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«Roma "spianata" per decreto. Golpe sui beni archeologici», di Vittorio Emiliani

Siamo ad un altro “golpe bianco”, alla sterilizzazione delle assemblee elettive, degli organismi tecnico-scientifici: Roma viene commissariata dal governo Berlusconi. Lo era già, con risultati pratici nulli, per la mobilità e, con grottesca teatralità, per “i crolli del Palatino” da lì fino ad Ostia Antica. Adesso lo è, con la solita ordinanza del presidente del Consiglio, “nell’ambito degli interventi concernenti le linee metropolitane, i corridoi della mobilità, i sistemi innovativi di trasporto e il trasporto pubblico in sede propria, nonché delle relative opere connesse e complementari, ivi incluse quelle compensative e integrative”. Praticamente tutta Roma, in superficie e sottoterra, nelle aree costruite e in quelle (appetitose) ove costruire e “compensare”, per un lasso di tempo indefinito e probabilmente lunghissimo visto che il commissariamento coinvolge l’intero sistema delle mobilità presenti e future. E non ha data di scadenza.

La denuncia di questo nuovo, “mostruoso” accentramento di poteri da parte del premier con la messa in mora di ogni altro ente concorrente di governo è stata fatta ieri mattina nella sede del Pd. “Di sabato e con forza perché se passa questo, passa di tutto”, ha commentato il responsabile della Cultura, Matteo Orfini. “Con la massima energia perché il commissario si sostituisce in toto al Ministero e alle Soprintendenze”, ha incalzato la sua vice Rita Borioni. Grottescamente il commissario è l’architetto Roberto Cecchi il quale da marzo sarà pure il nuovo segretario generale del Ministero e che quindi “espropria” se stesso esautorando il suo Ministero.

Questa è la penultima delle ben 587 ordinanze del presidente del Consiglio con le quali ha commissariato di tutto: dal G8 della Maddalena e poi dell’Aquila al Congresso Eucaristico di Ancona, al nuovo Palazzo del Cinema del Lido. Quasi sempre con una coda di corpose cubature edilizie anche residenziali, cioè con una bella torta di affari per l’Anemone di turno. Nel caso romano siamo ad una sorta di “commissariamento preventivo”, nel senso che – come hanno fatto notare il capogruppo capitolino Umberto Marroni e il senatore Mario Gasbarri – i lavori per la Linea C procedono senza grandi intoppi e per gli altri si progetta e si opera. Perché allora azzerare addirittura 53 articoli fondamentali del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio? Il loro elenco riempirebbe lo spazio di questo resoconto. Citerò soltanto le deroghe maggiori: ovviamente alla valutazione di impatto ambientale, alla conferenza dei servizi, agli interventi conservativi imposti, alla alienabilità di beni culturali pubblici, alle procedure di trasferimento di beni pubblici, a tutti gli espropri, alle commissioni regionali e a quelle per il paesaggio.

Insomma, l’intera legislazione di tutela e quella paesaggistica vengono così nullificate, come la possibilità per una Soprintendenza di intervenire e di sospendere i lavori. Il patrimonio culturale e paesaggistico romano (una bazzecola, come si sa) è in tal modo consegnato nelle mani del Commissario di governo, con tanti saluti all’articolo 9 della Costituzione (“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”).

Fra l’altro – cosa mai ammessa per i beni culturali – l’ordinanza instaura il silenzio/assenso in mancanza di una risposta delle Soprintendenze entro 30 giorni+10. Un’altra inaccettabile forzatura. Ha ragione il senatore Gasbarri a sottolineare che “coi decreti legge Berlusconi esautora il Parlamento, con le ordinanze lo salta, con la Protezione civile Spa agisce dove e come vuole, persino all’estero: siamo alla disarticolazione dello Stato democratico.” Insomma andiamo verso un vero e proprio “golpe bianco” che trova nei beni culturali e a Roma una concreta sperimentazione. Il segretario della Uil Beni culturali, Gianfranco Cerasoli, ha invitato a spulciare i rendiconti che gli uffici finanziari danno annualmente della Protezione civile. “Già lì si poteva leggere che le cose non andavano per il verso giusto.” Un’altra notazione l’ha operata l’ex direttore del servizio antisismico nazionale Roberto De Marco, esonerato con uno spoil system tutto e solo politico: “Se certe leggi non funzionano, le si riforma, le si modifica: è il compito del Parlamento. Qui siamo alla deroga senza fine, che provoca anche lo svilimento sistematico della funzione pubblica stessa”.

Un paio di domande: di fronte ad un accentramento autoritativo mai tentato, dalla Liberazione ad oggi, come mai le Regioni si mostrano così poco reattive? E la Lega Nord, non si rende conto che, col diluvio di ordinanze e di commissariamenti decisi dal trio Berlusconi-Letta-Bertolaso, regredisce lo Stato regionale, figuriamoci quello federale?

da L’Unità, 14 febbraio 2010

Bersani: "Bertolaso deve dimettersi". Il PD: distinguiamo le emergenze dagli eventi

Il segretario PD annuncia opposizione durissima al decreto che trasforma in Società per Azioni la Protezione Civile. Al Senato il PD vuole abrogare la legge del 2001 alla base della situazione attuale (video). Orfini: “A Roma operano in deroga a 53 articoli del Codice dei beni Culturali. Anche Bondi si fermi”. Dimissioni di Guido Bertolaso? “Spero che lo capisca da solo, se no bisognerà chiederle. Credo che si è creata una situazione che non consente un buon governo del sistema della Protezione civile in condizioni di serenità e di tranquillità”. Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ai microfoni del Tg2, auspica che il capo della Protezione civile faccia un passo indietro.

