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Ciclone Bertolaso, a quando le dimissioni?

Corruzione, escort e ingenti somme di denaro: il capo della protezione civile indagato dalla procura di Firenze. Il PD richiama il governo alla responsabilità: “Dimettersi è una questione di sensibilità, stop a Protezione Civile SPA”. Una voragine mostruosa di escort, favori sessuali e corruzione. Un giro da centinaia di migliaia di euro, nascosto dallo scudo della Protezione Civile. E al centro di tutto lui, Guido Bertolaso: l’uomo del terremoto a l’Aquila, l’uomo della spazzatura a Napoli, l’uomo del G8 e dell’Expo milanese. È su di lui che indaga la procura di Firenze, mentre la cerchia dei suoi stretti collaboratori finisce in manette. Arrestate, con l’accusa di corruzione, quattro persone tra cui Angelo Balducci, presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, l’uomo indicato dalla Protezione Civile per realizzare le opere per il G8 alla Maddalena poi trasferito all’Aquila. Balducci risulta indagato anche a Roma sia per gli appalti dei Mondiali di nuoto 2009 che per altri grandi eventi compresa la parte romana delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia in programma nel 2011.

Alla luce di quanto è emerso e di quanto ancora la procura riuscirà a scoprire Pier Luigi Bersani commenta: “E’ una questione che attiene alla sua sensibilità. Certo, e’ stato investito di un potere personale che nessuno ha. Di questo deve rispondere”.

Protezione civile, stop ai poteri straordinari in deroga della SPA. “Le vicende giudiziarie faranno il loro corso. Noi, però, nei giorni scorsi, ci siamo opposti al decreto legge che istituisce la Protezione civile SPA proprio sulla base di un ragionamento che crediamo comprensibilissimo” afferma Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama.

Il decreto sulla Protezione Civile SpA attribuirebbe a questa società poteri straordinari in deroga a qualunque possibile normativa: a quella sugli appalti, a quella sui contratti pubblici, a quella che riguarda i controlli, a quella che riguarda la trasparenza.

“Per questo insistiamo sulla necessità che il decreto venga ritirato. Crediamo – prosegue Anna Finocchiaro – che investimenti così importanti e opere che normalmente sono di grande importanza debbano essere governati dalla legislazione ordinaria, perchè è impossibile ammettere che
ci sia un comparto nel quale risorse molto importanti vengano utilizzate al di fuori della legge e al di fuori di ogni controllo. Questo significa peraltro che bisogna riguardare le competenze, perchè una cosa è occuparsi
delle emergenze ambientali, le catastrofi naturali altra cosa è occuparsi degli grandi eventi che sono normalmente eventi che possono essere benissimo organizzati da altri e con un controllo molto puntuale come quello già previsto dalla legge” conclude la Presidente.

Michele Ventura, vicepresidente dei deputati del Pd, il quale aggiunge: “E’ gravissima la scelta di confermare un provvedimento che contiene aspetti inaccettabili, soprattutto perché, enfatizzando il criterio dell’emergenza, si apre la strada al superamento dei controlli. La trasparenza, cioè, viene mandata in soffitta, e l’articolo 5 che cancella i processi fino al novembre 2011 verso i commissari della Protezione civile. E’ gravissima la decisione di non confrontarsi con le ragioni delle opposizioni”.

Anche Dario Franceschini, capogruppo PD alla Camera, aveva detto: “Guido Bertolaso dovrebbe mostrare sensibilita’ istituzionale, confermando le dimissioni respinte ieri da Berlusconi. In un paese non anomalo una persona in quella situazione anche per difendersi meglio rassegna le dimissioni, e noi abbiamo apprezzato la sensibilita’ mostrata ieri da Bertolaso. Sta ora a Bertolaso confermare quella sensibilita’ istituzionale”.

Le dimissioni erano state presentate da Bertolaso ieri pomeriggio, e immediatamente respinte da Silvio Berlusconi che ne ha approfittato per inveire contro i giudici. “anche Bertolaso è perseguitato da magistratura e invisiosi. Lui non si tocca, resta dov’è!”

L’inchiesta. Il gip di Firenze ha definito l’inchiesta che ruota attorno al sottosegretario Bertolaso “ordinaria corruzione”. Le indagini hanno rivelato tangenti pagate con denaro, ville, auto di lusso ed escort in cambio di appalti milionari per il lavori del G8 alla Maddalena e la realizzazione o ristrutturazione di imponenti impianti sportivi in occasione dei mondiali di nuoto del 2009 a Roma. “I fatti sono gravissimi – scrive il gip – proprio per la sistematicità delle condotte illecite e dei rapporti illeciti di cointeressenza tra gli indagati e le rilevantissime ripercussioni finanziarie ed economiche ai danni del bilancio dello Stato”. Ripercussioni, prosegue il gip, rese possibili “da una normativa ampiamente derogatoria delle ordinarie regole in materia di aggiudicazione degli appalti pubblici”.

Un vortice che coinvolge tutte le drammatiche vicende che hanno visto protagonista il sottosegretario, che solo fino a pochi giorni fa pretendeva di dare lezioni oltreoceano. Intercettazioni che oltre alla evidente corruzione, rivelano profili personali abietti e dediti allo sciacallaggio. È il caso di una conversazione tra gli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli, direttore tecnico dell’impresa Opere pubbliche e ambiente Spa di Roma, associata al consorzio Novus di Napoli e il cognato Gagliardi, vicini a Balducci, all’indomani del sisma abruzzese. “Alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno”. “Lo so”, e ride. “Per carità, poveracci”. “Va buò”. “Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto”.

Altro personaggio finito in manette e ben noto a Bertolaso è l’imprenditore romano Diego Anemone. A lui spettava il compito di organizzare feste a base di sesso per il sottosegretario. Era lui quello che Bertolaso contattava quando aveva bisogno di vedere Francesca, escort degli ambienti romani, fingendo di essere li per un massaggio.

