È vero. Questa stralunata «Berlusconomics», attendista e rinunciataria, ha consentito all´Italia di sfilarsi momentaneamente dal girone infernale del Club Med. Oggi, quando si parla di «Pigs», i «maiali» che infettano Eurolandia con i loro conti pubblici in disordine, si evocano Portogallo, Grecia e Spagna. A giudizio dei mercati, la «I» di mezzo non è più l´Italia, che è uscita dall´acronimo infamante. È l´Irlanda, come conferma uno studio appena uscita su lavoce.info. Se si prendono in esame i tre criteri fondamentali per stabilire la tenuta di un Paese (solvibilità, liquidità e recessione con cambio sopravvalutato) il caso irlandese è persino più grave di quello greco. Il debito estero di Dublino è pari a nove volte il Pil, quello pubblico (sull´estero) è oltre il doppio delle entrate, le riserve della Banca centrale coprono solo un 460mo del debito a breve, il cambio reale si è apprezzato del 13 per cento dal 2005 e il Pil è crollato del 7,5 per cento.
Il caso italiano, all´opposto, è quello meno grave, almeno per quanto riguarda il deficit, il debito estero, le riserve, il cambio reale. Ma la stessa cosa non si può dire per la crescita, che invece ci vede fortemente penalizzati anche rispetto a quelli che gli economisti chiamano i «porci con le ali», cioè Spagna, Portogallo e Grecia. Qui sta il vero dramma italiano di questi anni. Sul fronte della finanza pubblica abbiamo evitato la bancarotta, con una pura logica di riduzione del danno. Le tasse non sono affatto calate (e infatti la pressione fiscale cresce in termini reali) ma almeno la caduta di gettito non è stata disastrosa. La spesa corrente non è stata ridotta (viceversa, continua a crescere nell´ordine dei 2 punti percentuali) ma almeno il suo aumento non è stato rovinoso. Questo ha permesso al ministro del Tesoro di restare a galla nella tempesta perfetta, evitando che un attacco speculativo sugli spread o un fallimento all´asta dei titoli di Stato si trasformassero in un iceberg fatale.
Ma sul fronte delle riforme di sistema e delle misure per lo sviluppo il Paese vive forse uno dei periodi più bui della sua storia. Non si vede uno straccio di politica economica. La riforma fiscale, annunciata in pompa magna dal Cavaliere, è già finita nel solaio di Tremonti e nel dimenticatoio dei contribuenti. La riforma del Welfare, auspicata solennemente da Sacconi, giace in un limbo inafferrabile. Non si vede, soprattutto, un barlume di politica industriale. La Fiat delocalizza in Brasile e in Messico e chiude Termini Imerese, e Scajola non trova di meglio da fare che giocare al gatto col topo sugli incentivi e smerciare ogni giorno improbabili piani di riconversione. Le multinazionali pesanti come Alcoa e Glaxo se ne vanno, lasciando per strada operai e impiegati, le grandi industrie della ricerca come Motorola e Italtel chiudono, licenziando ingegneri e personale qualificato.
A dispetto delle risibili rassicurazioni politiche e manageriali di questi mesi, stiamo per cedere altri pezzi pregiati della nostra produzione nazionale: Alitalia prima o poi finirà in pancia ai francesi di Air France, Telecom presto o tardi finirà in braccio agli spagnoli di Telefonica. La «scelta strategica» di Berlusconi per sostenere la crescita, finora, è stata una sola: il gigantesco «cantiere in deroga» a tutto (leggi, regolamenti, controlli) costruito dalle mani sapienti di Bertolaso e dei suoi operosi collaboratori. Il glorioso «modello Protezione Civile Spa»: un´altra bolla speculativa, tra le tante gonfiate ed esplose in questi anni di gelatina.
Per il resto, cosa rimarrà dell´Azienda Italia? Cosa produrremo tra dieci anni? Basteranno le piccole e medie imprese del Quarto Capitalismo a salvarci? In quali settori saremo più bravi, o almeno più competitivi? Nessuno lo sa. Soprattutto, nessuno lo dice, tra Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli. L´Economist uscito ieri, in un´inchiesta a tutto campo sulle prospettive del 2010, vede all´orizzonte «nuovi pericoli per l´economia mondiale». Se il governo li affronta così, confuso, sfiancato e indeciso a tutto, l´Italia potrà anche uscire dal recinto dei «pig». Ma dovrà scordarsi per sempre di entrare in quello dei «big».