Poi annuncia come il Pd farà “opposizione fermissima al decreto del governo che trasforma la Protezione civile in una Spa. Se facciamo norme che aggravano il problema, come quelle che il Governo sta proponendo, è come se ci buttassimo nel pozzo”, visto che le indagini riguardano sprechi e corrutele legate sia alle catastrofi sia ai grandi eventi, sui quali Bertolaso con la nuova legge avrebbe potere assooluto.
“Si tratta di norme rischiose – ha continuato il segretario del Pd – se ora le applichiamo ad ambiti ancora più vasti, triplichiamo il rischio. Spero che il governo ci ripensi. Ho visto qualche perplessità e qualche incertezza dentro la maggioranza”.
La proposta dei senatori PD: stop al decreto, cancelliamo anche la legge che equipara i grandi eventi alle emergenze.
“Ricorrere alla questione di fiducia su un decreto legge è di per sé grave. Ma anche solo l’ipotesi che circola in queste ore di metterla sul decreto legge che istituisce la Protezione civile Spa è gravissima. Le nuove norme, infatti, consolidano l’amplissimo sistema di deroghe alla legislazione dello Stato che regola l’attività della protezione civile, con tutte le falle che la vicenda giudiziaria in corso sta portando alla luce”. Lo ha detto il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda intervenendo a Repubblica Tv. Il senatore ricorda come “la questione centrale resta quella della legge del 2001 voluta da Berlusconi (decreto legge 343 del 2001 convertito con legge 401 del 2001). E’ una legge che prevede l’equiparazione della gestione dei grandi eventi a quella delle vere emergenze di Protezione civile e che, quindi, va abrogata al più presto poiché in essa vi è la causa originaria del sistema malato che regola le ordinanze. Oggi nel sistema c’è un eccesso di discrezionalità che sconfina in arbitrarietà”.
I senatori del Pd intanto hanno depositato il Ddl “Abrogazione del comma 5 dell’articolo 5-bis del decreto-legge 7 settembre 2001, n. 343, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2001, n. 401, in materia di dichiarazione dei grandi eventi rientranti nella competenza del Dipartimento della protezione civile”. Il Disegno di Legge, composto di un solo articolo, è firmato da Luigi Zanda, Anna Finocchiaro, Nicola Latorre, Mario Gasbarri, Giovanni Legnini, Roberto Della Seta, Marco Filippi.
Quest’ultimo, capogruppo PD in Commissione lavori
pubblici, spiega che “al di là delle vicende giudiziarie e personali e delle inchieste in corso è necessario rompere un meccanismo che rende poco trasparente la gestione
della Protezione civile, distorcendo regole
e procedure. Vogliamo cancellare l’equiparazione tra eventi, non sempre grandi, ed emergenze. Da qui bisogna ripartire per salvaguardare l’operato della Protezione civile italiana che è un patrimonio assoluto del
nostro Paese”.

Parole simili a quelle dell’ex premier, Romano Prodi: “La Protezione civile è nata come una delle più belle istituzioni italiane. E’ un nostro orgoglio nazionale. Ma quando una cosa funziona e la si sovraccarica di compiti impropri solamente perché si vogliono eludere i controlli burocratici, che pur sono pesanti e gravosi, una bellissima cosa finisce per soffrire e degradarsi”.

Nella relazione al Ddl si legge: “Negli ultimi anni, l’ordinanza di protezione civile è divenuta una sorta di strumento ordinario di governo applicato a tutto ciò che il governo stesso decide a suo insindacabile giudizio di definire ‘grande evento’. Fra l’altro- prosegue la relazione – il decreto-legge 23 maggio 2008, n. 90, ha stabilito che i provvedimenti adottati per i ‘grandi eventi’ non sono soggetti al controllo preventivo di legittimità della Corte dei conti” (!!).

Eppure quasi sempre l’urgenza degli interventi non deriva da ‘avvenimenti imprevedibili per l’amministrazione’ ma, al contrario, da eventi previsti o, quanto meno, largamente prevedibili da parte dell’amministrazione. Così in questi anni il Governo ha scelto di considerare le logiche dell’emergenza e la proposizione dei ‘grandi eventi’, veri o presunti, sistema sostitutivo di ‘governo della cosa pubblica’ rispetto alla ordinarietà, eludendo così i requisiti di trasparenza nelle procedure.

“Considerato l’uso improprio, o meglio l’abuso, che è stato fatto in questi ultimi anni dello strumento dell’ordinanza e per ricondurre l’utilizzo della stessa esclusivamente all’attuazione degli interventi di emergenza”, il Ddl presentato dai senatori del Pd chiede l’abrogazione della norma che prevede l’equiparazione tra grandi eventi ed emergenze.

C’è chi appoggia la proposta in nome della libera concorrenza: “Non è pensabile che siano previste le stesse deroghe alla legislazione ordinaria sugli appalti, sui contratti, sulla trasparenza e la concorrenza sia per le emergenze derivanti da calamità naturali che per i ‘grandi eventi’ che, spesso, così grandi non sono e, soprattutto possono essere programmati largamente in anticipo. Inoltre non è più possibile confondere da un punto di vista legislativo l’urgenza con l’emergenza”. Lo dichiara il senatore del Pd Raffaele Ranucci della Commissione ambiente : “Resta un dato di fatto il lavoro encomiabile della protezione civile e dei suoi volontari nelle situazioni di emergenza, nei soccorsi dopo terremoti o alluvioni devastanti. E’ questa la funzione della Protezione civile da valorizzare, eventualmente rafforzandola. Non altre. Per questo ho deciso di sottoscrivere il Ddl Zanda – Finocchiaro che intende abrogare una norma della legge 401 del 2001 in cui si equiparano le emergenze ai grandi eventi dando sostanzialmente il via libera a un frequentissimo regime derogatorio che, oltre a violare le leggi, penalizza fortemente la libera concorrenza e le imprese”.

Monumenti romani in mano alla Protezione Civile: ormai è il Far West.
Le competenze sempre più smisurate di Bertolaso negli ultimi mesi erano arrivate a occuparsi del patrimonio monumentale della capitale. Con un vero disastro come denunciato stamani a Roma, dove presso la sede nazionale del PD si è svolta una riunione con associazioni di tutela,
i sindacati e le associazioni professionali sulla questione dei commissariamenti nei beni culturali. L’attenzione si è concentrata sulla recente ordinanza della protezione civile 3836/2009 che nella sostanza determina un commissariamento permanente del patrimonio culturale romano. “Si è creato
per la città di Roma un vero e proprio far west in cui tutto è lecito, e nessuno dei principi cardine della tutela è più una certezza – spiega Matteo Orfini responsabile Cultura e informazione della segreteria nazionale
del PD – oltre alle norme del codice degli appalti si consente la deroga a ben 53 articoli del codice dei beni culturali e ambientali, su un totale di 184. Rimane solo un commissario sceriffo con licenza di uccidere il patrimonio culturale di Roma”.
“Come se non bastasse – sostiene Rita Borioni vice responsabile dell’area – l’ordinanza reintroduce surrettiziamente il silenzio-assenso ed esautora la regione Lazio dalle sue competenze sul paesaggio”.
Il senatore Mario Gasbarri annuncia che il PD presenterà nei prossimi giorni su questo un’interpellanza parlamentare mettendo in risalto come “l’ordinanza sia illegittima perché non motivata da ragioni di urgenza o di rischio e
che non è nemmeno indicata la scadenza del provvedimento, che assume quindi un carattere ancora più inquietante”.
Una vicenda che non può essere slegata dalle indagini sulla gestione della protezione civile.
Umberto Marroni, consigliere comunale del PD ha ricordato come chiediamo le dimissioni di Bertolaso perché dietro
la sua capacità e popolarità sta emergendo dalle indagini della magistratura un sistema di appalti e affari senza nessun controllo. “Chiediamo a Bondi di far ritirare l’ordinanza – ha concluso Orfini – e di riconsiderare il ruolo della protezione civile nella gestione dei beni
culturali”.

