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Nuova tangentopoli per il Pdl?

Casi sempre più eclatanti di corruzione e malgoverno sono alla base delle indagini che hanno portato all’arresto esponenti di spicco del Pdl. E Berlusconi fa fatica a nasconderlo. Si è passati dal “scendo in campo” del 1994 ad “una scelta di campo”. Così Silvio Berlusconi ha cambiato le sue parole nel presentare le 4 candidate del Pdl alla guida delle regioni Emilia Romagna, Lazio, Toscana e Umbria. Copione noto, trito e ritrito fatto di luoghi comuni che infiammano, sempre di meno, i suoi simpatizzanti con accuse alla Sinistra (quale? Quella extraparlamentare?) di dire sempre di no e di voler reintrodurre tasse anche se non sono al governo. Per Berlusconi, sicuro della vittoria, le prossime regionali saranno un’elezione con valore nazionale che darà nuova linfa al suo esecutivo. A noi non resta che analizzare il sistema nazionale Pdl e vedere come funziona bene.

Senza risalire a tutte le vicissitudini degli ultimi anni, basta fare un breve tuffo nel passato prossimo per capire, o far capire, come funziona il sistema piramidale del Popolo delle libertà fatto da brave persone.

Un primo esempio è Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia e coordinatore regionale del Pdl in Campania, è indagato per presunti contatti con il clan dei Casalesi nell’ambito di un procedimento scaturito dalle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia. La sua richiesta di arresto o misura cautelare interdittiva è stata, negli ultimi mesi, più volte bloccata dalla maggioranza in Commissione parlamentare e in Aula.

A seguire Milko Pennisi presidente della Commissione urbanistica del Comune di Milano arrestato l’altro ieri mentre intascava la tangente da un costruttore bresciano. Un corto circuito nell’ingranaggio fatto di tangenti tra i 4mila e i 6mila euro, rigorosamente in contanti, che ha arricchito Pennisi. La ciliegina sulla torta è stata la giustificazione data una volta incastrato in flagranza di reato: “sono regali del mio vecchio padre”, tra l’altro pensionato ed emigrato in Brasile.
A parziale discolpa di Pennisi sta il fatto di amare la bella vita e di farsi accompagnare sempre da belle donne. Si sa che questo modo di vivere richiede molti soldi da spendere.

Non è riuscito a festeggiare San Valerntino neanche il presidente della Provincia di Vercelli, Renzo Masoero: è stato arrestato dalla polizia giudiziaria per concussione. Un presidente, ora agli arresti domiciliari, è davvero un tutto fare. Non stanco della carica che ricopre dal 2002 con una riconferma quasi plebiscitaria nel maggio 2007, Masoero è anche sindaco di Livorno Ferraris (Vc). Da ricordare che in un sondaggio del 2008, Masoero risultava il presidente di Provincia più gradito di tutta Italia con un consenso pari al 55%.

Poco prima di Natale, la stessa sorte è toccata a Piergianni Prosperini, assessore lombardo a Sport e Turismo. Addirittura Prosperini in diretta tv con l’emittente Antenna 3, con i finanzieri davanti agli occhi riusciva a negare tutto l’accaduto al giornalista Roberto Poletti. Invitato a partecipare alla trasmissione televisiva, l’assessore replicava “io non posso venire in questo momento” rispondeva l’assessore. “Prosperini…stanno uscendo delle agenzie che dicono del tuo arresto”, incalzava Poletti. “Eehh la Madonna, così non è!”. “Qui siamo alle comiche, sono agghiacciato e terrorizzato” continuava Poletti. “Beh dì che non è vero! Le agenzie sbagliano ma non posso più parlare, sono qui tranquillo, bello e paciarotto. Cazzo!”. Che stile!

Salendo di gradini, la new entry è Denis Verdini coordinatore nazionale del Pdl, indagato per concorso in corruzione.

Se solo si volesse fare una piccola comparazione con i politici del Pd, il confronto non reggerebbe affatto. Prendendo come esempio i casi relativi a Piero Marrazzo e a Flavio Del Bono una sola considerazione deve emergere immediatamente: una volta indagati, il governatore del Lazio e il sindaco di Bologna si sono immediatamente dimessi dal loro incarico istituzionale.
Purtroppo, è proprio Berlusconi il maestro che ha insegnato che nel Pdl la parola “dimissioni” è completamente priva di senso e significato. Ma anche per il premier l’incubo di una nuova tangentopoli è alle porte. E anche lui se n’è accorto.