La Repubblica 13.02.10
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"Mani pulite la memoria è finita", di Mario Calabresi
Per cancellare il ricordo, ogni prudenza e la paura, per ricostruire la spavalderia, il senso di impunità e l’arroganza sono serviti 18 anni. Una generazione. Un giro completo di giostra che sembra riportarci alla casella di partenza: 17 febbraio 1992. Diciotto anni fa, l’anniversario esatto cade mercoledì prossimo, veniva arrestato il presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio – ospizio per anziani milanese – mentre riceveva una tangente di sette milioni di lire. Si chiamava Mario Chiesa e con quelle manette prendeva il via la stagione di Mani Pulite. In quei giorni si affacciavano sulla scena politica di Milano facce nuove, pulite, che promettevano di parlare una lingua diversa: tra queste quella del leghista Pier Gianni Prosperini e di un gruppo di ragazzi della Gioventù liberale. Il primo è finito in carcere prima di Natale con l’accusa di aver incassato una tangente da 230 mila euro, mentre per uno dei giovani liberali – Camillo Pennisi detto Milko – le manette dei carabinieri sono scattate giovedì, mentre si faceva dare da un imprenditore cinquemila euro in contanti nascosti in un pacchetto di sigarette.
Se li era fatti portare nella piazzetta alle spalle di Palazzo Marino, durante la seduta del Consiglio comunale, con la naturalezza di chi esce dall’Aula un momento per fumare.
Nelle stesse ore è stato arrestato il presidente della Provincia di Vercelli e l’Italia ha cominciato a interrogarsi su quale sia la vera faccia di Guido Bertolaso e dei miracoli della Protezione civile.
Il presidente del Consiglio sostiene che i pubblici ministeri dovrebbero vergognarsi e si potrebbe essere tentati di leggere tutto questo come l’offensiva pre-elettorale di una magistratura politicizzata contro la maggioranza di governo a cui appartengono tutti questi personaggi. Ma i conti non tornano: sono in corso inchieste in otto delle tredici regioni che andranno al voto questa primavera, peccato però che i politici coinvolti in ben sei di queste appartengano al centrosinistra. Dal sindaco di Bologna allo scandalo della sanità pugliese, dagli avvisi di garanzia al candidato del Pd in Campania alla bufera sull’ex presidente del Lazio, fino alle inchieste in Calabria e all’indagine sugli appalti a Firenze. La magistratura ha colpito a destra – nel mirino la sanità lombarda – e a sinistra e i carabinieri sono intervenuti a Milano, come a Vercelli o a Roma perché c’erano imprenditori che hanno fatto denuncia, stanchi di pagare.
Ogni giorno emergono storie che ci raccontano come la sanità italiana e i suoi appalti siano diventati fonte privilegiata di approvvigionamento per gli appetiti della politica di ogni colore e schieramento. Si ha la sensazione che si sia davvero tornati al punto di partenza, con la differenza che non si agisce più per conto dei partiti, che nel frattempo non esistono più nella forma che conoscevamo vent’anni fa, ma prevalgano gli individui, le loro carriere e la voglia di avere vite private esagerate.
Ad essere tornata identica è la facilità con cui si chiedono tangenti, contributi, viaggi, automobili, prostitute, orologi, gioielli e carte di credito agli imprenditori che vogliono fare il salto di qualità. È la naturalezza con cui tutto ciò avviene e con cui si arraffa a fare impressione.
Lo spavento di un’intera classe politica, il senso di vergogna, i tabù e la prudenza che sembravano essere entrati nel dna della classe politica dopo Tangentopoli sono completamente svaniti. La rievocazione di Bettino Craxi a dieci anni dalla sua morte, che si è tenuta poche settimane fa, con quell’insistenza sui meriti storico politici dell’azione di governo dell’ex segretario socialista e la rimozione della corruzione e delle tangenti sono segno dei tempi. Segno che la memoria è svanita. Tanto che l’ex sindaco di Milano Carlo Tognoli può permettersi di dire serenamente che le tangenti erano «solo» del tre per cento, come se questo le rendesse accettabili.
In questi giorni diventa maggiorenne la generazione nata in quel 1992, una parte di questi ragazzi andrà al voto per la prima volta tra poche settimane, siamo andati a cercarli e abbiamo avuto la conferma che Mani Pulite non è materia di ricordo. C’è smarrimento in chi andrà alle urne e dovrà sostenere la Maturità, davanti alla storia recente e ai comportamenti della politica di oggi. E aumenta la sfiducia.
