratica (del magistrato giudicante che decide da solo) a danno di quella collegiale, anche in questo caso in modo poco razionale perché vi sono reati con previsione di pena contenuta attribuiti alla competenza del giudice collegiale e reati puniti più gravemente attribuiti a quella del giudice monocratico. Una revisione che andasse nella direzione del ripristino della collegialità per i reati più gravi sarebbe auspicabile.

C’è infine da osservare come la disciplina processuale prescinda dal tipo di sanzione irrogabile, prevedendo sostanzialmente lo stesso percorso e tre gradi di giudizio tanto per l’ipotesi in cui la pena sia detentiva, quanto per l’ipotesi in cui la pena sia pecuniaria, mentre in questo secondo caso sarebbe ragionevole prevedere un iter semplificato e, allo stesso tempo, ridurre i gradi di impugnazione. È necessario e auspicabile, dunque, un intervento riformatore nel senso della semplificazione senza pregiudizio delle garanzie.

In terzo luogo, vi sono gli aspetti riguardanti l’organizzazione, il personale amministrativo, i beni strumentali. L’attività giudiziaria non è solo attività dei magistrati; essa infatti ha bisogno dell’apporto qualificato del personale amministrativo e di attenzione agli aspetti amministrativi, che precedono, accompagnano e seguono l’attività giurisdizionale in senso stretto. Valga per tutti l’esempio del funzionamento del casellario giudiziale, in cui si archiviano tutte le condanne definitive. Orbene, il ritardo, spesso di anni, nella iscrizione al casellario ha comportato che i soggetti condannati risultassero incensurati e potessero usufruire in caso di commissione di nuovi reati di benefici a cui non avrebbero avuto diritto. Invece di irrigidimenti normativi nel trattamento sanzionatorio sarebbe più utile curare la tempestiva iscrizione al casellario delle condanne definitive. Altro esempio: uno dei punti critici dell’attività processuale è costituito dalla notifica degli atti introduttivi del giudizio. Un consistente aiuto nella riduzione dei tempi del processo potrebbe essere fornito dal potenziamento del servizio degli ufficiali giudiziari oltre che dall’estensione del riscorso a mezzi tecnici quali la posta elettronica certificata. Sul piano dell’organizzazione e delle risorse, il punto critico è rappresentato dalla irrazionale distribuzione di magistrati e personale amministrativo sul territorio. Si tratta dell’annosa questione della revisione delle circoscrizioni giudiziarie.

L’attuale geografia giudiziaria, infatti, è caratterizzata da un numero elevato di uffici di piccole dimensioni e dall’esistenza di alcuni megauffici. Sarebbe opportuno ridisegnare tale geografia, riducendo il numero degli uffici e fornendo ad essi una dimensione media che consenta il buon utilizzo delle risorse umane e materiali disponibili. Non è possibile una diffusione degli uffici giudiziari di primo grado che assecondi i localismi. Né vale contrapporre l’esigenza che la giustizia sia vicina alla comunità civile nella sua dimensione più ridotta. A questo fine è stato introdotto ed esiste il giudice di pace, la cui circoscrizione è appunto caratterizzata dal riferimento alla comunità locale. Il tribunale ordinario, l’ufficio di primo grado, va invece definito in un ambito territoriale più vasto di quanto sia oggi la circoscrizione della gran parte degli uffici. In tempi di risorse finanziarie limitate, un intervento razionalizzatore di questo tipo è ancora più importante. In una fase di ristrettezze economiche non si possono semplicemente invocare e chiedere più personale e più strumenti materiali.