A.Dra
www.partitodemocratico.it

"Il PD ha messo Bologna al di sopra degli interessi di parte", di Sergio Lo Giudice*

Non neghiamo le nostre responsabilità nel caso Delbono ma siamo un partito di donne e uomini perbene. Il nostro operato è sempre stato trasparente e rigoroso. Un gesto di responsabilità condiviso dal Pd bolognese che separa in modo chiaro e inedito una vicenda giudiziaria personale dall’amministrazione della città prima ancora di un eventuale rinvio a giudizio. Insieme a Delbono lasciano i loro incarichi ma non il loro impegno politico più di cento amministratori bolognesi Pd fra assessori e consiglieri comunali e circoscrizionali. Questi ultimi, con l’eventualità di non essere più rieletti, se il voto slittasse al 2011, a causa della dissennata scelta del decreto Calderoli che taglia i consigli circoscrizionali, formidabile strumento di decentramento e partecipazione che proprio a Bologna ebbe la propria culla già negli anni Cinquanta grazie ad un’intuizione di Giuseppe Dossetti.
II Partito democratico ha affrontato questo momento difficile con determinazione e unitarietà. Senza sottrarsi ad una riflessione sulle proprie responsabilità per l’accaduto ma mostrandosi per quel che è: un’associazione di donne e uomini per bene che considerano la trasparenza e il rigore morale alla base della propria azione individuale e dell’identità collettiva del loro partito.
Un’assunzione di responsabilità dolorosa ma necessaria che, di fronte al rischio che un’ombra di sfiducia si allungasse sull’amministrazione, ha posto l’interesse della città al di sopra di ogni altra considerazione. Perché, per noi, Bologna viene prima di tutto. Un gesto, di fatto, di dimissioni collettive che vuole riaffermare la continuità ideale con quella tradizione di eccellenza sul piano del buon governo e del legame fra la comunità e i suoi amministratori che è il vanto di Bologna già dai tempi del socialista Francesco Zanardi, il “sindaco del pane” che governò la città prima dell’era fascista.
La fine traumatica del mandato non deve oscurare che sono stati sette mesi di buona amministrazione, in cui si sono messe in campo ampie misure straordinarie anti crisi rivolte alle fasce più deboli, si sono potenziati i servizi per l’infanzia, sono stati avviati importanti interventi di riqualificazione urbana e si è approvato il bilancio 2010. I bolognesi avrebbero potuto scegliere il nuovo sindaco già a marzo se solo il governo avesse dato il via.
Invece cresce nel centrodestra l’idea malsana di rimandare il voto al 2011 per imporre un lungo coniFine mandato Nonostante tutto sono stati sette mesi di buona amministrazione missariamento e capitalizzare così il disagio della città a proprio tornaconto elettorale. Sarebbe un danno per Bologna, per le organizzazioni economiche che chiedono di non interrompere lo sviluppo della città, per i lavoratori che hanno bisogno dell’intervento della politica per governare e ammortizzare gli effetti della crisi. La macchina è lì pista con il motore acceso: manca solo l’autista. Ora è necessario il contributo di tutti perché i bolognesi possano scegliere al più presto il loro nuovo sindaco e ripartire.
*capogruppo PD Comune Bologna
L’Unità – Bologna 17.02.10

"Dossier: a Rosarno 20 anni di soprusi sui neri. Spari nel '90, duplice omicidio due anni dopo", di Carlo Ciavoni

Che la ‘ndrangheta sia lì, attorno ai campi dove si raccolgono arance e mandarini, senza neanche il fastidio di nascondersi, è cosa risaputa. E che a sparare contro i neri ridotti in schiavitù siano sempre loro delle ‘ndrine, affinché “gli schiavi” si pieghino alle condizioni disumane alle quali sono costrettti e non si azzardino a protestare, è altrettanto noto. Ma poi è di dominio pubblico anche il fatto che le fucilate contro gruppi di immigrati, non sono soltanto un “gioioso passatempo” dei rampolli della mafia, che sparano per “farsi le ossa” e farsi conoscere, ma rappresentano una strategia terroristica che a Rosarno funziona dal 1990, fin dai primi flussi migratori dei manovali provenienti dall’Africa. Tutto nell’indifferenza generale.

“Arance insanguinate”. E’ il titolo di un dossier che “DaSud” Onlus ha presentato a Reggio Calabria e a Lamezia Terme ad una delegazione del Parlamento Europeo e di cui si parlerà a Roma – al cinema L’Aquila, giovedì prossimo – durante un meeting di tutte le associazione antirazziste. Si tratta di un lavoro che serve a far conoscere il tragitto e l’evoluzione negli ultimi vent’anni, di una tragedia di dimensione nazionale, che ha suscitato attenzione mediatica solo quando è esplosa come problema di ordine pubblico, la notte dell’8 gennaio scorso, quando su un gruppo di “schiavi africani” c’è stato l’ennesimo “tiro a segno”, al quale gli immigrati hanno reagito con una vera e propria rivolta. Tutti erano sopravvivevano come animali in una ex cartiera, costruita con i soldi truffati alla Ue e poi abbandonata.

Un bollettino di guerra.

Il dossier, dunque, vuole dimostrare che a Rosarno la caccia ai neri africani è cosa vecchia, uno “sport” cominciato vent’anni fa. Il dossier fa un bilancio, che somiglia ad un bollettino di guerra: diversi i morti, decine e decine i feriti. Episodi che vengono riportati alla memoria, per dimostrare l’estrema gravità del problema. Si ricorda, ad esempio, la strage dell’11 febbraio del ’92, quando vennero assassinati due cittadini algerini uccisi a revolverate nelle campagne della Piana di gioia Tauro. Si ricostruisce l’altra aggressione del febbraio del ’94, quando due ragazzi della Costa d’Avorio furono feriti a fucilate e il corpo di un loro connazionale in avanzato stato di decomposizione, anche lui bersaglio dei mafiosi, fu trovato due anni più tardi. Gli autori del dossier si domandano, a questo punto, chissà quanti altri morti potrebbero essere ritrovati e quanti altri ancora, che nessuno cerca, che fine hanno fatto. “Una guerra, da sempre legata al racket dello sfruttamento delle braccia – si legge nel dossier – che ha nelle rivolte del 2009 e del 2010 due momenti intensi di una lunga e ventennale spirale di violenza. Morti dimenticati. Colpevolmente”.