Il moltiplicarsi delle inchieste porta con sé anche una sensazione di stanchezza, di assuefazione dell’opinione pubblica; certa spettacolarizzazione della giustizia – un discutibile protagonismo di magistrati che parlano prima dei loro atti – crea disagio e contribuisce allo sfarinamento del vivere civile. Penso a questa divulgazione continua di particolari – meglio se sessuali o pruriginosi – dati in pasto ai mezzi di comunicazione per far salire il livello di attenzione. Una strategia pericolosa e dubbia: si finisce per giudicare un politico per la sua moralità sessuale e si perde di vista la sostanza. Certo è evidente che il sesso sta diventando parte integrante del sistema della corruzione, ma concentrarsi sugli aspetti «pecorecci» finisce per far passare in secondo piano ruberie e spoliazioni della cosa pubblica. Sono convinto che sia poco importante passare giornate a discutere se Bertolaso curasse o no il mal di schiena in un centro sportivo romano, quanto è invece fondamentale capire come funzionava la macchina degli appalti della Protezione civile.
I cittadini avvertono un senso di nausea e la politica dovrebbe farsene carico con urgenza, riscoprendo lei il senso della misura e quello della vergogna.
La Stampa 13.02.10
Pil in calo del 4,9%, ma il governo non lo sa
Bersani e Prodi alla convention di Manifutura parlano di crisi economica: “Non si cresce con il segno meno”. Da una parte il Pil che va giù, addirittura del 4,9% secondo le ultime rilevazioni dell’Istat. Dall’altra, il governo che dispensa tanto ottimismo e nessuna misura concreta per aiutare famiglie e imprese. Sono questi i dati su cui poggia la crisi economica italiana e sono questi i punti da cui parte la riflessione di Pier Luigi Bersani e Romano Prodi, questa mattina a Pisa per la convention di Manifutura.
”Penso che il governo debba rendersi conto – ha esordito Bersani – che quello che e’ stato fatto fin qui assolutamente non basta. Quindi bisogna fare una manovra economica, sollecitare un po’ l’economia e affrontare con piu’ determinazione la situazione e non continuare a parlare d’altro, processo breve e cose del genere. Purtroppo in questi 20 mesi, abbiamo avuto una narrazione sbagliata. Noi dicevamo dall’inizio che la crisi era seria, lunga, e che bisognava reagire mettendo il paese di fronte al problema e facendo delle politiche piu’ efficaci. Il governo ha raccontato che la crisi sarebbe stata finanziaria, ma non avrebbe inciso sull’economia reale, poi ha detto che era psicologica, poi che ce l’avevamo alle spalle, che stavano meglio di altri e cosi’ ci siamo disarmati. Abbiamo fatto un po’ di ammortizzatori punto e basta. Il Pil e’ andato giu’, la produzione industriale troppo giu’ e i consumi troppo giu’, molto piu’ giu’ che in altri paesi europei, l’inflazione sta andando piu’ su, piu’ in alto rispetto ad altri paesi europei: c’e’ qualcosa che non gira”.
Romano Prodi parte da un dato oggettivo. Quel segno meno che per logica non puoi tradursi in benessere economico: ”Si finisce anche l’ultimo trimestre 2009 con il segno meno mentre gli altri hanno il piu’, poi ognuno vede i dati come vuole. Ma se continuiamo con il segno meno e’ difficile crescere, per crescere ci vuole il segno più”. L’ex premier avverte che “dalla crisi non siamo ancora usciti” “l’unico modo per uscire dalla crisi stabilmente e’ vedere di inserirsi in un discorso mondiale con nicchie di produzione specializzate”. Prodi ha poi sottolineato che ”abbiamo bisogno di una platea di nuovi consumatori”, ricordando che ”la crisi e’ sempre stata un colpo per l’industria che poi si e’ plafonata a livello inferiore. La nostra ripresa – ha aggiunto – sara’ ostacolata dal cambio e dalla bassa produttività”.
“Non sono ottimista- spiega l’ex presidente del Consiglio- perche’ vedo fatica nelle imprese: l’utilizzazione dei macchinari e’ piombata fra il 60 e il 70% della capacita’. È un problema serio: ci vorranno 20 punti di ripresa per ritornare allo sfruttamento pieno degli impianti”. Nel frattempo, insiste Prodi, “si indebolisce la struttura finanziaria delle imprese. Rischiamo che nei prossimi mesi diventi estremamente serio il problema degli insoluti. Avere economie che si orientano in modo diverso rende piu’ complicata la politica dell’Unione europea. Ora l’Italia prende solo le briciole: e’ il risultato della nostra limitata presenza a Bruxelles. La mancanza di una politica industriale italiana e la ridotta dimensione delle imprese consentono alle grandi aziende europee di fare lobby e orientare le politiche e i finanziamenti Ue quasi naturalmente verso i loro interessi”.