Tuttavia, vi sono interventi assolutamente necessari che si possono e si devono fare anche in tempi di scarsità di risorse. Innanzitutto, è urgente riqualificare il personale amministrativo e provvedere a nuove assunzioni, bloccate ormai da oltre dieci anni. Inoltre, va ultimata l’informatizzazione degli uffici assicurando gli investimenti necessari per lo sviluppo dei programmi e per l’assistenza sistemistica e applicativa. Priorità va data al completamento dell’informatizzazione del registro generale delle notizie di reato e all’introduzione generalizzata di programmi per la informatizzazione degli atti del procedimento, essenziale tra l’altro per rendere agevole e funzionale la formazione e il rilascio delle copie degli atti del procedimento, che assume estrema importanza nei vari passaggi degli atti tra gli uffici (proprio la mancanza tempestiva e completa della trasmissione degli atti al tribunale del riesame ha provocato in tempi recenti la scarcerazione di imputati per gravi reati con eco allarmata nell’opinione pubblica). Vanno poi sviluppati sistemi di trasmissione telematica degli atti.

Occorre, dunque, un progetto riformatore che investa gli aspetti fin qui sinteticamente accennati. Ma qualsiasi intervento riformatore deve conservare le caratteristiche positive del nostro sistema in relazione ai principi costituzionali in tema di giurisdizione e di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Non si può, infatti, pensare alla funzionalità ed efficienza del sistema giudiziario solo in termini di numero delle decisioni e del tempo in cui esse sono prese. Il sistema giudiziario nel suo complesso deve assicurare un alto grado di effettività nella tutela dei diritti e delle libertà delle persone e delle condizioni generali della convivenza tra le quali rileva la legalità.

Da questo punto di vista occorre mettere in guardia dal rischio di abbandono del principio di obbligatorietà dell’azione penale stabilito dall’articolo 112 della Costituzione. Se il problema è, come abbiamo visto, quello di un’eccessiva estensione della sanzione penale, il rimedio da perseguire è quello di ridurla. Se il diritto penale minimo può apparire un’utopia difficilmente realizzabile, si punti almeno a una riduzione dell’area del diritto penale abbandonando la tendenza a intervenire ripetutamente in materia per rispondere a esigenze contingenti e troppe volte per esigenze di propaganda politica e ricerca del consenso, come è stato con l’introduzione dell’ideologico e inutile reato di clandestinità. Se, poi, non si vuole consentire, giustamente, una eccessiva discrezionalità ai pubblici ministeri nella scelta dei reati da perseguire con priorità, si definiscano per legge i criteri, come si è fatto più volte in anni recenti in relazione ai procedimenti di vecchia data e dopo l’emanazione dell’ultimo indulto nel 2006. L’abbandono del principio di obbligatorietà, oltre a risolversi in una ferita al principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, aprirebbe il problema del soggetto a cui attribuire la scelta discrezionale se procedere o meno e rischierebbe in definitiva di privilegiare gli autori di reati di più difficile accertamento.

Discussa da anni è la questione della separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, diventata un obiettivo politico irrinunciabile dell’azione delle Camere penali e più in generale dell’avvocatura, vista come l’epilogo inevitabile della riforma dell’articolo 111 della Costituzione e come la conditio sine qua non per realizzare finalmente il giusto processo. Non si vogliono qui riproporre le ragioni contrarie della magistratura associata; si intende piuttosto richiamare una preoccupazione di tipo politico-istituzionale sulla sorte del pubblico ministero una volta separato dall’ordine giudiziario. Difficilmente, a meno che non venisse scritto chiaramente nella Costituzione, una magistratura requirente separata da quella giudicante rimarrebbe autonoma e indipendente e molto presto si porrebbe il problema di un suo controllo, che verosimilmente diverrebbe appannaggio del potere politico.

Inoltre, non è secondario chiedersi quale pubblico ministero si voglia. Se quello di oggi, a cui spettano la direzione e il coordinamento delle indagini della polizia giudiziaria, funzioni che garantiscono la libertà e l’autonomia delle indagini della stessa polizia giudiziaria rispetto anche ai vertici amministrativi dei corpi di polizia. Ovvero un pubblico ministero puro traduttore processuale dell’attività della polizia, privo di propria iniziativa, se non semplice avvocato dell’accusa. Se l’intervento riformatore vuol garantire anche per il futuro, più e meglio di quanto sia oggi, una giustizia penale che tuteli diritti e libertà delle persone assieme alla legalità come condizione della convivenza civile, non si può prescindere da un pubblico ministero indipendente, culturalmente formato come un giudice e dotato di iniziativa.
L’Unità 18.02.10

