Due giorni fa il Tesoro informava che stando alle dichiarazioni dei redditi del 2008 l’Italia è un povero paese. Il27%dei contribuenti infatti non contribuisce proprio a nulla, perché dichiara nulla e paga tasse zero. C’è chi invece non può sottrarsi alle maglie del fisco, perché carta canta: le buste paga e gli assegni della pensione, ad esempio, sono lì, tassati alla fonte. Non è un caso che lavoratori dipendenti e pensionati si ritrovino spesso in vetta ai redditometri. Meriterebbero un taglio delle tasse: la Cgil lo sta chiedendo in queste settimane con una campagna che porterà allo sciopero generale del 12 marzo. Il sindacato di Epifani parte da un dato: tra il 2002 e il 2009, il reddito disponibile delle famiglie con a capo un imprenditore o un libero professionista è aumentato di 16.407 euro. Mentre per gli impiegati è sceso di 2.097 euro e per gli operai di 1.848 euro. È il segretario confederale Agostino Megale a spiegare che «la crisi aumenta la forbice del potere d’acquisto dei redditi accentuando le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza». Se poi ci si mette anche il fisco si arriva quello che Guglielmo Epifani definisce «un obbrobrio». Per compensare gli equilibri, il nostro fisco ha scelto di aumentare il prelievo su lavoratori dipendenti e pensionati. Epifani ha riferito che fra tre anni si sposteranno sul lavoro dipendente altri 3 punti in più di tasse. «Per questo non ci capiamo con il governo – ha rimarcato – se non si interviene adesso e la situazione peggiora, le tasse per i lavoratori aumenteranno di due-tre punti. E allora un intervento finirebbe per restituire solo in parte quello che si è pagato. Assisteremmo a una beffa colossale». Perché nello stesso arco di tempo, ci saranno meno occupati del 2007 e pure più tassati. Per il leader Cgil «siamo arrivati a un punto di tensione oltre il quale la corda si può spezzare». La mobilitazione per un fisco più giusto la Cgil la sta conducendo da sola. I suoi dirigenti però non dimenticano che quando con il governo precedente, Cisl e Uil proclamarono uno sciopero generale unitario che non si fece perché il governo cadde
PER COERENZA Epifani parla di incoerenza: «Avremmo voluto fare questa battaglia unitariamente perché riguarda tutti – è il suo rimprovero -. Avevamo fatto con il governo Prodi tre direttivi unitari per decidere unosciopero se non fossero arrivati cambiamenti sul fisco. Perché oggi lo sciopero non si può più fare? perché c’è la crisi? Ma questo giustifica che la mobilitazione non si possa fare anche se la situazione è peggiorata?». Tremonti, peraltro, aveva promesso un tavolo sul fisco ma non l’ha mai aperto. «Abbiamo il dovere di agire, qualcuno deve assumersi il compito di essere il ponte di trasmissione tra quanto fatto e quanto deve tornare a fare un movimento sindacale», dice Epifani. La Uil replica affermando che la sua parte la sta facendo: «Siamo impegnati a promuovere un riforma fiscale che valorizzi il lavoro – afferma Domenico Proietti – per questo stiamo dicendo con determinazione al Governo che non ci sono più alibi: bisogna diminuire subito le tasse ai lavoratori dipendenti e pensionati». Peccato che il governo, dal premier in giù, abbia già detto e ripetuto che non lo farà perché a suo avviso non ci sono le condizioni. La Cgil trova però un insolito alleato (nell’analisi), è Manageritalia. L’associazione di dirigenti afferma che i dipendenti ed i pensionati sono i protagonisti, loro malgrado, della «commedia fiscale italiana»: dichiarano il 78% dei redditi totali e rappresentano i due terzi della fascia che denuncia oltre 100mila «È incredibile constatare che i dirigenti pubblici e privati siano i più ricchi e i maggiori contribuenti del Paese con redditi in doppia, tripla o addirittura sestupla cifra rispetto a categorie professionali autonome che hanno un tenore di vita difficilmente compatibile con quanto dichiarato ».
L’Unità 19.02.10
Latest Posts
“Il lavoro prima di tutto”, mobilitazione del Partito democratico contro la crisi
Delegazioni del PD in 4 aziende simbolo a presentare le proposte per uscire dalla crisi, sostenere le imprese e i lavoratori in cassa integrazione. ”La crisi morde e l’unica cosa da evitare è voltarsi dall’altra parte e fare finta di niente, in attesa di una ripresa troppo lontana, perché i lavoratori, le imprese, le famiglie la vivono sulla propria pelle ogni giorno” – così il segretario del Partito democratico di Carpi Davide Dalle Ave ha commentato l’iniziativa di domani, che vedrà delegazioni del PD davanti ai cancelli di 4 importanti aziende carpigiane – “Il Governo è assente, nasconde sotto il tappeto la crisi e la disoccupazione crescente, ed è sordo ai problemi delle piccole e medie imprese, la spina dorsale della nostra economia”.
Delegazioni composte da consiglieri comunali, assessori, dirigenti del PD e militanti dei circoli partecipano all’iniziativa, alla quale ha aderito l’On. Manuela Ghizzoni. Le delegazioni si recheranno al presidio della Sicar per testimoniare la solidarietà ai lavoratori in cassa integrazione, e davanti ad altre aziende storiche e tipiche del distretto (Angelo Po, Champion, Federal-Mogul) per consegnare le proposte del PD contro la crisi.
Un milione di persone hanno perso il lavoro, centinaia di migliaia non hanno alcun sussidio di disoccupazione. Il PD propone un sostegno per tutti i lavoratori precari sprovvisti di copertura assicurativa e la cassa integrazione per tutti i sospesi dal lavoro e per ogni tipo di contratto. Le famiglie non arrivano a fine mese; negozi, piccole imprese e studi professionali continuano a chiudere. Il PD propone di ridurre le imposte sui redditi da lavoro e sulle pensioni medie e basse. I comuni sono stati lasciati soli dal governo ad affrontare gli interventi emergenziali per il lavoro e per le imprese. Il PD chiede di allentare i vincoli di spesa per investimenti di Comuni e Province per far partire i progetti immediatamente cantierabili e stimolare l’occupazione. Il governo ha bloccato gli investimenti e le spese in ricerca e sviluppo. Il PD propone di rimuovere i limiti introdotti alle agevolazioni fiscali, favorire l’accesso al credito e sbloccare il pagamento delle pubbliche amministrazioni alle imprese.
