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"Il nucleare non rilancerà l’Italia", di Enrico Galantini

L’economista Patrizio Bianchi: “Compreremo tecnologie non italiane, l’effetto di trascinamento mi sembra molto basso”. Per ripartire si deve puntare su nuove politiche agricole, energie alternative, innovazione. E senza qualità non ci sarà crescita. Incontriamo Patrizio Bianchi, ordinario di Economia e rettore dell’Università di Ferrara, a poco meno di un anno dall’intervista con cui inaugurammo il primo numero di questo inserto economico di Rassegna Sindacale. Era il marzo 2009, le borse di tutto il mondo sembravano incapaci di frenare il crollo – proprio in quei giorni si toccarono i minimi dalla fine degli anni 90 – e cominciavano anche a essere sempre più pesanti le conseguenze sull’economia reale. Poi la finanza è ripartita (anche se non sono stati fatti i cambiamenti di regole che si auspicavano e sembrano invece essere tornati in auge i vecchi vizi che ci hanno portato alla bolla e alla crisi), ma l’economia reale, ancora adesso all’inizio del 2010, sconta gli effetti di una crisi assai pesante, nonostante i facili ottimismi di chi ci governa.Un anno dopo iniziamo con la stessa domanda. A che punto siamo della crisi?

“Un anno fa – risponde Patrizio Bianchi – ci interrogavamo su come sarebbe stata la crisi: gli ottimisti dicevano che sarebbe stata a ‘v’, con una rapida caduta ma un’altrettanto rapida ripresa; quelli più cauti dicevano che alla rapida caduta sarebbe seguita una risalita molto più lenta, prolungata nel tempo, tale probabilmente da far riprendere la produzione ma non l’occupazione. Dopo un anno questa è la situazione. Stiamo scontando una crisi che è stata molto pesante e ha messo in evidenza la fragilità dei diversi sistemi produttivi, quindi anche del nostro: il sistema finanziario è andato e continua ad andare per conto suo; per evitare la crisi bancaria, tutti gli stati si sono pesantemente indebitati; l’attività produttiva non è riuscita a generare nessun nuovo modello di crescita ma sta lentamente e malamente riprendendo il vecchio corso. La crisi è come una stella cometa, la testa può anche passare, ma la coda è lunga.

Rassegna: È cambiato in quest’anno di tempo il quadro dell’economia internazionale, quella che un tempo si chiamava la divisione internazionale del lavoro?

Bianchi L’espressione “divisione internazionale del lavoro” dava in qualche modo per scontata la capacità di guidare l’organizzazione produttiva. Quello che è successo in questi due anni dimostra che questa capacità di pilotare gli aggiustamenti è venuta meno. C’è una forte ripresa della Cina e quella che abbiamo di fronte oggi non è la Cina del 2008 né tanto meno quella del 2000. Noi abbiamo l’illusione che il mondo sia fermo e che quindi, nella crisi, sia lo stesso il mondo che prima va in basso e poi risale. Ma ciò che risale non è mai quello che è andato in basso. La Cina di oggi è un paese che ha tante contraddizioni politiche e sociali, ma che dal punto di vista produttivo sta seguendo quel percorso di più ricerca, più innovazione, più organizzazione produttiva che in qualche modo era il percorso da tracciare.

Rassegna: La Cina insomma ha fatto quello che ciascun paese avrebbe dovuto fare?

Bianchi La Cina ha fatto molti passi in quella direzione. Poi, certo, la Cina è talmente grande che ha al suo interno tutte le attività a bassa produttività, un mondo rurale che deve cambiare, una serie di tensioni che deve tenere sotto controllo mantenendo alto il tasso di crescita. Però è vero che, ad esempio nel Sud della Cina, gli investimenti in Università e ricerca sono stati massicci. Ed è vero che molte delle attività produttive che un tempo erano schiacciate su bassa qualità e bassa produttività stanno per essere – e sono già in parte – sostituite da attività che inglobano più ricerca e più innovazione. Poi ci sono anche altri paesi, che magari non crescono al tasso della Cina, e che però continuano a crescere, come il Brasile, dove si stanno facendo interventi massicci in opere pubbliche – e certo bisognerà ragionare su cosa questi vogliano dire in termini di equilibrio ambientale. Il Brasile ha dimostrato, sotto la guida di Lula, una capacità di intervento che ha permesso di mantenere un alto tasso di crescita agendo in profondità sulla struttura sociale.

Rassegna: Quindi tutti i paesi emergenti stanno rispondendo alla crisi. Solo il Vecchio continente fatica…

Bianchi Tutti i paesi si stanno ponendo il problema di una ripresa che veda lì l’asse centrale della crescita nei prossimi anni. Su questo noi abbiamo un’Europa che cresce meno, e all’interno dell’Europa l’Italia è il paese che, dal 1980, ha generato un modello di crescita senza crescita: un modello di assestamento del sistema produttivo, ma anche del modello dei consumi, che ha portato al più basso tasso di crescita di tutta l’Europa.

Rassegna: Prima di parlare più a fondo dell’Italia, mi piacerebbe approfondire con lei il tema della, se mi passa l’espressione, “divisione internazionale del consumo”. Che cosa provocherà nell’economia mondiale il fatto che gli Usa, culla della crisi proprio per l’enorme indebitamento da consumi, non potranno giocoforza più consumare come prima?

Bianchi Avrà conseguenze non da poco. Non dimentichiamo che nell’età di Bush gli Stati Uniti avevano sperimentato un incrocio, che non s’era mai visto così forte in nessun paese, tra debito delle famiglie e debito dello Stato. Questo comporterà una riduzione delle spese dello Stato, anche se l’ultimo bilancio di Obama necessariamente doveva essere di carattere espansivo, e una riduzione dei consumi da parte delle famiglie. Tutto ciò inciderà sui consumi mondiali, è vero, ma è anche vero che in molti dei paesi in rapida crescita si stanno generando nuove domande. In Cina ormai c’è una consistente domanda di beni privati di consumo anche di alta qualità, che sono quelli ad esempio che stanno trainando una parte importante del made in Italy.

