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«Crisi, Draghi preoccupato: 'Pil in frenata, ripresa lenta'»

L’Italia è entrata nella crisi globale con una crescita bassa e ne sta uscendo con lo stesso ritmo di sviluppo, inferiore ai Paesi europei. A zavorrare la ripresa sono la mancanza di riforme strutturali, che da quindici anni frena la competitività italiana, e la disoccupazione

La forza lavoro “forzatamente inoperosa è elevata e crescente” e finchè non ci sarà un’inversione di tendenza “permane il rischio di ripercussioni sui consumi, quindi sul prodotto”. A costruire questa cornice di cauto ottimismo che fa da sfondo però ad un andamento economico che presenta ancora molte ombre e motivi di allarme, è il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nella sua relazione alla sedicesima assemblea del Forex. E in tema di misure di sostegno all’economia il numero uno di Via Nazionale lancia un monito alle banche a proposito dello scudo fiscale invitandole ad essere attente nell’esaminare le domande di rientro, al fine di individuare e segnalare operazioni sospettabili di riciclaggio”. Le banche, avverte, “devono impegnarsi di più a uno scrutinio attento delle operazioni di rimpatrio”. “A questo fine – aggiunge a braccio il governatore – Bankitalia intensificherà i suoi controlli”. “E’ importante dissipare – puntualizza – ogni dubbio circa le modalità di applicazione delle norme antiriciclaggio alle operazioni che vi ricadono. La normativa sullo scudo fiscale italiano formerà a breve oggetto di esame da parte del gruppo di azione finanziaria internazionale (Gafi)”. Il banchiere centrale italiano dà quindi rassicurazioni sulla solidità dell’euro e ricorda l’importanza avuta dalla moneta unica anche in presenza della crisi, auspicando ora un rafforzamento del governo economico dell’Unione. L’euro e l’impegno di tutti i paesi europei sono inoltre garanzia per il rientro della crisi greca: basta che Atene attui il piano di rientro e il mercato sottoscriverà i suoi titoli di stato così come avvenne per l’Italia durante gli anni Novanta. Ce ne siamo dimenticati, puntualizza Draghi, ma la nostra situazione allora era altrettanto drammatica ne siamo comunque “usciti da soli”. “Stiamo ora uscendo dalla crisi con un tasso di crescita basso, ai minimi europei, mette in evidenza il numero uno di Palazzo Koch chiudendo le 18 cartelle del suo discorso e aggiunge: “una crescita economica sostenuta è base di benessere. E’ presupposto della stabilità finanziaria per un paese ad alto debito pubblico come l’Italia; è futuro per i giovani, dignità per gli anziani; il nostro Mezzogiorno ne trarrebbe forza, può essere esso stesso traino”. E per questo, spiega, servono le riforme strutturali, la cui mancanza ha segnato “la perdita di competitività del Paese che dura da un quindicennio”. Non è un problema solo italiano, afferma il responsabile di Via Nazionale sottolineando subito dopo l’importanza dell’euro e la sua solidità. Un ancoraggio significativo per i diversi paesi dell’Eurozona anche se la crisi della Grecia “produce instabilità finanziaria mondiale e colpisce le economie dell’area con intensità diversa a seconda delle strutture su cui poggiano. Appunto per questo occorre adesso rafforzare il governo economico dell’Ue. Draghi ricorda anche che alla fine dello scorso anno vi erano in Italia oltre 600 mila occupati in meno rispetto al massimo del luglio 2008, ricorda Draghi: “l’occupazione tarda a riprendersi. Il ritorno alla crescita è ancora fragile, segnatamente nell’area dell’euro”.

da http://unionesarda.ilsole24ore.com

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“La disoccupazione frena consumi e Pil”
Draghi: crescita lenta. Più trasparenza su costi bancari, bonus e scudo fiscale. Confindustria: serve più ottimismo Epifani: per il lavoro nel 2010 andrà peggio. Dopo il tonfo del 2009, il peggiore da quarant´anni, Mario Draghi prevede per il Pil italiano «un recupero lento» con «ampie incertezze». Il governatore della Banca d´Italia spiega che il Paese è entrato nella crisi globale con una economia fiacca e ne sta uscendo allo stesso modo, «con un tasso di crescita basso ai minimi europei». Avverte che sull´agognata ripresa, oltre alle mancate riforme strutturali che da quindici anni frenano la competitività nazionale, pesa come un macigno il dramma della disoccupazione. «La quota di popolazione potenzialmente attiva che è al momento forzatamente inoperosa è elevata e crescente. Finchè non ci sarà un´inversione di tendenza permane il rischio di ripercussioni sui consumi, quindi sul prodotto». Segue un dato: alla fine dello scorso anno vi erano in Italia oltre 600 mila occupati in meno rispetto al massimo del luglio 2008.
Draghi parla davanti al Gotha bancario riunito per l´assemblea del Forex. Dai microfoni assicura che «l´euro è saldo», sollecita un governo economico Ue e striglia i banchieri: devono sorvegliare che attraverso lo scudo fiscale non passino flussi sospettabili di riciclaggio. «Intensificheremo i controlli», annuncia a braccio, rivelando che finora ci sono state solo 50 segnalazioni sospette. E ancora: serve più glasnost sulle commissioni (una banca su 3 ha aumentato i costi per la clientela), bisogna semplificare i conti correnti e «avvertire i clienti del rischio che corrono» quando i tassi sui mutui-casa sono variabili, come sta avvenendo ora. A giorni comunque la Banca d´Italia inoltrerà al governo una proposta organica di disciplina «che porti a oneri espressi con chiarezza». Ai banchieri chiede anche austerità in materia di bonus e oculatezza nella gestione, impiegando gli utili, peraltro «dimezzati» dalla crisi, «per il rafforzamento patrimoniale». «Continuo a dirlo…», lamenta a voce alta.
Nell´analisi del governatore, a preoccupare oggi sono soprattutto i guasti del non lavoro che finiscono per frenare i consumi e il Pil. Draghi riconosce che la «rete di protezione» stesa dal governo ha arginato «disoccupazione e abbandono sociale». Avverte però che «è ingente» la perdita di produzione e di reddito. Quindi spiega cosa significa avere una crescita economica sostenuta: «E´ base di benessere, è presupposto della stabilità finanziaria per un paese ad alto debito pubblico, è futuro per i giovani, dignità per gli anziani. Il nostro Mezzogiorno ne trarrebbe forza, può esserne traino».
Purtroppo invece la crescita che s´annuncia sarà ai minimi Ue. Alberto Bombassei, numero due di Confindustria, non condivide questa visione: per il Pil 2010 stima «una tale inversione di tendenza che c´è da guardare al futuro con un pizzico di ottimismo». Ma il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, preannuncia «12 mesi di grandi sofferenze». E Pierluigi Bersani, segretario del Pd: «Draghi richiama la verità dei fatti. La ripresa è lontana e il governo è in tutt´altre faccende affaccendato». Pronta la replica del ministro Renato Brunetta: «Se avessimo accettato i consigli di Bersani e compagni saremmo in bancarotta».
Draghi riconosce che, di fronte alla crisi, sul versante finanziario, l´economia italiana ha tenuto «meglio di molte altre». Grazie alla «prudenza» e alla «solidità» delle banche, da noi non c´è stato bisogno di «interventi di sostegno della portata di quelli che hanno devastato i bilanci pubblici dei partner»: è dunque «necessaria» una exit strategy graduale a livello globale. Avverte che la stretta al credito riguarda le imprese, non le famiglie. E soprattutto, ci tiene a ridimensionare l´allarme Grecia, loda le «azioni decise e coordinate» delle autorità per garantire la stabilità dell´area e gli impegni di rigore di Papandreou. Poi, fuori testo: «Noi non ce lo ricordiamo ma eravamo in condizioni molto più drammatiche negli anni Novanta e siamo usciti da soli da quella crisi».
La Repubblica 14.02.10