“Dobbiamo riprendere la politica industriale- aggiunge Romano Prodi- non e’ una parola sporca. La mancanza di grandi imprese e’ un problema serio. Eppure, nonostante questo, nella crisi abbiamo tenuto grazie alla meccanica strumentale, oltre al made in Italy. L’industria e’ l’unico settore che regge alla concorrenza Internazionale. Il problema non e’ il costo della manodopera ma la mancanza di politiche settoriali di sostegno alla domanda ma soprattutto alla produzione e alla ricerca. Dobbiamo costruire una politica industriale incentrata sulle nostre caratteristiche, sulle filiere nei settori molto specializzati dove siamo forti”.
L’analisi del “Professore” tocca anche il Mezzogiorno, dove “non esistono le condizioni per lo sviluppo di un’imprenditorialità diffusa a causa delle condizioni di agibilità a causa della presenza massiccia di attività criminali”.
www.partitodemocratico.it
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“Pil, Italia mai così male: – 4,9% slitta la ripresa in tutta Europa “, di Elena Polidori
L´agognata ripresa rischia di slittare. Sull´economia italiana arriva una gelata inattesa: nel quarto trimestre il Pil nazionale accusa un calo dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti e del 2,8% sullo stesso periodo del 2008. Nell´intero 2009 la recessione si quantifica in un meno 4,9% del prodotto interno lordo, il peggior dato da sempre e sicuramente dal 1971, quando è cominciata la rilevazione statistica. Il governo, con il ministro Maurizio Sacconi, cerca di minimizzare assicurando che «ci sono tutte le condizioni di crescita». Ma le opposizioni, i sindacati e tutte le associazioni di categoria sono allarmate. «Lo dicevamo che la crisi era seria. Quello che è stato fatto fin qui non basta. Ci vuole una manovra per sollecitare l´economia», incita Pierluigi Bersani, segretario del Pd. E la Cgil: «Il governo la smetta di gettare fumo negli occhi degli italiani descrivendo un paese fuori dalla crisi». Oggi, da Napoli, anche il governatore della Banca d´Italia, Mario Draghi, darà il suo giudizio sullo stato di salute dell´economia: la stessa Via Nazionale per il quarto trimestre, aveva previsto un più 0,2%.
Invece niente. Il segno meno ricompare, dopo i segnali positivi del periodo luglio-settembre. L´economia fatica a invertire la tendenza in un contesto europeo che è anch´esso al rallentatore, inaspettatamente: più 0,1% appena, sempre in questo scorcio di 2009, meno delle attese (più 0,3). Nella lista delle perfomance dei principali partner di Eurolandia, l´Italia è in compagnia di Grecia e Spagna che pure registrano una crescita negativa nel quarto trimestre. Il Pil tedesco invece resta invariato, quello francese avanza (più 0,6). Ma il saldo dell´anno è nero per tutti: meno 5% in Germania, meno 2,2% in Francia, il calo più pesante dal dopoguerra, meno 4% nella Ue a 16. «L´Europa deve fare ancora molto per rafforzare la ripresa», nota la Commissione. E il portavoce del neo commissario agli affari economici Olli Rehn: «La crescita è inferiore alle attese. Gli Stati membri devono rispettare le regole di stabilità e crescita. Bisogna riflettere sulle strategie di uscita dalla crisi».
Uscita? Di sicuro gli analisti sono molto cauti. Pensano che la crescita si concretizzerà, un giorno, ma «a passo di lumaca», da noi come altrove, in Europa. E di conseguenza la ripresa, quando finalmente arriverà, sarà «debole», considerato anche il pessimo andamento della disoccupazione. Non a caso i sindacati italiani chiedono al governo di mettere subito mano alla riforma fiscale, di sostenere il lavoro e il reddito. Ma c´è anche chi, come l´ex premier Romano Prodi sulla crisi si dichiara «non ottimista»: «Se continuiamo con il segno meno è difficile crescere», chiosa. Pessimisti anche i consumatori: dati «drammatici», si profila «un 2010 nero». Nel fiume delle dichiarazioni, inevitabile la polemica. All´ex ministro Vincenzo Visco che descrive una Italia «in condizioni estremamente precarie», replica il sottosegretario all´economia Vegas: «Cita dati che conosce solo lui», siamo «in linea» con Eurolandia.
Comunque, il colpo di coda di fine anno, dopo le aspettative di ripresa emerse in autunno, è legato soprattutto al calo dell´industria. I dati sulla produzione industriale di dicembre facevano già pensare che la strada fosse ancora in salita; si attendeva un bilanciamento da parte di altri settori in crescita, come per esempio quello dei servizi. La diminuzione congiunturale del Pil nel quarto trimestre, secondo la spiegazione ufficiale dell´Istat è «il risultato di una diminuzione del valore aggiunto dell´industria, di una sostanziale stazionarietà del valore aggiunto dei servizi e di un aumento del valore aggiunto dell´agricoltura».