Marco Laudonio
www.partitodemocratico.it

Rivolta egiziani di Milano, Bersani: «Fallita politica integrazione»

La rivolta di Milano dimostra che è fallita la politica di integrazione e sicurezza del governo. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, va giù duro commentando i fatti di via Padova e il fallimento del governo di destra. Quello che è accaduto «è una cosa gravissima – ha detto Bersani – un’impressione veramente notevole, ma mi ha fatto impressione sentire le alte grida di esponenti della destra, della Lega: ma di cosa stiamo parlando, governano loro il Paese, la regione, la città, si prendano carico del fatto che è fallita una politica sia di integrazione sia di sicurezza e non scarichino le responsabilità». Se si vuole lavorare seriamente per affrontare e superare i problemi, ha proseguito il leader del Pd «si lavori seriamente, ma continuare a coltivare questi problemi per fare consenso e non risolverli mai non è più accettabile».

I fatti di Milano
Quattro cittadini egiziani irregolari, ritenuti responsabili di aver partecipato ai disordini scoppiati ieri sera a Milano in seguito all’omicidio di un giovane connazionale, un pizzaiolo di 19 anni, sono stati fermati nella notte dalla polizia con l’accusa di devastazione e saccheggio. I quattro fermati hanno uno 19 anni, uno 31 e due 27 anni. La polizia sta indagando sugli scontri che hanno messo a ferro e fuoco via Padova, una lunga arteria nella periferia nord- est del capoluogo lombardo, dove la presenza di immigrati è molto alta.

A scatenare la rivolta, durante la quale sono state rovesciate automobili e spaccate vetrine, è stata la morte del giovane egiziano, accoltellato da un gruppo di sudamericani durante una lite. Complessivamente le persone identificate dopo gli scontri sono 36, quasi tutte egiziane. Dieci di loro sono risultate non in regola con il permesso di soggiorno. Parallelamente, stanno continuando le indagini sull’omicidio del giovane.

«Questa è un’emergenza che va gestita con pugno duro. Occorrono controlli ed espulsioni casa per casa, piano per piano», aveva sparato subito Matteo Salvini, capogruppo in consiglio comunale ed eurodeputato della Lega Nord.
L’Unità 14.02.10

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“La casbah delle 50 lingue. Tra droga, kebab e risse”, di F. MOSCATELLI – F. SPINI

La terra di nessuno comincia dopo le luci di Buenos Aires e la «Piccadilly» triste delle insegne di piazzale Loreto. Ieri sera il traffico veniva fermato da due volanti della Polizia locale in lampeggiante blu: il supermarket della droga, stasera è chiuso, spiacenti. Chiuso per rabbia, esasperazione, violenza. Quella di sempre, che cova dietro le mura di questi palazzi invecchiati male, dove ti sembra che l’Italia non ci sia più e quasi non possa entrare. «Questa via è tutto il mondo», dice Mohammed, egiziano. Con i suoi tre amici se ne sta davanti al portone del civico 31, guardando la macchina appena rovesciata, in un mare di vetri. E’ la rivolta. «Qui trovi cinesi, cingalesi, rumeni, egiziani, marocchini – continua il giovane -, ma non siamo tutti così; ma molti bevono e ci sono sempre risse. Solo nell’ultima settimana abbiamo visto due o tre pestaggi».

I personaggi e gli interpreti di questa convivenza difficile tra stranieri e italiani e tra gli stessi migranti sono svariati: «Egiziani e rumeni contro sudamericani. Egiziani contro altri africani», alza le spalle Mohammed. Da Piazzale Loreto fino alla fine, la strada è lunga 4 chilometri, 50 nazionalità. Secondo l’ultimo censimento della Camera di Commercio 1311 imprese da queste parti parlano un’altra lingua.

E non è difficile accorgersene. Entri in questa via e cambiano le insegne, i profumi: tanti negozi sono cinesi. Nei primi chilometri incontri loro, soprattutto, i meglio vestiti. E poi cingalesi, gente del bangladesh. Da metà in poi inizia la parte dei nordafricani, con i loro kebab. E con la casa di cultura islamica, dove già si prega, e la voglia di trasformarsi in una vera moschea. Finora non se ne è fatto nulla, anche se il suo presidente Mahmoud Asfa ha ricevuto perfino l’Ambrogino d’oro (si è sempre detto contrario a un partito islamico), il progetto è bloccato da due anni. La voglia di integrarsi, in questa benedetta strada, ci sarebbe anche. C’è l’Orchestra di via Padova. Ha fatto un disco, 13,90 euro, sono musicanti che non guardano al colore della propria pelle o al passaporto per suonare insieme. Ed è il lato buono della convivenza, il segnale della speranza. Che deve lottare per emergere in una mare di degrado. Ci sono le discariche a cielo aperto, in via Padova. C’è il supermercato della droga, in via Padova. Ci vanno anche i ragazzi della buona società, salvo poi dirottare le serate su vie più allegre.

E c’è la difficoltà degli anziani superstiti in condomini talvolta del tutto colonizzati da extracomunitari, come il palazzo davanti a cui ieri è scoppiato il caos: qui comandano le bande nordafricane dello spaccio. Si fanno festini, che spesso finiscono nella droga, nelle bevute. E nelle risse. Chi parla italiano, spesso vuole scappare. Non si contano i cartelli «vendesi» sparsi per tutta la via. Non importa se poi ci si deve accontentare della metà dei soldi spesi tanti anni fa per comprare la casa che si immaginava diversa. Si vende e basta, quando si può. L’integrazione è un cantiere ancora aperto e molto difficile. C’è chi vuole smorzare i racconti dell’orrore che escono da questi 4 chilometri. Ma bastano quelli delle ragazze che non riescono ad uscire di casa la sera senza temere il peggio. Cercano con gli occhi i poliziotti di quartiere, i soldati che il governo aveva spedito da queste parti. Ma che troppo spesso non trovano.
La Stampa 14.02.10

"La sete di verità", di Barbara Spinelli

Non credo che gli studenti dell’Aquila chiedano menzogne e illusioni, quando gridano a Bertolaso e alla politica, ai magistrati e ai giornali: «Diteci che non è vero!». In realtà aspirano a quel che nella giustizia è essenziale. Esigono verdetti, ma ricordano che i processi si fanno innanzitutto per tutelare l’innocente. Chi non s’è macchiato di reati vuol sapere che non pagherà per altri in tribunale, che la colpa di alcuni non si farà collettiva. Solo se esistono responsabilità individuali anziché collettive la politica non perde senso, il bene cui si tiene non è cenere interrata. Quel che viene rifiutato è una cosa pubblica ridotta ­ lo dicono gli indagati nell’affare Bertolaso ­ a sistema gelatinoso, a una cosca che non tollera intrusioni, controlli. L’allarme è grande perché quel che vacilla è la ragion d’essere più antica della politica: la protezione dei cittadini inermi dai disastri.