"Una costituzione per il web", di Stefano Rodotà
Il destino di libertà e diritti appare sempre più dipendente dal filo tenace che li lega a Internet, al mondo digitale e alle novità continue che esso propone, agli interessi che lì si manifestano, ai conflitti di potere che lì assumono dimensioni e senso davvero inediti. Si mescolano tecnologie della libertà e tecnologie del controllo, la frammentazione individualistica si accompagna con la creazione di nuovi legami sociali. La stessa distinzione tra mio e tuo sembra cedere alla condivisione di tutto quel che è accessibile in rete, e mette così in discussione i tradizionali fondamenti di una proprietà che a più d´uno sembra di nuovo un “furto”, poiché la conoscenza si presenta come autonoma dal suo autore e assume le sembianze di un bene comune.
In questo mondo nuovo, in cui la meraviglia si mescola all´inquietudine, vacillano i riferimenti consueti e si pongono interrogativi radicali, che riguardano gli assetti complessivi delle nostre società. Quali poteri governano davvero il mondo e quale significato sta assumendo quella entità sbrigativamente definita come «il popolo della rete»? Molti sono i modi di entrare in queste realtà, e vale la pena di segnalarne qualcuno.
La morte della privacy è stata annunciata più volte. «La sola privacy che voi avete è nella vostra testa: e forse nemmeno lì» (così nel film Nemico pubblico, 1998). «Voi avete zero privacy: rassegnatevi» (Scott McNealy, amministratore delegato di Sun Microsystems, 1999). «Può la privacy sopravvivere nell´età del terrore?» (copertina di Business Week, novembre 2001). «La privacy? È una preoccupazione del vecchio mondo» (così, all´unisono, il profeta di Facebook, Marc Zuckerberg, e quello di Twitter, Evan Williams, 2010).
Malgrado questo stillicidio di annunci tanto perentori, la tutela dei dati personali, dunque del nostro «corpo elettronico», viene considerata come un diritto fondamentale della persona dal Trattato di Lisbona e dalla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, entrati in vigore il 1° dicembre dell´anno scorso. Siamo di fronte ad una logica costituzionale invecchiata, ad un pensiero giuridico che si balocca con illusioni del passato? Guardiamo, allora, ad uno dei fatti più clamorosi degli ultimi tempi, il rifiuto di Google di accettare la censura imposta dal governo cinese, che ha provocato un duro intervento di Hillary Clinton a difesa della libertà di espressione e della privacy di chi naviga su Internet. Così, non soltanto viene smentita la tesi dell´irrilevanza della privacy, ma il rapporto all´interno del cosiddetto G2, tra le due massime potenze, viene incrinato da un conflitto che ha le sue radici in due opposte visioni delle libertà delle persone.
Di colpo, sulla scena del mondo, i diritti fondamentali, sempre sacrificati agli imperativi della geopolitica e delle relazioni economiche, si presentano come un riferimento che non può essere spazzato via dal prevalere del realismo politico o dalle spocchiose dichiarazioni dei tecnologi. E tutto questo avviene non solo per un sussulto di consapevolezza del significato profondo dei diritti, ma per ragioni legate proprio alla specificità di Internet. Hillary Clinton era ben consapevole di che cosa significhi oggi incontrare il popolo della rete, diffuso al di là di ogni confine. A questa opinione pubblica mondiale, gelosa delle opportunità che la tecnologia continuamente le offre, ha presentato gli Stati Uniti come il campione di una libertà non più soltanto «americana» o «occidentale» (e per ciò sempre accompagnata dal sospetto di una pretesa egemonica di una cultura sulle altre), ma che è percepita come universale per il solo fatto che così la vivono ormai due miliardi di persone. Nel tempo della (presunta) fine delle ideologie e del tramonto di ogni grande «narrazione», proprio i diritti fondamentali si palesano come una narrazione capace di rivelare la radice comune della protesta degli studenti iraniani, del rifiuto della censura degli utenti cinesi di Internet, della lotta delle donne africane contro le sopraffazioni.
Ma, con il suo intervento, Hillary Clinton ha messo a nudo anche i reali rapporti di potere che innervano il mondo di oggi. Google non è soltanto una delle strapotenti società multinazionali. È un potere a sé, superiore a quello di un´infinità di stati nazionali, con i quali negozia appunto da potenza a potenza. Per ciò ha bisogno di una legittimazione forte, sostanzialmente politica, che ha ottenuto proprio con il colpo di teatro del conflitto con la Cina, che la presenta al mondo come il campione dei diritti civili nei territori ai quali appartiene il futuro. Ma questa legittimazione forte non può essere lasciata a un soggetto economico, essere «privatizzata». Ecco, allora, che la parola del Segretario di Stato americano suona anche come la rivendicazione pubblica di un ruolo che la politica non può dismettere.
Nella natura di Google, infatti, non vi è soltanto l´elemento libertario che ha giustamente entusiasmato Timothy Garton Ash. Google è anche componente essenziale di quello che è stato giustamente definito «Big Data», con un palese richiamo a quel «Big Farma» con il quale si è voluto descrivere lo strapotere delle società farmaceutiche. Possono questi poteri rimanere del tutto fuori d´ogni controllo?
Questo interrogativo ha sempre inquietato il popolo della rete, che in ogni regola ha per lungo tempo visto un attentato alla sua libertà. Lo aveva proclamato orgogliosamente, nel 1998, la Dichiarazione d´Indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow: «Governi del mondo industriale, stanchi giganti di sangue e acciaio, non avete sovranità sul luogo dove ci riuniamo». Proprio la forza dei fatti ha smentito quella previsione. Sono i governi nazionali che insidiano Internet e la sua libertà, e dunque è venuto il tempo non di regole costrittive, ma dell´opposto, di garanzie costituzionali per le libertà in rete, di un Internet Bill of Rights. Hillary Clinton ha annunciato una iniziativa all´Onu proprio sulla libertà su Internet. Questa libertà, tuttavia, non vale solo contro l´invadenza degli Stati, ma si proietta anche verso i nuovi «signori dell´informazione» che, attraverso le gigantesche raccolte di dati, governano le nostre vite. Di fronte a tutto questo la parola «privacy» evoca non solo un bisogno d´intimità, ma sintetizza le libertà che ci appartengono nel mondo nuovo dove viviamo. E Google ci racconta questa compresenza di opportunità per la libertà e di potere sovrano senza controllo. Non un Giano bifronte, però, ma un intreccio che può essere sciolto solo da una iniziativa «costituzionale» che trovi proprio nella rete le sue modalità di costruzione.
In questo processo l´Unione europea può giocare un ruolo rilevante. Perché nella Carta dei diritti fondamentali ha precocemente colto la dimensione della libertà in rete attraverso il riconoscimento della protezione dei dati personali come autonomo diritto fondamentale. Ma soprattutto perché dovrebbe convincersi che può esercitare leadership politica proprio muovendo dal fatto che essa costituisce oggi la regione del mondo dov´è più elevata la garanzia dei diritti fondamentali. Con malinconia, invece, bisogna registrare l´uscita di scena dell´Italia, che pure per prima, quattro anni fa, aveva imboccato la strada ora indicata da Hillary Clinton, firmando documenti comuni con altri Stati e iscrivendo nell´agenda mondiale l´Internet Bill of Rights. Oggi da governo e maggioranza arrivano solo proposte censorie, che ci isolano e ci trascinano verso le logiche dei paesi autoritari.