Il doppio volto di Rosarno. Il dossier di “daSud” mette in evidenza anche il “doppio volto di Rosarno” e, più in generale, della Piana di Gioia Tauro. Terra di contraddizioni profonde, dove spadroneggiano ferocissime ‘ndrine, ma dove si sono anche sviluppate grandi battaglie civili. Perché se è vero che per anni le cosche hanno terrorizzato gli stranieri per schiavizzarli, è altrettanto vero che dai primi anni 90 il movimento del volontariato laico e cattolico è stato presente e s’è impegnato per aiutare gli immigrati. Ogni volta che c’è stata una violenza è seguita una reazione della società civile. Non solo, ma Rosarno è anche tra i centri calabresi dove è stato realizzato un sistema d’accoglienza con specifiche politiche di sostegno ai migranti, fin dal ’95. E qui il dossier ricorda grazie il contributo del combattivo sindaco Peppino Lavorato, storico militante del Pci, che riuscì durante i suoi due mandati ad arginare la ‘ndrangheta, col sostegno del mondo del volontariato.

Il lungo “tiro a segno” dal ’90 in poi. La sera del 10 settembre ’90 viene gambizzato a revolverate Mohamed El Sadki, 28 anni. Stessa sorte, un anno dopo, il 23 dicembre del ’91, all’algerino Mohammed Zerivi, di 24 anni. Il 27 gennaio del ’92 altri due giovani algerini, Malit Abykzinh, di 24 anni e Boumtl Rabah, di 27 anni, trovano sulla porta di casa dei ladri che stanno forzando la porta dell’appartamento con una sbarra di ferro. Sorpresi dagli africani, gli scassinatori reagiscono sparando: il più giovane finisce in ospedale con ferite gravissime all’addome, l’altro con una mano trapassata dai proiettili. È solo uno dei tanti episodi che si verificano in quel periodo.

Decine e decine di aggressioni. Numerosi atti di violenza sono passati sotto silenzio. Ma perché si andava a rubare in quelle case poverissime? Perché quelle sparatorie? A volte si trattava di vere e proprie di rapine, per togliere quel po’ di soldi che gli immigrati riuscivano a guadagnare dopo 16-18 ore di lavoro per 25 euro. A volte erano intimidazioni, altre volte razzismo allo stato puro. C’è solo una regola: i neri devono subire in silenzio perché capiscano chi comanda da queste parti. Nel 1992 ecco i primi due morti. A fine gennaio l’arresto di un giovane del paese per le rapine agli africani fa salire la tensione. Così come le risse tra africani in paese. Sono di nuovo gli algerini il bersaglio delle fucilate e delle revolverate. Tre di loro vengono avvicinati nella notte dell’11 febbraio del ’92 nelle strade di Rosarno. Un uomo gli propone un lavoro in campagna e li fanno salire in auto. È una trappola. Arrivati in una zona isolata, lungo la strada per Laureana di Borrello, località Scattareggia, gli sparano addosso. Due muoiono sul colpo – Abdelgani Abid e Sari Mabini, di 20 anni – il terzo, Murad Misichesh, 19 anni, riesce a scappare, ferito al collo.

La lunga scia di sangue sulla Piana. Il 18 febbraio del ’94 tocca Mourou Kouakau Sinan, 41 anni, della Costa d’Avorio, preso a fucilate assieme a Bama Moussa, di 29 anni, ed Homade Sare, di 31, tutti del Burkina Faso. Il primo mure lì, per strada, colpito in pieno petto, gli altri due sono feriti lievemente. Ma nel ’94 cominciano ad avere paura le cosche che approfittando della notte del Capodanno successivo per lanciare una offensiva in “stile colombiano”, con mitragliate contro il Comune e le scuole pubbliche. Botti densi di avvertimenti minacciosi, che si ripeteranno nel tempo. Ma il 6 gennaio del ’95 scatta la voglia di reagire all’aggressione mafiosa. Il Comune comincia la distribuzione di pasti caldi per gli immigrati. Si diffonde un’allegria tra braccianti bianchi e neri, che organizzano danze, coinvolgendo tutta la città. Ma le violenze proseguono.