Basta volgarità sulla storia del Risorgimento

Pubblichiamo un estratto del discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica durante l’incontro all’Accademia dei Lincei che ieri ha aperto le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Con l’avvicinarsi del centocinquantenario si vedono emergere, tra loro strettamente connessi, giudizi sommari e pregiudizi volgari sul quel che fu nell’800 il formarsi dell’Italia come Stato unitario, e bilanci approssimativi e tendenziosi, di stampo liquidatorio, del lungo cammino percorso dopo il cruciale 17 marzo 1861. C’è chi afferma con disinvoltura che sempre fragili sono state le basi del comune sentire nazionale, pur alimentato nei secoli da profonde radici di cultura e di lingua.

E chi sostiene che sono state sempre fragili, comunque, le basi del disegno volto a tradurre elementi riconoscibili di unità culturale in fondamenti di unità politica e statuale. E c’è chi tratteggia il quadro dell’Italia di oggi in termini di così radicale divisione, da ogni punto di vista, da inficiare irrimediabilmente il progetto unitario che trovò il suo compimento nel 1861.

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Noi abbiamo da fare come italiani il nostro esame di coscienza collettivo cogliendo l’occasione del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Possiamo farlo, non ignorando certo i modi concreti della nascita dello Stato unitario, le scelte che prevalsero nel confronto tra diverse visioni del percorso da seguire e dello sbocco cui tendere; non ignorando, anzi approfondendo i termini di quell’aspra dialettica, ma senza ricondurre ai vizi d’origine della nostra unificazione statuale tutte le difficoltà successive dell’Italia unita così da approdare a conclusioni di sostanziale scetticismo sul suo futuro.

Le delusioni e frustrazioni che furono espresse anche da figure tra le maggiori del moto risorgimentale, e che operarono nel profondo dei sentimenti e degli atteggiamenti popolari, hanno sin dall’inizio costituito un problema da affrontare guardando avanti. Questo fu, io credo, l’apporto del meridionalismo che – con Giustino Fortunato, e grazie anche a illuminati uomini del Nord – si caratterizzò come grande cultura dell’unitarismo critico, impegnata a indicare la necessità di nuovi indirizzi nella politica generale dello Stato nazionale la cui unità veniva però riaffermata categoricamente nel suo valore storico.

Certo, la frattura più grave di cui il nostro Stato nazionale ha fin dall’inizio portato il segno e che ha finito per protrarsi – nonostante i tentativi, benché non del tutto privi di successo, messi in atto a più riprese – e quindi restando ancor oggi cruciale, è quella tra Nord e Sud. E ho già detto in quali termini essa ci si presenti ora e ci impegni più che mai. Ma altre fratture originarie si sono ricomposte: come quella tra Stato e Chiesa, tra il nuovo Stato, che anche con il contributo degli uomini del cattolicesimo liberale nel corso del Risorgimento era stato concepito, e la Chiesa spogliata, perdendo Roma, del potere temporale. E, come ho notato nella prima parte del mio intervento, molte altre prove, anche assai dure, sono state superate con successo dalla comunità nazionale.

Sono convinto che nell’«età della Costituente», negli anni decisivi, cioè, della ricostruzione, su basi repubblicane e democratiche, del nostro Stato unitario, venne recuperata «l’eredità del Risorgimento», dissoltasi – secondo il giudizio di Rosario Romeo – nelle «vicende della prima metà del Novecento, con le due guerre mondiali e l’avventura totalitaria». In effetti, la fine dell’epoca dei nazionalismi dilaganti e dei conflitti da essi scaturiti, consentì la riscoperta di quell’identificarsi dell’idea di Nazione con l’idea di libertà che aveva animato il moto risorgimentale. L’idea di Nazione, il senso della Patria, attorno ai quali nella prima metà del secolo scorso gli italiani si erano divisi ideologicamente e politicamente, divennero nuovamente unificanti facendo da tessuto connettivo dell’elaborazione della Carta Costituzionale.

C’è da chiedersi quanto, da alcuni decenni, questo patrimonio di valori unitari si sia venuto oscurando – anche nella formazione delle giovani generazioni – e come ciò abbia favorito il diffondersi di nuovi particolarismi, di nuovi motivi di frammentazione e di tensione nel tessuto della società e della vita pubblica nazionale. E non possiamo dunque sottovalutare i rischi che ne sono derivati e che ci si presentano oggi, alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’Unità.