La Repubblica 19.02.10
"Il senso di impunità che non può vincere ", di Marco Vitale
La corruzione è riesplosa nelle sue forme più sofisticate nell’inchiesta di Firenze e nelle sue forme più antiche e artigianali nell’inchiesta relativa alle mazzette del presidente della Commissione urbanistica del Comune di Milano. Si sono, in questi giorni, sentiti molti distinguo tra chi rubava per i partiti: chi ruba per sé, chi ruba per altri motivi. Queste differenziazioni non valgono un fico secco. Non contano i motivi per cui si ruba. Conta che si ruba. Cioè che decisioni che dovrebbero essere assunte «in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione» (articolo 97 della Costituzione) vengono invece assunte in modo improprio, per scopi impropri, violando il principio di efficienza ed efficacia (buon andamento) e il principio di imparzialità. Ciò genera danni gravi al Paese, materiali e immateriali. Quelli materiali sono evidenti ma anche quelli immateriali sono gravissimi: spengono, umiliano, distruggono ogni voglia di ben fare. È vincente la selezione dei peggiori. La frase che corre sulla bocca di tutti, in questi giorni, è terribile: «Sono tutti così». Non è vero (nella stessa Protezione civile esistono molte persone dedicate e molto per bene), ma che la maggioranza dei cittadini lo pensi è, di per sé, distruttivo.
Sono cose che abbiamo già scritto negli anni Novanta ai tempi di Tangentopoli e la tentazione di alzare le mani in segno di resa è molto alta. Ma è un lusso che non possiamo permetterci. Ho letto una bella e triste intervista di un valoroso magistrato che diceva: contro la corruzione non c’è niente da fare, neanche sanzioni più severe servono. È comprensibile ma non accettabile. Che la corruzione ci sia sempre stata e sempre ci sarà è pacifico e dimostrato dalla storia. Essa non può essere miracolosamente estirpata dalla faccia della terra, come qualcuno si era illuso ai tempi dell’euforia di Tangentopoli. Ma può essere combattuta e contenuta entro limiti sopportabili. Questi limiti sono stati una volta di più superati, con grave pericolo per la civile convivenza, la democrazia, il buon funzionamento dell’economia.
Altri popoli hanno conosciuto periodi di corruzione molto forte (come l’Inghilterra di fine Ottocento; gli Stati Uniti nel primo decennio del Novecento; la Germania negli anni Venti del Novecento) e li hanno superati attraverso un’azione politica e civile incisiva (Inghilterra e Stati Uniti) o attraverso il disastro del nazismo come la Germania.
Se a seguito di Tangentopoli la politica avesse preso tutte le misure correttive necessarie (non solo penali ma anche amministrative e organizzative) che da più fonti furono allora suggerite, anziché bloccare e congelare ogni cosa (e fu in gran parte la sinistra a realizzare questo blocco); se si fosse fatta seriamente una politica di delegificazione e di depenalizzazione; se non si fosse, negli anni più recenti, alimentata un’atmosfera da paese di bengodi dove gli uomini del fare potevano fare quello che volevano purché gradito al Signore facendo crescere un intero ceto politico e imprenditoriale dominato da un senso assoluto di impunità; se non si fosse fatto capire che, attraverso condoni, amnistie moderate, prescrizioni quasi assicurate a tutti (a qualcuno con leggi ad personam; ai peones con l’inefficienza della amministrazione giudiziaria); se non si fosse denigrata sistematicamente la magistratura; se i partiti avessero svolto, con qualche decenza, l’unico compito che loro realmente compete, che è quello di selezionare la classe dirigente e di tenere lontano dalla casa comune i mascalzoni, i nullafacenti, i nani e le ballerine; se si fosse combattuto sul piano politico e fossero stati smascherati i patti occulti tra sette varie che tengono in pugno città come Milano; allora, anche da noi, la corruzione potrebbe essere frenata e l’Italia e Milano potrebbero guadagnare qualche casella nelle statistiche impietose di Transparency International che, oggi, ci inchiodano dopo il Sud Africa, la Corea del Sud, Taiwan.
Si è tentati di dire, come ha scritto Umberto Ambrosoli: la responsabilità è di tutti. In parte è vero ma ci sono ben diversi gradi di responsabilità. Se la responsabilità è indistintamente di tutti allora non è di nessuno. È però vero che per correggere questa grave emergenza la responsabilità è di tutti. Non possiamo chiamare la Protezione civile. Le categorie imprenditoriali devono prendere posizione precisa nei confronti dei loro associati non dissimile da quella che le associazioni imprenditoriali siciliane hanno assunto nei confronti di loro associati collusi con la mafia e con il pizzo. Come è possibile che nella delicatissima posizione di presidente della commissione urbanistica venga designata una persona di tal fatta? Chi lo ha selezionato e ce lo ha messo? Che mestiere faceva questo signore? Come si guadagnava da vivere? Da questo tipo di domande dobbiamo ripartire. Anche questa maggiore attenzione a chi si elegge è necessaria, accanto alle altre misure accennate. Dopo che è ormai dimostrato che i partiti selezionano male, sono i cittadini e le loro associazioni che devono inventare metodi e strumenti nuovi per selezionare e monitorare chi eleggono alle cariche pubbliche. Tutto ciò è essenziale, perché non esiste la minima possibilità di uscire dalla crisi in cui ci troviamo con il livello di corruzione diffusa nella quale stiamo affondando.
Il Corriere della Sera 19.02.10
Gli atenei in profondo rosso "Qui rischiamo la bancarotta", di Laura Montanari
In futuro a rischio anche i bilanci che oggi sono in pareggio, come a Torino e Bologna. Bilanci fragili, atenei che pareggiano a fatica i conti, altri costretti a vendere pezzi di patrimonio immobiliare, case e palazzi per saldare le spese, le rate dei mutui e le bollette. Sono diverse le università in rosso e l´iniezione di 400 milioni di euro promessi come una tantum e aggiunti in «zona cesarini» in Finanziaria saranno solo un po´ di ossigeno. Per il 2011 il presidente della Crui, la conferenza dei rettori, Enrico De Cleva, lancia l´allarme: «Non siamo in grado di subire per il prossimo anno un taglio del 18-20% rispetto alle risorse del 2008, sarebbe il collasso dell´intero sistema universitario. Nessuno riuscirebbe a chiudere i bilanci». Del resto già ora la navigazione, per molti, è difficile. A Siena ogni mese si chiedono se ce la faranno a pagare gli stipendi del personale e il deficit di 32 milioni di euro sul 2010 è niente a confronto della montagna dei debiti pregressi valutata in oltre 100 milioni (su questo indaga pure la magistratura). Alla Federico II di Napoli il bilancio di previsione 2010 non l´hanno nemmeno approvato preferendo la gestione provvisoria. Lo stesso alla Sapienza di Roma dove lo sbilanciamento fra entrate e uscite è saldamente a due cifre con il segno meno davanti. A Bari e a Palermo idem. Genova, come altri atenei, ha chiuso il 2009 frugando fra le riserve messe da parte in cassaforte. La Statale di Milano approderà al pareggio quest´anno, «ma con tagli insopportabili se non dovessero arrivare i fondi promessi dal governo» spiega lo stesso rettore De Cleva.