Però quello su cui bisognerebbe ragionare è come si esce da questa crisi con un diverso – non vorrei usare l’espressione “modello di sviluppo”, che è ormai un po’ consumata – diciamo con un diverso “modello di vita”. Un tempo, all’epoca della prima rivoluzione industriale, gli economisti dicevano che giustizia e felicità erano gli obiettivi dell’economia politica. I due termini sono stati cancellati da venti anni di iperliberismo in cui si statuiva per definizione che le disuguaglianze erano la base della crescita. Io credo che il termine giustizia, come equità sociale, torni a essere rilevante. E che il termine settecentesco felicità, riferito a una crescita che comporti una forte qualità della vita individuale e collettiva, torni a essere la chiave di volta del futuro. Le faccio l’esempio di tre settori tradizionali: alimentazione, casa, energia. Realtà fondamentali e qualificanti per la vita, dei singoli ma anche della società. Questi sono i tre settori – assieme a quello della salute – che negli ultimi anni hanno sostenuto il maggior peso non di innovazione ma di ricerca. E i risultati di questa ricerca non sono stati ancor trasferiti completamente alla produzione.

Rassegna: Perché no?

Bianchi Pensi alla vicenda dell’influenza quest’inverno: ancora una volta la capacità del governo di orientare la crescita è stata inferiore a quella di alcune grandi imprese di controllarla. Tornando ai settori di cui parlavo prima, ragionare di agricoltura vuol dire ragionare anche di un’agricoltura non più iperprotetta, come quella della Comunità europea negli anni dell’Aima, ma del suo contrario. Ragionare di un sistema agricolo, sia “food” che “non food”, significa ragionare dell’Africa, capire come un continente intero può tornare a essere uno dei luoghi di produzione del sistema. Di questi tempi, i cinesi stanno comprando terre fertili un po’ dovunque, soprattutto in Africa, cosa che pare non colta dal dibattito politico. Per approvvigionarsi, certo, ma anche nell’idea che la commodity agricola torni a essere una delle fonti di ricchezza nel mondo.

Per anni in Europa abbiamo ragionato nella maniera opposta, proteggendo le nostre colture e riversando nel mondo le eccedenze. Sia l’America latina, sia l’Africa sono in attesa di un’Unione europea capace di una politica agricola davvero espansiva e di sostegno a queste aree. In Italia, invece, quando si parla di agricoltura, sembra di parlare di problemi di ordine pubblico, più che di grandi temi del mondo. Così anche il settore del nuovo modo di costruire incorpora un’enorme quantità di tecnologia. Il modo di costruire riduce i consumi, aumenta la qualità della vita ma anche la qualità urbana. Anche sull’ambiente abbiamo fatto molta ricerca. Ma ancora una volta ci vuole da parte dei governi una capacità di visione, di indirizzo, di regolazione, per promuovere buona impresa da una parte e dall’altra per mutare i consumi. E ancora. Tutta l’area dell’energia è andata in questa direzione. Oggi la Germania è il paese leader nella produzione dell’energia alternativa perché è stata la prima a crederci e ha nei fatti generato un nuovo settore produttivo.

Rassegna: Ma lì c’è stato un ruolo del governo…

Bianchi È questo che voglio dire. Veniamo da vent’anni di iperliberismo che hanno demonizzato l’intervento dei governi: oggi, senza un intervento dei governi l’economia non esce da questa situazione di sottoccupazione. Oggi serve un intervento che, diversamente dal passato, non sia genericamente di spesa pubblica, quanto di regola pubblica che reindirizzi la spesa verso settori che assorbono ricerca e intelligenza ma hanno anche un forte impatto sulla vita collettiva.

Rassegna: Anche perché il nostro apparato produttivo si sta lentamente impoverendo.

Bianchi L’economia italiana sta oggi scontando un problema fondamentale: la base produttiva è diventata troppo ristretta. I dati della Banca d’Italia sono chiarissimi. Ci dicono che questo paese non cresce essenzialmente perché, tra tutte le imprese che hanno più di 20 addetti, solo 5.000, che sono il 6 per cento, hanno affrontato nel 2008 la crisi avendo già ristrutturato sia la parte finanziaria che la parte produttiva. È un milione di addetti, non è una singola impresa. È un comparto produttivo, sufficiente per far crescere le esportazioni, ma non sufficiente per trainare tutto il paese. Questa cosa, in diversa forma si nota in tutta Europa, che continua a essere un’area a bassa crescita. Per questo bisogna tornare a ragionare di politica industriale, avere una visione di sviluppo, ragionando sulle cose essenziali della vita, facendo ridivenire centrale la capacità di produrre.

Rassegna: Ma sulle politiche industriali quest’anno il nostro governo non ha certo brillato…

Bianchi Quest’anno ho visto un forte trascinamento di un’idea che in quel contesto aveva un senso: quella di Industria 2015. Di quello schema ero convinto, erano in fondo i settori chiave: consolidamento del made in Italy, l’area della salute, quella dell’ambiente, quella dell’energia. Mi pare però che rispetto a quello schema siamo tornati a interventi specifici, non sempre sostenuti da una capacità vera di visione. C’è stata una forte iniziativa nel settore energetico, con la scelta di ripartire con il nucleare.

Rassegna: Che ne pensa?

Bianchi Il governo ha fatto una scelta che sposta molto in avanti la soluzione dei problemi. Il nucleare oggi non è quello di trent’anni fa. Non è la soluzione che mi piace di più però credo che tutto sommato questo non sposti il problema. Compreremo tecnologie non italiane, faremo costruzioni con attività che impegneranno molte risorse in ambiti molto specifici, l’effetto di trascinamento mi sembra molto basso. Non intervengo sulla scelta ideologica “nucleare sì – nucleare no”, intervengo sulla scelta industriale. Credo che con altrettanta forza potremmo intervenire sui diversi ambiti di un sistema produttivo che ha bisogno di ridurre i propri consumi di energia e di differenziare al massimo le proprie fonti. Dopodiché ho l’impressione che il tema delle centrali nucleari fosse più un tema da affrontare a livello europeo che non nazionale. Non a caso i padri dell’Europa, dopo la Ceca pensarono all’Euratom. Ma su questo l’Europa non c’è più, ogni paese fa le sue scelte e tutte testimoniano di come lo Stato nazionale non sia più il livello adeguato, almeno in Europa, per prendere simili decisioni, che hanno tempi di ricaduta su molte generazioni e potenzialità d’impatto che vanno ben oltre i confini dei singoli paesi.

Rassegna: Cambiamo settore. Oggi un tema d’attualità è la vendita di Telecom a Telefonica. L’Italia esce da un altro settore industriale…

Bianchi Credo che Telefonica sia da tempo il riferimento proprietario di Telecom. In un’epoca in cui parlavamo di Europa e di un mercato unico, abbiamo avuto sempre grandi difficoltà ad avere un’industria unica, europea. Il problema non è tanto, o solo, che Telecom venga venduta a Telefonica e che l’Italia esca da un altro settore produttivo, come è successo con la chimica. È che contestualmente non c’è un’iniziativa politica di rilancio dell’Europa per cui finalmente riusciamo ad avere un mercato dei capitali davvero integrato, un mercato delle imprese che abbia una connotazione europea, una proprietà delle grandi imprese che finalmente si svincoli dai governi nazionali.