Ma le arance non piovono dal cielo. Nell’ottobre del ’96, un altro morto, un africano di 25-30 anni ritrovato in mezzo alla campagna di Laureana di Borrello, in stato di decomposizione. Impossibile scoprirne l’identità: nessuno lo ha mai cercato. La lunga catena di aggressioni e attentati arriva fino ai giorni nostri. Fino alla rivolta dell’8 gennaio scorso, quando la soluzione più giusta sembra essere quella di deportare “gli schiavi” , senza distinguere i richiedenti asilo politico, dai clandestini persino quelli che da anni – sempre clandestinamente – raccoglievano frutta dagli alberi, “ingranaggi di un volano” che ha arricchito l’economia locale. “Perché le arance e i mandarini, non piovono dal cielo”, si legge nel dossier.
La Repubblica 17.02.10

"Viaggio nella zona grigia dell'immigrazione in Europa", di Sara Bianchi

Giovani tra i 20 e 40 anni con un tasso di attività molto alto, che supera l’80% e una qualifica bassa. Domestiche, badanti, braccianti, manovali soprattutto nel settore edile. L’identikit dell’immigrato è lo stesso in tutte le grandi capitali europee. Anche nello scenario di crisi economica le cose non sono cambiate e i flussi migratori non hanno arrestato la loro crescita. Ma le condizioni di vita degli stranieri cambiano molto da paese a paese, per ragioni culturali e per le differenti politiche di accoglienza messe in atto.

La Spagna resta il Paese in Europa, dove l’incidenza degli stranieri residenti sul totale della popolazione è molto elevata, all’11,7%. In Germania siamo all’8,2% con 8 milioni di immigrati, circa l’8% della popolazione, sul cui totale il 18% ha un passato migratorio. La Francia si conferma uno dei paesi con una tradizione migratoria più antica se il 23% della popolazione ha genitori o nonni di origine immigrata. In Gran Bretagna l’incidenza degli stranieri residenti sul totale della popolazione ha superato il 6,3%.
A Barcellona è il distretto di Ciutat Vella, uno dei dieci nei quali è divisa la metropoli, ad essere caratterizzato da una forte presenza di stranieri, oltre il 20% della popolazione. È la zona a maggior densità abitativa immigrata, soprattutto nel quartiere La Ribera, ed è il terzo distretto per concentrazione demografica complessiva.

Il Comune nel 2005 ha approvato un piano strategico per l’inclusione sociale che identifica i «collettivi socialmente vulnerabili». E uno dei temi su cui si basano i documenti dell’amministrazione e i piani di sviluppo locali è la partecipazione, esiste infatti un programma di attività del distretto che elenca zona per zona le risposte da dare con il contributo dei cittadini. I servizi residenziali del programma comunale comprendono appartamenti e pensioni, servizi di mensa sociale e centri diurni. Sono inoltre state stipulate convenzioni per la collaborazione con il privato e c’è una rete istituzionale che coordina gli interventio sociali.

Le attività di consorzi di cooperative comprendono centri di inserimento al lavoro, accoglienza, incontri di sensibilizzazione alla questione, inserimento degli immigrati senza documenti, assistenza in loco di coloro che abitano case occupate per offrirgli una via d’uscita. In questi centri sono attivi anche corsi di lingua per stranieri, sono presenti assistenti sociali e psicologi che promuovono incontri tematici sulle problematiche più comuni agli immigrati e attività tese a sviluppare una rete di contatti utile.
La legge prevede che se un immigrato entra illegalmente in Spagna può essere detenuto in un centro di internamento per stranieri fino a 40 giorni. Il ministero del lavoro ha poi allestito centri di accoglienza umanitaria che consentono la permanenza fino a 15 giorni.

In Germania la più numerosa è la comunità turca (2 milioni di persone), 3 milioni sono i fedeli musulmani. A Berlino gli stranieri residenti arrivano al 14% della popolazione e la maggior parte di loro è di seconda o terza generazione. Neukolln è la zona dove si concentra il maggior numero di immigrati (un terzo degli abitanti) ed è uno dei quartieri più grandi ma anche più poveri della nazione.

Nel 2004 le politiche di protezione sociale tedesca sono diventate più rigorose rispetto al passato, con l’introduzione di un sistema che ha consentito una diminuzione dei costi. Anche nel caso tedesco i criteri individuati puntano alla partecipazione, con accenti marcati però sulla responsabilizzazione. È del 2006 il piano nazionale di integrazione per gli immigrati che ha introdotto sportelli per favorire l’inserimento e istituito corsi supplementari di lingua tedesca. Ma la strategia di Berlino ha creato istituzioni che servono solo ai possessori di cittadinanza o residenza tedesca, tagliando fuori di fatto dal perimetro di assistenza gli altri.

In un’organizzazione di Stato federale anche le questioni sociali sono gestite sui tre ambiti diversi. Le principali attività di assistenza sono a carico delle comunità locali, le normative di politica migratoria e i finanziamenti fanno capo al governo federale e al Lander è demandata la legislazione dei programmi da sviluppare localmente. Sul territorio nazionale, a Berlino in particolare, c’è una forte presenza di organizzazioni non governative, che includono progetti per migliorare la convivenza tra popolazione immigrata e tedeschi.

