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«Editoria, governo conferma i tagli. Colpo al cuore all'informazione libera», di Bianca Di Giovanni

Pietra tombale sul pluralismo dell’informazione. Il governo non salva le testate di idee, opinioni, cooperative e non profit: nessun emendamento nel decreto Milleproroghe. Nonostante le rassicurazioni di Giulio Tremonti. Dopo un pomeriggio di stop-and-go sul provvedimento in Senato, in serata è arrivato il maxiemendamento su cui è stata chiesta la fiducia che si voterà oggi. L’ennesima. Evidente che il governo non si fida della sua stessa maggioranza. Testo blindato: modifiche impossibili.

Anche quella sull’editoria, che pure aveva trovato un sostegno trasversale, su cui si era esposto anche il presidente della Camera Gianfranco Fini. Non solo restano in piedi le norme infilate con un blitz in Finanziaria, che cancellano il diritto soggettivo delle aziende ad accedere ai contributi diretti. C’è di più. C’è anche un comunicato di Palazzo Chigi in cui si annuncia un taglio ai contributi di circa il 20% sui fondi del 2010, che saranno erogati secondo un nuovo regolamento da stilare in estate dopo gli Stati generali dell’Editoria, convocati per giugno. Insomma, il sistema passato è cancellato. Per ora c’è l’assenza del diritto e meno fondi «per via della crisi», dichiara Paolo Bonaiuti.

Un binomio mortale, che getta nella crisi decine di aziende già pronte a chiedere cassa integrazione e stato di crisi. Se non cambia nulla alla fine dell’anno delle 92 testate finanziate dal fondo ne resteranno in piedi sì e no la metà, azzarda qualche addetto ai lavori. Con un danno grave al pluralismo dell’informazione. Tra le testate colpite compaiono infatti giornali importanti per la loro storia e la loro diffusione, come l’Unità, il loro forte rapporto con i lettori come il Manifesto. Ma anche nuove e ricche esperienze editoriali, che sperimentano nuovi modelli di comunicazione. Ci sono le cooperative e le imprese senza scopo di lucro e le testate delle minoranze linguistiche. Un universo variegato, che ha difficoltà ad accedere alla ricca torta della pubblicità. Tra questi anche giornali «finti», aperti solo per intercettare i contributi: per questo esiste la forte determinazione alla riforma del settore. Ma non certo con la spada di Damocle del rischio chiusura sulla testa.

Il rischio maggiore non sta tanto nelle minori risorse (dovrebbero scendere a circa 130 milioni, dai 170 utilizzati per il 2008), che comunque hanno copertura, come ha deliberato la commissione Bilancio del Senato. Il vero attacco sta nell’abolizione del diritto soggettivo. Grazie a quel sistema, infatti, ciascuna testata godeva della certezza di poter accedere a una somma stabilita, in base a certi criteri. Questa certezza – fondata appunto sul diritto soggettivo al sostegno – consentiva alla testata di iscrivere a bilancio il contributo pubblico, o di utilizzarlo come garanzia su prestiti bancari fin quando il contributo non fosse stato effettivamente erogato. I finanziamenti infatti vengono sbloccati nell’anno successivo a quello di riferimento. In questi mesi si attende il contributo relativo al 2009, che in via di principio dovrebbe essere erogato secondo il vecchio sistema, ma che il governo intende invece calcolare secondo il nuovo.

Eliminato il diritto soggettivo, si adotta il sistema della «torta» da distribuire tra i vari richiedenti. Una «fetta» a ciascuna testata. Il fatto è, però, che fino a fine anno non si conosce la consistenza della «fetta», perché non si sa tra quanti soggetti si dovrà spartire la torta. Questo impedisce alle imprese di iscrivere cifre in bilancio o di accedere a crediti bancari. Ecco perché è una scelta mortale, un vero accanimento che non produce risparmi, ma solo stati di crisi. Non sembra una grande trovata per un ministro dell’Economia che voglia combattere gli effetti della crisi.
Il fronte dei giornali di opinione e il sindacato dei giornalisti non rinuncia alla battaglia parlamentare, nonostante la blindatura del governo. Ora la battaglia si sposta alla camera e se anche lì il governo dovesse tirare dritto, si utlizzerà il decreto annunciato dal ministro Scajola per lo sviluppo. Ma di quel decreto non si è vista ancora traccia.
da www.unita.it, del 10 febbraio 2010

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da www.manifesto.it
Saliamo sul tetto
Berlusconi impone il voto di fiducia sul maxiemendamento che sancisce la fine del diritto soggettivo al contributo pubblico del quale finora hanno goduto il manifesto e un centinaio di testate no profit e di partito, tra cui L’Unità, Liberazione, Il Secolo d’Italia, la Padania, Avvenire, Europa e tanti altri. Il manifesto da trentanove anni (aprendo la via ad altri quotidiani) vive e combatte senza padroni e padrini alle spalle, con pochissima pubblicità e con la sola forza dei suoi lettori e abbonati. Questa è una condanna a morte, né più né meno. Non intendiamo mollare, protesteremo, combatteremo, andremo in piazza, saliremo sui tetti se necessario. Chiameremo i nostri compagni di sempre e i cittadini democratici a sostenere la nostra resistenza.
Il pretesto dell’affossamento della libertà di stampa è che bisogna risparmiare, mentre si buttano soldi a man bassa in corruzione pubblica e privata. È un attacco mortale ai quotidiani no profit, alla libertà di stampa e alla democrazia del paese. Il capo di questo governo è padrone di una fetta enorme dell’informazione italiana e comanda su gran parte di quella pubblica e di quella privata di cui non è direttamente proprietario. Comincia dai piccoli e deboli per poi mettere in riga e addomesticare i forti. Per tutte queste ragioni, che riguardano la libertà del paese e non soltanto la vita del manifesto, chiediamo a tutti, a partire dal parlamento, dalle forze politiche e dagli altri quotidiani, anche nostri avversari, solidarietà, sostegno e iniziative comuni. Siamo furiosi, ma fiduciosi nella possibilità di una risposta forte a chi ci vuole giustiziare.