I «fondi promessi» sono i 400 milioni di euro, provenienti dallo scudo fiscale, parziale reintegro della riduzione di 678 milioni al finanziamento ordinario, cioè ai soldi che servono a far funzionare gli atenei. «Il fatto è che non si conoscono i criteri di assegnazione e questa incertezza finanziaria lascia le università in stallo, ci impedisce ogni programmazione, ci costringe a ragionare come se quelle risorse non ci fossero» spiega il presidente della Crui. «La situazione è preoccupante – prosegue – se da un lato il nuovo disegno di legge mostra un´attenzione del governo per le università, dall´altro pesa questo non conoscere quando e quali saranno le risorse a disposizione: non possiamo pianificare nuovi investimenti edilizi, né un reclutamento. Avremo pensionamenti massicci, ma casuali, cattedre vuote qua e là: se non programmiamo le assunzioni rischiamo di lasciare sguarniti interi settori disciplinari».
Alla Federico II di Napoli coi soldi risparmiati dai pensionamenti, spiega il rettore Guido Trombetti, riusciranno appena a coprire gli incrementi degli stipendi di chi resta. Questo per il futuro immediato. Il peggio è per gli anni a venire se le forbici continueranno a tagliare l´Ffo, il fondo di finanziamento ordinario. Il rettore dell´università di Firenze, Alberto Tesi, alla cerimonia di inaugurazione dell´anno accademico un mese fa ha mostrato un grafico con due curve: una in salita, l´altra in discesa. La prima rappresenta il costo del personale, l´altra i finanziamenti dello Stato per l´università. «Il grafico è stato mostrato nel rapporto del Comitato nazionale di valutazione – ha detto Tesi, a capo di un ateneo che da anni vende immobili per pareggiare il bilancio – mostra con chiarezza che, fra il 2010 e il 2011, anche in assenza di nuove assunzioni il costo del personale supererà quello del fondo statale». Va detto che gli atenei dal 2002 sono costretti a pagare gli aumenti stipendiali dei dipendenti senza essere più rimborsati e questo, combinato a una passata politica di assunzioni non sempre attenta ai soldi in cassa, è stato un pozzo in cui sono finite parte delle risorse. «Raccogliamo l´eredità di tempi in cui le università hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità – spiega il rettore di Bari, Corrado Petrocelli, ateneo con un deficit di 52 milioni di euro – Da tre anni noi attuiamo un turnover del 20%, abbiamo messo in vendita alcuni immobili, abbiamo varato un piano di rientro pluriennale, ma noi dobbiamo dire chiaro che vogliamo continuare a essere una università, a fare ricerca e didattica e questo non sarà possibile se ogni anno ci vengono tagliate le risorse». Fanno i conti con la crisi anche gli atenei virtuosi, come Torino o Bologna: quest´ultimo ha ricevuto 32 milioni in meno (-8%) rispetto al 2009 e ha chiuso il bilancio 2010 tagliando spese per 10 milioni soprattutto sulla didattica, ma salvaguardando il diritto allo studio, i dipartimenti e le relazioni internazionali. Tutto ciò è stato possibile grazie a un “tesoretto” (avanzi di bilancio del 2008 e 2009) accumulato per la gestione “virtuosa” e una quota di trasferimenti premiali. Il prossimo anno, però, al taglio lineare della Finanziaria Tremonti (-32 milioni) sull´Ffo rischia di aggiungersi un´ulteriore riduzione di 27 milioni se sarà eliminato il fondo interministeriale Padoa Schioppa. Il rettore Ivano Dionigi dice: «Se verranno confermati questi numeri per il 2011, in assenza di tesoretto pregresso e dello scudo fiscale, rischia di essere messo in ginocchio anche un ateneo virtuoso come Bologna».
La Repubblica 19.02.10
Emergenza cultura?
Con il decreto denominato “Bertolaso spa”*, il Governo voleva infilare la cultura nella Protezione civile per poter assumere a tempo indeterminato, nei ruoli del Ministero dei Beni culturali, il Capo di Gabinetto di Bondi (un regalo prima di lasciare il dicastero?).
Anche in questo caso, però, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Infatti, il PD… leggi di seguito per sapere come è andata a finire.
Nella seduta della Camera di ieri sera (dopo cena), durante a discussione del Disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 195 del 2009 (il suddetto “Bertolaso spa), è intervenuta l’on. De Biasi per denunciare il tentativo del Ministero dei Beni Culturali di far approvare la norma ad personam per il Capo di Gabinetto. Ecco il suo intervento.
EMILIA GRAZIA DE BIASI. Signora Presidente, oggi, in una lettera aperta indirizzata agli uomini e alle donne della Protezione civile, il sottosegretario Bertolaso fa alcune considerazioni su tutta la vicenda, che io rispetto in toto, essendo la sua opinione. Mi permetto, però, di rispondere a due punti che ritengo molto gravi per tutti noi.
Anzitutto il dottor Bertolaso scrive: mi batterò per la verità anche se non interessa a nessuno tranne che a me, alla mia famiglia e a molti di voi (rivolgendosi agli uomini e alle donne della Protezione civile). Ebbene, vorrei dire da questo banco: caro Bertolaso, la verità interessa a tutti, e interessa prima di tutto a questo Parlamento; quindi ristabiliamo anche alcuni termini di civiltà dei rapporti e di rispetto delle funzioni e del ruolo in particolare, in questo caso, del Parlamento. In secondo luogo, voglio sempre dire al dottor Bertolaso che nelle nostre parole non c’è mai stato e non ci sarà mai un attacco alle persone che lavorano nella Protezione civile, per le quali abbiamo il massimo rispetto e la massima considerazione proprio in virtù del lavoro davvero straordinario che svolgono.