Per questo lo scandalo della Protezione civile, colmo di simboli primordiali, scotta tanto. Per questo urge sapere presto chi ha colpe, chi no. Il potere dello Stato, in fondo, esiste per difendere i cittadini dalla paura, dai pericoli della natura, dalle aggressioni belliche. È chiamato Leviatano perché ha questo potere di vita e di morte, ma se protegge male non è Leviatano. Con le proprie mani porterà la propria testa alla ghigliottina. Quando decapitarono i monarchi Goethe, che non amava le agitazioni rivoluzionarie, scrisse: «Fossero stati veri re, non sarebbero stati spazzati via come con una scopa».
Ma soprattutto vogliono sapere, gli studenti, che non è vero quel che gli studiosi dicono da anni e che i giudici per le indagini preliminari a Firenze ripetono quasi testualmente.

Che «viviamo una disarmante esperienza del peggio», scriveva il rapporto del Censis del 2007, aggiungendo che la nostra non era una società «ma una poltiglia cui si potrebbe sostituire il termine di mucillagine»: un «insieme inconcludente di elementi individuali e di ritagli personali tenuti insieme da un sociale di bassa lega».

Nell’ordinanza del gip, il servizio pubblico e la Protezione civile sono descritti dagli stessi indagati con vocaboli simili: un sistema gelatinoso, fatto di gente che «ruba tutto il rubabile», che confonde pubblico e privato, che in nome dell’efficienza cerca soldi e favori per sé. Un indagato dice, accennando ai lavori per il G8 della Maddalena: «C’abbiamo la patente per uccidere, cioè possiamo piglià tutto quello che ci pare». Due imprenditori sprofondano nella sguaiataggine, nei minuti stessi in cui la terra abruzzese trema. Esordisce al telefono tale Gagliardi: «Qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno». Il collega Piscitelli dice che lo sa. E ride. Al che Gagliardi: «… (lo dico ) così per dire per carità… poveracci». Piscitelli: «Va buò ciao». Gagliardi: «O no?». Piscitelli: «Eh certo… io ridevo stamattina alle tre e mezzo dentro al letto». Gagliardi: «Io pure…». Diteci che non è vero è domanda di verità, è non rassegnazione al salmo 14: «Tutti sono corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno».

Bertolaso e gli uomini del suo dipartimento avranno modo di difendersi, distinguendo tra vero e falso. Comunque sono già ora chiamati a condotte probe: in particolare Bertolaso, perché chi presiede un’istituzione è responsabile dei propri uomini, non può degradarli a mele marce tirandosi fuori. È solo indagato, ma l’opacità estrema della Protezione civile fa tutt’uno con l’opacità del modo berlusconiano di governare. Egli ha il peso, decisivo, che Carl Schmitt attribuisce a chi ha accesso al Leviatano. È il potere dell’anticamera del potente, «del corridoio che conduce alla sua anima. Non esiste nessun potere senza questa anticamera e senza questo corridoio» (Schmitt, Dialogo sul Potere, Il Melangolo 1990).

Il corridoio non è di per sé malefico, ma in Italia è oggi colmo di insidie: tanta è la gelatina che regna indisturbata ai vertici. Nel caso specifico, il potere indiretto di chi sta in anticamera diventa speculare a quello diretto, tende a farsi anch’esso assoluto, a non rispondere a autorità superiori, a considerare i magistrati come «dipendenti pubblici» da irreggimentare perché non eletti (l’espressione è del presidente del Consiglio). Chi oggi è in simili corridoi rischia di diventare parte di un preciso disegno: disegno che distrugge la politica, tramutando la cosa pubblica in privata. Che ostentatamente governa a partire dal proprio domicilio, trasformando Palazzo Grazioli in succedaneo di Palazzo Chigi. Che estende i territori italiani sottratti alla legge. Alle regioni ampiamente controllate dalla mafia, s’aggiungono ambiti sempre più vasti, legalmente svincolati dall’imperio della legge. È inevitabile, quando l’emergenza si eternizza e si espande smisuratamente, comprendendo settori per nulla emergenziali. L’immensa Protezione civile si accentra a Palazzo Grazioli ed è messa in condizione (soprattutto se diverrà società per azioni) di eludere la rule of law. Si politicizza e si privatizza al massimo, simultaneamente.

Bertolaso è a un bivio. Avendo dimostrato non comuni capacità di proteggere i cittadini, può prendere le distanze e salvare un’opera. Nei giorni scorsi ha detto, veemente: «Sono pronto a dare la vita per convincere gli italiani che non li ho ingannati». Non gli si chiede tanto. Si spera però che non si lasci contaminare. Proprio perché possiede un’aura di Medico-senza-frontiere, Bertolaso ha molto da perdere, dalla contiguità con la gelatina di cui è fatto Palazzo Grazioli. Se ha errato, il suo errore sarà giudicato immorale, e l’immorale distingue perfettamente il bene dal male. Solo dimettendosi Bertolaso eviterà che il corridoio verso il potente diventi, come nelle parole di Schmitt, una letale «scala di servizio».

Possono essere due, i motivi di una dimissione. O si perde la fiducia dei vertici, o la richiesta nasce nella coscienza. È difficilmente pensabile che Bertolaso non abbia orecchie per questa seconda voce, vedendo la degenerazione dell’opera che dirige da anni.
Un aiuto autentico dall’alto non gli verrà, perché Berlusconi non gli somiglia: più che un immorale, lui è un a-morale. Non è Nixon pienamente conscio del male commesso che si confessa, nel 1977, al giornalista David Frost. Il film di Ron Howard lo descrive bene: la colpa lo corrode. Non così Berlusconi, ignaro di corrosioni. Egli non sa cosa sia la morale, e neppure cosa sia l’ideologia. Sventolerà l’una o l’altra, se servirà per deturpare istituzioni e contropoteri. Se non fosse a-morale non avrebbe osannato agli inizi di Mani Pulite, scatenando contro gli indagati il fuoco delle sue televisioni (lo ricordò prima di morire il tesoriere indagato della Dc, Severino Citaristi).

L’argomento che usano sia Berlusconi che Bertolaso è l’efficienza.
Dice il primo: «Se un’opera è fatta bene al cento per cento e poi c’è l’1 per cento discutibile, quell’1 va messo da parte». Non è chiaro chi decida le percentuali, tuttavia. E come possa ben operare, alla lunga, una poltiglia dove si mescolano Grandi Eventi e disastri; spasso e dolore; show, morte e risate. La sindrome di impunità che regna nell’anticamera del potere, i costi maggiorati senza controllo, le imprese che si sbrigano male pur di lucrare sulla fretta: questo non è efficienza. Dalla corruzione non scaturisce efficienza.