La crisi ci ha dimostrato che non c’è nessun paese europeo che abbia una dimensione di mercato interno e di industria interna adeguata al nuovo contesto. Nel 2000, primo anno di presidenza della Commissione europea di Romano Prodi, nel momento in cui si consolidava lo sforzo per l’euro, per la Costituzione europea, per l’ampliamento a Est, veniva lanciata una strategia di politica industriale, quella di Lisbona, che aveva un’idea di fondo molto chiara: senza un salto nei modelli organizzativi, il sistema industriale europeo non avrebbe retto ai bisogni di crescita della popolazione del Vecchio continente. Se dopo dieci anni stiamo parlando di Telefonica che si compra il controllo di Telecom, stiamo misurando come in questi dieci anni non siamo stati capaci, sicuramente non da destra, ma nemmeno nelle parentesi che abbiamo avuto di sinistra, di avere una visione europea adeguata.

Rassegna: Ma la visione europea si è appannata ovunque, se alla fine ci si ritrova con i dirigenti che sono stati messi alla sua testa…

Bianchi Per questo dobbiamo essere più coraggiosi nella richiesta di un’Europa vera e capace. Perché se no siamo sempre noi a giocare nell’angolo. Quando davanti alla crisi dell’auto, la soluzione del problema Opel è stata riportata nell’alveo della Germania, si è arrivati a una soluzione di ripiego. Perché le soluzioni nazionali per questi problemi sono sempre di ripiego. Ieri è toccato a Opel, oggi c’è il problema della Fiat e di Termini Imerese.

Rassegna: A questo proposito, che prospettive ci sono secondo lei per il settore auto in Italia?

Bianchi Non è più la dimensione nazionale che può essere risolutiva. Che cosa si può fare in questo caso? Si possono dare più incentivi, continuando ad anticipare la domanda futura. Il problema è che in Europa il numero dei giocatori si va ridimensionando in maniera nettissima. Rimarranno sì e no quattro produttori: i due francesi (con Peugeot-Citroen legata a Nissan), la Volkswagen (Bmw e Mercedes si sono riposizionate su un segmento specifico), la Fiat, che si è avventurata nell’iniziativa americana potendo vendere tecnologie prodotte in parte in Italia, in parte in Brasile. Per farcela ad andare avanti bisogna essere in grado di vendere prodotti che incorporano tecnologie sempre migliori. Ricondurre tutto ciò al solo mercato interno è suicida. Fiat, come gli altri competitor, ce la può fare solo se può considerare come suo mercato interno l’Europa, l’America latina e, si spera, gli Usa.

Rassegna: Parliamo di distretti. Lei diceva dieci mesi fa che per sopravvivere dovevano cambiare. L’hanno fatto?

Bianchi Stanno cambiando. Alcuni in positivo, altri in negativo. Ormai sono emerse medie imprese che hanno assunto la posizione di guida dei rispettivi comparti produttivi. Ci sono comparti, pensi ancora una volta all’alimentare, che hanno dimostrato una straordinaria capacità di produrre beni ad alto valore aggiunto. Pensi a che cosa è stato il settore del vino in questi dieci anni. Pensi anche agli interventi che sono stati fatti per favorire la qualità del vino, per regolarla, per diffondere il vino italiano. Sono stati molti, alcuni magari minimali, ma con una visione molto chiara di lungo periodo. Il made in Italy alimentare, come ci ricorda la Fondazione Edison, fa più valore aggiunto del settore dell’automobile francese e spagnolo messi assieme. Vi sono poi invece distretti nei quali non si è riusciti a governare non solo le dinamiche produttive ma neanche le dinamiche sociali. Pensi a Prato, in cui la non capacità di far crescere il sistema ha generato progressivamente ingressi di lavoratori, e poi strutture di proprietà, cinesi, per cui oggi Prato è governata da un sistema di riferimento basato sulla paura.

Rassegna: In che senso?

Bianchi Nel senso che lì ha vinto la Lega. Detto questo, non tutti i distretti evolvono nella stessa maniera. La crisi anche in questo caso agisce da forte selettore. Io sono convinto che l’evoluzione positiva dei distretti implichi una visione ampia, una forte attenzione alla coesione sociale, una capacità molto forte di gestire processi d’integrazione dall’esterno. In questo mi sembra che l’Emilia-Romagna abbia seguito con molta attenzione questo passaggio di fase. Non sempre con gli esiti migliori: a Carpi il settore della maglieria si è ridimensionato, anche se si è espanso quello meccanico. I distretti avevano la loro chiave in quel principio di coesione interna che per troppo tempo abbiamo pensato essere un fattore “etnico”, e invece era un fattore di politica. Laddove questo è venuto meno, si è visto subito il rischio potenziale che possiamo correre nel paese.
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"Lavorare meno, lavorare sempre. Ecco come cambieranno le nostre vite" , di Cinzia Sasso

Che un’ era fosse finita, Richard Donkin, già editorialista del Financial Times ed esperto di organizzazione del lavoro, se ne è accorto al funerale di un caro amico. In piena cerimonia, un collega ha sentito il bip-bip sul Blackberry: posta in arrivo. L’uomo si è messo a digitare sul tastierino per rispondere al messaggio. Non aveva più alibi, quando il dovere chiama – dovunque tu sia – non puoi più fare finta di niente. L’éra terminata era quella del lavoro in ufficio, del cartellino da timbrare, della routine professionale. Ma anche quella dell’età della pensione, della rigidissima divisione delle mansioni e, soprattutto, quella della distinzione tra lavoro e tempo libero. Quell’episodio è servito a Donkin per scrivere un saggio dal titolo significativo “The Future of Work”, nel quale ha illustrato come la vita quotidiana dei lavoratori – e cioè la nostra – sia destinata a cambiare. E non necessariamente in peggio.

Le tendenze in atto sono numerose. Ma la più rivoluzionaria riguarda il concetto stesso di luogo di lavoro. “L’orario settimanale può scendere – spiega Donkin – anche a 30 ore”. Non distribuite in modo omogeneo, se serve. Si può anche arrivare a lavorare dieci ore al giorno, in cambio di maggiore libertà il venerdì – libero dall’obbligo di presenza – e magari anche parte del giovedì. A condizione di accettare che anche i giorni fuori ufficio, weekend compresi, possano essere – in qualche modo – lavorativi. “In fondo già oggi non smettiamo di vivere quando andiamo al lavoro, e non smettiamo di lavorare quando siamo a casa”.

