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"Se l´Italia perde il sogno della convivenza", di Gad Lerner

Gli scontri di Milano hanno mostrato le difficoltà d´integrazione nel nostro Paese. Ma altrove le cose funzionano diversamente. A Milano le imprese registrate alla Camera di Commercio con titolari immigrati costituiscono parte insostituibile del tessuto produttivo Per la Costantinopoli ottomana come per la New York di oggi la presenza di popolazioni diverse è stata fonte di ricchezza e sviluppo. Per secoli Costantinopoli, l´odierna Istanbul, fu al tempo stesso la più grande città turca, greca, armena, curda, ebraica, romena del Mediterraneo. Era la New York del suo tempo, la capitale del mondo (ammesso che possiamo permetterci il lusso, allora come oggi, di escludere la Cina). Grazie a questa straordinaria peculiarità multietnica la metropoli plurale cresciuta sul Bosforo, al confine tra Europa e Asia, prosperava senza paragoni possibili con gli altri centri urbani europei: Parigi e Londra apparivano borghi trascurabili al suo cospetto.
Prima che sopraggiungesse l´epoca dei nazionalismi, contrassegnata da genocidi, trapianti di popolazione e pulizie etniche, la città-mosaico aveva rappresentato il più potente fattore di sviluppo economico e culturale lungo tutta la sponda sud del Mediterraneo: furono multietniche fino a non molto tempo fa Salonicco, Smirne, Antiochia, Aleppo, Haifa, Alessandria d´Egitto, Algeri, Orano, successivamente ridotte con la forza a innaturale omogeneità. È banale constatare come la brutale cancellazione dell´esperienza urbana levantina, nel giro di pochi decenni del secolo scorso, abbia contribuito decisivamente al declino delle regioni mediterranee interessate. La Istanbul monoetnica di oggi resta una grande città ma non è più una capitale. Un senso di vuoto, di mutilazione subita, infonde sentimenti di rimpianto e nostalgia nelle altre città che furono plurali e oggi sono ridotte al rango di province arretrate.
E prima ancora, l´equazione multietnicità uguale progresso era stata confermata dalla nuova potenza mondiale: gli Stati Uniti d´America, un nuovo impero generato dall´incontro fra comunità migranti. Tuttora, per fare un solo esempio, New York ha una popolazione ebraica numericamente superiore alla somma di Tel Aviv e Gerusalemme. Mentre l´estirpazione della presenza ebraica dall´est Europa può essere annoverata tra le cause del suo impoverimento.
Magari bastasse la consapevolezza storica per convincere i popoli. Le recenti contrapposizioni ideologiche su un concetto astratto come il multiculturalismo segnalano dunque come sia difficile per le leadership politiche e culturali misurarsi con il fallimento di un´illusione: far coincidere semplicemente, sulla carta geografica, gli Stati con le nazioni.
Quando un leader che è anche imprenditore globale come Berlusconi (con soci arabi e interessi sparsi oltreconfine) proclama di battersi “contro la società multietnica”, denota l´urgenza opportunistica di assecondare una spinta difensiva anacronistica lontana dal suo linguaggio originario: il format televisivo commerciale, apolide per definizione. Quando protesta contro il fatto che a passeggio nel centro di Milano s´incontrano troppi africani, nega l´abc della nuova metropoli europea di cui anche lui è figlio. Quasi mai la città multietnica è il prodotto di una politica abitativa consapevole, pianificata. Perché i flussi migratori possono essere regolati da governi responsabili, ma ben difficilmente pianificati. Accade così, con il senno di poi, che le diverse visioni culturali e soprattutto le convenienze politiche diano luogo a teorie dell´integrazione o del rifiuto che solo a parole rivendicano la dignità di un progetto.
I due “modelli” alternativi di integrazione spesso contrapposti sono oggi in Europa il “modello repubblicano francese” e il “modello comunitarista britannico”. La Francia, erede di una concezione rivoluzionaria della cittadinanza fondata sui diritti, e quindi disgiunta dal vincolo di sangue della nazionalità, ha perseguito una pedagogia delle regole che trasformi gli immigrati in concittadini su base laica. Ciò non ha impedito la formazione di agglomerati urbani separati, di problematica integrazione. Ma finora le rivolte delle banlieu, seppure violente, hanno visto prevalere la dimensione sociale e semmai criminale rispetto a quella religiosa integralista. Viceversa la storia coloniale dell´impero britannico ha favorito nel Regno Unito la crescita di vere e proprie comunità immigrate a sé stanti, dotate di leadership separate anche nell´elaborazione di codici morali e di cittadinanza, finendo per costituire entità in comunicanti. Perfino corpi estranei, talvolta “nemici interni”.
In diverse città italiane (Torino e Genova al nord, Palermo e Catania al sud) l´occupazione di vaste porzioni di centro storico da parte delle comunità immigrate è stata parzialmente gestita nel tempo con un´affannosa rincorsa di integrazione spontanea, affidata soprattutto alla scuola e al volontariato sociale, oltre che all´azione preventiva e repressiva delle forze di polizia. Diverso è il caso di Milano, governata ormai da decenni da amministrazioni di destra che rifiutano ideologicamente la nuova dimensione multietnica. Ciò naturalmente non ha frenato la vitalità dei nuovi cittadini milanesi immigrati, le cui imprese registrate presso la Camera di Commercio ormai detengono una quota di ricchezza irrinunciabile per l´economia metropolitana; senza contare la quota dell´economia illegale e della malavita. Il risultato è che la nuova forza economica degli immigrati, rifiutata a parole e boicottata con normative anacronistiche, spontaneamente cerca luoghi di residenza e d´investimento che aggirino l´ostacolo.
Fu così per la prima “casbah” di Porta Venezia, oggi non solo bonificata ma arricchita grazie alla sua nuova dimensione multietnica. È toccato poi alla non distante arteria commerciale di via Padova di divenire il ricettacolo di subaffitti senza regole e di vendite d´appartamenti e negozi alla spicciolata, con prezzi in costante ribasso.
Il laissez faire di chi rifiutava ogni pianificazione perché elettoralmente gli conveniva proclamare “no allo straniero”, di certo non era in grado di bloccare la metamorfosi in atto. Ma ha causato un´identificazione fra città multietnica e degrado che stride con la storia della civiltà.
La Repubblica 18.02.10