È indispensabile, ritengo, un nuovo impegno condiviso per suscitare una ben maggiore consapevolezza storica del nostro essere nazione e per irrobustire la coscienza nazionale unitaria degli italiani. Dobbiamo innanzitutto – torno a sottolinearlo – attingere a una ricerca storiografica che ha dato, fino a tempi recenti, frutti copiosi e risultati di alto livello: come il fondamentale studio dedicato da Rosario Romeo a Cavour e al suo tempo. Uno studio dal quale emerge il ruolo preminente e innegabilmente decisivo dello statista piemontese, guidato dalla «convinzione che esistesse una sola nazione italiana e che essa avesse diritto a una propria esistenza politica»; il ruolo decisivo di quel Cavour grazie al quale, al Congresso di Parigi del 1856, per la prima volta nella storia uno Stato italiano aveva «pensato a tutta l’Italia» e «parlato in nome dell’Italia». Nello stesso tempo, è emersa ad opera degli studiosi tutta la ricchezza del processo unitario e degli apporti che ad esso vennero dai rappresentanti più alti di concezioni pur così diverse del movimento per l’Unità, come Cavour, Mazzini, Cattaneo, Garibaldi, che concorsero, dando vita allItalia unita, al maggior fatto nuovo nell’Europa di quel tempo.

Ebbene, è pensabile oggi un forte impegno per riproporre le acquisizioni della nostra cultura storica, relative a quel che hanno rappresentato il Risorgimento e la sua conclusione nella storia d’Italia e d’Europa? E per collegarvi una riflessione matura su tappe essenziali del lungo percorso successivo, fino alla rigenerazione unitaria espressasi nei valori comuni posti a base della Costituzione repubblicana? Dovrebbe essere questo il programma da svolgere di qui al 2011: un impegno che vogliamo considerare pensabile e possibile, anche perché ci sono nuove e stringenti ragioni per condividerlo.
La Stampa 13.02.10

La Rai abolisce un programma su Vittorio Bachelet

«La Rai ha appena cancellato la puntata della trasmissione religiosa “A sua immagine” dedicata a Vittorio Bachelet nel trentesimo della morte». lo ha reso noto il figlio di Vittorio Bachelet, Giovanni, deputato del Pd, che era stato intervistato per la realizzazione della trasmissione.

La trasmissione, registrata una settimana fa, sarebbe dovuta andare in onda, secondo quanto riferito da Bachelet, oggi pomeriggio alle 17 su Raiuno.

«Abolita – aggiunge Bachelet, a margine di “Manifutura” a Pisa – perchè conteneva un deputato pd, cioè me». «sono stupito e il conduttore del programma che mi ha comunicato la cancellazione lo era più di me – racconta Giovanni Bachelet -. si trattava di una trasmissione di ricordo di mio padre, in occasione dei trent’anni, che cadevano ieri, 12 febbraio, della sua morte. Non si è naturalmente parlato di politica e del mio partito, e io non sono candidato».

Ed è sutito polemima. “E’ una vergogna”, dice Rosi Bindi, vicepresidente della Camera e presidente del Pd. Alla presenza del Presidente della Repubblica, ieri è stato ricordato l`impegno civile ed ecclesiale di un servitore leale dello Stato che ha dato la vita per testimoniare i valori più alti della Costituzione. Oggi la Rai cancella la trasmissione ‘A sua immagine’ dedicata a Vittorio Bachelet nel trentesimo anniversario della sua morte perché non può andare in onda la testimonianza del figlio Giovanni, deputato del Pd». «Una decisione vergognosa gravissima che offende la dignità di una famiglia e il sacrificio di Bachelet – denuncia Bindi -. La puntata era prevista per questo pomeriggio, non se ne farà nulla per rispettare un grottesco regolamento di ‘impar condicio,’ quando non è ancora neppure iniziata la campagna elettorale vera e propria». E Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa, sottolinea: ” «Lo zelo della burocrazia genera mostri. Oggi il servizio pubblico cancella incredibilmente il ricordo di Vittorio Bachelet a 30 anni dal suo assassinio per una cieca applicazione dei regolamenti. C’è da sperare che, in un soprassalto di ragionevolezza, la Rai ricordi qual è la sua funzione».
L’Unità 13.02.10

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“Par condicio”, stretta in casa Rai: cancellato il programma su Bachelet

È bufera sulla cancellazione di una trasmissione della Rai dedicata a Vittorio Bachelet, che sarebbe dovuta andare in onda oggi, a 30 anni dalla sua morte. Ad annunciare la mancata messa in onda del programma è stato Giovanni Bachelet, il figlio del vice presidente del Csm ucciso dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980.

A causa dell’interpretazione che la tv pubblica ha dato del regolamento della par condicio, «la Rai ha appena cancellato la puntata della trasmissione religiosa ’A sua immaginè dedicata a Vittorio Bachelet nel trentesimo anniversario della morte». Il programma, previsto per oggi pomeriggio alle 17 su Raiuno, conteneva un’intervista a Giovanni Bachelet, deputato del Pd. «La trasmissione era stata registrata una settimana fa – ha detto Bachelet – ma è stata cancellata perchè conteneva un deputato Pd, cioè me».

Bachelet ha affermato di essere rimasto sorpreso dalla decisione, perchè nell’intervista non parlava di politica e inoltre non è candidato alle prossime elezioni regionali. Nino Rizzo Nervo, componenente del Cda Rai, ha affermato che «la par condicio c’entra poco, qui siamo piuttosto di fronte ad un esempio di ottusità burocratica. Cancellare una trasmissione religiosa come ’A Sua Immaginè dedicata all’uccisione da parte delle Brigate Rosse del professor Bachelet perchè contiene il ricordo del figlio Giovanni, oggi parlamentare, è un insulto. È solo un insulto alla memoria e alla storia di questo paese». Rizzo Nervo sollecita quindi che la trasmissione sia mandata in onda «perchè non credo che vi possa mai essere qualcuno così sciocco e così privo di sentimento nazionale da accusare la Rai di violazione della par condicio per avere ricordato un martire del terrorismo».