La Repubblica 13.02.10
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“2009, l’anno orribile del pil. Per l’Italia nessuna ripresa”, di Marco Ventimiglia
Numeri drammatici, quelli diffusiieri dall’Istat, con il pil italiano che nel 2009 ha registrato la peggior contrazione da quando esiste l’indice. Il -0,2% nell’ultimo trimestre dimostra che il Paese è ancora in piena crisi. Megale: «Basta negare la crisi,occorre subito un forte sostegno al lavoro»
Un disastro. Per quanto ci si possa girare intorno, il dato 2009sul prodotto interno lordo italiano diffuso ieri dall’Istat deve essere riassunto da questa semplice e drammatica parola.Un-4,9% che sintetizza in un numero la grave situazione in cui si trovano tante famiglie, tanti lavoratori ed aziende, un intero Paese. Il peggior consuntivo dal dopoguerra, o meglio da quel 1971 che rappresenta il primo anno in cui fu effettuata la rilevazione del pil nel nostro paese. E a non lasciar spazio ad alibi di sorta, gli stessi esibiti nei mesi scorsi da un governo che parlava di «uscita dalla crisi», c’è la rilevazione relativa all’ultimo trimestre dell’anno da poco concluso, un -0,2% sui precedenti tre mesi (-2,8% rispetto al corrispondente periodo 2008) che testimonia come l’uscita dalla recessione sia per adessoun miraggio. Del resto, a testimoniare la gravità del momento c’è l’assordante silenzio del ministro dell’Economia e del premier. Ed è proprio l’andamento del pil più recente che induce al pessimismo, visto che l’Italia si differenzia in peggio nel paragone con gli altri grandi paesi europei. La Germania, pur segnando un calo annuale del pil pari al 5%, registra un andamento invariato nell’ultimo trimestre (-1,7% sullo stesso periodo 2008). Molto meglio di noi fa invece la Francia, con una flessione 2009 del pil “soltanto” del 2,2% (pur sempre la più pesante dal dopoguerra) e una crescita trimestrale dello 0,6%.
NEL CONTINENTE VA MEGLIO A bocciare l’Italia c’è anche la media dei sedici Paesi di Eurolandia, dove nel quarto trimestre il prodotto interno lordo ha segnato un lieve progresso dello 0,1% rispetto al trimestre precedente, e l’intero 2009 si è chiuso con un pesante -4%, comunque superiore al crollo nel nostro Paese. Un andamento, quello europeo, «inferiore alle aspettative e indica quanto ci sia ancora da fare per consolidare la crescita e stimolare l’economia», ha commentato da Bruxelles il portavoce del Commissario agli affari economici, Olli Rehn. Tornando ai dati italiani, il colpo di coda di fine anno, dopo le aspettative di ripresa che erano emerse in autunno, è legato soprattutto al calo dell’industria. I dati sulla produzione industriale di dicembre facevano già pensare che la strada della ripresa era ancora in salita ma si confidava in un controbilanciamento da parte di altri settori in crescita, come per esempio quello dei servizi, che invece non c’è stato. «Penso che il governo debba rendersi conto che quello che è stato fatto fin qui assolutamente non basta. Bisogna sollecitare un po’ l’economia », ha dichiarato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Cgil, Cisl e Uil chiedono all’esecutivo di mettere mano subito alla riforma fiscale per sostenere i redditi e di conseguenza la domanda. Infine, le associazioni dei consumatori, Adusbef e Federconsumatori, che definiscono i dati «drammatici» e temono che «anche il 2010 possa essere un anno nero, se non si interviene al più presto».
L’Unità 13.02.10
"Le materie non sono oggetti da imporre, ma strumenti per conoscere!", di Maurizio Tirittico
Chiara Saracco in un passaggio del suo intervento in difesa del Diritto e dell’Economia, anch’esse gettate sull’ara sacrificale dei tagli gelminiani, afferma che “la cultura o è umanistica o al massimo scientifica; una terza via in Italia non è prevista”. Ed ha perfettamente ragione: il tarlo del tardo idealismo ancora presiede l’incultura di chi da decenni amministra la nostra scuola! E ancora si insiste nel ritenere che vi sia una distinzione tra le scienze, ovviamente sempre esatte per antonomasia, e le lettere, sempre affidate all’estro e agli umori di strani personaggi che non sanno neanche quanto fa due più due… Ebbene, non è così! Due culture non esistono, e sono ormai almeno sessant’anni che lo diciamo, da quando un certo Snow ha fatto piazza pulita di tale dabbenaggine!