Corruzione, l'allarme della Corte dei conti "Nel 2009 le denunce aumentate del 229%"

La corruzione “è diventata un fenomeno di costume”, una “patologia grave” che nel 2009 ha fatto registrare un aumento di denunce alla Guardia di finanza del 229% rispetto all’anno precedente, nonché un incremento del 153% per fatti di concussione. E’ la denuncia del procuratore generale e del presidente della Corte dei Conti, Mario Ristuccia e Tullio Lazzaro, in occasione della cerimonia di apertura dell’anno giudiziario. Contro queste condotte illecite individuali, le pubbliche amministrazioni “troppo spesso” non attivano i necessari “anticorpi interni”. “Il Codice penale – sottolinea Lazzaro – non basta più, la denuncia non basta più. Ci vuole un ritorno all’etica da parte di tutti. Che io, purtroppo, non vedo”. Lazzaro, nel corso della conferenza stampa che è seguita alla cerimonia, ha poi precisato che “Non esiste nessun buco di bilancio Inteso come tale. C’è una scarsa correttezza contabile nello scrivere le cifre, ma assolutamente non esiste nessun buco come denaro pubblico”.

Sulla Protezione Civile. A questo proposito “ci dovrebbe essere un controllo reale – ha detto Lazzaro – non solo politico”. Secondo il presidente della Corte dei Conti “dove c’è controllo c’è trasparenza” e questo, sia nell’interesse del cittadino, che della politica. Per legge, ha poi spiegato Lazzaro, “non c’è un controllo della Corte sulle ordinanze della Protezione Civile. La Corte – ha precisato – può fare accertamenti sulla gestione, ma il nostro controllo reale su quelle ordinanze, per legge è escluso”. Dove può intervenire la Corte – ha concluso – è “una scelta del Parlamento”.

Mancano gli anticorpi nella P.A. – La corruzione – rileva il pg Ristuccia nella sua relazione – dilaga nella pubblica amministrazione: il Ministero dell’Interno, i Comandi dei Carabinieri e della Gdf, nel solo periodo gennaio-novembre 2009 hanno denunciato 221 reati di corruzione, 219 di concussione e 1714 reati di abuso di ufficio, con un vertiginoso incremento rispetto all’anno precedente. E’ poi assai “grave” – aggiunge il presidente Lazzaro – la mancanza di “anticorpi” nella P.A. contro le condotte illecite individuali che causano “offuscamento dell’immagine dello Stato” e “flessione della fiducia che la collettività ripone nelle amministrazioni e nelle stesse istituzioni del Paese”. “Se le pervicaci resistenze che questa patologia sembra opporre a qualsiasi intervento volto ad assicurare la trasparenza e l’integrità nelle amministrazioni possono dirsi essere una sorta di ‘ombra’ o di ‘nebbia’ che sovrasta e avvolge il tessuto più vitale operoso del Paese, non si può fare a meno di notare – sottolinea il presidente – che l’oscuramento resta tuttora grave, non accenna neppure a dissolversi o a flettere nella sua intensità”.

Toscana, la regione meno virtuosa. Dalla relazione del pg, inoltre, emerge che la Toscana – dove in sede penale la procura di Firenze sta indagando sugli appalti del G8 – è in testa alla classifica delle regioni in cui la Corte dei Conti ha emesso il maggior numero di citazioni in giudizio per danno erariale: sono 21 (su un totale nazionale di 92), mentre a seguire ci sono Lombardia (18), Puglia (11) Sicilia (10), Umbria (7), Piemonte (7), Trento (5), Calabria (4), Lazio (3) Abruzzo (2) Emilia Romagna (2) Friuli Venezia Giulia (1), Liguria (1).