Il PD abruzzese: cinsico affaristico, vogliamo subito la verità.
“Quanto sta emergendo in queste ore in merito all’inchiesta della procura di Firenze è drammatico. Non dimentichiamo…. certo la rapidità dell’intervento nella fase emergenziale, ma al di là delle eventuali responsabilità penali è raccapricciante assistere a questo cinismo affaristico sulle spalle dei cittadini aquilani. Le istituzioni, le famiglie e le imprese aquilane hanno il diritto di conoscere subito tutta la verità” afferma Silvio Paolucci, segretario regionale del Pd abruzzese.

“E’ tutto l’Abruzzo a sentirsi ferito e offeso” dice Paolucci “questa regione ha subito un dramma epocale di fronte al quale il governo Berlusconi e la giunta regionale di centrodestra hanno deciso interventi addirittura ridotti rispetto al trattamento per altri terremoti. Al dramma del sisma peggio trattato degli ultimi trent’anni in Italia, oggi si aggiungono le parole di questi sciacalli che infieriscono sulle sofferenze umane. Per queste ragioni” dice Paolucci “è necessario che la magistratura dia agli aquilani ed agli abruzzesi la possibilità di conoscere presto la verità. E il commissario Chiodi deve imprimere una svolta alla ricostruzione economica e sociale delle zone colpite”.

“Da abruzzesi si prova stupore, ma anche rabbia nel leggere le frasi dette subito dopo il terremoto da pubblici ufficiali che avrebbero dovuto reagire in ben diversa maniera alla notizia di una tragedia come quella che ci ha colpito lo scorso 6 aprile” sottolinea Michele Fina, segretario del Pd della provincia dell’Aquila, “sfregarsi invece le mani per un business da andare a raccogliere già pronto e confezionato tra la macerie di L’Aquila, ridendo al pensiero dei soldi che si sarebbero potuti fare è un comportamento che lascia allibiti. I cittadini abruzzesi meritano rispetto e lo meritano anche dal governo, che con la mancanza di una presa di distanze netta, ci lascia interdetti, con il più assordante dei silenzi”.

"Con la riforma Gelmini saltano ben duemila cattedre più del previsto. Partono le proteste dei presidi: manca l'essenziale, non possiamo pagare i prof", di Salvo Intravaia

Bilanci in rosso, cattedre tagliate e lezioni più brevi per gli alunni. La scuola italiana è in crisi e i presidi protestano. Nelle scuole pubbliche – spiegano – mancano i soldi per nominare i supplenti, per comprare il materiale di cancelleria e perfino per la carta igienica. Mancano, inoltre, i prof per sostituire coloro che si assentano per pochi giorni, i bidelli per fare le pulizie e gli assistenti di laboratorio per le esercitazioni. E in futuro le cose andranno a peggiorare: la riforma dei licei prepara, dopo quello di quest’anno, un altro colpo di scure e gli alunni studieranno di meno. Per questa ragione, 90 dirigenti scolastici della provincia di Genova l’altro ieri hanno scritto al prefetto paventando lo “stato di emergenza sociale”. Stesso discorso a Brescia, dove i presidi dell’Asab (l’Associazione scuole autonome del bresciano) hanno lanciato l’allarme perché “i docenti non ricevono dall’anno scorso la retribuzione accessoria, i capi d’istituto non possono più pagare supplenti, comprare carta e fare manutenzioni”. E mentre a Modena si scende in piazza per i tagli ai pulizieri, a Parma sono i genitori a protestare per i tagli ai bilanci delle istituzioni scolastiche e per gli aumenti dei contributi “volontari” chiesti alle famiglie dalle scuole.
Sono solo alcuni casi. Ma intanto, dopo avere varato la riforma della scuola superiore, il ministero prepara un taglio di 42 mila posti a partire dal prossimo mese di settembre. I numeri della tremenda sforbiciata li fornisce lo stesso governo. Saranno 27.307 le cattedre che salteranno il prossimo anno per effetto del “riordino dell’istruzione”, cui occorre aggiungere 15.167 posti di personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario). In totale: 42 mila stipendi in meno. L’impeto “riformatore” è tale che nell’arco dei tre anni previsti, a partire dal 2008, il ministero taglierà addirittura più cattedre di quelle preventivate: 89.238 anziché 87.400. Con la riforma Gelmini gli studenti passeranno inoltre meno tempo in classe. Soltanto l’anno prossimo saranno 100 mila le ore di lezione in meno al superiore. Nei nuovi licei, dove le ore di lezione sono di sessanta minuti, saranno sufficienti 17 mila ore di lezione in meno per soddisfare i nuovi curricula che diventeranno 70 mila a regime. In poche parole, i futuri diplomati studieranno di meno.

Quella della Gelmini sarà la scuola dell’autonomia, ma con meno fondi per attuarla. E del rilancio dei laboratori, ma con meno assistenti tecnici. Contraddizioni di difficile comprensione. Nelle pieghe del Bilancio dello stato e degli organici i numeri che lo confermano. Nel 2007, i fondi che finanziavano la legge 440 del 1997 (quella per assegna alle scuole i fondi per attuare l’autonomia) sfioravano i 186 milioni di euro. Nel 2011 se ne prevedono poco più di 99, con un taglio del 46 per cento netto, e quest’anno siamo già a 130 milioni. Anche il rilancio delle attività di laboratorio sarà difficile se, come stabilito nell’estate del 2008, gli assistenti che affiancano gli insegnanti nelle lezioni con strumenti, provette e computer diminuiranno al ritmo di mille unità l’anno per tre anni.
Proprio oggi alla Camera, alcuni deputati del Pd hanno interrogato il ministro Gelmini sulle difficoltà finanziarie delle scuole italiane e sul credito di un miliardo di euro vantato dallo Stato. Ma il sottosegretario all’Istruzione, Giuseppe Pizza, sciorinando le cifre dei finanziamenti alle scuole del 2008 e del 2009 rimanda le accuse al mittente. “Le parole del Governo servono solo a coprire l’intenzione evidente di non restituire alle scuole quanto dovuto e dimostrano malafede nel tentativo di attribuire al governo Prodi la difficilissima condizione finanziaria degli istituti che, dati alla mano, è invece da attribuirsi al governo Berlusconi”, dichiara Manuela Ghizzoni, capogruppo in commissione Cultura alla Camera per il Pd, che sul proprio sito e nelle piazze italiane lancia la campagna “Scuola tagliata, operazione Verità”.
La Repubblica 12.02.10