Lo so che ancora ci sono tante persone che hanno studiato lettere perché la matematica non la capivano e altre che hanno studiato matematica perché non sapevano tenere la penna in mano! Ma si tratta di convinzioni di cui è responsabile solo quella cattiva maestra, o quel cattivo professore, che ha convinto il poverino che, se sa contare, non sa raccontare e viceversa! Mentre la cultura è sempre UNA! Perché il nostro cervello è UNO e le operazioni che facciamo, qualunque esse siano, nascono sempre da un intreccio tra inventiva e tecnica. E c’è una sequenza virtuosa tra quelle sette o più forme di intelligenza sulle quali ormai tutti gli studiosi convergono. Provate a ricercare in una composizione di Bach se è possibile distinguere il Piacere dell’ascolto dalla Regolarità del ritmo, o se in un affresco di Piero della Francesca sia possibile separare il Piacere del colore e del disegno dalla Regolarità delle proporzioni.
E non è un caso che nella pittura e nell’architettura il Bello è in grande misura determinato da quella sezione aurea che c’è, ma non si vede, e che è – oserei dire – nel dna di tutti noi, o per lo meno di tutti coloro le cui radici affondano in quella cultura greco/romana nella quale nessuno avrebbe mai pensato di separare la Cifra dalla Lettera, il Numero dalla Parola! Talete che, come dicono alcuni, ha fondato la filosofia e che pensava che l’origine di tutte le cose fosse da ricercarsi nell’acqua, in effetti era – diremmo oggi – un semplice tecnico idraulico! E non fu un caso che Keplero, tanti anni dopo, così si esprimeva: “La geometria ha due grandi tesori: il teorema di Pitagora e la sezione aurea di un segmento. Il primo lo possiamo paragonare ad un oggetto d’oro. Il secondo lo possiamo definire un prezioso gioiello”. In effetti il P greco e la sezione aurea indicano numeri che sembrano non avere nessun rapporto con una loro pretesa regolarità, anzi sembrano contraddirla! Esiste, quindi, una continuità, se non una contiguità, tra la pretesa perfezione del numero e la pretesa genericità della parola.
E debbo aggiungere che questa annosa e infausta separazione tra Parole e Numeri, tra studi classici e studi scientifici, costituisce uno degli ostacoli più pesanti rispetto all’avvio di un discorso e di una pratica pluridisciplinare. La nostra scuola è fatta ancora di materie, di cattedre disciplinari, di classi di età, di campanelle che scandiscono un’ora dopo l’altra! Nulla di più “palloso” per un soggetto in età evolutiva che si cimenta con le cose più per Sintesi che per Analisi, più per Intuizione che per Riflessione, più per Piacere che per Dovere.
Il fatto è che a monte di tutto c’è quel peccato originale delle cosiddette due culture di cui non riusciamo mai a liberarci! Basta leggere le finalità dei nuovi licei riordinati – si fa per dire – e quelle degli istituti tecnici e professionali: nei primi si pensa, si ragiona, si crea, nei secondi semplicemente si fa! Perché il pensare è nobile, il fare è vile! È partendo da questi profondi limiti di fondo che chi ci amministra fa la scelta di un Sapere diviso per materie e di materie scandite per ore! C’è una profonda incapacità di ragionare, invece, sulla base di come un soggetto in età evolutiva costruisce la conoscenza e apprende!
In effetti, un approccio di questo tipo lo abbiamo fatto quando nel 2007, in sede di Gruppo di lavoro sull’obbligo, abbiamo individuato e definito le competenze chiave per l’esercizio della cittadinanza attiva da proporre a tutti i nostri sedicenni a conclusione dell’obbligo di istruzione: e abbiamo ragionato in ordine alla Persona e non alle Materie! E abbiamo detto che il soggetto cresce, si sviluppa, apprende, costruisce la sua identità lungo tre vettori: a) la costruzione del Sé in quanto distinto dagli Altri; b) l’interazione con gli Altri e la costruzione di rapporti significativi; c) l’interazione con la realtà, quindi con gli oggetti e con gli eventi fuori del Sé e degli Altri. In altri termini, un soggetto “si costruisce” in quanto Antonio, o Maria, si rapporta con Giuseppe, Anna, Filippo e mille altri, si misura con gli strumenti della vita quotidiana, dalla penna al libro, al cacciavite al computer, e deve fronteggiare la pioggia, il freddo, il sole cocente, e così via. E il tutto in una scansione di azioni strettamente interrelate tra loro.