Le aziende che vorranno approfittare del nuovo mondo, e vincere la sfida della competitività, dovranno quindi cambiare le prassi. Più flessibilità nell’orario, ma anche più disponibilità nella scelta del personale. Se stare seduti davanti alla scrivania non è più centrale, allora anche persone in là con gli anni diventeranno una risorsa. Uno studio del Dipartimento del lavoro inglese ha dimostrato che la produttività di impiegati di mezza età e oltre non è inferiore a quella dei giovani. Lo stesso dicasi per le donne: liberate dalla necessità di presidiare l’ufficio potranno ben conciliare carriera e famiglia. Le imprese che lo hanno capito sono già un passo avanti: se si prende la classifica delle prime 500 società al mondo stilata da Fortune si scopre già che quelle che hanno più donne nelle posizioni top hanno performance migliori di quelle che si affidano esclusivamente a manager uomini.

La necessità di uscire dalla crisi richiede, poi, di reperire risorse nuove e fresche. Soprattutto di tipo umano. E così – propone ancora Donkin – bisogna limitare al minimo i lavori ripetitivi e offrire al maggior numero possibile di dipendenti la possibilità di prendere l’iniziativa. Allo stesso modo, basta gerarchie di ferro. L’organizzazione dell’azienda deve essere sempre più collaborativa. Il modello è quello dei social network tipo Facebook: dialogo fra colleghi, coinvolgimento di tutti. Non è una piattaforma sindacale. E naturalmente i pro sono affiancati dai contro (si rischia di inquinare con le preoccupazioni professionali anche la vita privata). Ma è – sostiene lo studioso – la via per creare aziende in grado di affrontare con successo le acque tempestose della crisi economica.

Il tema, va detto, non è nuovissimo. Il sociologo Domenico De Masi, in un suo testo di fine anni Novanta, che ha curiosamente lo stesso titolo (“Il futuro del lavoro”, Rizzoli editore, ristampato da poco), ipotizzava qualcosa di simile. Secondo De Masi, nella società post-industriale, l’ozio sarebbe diventato altrettanto importante che il lavoro e avrebbe finito “per fare tutt’uno con esso, assumendo le connotazioni del gioco”. Oggi il professore di Sociologia del lavoro della Sapienza non ha cambiato idea: “Adesso – dice – siamo come alcolizzati, perché siamo la prima generazione digitale, ma man mano prenderemo le distanze dalle tecnologie e impareremo a farne un uso liberatorio invece che stressante”. Se il lavoro diventa intellettuale creativo, se usa cioè il cervello come strumento primario, “non c’è più differenza tra tempo del lavoro e tempo della vita, lavoriamo 24 ore ma anche ci divertiamo 24 ore”.

Che stiamo vivendo una fase di profonda trasformazione è anche l’opinione di Roberta Cocco, manager di Microsoft, responsabile del progetto Futurolfemminile, nato per diffondere la consapevolezza che la tecnologia può essere un potente alleato delle donne. “Spesso – racconta – io lavoro da casa: posso leggere le e-mail, fare telefonate, partecipare in conference call a una riunione anche mentre sono ai giardinetti coi miei figli. L’osmosi è un impagabile vantaggio, non una zavorra”. Però, appunto: ecco i piani che si sovrappongono. Il fatto è, ragiona Francesca Zajczyk, docente di sociologia a Milano Bicocca, “che la pervasività degli strumenti porta al sovrapporsi anche delle azioni: telefono mentre lavoro al computer e intanto rispondo a un sms. Non solo si sono annullati i confini, si moltiplicano anche le attività in contemporanea”.

Pare siano passati secoli, non solo pochi anni, da quando un best seller come “Buongiorno pigrizia” di Corinne Maier, che esaltava il lavorare il meno possibile per riprendersi la vita, veniva lodato da El Paìs come “una nuova Bibbia”. Perfino una come Gianna Martinengo, tra i primi in Italia a investire, con la sua Didael, sull’e-learning e sull’e-work, è preoccupata: “Io – dice – ho sempre detto: il venerdì spengo tutto e non ci sono per nessuno. Ma oggi questo non è più possibile, gli strumenti sono diventati talmente pervasivi per cui si crea una forma di ansia: se non rispondi entro un certo numero di minuti a un messaggino come minimo passi per maleducato e se quelli del tuo social network non ti vedono in linea per qualche ora si preoccupano e ti chiedono se stai male”.
Una sfida anche per il sindacato. Susanna Camusso, della segreteria della Cgil, impegnata fino ad ora in battaglie ben più materiali vede questa rincorsa infinita come “un dramma della nostra epoca” e invita a riflettere: “Mi verrebbe da suggerire a livello culturale un elogio della lentezza… e comunque è chiaro che sarà necessario introdurre dei correttivi”. Se sarà difficile parlare di orari di lavoro in un universo che li annulla; se libri di successo come “… e vinse la tartaruga” di Carl Honoré o proprio “L’elogio della lentezza” di Lothar J. Seiwert sembrano arrivare dal Pleistocene, è però vero che qualche soluzione, da qualche parte, si sta cercando. Google e Microsoft introducono il tempo libero nell’orario di lavoro. Obbligatorio, nel bel mezzo della giornata, andare a fare passeggiate coi colleghi, cucinare insieme, fare lunghi giri in bicicletta, scendere in campo per una partita a pallone, nuotare nella piscina aziendale, portare i cani in ufficio. Insomma: siccome non è più possibile separare il tempo libero dal tempo del lavoro, bisogna infilare a forza il tempo libero in quello della produzione.