«Chilometri di rifiuti per le strade, altro che fine della crisi», di Alessandro De Pascale

Parla Raffaele Del Giudice, direttore di Legambiente Campania. «C’è una vergognosa mancanza di trasparenza. E la cosa più grave è che l’emergenza campana è stata un laboratorio per privatizzare la Protezione civile». In Campania è finita l’emergenza rifiuti. Lo ha deciso il governo. Si torna all’ordinarietà, con i poteri alle Province. Ma Bruxelles non è dello stesso avviso. Dal giugno 2007 l’Ue ha bloccato tutti fondi europei destinati alla Campania per il settore rifiuti: circa 500 milioni di euro. In seguito all’apertura di una procedura di infrazione sull’emergenza rifiuti. Abbiamo chiesto a Raffaele Del Giudice, direttore di Legambiente Campania cosa ne pensa.

L’emergenza è davvero finita?
Direi di no. Non c’è più il picco della crisi. Ma la programmazione da qui a dieci anni non è stata fatta, non sappiamo gli impianti da chi verranno gestiti, manca un Piano organico sui rifiuti come del resto le strutture per il compostaggio. In più in alcune zone non è cambiato nulla: chilometri di rifiuti per strada. Con le ecomafie che continuano a bruciare rifiuti tossici.

Ma allora perché si torna ai poteri ordinari?
La Protezione civile dell’era Bertolaso ha un modus operandi: il problema non lo risolvo ma semplicemente non lo faccio più vedere. Con poteri speciali in deroga a qualsiasi norma: emergenze usate per l’azione politica. Un decisionismo cui si è aggiunta la campagna elettorale. Un fatto gravissimo. Ma alla fine i nodi verranno al pettine.

Prima del passaggio dei poteri sembra quasi che la Protezione civile stia accelerando l’apertura di alcuni impianti?
Sono segnali devastanti. Una corsa verso il decisionismo. Che non è la soluzione dei problemi. Per quanto riguarda la discarica di Terzigno, così come quella di Chiaiano, sono situate in area Parco. Scelte sbagliate. Come Legambiente abbiamo presentato un ricorso alla magistratura che ci ha dato ragione. Quest’enorme nuova discarica che vogliono realizzare è la conferma di quanto abbiamo sempre sostenuto: non risolvo nulla ma butto tutto in un fosso. In Campania si è fatto solo questo. Individuare discariche e spostare i problemi. Avremmo preferito la stessa corsa sulla riduzione dei rifiuti prevista per legge.

E le indagini della magistratura sul commissariato?
Le perizie tecniche devo provare quanto accaduto. Ma le verifiche sul campo sono difficili, i tempi si allungano. Ad esempio controllare cosa sta accadendo nel termovalorizzatore di Acerra o nell’impianto Cdr di Giugliano. La discarica di Taverna del Re dieci giorni fa è andata a fuoco. L’ennesima piattaforma che si incendia. Aree che ora sono siti militari.

Come valuta le privatizzazione della Protezione civile?
L’emergenza campana è stata un laboratorio. Prove tecniche per ridurre gli spazi democratici. Privatizzare settori strategici come la Protezione civile è un enorme danno. Alcuni ambiti, nervo dello Stato democratico, devono restare pubblici. E nel momento in cui non sono efficienti basta mandare a casa i responsabili. Altrimenti i privati prenderanno le decisioni e gli enti locali dovranno applicarle. Questa non è democrazia. Ma un capovolgimento della Repubblica.
da Terranews 12.02.10

Fine delle trasmissioni

Berlusconi imbavaglia la tv pubblica: stop alle trasmissioni di approfondimento durante la campagna elettorale, “sono solo un pollaio”. Intanto il governo taglia i fondi alla stampa: oltre 100 testate alla canna del gas. Il PD promuove una mozione bipartisan. Bersani: “Ecco cosa fa chi vuole ovattare la realtà e nascondere i problemi”.

Fine delle trasmissioni. Di quelle a tema politico, almeno. È questo l’ultimo attacco di Silvio Berlusconi alla libertà d’informazione. Bollando l’approfondimento televisivo come “pollaio catodico da sostituire con tribune elettorali”, il premier ha approfittato delle elezioni regionali in arrivo per liberarsi di programmi (e giornalisti) scomodi, come Ballarò di Giovanni Floris, Annozero di Michele Santoro e In ½ ora di Lucia annunziata. All’indice anche le trasmissioni d’inchiesta, come Mi manda Raitre di Andrea Vianello e Report di Milena Gabanelli. Certo, la mannaia della censura si abbatterà anche su fedelissimi come Bruno Vespa e Maurizio Belpietro, ma il cavaliere è disposto a sacrificare qualche pedina in cambio di un religioso silenzio.

Quel “pollaio” che infastidisce il premier. Il presidente del consiglio approfitta della presentazione del nuovo libro del conduttore di Porta a Porta per tuonare: “La par condicio è da abolire , è una legge liberticida”. Certo: contrasta con la sua libertà di fare tutto ciò che vuole. Non contento, va avanti: “E’ il pollaio della tv. In Italia abbiamo trasmissioni in cui non c’è confronto, ma risse”. E già. Lo sa bene lui che in una memorabile puntata di Porta a Porta offese Rosy Bindi definendola “più bella che intelligente”, un argomento che oltre ad essere degno di un maleducato è chilometri luce distante dal dibattito politico di cui oggi il premier si fa paladino.