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“Gli immigrati senza voce. L’assenza di rappresentanza”, di Pap Khouma

Quando nel 2007 fu organizzato un grande convegno sull´integrazione, arrivarono politici ed esperti da tutta Italia e da tutto il mondo per analizzare il problema: ma non furono invitati stranieri residenti qui
Non vengono mai coinvolti, nemmeno nei quartieri

Non c´è solo via Padova. Zone simili si trovano anche nel resto della Lombardia. In alcune la convivenza non pone delle difficoltà, in altre ritroviamo dei ghetti degradati e intenzionalmente trascurati dalle amministrazioni locali, dove sono concentrate le classi più povere della società. Ci scandalizziamo soltanto quando succede il peggio.
Non sembrano invece interessare quelle trasformazioni del Paese che vedono gli immigrati essere protagonisti silenziosi di soluzioni di spontanea integrazione.
A Milano, alla fine degli anni Novanta tanti negozi di quartieri periferici stavano chiudendo. La giunta comunale guidata dal Sindaco Albertini prometteva un incentivo ai negozianti che tornavano a investire in quei quartieri. L´iniziativa del sindaco era reclamizzata dai mezzi di comunicazione e da molti manifesti. All´epoca, la città di Milano stava cambiando e viveva una delle sue tante metamorfosi. Questa era collegata all´aumento di famiglie di residenti stranieri, che andavano ad abitare in periferia. Ebbene: gli immigrati, senza pretendere gli incentivi comunali, hanno progressivamente riaperto o ripreso dei punti vendita abbandonati o in difficoltà. Nella maggior parte dei casi li hanno convertiti in negozi di prodotti etnici. Nello stesso periodo tante scuole rischiavano di essere soppresse a causa del calo demografico. I ricongiungimenti famigliari e di conseguenza le nascite di figli d´immigrati hanno risolto parzialmente il problema. Ma la forte presenza di stranieri in alcuni quartieri e nelle scuole ha spinto tante famiglie di italiani a cambiare zona di residenza.
Tutte le grandi città del mondo, dove si sono verificati dei flussi migratori, hanno dovuto vivere e anche cercare di risolvere con equilibrio dei problemi ancora più difficili, dando voce – e in parecchi casi anche il diritto di voto – agli immigrati.
In Italia sono presenti milioni di immigrati: sono residenti legalmente e regolarmente pagano le tasse. Ma non hanno voce. Le loro strutture organizzative sono emarginate persino quando sono in ballo le tematiche legate al futuro delle loro famiglie. Gli immigrati devono almeno aver il diritto di decidere nei quartieri dove vivono e dove producono benessere e cultura.
Il 21 e 22 settembre 2007, il ministero dell´interno del governo di Romano Prodi e l´Associazione Nazionale dei Comuni d´Italia avevano organizzato a Firenze la prima conferenza sull´integrazione degli stranieri.
Erano intervenuti rappresentanti delle amministratori locali e regionali, ministri, sindacalisti, datori di lavoro, esponenti di organizzazioni nazionali e internazionali impegnate nel settore dell´immigrazione. C´erano tanti esperti stranieri arrivati da Francia, Germania, Olanda, Inghilterra. C´erano circa cinquanta relatori. Ma neanche un immigrato residente in Italia era stato invitato.
Questo si chiama “noncuranza” o “disprezzo”. Ed è indice di una sfiducia assoluta e ben radicata nella possibilità di riconoscere l´immigrato come referente e non solo come eterno ospite. Le soluzioni non si trovano nella contrapposizione di posizioni politiche a livello nazionale e locale. L´immigrazione non solo è una realtà innegabile ma è una realtà che evolve e va innanzitutto conosciuta.
Il 1 marzo 2010 (per informazioni c´è il sito www. primomarzo2010. it) vari comitati di immigrati hanno organizzato a livello nazionale una giornata di protesta pacifica, per far sentire la propria voce, chiedere un po´ di rispetto. Sperando di essere ascoltati.
La Repubblica 18.02.10

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“Diseguaglianza. La rabbia dei deboli”, Intervista alla sociologa Saskia Sassen di Leonetta Bentivoglio

La diseguaglianza non consiste solamente nell´avere meno soldi. Ma anche nell´essere espulsi, cacciati, respinti proprio fisicamente dalle zone più ricche, più belle, più eleganti delle città