In un editoriale sul Corriere del 30 gennaio, Sergio Romano dice una cosa assai giusta, su Blair, Sarkozy e Schröder. Denuncia la propensione a mescolare pubblico e privato, a edificare carriere «sull’immagine e sulla comunicazione piuttosto che sulla buona gestione della Cosa pubblica», e conclude: «Il giudizio politico non ha bisogno di scranni, parrucche e banco degli imputati, secondo le liturgie della giustizia (…). La vera punizione, molto più grave di una semplice sentenza, è la fine di una brillante carriera». Se giornalisti prestigiosi come lui dicessero le stesse cose sull’Italia di oggi, e l’avessero detta molti anni fa, forse gli studenti dell’Aquila si sentirebbero meno soli, meno scoraggiati, meno impotenti.
Poveri magari, ma non poveracci.
La Stampa 14.02.10

"Così hanno espropriato Costituzione e parlamento", di Eugenio Scalfari

La prima parola che viene in mente è bordello, nel senso letterale e metaforico del termine già usato da Dante nella celebre apostrofe “Non donna di province ma bordello”, cui si potrebbe aggiungere l’altro verso della stessa terzina: “Nave senza nocchiero in gran tempesta”. Il padre della nostra letteratura, cioè della nostra storia, aveva scolpito ottocento anni fa uno dei connotati permanenti della nostra società, per fortuna non il solo, ma purtroppo quello più ricorrente.
Non c’è ritratto più adatto per descrivere l’impressione suscitata dall’ennesimo scandalo del nostro scandaloso presente, quello che si intitola alla Protezione civile, al suo capo, Guido Bertolaso e al suo massimo ispiratore e primo fruitore, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

La popolarità di Berlusconi e il consenso che ancora compattamente lo sostiene poggia infatti su tre pilastri: la lotta indiscriminata e sapientemente alimentata contro gli immigrati, la celere raccolta dei rifiuti a Napoli, la tendopoli e le casette rapidamente allestite a L’Aquila dopo il terremoto. Gli ultimi due debbono il loro successo a Guido Bertolaso e questo spiega la difesa che Berlusconi ha assunto personalmente del suo capocantiere, detto anche “il protettore” in quanto capo della Protezione.

L’uomo del fare ha trovato due anni fa un altro uomo del fare e l’innamoramento è stato immediato e reciproco. Saper fare e voler fare sono requisiti positivi se il fare viene esercitato all’interno di limiti precisi, di regole chiare, di controlli rigorosi.

Più aumenta il potere degli uomini del fare e più dovrebbero aumentare i controlli, le regole, i limiti. Ma se i controlli vengono smantellati, allora il potere del fare diventa un requisito negativo e questa è appunto la situazione che due anni di dittatura del cosiddetto fare ha creato.

Lo scandalo della Protezione civile è dunque intimamente connesso al berlusconismo e alla sua visione della cosa pubblica. Alla sua concezione costituzionale. Da anni il premier si batte per instaurare un assetto autoritario, dove l’accrescimento dei poteri presidenziali sia accompagnato dall’indebolimento dei controlli e dei poteri di garanzia. Dove il potere legislativo sia confiscato da quello esecutivo, dove il disegno di legge sia sostituito dal decreto legge e il decreto dall’ordinanza. E dove infine l’ordinanza sia “esternalizzata” e affidata non più ad un dipartimento collocato all’interno della Pubblica amministrazione, ma ad una società per azioni di carattere pubblico in veste privatistica, che ha come unico referente il capo del governo, con tutto ciò che inevitabilmente ne consegue e che lo scandalo Bertolaso-Protezione civile ha portato ora sotto gli occhi di tutti i cittadini. Per fortuna lo scandalo è scoppiato prima dell’entrata in vigore della legge sulle intercettazioni che se sarà approvata così come il governo la vuole, metterà il bavaglio alla stampa (a quel che resta della libera stampa). Con quella legge vigente l’opinione pubblica non avrebbe saputo nulla di ciò che è accaduto, nulla dell’istruttoria in corso, nulla delle risate degli appaltatori allo scoppio del terremoto, nulla del raddoppio dei prezzi in corso d’opera, nulla degli intrecci familiari e amicali, nulla dei “benefit” percepiti dagli appaltanti, nulla dei conti segreti.

L’opinione pubblica sarebbe stata tagliata fuori dalla delicatissima fase dell’istruttoria e così lo sarà nel prossimo futuro se quella legge sarà approvata. E questo sarà il quarto pilastro per completare il disegno dello Stato autoritario. Il quinto pilastro è e sempre più sarà lo scudo immunitario per gli uomini del fare e per quelli dell’obbedire.

Tagliar fuori l’opinione pubblica e tagliar fuori la giurisdizione: questo è l’obiettivo. Lo scandalo della Protezione civile è salutare perché mette allo scoperto la giuntura principale di questo disegno mentre ancora la pubblica opinione e la giurisdizione sono in grado di conoscere e di giudicare. Dopo sarà troppo tardi.

* * *

Io non credo che Guido Bertolaso sia coinvolto in festini e se anche lo fosse non penso che sia questo il punto scandaloso della questione anche se intriga la prurigine pubblica, quella più appassionata ai “reality show” e al “Grande Fratello” in edizione televisiva.

Qualche giorno fa il sottosegretario Bertolaso mi ha indirizzato una lunga lettera in cui raccontava le difficoltà del suo lavoro, il valore dei suoi collaboratori, la bontà dei risultati ottenuti. Non ne voleva la pubblicazione; voleva che mi convincessi alla sua tesi del “tutto va bene e tutto andrà bene”. Ricevetti la lettera poco prima che lo scandalo scoppiasse, tardai qualche giorno a rispondere, nel frattempo lo scandalo scoppiò.

La mia risposta è stata breve. Ho fatto i più sinceri auguri al capo della Protezione per l’esito dell’inchiesta a suo carico, e li ho fatti “nell’interesse suo, dei volontari che lavorano con zelo e disinteresse ai suoi ordini, e del Paese”. Ma ho aggiunto che il mio giudizio sul sistema e sui poteri della Protezione è totalmente negativo e gli ho allegato il discorso pronunciato in Senato dal senatore Luigi Zanda sulla conversione in legge del decreto che istituisce la “Protezione civile Spa”, dove i vizi e i pericoli della nuova istituzione sono puntigliosamente e lucidamente elencati.

Rivelo questo epistolario per dire che non ci muove in questa circostanza alcun intento moralistico e alcuna antipatia personale. Bertolaso sa fare il suo mestiere ma con un assai grave difetto: una brama di fare che si traduce inevitabilmente in brama di potere. Ho scritto su di lui che è una protesi di Berlusconi e questa è la pura verità.

C’è una frase che il capo della Protezione ha detto in una recentissima intervista: “Se sto correndo in macchina per salvare una vita e il semaforo segna il rosso, io passo nonostante il rosso”.

Ha perfettamente ragione e noi abbiamo fervidamente applaudito quando ciò è avvenuto. Purtroppo l’area della Protezione civile si è enormemente accresciuta ed estesa ad eventi che non hanno niente a che fare con la vita delle persone e delle cose; eventi che non hanno nulla di catastrofico, appuntamenti che si svolgeranno tra mesi ed anni. Ma lui ha ottenuto di passare con il rosso sempre e dovunque. L’ha ottenuto e l’ha voluto. Ora dice che non poteva sorvegliare tutto, che nulla sapeva di appalti e di appaltatori, che forse è caduto in una trappola.