Martinengo, che è appena rientrata da Stanford, racconta di aver visto “cose da spavento”: “Chip da mettere nei polpastrelli che permetteranno di fotografare con le dita, collegati a un aggeggio che porti al collo e che ti dà all’istante la tracciabilità di quello che hai ripreso; oppure Sesto Senso, la tecnologia del futuro, con i sensori direttamente sul tuo corpo che ti collegano alla rete”. Presto, insomma, le preoccupazioni di oggi potrebbero sembrare ingenue: la mail del medico che riaccende il pc e ti risponde a mezzanotte dopo aver passato la giornata in ospedale e cenato con la moglie; la sveglia mattutina anticipata perché ci sono da leggere i quotidiani sull’iPad; le partite di calcetto con gli amici interrotte dai messaggi serali sul BlackBerry; il multitasking di chi alza la cornetta, digita un sms e intanto pesta i tasti del computer. Non è escluso che, alla fine di questo percorso, bisognerà inventarsi un’altra rivoluzione. E rialzare quei confini tra le nostre due vite che la tecnologia sta cancellando.
La Repubblica 16.02.10

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Il futuro del lavoro in sei tesi. Ma attenti alle illusioni della connessione a vita. Essere disponibili al lavoro “h24” non garantisce libertà, di Luciano Gallino

L´obbligo, o il desiderio, di essere al lavoro 24 ore su 24, sette giorni su sette, grazie a mezzi di comunicazione sempre più integrati, rappresenta un´estensione al lavoro umano dell´ingegneria industrial-finanziaria sviluppata per estrarre il massimo valore da ogni unità di tempo, misurata ormai in frazioni di secondo. Il suo prototipo è la compravendita ad alta frequenza di titoli o divise: una delle ultime trovate delle borse mondiali. Il computer di una banca esplora i prezzi su diverse piazze, e in un tempo che si aggira sui 40 millesimi di secondo compra tot titoli sulla piazza dove il loro prezzo è più basso, per rivenderli subito su una piazza dove il prezzo è più alto. Anche di pochi centesimi: ripetuta migliaia di volte l´ora, un´operazione con cui si ricavano pochi centesimi per titolo fa guadagnare milioni al giorno.
Visto il successo ottenuto con la compravendita ad alta frequenza di titoli e denaro, qualcuno ha pensato di estendere una tecnologia analoga al lavoro. In questo caso, oltre che programmare i computer si sono programmate le persone. Che sono state convinte nel profondo che il massimo della vita consista nell´essere sempre connessi, senza alcun buco vuoto nello spazio o nel tempo. Risorse immani sono state mobilitate a tale scopo: la pubblicità, i cellulari che funzionano da telefono, pc, videocamera, radio, tv, gps e altro, le tariffe che permettono di usare il tutto a pochi centesimi al minuto o gratis, più i magazine che fanno sentire uno come troglodita se non possiede l´ultima versione dello strumento multitutto. Cominciando l´operazione volta a introiettare l´imperativo “sono connesso, dunque sono” dalle scuole elementari: genitori e nonni ne sanno qualcosa.
L´essere perennemente interconnesso per parlottare al telefono, chattare, scambiare Sms, twitterare, bloggare, gestire la mail inbox e outbox, significa in realtà lavorare senza tregua per qualcuno. Di certo per la propria organizzazione, ma non soltanto per essa. Ogni minuto passato in connessione comporta che flussi immani di bits e di bytes servano a scopi di cui non sappiamo nulla, e su cui non abbiamo la minima possibilità di intervenire. La prima a trarne guadagno è ovviamente l´organizzazione per la quale lavoriamo. Se siamo convinti che sia normale inviare ad essa una e-mail la domenica mattina, per mostrare che nulla ci sfugge, o premurarsi di leggere un suo Sms alle due di notte, ciò significa che abbiamo firmato un contratto che prevede 168 ore di lavoro la settimana, di cui circa 130 non pagate. Nessun rapace imprenditore di Coketown, la città del dickensiano Tempi difficili, avrebbe mai sperato tanto. In secondo luogo, l´interconnessione 7 x 24 di masse di persone fa sì che ogni secondo qualche frazione di euro venga depositata nel bilancio di differenti società che si occupano di telecomunicazione, di ingegneria del software, di produzione e vendita di apparecchi e altro. Si tratterà in ciascun caso di meno di un millesimo, meno di un decimillesimo, i quali però moltiplicati per miliardi di minuti di connessione al giorno diventano milioni, appunto come accade con lo high frequency trade.
Uno dei testi più critici dell´asservimento umano alla tecnica pilotato dall´ingegneria industrial-finanziaria, L´uomo è antiquato di Günter Anders (1956), cominciava citando un articolo di giornale: “I condannati a morte potevano liberamente decidere se i fagioli di contorno dell´ultimo pasto dovevano essere serviti dolci o sottaceto.” E´ dubbio che poter scegliere tra due tipi di caviale, senza mutare nulla della condanna, come in fondo postula chi afferma che la prossima generazione trarrà grande soddisfazione dal lavoro ad alta frequenza, sia un passo verso la liberazione.
La Repubblica 16.02.10

Dal PD un piano nazionale anti-crisi

Bersani propone: “Aiutiamo le famiglie e facciamo ripartire il PIL”. E sulle tasse: “Siamo l’unico paese OCSE senza imposte sui grandi patrimoni. Il governo spieghi perché e tagli le tasse alle piccole e medie imprese” (video). Fassina: “Facciamo ripartire l’export”. Per uscire dalla recessione serve subito un Piano Nazionale Anti-crisi che incrementi la domanda interna e torni a far crescere il PIL. E’ la proposta del PD contro il calo del PIL più forte degli ulttmi 40 anni, la perdita di un terzo della produzione industriale ed i 700.000 disoccupati in più dall’inizio della crisi. Lo ha proposto per Luigi Bersani durante l’intervento di chiusura di Manifutura denunciando “l’atteggiamento di minimizzazione del Governo di fronte ai problemi reali del Paese. Serve un intervento immediato per sollecitare la ripresa economica ed aprire il cantiere per le riforme strutturali. Il Partito Democratico è pronto a fare la sua parte e portare avanti le proprie proposte innanzi ad una presa in carico di responsabilità collettiva, ma serve un piano nazionale Anti – crisi, che il Pd è disposto a discutere insieme al Governo nelle sedi parlamentari”.
Negli ultimi venti mesi nei quali si è registrato esclusivamente un segno negativo nell’economia, l’Italia si è trovata disarmata, impreparata, di fronte ai problemi contingenti e la fase di ripresa non è ancora arrivata, ma è possibile risalire la china, afferma Bersani, purché si riparta dalla chiarezza, e il governo si decida ad ammettere che esiste un problema.