Per ripensare l´identità di Milano e districare quell´accumularsi di tensioni che ne stanno modificando il volto, può essere utile l´idea di «città globale» elaborata da Saskia Sassen? «Per molti versi sì», replica la sociologa statunitense, e sottolinea la peculiarità di un conflitto «sviluppatosi all´interno della popolazione di immigrati», aggiungendo che gli scontri «rappresentano la forma estrema di un vecchio fenomeno: quello per cui i gruppi più deboli, in una società, scatenano una forte aggressività reciproca essendo per loro inaccessibili i livelli del potere».
Esperta di processi transnazionali, Saskia Sassen è autrice di lavori che hanno stabilito nuovi quadri metodologici nelle definizione di città come elemento strategico dell´economia globale: da Le città globali (Utet) fino a Territorio, autorità, diritti (Bruno Mondadori), che nello stravolgimento dell´accezione tradizionale di quei tre concetti identifica il motore della trasformazione epocale.
Le sue analisi sull´ineguaglianza derivante dalla globalizzazione possono applicarsi ai fatti di Milano?
«Certo. L´ineguaglianza dilaga da tempo nelle città, ma quella emersa negli ultimi anni Ottanta, e che si sta mostrando in crescita continua, è di genere diverso. In passato gli abitanti più poveri delle città, pur se discriminati, potevano sentire che era quello il loro luogo. Invece oggi il quesito centrale degli emarginati è: a chi appartiene questa città? L´ineguaglianza non consiste solo nella miseria, ma nell´essere espulsi, cacciati, respinti fisicamente dalle zone più belle, ricche ed eleganti della città».
Quando definisce i conflitti tra immigrati un fenomeno “vecchio”, a cosa si riferisce?
«A quanto è accaduto a New York negli anni Ottanta e Novanta: vi si sono insediate le nuove comunità latino-americane scontrandosi coi portoricani e altri gruppi ispanici radicati da tempo. Lo si è visto pure all´interno della comunità nera, quando sono arrivati gli haitiani e gli immigrati dei Caraibi. Ciò che si scatenerà in modo sempre più violento sarà una sorta di nazionalismo “sotterraneo” tra i vari gruppi di immigrati. Sto scrivendo un nuovo libro, Città e Nuove Guerre, dove espongo quelle che secondo me sono le cause di questo scenario di ineguaglianze ed espulsioni: la città perde la sua facoltà di trasformare la conflittualità in civiltà, che è stata una delle capacità sviluppate dalla città tanto nel tempo della storia quanto nello spazio del pianeta».
Quali sono i modi più opportuni e sperimentati per arginare le esplosioni di violenza nelle città globali?
«Difficile rispondere. Molte città globali, apparentemente, sono riuscite a controllare l´ineguaglianza e la violenza che ne risulta, ma il più delle volte è stato fatto tramite la repressione. Oggi a New York ci sono trecentomila immigrati in carcere in attesa di processo: li si imprigiona senza sapere neppure se sono colpevoli di qualcosa! E al di sotto delle immagini luccicanti di Dubai, c´è un intero mondo di immigrati che lavorano in condizioni di vergognoso sfruttamento. L´unica cosa che si può fare è adoperarsi intensamente per una vera integrazione».
La Repubblica 18.02.10

"Chi serve lo Stato non ha amici", di Luigi La Spina

La ripetitività degli scandali che si abbattono sull’Italia può alimentare due sbagliate reazioni dell’opinione pubblica: l’assuefazione, cinica e rassegnata, a un virus corruttivo che sembra dilagare nella società italiana e l’abitudine a confondere le accuse con i sospetti, le maldicenze con le sentenze, i reati con i peccati, le fantasie complottistiche con le prove dibattimentali.

Un gran polverone dove il destino di queste indagini giudiziarie è segnato. Chi è schierato politicamente con gli imputati è deciso ad assolverli, pur contro ogni evidenza. Chi sta dalla parte opposta ha già emesso una condanna, preventiva e inappellabile. Una divisione in due partiti, però, molto provvisoria: sarà presto l’oblio a riunificarla, nell’attesa della prossima inchiesta. Ecco perché, in queste circostanze, è assolutamente necessaria la ricerca delle differenze, la pazienza nel separare le situazioni, la chiarezza nell’individuare le responsabilità.

Ogni grande scandalo nazionale, pur nella similitudine della caccia al ladro di turno, si contrassegna per una locuzione, sintetica ma espressiva, che lo distingue. All’epoca di «Mani pulite» fu la cosiddetta «dazione ambientale», una tassa impropria riferita al rapporto imprenditori-partiti. Quella tangente, controllata ferreamente dalle percentuali del Cencelli spartitorio, che alimentava il finanziamento illegale della politica. Oggi, l’etichetta che ha colpito l’immaginazione degli italiani è la parola «gelatina», con la quale i magistrati dell’accusa hanno definito la collusione vischiosa di amicizie, favori, complicità, tra funzionari statali e aspiranti agli appalti dell’amministrazione pubblica.

E’ questo, dunque, il punto sul quale bisogna concentrare l’attenzione dei cittadini. Anche perché, almeno finora, non sono emerse nell’inchiesta sulla Protezione civile prove di corruzioni milionarie, ma le accuse imputano favori ai familiari, compiacenti assunzioni più o meno precarie, ospitalità gratuite, elargizioni di auto e, magari, di ragazze ben disposte. Le intercettazioni rivelate sui giornali, poi, aldilà dei sospetti di reati, tutti da dimostrare, illuminano, però, un costume sul quale non bisogna aspettare i giudizi dei tribunali perché sia evidente una constatazione: è scomparsa nelle classi dirigenti dell’amministrazione pubblica qualsiasi consapevolezza degli obblighi di comportamento che gravano sui cosiddetti «servitori dello Stato».

E’ bella questa espressione con la quale, con orgoglio ottocentesco, si è autodefinito Guido Bertolaso. Peccato che il capo della Protezione civile sembra sottovaluti quanto contrasti con l’atteggiamento di confidenza e di amicizia da lui dimostrato nei confronti di imprenditori che il suo dipartimento aveva la facoltà di premiare o punire. Con l’aggravante dell’assoluta discrezionalità, giustificate o no che fossero le emergenze dichiarate per quei lavori. Peccato che la stessa, e forse maggiore, insensibilità l’abbiano manifestata i suoi collaboratori, pronti a un attivismo ambiguo e collusivo, invece di esercitare il distacco, l’imparzialità, la discrezione al limite dell’estraneità, che competono all’arbitro, detentore del potere di far arricchire chi da una sua scelta dipende.