Io non credo che questa sua difesa corrisponda a verità; le intercettazioni della Procura di Firenze e le indagini della Guardia di finanza disposte dalla Procura di Roma prospettano una verità completamente diversa. Ma quand’anche Bertolaso fosse caduto in una trappola, è lui stesso ad essersela preparata. Non si possono guidare i lavori pubblici della Maddalena, quelli dell’Aquila, gli aiuti ad Haiti, la preparazione del Convegno eucaristico, le Olimpiadi del nuoto a Roma, i rifiuti a Napoli (ancora in corso), quelli a Palermo, le colate di fango a Messina, i Mondiali del ciclismo a Varese. Infine l’ondata di maltempo in tutta Italia che si avvicenda a siccità ed incendi secondo le settimane e le stagioni.

Questa è la trappola, alla quale ora si aggiunge la sua difesa nell’inchiesta che lo vede coinvolto. Spero per lui che abbia almeno il buon senso di dimettersi, ma purtroppo il sistema da lui pensato e da Berlusconi voluto resta in piedi. È quello che va smantellato anche perché è un sistema interamente incostituzionale. Ancora una volta è di incostituzionalità che si tratta.

* * *

Non starò a far l’elenco degli appaltatori (attuatori) e degli appaltanti tra i quali si segnalano Balducci, presidente del Consiglio dei Lavori pubblici, De Santis che lo coadiuva. Non starò a ripercorrere le filiere familiari e amicali del gruppo Anemone, i Piermarini, i Piscicelli, i Gagliardi, i Della Giovampaola; una lunga filiera di figli, cognati, fratelli, amici da una vita, con nello scorcio perfino un vecchio padre salesiano, emerito finanziatore di missionari e anche di qualche lestofante. Tutte persone, affari, intrecci, che hanno occupato le pagine di Repubblica e di tutti i giornali dei giorni scorsi.

A me interessa invece tornare su “Protezione civile Spa” e più in generale sul sistema delle ordinanze.
La legge base sulla Protezione e sulle Ordinanze risale al 1992 ed è perfetta sotto ogni punto di vista, in raccordo con la giurisprudenza e con successive sentenze della Corte costituzionale. Quella legge autorizzava la Protezione civile “a passare col semaforo rosso” in caso di catastrofi naturali di importanza nazionale, fermo restando il controllo della Corte dei Conti sui rendiconti delle spese sostenute.

Vediamo anzitutto il numero delle ordinanze emesse dai successivi governi. A partire dal 1994 fino al 2001 sono state emanate un’ordinanza all’anno, al massimo due un paio di volte. Nel 2002 le ordinanze relative alla Protezione civile sono state 40, nel 2003 sono state 72, e poi 59 nel 2004, 99 nel 2005, 71 nel 2006, 87 nel 2008 e 79 nel 2009 fino al mese di settembre.

L’aumento va di pari passo con l’estensione dell’attività “protettiva” ai cosiddetti Grandi eventi al di fuori delle catastrofi naturali. Quest’estensione avvenne con le leggi del 2002 e del 2005. L’emissione di ordinanze non è più subordinata a criteri specifici ma a discrezione del Consiglio dei ministri, con una vera e propria confisca dei poteri legislativi e di controllo del Parlamento ed anche del Capo dello Stato perché le ordinanze sono esclusivo appannaggio del presidente del Consiglio in quanto atti puramente amministrativi. Ma puramente amministrativi non sono perché i veri atti amministrativi sono soggetti a regolari controlli della Corte dei Conti, dei Tar e del Consiglio di Stato. Si tratta cioè di amministrazione straordinaria, dove la straordinarietà è decisa dal Consiglio dei ministri con criteri eminentemente politici.

La Corte costituzionale aveva stabilito con una sentenza del 1956, più volte reiterata in casi successivi, che “le ordinanze debbono rispondere ai canoni dell’efficacia limitati nel tempo in relazione ai dettami della necessità, dell’urgenza e della adeguata motivazione”.

Si è invece arrivati addirittura ad utilizzare l’ordinanza per affidare alla Protezione civile l’attuazione dei decreti legge anche prima della loro pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. Nemmeno il Re Sole aveva i poteri che ha Berlusconi attraverso la Protezione civile. La quale si è occupata perfino della costruzione di un albergo sul lago Maggiore in concomitanza con i campionati di ciclismo e si occupa ora dell’Expo di Milano che avrà luogo nel 2011. Qui non si tratta più di sorpassare un semaforo rosso ma addirittura di puntare l’automobile dritto sul passante per metterlo sotto le ruote, là dove il passante è semplicemente la democrazia parlamentare e lo Stato di diritto.

Ultima ciliegia su questa torta maleodorante: il sottosegretario alla Protezione civile è anche direttore del Dipartimento della P. C.; sarebbe come se Gianni Letta, sottosegretario con delega ai servizi di sicurezza, fosse anche il direttore di quei servizi. È curiosa la difesa preventiva di Letta per il collega in difficoltà. Vuole forse anche lui mettersi al posto dei direttori dei servizi segreti conservando la carica politica? Perché non lascia ai magistrati di fare il loro mestiere? Va bene che è gentiluomo vaticano, ma anche Angelo Balducci lo è. (Sia detto tra parentesi: il cardinal Bertone dovrebbe forse esser più rigoroso nelle scelte dei suoi gentiluomini. Uno è finito in galera per corruzione e non è una buona pubblicità per la Chiesa).

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A Guido Bertolaso vorrei porre qualche conclusiva domanda che ovviamente non riguarda la materia sotto esame dei tribunali.

1. Non si è accorto che l’estensione della Protezione civile ai Grandi eventi del tutto disconnessi dalle catastrofi causate dalla natura o dagli uomini, era al di sopra delle possibilità di un regolare servizio?

2. Se se ne è accorto, ha comunicato questa sua preoccupazione al Presidente del Consiglio? Ottenendo quale risposta?

3. Non si è reso conto che la creazione della Protezione civile Spa rendeva permanente quest’anomalia e confiscava ulteriormente i poteri legislativi del Parlamento?

4. Ha comunicato al presidente del Consiglio questa sua eventuale preoccupazione?

5. Si è reso conto che buona parte dei mutamenti apportati alla legge del 1992 potevano creare conflitti con l’ordinamento costituzionale?

6. Ha riflettuto sul fatto che le ordinanze relative a quegli eventi (tra le quali c’è anche l’attribuzione alla P. C. del finanziamento delle celebrazioni per l’Unità d’Italia) sono un modo per evitare la firma del capo dello Stato eludendo così il suo controllo di costituzionalità?

7. Ha informato di queste sue eventuali osservazioni il presidente del Consiglio? Quale risposta ne ha ottenuta?

8. Si è reso conto che, restando sottosegretario di Stato, esisteva un’incompatibilità assoluta con la carica di direttore del Dipartimento della P. C.? Questa incompatibilità è durata più di un anno. Per quale ragione?