Ma questa è un’altra vicenda rispetto alle persone che lavorano nella Protezione civile. Qui stiamo parlando di un’inchiesta, e nello specifico siamo discutendo un provvedimento, un decreto-legge, per cui « a ciascuno il suo », e cerchiamo di restare sul punto, come si suol dire. Il terzo elemento di questa lettera è che il dottor Bertolaso afferma: sono questi i pensieri che considero possibili e legittimi da parte di chi ancora crede che sia verità ciò che viene raccontato in televisione. È una sua opinione naturalmente, ma mi permetto di ricordare che nell’ultimo decreto sui rifiuti in Campania c’era un intero articolo che noi abbiamo provveduto ad eliminare con la collaborazione del Governo e che proprio poneva al centro la televisione e le trasmissioni televisive da realizzare sui rifiuti. Tant’è vero che io dissi che non potevamo passare da Un posto al sole a « Un posto al cassonetto ». Quindi, anche in questo caso le televisioni e la verità televisiva servono evidentemente a seconda delle situazioni.
Dico questo perché il provvedimento che abbiamo in discussione è un provvedimento di straordinaria gravità per un primo elemento: anzitutto perché fa diventare straordinario ciò che dovrebbe essere ordinario, e quando si diventa straordinari in questo Paese e nella vita in generale è del tutto chiaro che tutto diventa più opaco e sicuramente meno trasparente.
C’è un tema molto importante, che è quello della semplificazione normativa, ma mi permetto di ricordare che c’è addirittura un Ministero che dovrebbe occuparsi di questo, che latita completamente e rispetto al quale non si sa assolutamente quali siano i provvedimenti presi fino adesso. Capisco che in alcuni casi la procedura d’urgenza comporti uno sveltimento, ma quando questa procedura d’urgenza diventa la prassi allora tutto ciò si traduce nell’aggiramento delle leggi, delle normative e degli ordinamenti attuali, e certamente non nella scelta di canali preferenziali dati e dettati dall’urgenza.
Del resto, come ha detto molto bene e molto meglio la collega Mariani oggi, nel suo intervento, si creano in questo modo due canali, uno lento per i cittadini, che si dovranno « beccare » tutte le burocrazie e le lentezze possibili e immaginabili, e uno invece veloce. La collega ha usato l’espressione «per i furbi», ma non saprei dire se per i furbi o per taluni poteri, assai opachi, che quindi hanno un interesse obiettivo perché le cose si facciano molto rapidamente.
Ma su questo mi auguro che la magistratura possa fare molto velocemente tutta la chiarezza possibile e immaginabile.
È evidente che le calamità sono una disgrazia e che quindi abbisognano del rispetto e della velocità, ma un’altra cosa mi pare di capire che sia l’establishment di una burocrazia che può scegliere l’aggiramento delle leggi. Allora, penso che vi sia un problema di costituzionalità – l’hanno detto molti colleghi ed io lo condivido – in moltissimi articoli, e penso che siamo anche di fronte ad un fatto grave: questa Costituzione continua ad essere modificata di fatto. Non c’è una legge che modifica la Costituzione, non c’è un dibattito per una modifica costituzionale, ma di fatto nell’ordinamento, pezzo per pezzo, si tende a disattendere la Costituzione, e questo è quanto più vero in questo decreto-legge.
Cosa dire dell’equiparazione fra i grandi eventi e gli stati di emergenza ? Ebbene, penso che sia davvero di straordinaria gravità, anzitutto per i motivi che sono stati esposti dai miei colleghi, ma dal mio punto di vista l’equiparazione tra grandi eventi e stati di emergenza è molto grave anche per un altro motivo.
È il motivo che attiene all’articolo 14, sul quale vorrei concentrare il mio intervento. Nell’articolo 14, in completa violazione della Costituzione, si dice che bisogna procedere ad un reclutamento di personale a tempo indeterminato per le complesse iniziative in atto per la tutela del patrimonio culturale. Modestamente faccio parte della Commissione cultura e cerco di informarmi perché non sempre le informazioni ci sono. Vorrei sapere quali sono le complesse iniziative in atto per la tutela del patrimonio culturale poiché per quel che riguarda la tutela del paesaggio che dovrebbe afferire a questo decreto-legge, l’unica cosa che sappiamo è che è stata abolita la direzione generale; è stato tagliato nel bilancio dello Stato un pezzo consistente del finanziamento per la tutela del paesaggio; c’è una riduzione delle direzioni territoriali; tutto è stato avocato nelle mani del direttore generale per il patrimonio, Resca; il Ministro Bondi in una risposta che mi ha dato in Commissione e che è agli atti, mi ha risposto che non vedeva alcuna connessione tra il paesaggio e tutto ciò che è a noi contemporaneo; l’applicazione del codice del paesaggio fa fatica ad esserci perché ha bisogno di personale territoriale; il concetto di tutela del paesaggio e dei beni culturali si è sfarinato sotto i tagli che sono stati fatti a questo Ministero. Tuttavia in questo decreto-legge c’è scritto che vi sono complesse iniziative in atto per la tutela del patrimonio culturale.
Qual è il motivo per il quale si devono definire complesse iniziative quelle che dovrebbero essere iniziative ordinarie di tutela che dovrebbero essere compiute dal Ministero che ha al suo interno importanti competenze ? Per quale motivo, se non uno molto chiaro e molto evidente: la scelta di questo Governo di svuotare il Ministero per i beni e le attività culturali procedendo ad una non reimmissione e ad un non aggiornamento del turnover, al fatto che moltissime persone vanno in pensione e non vengono sostituite e alla scelta di procedere attraverso commissariamenti, attraverso direttori generali – pochi – che evidentemente garantiscano fedeltà al Governo ?
Tutto questo mi sembra vagamente contrario a qualunque scelta democratica.
Tornando all’articolo 14, il secondo elemento riguarda una norma che di fatto è una norma ad personam che concerne l’immissione in ruolo a tempo indeterminato con determinati parametri di una persona che è l’unica che in quel Ministero corrisponde a quei parametri: una persona che attualmente è direttore generale del settore spettacolo, capo di gabinetto del Ministro, commissario straordinario di un certo numero di fondazioni lirico-sinfoniche, un signore potentissimo dalla capacità di lavoro di 25 ore al giorno. Lo dico con grande serenità perché ho presentato un’interrogazione in merito e la risposta non è stata certo soddisfacente. Dunque si procede con un premio, possiamo definirlo un premio per il grande lavoro che viene svolto da questa persona ? Inoltre, le conseguenze quali sono? Per l’immissione a tempo indeterminato di questo dirigente vi sarà il taglio di 2-3 posti di direzione, il che significa depotenziare ulteriormente le capacità di intervento del Ministero.