La confusione, nel costume italiano, tra interessi personali e interessi dello Stato, della sua credibilità e della sua efficienza, non solo determina le conseguenze denunciate ieri dal procuratore della Corte dei Conti per il boom di denunce e per i danni erariali connessi ai reati amministrativi e penali. Ma alimenta una più generale «corruzione mentale» fra tutti i poteri dello Stato.

E’ quella «corruzione mentale» di cui sembra afflitto il pm di Bari, Lorenzo Nicastro, che grida alla «discriminazione» se qualcuno gli fa osservare quanto sia sbagliata la sua candidatura come avversario politico proprio di un suo indagato. La stessa sindrome che colpisce un giudice costituzionale, già presidente dell’Antitrust, Giuseppe Tesauro, quando è costretto ad ammettere di essere socio in affari con un imprenditore, più o meno chiacchierato che sia. Una insensibilità dimostrata anche da due suoi colleghi della Consulta, Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano, quando, alla vigilia della decisione sul lodo Alfano, parteciparono a una cena con Berlusconi e con lo stesso ministro della Giustizia.

E’ giusto che i pm di Firenze si offendano se il presidente del Consiglio li invita a «vergognarsi» per aver indagato il vertice della Protezione civile, ma otterrebbero maggiore solidarietà se tanti loro colleghi evitassero di dimenticare che i giudici non solo devono essere imparziali, ma anche «apparire» tali. La riservatezza, il senso d’opportunità, l’estraneità ad amicizie potenzialmente in conflitto rispetto agli obblighi della funzione, per un dipendente statale, di qualsiasi livello e a qualsiasi ordine appartenga, non sono manifestazioni di ipocrisia o di moralismo bigotto e passatista. Sono sacrifici, magari anche limiti a quella manifestazione del pensiero che è costituzionalmente garantita a tutti i cittadini, ma che si esercita nelle forme e nei modi consentiti a chi riveste un ruolo così delicato. Possono essere anche «discriminazioni», come le chiama il pm Nicastro, a cui si dovrebbero assoggettare volentieri coloro che, senza alcuna costrizione, scelgono una carriera nell’amministrazione pubblica.

Il prossimo anno si festeggeranno i 150 anni dello Stato italiano. Invece dei soliti riti celebrativi e delle solite polemiche retrospettive sulle virtù degli Stati borbonici e le crudeltà repressive dei piemontesi, ecco un bel tema di riflessione e di discussione pubblica. Anche perché la corruzione va colpita in sede giudiziaria, ma va combattuta prima di tutto nella testa dei cittadini. Specie se sono «servitori dello Stato».
La Stampa 18.02.10

Cronache di frane annunciate. Ma il governo pensa al Ponte sullo Stretto

Calabria e Sicilia franano nell’indifferenza di Berlusconi. Il PD: “più fondi contro il dissesto idrogeologico”. Ma cosa deve ancora accadere perché il Governo si renda conto del pericolo di una catastrofe naturale?
A pochi mesi dalla strage di Giampileri siamo ormai alle giornate di ordinari smottamenti. Un bollettino di guerra che sta colpendo il sud del paese, dalle isole Eolie, a Messina, dal cosentino a Catania. E’ lo specchio di una Italia fragile, con molta parte del territorio a grave rischio idreogelogico. Una situazione a rischio resa più grave dalla cattiva gestione del territorio, dalla cementificazione selvaggia, dall’abusivismo edilizio.
Sembrano scenografie di un film di fantascienza, le immagini surreali che ci giungono in video, a seguito dei gravi smottamenti di terreno che hanno interessato la zona di Vibo Valentia dopo le piogge incessanti dei giorni scorsi, invece è cruda realtà. E’ in corso da ieri l’evacuazione in massa di tutti gli abitanti di Maierato, paese di 2.300 persone, dopo che ieri un intero costone della montagna che si trova a ridosso del centro è franato mettendo in pericolo numerose abitazioni. La decisione per il momento è stata presa a scopo precauzionale visto lo scenario “apocalittico” che si è presentato all’improvviso agli occhi dei cittadini increduli. La frana tutt’ora minaccia una parte importante del paese e causa incertezza delle condizioni meteo si è deciso di non rischiare. Gli sfollati saranno sistemati nella scuola di polizia e nel palazzetto dello sport di Vibo Valentia. Inoltre sono stati allestiti punti di raccolta in varie scuole dei paesi della provincia. A Maierato la Croce rossa ha allestito un posto medico avanzato operativo e autonomo, mentre una cucina da campo in grado di preparare circa 600 pasti è in arrivo dalla Croce rossa di Crotone.
L’emergenza riguarda comunque tutta la Calabria a seguito dei danni ingenti causati dalla forte pioggia. Hanno dovuto lasciare le loro case, per la minaccia di smottamenti anche alcuni abitanti di Mendicino (Cosenza) e di Gimigliano (Catanzaro), mentre proprio alle porte del capoluogo di regione, a Germaneto, i tecnici del comune e della Protezione civile stanno valutando la necessità di procedere allo sgombero di altre 30 famiglie da alcune abitazioni minacciate da un nuovo fronte franoso che ha già reso impraticabile una strada. Il bilancio degli smottamenti si aggiorna di ora in ora, nella sola provincia di Cosenza se ne contano ormai 180 con l’interessamento di 27 arterie tra provinciali ed ex statali completamente “off-limits”. Rubinetti a secco da ieri per diverse decine di migliaia di persone a Catanzaro e nell’hinterland costiero per la rottura della condotta idrica che alimenta per almeno due terzi l’acquedotto cittadino, dovuta alla piena del fiume Alli. Gli ospedali e le cliniche del capoluogo sono riforniti di acqua dalle autobotti. Anche a Cosenza una frana ha investito una condotta provocando disagi per la riduzione della portata nel centro cittadino. In poche parole un vero e proprio disastro.
Situazione simile si è verificata in Sicilia, nel messinese dove la collina che sovrasta San Fratello, cittadina storica a circa 640 metri sul livello del mare, sta franando. Il piccolo paese alle pendici dei Monti Nebrodi, è ormai un paese fantasma. Oltre 60 abitazioni sono state evacuate ma anche gli abitanti che non sono stati fatti allontanare dalle loro case hanno deciso di lasciare il centro e sono diretti nei comuni vicini da familiari o amici. Il fronte della frana si allarga a vista d’occhio. Decine di case si vanno riempiendo di crepe e una larga spaccatura è comparsa anche nell’antica chiesa madre di San Nicolò.
Non è la prima volta che una calamità del genere colpisce il Messinese. Ricordiamo la tragedia dell’ottobre scorso, quando un costone di roccia si portò via una ventina di abitazioni a Giampilieri, a dieci chilometri dal capoluogo, distruggendo intere frazioni del comune di Messina, alcuni paesi della provincia e mietendo 37 vittime. La Coldiretti afferma che l’84 per cento dei comuni della provincia di Messina (più di otto su dieci) sono considerati a rischio per frane e alluvioni anche per effetto della progressiva cementificazione del territorio che ha sottratto terreni fertili all’agricoltura. La situazione di Messina in particolare con ben 91 comuni a rischio è più grave rispetto alla media nazionale in Italia dove – precisa la Coldiretti – ci sono 5.581 comuni, il 70 per cento del totale, a rischio idrogeologico dei quali 1.700 sono a rischio frana e 1.285 a rischio di alluvione, mentre 2.596 sono a rischio per entrambe le calamità.