9. Bertolaso è stato indagato per reati connessi alla gestione dei rifiuti di Napoli, insieme al suo vice dell’epoca (che è una donna a lui ben nota e a lui fedelissima). Il processo per il suo vice è in corso. Per quanto riguarda lui è stato invece stralciato e trasferito a Roma. Può dirci a che punto si trova questo processo?

10. Porgo queste domande a Bertolaso perché egli si è sempre proclamato un uomo al servizio dello Stato e non dei governi. Se fosse al servizio di questo governo e lo dichiarasse francamente, non porrei questi interrogativi. Ma se è al servizio dello Stato avrebbe dovuto porseli e quindi: perché queste domande non se le è poste da solo e non ne ha tratto le conclusioni?
La Repubblica 14.02.10

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“La società fra etica e anestetica” di ILVO DIAMANTI

Il sospetto è che: “Tanto rumore per nulla”. Come altre volte. Che il clamore intorno allo scandalo sugli appalti gestiti dalla Protezione civile in vista del G8 a La Maddalena e nella ricostruzione, dopo il terremoto in Abruzzo, alla fine, non produca effetti.

Non ci riferiamo all’ambito giudiziario. L’inchiesta seguirà il suo percorso, per accertare la fondatezza di accuse tanto infamanti. Ne verificherà le responsabilità e i responsabili. Non ci riferiamo neppure al versante politico, dove tutto si è svolto secondo copione. A partire dalla difesa del premier nei confronti del sottosegretario Bertolaso. Attesa e prevedibile, anche nelle parole. Quasi per riflesso pavloviano. Il nostro sospetto riguarda, invece, l’atteggiamento della “società media”, rilevato dai sondaggi. Tradotto e banalizzato in Opinione Pubblica. L’opinione della maggioranza. Silenziosa. Il sospetto è che, anche questa volta, la reazione della “società media” si limiti a quel brontolio, continuo e diffuso, che pervade la vita quotidiana. Dove tutti – davvero: tutti – si lamentano, recriminano, criticano. A voce bassa. Dichiarano la loro sfiducia verso i “politici”. Di ogni parte. Ma soprattutto di sinistra, perché loro, prima e più degli altri, hanno sollevato la questione “morale”. Se ne sono fatti garanti. Finendone, anch’essi, invischiati. Per cui prevale la convinzione – popolare – che ogni reazione, ogni moto di indignazione: è inutile. Non serve. Sono tutti uguali. E nulla cambia.

Da ciò il rischio: l’assuefazione a ogni scandalo. Che quindi non dà più scandalo. E induce, anzi, a guardare con sospetto chi si scandalizza. A trattarlo – con acida ironia – da “professionista dell’indignazione”. Così, dopo ogni esplosione polemica, sopravviene – e ritorna – il silenzio. O meglio: il mormorio. La colonna sonora (meglio: il sottofondo) al tempo della “società sfrenata”. Senza freni. Perché, anzitutto, si sono persi i riferimenti che associavano e orientavano i cittadini. Nel rapporto con le istituzioni e con il governo. I partiti di massa, grandi educatori al servizio di un progetto futuro. Dissolti. Personalizzati e oligarchici. Le grandi organizzazioni “intermedie” di rappresentanza. I sindacati, in primo luogo. Perlopiù burocratizzati. Una base ampiamente composta da impiegati pubblici e pensionati. Difficile chiedere loro di imporre vincoli morali. Fatica perfino la Chiesa, scossa e divisa al suo interno, come dimostrano le tensioni emerse dopo la campagna diffamatoria che ha costretto alle dimissioni il direttore dell’Avvenire, Dino Boffo. Lo stesso mondo del volontariato, il mitico Terzo settore, oggi appare impegnato – peraltro, con successo – sul mercato dei servizi più che dei valori. E gli “intellettuali”. Reclutati dai media. (Soprattutto dalla tivù). Oppure dai partiti. Voci deboli, perché hanno poco da dire. (Io, naturalmente, non mi chiamo fuori. Anche se la definizione di “intellettuale” mi fa rabbrividire).

Così, oggi è difficile trovare soggetti in grado di rafforzare il senso “civico” della società, ma anche di inibire il senso “cinico”. Mancano, cioè, i “freni”. Gli stessi “anticorpi della democrazia”, come scrive da tempo Giovanni Sartori.

Ma forse c’è dell’altro. Oltre al “familismo amorale”, riferito alla società del Mezzogiorno nel classico studio di Edward Banfield degli anni cinquanta – e oggi esteso all’intera società italiana. Oltre alla delusione prodotta dal ripetersi ciclico di rivolte antipolitiche puntualmente riassorbite e rimosse. Prima Tangentopoli, poi, quindici anni dopo, la Casta. E come effetto: dai partiti di massa ai partiti personali, ispirati da Forza Italia e Silvio Berlusconi.

Oltre a tutto ciò, dietro al disincanto diffuso del nostro tempo, c’è la mutazione del rapporto fra società e politica. Mediato dai media. Cioè: im-mediato. Senza mediazione. La politica e i leader di fronte agli elettori soli. In modo asimmetrico e squilibrato. Perché oggi la metafora più adeguata per descrivere il sistema della rappresentanza (ben delineata dal filosofo Bernard Manin) richiama la “scena”, dove si confrontano gli attori e il pubblico. Il quale può, certamente, decretare il successo oppure il decesso di un programma e (simbolicamente) di un attore. Ma, appunto, non è lui a decidere i palinsesti. Perché può solo reagire a un’offerta elaborata dall’esterno. A cui non partecipa. Ebbene, fatti e attori della scena politica in questa fase propongono una rappresentazione davvero amorale. Dove il dolore si mischia alla speculazione, la tragedia alla corruzione. Dove il pianto è interrotto dalle risa. La biografia del potere accosta, una accanto all’altra, figure e immagini di generi contrastanti. Da Rosarno a Palazzo Grazioli. Da L’Aquila alle telefonate di Balducci, Anemone e compagnia. E poi: i morti sul lavoro, i potenti della terra, escort e veline, aggressioni violente, il volto insanguinato del premier. Le immagini si sommano e si confondono. Senza soluzione di continuità. In questo paese provvisorio, abitato da post-italiani (per usare una felice e amara definizione di Edmondo Berselli), tutti siamo spettatori di una rappresentazione in-differente. Dove non c’è differenza fra giusto e ingiusto, giudici e malfattori, furbi e onesti. Buoni e cattivi. Perché i cattivi, i furbi e i disonesti fanno audience. Questa democrazia fondata sulla “deroga” (come l’ha chiamata nei giorni scorsi Ezio Mauro) rammenta un reality, anzi: iper-reality show. Dove al massimo possiamo “nominare”: Bertolaso oppure Berlusconi. (Gli altri sono già usciti dal gioco). Consapevoli del rischio: che il nominato, invece di essere escluso, resti protagonista della scena. Come prima e più di prima.