È chiara dunque la strategia: lo svuotamento del Ministero. La definizione di alcune direzioni generali che rispondono direttamente al Ministro. Vorrei ricordare e mi auguro che domani il Ministro risponderà all’ennesima interrogazione che è stata rivolta da noi sul direttore generale del patrimonio, dottor Resca, che ha nelle sue mani il progetto «Grande Brera» pare con almeno 2-3 milioni di euro che potrà amministrare anche per consulenze, come meglio preferirà e che percepirà una percentuale di questi 2-3 milioni di euro, quando noi sappiamo perfettamente quali sono gli stipendi di un direttore di museo e quali sono gli stipendi di un sovrintendente e quali sono in generale gli stipendi che si percepiscono nel Ministero dei beni e delle attività culturali.
Dunque pochi direttori, un network non trasparente e i tagli del Minister o alla riduzione del personale vanno in qualche modo giustificati: li si giustifica affermando che non solo si fa una grande riforma, ma si stabilizza anche una persona, con quali indirizzi non si sa, non si sa che cosa passerà da quelle direzioni e da quella direzione che verrà se questo sciagurato decreto-legge sarà convertito così com’è, in un coerente disegno.
L’Italia possiede il 52 per cento (sono dati Unesco) del patrimonio artistico mondiale e di questo 52 per cento si intende che ne venga amministrato un pezzo dalla Protezione civile, secondo grandi eventi ed urgenze, un pezzo da una direzione che risponde direttamente al Ministro, che è quella dello spettacolo, un pezzo da una direzione che risponde direttamente al Ministro, che è quella del patrimonio, in barba a tutte le necessità urgenti di tutela che avverte il paesaggio italiano; si tratta di un paesaggio straordinario, ma se non vi sono le persone che effettivamente applicano le normative e se non lo si fa giorno per giorno in relazione ai territori, alle direzioni regionali ed agli enti locali, questo patrimonio finirà per scomparire e scomparirà sotto il peso degli abusi edilizi, dell’ambiente distrutto e dell’inquinamento.
Allora sì, a quel punto, vi sarà l’emergenza e l’urgenza, allora sì potremo parlare di catastrofe. Vogliamo arrivare a questo? Questo è un Paese davvero strano e questo Governo, in alcuni momenti, mi pare che lo interpreti fin troppo bene, ma questo 52 per cento del patrimonio culturale è di fatto ridotto a grande evento o a calamità naturale o ad entrambi.
Per quale motivo la Protezione civile ha la potestà di intervenire sulla pinacoteca di Brera e sul progetto della grande Brera a Milano, sulle aree archeologiche di Ostia, Roma, Napoli e Pompei e sulla ricostruzione del centro storico de L’Aquila? Dalle mie parti si dice offelè fa el tò mestè cioè ognuno deve fare il suo mestiere. Per carità, la Protezione civile è importantissima, l’Italia purtroppo è un Paese di territori dissestati e di calamità, ma non vi è alcuna calamità nelle aree archeologiche di Ostia, Roma, Napoli e Pompei: vi è un’inefficienza di questo Governo che non finanzia il personale e non mette a posto ciò che dovrebbe mettere a posto, cioè il rapporto con le direzioni regionali, in una scelta di maggiore tutela. Cosa dire della ricostruzione del centro storico de L’Aquila ? A tale riguardo, molto francamente, siamo al limite della strumentalità, perché sovrapporre elementi tra loro così diversi credo che non porterà alcun vantaggio a nessuno e tanto lavoro anche generoso rischierà di venire vanificato.
A me piacerebbe che la cultura venisse definita un’urgenza e anche un’emergenza, perché abbiamo bisogno di lanciare un allarme. Ma questo allarme non è per le misure che sono previste nell’articolo 14: è per quel miserabile 0,3 per cento di finanziamento alla cultura. Da questo elemento partirei, non dall’infinità di soldi che arriveranno alla Protezione civile senza nessuna trasparenza. E non è l’unico atto che viene fatto: voglio ricordare anche in questa sede che vi è stata la privatizzazione del MAXXI, cioè del museo di arte contemporanea più importante d’Italia, trasformato arbitrariamente in fondazione di diritto privato senza che si sappia ancora chi sono i partner privati che comporranno questa fondazione.
Dunque, di che cosa stiamo parlando ? Diciamo la verità: l’esigenza è quella di mettere a posto un funzionario dello Stato ? Ma allora si chiamiamo le cose con il loro nome, non si interpelli la cultura, non si faccia riferimento alle catastrofi e ai grandi eventi. Io sono spaventata: grande evento sarà l’Expo 2015 nella mia città, a Milano, ma io non mi sento alla pari di persone che hanno un dramma enorme, che è quello di un terremoto o di un alluvione.
Ma per quale motivo una città come Milano deve finire sotto la Protezione civile ? Ma cosa abbiamo fatto di male ? È una città che funziona male, è governata male, ma – per carità – ha ancora alcuni elementi di civiltà ed alcuni elementi di sopravvivenza; il territorio è quello che è, ma per fortuna non abbiamo le alluvioni; vi è il Seveso che esonda qualche volta, ma non vorrei che arrivasse l’intera Protezione civile per aprire i tombini di Milano. Cerchiamo anche di dare un minimo di misura a ciò che viene fatto. Dunque penso davvero che sarebbe bene lanciare l’allarme per la cultura per quello 0,3 per cento del prodotto interno lordo che consegna il Paese, che ha il 52 per cento del patrimonio artistico mondiale, al grande evento, all’eventismo che è effimero, transitorio, discrezionale ed opaco, come il potere senza principi di questo Governo.
Le parole notturne della collega De Biasi hanno fatto breccia (insieme alla compatta azione di opposizione del gruppo PD alla Camera), e così nella seduta odierna è stato approvato un emendamento che abroga la norma “ad personam”.
La lettura del resoconto d’Aula è molto interessante, soprattutto nella parte finale…
EMILIA GRAZIA DE BIASI. Signor Presidente, vorrei intervenire con una brevissima dichiarazione di voto per esprimere la piena soddisfazione per la scelta della Commissione di sopprimere queste due parti dell’articolo 14 per alcuni motivi, i principali sono due, che ho già espresso nel mio intervento di ieri, e che voglio qui brevemente rimarcare.
Il primo motivo di soddisfazione è relativo a quanto affermava prima anche l’onorevole Nicolais, cioè un’omogeneità di trattamento, quindi il rispetto della Costituzione.
Il secondo motivo di soddisfazione che riguarda la cultura è il ribadire l’autonomia della cultura e del Ministero dalla Protezione civile, perché questa era una norma che non c’entrava assolutamente nulla con il provvedimento. Penso che ognuno debba fare il suo mestiere, il suo lavoro, che ci possa essere collaborazione, ma che ci debba essere autonomia.