In Francia, proprio in questi giorni il ministro dell’Immigrazione, Eric Besson, ha annunciato una nuova stretta sugli immigrati clandestini. Si tratta di una proposta di legge per la creazione di zone speciali per gli immigrati, che consentiranno controlli maggiori alle autorità e un’organizzazione più efficiente nella gestione delle richieste di asilo. Sarà creata «una zona d’attesa speciale» che permetterà alle autorità di «mantenere un controllo per il tempo sufficiente ad esaminare eventuali domande di asilo». Queste aree consentiranno di fatto a Parigi di legittimare la privazione immediata della libertà dei clandestini ovunque si trovino.
Il ministro prevede inoltre di consentire il rimpatrio di quei clandestini che rappresentano una minaccia per l’ordine pubblico anche se in possesso del visto di soggiorno.

Per incoraggiare «l’immigrazione selettiva» cara al presidente Sarkozy, Parigi vuole anche promuovere la carta blu europea, di una durata rinnovabile di tre anni, valida per gli stranieri che hanno almeno una laurea triennale e uno stipendio superiore (di una volta e mezzo) al salario medio annuo. Besson vuole inoltre modificare il codice del lavoro per vietare
alle imprese di assumere dipendenti stranieri senza titolo di soggiorno, con l’utilizzo di sanzioni amministrative e giudiziarie.

Nella gestione attuale in Francia il rapporto tra Stato e enti locali, da una parte, e associazioni dall’altra resta a un buon livello di collaborazione. Soggetti del terzo settore e parternariato locale fanno parte integrante nel sistema che coinvolge le amministrazioni locali. Anche i settori del privato sociale sono particolarmente attivi. Allenadosi con loro le Ferrovie dello Stato, già dal 1993, hanno creato centri di accoglienza per i senza fissa dimora, che oggi sono tra le sperienze più riuscite.

A Londra resta la pesante contraddizione della contemporanea presenza di persone che percepiscono stipendi altissimi a fianco di altre che lavorano per pochi pound. Negli ultimi anni inoltre il mercato immobiliare ha visto aumentare in maniera sproporzionata i prezzi delle case rispetto ai salari. Fattori che hanno accentuato la formazione di comunità separate, aumentando e il numero di chi vive sotto la soglia di povertà. Negli ultimi anni le prestazioni sociali nel sistema di welfare sono state asciugate da necessità di riduzione delle spesa. Se solo chi si collocava al di sopra di una certa soglia poteva accedere al sistema di protezione, con i governi laburisti è stato innalzato il livello dei salari minimi e sono state promosse iniziative di formazione professionale per facilitare il reingresso nel mercato del lavoro. Oggi a progettare gli interventi di welfare non è più solo lo Stato ma anche il mondo del volontariato e quello del terzo settore. È quest’utlimo ad avere tra i propri compiti il coinvolgimento diretto dei cittadini, la sperimentazioni di soluzioni innovative, l’osservatozione attiva sulle tematiche emergenti.
Un gran numero di etnie sono concentrate a Lambeth, uno dei tredici distretti londinesi. In questa zona si trova l’ostello di Cedars Road, un ex dormitorio che oggi fornisce un servizio di medicina di base, un servizio di cure intermedie, supporto per la ricerca di un’attività lavorativa, sostegno per le attività basilari (fare la spesa, fare conoscenza con il vicinato). Non esiste più la possibilità di accoglienza gratuita in queste strutture, ma il governo fornisce dei sussidi con i quali gli utenti pagano la loro quota, un modo per incentivare il passaggio a una vita normale.
Il Sole 24 Ore 17.02.10

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IMMIGRAZIONE, VERSO L’INTEGRAZIONE. La diplomazia della birra e del cous cous

San Salvario a Torino era il simbolo del degrado. Dieci anni dopo è diventato un quartiere trendy
emanuela minucci. «Vede questa lista di interventi? La lamentela più grave riguarda gli schiamazzi serali, quelli che arrivano dalle birrerie o dai locali di tendenza. Vogliamo confrontarla con quella di dieci anni fa? Allora la gente, esasperata dallo spaccio, sfilava per strada di notte e i giornali titolavano “Tori- no: voglia di spranga contro l’immigrato”».

La storia della scommessa vinta da San Salvario (il quartiere più multietnico della città a due passi da Porta Nuova) è tutta chiusa nella cartellina gialla del comando dei vigili urbani: da zona calda, ad alto tasso di immigrati clandestini (oggi sono il 14 per cento degli abitanti) al quartiere più effervescente e culturalmente vivace della città. «È vero, ci sono voluti dieci anni, una grande figura sociale come il parroco Don Gallo, e soprattutto un’amministrazione che ha fatto della mixitè il punto di forza dell’area – spiega Carlo Olmo, docente di Storia dell’Architettura contemporanea – ma alla fine il quartiere ha saputo trasformare i problemi in opportunità».

Olmo indica in lontananza gli scavi del metrò, la trincea che separa San Salvario dall’appena rinnovata stazione di Porta Nuova e aggiunge: «Opere come questa, insieme con un fittissimo calendario di iniziative culturali, e un tessuto commerciale rivitalizzato: ecco il processo multiplo che ha saputo trasformare la diversità di San Salvario, con i suoi tanti stranieri in risorsa».
Una risorsa che in qualche caso, proprio in questa zona incastonata fra il Parco del Valentino e la stazione, è virata in status symbol. Si pensi soltanto a quanto accadde l’estate scorsa, all’asilo Bay, nel cuore di San Salvario, la scuola più multietnica della città: negli Anni Novanta era «l’asilo dei neri», quello dove nessun genitore italiano avrebbe voluto iscrivere il proprio bambino. Nel luglio scorso quelle stesse classi ad alto tasso di occhi a mandorla e pelle nera (il 60 per cento dei bambini è straniero) sono diventate meta ambitissima: i genitori dei bambini italiani capirono l’importanza del confronto fra culture diverse.