la protesta dei conduttori. I giornalisti Rai non ci stanno e hanno chiesto di essere ascoltati subito, nel Cda che impegnerà i vertici oggi pomeriggio. Lo scopo è fermare l’assurdo regolamento che dovrebbe vedere la luce proprio oggi e contro cui l’Usigrai ha già indetto lo sciopero. Le nuove norme sono state approvate in commissione di Vigilanza martedì alle 23, con un colpo di mano del Pdl, mentre il PD per protesta e per far si che non si raggiungesse il numero legale, si è allontanato dall’aula. Nonostante tutto, la maggioranza è riuscito ad approvare le nuove regole che, se si tradurranno in pratica, metteranno la parola fine su gran parte del palinsesto d’approfondimento delle reti pubbliche. Ai conduttori sarà “concesso” di parlare d’altro. Insomma, è l’inizio di una nuova era, l’ “era Minzolini”, quella in cui mentre la crisi impazza e gli esponenti politici finiscono in manette, si parla della fioritura del ciliegio giapponese…

Pier Luigi Bersani boccia la scelta del governo: “La decisione va rivista, perché tocca profili di libertà. Non bisogna fare di ogni erba un fascio. La preoccupazione dei Radicali e’ storica, veder garantito l’accesso. Quella della maggioranza e’ di chi vuol ovattare la realtà e nascondere i problemi. Non vedo incompatibilità tra il mantenimento di trasmissioni di approfondimento giornalistico, affidate alla responsabilità del conduttore e all’osservazione della Vigilanza, e l’apertura nel palinsesto di finestre elettorali con tutte le forze in parità di accesso”.

Per il capogruppo PD alla Camera Dario Franceschini si tratta si un’ ”esplosione totale del conflitto di interesse. E’ cosa di una gravità assoluta perché si restringono totalmente gli spazi, nella loro idea che più c’e’ confronto libero e più e’ pericoloso. È un’altra esplosione totale del conflitto di interessi perché quelle che vengono cancellate sono trasmissioni che portano entrate pubblicitarie alla Rai e siccome valgono per tv pubblica e non per reti private, che sono di proprietà del Presidente del Consiglio e potranno continuare a fare quello che ritengono, si fa danno alla Tv pubblica e al contempo si cerca di zittire tutti”.

Anna Finocchiaro, capogruppo PD al Senato dichiara: “Sono rimasta molto male sentendo ieri il presidente Berlusconi. Innanzitutto perché ha dato una rappresentazione della politica, parlando di pollai, che francamente non e’ ammissibile, ma non e’ questo il punto. Io credo che il premier abbia voluto dire e’ meglio che non si discuta di politica in televisione. E’ meglio che i confronti non abbiano luogo e io questo lo trovo francamente inaccettabile”.

Per Giorgio Merlo, vicepresidente della Vigilanza Rai, è “un danno che si tradurrà in calo di ascolti, riduzione del pluralismo, riduzione degli introiti pubblicitari accompagnato da trasmissioni sostanzialmente inguardabili. Insomma un regolamento, quello approvato dalla maggioranza di destra della Vigilanza, che ha l’obiettivo, neanche troppo mascherato, di ridurre il pluralismo e colpire la cuore la credibilità e l’autorevolezza del servizio pubblico”.

Le forbici del governo sulla carta stampata. Ma il premier non si accontenta di mettere il bavaglio alla televisione pubblica. Ben presto toccherà piangere anche alla carta stampata, o quantomeno a quelle testate che vivono totalmente o in gran parte grazie ai contributi statali, quelle testate che fanno opinione, pluralismo, quelle che ormai fanno pare della storia italiana. Le stesse che Berlusconi proprio non sopporta. Rifiutandosi di apporre un emendamento ad hoc al decreto Milleproroghe, condizione precedentemente garantita da Fini e Tremonti ai direttori in rivolta, il governo condanna a morte quasi 100 testate. Da una parte, infatti, viene cancellato il diritto soggettivo ad accedere ai contributi diretti, dall’altra si opera un taglio che porterà via ai fondi per la stampa circa il 205 dello stanziamento 2010, che saranno erogati secondo il nuovo regolamento da stilare in estate, dopo gli stati generali dell’editoria.

A rischio 100 testate e oltre 4000 posti di lavoro. Oltre al taglio, che porterà il budget messo a disposizione dallo stato da 180 mln a 130 mln, a preoccupare i professionisti della carta stampata è l’abolizione del diritto soggettivo. Fino ad oggi testate no profit e d’opinione, fra cui L’Unità, Il Manifesto, Avvenire e Il Secolo d’Italia, avevano potuto contare su somme stabilite in base a criteri certi, sicurezza che consentiva alla testata di iscrivere a bilancio il contributo pubblico, o di utilizzarlo come garanzia su prestiti bancari fin quando il contributo non fosse stato effettivamente erogato. Da oggi si adotta il sistema della “torta” da distribuire tra i vari richiedenti, motivo per cui non si potrà prevedere quale cifra spetti ad una determinata testata finché non si avrà l’elenco completo delle richieste, vale a dire alla fine dell’anno. è assolutamente da escludere quindi che fondi generici e non quantificabili possano essere iscritti in un bilancio o usati come garanzia. Una spinta al fallimento e al licenziamento di massa per 100 testate, la morte certa per almeno la metà di loro.

Fnsi: sarà sciopero massiccio. Contro un attacco tanto violento, che mette a repentaglio oltre 4000 posti di lavoro, la Fnsi annuncia uno sciopero “vaso e incisivo” che potrà coinvolgere tutta la categoria dei giornalisti. C’è “massimo allarme e rabbia, almeno pari al senso di responsabilità con cui abbiamo seguito questa vicenda”. La dead line per alcuni giornali, ha aggiunto la federazione per voce del presidente Roberto Natale, è già stata “oltrepassata” e non si può perdere il treno del mille proroghe.

Il responsabile Cultura e Editoria del Pd Matteo Orfini dichiara: ”Bonaiuti deve smettere di prendere in giro il mondo dell’editoria. Due mesi fa ci ha detto che i fondi sarebbero stati confermati, oggi si accorge che in Italia c’e’ la crisi. E per affrontarla il governo cosa fa? Taglia orizzontalmente a tutti, invece di fare davvero una riforma che recuperi risorse moralizzando il settore. E’ una scelta sbagliata a cui si aggiunge la beffa: il sottosegretario sostiene che questa scelta non colpirà i piccoli giornali. Se vuole, possiamo organizzargli un giro tra le tante testate che stanno attivando la cassa integrazione. Forse riprendere contatto con la realtà aiuterebbe questo governo a combattere la crisi e non ad aggravarla”.