Se mi permette, signor Presidente, vi è anche un terzo motivo di soddisfazione: in questo modo non vengono tagliati dai due a tre posti di dirigenti del Ministero per inquadrarne uno solo come dirigente del Ministero.
Fra l’altro, articoli di stampa di autorevoli giornali nazionali oggi riportano in modo molto chiaro la questione; sarebbe stata una grande ingiustizia, non vi è niente di personale, ma riteniamo che le regole debbano valere per tutti se vogliamo che il Ministero per i beni culturali continui ad essere un Ministero e non una scatola vuota fatta solo da dirigenti che rispondono al Governo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l’onorevole Piffari. Ne ha facoltà.
SERGIO MICHELE PIFFARI. Signor Presidente, brevemente, ringrazio il Governo e la Commissione per aver accolto il nostro emendamento che è un piccolo correttivo: perlomeno non esageriamo nell’utilizzare l’emergenza per disegnare dei vestiti solo ad alcune persone.
Rimane comunque il fatto grave che attraverso questo strumento della stabilizzazione andiamo oltre quello che l’Aula aveva già votato, nel limitare al 31 dicembre una serie di costi su questa emergenza che, in realtà, si prevedo di nuovo in barba a qualsiasi norma di programmazione nel modo di assumere il personale e anche di controllare la spesa pubblica. Comunque, meglio poco che niente.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l’onorevole La Malfa. Ne ha facoltà.
GIORGIO LA MALFA. Signor Presidente, se possibile, chiedo per un momento l’attenzione dell’Aula. Prima della votazione del precedente emendamento ho chiesto al Governo a quante persone si applicava una norma che il Parlamento era chiamato a votare. Nella sua libertà il Governo può non rispondere, ma credo che il Governo abbia il dovere verso il Parlamento di dare delle informazioni di fatto, quando il Parlamento chiede informazioni di fatto, non giudizi politici o altro. Mi viene detto, e lo ripeto qui, che quella norma si applica a due persone, dico due persone. Chiedo al Governo se questo è vero, perché trovo scandaloso che il Parlamento italiano affronti un decreto-legge sulla Protezione civile per sistemare due persone (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico).
Non si può fare una legislazione su una o due persone, quindi prego il Governo di smentire che si tratti di una norma fatta per due persone, perché se il Governo ritiene di tacere davanti a questo lo considero uno scandalo nello scandalo, che si aggiunge agli altri di cui stiamo parlando in questi giorni (Applausi di deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l’onorevole Quartiani. Ne ha facoltà.
ERMINIO ANGELO QUARTIANI. Signor Presidente, non so se la risposta che il collega La Malfa ha ora richiesto al Governo sia contenuta nella relazione tecnica che il Governo ha dato per accompagnare le ragioni della misura contenuta nel decreto-legge.
Tuttavia, mi sento di sottoscrivere la stessa domanda posta dal collega La Malfa al Governo e credo che sarebbe opportuno da parte dell’Aula, per votare con coscienza e cognizione di causa questi emendamenti e questo provvedimento, avere cognizione di cosa si tratta effettivamente e qual è la ricaduta di questa norma. Anche dal punto di vista regolamentare, credo che sia non dico un obbligo, ma sicuramente una facoltà del Governo rispondere alla richiesta dell’onorevole La Malfa. Visti i toni della nostra discussione sarebbe anche una buona condotta quella di un Governo che volesse dare risposta alle richieste che ora non sono solo dell’onorevole La Malfa ma di tutto il gruppo del Partito Democratico.
PRESIDENTE. La ringrazio onorevole Quartiani. Ho sollecitato il Governo due volte e faccio presente che la richiesta riguardava l’emendamento precedente. Tuttavia, penso che le informazioni al Parlamento possano essere date anche successivamente e sono comunque accolte.
(più tardi…)
GUIDO BERTOLASO, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, ho chiesto ovviamente l’informazione al Ministero per i beni culturali, perché si tratta di una norma che riguarda la pianta organica di tale dicastero; quindi, ho dovuto prendere tempo, sono andato fuori a parlare con gli uffici e mi hanno detto che si tratta di un funzionario (Commenti dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Questa la narrazione dei fatti: la morale, invece, è sempre quella…
*decreto-legge 30 dicembre 2009, n. 195, recante disposizioni urgenti per la cessazione dello stato di emergenza in materia di rifiuti nella regione Campania, per l’avvio della fase post emergenziale nel territorio della regione Abruzzo ed altre disposizioni urgenti relative alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ed alla protezione civile
Un intreccio da spezzare
Niente fiducia sul ddl emergenze: oggi si votano gli emendamenti e poi si va verso il voto finale a Montecitorio. Il capogruppo del Pd alla Camera Dario Franceschini aveva appena illustrato i termini dell’intesa tra gli schieramenti per evitare il ricorso alla fiducia quando il ministro Elio Vito ma anche il capogruppo della Lega Roberto Cota hanno messo le mani davanti: “Non sappiamo o no se il governo metterà la fiducia”.
Fini ha chiesto: “La ponete o no la questione di fiducia?”. E davanti al non lo sappiamo dei due ha spiegato che si andrà avanti senza tempi con un’applicazione del regolamento. Il che vuol dire che il voto finale è destinato ad allungarsi nei prossimi giorni, mettendo a rischio il decreto milleproroghe che era previsto in aula lunedì 22 e che scade il 28 febbraio.
Il segretario del PD, Pier Luigi Bersani è soddisfatto: “Se non metteranno la fiducia, se toglieranno la Protezione civile Spa e lo scudo, è una vittoria dell’iniziativa dell’opposizione”.
“Quello che sta avvenendo alla Camera dimostra che siamo stati capaci di fare, prima al Senato e poi a Montecitorio, una giusta e sacrosanta battaglia- afferma Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo PD di Palazzo Madama – la cancellazione della SPA e dello scudo ed il voto senza la fiducia sono la dimostrazione che anche nella maggioranza si sono resi conto che il ddl Emergenze era sbagliato e pericoloso.Al Senato la maggioranza ha voluto forzare ma poi ha dovuto fare i conti con l’evidenza e la forza degli argomenti dell’opposizione. Faccio i complimenti ai deputati del PD e delle altre forze di opposizione che hanno continuato al meglio la battaglia che qui al Senato avevamo cominciato. L’ottusità e la protervia che la maggioranza e il governo avevano dimostrato al Senato è stata battuta alla Camera. E’ il segno che le cose possono, con la costanza delle nostre posizioni, cambiare”.
Una situazione davvero paradossale. Nel bene e nel male la Protezione Civile è al centro di tutta l’attenzione dell’opinione pubblica italiana. Al Parlamento si preannuncia battaglia sulle sue sorti amministrative con il passaggio da ente pubblico a ente privato con finanziamento pubblico; Guido Bertolaso primeggia su tutti i media per le questioni riguardanti appalti “facili”, intrattenimenti erotici, richiesta di dimissioni e lettere agli operatori e volontari della Pc; l’incubo per i calabresi che vedono scomparire case e la propria vita nelle spaventose frane degli ultimi giorni.