Invece preferiscono non agire, neanche sul taglio delle tasse, annunciato a gennaioe già dimenticato, o su un riequilibrio delle stesse, dato che sono i più ricchi a pagarne di meno per via dell’evasione. Bersani non è d’accordo con la patrimoniale, ma evidenzia come “l’Italia sia l’unico paese Ocse che non ha una tassa sui grandi patrimoni. Non chiedo una tassa partimoniale. Non sono d’accordo ma mi aspetto che qualcuno mi spieghi perchè siamo l’unico paese Ocse che non ha una tassa sui grandi patrimoni. Bisogna che Tremonti ci spieghi perché”. In tema di fisco Bersani ha chiesto una semplificazione del sistema e un riordino della discussione: dal governo “arrivano sparate sempre diverse su come tagliamo l’Irap o tagliamo le aliquote e poi non succede niente. Bisogna fare un’operazione di semplificazione in particolare per le piccole e medie imprese, dato che il vero obiettivo è mettere un po’ di soldi in tasca alle imprese. Soluzioni ce ne sono 5 o 6: o rinviando la manovra sul Tfr, o agendo sugli adempimenti fiscali o lavorando sui pagamenti della pubblica amministrazione. Ma facciamolo ora, perché le imprese sono in una grave difficoltà di liquidità”

Il piano proposto da Bersani si articola in due linee d’azione. La prima con un impatto di breve periodo, vuole incrementare la domanda interna agendo sia sui consumi delle famiglie, sia sugli investimenti delle imprese, attraverso tre misure una tantum:
1) l’estensione del sostegno al reddito alle persone che hanno perso il posto di lavoro e sono privi di indennità di disoccupazione o hanno un’indennità in via di esaurimento. Si tratta ad oggi di oltre 250.000 lavoratrici e lavoratori sotto i 40 anni d’età, provenienti da rapporti di lavoro precari o con un assegno di cassa integrazione in via di esaurimento e senza alcuna prospettiva di occupazione a breve;
2) l’allentamento del Patto di Stabilità Interno per consentire la spesa in conto capitale ai Comuni;
3) il finanziamento dei consorzi fidi per alimentare i crediti alle micro e piccole imprese.
La seconda linea d’azione prevede interventi strutturali di medio periodo, per innalzare il Pil potenziale e la produttività di quei fattori economici che da 20 anni sono invece in graduale ma continua caduta attraverso:
1) un ventaglio di vere riforme strutturali -non tagli ciechi come quelli fatti dal Ministro Gelmini nella scuola o spot demagogici sulla disoccupazione giovanile del Ministro Brunetta- che partano dalla regolazione dei mercati, fino alle pubbliche amministrazioni, alla scuola, al welfare, al fisco;
2) interventi strategici di politica industriale;
3) investimenti per le infrastrutture sul territorio.
Misure da inserire in un “Piano Europeo per il lavoro”, da promuovere verso i partner comunitari, così che le proposte vadano incontro anche alle indicazioni del Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che ha ben descritto il circolo vizioso nel quale siamo caduti: se non si interviene sul potere d’acquisto delle famiglie, l’occupazione non riprende e, quindi, non si materializzano le aspettative di crescita, pur modeste, per il 2010. I vincoli di finanza pubblica non solo non giustificano l’inazione, ma proprio nell’inazione della politica economica rischiano di saltare.
“Continuare a ridimensionare i problemi del Paese, ha il risultato di aggravarli ulteriormente – ammonisce Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro della segreteria nazionale del Pd – per affrontare il drammatico crollo delle esportazioni, dovuto all’andamento delle domanda globale e non all’arretramento delle nostre imprese esportatrici, è necessario un doppio movimento, come proposto nel
piano nazionale anticrisi chiesto da Bersani. Da un lato, misure immediate a sostegno della domanda interna. Dall’altro, riforme strutturali per promuovere la produttività totale dei fattori e la competitività. Il governo non può stare a guardare sperando che passi la nottata..”.
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Il Paese del "rubo, dunque sono", di Giorgio Bocca

Solo Cartesio forse riesce a spiegare l´epidemia ladrona che imperversa nel Paese. L´altro giorno un quotidiano ha fatto l´elenco delle malversazioni compiute da politici e affaristi nell´ultimo mese.
Occupava mezza pagina. Siamo tornati a «Mani pulite», al complotto dei giudici comunisti per affossare Bettino Craxi, l´uomo della Milano da bere? Diciotto anni fa andai al palazzo di giustizia di Milano per sapere cosa ne pensasse il procuratore Francesco Saverio Borrelli. L´ufficio del procuratore era immenso, perché nella burocrazia italiana il grado elevato si misura a metri quadrati di tavolo e a metri cubi di stanza. Trovai un signore piccolo di statura ma con la schiena dritta, uno che senza alzare la voce mi spiegava il perché di Mani pulite, allora e non prima. «Vede, i segni della corruzione dilagante c´erano, alcune aziende erano fallite sotto il peso delle tangenti, delle “dazioni”, come le chiamavano. E c´era stata la “Duomo connection” che rivelava la complicità fra la politica e l´affarismo. Eppure abbiamo aspettato a intervenire perché le voci, gli indizi, le indagini, le intercettazioni telefoniche devono comporsi, assumere una chiarezza inequivocabile. Deve cioè accendersi la luce dell´evidenza e dell´intollerabile perché l´intervento della giustizia sia efficace e non più rinviabile, perché le indagini mordano i corrotti e non siano uno spreco di buoni propositi. Io mi sono convinto che Mani pulite sia stata possibile perché ci fu un lento ma progressivo recupero di valori, la consapevolezza di vivere in una società ingiusta, la stanchezza di dover subire dovunque e comunque la disonestà imperante». A diciotto anni da quell´incontro molti di noi si chiedono se la luce stia per accendersi, se stiamo finalmente per uscire dal tunnel, da questa illegalità «gelatinosa», come la chiamano. Il procuratore Borrelli ha risposto di recente a queste domande con un´esortazione kantiana: «Resistere, resistere, resistere». Un´esortazione che può sembrare puritana ma che è semplicemente un invito al ritorno della ragione, a uscire dalla ripetizione degli errori, dall´anarchia delle umane avidità. Leggendo l´elenco dei più recenti latrocini apparso su un quotidiano milanese, ciò che colpisce di più è che spesso i corrotti non sanno bene perché lo sono, perché hanno accettato di esserlo. È un´alienazione che già impressionò i magistrati che si occuparono di «Mani pulite»: la corruzione che diventa un obbligo inevitabile, come ha confessato il consigliere comunale di Milano Pennisi, che si fa arrestare mentre intasca cinquemila euro: «Mi sono rovinato da solo».
E anche qui un ricordo di diciotto anni fa, il giudice di «Mani pulite» Piercamillo Davigo che racconta: «L´altro giorno ho interrogato un giovane impiegato del municipio di Vigevano; apro l´incartamento e leggo che ha intascato una tangente di poche migliaia di lire. È uno della mia età, uno di ventisette anni. “Scusi- gli dico- ma vorrebbe spiegarmi perché uno come lei si è giocato la reputazione e la vita per poche lire?”. “Ero obbligato – risponde- quei pochi soldi me li ha dati il mio capo ufficio, se gli dicevo di no alla prima occasione mi licenziava”».
Ho aperto questo articolo con la citazione di un filosofo. Che ha da spartire la filosofia con la corruzione? Forse non la impedisce ma la spiega. C´è una contesa filosofica dietro «Mani pulite» come dietro lo scandalo della Protezione civile. Fra quanti pensano che la distruzione-creazione del libero mercato, o se preferite la «lotta per la vita» sia il prezzo della sopravvivenza, e quanti invece che il ritorno alla ragione sia l´unica sopravvivenza possibile.
«Rubo dunque sono». La delinquenza dilagante e ossessiva non è solo avidità, è anche voglia di «farla franca», di essere più furbi, più disinvolti, più pronti degli altri. Guido Bertolaso nella sua difesa ha colto bene questo aspetto: «Mi è stato chiesto di intervenire subito, in fretta, per rispondere subito alla richiesta di protezione. Ma la fretta non va d´accordo con i controlli, con le giuste prudenze». E si ritorna ai rischi e agli errori del populismo, della politica del fare, della ricerca del consenso a ogni costo. L´avidità è grande, ma la voglia di «farla franca» è incontenibile. Ogni giorno la televisione e i giornali danno notizia dell´arresto di un boss mafioso: cambia il nome ma la storia è sempre la stessa, sempre la voglia di «farla franca». Tutti i ladri convinti di aver trovato il modo per essere più furbi delle guardie, tutti con il covo sotterraneo convinti di essere più furbi dei carabinieri. Nei paesi dell´Aspromonte come nell´hinterland milanese fortini, vie di fuga sotterranee, pareti doppie, allarmi elettronici e televisivi, camere blindate e magari anche l´altare con il santo protettore. Una gaglioffaggine presuntuosa. Non è vero che il delitto paghi, è vero che il delitto piace, che al «rubo dunque sono» non si resiste.
La Repubblica 16.02.10