Troppe le opere pubbliche non completate. Aumenta il fenomeno delle opere pubbliche “progettate e non appaltate, ovvero non completate o inutilizzabili per scorretta esecuzione”. Lo ha detto il procuratore generale della Corte dei Conti, Mario Ristuccia. “Le cause di questo fenomeno – spiega – che determina un ingente spreco di risorse pubbliche, sono molteplici e da annoverare nella carenza di programmazione, eccessiva frammentazione dei centri decisionali, complessità delle procedure di progettazione, dilatazione dei tempi di esecuzione imputabili alle imprese committenti ed alle amministrazioni aggiudicatrici, carenti per inadeguatezze nei controlli tecnici e amministrativi”.

Ammende per 15 milioni. Per la Corte “le patologie maggiormente ricorrenti negli appalti pubblici di opere, beni e servizi sono rappresentate da quelle iniziative volte alla realizzazione di un’opera pubblica senza una preventiva accurata verifica della sua concreta esiguibilità economica, tecnica, logistica, l’assenza o la superficialità in tali casi di un’analisi di fattibilità sono le cause del sorgere, in corso d’opera, di difficoltà di esecuzione e del conseguente fallimento dell’opera o del servizio appaltati, rendendosi così vano il dispendio di risorse finanziarie nel frattempo utilizzate”. In tutto, circa 15 milioni le ammende inflitte nel 2009 per danni erariali derivanti da attività contrattuale in Italia. Lo scorso anno le sezioni centrali e regionali hanno emesso 46 sentenze per danno erariale derivante da attività contrattuale svolta dalle amministrazioni pubbliche, delle quali 29 sfociate nella condanna dei chiamati in giudizio per un importo complessivo pari a 14.858.718 euro.

Norme superate. Il presidente Tullio Lazzaro, nel suo discorso di apertura dell’anno giudiziario dei magistrati contabili ha aggiunto: “Occorre provvedere con urgenza alla riforma della procedura per i giudizi davanti alla Corte dei Conti”. Pur dando atto della “grandissima importanza” di alcune riforme contenute nella legge-Brunetta sulla Pubblica Amministrazione, Lazzaro ritiene che l’attuale procedura che regola i giudizi contabili sia “disciplinata da norme ormai del tutto superate e inadeguate” e che dunque “possono lasciare ampio spazio a interpretazioni pretorie”, cioè fondate su una ricostruzione del giudice e non su regole certe.

Il Pm contabile è diverso da quello penale. Lazzaro chiede, in particolare, una “attenta riflessione” sia sulle funzioni del Pm contabile, sia sulle attività di controllo e consultive della Corte dei Conti. Il Pm contabile – osserva – è una “figura ontologicamente e giuridicamente diversa dal Pm penale” per cui la riflessione sul suo ruolo è “tanto più necessaria ed urgente nel momento in cui il Parlamento è investito dell’esame di riforme del sistema giustizia”. Quanto invece all’azione consultiva e di controllo, occorre una “esigenza di certezza” nell’interpretazione delle norme e nella valutazione di comportamenti. In particolare, il controllo “può essere un’arma forte contro i fenomeni delinquenziali nel campo della finanza pubblica”, e dunque è “logico” che “possa, potenzialmente, abbracciare ogni centro di spesa o di entrata”, tanto più che recenti sentenze della Corte costituzionale hanno riconosciuto alla magistratura contabile “compiti di coordinamento della finanza pubblica”, e tanto più in vista dell’evolversi dello Stato verso un assetto di tipo federale.

In vista del federalismo fiscale. La Corte dei Conti “sarà inevitabilmente sempre più coinvolta nell’attuazione dell’applicazione del disegno di federalismo fiscale” che però, per essere tradotto in fatti concreti, “avrà bisogno di un’innovazione altrettanto forte della governace dell’Istituto e della linee di azione del Consiglio di presidenza” della magistratura contabile. Lazzaro ha auspicato anche un rafforzamento dei poteri del vertice della magistratura di Viale Mazzini, ulteriore rispetto a quello già ora contestato dal sindacato delle ‘toghe’ della Corte dei Conti.