Tutto questo non significa mettere troppa carne al fuoco perché è tutto sottilmente collegato. La Protezione civile è in enorme affanno perché troppo legata alla figura di Guido Bertolaso. Una sorta di patto di paternità che fa in modo che senza l’uno non esiste l’altro. È questo il grande paradosso. I meriti di Bertolaso e della Protezione civile non possono essere dimenticati ma questo non può significare che se Bertolaso si dimette finisce definitivamente la Protezione civile.
La Camera dei deputati sarà il luogo dell’ennesima brutta richiesta di fiducia da parte del governo sul decreto Protezione civile. L’esecutivo e la maggioranza, in evidente difficoltà dopo i recenti scandali legati a corruzione, affarismo e imprenditori senza scrupoli, hanno fatto un passo indietro stralciando dal decreto il passaggio in società per azioni. Ma non si sono arresi davanti al buon senso di capire che anche così non può bastare. Se per la differenza tra gli schieramenti formalmente è nella stesura di un testo, nella sostanza c’è un abisso. Il Pd ha chiesto che si definisca in modo chiaro e univoco la differenza tra gestione di emergenze e di grandi eventi.
Come si può attirare l’attenzione di un governo cieco se non chiedendo di parlare – tutti i deputati del Pd – nell’unico luogo dove “dovrebbero” nasce le leggi che regolano la vita della nazione. In quel Parlamento che ora è diventato un luogo di ratifica e di conta di numeri. Alla luce di tutti gli appalti truccati, della corruzione di affaristi nella ricostruzione dell’Aquila come si può equiparare l’America’s Cup di vela e il terremoto in Abruzzo? Ovvero il Giro d’Italia di ciclismo e le frane in Calabria? La differenza è gigantesca. Qualcuno della maggioranza se n’è accorto?
L’importanza della Protezione civile per il paese non deve ridursi alla presenza o meno di Bertolaso. Il suo ruolo strategico non può definirsi nella sola difesa ad oltranza del suo capo. La Calabria non può rimanere isolata se Bertolaso non può andarci. E non bastano lettere aperte o promesse che tutti i fondi pattuiti verranno effettivamente versati quando della non straordinaria dotazione finanziaria del 2009, circa 250 milioni, destinati agli interventi di prevenzione del rischio idrogeologico, non è stato speso neppure un euro.
Allora andiamo avanti a colpi di fiducia. Finché regge.
“Ho letto la lettera del dott. Bertolaso. Lui si definisce un alluvionato. A parte altre considerazioni che potrebbero farsi sul paragone con gli alluvionati veri , a me pare invece che nella lettera lui sia esondante”. Lo ha dichiarato Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo PD a Palazzo Madama, commentando la lettera aperta di Bertolaso agli operatori e ai volontari della Protezione civile. “E comunque continuo a ritenere che un gesto di sobrietà, piuttosto che una lettera aperta, avrebbe meglio gratificato gli uomini e le donne della protezione civile, in particolare coloro che hanno lavorato e lavorano volontariamente a fianco del dott. Bertolaso per portare soccorso a popolazioni colpite da catastrofi naturali” ha concluso Anna Finocchiaro.
“Buon gusto e garbo istituzionale, merce rara di questi tempi, consiglierebbero di rimuovere quanto prima dal sito della protezione civile la lettera di Bertolaso sulle vicende giudiziarie e mediatiche che lo vedono coinvolto”. Lo sostiene il capogruppo del Pd nella commissione Affari costituzionali della Camera, Gianclaudio Bressa, che spiega: “quella lettera è molto grave e dovrebbe far riflettere. L’uso privato di uno spazio pubblico è di per se deprecabile tanto più se contiene una delegittimazione delle istituzioni repubblicane. Penso al passaggio in cui Bertolaso dice che oggi dovrebbe essere in Calabria, sul fronte della frane, e non in Parlamento a discutere di “un falso”, come la privatizzazione della Protezione Civile, che dichiara di non aver mai voluto e proposto. La mancanza di rispetto nei confronti del Parlamento – che sarebbe impegnato in una “battaglia democratica” del tutto inventata – non è accettabile da chi vuole esercitare due funzioni che devono restare distinte e separate, quella di indirizzo politico che appartiene alla figura di Bertolaso sottosegretario e quella di gestione amministrativa di Bertolaso capo dipartimento”.
“Dalla P.A alla SPA si potrebbe dire con uno slogan. Sì perché la partita che si sta giocando sulla Protezione Civile e nella quale questo disegno di legge avrebbe svolto un ruolo strategico, è quella della continua, progressiva, pervasiva aziendalizzazione della pubblica amministrazione. Con lo scopo, apparente, di renderla più efficiente ma con lo scopo reale di renderla più funzionale, obbediente e docile ad una ben stretta cerchia di affiliati. Altro che bene comune!”.
Così la vicepresidente del gruppo PD alla Camera, Rosa Villecco Calipari, intervenendo nell’aula di Montecitorio dov’è in discussione il decreto legge sulla Protezione Civile.
La vicepresidente dei deputati democratici ha voluto ricordare la creazione di Difesa Spa, inserita nella Finanziaria 2010: “Una holding – ha spiegato Calipari – che potrà spendere ogni anno tra i 3 e i 5 miliardi di euro senza rispondere al Parlamento o ad organismi neutrali, con un patrimonio di immobili ‘da valorizzare’ pari a 4 miliardi. Stessa tecnica e stessa procedura – ha detto – per la prova generale di una strategia molto più ampia: lo smantellamento dello Stato creando potere al di fuori di ogni tipo di controllo, sia parlamentare che giuridico, con una logica della deroga permanente che, come si è visto, produce discrezionalità, opacità e negazione della libera concorrenza”.
“I gruppi del Pd, Udc e Idv hanno già dichiarato la disponibilità a ridurre a 40 il numero degli emendamenti al decreto Protezione civile, ma il governo, come si evince dalle parole del capogruppo Pdl Calla Camera non ha alcuna intenzione di rinunciare al voto di fiducia. Non cerchi scuse, però l’onorevole Cicchitto, non si aggrappi a ostruzionismi inesistenti per coprire l’ennesimo atto di arroganza di questo esecutivo incapace di fermarsi di fronte allo sconcerto e alla rabbia che questa per una volta sono usciti dalle aule parlamentari e sono palpabili nell’opinione pubblica, nel Paese”. Così Michele Ventura, vicepresidente vicario dei depurati del PD.
A.Dra
www.partitodemocratico.it