Una mozione bipartisan per fermare i tagli. Dal senato arriva un appello bipartisan per impedire al governo di mettere la fiducia, impedendo l’introduzione di nuovi emendamenti. Parlamentari di maggioranza e opposizione (Vincenzo Vita e Luigi Lusi del Pd, Roberto Mura della Lega, Enzo Raisi e Alessio Butti del Pdl), il presidente della Fnsi, Roberto Natale, e Lelio Grassucci di Mediacoop. Tutti, o quasi, hanno convenuto che il ‘milleproroghe’ è “l’ultimo treno”. “Se il governo non inserirà nel maxiemendamento al ‘milleproroghe’ la norma che fa slittare di un anno i tagli centinaia di testate dovranno chiudere”, ha affermato Vincenzo Vita. Nel ‘milleproroghe’ “c’è di tutto, anche i fiori di Sanremo, ma non si tutela la vita delle testate”. Lusi ha tenuto a sottolineare che un emendamento ‘bipartisan’ aveva superato lo scoglio della commissione Bilancio, proprio perché “non ha problemi di maggiori spese e di minori entrate” incontrando poi il ‘no’ del governo nella commissione di merito, la Affari costituzionali. Se la questione non dovesse risolversi si rischia, secondo Lusi, la “possibilità che il governo decida quali giornali possano vivere. Evidentemente l’impegno preso da Tremonti con il presidente della Camera, Gianfranco Fini, è carta straccia”. “Una boccata d’ossigeno ci vuole – ha affermato il leghista Mura – spero che in caso di fiducia la norma entri nel maxiemendamento. Altrimenti nel dl sviluppo sugli incentivi” che però doveva essere varato a fine gennaio e ancora non vede la luce. Poi il senatore del Carroccio ha proseguito: “Se c’è qualcuno che ha una volontà diversa e vuole chiudere i rubinetti lo dovrà anche dire”. Per Raisi, la “partita vera si gioca sul ‘milleproroghe’ e sul tema c’è tensione anche nella maggioranza. Il ‘milleproroghe è l’ultimo autobus. E se il governo non risolve la questione forse alla Camera ci saranno dei problemi”. “Se c’è una grande iniziativa di opinione, anche della rete, mediatica, persino Tremonti dovrà tenerne conto”, è l’auspicio di Vita.

Iv.Gia
www.partitodemocratico.it

"La Grande Deroga", di Ezio Mauro

Con tutto il rispetto dovuto – fino a prova contraria – a Guido Bertolaso e con tutto il dispetto generato dalla nuovissima concezione della legalità a percentuale di Silvio Berlusconi (“se uno opera bene al 100 per cento e poi c’è l’uno per cento discutibile, quell’uno va messo da parte”), lo scandalo della Protezione civile non può essere liquidato con le promesse eroiche del super-commissario, pronto a “dare la vita” per convincere gli italiani che non li ha ingannati, e nemmeno con gli insulti rituali del premier ai magistrati: “Si vergognino, Bertolaso non si tocca”.

Si tratta semplicemente di capire cosa sta succedendo nell’ombra gigantesca e secretata delle Grandi Opere e delle Grandi Emergenze, dove sembra affiorare – grazie all’annullamento di tutti i controlli e di ogni regola – un sistema di corruzione e di appalti pilotati compensato all’italiana con una girandola di favori personali ai funzionari statali: pagati ben volentieri e con larghezza di mezzi dalle imprese che ricevevano i lavori pubblici con scelte totalmente discrezionali, sottratte alla legge e a ogni sorveglianza. Tutto ciò impone un’operazione di trasparenza, davanti ai cittadini. Nell’interesse di Bertolaso, del governo e dei contribuenti, deve cadere il velo che occulta metodi e procedure della Protezione civile, coperti dallo stato permanente d’emergenza.

Un’emergenza che diventa eccezione, dicono i magistrati, e che ha generato un meccanismo di scambio perfetto, dove imprese private e funzionari pubblici maneggiano corruzione, appalti e favori, in una “gelatina” di Stato coperta dalla Grande Deroga berlusconiana.

I fatti, (raccolti nell’ordinanza da un gip che a Milano archiviò l’inchiesta sul Lodo Mondadori, salutato con entusiasmo da Berlusconi: “finalmente c’è un giudice a Berlino”) sono semplici: tre pubblici ufficiali incaricati dalla Presidenza del Consiglio di gestire i cosiddetti Grandi Eventi dei mondiali di nuoto, del G8 alla Maddalena e dell’anniversario dell’Unità d’Italia, “hanno asservito” la loro funzione pubblica con risorse e poteri enormi “in modo totale e incondizionato” agli interessi di un imprenditore interessato. Almeno cinque grandi appalti sono stati pilotati e l’imprenditore ha ringraziato con 21 benefit regalati ai funzionari statali infedeli, ai loro amici e ai grand commis circostanti per rispondere ad ogni loro esigenza privata, dalle auto alle colf, alla ristrutturazione delle case, ai favori sessuali, ai viaggi, agli alberghi, alle assunzioni di figli e cognati.

Una “gelatina”, appunto, “di ordinaria corruzione”, una ragnatela che ha portato a quattro arresti, tra cui il presidente del Consiglio Superiore per i Lavori Pubblici, per corruzione continuata e a quaranta indagati, compreso Guido Bertolaso: l’ordinanza sottolinea “i rapporti diretti” dell’imprenditore beneficato dagli appalti pilotati con il Super-commissario, gli incontri “di persona” in previsione dei quali l’impresario “si attiva alla ricerca di denaro contante, tanto che gli investitori ritengono fondato supporre che detti incontri siano stati finalizzati alla consegna di somme di denaro a Bertolaso”.