E dire che sino a qualche anno fa in quello che fu battezzato il «crocevia dello spaccio», fra via Berthollet e via Nizza, la gente arrivava a svendere gli alloggi e la sera, per strada, c’era il coprifuoco: oggi, invece, laddove resiste lo spaccio, molto più contenuto di allora i controlli danno buoni frutti: «Grazie ad un’intensa collaborazione con gli abitanti e la procura – spiega il comandante provinciale dei Carabinieri, colonnello Antonio De Vita – è stato possibile provare l’attività di spaccio attraverso filmati che hanno garantito la condanna dei pusher». A San Salvario i carabinieri hanno da tre anni una nuova stazione. E anche i vigili urbani hanno una sede con un’ottantina di agenti di cui una buona metà è a disposizione della gente. Gente come Laura Pagano, 44 anni, architetto che dieci anni fa, per la disperazione, voleva vendere il suo alloggio di 80 metri quadri: «La sera avevo paura a rincasare, i pusher nascondevano gli ovuli nella nostra buca delle lettere». Oggi al posto del phone center che confinava con il portone di Laura c’è una bottega di birra artigianale, e la sera un viavai di fighetti. «Altra vita – commenta lei – e l’alloggio ha raddoppiato di valore». Aggiunge, orgoglioso il presidente di quartiere Mario Cornelio Levi – ora le signore torinesi hanno imparato dai loro vicini di casa a cucinare cous cous e banane verdi fritte. La diversità è diventata punto d’incontro e, perché no, tendenza: quando mangi il cibo di un altro è perché ti fidi».

D’accordo con lui è Don Gallo, il parroco-simbolo del quartiere che nel 2002 aprì il piccolo teatro Baretti al fianco della sua parrocchia: «E’ servito parecchio – racconta – come servono tuttora gli oratori e le gallerie d’arte: la cultura e il gioco, come sempre, sono collanti meravigliosi»
La Stampa 17.02.10

"La propaganda dell'emergenza", di Nadia Urbinati

La politica dell´anti-politica si è tradotta nel mettere in moto un sistema arbitrario di decisori assoluti, un collage di zone d´ombra dove i radar della legge sono ciechi. Perché il piú onesto ed efficiente dei capi non può sopperire a un limite umano: l´impossibilità di sapere, prevedere e comprendere tutto e quindi prendere decisioni su uomini e cose che siano sagge. Questo nel migliore dei casi; nel caso appunto che le cattive decisioni siano l´esito di un errore non intenzionale da parte di chi tiene in mano la catena del comando e non può umanamente controllare che tutti gli anelli siano integri. Non è necessario che ci sia intenzione malevola. Questo dimostra il vulnus insito nell´idea che la celerità di decisione richieda centralizzazione e potere discrezionale assoluto, o al di sopra della legge.
Il liberalismo e il costituzionalismo sono nati non a caso nella fucina della critica dei poteri assoluti che incrostavano la società e lo stato dell´antico regime. E il perno della loro critica, vincente è stato proprio questo: le decisioni su questioni complesse come quelle pubbliche hanno la possibilità di essere migliori quando sono prese da un gruppo più o meno ampio, un collettivo, secondo regole che tutti conoscono e che, soprattutto, demandano ad altri il controllo e il monitoraggio. I controllori non possono essere anche autori. La risposta più radicale alle forme monocratiche di decisione è stata appunto la divisione dei poteri e delle funzioni. Se la gerarchia delle responsabilità serve a creare un team che opera celermente e bene è tuttavia su un sistema di controllo autonomo che riposa la possibilità di contare su buone decisioni. Questa vecchia regola è sempre nuova, e vale anche per la governance della Protezione civile o per qualunque organismo decisionale che si avvale di competenze diverse e soprattutto usa risorse pubbliche. Su questa base, assai semplice e intuitiva, si regge la possibilità di portare a termine decisioni che siano dettate da efficienza, competenza e trasparenza. La velocizzazione e l´efficienza delle decisioni non ha proprio nulla a che fare con le scorciatoie; mentre la trasparenza è una componente dell´efficienza e della competenza.
In questi anni di propaganda dell´emergenza si è fatto credere (chi ci governa ci ha fatto credere) che la politica sia la causa delle lentezze e della corruzione. Ma la politica dell´anti-politica ha generato una sottocultura dell´efficienza fittizia, quella fasulla celerità che pare venire naturalmente quando le regole e la giustizia sono aggirate. La politica dell´anti-politica si è tradotta nel mettere in moto un sistema arbitrario di decisori assoluti, un collage di zone d´ombra dove i radar della legge sono ciechi. Così sono nate agenzie cesaristiche e opere faraoniche. Così si è radicato l´aziendalismo nelle politiche pubbliche, un «fare» che fa capo non alla legge e alle regole ma a un uomo politico-imprenditore e ai suoi uomini di fiducia.
Questa è la logica cesaristica del «fare», la propaganda dell´emergenza finalizzata a creare zone franche dove a decidere del lecito e dell´illecito è la discrezione del facitore. Ma è più di questo, poiché per mantenere zone franche è necessario che si interrompa l´informazione e la partecipazione, che si blocchi la democrazia. Nel libro Potere assoluto. La protezione civile al tempo di Bertolaso, Manuele Bonaccorsi descrive così la vita nei campi post-terremoto all´Aquila: «I campi sono diventati subito campi militari, dove era impedito ai cittadini di riunirsi e discutere,» e questo per consentire di tenere tutto rigorosamente segreto, fuori dell´occhio del pubblico. La logica dell´emergenza non può che essere antidemocratica perché antipolitica: l´esito, come vediamo in questi giorni, non è efficienza ma spreco e malaffare.
La Repubblica 17.02.10