Indignazione è stata espressa anche da Rosi Bindi che parla di «una decisione vergognosa, gravissima che offende la dignità di una famiglia e il sacrificio di Bachelet. La puntata era prevista per questo pomeriggio alle 17 – ha ricordato Bindi – ma non se ne farà nulla per rispettare un grottesco regolamento di ’impar condiciò, quando non è ancora neppure iniziata la campagna elettorale vera e propria». Lorenzo Cesa (Udc) si dice «sconcertato» per la decisione di cancellare il programma, mentre secondo Giuseppe Giulietti, parlamentare del Gruppo misto e portavoce dell’associazione articolo 21, i vertici della Rai «devono chiedere scusa alla famiglia Bachelet».
La Stampa 13.02.10

"Il sistema di Guido: società amici, opere di bene in patria e fuori", di Claudia Fusani

Al di là di tutto, degli ingegneri e dei costruttori, del sesso e dei massaggi, delle auto e degli arredi merce di scambio per entrare nel gran giro degli appalti, è un intero sistema di potere quello sotto inchiesta da parte della procura di Firenze. La «cricca di delinquenti» del Dipartimento Sviluppo e Turismo, scrive il gip Lupo nell’ordinanza, «godeva di poteri illimitati grazie alla normativa», cioè il potere di ordinanza e di spesa in nome dell’urgenza senza vincoli di cui gode il Dipartimento della Protezione Civile. Occorre allora provare a capire se esiste e in cosa consiste il sistema di potere di Bertolaso e della sua Protezione Civile.

La famiglia, ad esempio. «Nel pur breve periodo di monitoraggio – si legge nell’ordinanza- emergeva che in evidente conflitto di interesse il cognato di Bertolaso, Francesco Piermarini, è stato impiegato nei cantieri della Maddalena per il G8. Sono emersi anche rapporti tra Piermarini e Anemone». Lavorare e avere società non è certo un reato. Comincia ad essere sospetto se queste società possono beneficiare di corsie privilegiate e short list. Di sicuro la famiglia Piermarini, Gloria è la moglie di Bertolaso, Francesco e Marilena i fratelli, è molto attiva nell’aprire e chiudere società. Alla Maddalena ha lavorato Ecorescue che si occupa di rifiuti e raccolta differenziata. Prima c’è stata Sviluppo Tevere (conferenze e convegni), chiusa da poco Mystic river (grandi manifestazioni), in mezzo Flumen urbis srl, convegni e noleggio di imbarcazioni. Un vortice di attività solo agli ultimi anni. Gli investigatori stanno cercando di capire se il conflitto di interessi, oltre a Ecorescue, riguarda anche altre società di famiglia. È un fatto che tra le principali attività della Protezione Civile c’è l’organizzazione dei Grandi Eventi.

Bertolaso ama il suo lavoro quasi più di se stesso. Lo dice. Si vede. È il suo cruccio più grande in queste ore: teme che il dubbio possa insinuarsi tra l’affetto delle persone. Ma qualche macchia c’è già. A Napoli, dove è stato Commissario per l’emergenza rifiuti, era indagato per traffico di rifiuti e truffa ai danni dello Stato perché avrebbe derogato ad alcune regole nell’affidamento degli incarichi favorendo, tra le altre, Impregilo. Che strana inchiesta quella: Bertolaso ha fatto di tutto per non essere iscritto al registro (la sua vice De Gennaro e altri 24 sono invece già a processo), la procura lo ha ascoltato, lo ha stralciato e per un inghippo ora è tutto a Roma. In ogni caso, per non sbagliare, il decreto sulla Protezione Civile spa offre lo scudo giudiziario ai Commissari straordinari. Per finire, sempre a Napoli e sempre per i rifiuti, è indagato Claudio De Biasio. Se non ci fosse stata l’inchiesta sui rifiuti, con gli inevitabili link con la camorra, sarebbe diventato vicario di Balducci alla Maddalena.

A Bari Bertolaso è stato tirato nell’ingorgo Tarantini-D’Addario per via di amici di amici. L’imprenditore Giampy Tarantini, oltre a vendere protesi con la Tecnohospital e a piazzare escort nei saloni di palazzo Grazioli e villa Certosa, ha anche un’attività di consulenza, la G.C. consulting. Tra i clienti, «per offrire nuove opportunità», l’imprenditore Enrico Intini che, tra gli altri, è stato presentato a Guido Bertolaso.

«Mai fatto nulla con quello» ha risposto piccato il n°1 della Protezione Civile. E però, mai disperare: è di pochi giorni fa la notizia che la sua Tecnohospital, in grosse difficoltà, è stata acquistata per 300 mila euro da Gian Luca Calvi. E chi è il benefattore? Il fratello di Gian Michele, presidente di Eurocentre, società senza scopo di lucro fondata dalla Protezione Civile e soggetto attuatore del progetto C.A.S.E all’Aquila, la famose casette per terremotati, orgoglio di Berlusconi. Ma nulla vien per caso. Eurocentre ha realizzato nel 2008 il Ponte Italia sul fiume Payee in Sudan, «grande opera – si legge sul sito della Protezione Civile – per collegare la zona della diocesi di Rumbek, quasi isolata, con quella del Nilo Bianco». Il ponte è costato un milione e mezzo di euro, è stato finanziato via sms e con il fondo della Protezione Civile, ed è stato montato dai tecnici di via Ulpiano.

Tutto si tiene nella grande famiglia: ponte, progetto Case, acquisto Tecnohospital. «Un sistema gelatinoso» scrivono i magistrati. Dove i quattro arrestati e Bertolaso «costituiscono una catena di comando omogenea ed efficiente».
L’Unità 13.02.10

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Bersani: si dimetta, altrimenti lo chiederemo noi. Opposizione fermissima al decreto sulla protezione civile
Il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani ha detto oggi di sperare che il sottosegretario e capo della Protezione civile Guido Bertolaso, indagato nell’ambito di un’inchiesta della magistratura fiorentina sulla corruzione negli appalti, lasci l’incarico, altrimenti il Pd ne chiederà le dimissioni. «Fin qui non abbiamo chiesto le dimissioni del capo della Protezione Civile», ha detto il leader del principale partito d’opposizione ai giornalisti a margine di un convegno a Perugia. «Sul piano personale sarà la magistratura a determinare i gradi di responsabilità, perché si è creata una situazione oggettiva». L’ordinanza del gip di Firenze indica che ci sono fondati elementi per sostenere che Bertolaso abbia usufruito di prestazioni sessuali procurategli da un imprenditore arrestato nell’ambito della stessa inchiesta in cambio di favori per le sue imprese appaltatrici. Ieri il numero uno della Protezione civile ha detto che forse si è «fidato troppo» di alcune persone, ma ha respinto le accuse di corruzione.