C’è solo da sperare che gli indagati dimostrino che le accuse non sono vere, non ribellandosi alla giustizia come Berlusconi consiglia a Bertolaso, ma aiutandola a chiarire in fretta. Intanto, purtroppo, sono vere le risate da sciacalli degli imprenditori che pregustano con certezza gli appalti statali per la tragedia dell’Aquila, e poche ore dopo la scossa raccontano al telefono: “Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro il letto”.

Ma se questo è il quadro dell’inchiesta, qual è la cornice istituzionale che lo circonda? Si dovrebbe parlare di potere, più che di istituzioni, se si vuole capire. La Protezione civile, che Berlusconi sta trasformando in Spa, è infatti uno straordinario esperimento politico di Stato d’eccezione, con un ramo operativo del governo libero da ogni controllo e sciolto dalla legge. Questo vale naturalmente per le grandi sciagure, le calamità nazionali, le vere emergenze per cui è nata la Protezione. Ma poi, il governo ha esteso lo stesso sistema ai Grandi Eventi, dai giochi del Mediterraneo all’anno giubilare paolino, ai viaggi del Papa in provincia, ai mondiali di nuoto, all’esposizione delle spoglie di San Giuseppe da Cupertino, alla Vuitton Cup. Nel solo 2009 le opere d’emergenza sono state 78, dal 2002 addirittura 500, con una spesa di 10 miliardi di euro.

Questa emergenza continua, che si estende ovunque, è sottratta per legge al controllo della Corte dei Conti e a quello dell’Autorità per i lavori pubblici, e la Protezione civile può agire in deroga ad ogni disposizione vigente. Libertà totale: dalle leggi sulla trasparenza, sui requisiti dei contratti, sulla concorrenza, sugli appalti, sulla pubblicazione dei bandi, sugli avvisi, sugli inviti, sulle verifiche archeologiche, sulle varianti, sui termini, sulla selezione delle offerte, sull’adeguamento prezzi, sulla progettazione.

È un sistema che, portato fuori dai confini del pronto intervento d’emergenza per le sciagure nazionali, non ha alcun senso nell’equilibrio tra i poteri dell’amministrazione statale. Acquista però un senso politico e istituzionale fortissimo nel disegno di riordino gerarchico che Berlusconi persegue, e che chiama “riforma”. Il Presidente del Consiglio ha dimostrato più volte di non accettare controlli e bilanciamenti tra i poteri, ritenendo se stesso, in pratica, una deroga vivente alla Costituzione repubblicana, in quanto investito di quel consenso popolare che lo scioglie da ogni regola e ogni consuetudine, sovraordinandolo rispetto al potere giudiziario e agli organi di garanzia. Le stesse leggi ad personam che stanno bloccando il Parlamento per sottrarre il Premier al suo giudice, sono nello stesso tempo un gesto disperato di fuga e la fondazione di un nuovo ordine, dove la legge non è più uguale per tutti, perché il potere supremo può salvarsi decretando per se stesso l’eccezione, e su questa eccezione fondare una nuova gerarchia istituzionale di fatto.

In questa visione che contiene la sfida suprema e necessitata del berlusconismo, Bertolaso e la Deroga permanente in cui vive e opera rappresentano un test istintivo e naturale, su vasta scala, impiantato su un meccanismo emergenziale fatto di emozioni, dolori e spettacolarità, perfetto per un’interpretazione politica carismatica e populista. Con la Protezione civile che diventa Spa, e sta per usufruire di una speciale immunità presente, futura e retroattiva, la Deroga va al governo: e il modello Bertolaso prefigura la dimensione finale del moderno populismo di destra, con la politica ridotta a pura ideologia interpretata dal leader magari insediato al Quirinale, la partecipazione popolare ridotta a vibrazione periodica di consenso, la forma di governo resettata sul puro tecnicismo elevato a massima potenza. Il governo come solutore di problemi (proprio mentre si rifugge dallo Stato), signore delle leggi in nome di un’emergenza permanente: che rende ogni intervento pubblico octroyée da uno Stato compassionevole e propagandistico, tra gli applausi dei cittadini divenuti spettatori di un discorso pubblico tramutato in format di Grandi Eventi.

Ecco perché l’inchiesta sulla Protezione Civile colpisce il cuore del berlusconismo. Il Cavaliere ha fretta, procede per immunità e scorciatoie, riduce la politica a prospettiva di pura forza che travolge anche ogni orizzonte di riforma costituzionale condivisa. La Grande Deroga è già un cambio materiale della Costituzione, in atto, mentre qualche autorevole esponente dell’opposizione chiede ancora ogni giorno in un’intervista quando si comincia con le riforme.

Ma oggi, la Grande Deroga produce con tutta evidenza la gelatina di Stato della corruzione. E dunque diventa esemplare, dimostrando a chi non vuol capire che l’esercizio del potere fuori dai principi costituzionali che lo costringono dentro forme e limiti sfocia facilmente nell’arbitrio, nella disuguaglianza e nell’esclusione, in quell’abuso che è la vera cifra complessiva di questa destra al governo. Non solo: pregiudica quella “modernizzazione” che vive solo nella propaganda del governo ma di cui il Paese ha bisogno, negando il mercato e la concorrenza, come denuncia apertamente la Confindustria contestando la totale discrezionalità degli appalti, senza trasparenza. Riproduce un’Italia del malaffare che premia la corte e i peggiori, rimpicciolendo le opportunità dell’intero sistema.