Protezione Civile SPA addio. Si stralcia la norma, vittoria del PD

Finocchiaro: “Grazie a noi hanno capito che le norme erano sbagliate e pericolose”. Franceschini: “E’ una vittoria dell’opposizione e un passo indietro del governo”. Intanto si profila la fiducia, ma non si capisce cosa sarà discusso mercoledì in Aula… Sulla protezione Civile SpA il governo è in totale confusione. L’inchiesta fiorentina sugli errori e la corruzione dello staff di Bertolaso ieri sembrava aver inceppato il cammino del decreto che prevede la trasformazione della struttura in società per azioni.
La maggioranza e il governo si preparano a stralciare l’articolo 16 del decreto che punta alla riorganizzazione e al riordino della Protezione civile, proprio quello che prevede la trasformazione in Spa. Il PD da subito ha affermato di essere contrario alla trasformazione della struttura, che è di tutti e con tutti, come riportato nel francobollo commemorativo della sua nascita e domenica il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, ha affermato che la trasformazione sarebbe svanita, dato che si trattava solo di uno strumento ulteriore (…) e stamani si è aggiunta la Lega a dirsi contraria. Bossi ha detto: “Abbiamo una bella Protezione civile con migliaia di persone. Non deve diventare una Spa, non deve sparire”. Ma nel pomeriggio invece di spiegare cosa ci sarà nel testo in votazione mercoledì il relatore di maggioranza, Agostino Ghiglia, ha annunciato il voto di fiducia su un maxiemendamento. “Se confermato sarebbe l’ennesimo schiaffo da parte dell’esecutivo e una grande mancanza di rispetto nei confronti del Parlamento. Chiediamo che il Governo ritiri subito il decreto: le norme sulla Protezione civile sono azzardate e pericolose. Solleviamo da tempo dubbi e perplessità che certo non hanno a che fare con l’emotività ma solo con il rispetto delle regole” dichiara Raffaella Mariani, capogruppo Pd in commissione Ambiente della Camera.

Ad annunciare la rinuncia alla privatizzazione, a margine di un incontro che si svolge nel pomeriggio alla Luiss, è il presidente della Camera Gianfranco Fini: raggiunto dai giornalisti, risponde alle domande sul provvedimento dicendo che la norma verrà eliminata. E che quindi il dl “verrà completamente depotenziato”.

“Evidentemente c’è una parte della maggioranza che ha capito, grazie alla nostra battaglia di opposizione, che quelle norme sono sbagliate e pericolose – dice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato – Abbiamo condotto in Senato, nel corso della prima lettura e ben prima che emergessero i primi risultati delle inchieste una strenua battaglia denunciando punto per punto le tante norme sbagliate contenute nel decreto e l’opacità e la poca trasparenza del sistema di gestione della cosa pubblica da esso disegnato. Per questo abbiamo chiesto di ritirare il provvedimento. Lo stralcio dell’articolo 16 è già come ho detto un buon passo avanti. I parlamentari del Pd alla Camera continueranno la nostra battaglia contro un decreto che continua ad avere molte cose che non vanno, a cominciare dal fatto che i grandi eventi non devono più essere trattati come emergenze”.

A esultare per lo stralcio è proprio il capogruppo Pd alla Camera, Dario Franceschini: “E’ una vittoria dell’opposizione – dichiara – e un passo indietro del governo”. Quanto all’ipotesi che il governo ponga la fiducia, Franceschini non anticipa i tempi: “aspettiamo le dichiarazioni ufficiali. Intanto vediamo cosa scrivono nel maxiemendamento”.

Ma che vuol dire che “Cosa voleva dire Gianni Letta? Protezione civile Spa ‘era’ uno strumento ulteriore? E ora Bossi aggiunge che non ‘deve diventare una Spa” . Dunque mercoledì la Camera dei deputati non discuterà più del decreto?” si chiede il vicepresidente vicario dei deputati del Partito Democratico, Michele Ventura.

“Leggiamo che del decreto resterà soltanto un guscio burocratico capace di coprire la marcia indietro del governo, ma noi non ci fidiamo e la nostra battaglia parlamentare sarà durissima. Il Partito Democratico chiede il ritiro del Dl, chiede che il malaffare che sembra emergere dalle indagini in corso non venga seppellito da norme che garantiscono impunità. Rendere lo Stato efficiente non è un’anomalia, ma essere al di sopra delle leggi per farlo è la negazione dello Stato”.