Troppa ideologia tra i giudici. Nel suo discorso inaugurale dell’anno giudiziario, il presidente ritiene che meno di 500 magistrati contabili, un numero assai inferiore delle ‘toghe’ ordinarie, non potranno che “rendere molto più facile individuare e condividere gli obiettivi e i metodi” per il migliore esercizio delle funzioni della Corte. Ma subito dopo aggiunge, con una stoccata, che “ciò sarebbe del tutto logico se ci si muovesse su direttrici avulse da preconcetti o da posizioni ideologiche, ma l’affidarsi solo al raziocinio e al senso di equilibrio istituzionale che in un tempo lontano era quasi un prerequisito per l’essere magistrati, oggi sembra divenuta merce rara”. La Corte dei Conti, conclude Lazzaro, è un istituto “ausiliario del Parlamento e del Governo”, quindi deve essere “utile ai supremi organi dello Stato”. Ed è per questo che “ciascun magistrato, prima di compiere qualsiasi attività, deve chiedersi se essa sia, non solo conforme alla legge, ma effettivamente utile”.

Il Corriere della Sera 17.02.10

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Corte dei Conti: corruzione, patologia tuttora molto grave
La corruzione è una «patologia» che «resta tuttora grave» e che, anzi, nel 2009 ha fatto registrare un aumento di denunce alla Guardia di Finanza del 229% rispetto all’anno precedente, cui si aggiunge un incremento del 153% per fatti di concussione. Rispetto a queste condotte illecite individuali, le pubbliche amministrazioni «troppo spesso» non attivano i necessari «anticorpi interni». È la denuncia del procuratore generale e del presidente della Corte dei Conti, Mario Ristuccia e Tullio Lazzaro, in occasione della cerimonia di apertura dell’anno giudiziario.

La corruzione – rileva il pg Ristuccia nella sua relazione – dilaga nella pubblica amministrazione: il Ministero dell’Interno, i comandi dei Carabinieri e della Gdf, nel solo periodo gennaio-novembre 2009 hanno denunciato 221 reati di corruzione, 219 di concussione e 1714 reati di abuso di ufficio, con un vertiginoso incremento rispetto all’anno precedente. È poi assai «grave» – aggiunge il presidente Lazzaro – la mancanza di «anticorpi» nella Pa contro le condotte illecite individuali che causano
«offuscamento dell’immagine dello Stato» e «flessione della fiducia che la collettività ripone nelle amministrazioni e nelle stesse istituzioni del Paese».

«Se le pervicaci resistenze che questa patologia sembra opporre a qualsiasi intervento volto ad assicurare la trasparenza e l’integrità nelle amministrazioni possono dirsi essere una sorta di ‘ombrà o di ‘nebbià che sovrasta e avvolge il tessuto più vitale operoso del Paese, non si può fare a meno di notare – sottolinea il presidente – che l’oscuramento resta tuttora grave, non accenna neppure a dissolversi o a flettere nella sua intensità ispessita». Dalla relazione del pg, inoltre, emerge che è la Toscana – dove in sede penale la procura di Firenze sta indagando sugli appalti del G8 – in testa alla classifica delle regioni in cui
la Corte dei Conti ha emesso il maggior numero di citazioni in giudizio per danno erariale: sono 21 (su un totale nazionale di
92), mentre a seguire ci sono Lombardia (18), Puglia (11) Sicilia (10), Umbria (7), Piemonte (7), Trento (5), Calabria (4), Lazio (3) Abruzzo (2) Emilia Romagna (2) Friuli Venezia Giulia (1), Liguria (1).

Seppure i dati sul dilagare della corruzione siano disomogenei perchè provenienti da fonti diverse e dunque difficilmente confrontabili, non c’è dubbio – fa notare il pg della Corte dei Conti Mario Ristuccia – che un incremento ci sia stato. I maggiori illeciti contro la Pubblica amministrazione rilevati da Servizio anticorruzione e trasparenza del dicastero del ministro Brunetta indicano come territori più a rischio quelli in cui «maggiori sono le opportunità criminali in considerazione del Pil pubblico più
elevato, delle transazioni a rischio quantitativamente più numerose e del maggior numero di dipendenti pubblici», come ad
esempio Lombardia, Sicilia, Lazio e Puglia. Nel 2009, su 1.077 sentenze di condanna in primo grado della Corte dei Conti (per
un totale di circa 246milioni di euro di importo), 126 (vale a dire l’11,7%) hanno riguardato casi di corruzione, surclassati solo da danni nella gestione del personale (155 condanne, 14,4%), danni al patrimonio mobiliare e immobiliare (152, 14,2%) illeciti nelle entrate (150, 13,9%).