Alla richiesta se ritiene che sia necessario che Bertolaso dia le dimissioni, però, Bersani ha risposto: «Spero che lo capisca da solo, perché sennò bisognerà chiederle». «La situazione non consente un governo della Protezione Civile in condizioni di serenità e di tranquillità». Nei giorni scorsi un altro partito d’opposizione, l’Italia dei Valori, ha presentato una mozione di sfiducia contro Bertolaso. Il sottosegretario aveva già presentato le sue dimissioni al premier Silvio Berlusconi appena lo scandalo era scoppiato, ma il Consiglio dei ministri le aveva respinte.

Bersani ha aggiunto che il Pd farà «opposizione fermissima» contro il decreto del Governo che trasforma la Protezione civile in una Spa. «Se facciamo norme che aggravano il problema, come quelle che il Governo sta proponendo, è come se ci buttassimo nel pozzo», ha detto Bersani stamani a Perugia. «Si tratta di norme rischiose – ha continuato – se ora le applichiamo ad ambiti ancora più vasti, triplichiamo il rischio. Spero che il Governo ci ripensi. Ho visto qualche perplessità e qualche incertezza dentro la maggioranza», ha concluso il segretario del Pd.«Penso che poi i magistrati non si vergognino…», ha concluso Bersani a proposito delle frasi del premier contro i pm che indagano su Bertolaso. Bersani sottolinea che «ormai siamo abituati a queste sparate inqualificabili, ci siamo mitridatizzati. D’altronde pretendere che si smetta con questi toni è una petizione che pare ormai inutile. Bisogna che ciascuno, nonostante queste sparate, faccia tranquillamente il suo mestiere. Certamente la magistratura lo farà e lo farà per bene».

. Anche il capogruppo Pd Franceschini ribadisce la richiesta di uno stop al decreto che trasforma la protezione civile in spa. “Il governo si fermi. È irresponsabile, soprattutto dopo i fatti di questi giorni, insistere sull’approvazione di norme che trasformano la protezione civile in S.P.A. facendo scomparire ogni garanzia di trasparenza e regolarità”. Se il governo non fa marcia indietro, annuncia il capogruppo Pd, mercoledì in aula interverranno tutti i 207 deputati del Pd sul decreto che trasforma la Protezione civile in Spa. « Norme incostituzionali – aggiunge – perchè introducono addirittura il divieto di avviare azioni giudiziarie di ogni tipo nei confronti delle gestioni commissariali, sospendendo quelle in corso come prevede il comma 5 dell’art. 3 del decreto. E proprio lo straordinario sistema di efficienza, volonariato e organizzazione delle protezioni civili che non merita di essere trascinato in una prospettiva priva di ogni trasparenza e garanzia. Le voci critiche che si stanno levando anche nella maggioranza confermano che è possibile bloccare quelle norme. Se questa scelta non avverrà nelle prossime ore, e a maggior ragione se il governo decidesse di porre la fiducia, la maggioranza sappia che siamo pronti ad una battaglia parlamentare durisima per eliminare quelle norme e impedire la conversione del decreto».

In difesa di Bertolaso intervengono i ministri Matteoli e Gelmini «Deve restare alla guida della protezione civile perchè ha dimostrato di essere professionalmente capace ed efficiente», dice Matteoli. «Non potrà essere un’inchiesta in corso su accuse da dimostrare che lo può obbligare a farsi da parte. Non sarebbe nè giusto nè opportuno neppure sul piano politico. Bersani, con la sua uscita dimostra ancora una volta di essere condizionato e purtroppo eterodiretto dal partito dei giustizialisti, Di Pietro in testa. Noi invece da garantisti, crediamo nella buona fede e nei comportamenti corretti di bertolaso».«Guido Bertolaso non si tocca. Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di diffamare uno dei simboli del buon governo di questa maggioranza, di screditare un esponente di un esecutivo che presenta fatti e non parole, che risolve le emergenze e che è vicino alla gente», rincara la Gelmini.
L’Unità 13.02.10

«La "pax" Franceschini-Bersani», di Lina Palmerini

L’ex leader: debelliamo il virus del Pd, il segretario va rafforzato e non indebolito. Il Pd e regionali. Minoranza interna divisa. Primi sondaggi: scatta tl’allarme Piemonte, si teme una totale débàcle al Nord

Una pace pre-elettorale in attesa di vedere quale sarà l’esito delle regionali. Dario Franceschiin sceglie l’appeasement con Pierluigi Bersani e cerca di tenere a freno l’opposizione interna al partito che guida ma che al momento non riesce più a gestire. «Non c’è alcun asse con Bersani ma dobbiamo liberarci dal virus del Pd che ogni segretario va indebolito. E un destino che è toccato a tutti: a me e a Veltroni. Ma va debellato. Il leader, semmai, va rafforzato». Franceschini parla nel suo doppio ruolo di capogruppo del Pd alla Camera ma anche di leader della minoranza e il messaggio, più che a Bersani, sembra diretto ai suoi compagni di Area democratica. In realtà i problemi dell’opposizione interna non sono proprio questi. Il rischio che sta correndo è invece quello della dissoluzione divisa com’è tra popolari di Fioroni e diessini di Fassino da un lato; da veltroniani dall’altro. E Franceschini, al momento, non sembra aver alcuna voglia di scegliere. Come ha dimostrato sul caso Umbria dove i veltroniani gli rimproverano un comportamento pilatesco .