Il ritiro del provvide mento continua a essere chiesto anche da Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato: “E’ evidente, e le parole di Bossi lo confermano, che buona parte della maggioranza non vuole il decreto che istituisce la Protezione civile Spa. Credo che l’unica cosa saggia da fare sia quella di ritirare il decreto. E’ un provvedimento sbagliato e pericoloso. Un’altra cosa da fare subito – prosegue Anna Finocchiaro – è, come abbiamo chiesto presentando al Senato un disegno di legge, abrogare la norma che equipara i grandi eventi alle emergenze. Emerge infatti con chiarezza dalle inchieste un sistema opaco e poco trasparente nella gestione di questi avvenimenti da parte della Protezione civile. Il sistema usato per i grandi eventi è fuori controllo grazie a un uso smodato delle ordinanze. C’è in questo sistema una logica della gestione della cosa pubblica (e le parole di stamattina a Repubblica di Guido Bertolaso in qualche modo lo confermano) che rifiuta regole e trasparenza. Proprio per non distruggere il patrimonio della protezione civile – conclude Anna Finocchiaro – serve chiarezza e la fine di ogni ambiguità”.

Scoop: Bertolaso non è sottosegretario. Lo scrive lui stesso!
“La questione Protezione civile merita continue precisazioni di natura ordinamentale. Oggi su Repubblica il dottor Bertolaso sostiene che le sue due cariche (capo del Dipartimento e sottosegretario) sono tra loro compatibili dal momento che lui non è sottosegretario alla Protezione civile. Sarà. Secondo il decreto legge che la Camera sta esaminando e lo stesso sito della Presidenza del Consiglio Bertolaso è il sottosegretario alla Protezione civile in ambito europeo e internazionale”. Lo dichiara il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda che così continua: “La foglia di fico europea – continua Zanda – è evidentemente così debole che il decreto legge ha dovuto disporre a favore di Bertolaso una deroga esplicita alle norme su l’incompatibilità tra incarichi di governo e cariche amministrative. Ma Bertolaso sottosegretario è incompatibile anche per la legge Frattini del 2004 sul conflitto d’interessi che esclude l’esercizio contemporaneo di ruoli governativi e impieghi pubblici di qualsiasi tipo. Conseguentemente, con significativa puntualità, il Presidente Berlusconi, ha inserito nel decreto legge una deroga in favore di Bertolaso anche alla legge sul conflitto d’interessi”.

Ma. Lau.
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"Ora il Cavaliere teme davvero la tangentopoli-bis", di Ugo Magri

Berlusconi scopre la «nuova Tangentopoli». Teme un bis del ‘94. Che si ripeta quel clima, tra arresti per ruberie vere o presunte, da cui la gente tragga l’idea di una corruzione politica dilagante. Proprio sotto elezioni regionali. Col risultato che a pagare il conto sarebbe lui, il Cavaliere: per una volta risparmiato dalle inchieste, ma tradito dai suoi uomini, tirato a fondo dal suo stesso partito… Può darsi che il premier ne parli stamane, quando calerà da Arcore nella Capitale per dare il là alla campagna delle candidate donna, in primis la Polverini. Ci ragiona sopra da venerdì, molto l’ha impressionato la lettura del «Mattinale» (foglio a circolazione interna e riservata del Pdl, redatto dagli strateghi più attenti). Vi si punta l’indice contro le toghe scatenate «a sostegno dell’opposizione», ma soprattutto vi si annunciano cataclismi, cupi presagi, compreso «il rischio che la situazione degeneri pericolosamente, al punto da condizionare la campagna elettorale e il risultato del Pdl».

Ieri mattina, mentre di questo ragionava insieme coi fedelissimi, e dell’inchiesta fiorentina che trascina nel fango il coordinatore nazionale Verdini, e delle voci incontrollate di nuovi coinvolgimenti parecchio in alto, e del dramma di Bertolaso tuttora sull’orlo delle dimissioni, e del panico che circola nei Sacri Palazzi vaticani (leggi: Giubileo 2000), nel mezzo di tutto ciò Berlusconi è stato raggiunto dalla telefonata di un vecchio amico. Ne ha profittato per sfogarsi contro quanti orchestrano la nuova campagna di scandali, ce l’ha con i «seminatori di discordia», con i mandarini del vecchio e nuovo giornalismo… «Il mio consenso resiste, sono ancora al 67 per cento di gradimento», e quasi gli sembra un miracolo. Perché senza bisogno di consultare i sondaggi di Euromedia Research il premier capisce che qualcosa sta succedendo, da rabdomante coglie gli slittamenti d’umore sotterranei, un «mood» collettivo tendente al peggio.

Ma soprattutto Berlusconi si rende conto che stavolta non sono solo complotti, teoremi delle «toghe rosse»: qui ci sono amministratori presi con le mani nel sacco, prove inconfutabili, su Pennisi addirittura fotografiche. Per quanta fede possa nutrire nell’onestà dei suoi discepoli, il Cavaliere non è nato ieri: il presidente della Provincia di Vercelli agli arresti domiciliari (concussione), l’ex assessore al Turismo in Lombardia nel carcere di Voghera, un partito del Nord che, se si dà retta a chi lo frequenta, Berlusconi raderebbe al suolo tanto è incavolato. Vede Bossi spalancare le fauci come un alligatore («Noi della Lega stiamo sempre attenti a non fare pirlaggini…»), sente Fini ergersi a paladino dei buoni costumi («Chi ruba non lo fa per il partito ma perché è un ladro, un volgare lestofante») e smarcarsi al punto da proporre il rifugio nel sistema elettorale uninominale che segnò il tracollo della Prima Repubblica.

Tra gli intimi del premier vince la tesi che debba battere un colpo, magari più d’uno. «Serve un segnale forte e chiaro», supplica Letizia Moratti. Per rassicurare la Lombardia, il Piemonte, l’Italia intera. Le «liste pulite» a Milano non sono ancora abbastanza, per battere lo sconcerto Berlusconi deve metterci personalmente la faccia. Contrattaccare dando garanzie. E la prova del nove saranno le candidature: qui non si discute più di «veline» e soubrette, si parla di ras locali potenti che dalle patrie galere premono per essere ricandidati, o rivogliono il posto nonostante disavventure gravi. Al telefono col vecchio amico, il Cavaliere pare abbia detto: «Non ho mai rubato una lira, non voglio perdere voti per colpa di questi signori». Impugnerà la frusta contro i mercanti nel tempio?
La Stampa 16.02.10