L’Unità 17.02.10

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“L´anno boom della corruzione Corte dei conti: casi triplicati”, di ROBERTO PETRINI

“Manca il senso etico, i carabinieri non possono bastare” I casi documentati di malversazione hanno fatto perdere 70 milioni alle casse dello Stato
La denuncia della Corte dei Conti arriva con una sorprendente coincidenza di calendario: esattamente 18 anni fa, il 17 febbraio del 1992 scoppiava Tangentopoli. E ad ascoltare le parole e a scorrere le cifre fornite dalla magistratura contabile, ieri in occasione dell´inaugurazione dell´anno giudiziario, svolta alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, le cose non sono cambiate di molto.
Il tasso di malversazione del paese viene riassunto dalla Corte dei conti con due dati allarmanti: le denunce per fatti di corruzione nel 2009 sono triplicate, segnando un aumento del 229 per cento; le concussioni sono aumentate del 153 per cento. Tutto ciò ha fatto perdere alle casse dello Stato circa 70 milioni.
Le parole cui ha fatto ricorso il presidente della Corte dei Conti Tullio Lazzaro per descrivere il fenomeno hanno un tono aspro e cupo: la corruzione – ha detto – è un «tumore maligno», una «patologia grave». «L´ombra delle tangenti in Italia non accenna ancora a dissolversi», ha aggiunto. E´ un fenomeno fatto soprattutto di «piccoli episodi a diffusione capillare». Le cause? Da far cadere le braccia: «Manca il senso etico» e nella pubblica amministrazione, ha osservato Lazzaro, fanno difetto «gli anticorpi». Se non si recuperano queste qualità, ha puntualizzato l´alto magistrato, «i Carabinieri non bastano».
Che fa la Corte dei Conti? Controlla, denuncia, quando può contrasta. Ma dalle parole del nuovo procuratore generale Mario Ristuccia sono emerse anche norme che hanno provocato un «oggettivo ridimensionamento dell´iniziativa del pm contabile» e rischiano di far cadere nella nullità molti processi in corso. Il riferimento è al decreto anticrisi dello scorso anno che ha limitato l´azione dei procuratori della Corte dei conti i quali non potranno più fare indagini a 360 gradi ma dovranno muoversi solo su «specifiche e concrete notizie di reato». L´altra norma che fa discutere è quella che impedisce alla magistratura contabile di fare azioni di responsabilità su amministratori che hanno provocato danno all´immagine delle strutture pubbliche, se non sussiste anche un reato penale.
Ma a limitare l´azione della Corte c´è anche il tentativo di bypassare le sue funzioni di verifica: le «ordinanze», strumento giuridico al centro delle polemiche per l´eccessivo utilizzo da parte della Protezione civile, sono «fuori del controllo della Corte dei Conti», ha dichiarato Lazzaro.
C´è una nuova Tangentopoli? Il centrodestra, con Bossi, lo nega: «Non la vedo, solo qualcuno che ha sbandato», ha commentato il Senatur. Ma dal centrosinistra partono bordate: «Le inchieste che hanno coinvolto amministratori pubblici arrestati per aver incassato tangenti pongono al paese una nuova questione morale», ha detto Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd. Il giudizio «tecnico» di Di Pietro è che «tangentopoli si è ingegnerizzata» ovvero è diventata scientifica. D´accordo anche Casini: «La questione morale esiste ed è un macigno».
Il discorso del presidente della Corte dei Conti è piaciuto al ministro della Giustizia Angelino Alfano, che ha lodato le «parole di coraggio e per certi versi anche di anticonformismo». Per il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta la pubblica amministrazione «sta reagendo, e lo si vede dall´incremento dei casi denunciati».
La Repubblica 18.02.10