E il governo se ne frega. La denuncia e di Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato: “Le frane “non sono solo un disastro annunciato, ma un tragico e drammatico déjà vu e il governo, dopo molte parole e annunci, non ha fatto e non sta facendo niente per mettere mano alla più urgente opera pubblica che servirebbe nel nostro Paese: la messa in sicurezza del territorio”. A distanza di qualche mese dalle ultime frane nel messinese che purtroppo provocarono anche decine di vittime – prosegue – la situazione del rischio idrogeologico rimane una realtà in Sicilia. La cronaca di oggi parla purtroppo di migliaia di sfollati, ai quali vanno dati sostegno, garanzie, prospettive. Nel frattempo, il governo pensa al Ponte di Messina, che certo non è una priorità per il Mezzogiorno e ad inaugurare cantieri fantasma. Diciamo solo una cosa: che questo Esecutivo è in carica da quasi tre anni e che sarebbe ora che alla parole seguissero fatti”.
Per Realacci “la frana del sud del paese, dalle isole Eolie, a Messina, dal cosentino a Catania è l’immagine di un paese fragile, con molta parte del territorio a grave rischio idreogelogico. Una situazione a rischio resa più grave dalla cattiva gestione del territorio, dalla cementificazione selvaggia, dall’abusivismo edilizio”. Il responsabile green economy del Pd chiede “più fondi perché non è con i tagli alle risorse che si scongiurano tragedie annunciate e si mettono al sicuro i cittadini.”

Rosa Villecco Calipari, vicepresidente dei deputati Pd denuncia come “la Calabria ed il sud del Paese necessitano di interventi immediati, il dissesto idrogeologico non è una novità di questi giorni, ma è una delle piaghe di questa terra. Il Governo, e il ministro Matteoli, prima di propagandare opere faraoniche quali il Ponte sullo Stretto, si occupino della quotidianità e alla messa in sicurezza di quel territorio”.
“A San Fratello l’emergenza è scattata già da giorni, ma il governo si dimostra distratto e superficiale nei confronti del destino di un intero paese, che rischia di scomparire”. Lo dichiara il senatore del Pd Giuseppe Lumia, in riferimento all’avanzare della frana che minaccia il comune in provincia di Messina. Il governo – conclude l’esponente del Pd –piuttosto che restare a guardare dovrebbe predisporre,insieme agli enti competenti, un piano a breve termine per fronteggiare l’emergenza e un piano a medio -lungo termine per ristabilire l’equilibrio idrogeologico di quei territori e consentire così agli abitanti di vivere senza preoccupazioni”.

Contro lo spreco di tempo e di risorse del Governo, davanti a tali calamità, prende una posizione anche Matteo Mauri, responsabile Infrastrutture della segreteria nazionale del Pd. “ Quanto sta accadendo in queste ore ha dell’incredibile, dichiara, mentre il territorio di San Fratello e di Maierato frana disastrosamente, costringendo le popolazioni all’evacuazione, il governo tace. La tempestività e il tono delle prese di posizione che abbiamo visto su questioni come lo scudo fiscale e il processo breve, davanti a questi fatti, diventano solo uno sbiadito ricordo. “Immaginiamo che il silenzio sia dovuto all’imbarazzo per il fallimento dei piani sul dissesto idrogeologico finora annunciati solo sulla carta. Quello che non capiamo è come mai, nonostante l’evidenza lampante di quali siano gli interventi necessari e vitali per la popolazioni di queste zone, il governo continui ad insistere su un’opera costosa e non prioritaria come il Ponte sullo Stretto”. La Sicilia e l’Italia infatti, più che di opere straordinarie che glorifichino il presidente del Consiglio, hanno bisogno di opere ordinarie che servano a tutti i cittadini, tutti i giorni. E’ da questo tipo di opere che può partire un rilancio del settore e più in generale dell’economia italiana.
WWF: “GIOCO GROTTESCO DEL GOVERNO” – Contro il progetto del ponte si scaglia anche il Wwf. L’associazione in una nota definisce “gioco grottesco” assistere alla propaganda governativa sulla realizzazione del ponte mentre continua a sgretolarsi la terra sotto migliaia di cittadini italiani. Mentre in queste regioni si rischia la vita, non si può pensare di investire nel futuro 6,3 miliardi in un’opera la cui fattibilità tecnica è stata messa in discussione anche dalla Corte dei Conti. Ma soprattutto non si può pensare di intervenire con il tallone di ferro che sarebbe necessario per la costruzione del ponte e delle opere connesse in fasce costiere sul versante calabrese come in quello siciliano in un così precario equilibrio geologico ed idrico del territorio.
www.partitodemocratico.it