Atteggiamento che continuerebbe anche ora tant’è che l’assemblea dei parlamentari di Area democratica non è stata ancora convocata. La difesa di Bersani e il richiamo allo spirito unitario viene così interpretato come un modo per rinviare tutti i dilemmi al dopo voto. I veltroniani però vanno avanti da soli. Presto ci sarà una nuova riunione organizzativa (ci doveva essere ieri ma è slittata per la fuga di notizie) per mettere a punto l’assetto organizzativo del think tank che si chiamerà Democratica e che avrà Veltroni come presidente e Michele Salvati come direttore scientifico. Si cerca già una sede a Roma e Mauro Agostini, ex tesoriere Pd, si occuperà dei finanziamenti della Fondazione che saranno in stile public company.

E chiaro che il destino della minoranza interna dipende dal destino del Pd e da come andranno le elezioni. Ancora ieri sono arrivati gli ultimi sondaggi Swg che danno cinque regioniin bilico: Liguria, Piemonte, Lazio, Campania e Puglia. In Liguria e Puglia ci sarebbe un piccolo vantaggio per il centro-sinistra, in Piemonte ci sarebbe una situazione di parità, in Campania e Lazio i candidati governatori sono in vantaggio ma il centro-destra ha più voti di lista. L’Ipsos, invece, delinea una situazione un po’ diversa come spiega il suo presidente Nando Pagnoncelli: «In Liguria, dopo l’accordo con l’Udc, il centro-sinistra è in vantaggio mentre in Pie- monte c’è, al momento, una situazione di parità».

Proprio sul Piemonte è scattato l’allarme in casa Pd. E lì si concentreranno gli sforzi del segretario perché una sconfitta sarebbe pesantissima. Vorrebbe dire che il Nord volta completamente la faccia al centro-sinistra. Dopo la Lombardia e il Veneto,la débacle piemontese sarebbe uno choc per Pierluigi Bersani che ha spinto moltissimo sulla crisi, il lavoro, le imprese: perdere lì vorrebbe dire non essere stato credibile sul terreno che gli è più congeniale. E soprattutto, dopo il fallimento del laboratorio Puglia, il Piemonte diventa la regione-simbolo del patto Pd-Udc. E le urne saranno un test anche per quest’alleanza. Ieri Bersani rivendicava il fatto di aver portato Casini dalla sua parte e spiegava: «L’avvicinamento delle forze di opposizione è un percorso. C’è stato qualcosa di profondo che si è mosso: la deriva populista preoccupa forze che non sono solo le nostre». Ora si aspetta che a riconoscersi in questo schema siano pure gli elettori.

dal Sole 24 Ore, venerdì 12 febbraio 2010

"La grande abbuffata da Pompei a padre Pio con gli appalti riservati solo a pochi intimi", di Ettore Livini

Emergenza continua: così funziona il “sistema gelatinoso” La protezione civile dell’era Bertolaso è una multinazionale che ha gestito in due lustri dieci miliardi. La grande abbuffata da Pompei a padre Pio con gli appalti riservati solo a pochi intimi. Molti privati si sono arricchiti, così come alcune aziende che negli anni hanno partecipato alla spartizione dei grandi affari. Emergenza continua. Per L’Aquila – devastata dal terremoto – come per le bufale campane ammalate di brucellosi. Per la drammatica esplosione di un vagone carico di gas alla stazione di Viareggio ma anche per il Congresso europeo delle famiglie numerose o per le regate della Louis Vuitton Cup. La protezione civile dell’era Bertolaso è una multinazionale da 700 dipendenti che nei nove anni sotto la guida del suo potentissimo capo-dipartimento ha cambiato volto e moltiplicato la sua potenza di fuoco. Le catastrofi e le loro conseguenze restano, se così si può dire, il suo core business. Ma un’escalation di ordinanze della presidenza del Consiglio – 330 del Governo Berlusconi dal 2001 al 2006, 46 dell’esecutivo Prodi e più di 250 dal ritorno del Cavaliere a Palazzo Chigi – ha portato sotto il cappello del super-commissario degli appalti tricolori un po’ di tutto: i lavori per mettere in sicurezza gli scavi di Pompei come i festeggiamenti per il quattrocentesimo anniversario della nascita di San Giuseppe da Cupertino, le piscine dei mondiali di Nuoto e persino la riesumazione delle sacre spoglie di Padre Pio.

La fabbrica delle emergenze, vere o presunte, muove soldi. Stanziamenti totali in due lustri: 10 miliardi. Si tratta solo di una stima, visto che solo il 22% delle ordinanze governative quantifica gli stanziamenti pubblici. Denaro speso a pioggia. Senza troppi controlli. Spesso in deroga, in nome della cultura emergenziale, a piani regolatori e a norme di trasparenza degli appalti. Sotto lo scudo spaziale della protezione civile – insieme a opere necessarie come le case de L’Aquila e alle cattedrali nel deserto della Maddalena (327 milioni ad oggi gettati al vento) – sono finite così le iniziative più esotiche: i provvedimenti necessari per sistemare il traffico a Napoli, i rifiuti di Palermo, il via vai di gondole e vaporetti a Venezia, l’anno giubilare paolino, le rotonde per i Mondiali di ciclismo a Varese.

Milioni su milioni capaci di creare autentiche fortune private quasi dal nulla. Prendiamo i bilanci delle società i cui nomi sono emersi nell’inchiesta di Firenze. La Anemone di Grottaferrata – che ha costruito il palazzo delle conferenze per il mancato G8 sardo e alcune piscine per i mondiali – ha visto il suo giro d’affari decollare dai 10 milioni del 2007 ai 37 del 2008 “in forza – spiega la relazione di gestione del gruppo – di appalti della pubblica amministrazione”. La fiorentina Giafi del gruppo Carducci, battuta sul filo di lana da una società di Anemone nel maxi appalto da 62 milioni per il Parco della Musica nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni d’Italia (altra pseudo-catastrofe a gestione protezione civile) si è consolata con i lavori per l’albergo ricavato per il G-8 dall’ex ospedale della Maddalena. I suoi ricavi sono raddoppiati in due anni a 88 milioni. E il bilancio racconta bene di chi è il merito: “Il governo in carica – recita testuale – mostra di aver preso coscienza del fatto che bisogna colmare il gap infrastrutturale del paese”.