Contro la deforma Gelmini andremo alla Consulta

La cosa, per ora, funziona così. Accompagni tuo figlio ad iscriversi alla scuola superiore, ma che cosa studierà, cosa gli insegneranno, non lo sai. Sai però che le ore di lezione, a meno che non sia un liceale in erba, gli saranno ridotte. È la nuova scuola superiore disegnata da Tremonti e Gelmini. «E non chiamatela riforma, per piacere», avvertono gli insegnanti. Qualcuno suggerisce di chiamarla «deforma ». Qualcuno burocraticamente «riordino». Rossella Zamparini, insegnante di matematica, dal suo osservatorio di frontiera, l’Iiss Von Neumann, «la scuola più complessa di Roma» (due sedi nella periferia di San Basilio, una terza nel carcere di Rebibbia), la vede così: «La distruzione della scuola pubblica è iniziata, i nostri ragazzi sono stati stati premiati in Cina per i progetti sulla robotica, ma l’insegnante che li ha seguiti con questa riforma rischia di perdere il lavoro, come molti insegnanti tecnico-pratici, dicono “più matematica” e poi scopro che il prossimo anno la mia materia verrà tagliata del 30 per cento ». E ragiona: «Noi a San Basilio i ragazzi li andiamo a prendere casa per casa, saremo in contatto con almeno 800 famiglie, dobbiamo coinvolgere anche loro». Assemblea pubblica della Cgil Flc, ieri mattina, nella Sala delle Carte geografiche, a Roma. Si prepara lo sciopero della scuola del 12 marzo. Gli insegnanti arrivano da tutta Italia, da Bari, da Venezia, da Napoli. Mettono insieme un cahier de doléances, che dovrebbe chiamare in piazza tutti, non solo chi nella scuola lavora.O almeno convincere il governo a rinviare di un anno l’attuazione della riforma piovuta sulle scuole superiori, senza nemmeno i regolamenti attuativi. «Dobbiamo fermarli », dicono il segretario generale della Cgil Flc, Domenico Pantaleo, e la segretaria nazionale Maria Brigida. «Gli esuberi saranno 26mila, solo per gli insegnanti» (il 23 è fissato l’incontro sugli organici al ministero). «Le scuole non ha i soldi nemmeno per i corsi di recupero: vantano credi di 1miliardi e 600mila euro». Quanto alla riforma: «Arriveremo anche alla Corte Costituzionale se serve, perché c’è un problema di uguaglianza tra gli studenti dei licei e gli altri che si vedranno ridurre le ore di lezione da 36 a 32». In prima fila, a sentire, Giovanni Bachelet, Francesca Puglisi, del Pd, Loredana Fraleone, Prc, Bergonzi, Pdci, Simonetta Salacone, SeL. Danilo Prosdoci insegna in provincia di Venezia, nelle scuole professionali e, per paradosso, è uno di quegli insegnanti tecnico-pratici di cui la scuola secondo la riforma Tremonti- Gelmini potrà fare a meno. «Ho uno scatolone di titoli, la mia professionalità è stata riconosciuta dalla Microsoft, ma per la scuola sono un lavoratore ad esaurimento e a 52anni nonvoglio nemmeno sapere cosa significa». Eppure: «Quando escono dalle nostre scuole ai ragazzi chiedono: cosa sai fare? Io invece adesso di fronte ai tagli della riforma mi chiedo: con tre ore a settimana cosa gli insegnerò?». Il tam tam in molte scuole è già partito. «Noi abbiamo scritto una lettera al ministro e abbiamo chiesto alle famiglie di firmarla: 1200 firme e molti nel nostro territorio hanno votato questa maggioranza che ci governa», racconta Mirella Alcamone, del liceo Anco Marzio di Ostia. «Abbiamo bisogno di un sistema di istruzione che sappia promuovere i più deboli e che non separi i forti dai deboli a quattordici anni», è il grido di aiuto di Pina Bonaiuto, preside di istituto professionale a Nola: «L’istituto alberghiero della nostra zona vanta 700mila euro di credito dallo Stato e non sa nemmeno se li avrà restituiti »
L’Unità 18.02.10