"La corruzione e la democrazia", di Aldo Schiavone

Una nazione in via di dissolvimento morale, ormai in balia di una disastrosa deriva di comportamenti: questo dunque saremmo, veramente. Dobbiamo saper guardare negli occhi il pericolo che abbiamo di fronte. Se questa immagine fosse realistica – e molto lascia pensare purtroppo che lo sia – staremmo correndo, tutti, un incalcolabile rischio: la completa decomposizione del nostro tessuto civile.
Entro certi limiti, corruzione e democrazia possono coesistere: la storia ha moltiplicato di continuo esempi di questa precaria convivenza, dall´Atene o dalla Roma classiche all´America contemporanea. Le condizioni perché questo accada sono due, fra loro legate: una misura nella diffusione del male, e gli anticorpi che la sua presenza riesce ad attivare. In altri termini, che essa non arrivi a provocare, superata una soglia, l´abdicazione etica di un´intera società, quel generale oscuramento delle coscienze per cui la quantità di illegalismo circolante trasforma la qualità del giudizio morale su di esso, presentandolo come regola universale di condotta. Se si verifica questa sorta di collasso generale, è la stessa democrazia a non reggere più: perché non esistono più interesse generale né bene comune – ma solo una somma feroce di arbitri individuali che non riconosce altro se non la sua immediata soddisfazione.
Siamo a questo punto? E qual è la causa di tutto ciò? E soprattutto, possiamo ancora porvi rimedio? Per cercare di capire dobbiamo rinunciare a qualunque retorica moralistica. La storia etica del Paese è quella che è: mentre altri, in Europa, costruivano lo Stato, noi abbiamo avuto la Controriforma, e questo ha provocato conseguenze che scontiamo ancora oggi. Ma dobbiamo tuttavia evitare di usare il nostro passato come un alibi: e di rifugiarci dietro i tratti più fragili e incompiuti della nostra slabbrata modernità per assolverci dalle nostre colpe. C´è dell´altro nella notte in cui stiamo scivolando, e di molto più recente – su cui si può intervenire.
E questo “altro” ci riporta alla politica. A me pare infatti che la crisi morale del Paese sia in primo luogo il frutto avvelenato della forma che ha assunto quella che ormai abbiamo convenuto di chiamare la “transizione italiana” – il quindicennio di trasformazioni sul quale ha messo il suo sigillo la leadership di Silvio Berlusconi.
In questi anni abbiamo assistito senza fiatare a una vera e propria orgia ideologica di antipolitica, in nome dell´efficienza, della deregolazione e dell´onnipotenza del mercato, che ha contribuito in modo determinante a recidere quei rapporti fra cultura e politica, fra politica e idee, e anche fra politica ed etica, che, bene o male, avevano alimentato per decenni la nostra vita pubblica, e avevano rappresentato il meglio della nostra storia repubblicana. Con la scusa di liberarci delle ideologie, abbiamo anche rinunciato ai pensieri, ai progetti, ai grandi disegni. E abbiamo ridotto così la funzione parlamentare e quella di governo a pure routine di potere, senza respiro, senza slancio morale, senza ricambio, senza più uno straccio di elaborazione intellettuale.
Ma una politica così rinsecchita – solo mestiere e potere – in un paese con le nostre storiche fragilità, privo di un´autentica eredità di etica pubblica, si offre disarmata alla corruzione, quando non addirittura la determina, in un gioco perverso di rimandi. E comunque non ha gli strumenti per combatterla, non suscita anticorpi, ma si rassegna, scambiando la resa per realismo.
Senza dubbio, questo stato di cose non è solo l´esito del berlusconismo: ingigantiremmo l´ombra dell´avversario, se lo ritenessimo. Hanno pesato molti elementi nella caduta, anche ereditati dall´ultima stagione dell´epoca democristiana, e anche non specificamente italiani. L´onda ultraliberista dell´ultimo ventennio ha ridotto dovunque spazi e motivazioni dell´agire politico. Ma la nostra transizione vi ha aggiunto un che di protervo, di arrogante e insieme di meschino; starei per dire: di volgare, che è proprio l´aria del tempo.
È dunque dalla politica e dalla sua riforma che bisogna partire: questa è la più urgente delle scadenze, e anche la destra farebbe bene a capirlo. L´inevitabile gioco di specchi fra politica e società – a lungo andare, ogni corpo sociale ha la politica che si merita – può essere spezzato qualche volta: e può aprirsi una nuova stagione.
Io credo che una rinascita morale del Paese sia ancora possibile – non un´Italia improvvisamente di anime belle, ma un´Italia che riesca a capire che senza un salto di qualità nei suoi comportamenti individuali e collettivi siamo tutti perduti; non un´Italia “migliore”, ma almeno più sicura e matura. Credo però che senza una rigenerazione della politica, senza restituirle la sua vocazione propriamente moderna – che è quella di cambiare il mondo – non potremo mai farcela. Ed è intorno a questo nodo, che si apre per la sinistra un territorio sconfinato. La cosiddetta questione morale è oggi, per prima cosa, una questione di politica: i suoi contenuti ideali, il suo stile, il suo immedesimarsi nella democrazia. È da qui che si deve partire.
La Repubblica 18.02.10

"Nel 2008 un italiano su quattro non ha pagato l'Irpef", di An. Al.