Per queste ragioni, il governo oggi dovrebbe vergognarsi di porre la fiducia blindando il decreto che vuole far nascere la Protezione civile Spa. E l’opposizione dovrebbe sentire l’importanza della sfida, la sua portata, ed esserne all’altezza. Dopo che l’inchiesta squaderna la realtà dei Grandi Eventi, della finta emergenza, il parlamento dovrebbe diventare il luogo della trasparenza, non della militarizzazione di una decisione politica che rivela i suoi buchi neri. Questo per rispetto dei cittadini e dello stesso Bertolaso, che deve spiegare se è colluso come pensano i magistrati o se è incauto nello scegliere i suoi collaboratori, e incapace di sorvegliarne l’operato: da questo e solo da questo si capirà se deve dimettersi o può restare al suo posto, chiedendo scusa e cambiando metodo. Noi non diremo mai “diteci che non è vero”, come ripetono in molti davanti alla realtà dell’inchiesta: diteci quel che è vero, piuttosto. Diteci la verità.
La Repubblica 12.02.10

"L'Aquila aspetta il miracolo", di Primo Di Nicola

Sfollati a quota 40 mila. Macerie ancora da rimuovere. Rischi inquinamento. È lungo l’elenco dei problemi irrisolti. A dieci mesi dal sisma. La nomina a ministro annunciata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, una commossa lettera di addio agli abruzzesi su una pagina del ‘Centro’. Così Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, alla fine di gennaio ha passato le consegne al nuovo commissario per la ricostruzione, il presidente della Regione Gianni Chiodi e al suo vice, il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente. Se ne è andato con la riconoscenza dei terremotati per il modo in cui la Protezione civile ha offerto i suoi generosi aiuti e l’orgoglio per quanto realizzato per avviare il rientro alla normalità, a cominciare dal Progetto Case (Complessi antisismici ecocompatibili ecocostenibili), oltre 180 edifici, per non parlare di qualche migliaio di Map, le casette in legno. In tutto, Bertolaso ha speso oltre 1 miliardo e mezzo di euro per assistere la popolazione e completare opere in grado di dare un tetto sicuro a oltre 20 mila persone. Un successo, insomma, anche se non sono solo rose. Nell’eredità che lascia a Chiodi ci sono anche problemi: il numero degli sfollati ancora in alberghi e case private; una situazione incandescente nei comuni fuori dal cratere del sisma; una città intasata di macerie; i guasti ambientali provocati dal Progetto Case.

La carica dei 40 mila Il problema più grande è senza dubbio quello degli sfollati aquilani. A oltre dieci mesi dal terremoto e nonostante le promesse del premier che aveva assicurato una casa per tutti entro il 31 dicembre, sono oltre 40 mila gli aquilani che continuano a vivere in hotel (6 mila), caserme (1.100), appartamenti lungo la costa (2.400) e soprattutto in autonoma sistemazione in case in affitto o altro (più di 31 mila). Come mai così tanta gente non è riuscita ad avere un nuovo alloggio o a rientrare nelle proprie abitazioni? La questione non è di poco conto visto che, a parte tutto il resto, assistere questa massa di sfollati costa tantissimo: un giorno in albergo vale fino 70 euro a persona, gli affitti arrivano a un massimo di 800 euro. Morale: dallo scorso aprile sono già stati spesi oltre 220 milioni per dare ospitalità agli aquilani. Certo, i terremotati da sistemare sono risultati tanti, oltre 70 mila, ma le ragioni per le quali ancora oggi circolano tutti questi sfollati, secondo Giustino Masciocco, assessore alle Politiche abitative del comune, “vanno fatte risalire alle stime sbagliate della Protezione civile sul fabbisogno delle abitazioni da costruire per coloro che avevano visto la propria distrutta dal sisma e nei ritardi con i quali si stanno riparando le case poco danneggiate”. Una tesi confermata da Cialente che definisce tutto ciò “la nostra Waterloo”. Cominciamo dall’errore di calcolo.

Conti in rosso Le cifre dicono chiaramente che rispetto ai 7.181 aventi diritto a uno degli alloggi del Progetto Case in quanto proprietari di abitazioni classificate E ed F (quelle distrutte e le altre inutilizzabili perché vicine ad altre pericolanti) la Protezione civile ne ha costruite solo 5.565, ben 1.616 in meno del necessario. Con il risultato che altrettanti nuclei familiari composti da single giovani e anziani o da coppie sono rimaste senza l’alloggio. Questo errore, a sentire il Comune, è stato determinato dal fatto che il primo censimento dei danni avviato da Bertolaso venne fatto trascurando la ‘zona rossa’ del centro storico quasi completamente distrutta e lavorando sulla fascia della cinta urbana meno danneggiata. Questa circostanza, unita al fatto che spesso i fabbricati compresi nelle fredde statistiche non erano case monofamiliari ma condomini anche con più di 20 appartamenti, hanno favorito l’errore di stima che ha spinto Bertolaso a fine maggio a fare costruire soli 3.775 alloggi. A dire al verità, anche il Comune aveva avviato un suo screening basato sui dati dell’anagrafe che indicò in circa 12 mila i nuclei che potevano avere bisogno di nuove abitazioni. Ma Cialente, che pure racconta di avere portato queste stime a Bertolaso, non venne ascoltato. Così si è andati avanti nell’errore. Fino a metà agosto, quando alla Protezione civile sono arrivati i risultati di un altro censimento che fissava il numero delle famiglie con abitazione E ed F crollate o inutilizzabili in circa 13 mila. E di questi appunto 7.181 chiedevano l’alloggio del Progetto Case. Solo davanti all’evidenza di questi numeri Bertolaso si decide a rimediare ordinando la costruzione di altri 675 appartamenti, mentre Cialente chiede 1.600 Moduli abitativi provvisori (Map), le famose casette di legno, ottenendone però solo 1.115. Ma nemmeno questa accelerazione è sufficiente: all’appello continuano a mancare ancora 1.616 appartamenti per un totale di circa 2 mila persone che continuano ad alimentare l’esercito degli sfollati.
L’Espresso 12.02.10

«Il finale di partita», di Sofia Toselli*

E così siamo arrivati al finale di partita. Di fronte a quella che viene mediaticamente definita una ’”grande riforma”, quella della scuola superiore, che invece ci condurrà ad una clamorosa involuzione: culturale, democratica e produttiva.Il livello di civiltà di un paese oggi si gioca sul terreno della cittadinanza consapevole, cioè sulla capacità di tutti i cittadini di governare responsabilmente la propria esistenza, di capire e controllare i processi tecnologici, scientifici, ambientali ed economici in atto, di modificare – nell’interesse comune – stili di vita e di pensiero, di far fronte alle sfide che la contemporaneità pone, di riutilizzare in ogni contesto lavorativo e in ogni età della vita le conoscenze e le competenze apprese a scuola. E’ dunque obiettivo strategico della scuola quello di formare mentalità critiche, capaci di risolvere problemi, di abituare al dubbio, all’imprevisto, alla curiosità; e, contemporaneamente, di sviluppare il pensiero logico e razionale in grado di confrontarsi con la dimensione scientifica, tecnica, storica e con ogni altro aspetto dell’espressività umana. Oltre al compito di educare al rispetto di regole, patti e persone salvaguardando valori condivisi e l’etica nei comportamenti pubblici e privati di cui si è persa traccia.