Un’emergenza che, come tale, va trattata dalla Protezione civile. Con tutto il decisionismo e la disinvoltura usciti dalle intercettazioni telefoniche di questi giorni. Un boom di entrate (+50% in due anni) hanno realizzato pure la Igit – cui la Bertolaso Spa ha affidato la ristrutturazione dell’aeroporto perugino di Sant’Egidio (25 milioni) e quella (da 58 milioni e secretata) del carcere di Sassari – e la Archea associati, lo studio fiorentino dell’architetto Marco Casamonti, dalle cui telefonate è partita l’inchiesta della magistratura. Proprio l’inchiesta ha cominciato a delineare lo scenario di intrecci tra gli alti burocrati delle opere pubbliche e alcune imprese che sono entrate in un sistema “gelatinoso” come lo ha definito il gip nell’ordinanza: quello che ha assicurato appalti facili e ha permesso di gonfiare i costi dei lavori. La diversificazione ha finito però per drenare un po’ della liquidità destinata alla gestione delle emergenze reali. Bertolaso negli ultimi nove anni ha dovuto occuparsi dei viaggi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, del congresso eucaristico di Osimo e dei giochi del Mediterraneo.

I suoi attuatori finali come Angelo Balducci hanno dovuto mettere la firma sotto note spese che con l’affare delle catastrofi naturali, in apparenza, hanno ben poco a vedere. A Pratica di Mare, per realizzare la scenografia un po’ kitsch necessaria al successo del summit Nato-Russia del 2002, la protezione civile ha speso 36 milioni, tra cui 74mila euro per “facchini e trasporto statue”, un milione per spuntare a regola d’arte prati e siepi e 42mila euro per i cartelli necessari alla viabilità. Il risultato paradossale è che a furia di emergenze farlocche rischiano di venir meno – complice lo stato dei conti pubblici – i soldi per quelle reali. Bertolaso ha già messo nero su bianco i suoi dubbi.

Lo stanziamento per il suo dipartimento nel 2009 è stato “solo” di 1,6 miliardi di euro. “Soldi che non bastano per prevenire e gestire le emergenze del futuro”, assicura il bilancio dell’ente, lamentando il taglio del 18% dagli 1,9 miliardi disponibili l’anno precedente. All’orizzonte incombono l’Expo 2015 in odore di commissariamento, le Olimpiadi 2020, il Gran Premio d’Italia di Formula 1 a Roma. Servono nuovi soldi pubblici. Le emergenze d’oro, in Italia, non finiscono mai.
La Repubblica 13.02.10

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“I predatori dell’emergenza”, di Vittorio Emiliani

Calpestano tutto, e nessuno si ribella. Ha ragione chi dice: dopo un secolo e mezzo di vita, l’Italia scivola ogni giorno verso la barbarie. La sensazione che solo certe imprese potessero “passare” nella ricostruzione dell’Aquila circolava. Le intercettazioni ora confermano che c’era chi rideva per i grassi affari che sentiva avvicinarsi mentre la polvere era alta sulle macerie e sotto di esse giacevano morti e feriti. Trecentosette morti. Non v’è dubbio che la ricostruzione post-terremoto sia un’emergenza ed esiga regole differenti da quelle ordinarie. E però regole. Certe e trasparenti. La ricostruzione dell’Irpinia richiese una commissione d’inchiesta parlamentare, presieduta da Scalfaro. Però sui restauri di beni culturali, curati dal soprintendente Mario De Cunzo, non vi fu ombra. Come sulla ricostruzione di Napoli (commissario Maurizio Valenzi, capo dell’ufficio tecnico Vezio De Lucia): neanche un avviso di garanzia. «Anzi – ricorda De Lucia – ricevemmo l’elogio della commissione Scalfaro e dei magistrati». Lo stesso per la vasta area del sisma umbro-marchigiano del 1997 e per quella del più lontano terremoto del Friuli.Nonè vero quindi che i commissariamenti portino con sé le degenerazioni che stanno emergendo ora, con l’ormai consueto contorno di escort.

Qui c’è di più e di peggio: qui siamo di fronte alla costruzione di un vasto arcipelago di “zone franche” dove norme, procedure, controlli, trasparenze ordinarie non esistono più, e dove ogni cosa è predeterminata, non dall’intero governo, ma dal presidente del Consiglio. Tutto nasce infatti da una sigla:Opcm. Ordinanza del presidente del consiglio dei ministri. Un decreto legge dovrebbe pur sempre essere convertito dalle Camere. L’Opcm parte da vari spunti e dà luogo all’emergenza e al commissariamento.

È successo per i Mondiali di nuoto, che stavano per affogare e che, col medesimo arrestato Angelo Balducci quale commissario, si sono svolti lasciando impianti nuovi del tutto incompleti, seri sospetti di abusi e una scia di inchieste giudiziarie. Per l’area archeologica di Roma si è costruito a tavolino un terrificante quanto improbabile scenario di crolli commissariando tutto (anche Ostia che sta benissimo). La raffica di Opcm, di ordinanze, riguarda anche situazioni dubbie come la creazione della “grande Brera”, commissario Mario Resca, fresco direttore generale alla valorizzazione, per lavori da50 milioni. Di cui avrà, oltre allo stipendio annuo di 160.000 euro lordi, il 5%. Cifra sbalorditiva che i “normali” soprintendenti, anche i più stimati, non hanno visto in tutta una onorata carriera. L’ordinanza del presidente del Consiglio plana ovviamente su alcune colossali torte immobiliari, come l’Expo 2015 di Milano. Ci sono ritardi? Si commissaria. E nell’ordinanza si elencano le normative ordinarie che “saltano”: quelle sulle valutazioni di impatto ambientale, sugli espropri, sui vincoli derivanti dai piani urbanistici e di pubblica utilità, sulle procedure per le bonifiche (e sì che a Milano è in atto una maxi- inchiesta sulla bonifica di Montecity a Rogoredo, implicato Giuseppe Grossi, bonificatore a oltranza, con una decina di Ferrari in garage, socio per la centrale elettrica di Casei Gerola del Mario Resca di Brera), via anche quelle su appalti e sub-appalti nonché le norme del Codice del paesaggio, e quindi niente più Soprintendenze a operare molesti controlli. Tutto avverrà in regime di “deroga integrale”. Finalmente! Con la Protezione Civile SpA – in mano alla presidenza del Consiglio e quindi al duo Berlusconi&Bertolaso, con Tremonti tagliato fuori – il cerchio si chiude. In una sola persona si concentrano tre ruoli: politico (sottosegretario o magari ministro), amministrativo (capo dipartimento) e operativo (capo della Protezione civile). Inusitata concentrazione di poteri “in deroga” alle leggi sulla trasparenza e quindi sulla concorrenza e, insieme, palese privatizzazione di un bel pezzo di Pubblica Amministrazione. Non basta (ma Bossi e i suoi “dormono all’umido”?, come in Lombardia). Con ciò le Regioni sono in un angolo e con esse ogni embrione di Stato federale. Per i rischi idrogeologici sono stati appena nominati tre supercommissari, lo stesso avverrà per il nucleare. L’accentramento non è più nelle mani del governo,ma del duo Berlusconi& Bertolaso. Il Parlamento? Lavori a convertire i decreti legge del governo. Poi si vedrà.
L’Unità 12.02.10