Il 27% dei contribuenti italiani – pari a poco più di 11,2 milioni – non paga l’Irpef per effetto «sia del basso reddito che delle deduzioni e delle detrazioni». È quanto emerge dall’analisi delle dichiarazioni dei redditi relative al periodo d’imposta 2007, presentate quindi nel 2008, le cui statistiche sono state diffuse dal dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia.

Da notare che la forte presenza di contribuenti a zero Irpef si registra nonostante rispetto al periodo d’imposta precedente vi sia stato un aumento del 2,2% del numero totale (ora 41,663 milioni) e anche un incremento del 4,2% del reddito complessivo (pari a 772 miliardi di euro) e dell’imposta netta dichiarata (pari a 142,4 miliardi di euro). Confrontato al 2006 il reddito complessivo medio (pari a 18.661 euro) è aumentato su base nazionale dell’1,9%, con un incremento minimo nelle Isole e massimo nelle regioni del Nord-est.

I contribuenti italiani hanno pagato in media nel 2008 un’Irpef pari al 18,4% del proprio reddito, pari a 4.670 euro. Inoltre, la metà dei contribuenti non supera i 15mila euro di reddito e, più in generale, il 91% dichiara redditi non superiori a 35mila euro e poco meno dell`1% dichiara redditi superiori a 100mila euro annui. Il 52% dell`imposta è pagata dal 12% dei contribuenti con redditi oltre i 35mila euro. L’analisi degli indici della progressività dell’imposta, spiega il Tesoro, mostra un lieve aumento dell’effetto redistributivo dell’Irpef tra l’anno d’imposta 2006 e il 2007.

Il tipo di reddito dichiarato, infine, deriva per il 78% da redditi da lavoro dipendente e da pensione, per il 5,5% da redditi da partecipazione, per il 5% da redditi di impresa e per il 4,2% da redditi da lavoro autonomo. Tuttavia, precisa il Tesoro, i redditi da lavoro autonomo presentano un valore medio più alto (pari a 37.120 euro, circa il doppio del reddito complessivo medio), mentre i redditi da pensione quello più basso (pari a 13.436 euro).

Società di capitali +4,1%: in perdita quasi una su due, al Nord reddito positivo
Nel 2007 le dichiarazioni delle società di capitali hanno raggiunto il milione di unità, con un aumento di circa il 4,1% rispetto al 2006. L’85% sono Srl e due terzi di esse hanno una dimensione limitata, con componenti positivi Irap minori di 500mila euro. Circa la metà delle società opera in tre settori produttivi: commercio (19%), costruzioni (18%) e attività manifatturiere (14%).

Quasi una società su due risulta in perdita. Dalle statistiche emerge che «la quota di società con imposta netta positiva ha raggiunto il 52,6% del totale (circa 526.000), quota sostanzialmente identica a quella del 2006 (+0.2%)». Le società con reddito positivo sono localizzate principalmente nelle regioni del Nord. La distribuzione dell’imposta complessiva è concentrata nelle imprese di dimensioni maggiori: lo 0,8% delle società dichiara il 58% dell’imposta ed il 53% delle società minori (fino a mezzo milione di euro di componenti positivi Irap) dichiara solo il 5,3% dell’imposta.

I soggetti che hanno presentato la dichiarazione Irap per il periodo d’imposta 2007 sono 5.638.935 (-1,62% rispetto al 2006). Tale diminuzione, spiega il ministero, «è stata determinata anche dagli interventi giurisprudenziali e amministrativi sui requisiti di “autonoma organizzazione” dei lavoratori autonomi».

Il 70% dei soggetti Irap ha dichiarato un’imposta per un ammontare di 36,8 miliardi di euro. La distribuzione territoriale, sulla base del luogo in cui è svolta l`attività produttiva, evidenzia che il 56% dell`imposta è prodotta al Nord. Al Centro e al Sud è accentuato il fenomeno di attività svolta nel territorio di regioni diverse da quella in cui è domiciliato il soggetto passivo: al Centro l’imposta dichiarata è il 31,50% del totale e quella prodotta il 22,84%, al Sud invece il rapporto si inverte con il 9,81% di imposta dichiarata e 14,28% di imposta prodotta.
Il Sole 24 Ore 17.02.10

Scuola, Pd: ancora non ci siamo, circolare rende scuole meno pulite e meno sicure. Ghizzoni: confermato scippo di stato di 1 miliardo

“La circolare ministeriale per la compilazione dei bilanci delle scuole pareva granitica ed invece si sta sciogliendo come neve al sole. Ma ancora non basta”. Così la capogruppo del Pd nella Commissione Cultura della Camera Manuela Ghizzoni commenta la notizia di una parziale marcia indietro del Governo sulle regole inviate alle scuole per i bilanci. “E’ certamente una vittoria di tutto il mondo della scuola che in queste ultime settimane ha espresso una netta contrarietà verso insieme di disposizioni dannose, lesive dell’autonomia e che avrebbero compromesso l’assolvimento della stessa funzione costituzionale delle scuole. Le modifiche che il governo si appresterebbe a redigere sono però ancora insufficienti e non bastano a farci cambiare idea su una circolare che giudichiamo profondamente sbagliata perchè conferma lo ‘scippo di Stato’ di 1 miliardo di euro a danno delle scuole e insiste nell’atteggiamento vessatorio come se gli i dirigenti degli istituti scolastici fossero i principali responsabili del debito pubblico. Come giudicare altrimenti il monitoraggio mensile che le scuole dovrebbero inviare al ministero sui costi delle supplenze? Una vera e propria molestia burocratica peraltro su una spesa obbligatoria per garantire l’attività didattica. Per non parlare della norma capestro che prevede un taglio del 25% delle spese per le pulizie e per la vigilanza. Assurdità. Le modifiche annunciate non rappresentano un vero passo in dietro, ma solo un’approssimazione successiva che non porta da nessuna parte se non verso scuole meno pulite e meno sicure”.