Serviva allora un grande dibattito, serviva un confronto ampio e serio, serviva intelligenza, sapienza, lungimiranza per arrivare ad una riforma moderna ed efficace del sistema scolastico (di tutto il sistema scolastico!) capace di contenere i cambiamenti culturali e sociali, nuove modalità di apprendimento, nuove condizioni e nuovi tempi di apprendimento.
Si è invece rinunciato a dibattere e a confrontarsi sui nodi di fondo. Si è rinunciato a trovare soluzioni adatte a combattere dispersione e abbandoni. A innalzare la qualità degli apprendimenti, a incoraggiare e premiare ricerca e innovazione.
La scuola superiore resta vecchia nel suo assetto ordinamentale, nel suo impianto culturale, nel suo modo di insegnare. Non basta allora dare un nome diverso alle cose perché esse esistano; nella scuola parlare di competenze chiave europee, di nuovi assi culturali, di metodologia laboratoriale non vuol dire nulla se non si rinnovano nel profondo conoscenze, insegnamenti, ambienti, tempi, professionalità. Se cioè non si creano le condizioni perché i cambiamenti avvengano. E i cambiamenti innanzitutto avvengono quando sono condivisi.
Mentre i regolamenti di riordino della secondaria superiore irrompono nella scuola al di fuori di un progetto culturale ed educativo condiviso, capace di rimettere la scuola in sinergia con le grandi questioni tipiche della contemporaneità. Le scelte del governo sono state fatte senza confronto reale, senza alcuna preliminare verifica delle esperienze maturate nelle scuole, senza pensare alla sostenibilità delle soluzioni adottate. Senza confronto parlamentare. Mortificando il ruolo degli Enti locali e delle Regioni, del CNPI, dei Sindacati e delle Associazioni professionali. Dissolvendo l’autonomia delle scuole.
Non si è dato neppure ascolto alla ragionevole e insistente richiesta di rinviare di un anno la messa a regime del nuovo ordinamento per consentire a studenti e famiglie almeno di compiere le scelte con maggiore consapevolezza.
Senza incertezze si è andati avanti e ora siamo di fronte a cambiamenti che hanno come prevalente obiettivo il drastico risparmio di spesa. Come se la cittadinanza e la democrazia fossero diventate un costo insostenibile per il nostro paese, tanto da indurre il ministro Gelmini a superare persino i risparmi richiesti da Tremonti.
Ma non c’è solo questo: c’è in gioco anche un disegno volto a riproporre una cultura a compartimenti stagni, che segnerà profonde divisioni sociali, funzionali (e propedeutiche nello stesso tempo) a una scuola strutturata gerarchicamente, dove la separazione fra culture, tra sapere e saper fare, è il caposaldo su cui poggerà l’impalcatura culturale e organizzativa del “riordinato” sistema scolastico. Come se, in un quadro di saperi e competenze di cittadinanza, fosse ancora possibile pensare a una istruzione che si fondi solo su una cultura “disinteressata” o solo su competenze a “spendibilità” immediata.
La decantata riforma “epocale” ripropone infatti un ordinamento scolastico che vede, dopo la terza media, da una parte i Licei destinati ai ragazzi “più bravi”, con famiglie in grado di sostenere la scelta di studi prolungati (il Liceo Classico in testa), dall’altra gli Istituti Tecnici per i cosiddetti “quadri intermedi”; infine i Professionali per chi svolgerà attività puramente esecutive, scelta residuale per i ragazzi più deboli, culturalmente e socialmente.
Non è neppure previsto – se non formalmente – un biennio obbligatorio e unitario di tutti gli indirizzi, che avrebbe dovuto avere l’obiettivo di costruire percorsi culturali di equivalente valenza educativa per consentire non scelte di ripiego, connotate socialmente, ma opzioni consapevoli, determinate da personali interessi e competenze.
Non basta: il comma 4 bis dell’articolo 64 della legge 133/08 recita: “L’obbligo di istruzione si assolve anche nei percorsi di istruzione e formazione professionale”.E un emendamento approvato dalla Commissione Lavoro della Camera, terminato il suo iter legislativo, consentirà a tanti quindicenni, considerati un fastidioso e costoso ingombro per la scuola, di assolvere l’obbligo di istruzione persino nell’apprendistato. Una scelta sbagliata e ingiusta che ha l’obiettivo di “smistare” i più deboli verso un canale privo di contenuti culturali e di efficacia formativa. L’idea è sempre la stessa: selezionare ed escludere prima che si può, senza offrire alcuna possibilità di rimotivare allo studio e recuperare alla scuola gli alunni che più ne hanno bisogno.
E così mentre l’Unione Europea, l’Ocse e Bankitalia dicono che bisogna investire di più in conoscenza e istruzione, l’Italia fa il percorso inverso: taglia drasticamente risorse, tempo scuola, insegnanti, torna indietro sull’obbligo e prepara un sistema scolastico che, per l’organizzazione didattica e le indicazioni di contenuti che propone, abbasserà il profilo culturale di tutta la popolazione. E se la politica chiude gli occhi sul futuro di tanti ragazzi, gli insegnanti debbono tenerli ben aperti perché tutte le esperienze didattiche caratterizzate da spirito di inclusione, da innovazione metodologica e didattica e da cooperazione professionale possano essere rimesse sapientemente in campo, sfruttando ogni possibile spazio di autonomia. Con l’auspicio che presto si torni a dibattere di scuola e si arrivi a una riforma reale e condivisa di tutta la scuola italiana.
*Presidente nazionale CIDI
da ScuolaOggi