D’altronde, è difficile vedere alternativa. Se ci si arrende al pensiero unico: del partito personale, della scena mediatica al posto del territorio, dello spettatore al posto del cittadino, del senso comune al posto del senso civico. Dell’Opinione Pubblica dettata dai sondaggi invece che dal dibattito “pubblico” sui problemi, con la partecipazione degli attori sociali e degli intellettuali. Allora il senso civico si confonde con il senso comune. E il senso etico diventa, al più, anestetico.

La Repubblica 14.02.10

Corruzione e manette in casa Pdl

Arrestati un consigliere pidiellino del comune di Milano e il presidente della provincia di Vercelli con l’accusa di concussione. Penati: “Ecco cosa succede quando l’urbanistica si discute nei salotti di palazzo”. Arrestato e accusato di concussione. Finisce in manette il presidente della commissione Urbanistica del Comune di Milano, Camillo “Milko” Pennisi, consigliere comunale del Pdl a Palazzo Marino. Gli agenti l’hanno raggiunto in piazza della Scala, davanti a Palazzo Marino, mentre in compagnia della segretaria, indagata anche lei, stava incassando una tangente di 10mila euro.

A mettere in allarme la procura milanese la denuncia di un imprenditore che solo pochi mesi fa aveva pagato al consigliere una parte (5000 euro) della tangente richiestagli per la costruzione di un edificio nel quartiere della zona Bovisa, nella periferia milanese. Il denaro era stato consegnato accuratamente nascosto in un pacchetto di sigarette, ma la vittima aveva provveduto a filmare l’incontro. La registrazione accompagnata dalla denuncia ha immediatamente fatto scattare il blitz, avvenuto ieri sera in occasione della consegna della seconda parte della tangente (10000 euro)

In cambio del denaro, Pennisi avrebbe dovuto fornire, nella veste di presidente della commissione sviluppo e territorio, un parere per sbloccare la pratica a cui era interessato l’immobiliarista. Un parere che, in questi casi, è obbligatorio, anche se non vincolante, ma che tuttavia, nel caso in cui sia positivo, orienta la pratica verso uno scenario favorevole all’imprenditore. Al momento il politico pidiellino ha rassegnato le dimissioni da presidente della commissione urbanistica, mantenendo però la sua carica di consigliere.

È un “episodio inquietante” ha sentenziato Filippo Penati, candidato del centrosinistra alla presidenza della Lombardia. ”Confidiamo – ha aggiunto – che la magistratura compia il suo corso rapidamente su quanto accaduto e chiarisca i confini della vicenda”. Si tratta di un episodio delicato soprattutto tenendo conto che in questi giorni il Consiglio comunale sta discutendo del nuovo piano di governo del territorio che sostituira’ il vecchio piano regolatore. E’ un documento che ”oltre al confronto tra maggioranza e opposizione – ha osservato Penati – vede aperto lo scontro tra istituzioni dello stesso segno politico, lotta intestina della quale non sono chiare le ragioni. Il sindaco Moratti interrompa la consuetudine, che giudico pericolosa, dell’urbanistica fatta nel salotto di casa propria, luogo dove si compongono conflitti e si trovano accordi nella più stretta segretezza. L’urbanistica, che muove interessi colossali, non e’ materia da trattare di notte e nel chiuso di una stanza, ma alla luce del sole e nelle sue sedi istituzionali – ha concluso -. Il sindaco riporti il dibattito in Consiglio e dia segnali in controtendenza: ogni discussione sia riportata nelle opportune sedi istituzionali”.

Pierfrancesco Majorino, capogruppo del Pd nel consiglio comunale di Milano commenta: “L’’arresto di Milko Pennisi colpisce terribilmente perche’ fotografa una realta’ inquietante che speravamo appartenesse al passato di Milano e che dimostra come tangentopoli in un certo senso non sia finita”. Majorino chiede le “immediate dimissioni” del consigliere del PdL arrestato per concussione e che si faccia “totale chiarezza sulla vicenda per comprendere se si e’ di fronte a un atto isolato di un singolo o a un sistema di relazioni più ampio coinvolgente altri soggetti”. E ha concluso: “Ci aspettiamo che il sindaco Moratti fornisca nella seduta di lunedi’ tutti gli elementi per sviluppare una valutazione più completa e sappia sviluppare una propria valutazione circa un episodio che ha coinvolto il Presidente della Commissione Urbanistica e, dunque, non un esponente di secondo piano del consiglio comunale”.

Ma Pennisi non è l’unico esponente di centro-destra al centro di inchieste giudiziarie. Anche il presidente della Provincia di Vercelli, Renzo Masoero, è stato arrestato con l’accusa di corruzione. Questa mattina gli agenti della polizia si nella sede della Provincia, hanno incontrato l’esponente del centrodestra e sono rimasti per circa un’ora chiusi con lui nel suo ufficio. Alla fine del colloquio si sono allontanati portandolo con se. Masoero, che è anche sindaco di Livorno Ferraris (Vercelli), è stato successivamente posto agli arresti domiciliari.
Iv.Gia
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«Non sono i libri il problema della Sicilia», di Andrea Camilleri

Il professore Mario Centorrino, economista e assessore regionale in Sicilia alla Formazione, ha dichiarato: «Non leggiamo più per un po’ Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia perché sono una sorta di “sfiga” nei confronti della Sicilia. Ci vuole ottimismo». Mi permetto di intervenire essendo l’ultimo (in ogni senso) superstite dei tre chiamati in causa.

Per prima cosa, ringrazio il professore, anche da parte di Sciascia, so di poterlo fare, per non avere incluso nell’elenco degli ostracizzati il nome di Pirandello. Che evidentemente, ai suoi occhi, brilla di ottimismo. Ciò premesso, mi spiega Centorrino perché secondo lui saremmo una «sfiga» (ahi, professore, che parola poco accademica!) per la Sicilia? Dal punto di vista economico, che dovrebbe essere il suo, sa quale incremento al turismo hanno dato i libri di questi autori? Il professore non si riferisce a questo? No?
Forse allora allude al fatto che i tre autori danno della Sicilia una visione che non può propriamente definirsi ottimistica? A me pare che l’ideologia, da Centorrino tirata in ballo, qua non c’entri proprio niente. C’entrano le idee, le opinioni, i convincimenti che ogni autore ha liberamente maturato attraverso il confronto con la realtà. E questa realtà ha fatto quasi sempre pendere l’ago della bilancia non certamente verso un facile ottimismo. Non sono gli scrittori a portare «sfiga» alla Sicilia, professore. Ma tutti coloro che da sempre dicono di voler cambiare le cose perché le cose non cambino. Personalmente, devo dichiarare di non credere allo sciocco ottimismo a tutti i costi. E di credere invece nell’onestà dei propositi e nella silenziosa determinazione a realizzarli. E, per ultimo, vorrei suggerire al professore d’essere più cauto perché si comincia col chiedere di non leggere per un po’ certi libri e poi si finisce col mandarli al rogo.

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