Un piano per le auto di nuova generazione. Bersani a Termini Imerese

“Lo Stato deve varare un piano per le auto di nuova generazione. Lo faccia al più presto, siamo già in ritardo”. E’ la proposta lanciata dal leader del Pd, Pierluigi Bersani, davanti ai cancelli della Fiat di Termini Imerese, dove ha incontrato gli operai al cambio del turno. “Siamo l’unico Paese in Europa monomarca – ha aggiunto – e per quanto riguarda la produzione di auto, in quantità, ci superano perfino Spagna e Inghilterra, che non hanno più un marchio nazionale”. Poi ha spiegato l’impegno del PD a fianco degli operai: “Per me il Pd è un partito fondato sul lavoro, questo stabilimento della Fiat non può essere chiuso, dobbiamo difenderlo. Non mollate e non molliamo, non dobbiamo essere pessimisti”. Così si è rivolto agli operai della Fiat che lo hanno accolto davanti ai cancelli dello stabilimento di Termini Imerese. Bersani ha incontrato gli operai al cambio turno. Ai lavoratori, Bersani ha riferito che costituirà un gruppo di lavoro nel Pd sull’auto, sulla Fiat e sulla crisi di Termini Imerese: “Sappiate che la sede romana del partito per voi sarà sempre aperta. Non perdete e non perdiamo assolutamente la fiducia – ha proseguito – questa è una battaglia che non bisogna perdere”.
Poi ha criticato gli annunci di Scajola: “10-12 offerte per lo stabilimento della Fiat di Termini Imerese sono troppe, ne serve una e che sia seria – ha detto incontrando in Comune il sindaco Salvatore Burrafato con una folta rappresentanza di lavoratori e i sindacati a cui ha spiegato di essere andato in Sicilia “per esprimere la vicinanza e la solidarietà del Pd ai lavoratori della Fiat. Questa è una vicenda che non può essere solo siciliana ma nazionale e di cui tutti dobbiamo caricarci perché abbiamo una prospettiva industriale, prospettiva che non puo’ prescindere dal sud”.

La soddisfazione del PD siciliano.“Condivido pienamente la posizione espressa dal Segretario nazionale del Partito Democratico Pier Luigi Bersani: non possiamo perdere la fiducia. La Fiat non può abbandonare il sito produttivo di Termini Imerese senza prima aver concorso a determinare una credibile prospettiva industriale che salvaguardi lo sviluppo produttivo e il mantenimento dei livelli occupazionali” ha dichiarato il Segretario regionale del Partito Democratico, Giuseppe Lupo. “Non si può maltrattare il territorio siciliano come ‘usa e getta’ – ha aggiunto Lupo – senza farsi carico del futuro di migliaia di lavoratori e della prospettiva di crescita dell’intero territorio termitano”.

Il PD porta la vicenda FIAT in Parlamento.
“Ci aspettiamo che domani mattina nell’aula del Senato il ministro Scajola indichi delle prospettive significative per lo stabilimento Fiat di Termini Imerese” fa sapere il senatore del Pd Costantino Garraffa, vicepresidente della commissione Industria, che oggi è stato insieme a Bersani davanti ai cancelli di Termini Imerese. “La presenza del segretario Pier Luigi Bersani ai cancelli della Fiat di Termini Imerese – dice Garraffa – conferma l’impegno politico e civile del Pd che è il partito del lavoro. In questi mesi sia in Parlamento che nei luoghi di lavoro abbiamo ribadito l’assenza di una politica industriale di questo governo. Scajola pensa più al nucleare che ai problemi di migliaia di imprese e di milioni di lavoratori che rischiano di perdere l’occupazione. Cincischiando sugli ecoincentivi ha danneggiato il mercato dell’auto che di fatto è bloccato ed ha favorito la Fiat. Con Marchionne, lo smemorato di Detroit, il governo si vuole defilare lasciando irrisolta la presenza della Fiat a Termini Imerese. Dopo le vane promesse degli anni scorsi da parte dell’amministratore delegato dell’azienda torinese e di tentennamenti del governo ribaditi dalle dichiarazioni di Scajola, la vicenda della struttura siciliana sembra destinata a una fine irreversibile. Ma vogliamo essere fiduciosi, confermando l’impegno del Pd e ci aspettiamo da qui al 5 marzo una proposta credibile che dia dignità ai lavoratori di Termini Imerese e al territorio siciliano”.
Mentre il senatore siciliano Giuseppe Lumia ribadisce il nostro ruolo “a fianco dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali perimpedire che lo stabilimento siciliano sia abbandonato al proprio destino. Con o senza Fiat il governo ha il dovere di garantire il futuro di uno dei poli produttivi più importanti del Mezzogiorno. Domani in Parlamento faremo sentire le nostre ragioni e racconteremo come stanno realmente i fatti”. Proprio Lumia interverrà domani in Aula durante la seduta dedicata al futuro dello stabilimento siciliano.
“Con la chiusura di Termini Imerese – aggiunge Lumia – la Fiat sta commettendo un errore gravissimo. Ancor più grave è il comportamento del governo che da mesi subisce passivamente le decisioni dell’azienda, senza avere, peraltro, alternative credibili. Se si continua così – conclude Lumia – si rischia
di ampliare la frattura tra la Sicilia e il resto del Paese. Siamo ancora in tempo evitare il peggio e per garantire un futuro industriale a Termini Imerese”.
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"Millepropoghe e milletrappole: cento giornali rischiano di chiudere", di Fabio Morabito*