"Crisi, il governo è in ritardo", di Romano Prodi

Dalla crisi non siamo affatto usciti, anzi ci vorranno ancora molti anni prima di superarla del tutto. Non sono ottimista perché vedo fatica nelle imprese: l’utilizzazione dei macchinari è piombata fra il 60 e il 70% della capacità. È un problema serio: ci vorranno 20 punti di ripresa per ritornare allo sfruttamento pieno degli impianti. Nel frattempo, si indebolisce la struttura finanziaria delle imprese. Rischiamo che nei prossimi mesi diventi estremamente serio il problema degli insoluti.

La crisi ha accentuato la tendenza che vede la produzione industriale europea concentrarsi attorno all’area geografica che va da Amburgo a Firenze. Ciò crea forti diversità di interesse fra Paesi europei e all’interno degli stessi. Avere economie che si orientano in modo diverso rende più complicata politica Ue. Ora l’Italia prende solo le briciole: è il risultato della nostra limitata presenza a Bruxelles. La mancanza di una politica industriale italiana e la ridotta dimensione delle imprese consentono alle grandi aziende europee di fare lobby e orientare le politiche e i finanziamenti Ue quasi naturalmente verso i loro interessi.

Dobbiamo riprendere la politica industriale: non è una parola sporca. La mancanza grandi imprese è un problema serio. Eppure, nonostante questo, nella crisi abbiamo tenuto grazie alla meccanica strumentale, oltre al made in Italy. L’industria è l’unico settore che regge alla concorrenza internazionale. Grazie al fatto che operiamo in settori a tecnologia multipla e con manodopera altamente specializzata. Ciò rende l’imitazione molto più difficile: non è vero che l’Italia si regge solo sul made in Italy. E il costo della nostra manodopera specializzata è molto più basso che negli altri Paesi europei. Il problema non è il costo della manodopera ma la mancanza di politiche settoriali di sostegno alla domanda ma soprattutto alla produzione e alla ricerca. Dobbiamo costruire una politica industriale incentrata sulle nostre caratteristiche, sulle filiere nei settori molto specializzati dove siamo forti. Tuttavia, manca una strumentazione giuridica capace di rafforzare i nostri punti forza e la nostra presenza nei mercati internazionali.

Abbiamo una debolezza molto significativa nei settori fortemente innovativi. Siamo l’ottavo Paese industriale mondo, ma partecipiamo all’innovazione solo per un decimo di quanto fa ad esempio Israele. È un problema enorme: pensiamo all’innovazione dei prodotto di massa: non c’è un telefonino inventato o fabbricato in Italia. Ogni nuovo iPod è un deficit commerciale futuro.

Oggi dobbiamo puntare su scienze della vita, energia, ambiente. In questi campi possiamo fare moltissimo. Ci vuole politica industriale che scomponga i sottosettori, crei rapporti diversi con le Università. E poi ci vuole una grande logistica: oggi il sistema industriale funziona solo con una subfornitura aperta a tutto il mondo.
C’è stato un crollo dell’imprenditorialità dei servizi. Non c’è una sola catena alberghiera nazionale, una catena di pizzerie o di caffè. Sono tutte straniere.

Non ho visto politiche governative di coordinamento per l’innovazione. Non posso nemmeno criticare, perché non si può criticare il nulla. Il nostro programma di Industria 2015 aveva un orizzonte giusto, decennale, perché questi processi hanno bisogno di un obiettivo a lungo termine. Dobbiamo investire nell’aggregazione fra grandi e piccole imprese, nei centri di ricerca, rendere conveniente la trasmigrazione fra università, centri di ricerca, sviluppare tecnologie innovative.
Dobbiamo incentivare la fusione e la collaborazione fra imprese. Ma anche porre grande attenzione quando le imprese vengono acquistate dai fondi finanziari. La loro sorte è quasi sempre segnata: gli obiettivi dei fondi sono a breve, quelli delle imprese a lungo.
Dobbiamo creare imprese, non necessariamente grandi, ma in settori molto specializzati. L’unico modo di uscire stabilmente è inserirsi nell’economia mondiale con nicchie di produzione molto specializzate. Ci vuole uno sforzo molto maggiore. I tecnopoli hanno ancora dimensioni troppo limitate e i rapporti con le università sono troppo fragili. Siamo a livello elementare: c’è invece bisogno di grandi sperimentazioni. E poi abbiamo bisogno di una grande platea di nuovi consumatori: in tutte le grande crisi si è sempre dimostrato che la produzione industriale post crisi non è mai tornata livelli precedenti.

Quanto alla situazione del Meridione,il giudizio è tranchant: “Non esistono le condizioni per lo sviluppo di un’imprenditorialità diffusa a causa delle condizioni di agibilità a causa della presenza massiccia di attività criminali”.
L’Unità 13.02.10