Ebbene, una scuola che sia veramente attiva e propositiva si deve commisurare con questa realtà, o meglio con questi tre vettori, perché è lungo queste tre piste che il soggetto cresce e apprende. Da un ragionamento di questo tipo, che in questa sede è solo abbozzato e che meriterebbe uno sviluppo maggiore e più convincente, risulterà che Diritto, Economia, Costituzione, Cittadinanza sono strumenti che agiscono sul secondo vettore, quello dei rapporti tra il Soggetto e gli Altri soggetti – pur sempre considerando che la Persona è sempre Una e che la stessa Cultura, anche quella che la scuola dovrebbe sollecitare, è sempre Una. Pertanto, seguendo questo ragionamento, centrato sulla concretezza della Persona e non sull’artificiosità di un Sapere “diviso” per materie, sarebbe possibile giungere a un organizzazione diversa dell’organizzazione degli studi in sede scolastica.
Una indicazione di questo tipo non ci viene solo dalla citata proposta relativa all’obbligo di istruzione, ma anche dall’organizzazione delle discipline del primo ciclo, di cui al riordino operato con l’amministrazione Fioroni, sempre nel 2007. Il raggruppamento di dieci discipline in tre aree, quella linguistico-artistico-espressiva, quella storico geografica, o meglio spazio/temporale, quella matematico-scientifico-tecnologica, rinvia rispettivamente al vettore del Sé, a quello della costruzione dei rapporti con gli Altri, a quello del cimentarsi con i fenomeni della realtà.
In quell’anno si era imboccata una strada che avrebbe dovuto aprire un discorso nuovo sulle discipline, non partendo da queste, ma dal soggetto che apprende, un discorso che avrebbe dovuto privilegiare una scuola diversa, fondata su laboratori e su attività di ricerca e di scoperta, più che su classi e su materie spiegate e imposte! Ma così non è stato… e così non sarà, e chissà per quanti anni ancora! Mentre nella vita i saperi e le discipline aumentano e nella scuola “riordinata” le materie diminuiscono!
www.educationduepuntozero.it
Video intervista di Manuela Ghizzoni sui finanziamenti alle scuole
Il governo in debito con le scuole: per 1 miliardo.
Ghizzoni: siamo al collasso e il duo Tremonti-Gelmini scarica i costi sul famiglie. l’11 marzo saremo in piazza per la difesa della scuola. Il governo parla di riforma della scuola ma taglia le ore, le risorse e la qualità. E non è tutto. Dà un taglio netto anche alla memoria, visto che dimentica di avere oltre un miliardo di debito con le scuole. Tra il 2002 e il 2006, infatti, sono stati progressivamente decurtati i trasferimenti delle risorse alle scuole.
Una condizione deprecabile che è stata ulteriormente incancrenita dalla politica dei tagli del duo Tremonti –Gelmini che ha messo in discussione lo stesso pagamento delle supplenze, il funzionamento amministrativo e didattico e, addirittura, i servizi di pulizia e di sorveglianza degli istituti.
La situazione è molto grave e il PD non può accettare che ora il governo attraverso una circolare ministeriale zeppa di tecnicismi contabili dica, di fatto, alle scuole di arrangiarsi, sia pure in violazione dei vigenti regolamenti di bilancio.
Per Manuela Ghizzoni, Capogruppo del Pd in commissione Cultura alla Camera, “il Governo sovverte la realtà e ancora una volta non risponde nel merito dell’interpellanza parlamentare sul credito di un miliardo di euro vantato dalle scuole nei confronti dello Stato e sugli effetti nefasti della recente nota ministeriale per la compilazione dei bilanci delle scuole”. Quello che il PD contesta è la volonta da parte del Governo di non restituire alle scuole quanto dovuto e la straordinaria malafede mostrata nel tentativo di attribuire al Governo Prodi la difficilissima condizione finanziaria degli istituti che, dati alla mano, è invece da attribuirsi al Governo Berlusconi (clicca qui per leggere l’intervento di Ghizzoni).
Quella del governo, dunque, è una risposta irricevibile. In realtà una non-risposta che danneggia definitivamente la scuola pubblica facendone ricadere gli effetti sui bilanci delle famiglie: i contributi volontari dei genitori, infatti, nella previsione di Tremonti e Gelmini sono assimilabili ad una vera e propria tassa sulla scuola. Il Partito Democratico continuerà a battersi contro questo attacco all’autonomia e alla dignità della scuola pubblica e, promette Ghizzoni, l’11 Marzo promuoverà nelle piazze italiane una giornata nazionale di mobilitazione per la difesa della scuola.
Una mobilitazione che vuole porre l’accento sui mille problemi che attanagliano l’istruzione pubblica italiana. Una noncuranza che investe non solo gli studenti ma anche i docenti. A ricordarlo è Tonino Russo, deputato Pd in commissione Cultura , che chiede al governo di “intervenire per tutelare i docenti messi fuori graduatoria illegittimamente all’atto dell’aggiornamento delle stesse graduatorie”.