Due righe, due righe appena. Quelle due righe che mancano del decreto milleproroghe, che erano state promesse e poi sono di nuovo sparite, avrebbero permesso ai giornali in cooperativa, i giornali di partito, i no profit e le testate delle minoranze linguistiche di continuare a vivere. Due righe per la concessione dei finanziamenti a una galassia di testate che sono un polmone dell’informazione libera e diversa in Italia. Il rischio di chiudere è di cento testate, duemila giornalisti, quattromila lavoratori. Il rinnovo del finanziamento era stato garantito, quelle due righe erano state promesse. A parole. Ma nel testo passato al Senato la norma salva-informazione non c’è. Può essere recuperata alla Camera? Sì, è possibile. Basta proporre un emendamento al decreto. Ma nulla ci rassicura che non si voti, ancora un volta, il testo del milleproroghe in blocco. Come è avvenuto in Senato, con la richiesta della fiducia da parte del governo. La strada dell’emendamento è l’unica per dare una risposta urgente a una esigenza altrettanto urgente. Poi, si possono anche studiare altre strade, a cominciare da una riforma virtuosa che neghi gli aiuti ai giornali-fantasma, nati esclusivamente per ricorrere al denaro pubblico. Ma non è accettabile che i sussidi per l’informazione passino attraverso un atto unilaterale di benevolenza dell’esecutivo, e non tramite regole certe e garantite per tutti.

Quello che è stato colpito è il diritto soggettivo delle testate ad avere il finanziamento. Questo diritto soggettivo era la carta di credito che permetteva alle testate di ottenere dalle banche l’anticipo di quanto necessario, che sarebbe giunto in cassa mediamente un anno dopo.
Si è discusso del senso di questi finanziamenti, dei soldi a giornali-fantasma, dell’assalto ai contributi dello Stato. Ma qui ci sono in ballo anche testate vere, giornali storici e voci nuove ma preziose dell’informazione. “Il Fatto”, che è la più bella importante novità di questi mesi tra i quotidiani, ha fatto la scelta coraggiosa di non chiedere nessun finanziamento pubblico. E’ un merito, un grande merito. Ma in Italia, purtroppo, ci sono voci che hanno bisogno del sostegno pubblico. Sostegno che anche per quest’anno era stato garantito. E che è sparito come dietro al fazzoletto di un prestigiatore.

E’ sensato, nel sostenere i partiti, che si finanzino prima di tutto i loro giornali, che è poi la scelta di fare informazione e non solo propaganda. C’è bisogno di sostegno alle voci indipendenti e ai giornalisti che lavorano in cooperativa, perché il sistema editoriale sta subendo un’involuzione pericolosa: concentrazioni di testate e sinergie tolgono spazio all’informazione dissonante. Un’involuzione pericolosa, in un sistema che era già traballante, con l’assenza quasi totale dei cosiddetti “editori puri”. Certo, come sindacalista ho un conflitto d’interessi: difendo la categoria, difendo i posti di lavoro. Ma c’è un interesse collettivo all’informazione che sia il meno omologata possibile, c’è un interesse collettivo a un controllo democratico che sia il più diversificato possibile. La storia degli aiuti ai giornali “altri”, spariti prima dalla Finanziaria (ed è il secondo anno di seguito che succede così) e poi non recuperati come annunciato nel milleproroghe, non è la solita contrapposizione tra maggioranza e opposizione. Anche tra la maggioranza, infatti, vi sono deputati e senatori che condividono la necessità degli aiuti all’informazione. Ci sono peraltro le elezioni regionali alle porte. Ma c’è stato finora un percorso “a trappole” che sembra portare a un salvagente discrezionale, dove la discrezionalità è del governo o di un singolo ministro. Un ministro che può essere anche il più illuminato che ci sia, ma non deve essere per principio il dominus del pluralismo dell’informazione.

* Presidente dell’Associazione Stampa Romana
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