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da www.flcgil.it
Programma annuale 2010. Dopo le proteste il Miur darà nuove istruzioni operative. Il Miur integrerà la circolare del 14 dicembre con nuove istruzioni operative sul programma annuale 2010.
Ecco come verranno riformulati alcuni punti:

Supplenze. La copertura del fabbisogno verrà assicurata sulla base dei monitoraggi, tenuto conto che si tratta di spese obbligatorie per garantire l’attività didattica. Tuttavia il Miur, nel caso in cui la spesa della singola scuola dovesse risultare particolarmente elevata rispetto a quella espressa dalle altre scuole dello stesso ordine, verificherà l’effettiva consistenza della stessa.
Ditte di pulizia. A ciascuna istituzione scolastica verrà garantito un finanziamento almeno pari al costo del personale accantonato (stipendio annuo lordo collaboratore scolastico). Pertanto nel caso in cui la somma assegnata con la circolare del 14 fosse inferiore la scuola riceverà un’integrazione fino a tale importo.
Fondi contrattualie contribuiti degli alunni. Questi restano vincolati alle finalità proprie. La scuola, quindi, non potrà utilizzarli per la copertura di spese di gestione come ad esempio le supplenze o il funzionamento ordinario.
Come FLC valutiamo positivamente queste precisazioni. Resta invece da chiarire la collocazione in bilancio dei residui attivi (aggregato Z). Su questa rimangono profonde divergenze tra noi e il Miur. Si tratta di spese obbligatorie (supplenze, esami di stato, ritenute di legge) pagate con gli anticipi di cassa, quindi, non c’è nulla da programmare. Questo punto sarà oggetto di ulteriori approfondimenti da parte del Miur e di pressioni da parte nostra.

Per quanto riguarda la gestione degli appalti, la soluzione proposta dalla Direzione del bilancio è di puro buon senso. Restano però aperto un problema occupazionale che ha ricadute sulla qualità del servizio. Questo deve trovare una risposta nelle sedi appropriate con i veri decisori politici delle politiche del personale e infatti abbiamo chiesto un incontro urgente con la Direzione Generale del Personale.

La situazione finanziaria delle scuole resta comunque critica, anche perché manca la volontà politica di trovare soluzioni positive al problema dei crediti pregressi e al mancato finanziamento, per il secondo anno consecutivo, delle spese ordinarie.

Continua l’azione della FLC in tutte le sedi istituzionali e politiche per incalzare il Governo e ottenere il ripristino dei fondi tagliati.

Sulla base della nuova circolare metteremo a disposizione dei colleghi Dirigenti e Direttori una scheda di approfondimento e i suggerimenti utili per fare un bilancio corretto e rispettoso delle leggi.

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SCUOLA. BILANCI RINVIATI, MIUR APRE SU FONDI SUPPLENZE. SCUOLE POTRANNO CHIEDERE INCREMENTI, A GIORNI UNA NOTA.

(DIRE) Roma, 17 feb. – Il ministero dell’Istruzione fa una parziale marcia indietro sulle regole inviate alle scuole per compilare i bilanci. Una nota del 14 dicembre, infatti, aveva spiegato in modo perentorio ai presidi che non era concesso ‘sgarrare’, che potevano spendere per le supplenze solo quanto gli veniva inviato da Viale Trastevere. Un diktat subito rinviato al mittente dai dirigenti che, alla fine, l’hanno avuta vinta: in un incontro di ieri con i sindacati il Miur si e’ impegnato a fornire agli istituti i soldi in piu’ necessari per coprire le chiamate dei supplenti necessarie per garantire il diritto allo studio. Intanto e’ rinviato all’1 marzo il termine ultimo per presentare il programma annuale di spesa. In particolare, secondo quanto la Dire apprende da fonti sindacali, le scuole ogni mese dovranno inviare al ministero il loro fabbisogno economico che, cosi’, sara’ tenuto sotto controllo. Viale Trastevere mandera’ i soldi necessari per coprire le supplenze, ma fara’ anche controlli in caso di richieste spropositate. Quanto ai tagli sugli appalti per le pulizie (-25%), anche qui il Miur offrira’ aperture alle scuole che riceveranno dei fondi ad hoc per avere un margine di contrattazione con le ditte. Per chiarire: se alla scuola A che ha dieci bidelli e non ha la ditta delle pulizie spetta un ammontare per gli stipendi dei collaboratori, la scuola B con le stesse caratteristiche ma con sette bidelli e la ditta di pulizie ricevera’ soldi in piu’ pari agli stipendi dei collaboratori mancanti. Con quei fondi potra’ contrattare con la ditta delle pulizie e, se riuscira’ a conservare una parte della cifra, non
dovra’ nemmeno restituirla al ministero. Infine, i sindacati hanno chiesto chiarezza anche sul fatto che il fondi di istituto di natura contrattuale non possano essere spesi su altri capitoli.
DIRE 17.02.10