“Sono stupito dell’approssimazione e della superficialità con la quale al ministero dell’Istruzione trattano le questioni e preparano le risposte del Governo agli atti parlamentari. Forse – continua il deputato Pd – sono frutto di malafede ed imbarazzo per la consapevolezza di aver agito male e contro la legge, producendo gravi conseguenze per tanti docenti discriminati nei loro diritti”.
Come anticipato, l’impegno del PD non si ferma alle aule parlamentari ma scende in piazza per raccogliere le testimonianze degli studenti, come dei genitori e dei docenti. Accanto a quella reale, ci sarà poi anche la piazza virtuale, dove verrano raccolte le esperienze e le foto dalla “scuola tagliata”. Ognuno può diffondere l’iniziativa e trovare tutti gli appuntamenti su
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"Noi italiani senza memoria", di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo
Era questo il Paese che sognavano Ernesto, Luigi, Enrico e Giovanni Cairoli e tutti gli altri ragazzi morti perché noi italiani stessimo insieme? E’ questa l’«Italia redenta, pura di ogni macchia di servitù e di ogni sozzura d’egoismo e corruzione» che immaginava Mazzini nella lettera alla madre Adelaide («Voi che li avete veduti sparire a uno a uno…») dove si diceva certo che la memoria di quei fratelli sarebbe rimasta in eterno «simbolo a tutti del dolore che redime e santifica»? Mah… Centocinquanta anni dopo, il nostro è uno strano Paese che non conosciamo bene. Un Paese che, lasciandosi alle spalle secoli di povertà, violenza e degrado che ancora a metà dell’Ottocento spinsero Charles Dickens a scrivere pagine cupe in Visioni d’Italia, ha vissuto tra mille contraddizioni decenni di recupero e sviluppo fino al formidabile boom che ci portò ai primissimi posti nel mondo. Un Paese dai paesaggi bellissimi e insieme sfregiato da orrori urbanistici. Traboccante di intelligenze, ma il più delle volte sprecate. Ricco come nessun altro di opere e città d’arte ma incapace di sfruttare questo immenso patrimonio. Un Paese nel quale la burocrazia soffoca le imprese, dove le tasse sono fra le più alte del pianeta, dove la classe dirigente, anziana e aggrappata al potere, ostacola il ricambio. E dove il razzismo strisciante avvilisce la nostra storia di emigranti. Un Paese pieno di energia ma anche impaurito, capace di straordinari slanci di solidarietà come dopo il terremoto a l’Aquila ma anche esposto alle tentazioni di barricarsi, dal Nord al Sud, in egoismi sovente gretti e suicidi che rischiano di portare alla disgregazione.
Un Paese spaesato. Che fa sempre più fatica a riconoscere le ragioni dello stare insieme. Che giorno dopo giorno, liberandosi di certe forzature retoriche sabaude e poi fasciste che avevano impomatato una certa idea di patria («Ed essa faremo co’petti, co’carmi / superba nell’arti, temuta nell’armi / regina nell’opre del divo pensier ») sembra aver buttato via l’unica epopea che aveva. Quella del Risorgimento. Il grande romanzo culturale, militare e sociale (pieno di colpi di scena e avventure umane e tradimenti e slanci ideali e lutti e pathos ed errori e leggendari esempi di dedizione) che altri avrebbero sbandierato con l’orgoglio di chi mostra la storia di terre e genti divise da secoli che in pochi anni sanno diventare una nazione. Dove va un Paese che non ama la propria storia?
Un Paese timoroso del suo futuro e infastidito quasi dal suo passato, come dimostrano le incertezze e le insofferenze nella programmazione del Centocinquantenario? E’ quello che cercheremo di scoprire con un lungo viaggio attraverso i luoghi della nostra memoria collettiva. Scopriremo che i campi di battaglia sono diventati aree industriali forse oggi un po’ ammaccate ma floride, che dove attraccarono i Mille ci sono ombrelloni e villette abusive, che a due passi da dove Garibaldi disse «Obbedisco» comanda la camorra o si batte coraggioso un prete di frontiera. E magari scopriremo anche che non solo l’Italia è un Paese vivo pronto a ricominciare ma che nella storia risorgimentale ci sono ancora molte cose da raccontare, che forse vengono ignorate dai libri ma sono nel cuore e nella pancia delle persone e rappresentano la ricchezza delle comunità locali. Una ricchezza da preservare e tramandare.
Il Corriere della Sera 12.02.10