Scuola, Pd: è di oltre un miliardo il debito del governo con le scuole. Ghizzoni: siamo al collasso e governo scarica costi su famiglie

”Il Governo sovverte la realtà e ancora una volta non risponde nel merito alla nostra interpellanza parlamentare sul credito di un miliardo di euro vantato dalle scuole nei confronti dello Stato e sugli effetti nefasti della recente nota ministeriale per la compilazione dei bilanci delle scuole”. E’ quanto afferma Manuela Ghizzoni, Capogruppo del Pd in commissione Cultura alla Camera sottolineando come “le parole del Governo servano solo a coprire l’intenzione evidente di non restituire alle scuole quanto dovuto e dimostrano malafede nel tentativo di attribuire al Governo Prodi la difficilissima condizione finanziaria degli istituti che, dati alla mano, è invece da attribuirsi al Governo Berlusconi. Tra il 2002 e il 2006, infatti sono stati progressivamente decurtati i trasferimenti delle risorse alle scuole. Una condizione incancrenita poi dalla politica dei tagli del duo Tremonti Gelmini che – sottolinea Ghizzoni – oggi mette in discussione lo stesso pagamento delle supplenze, il funzionamento amministrativo e didattico e, addirittura, i servizi di pulizia e di sorveglianza degli istituti. La situazione è molto grave e non possiamo accettare che ora il governo attraverso una circolare ministeriale zeppa di tecnicismi contabili dica, di fatto, alle scuole ‘arrangiatevi, quel poco che vi diamo lo potete spendere come volete, anche in violazione dei vigenti regolamenti di bilancio, e gli eventuali buchi per far fronte all’ordinario funzionamento potete coprirli con le risorse che recuperate da altri soggetti, magari dai genitori’. E’ una risposta irricevibile, che conferma la volontà del governo di sottrarsi al finanziamento della scuola affinchè possa assolvere al suo mandato costituzionale. Così si definitivamente la scuola pubblica facendone ricadere gli effetti sui bilanci delle famiglie: i contributi volontari dei genitori, nella previsione di Tremonti e Gelmini sono assimilabili ad una vera e propria tassa sulla scuola. Il Partito Democratico continuerà a battersi contro questo attacco all’autonomia e alla dignità della scuola pubblica e – conclude Ghizzoni – l’11 Marzo promuoverà’ nelle piazze italiane una giornata nazionale di mobilitazione per la difesa della scuola.
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Interpellanza urgente a firma Ghizzoni sui crediti delle scuole nei confronti del Governo discussa oggi alla Camera dei Deputati: presentazione dell’On. De Pasquale, risposta del sottosegretario Pizza e replica dell’On Ghizzoni
http://nuovo.camera.it/view/doc_viewer_full?url=http%3A//documenti.camera.it/apps/resoconto/getDocumento.aspx%3FidLegislatura%3D16%26tipoDocumento%3Dsi%26idDocumento%3D2-00613&back_to=http%3A//nuovo.camera.it/412%3FidSeduta%3D282%26resoconto%3Dstenografico%26indice%3Dalfabetico%26tit%3D00090%26fase%3D00040%23sed0282.stenografico.tit00090.sub00040.int00020

ROSA DE PASQUALE
Signor Presidente, vorrei iniziare il mio intervento utilizzando due brevi ma significative affermazioni che condivido e che ho preso in prestito da un consigliere del Ministro Gelmini. La prima è la seguente: «per accendere un fuoco occorre per lo meno avere legna o altro materiale combustibile. Per costruire un edificio occorrono mattoni e un campo senza semi non dà frutti. È banale, vero?», afferma sempre il consigliere. La seconda riguarda il rasoio di Occam, che da parecchi secoli ci insegna a non procedere alla trasformazione del semplice nel complicato attraverso l’inutile, a meno che… poi vi dirò cosa ne penso.
Ma partiamo dalla prima. La banalità della prima affermazione è riconosciuta dal mio mentore, ma se la utilizzo nella sua semplicità applicandola a quanto è oggetto dell’interpellanza urgente che abbiamo presentato, questa asserzione risulta ancor più forte e interroga il fautore primo della cosiddetta riforma Gelmini, il Ministro Tremonti, il quale continua a dire che non solo non vi sono soldi – e lo dice già da due anni, tagliando ininterrottamente risorse nei confronti della scuola – ma lo fa ribadire anche al Ministro Gelmini, sua attenta esecutrice, nuovamente tramite la recente nota ministeriale, numero di protocollo 9537 del 14 dicembre 2009, della direzione generale per la politica finanziaria e di bilancio, sulle indicazioni riepilogative per il programma annuale delle istituzioni scolastiche nell’anno 2010, con la quale il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca ha dato istruzioni alla scuola per la predisposizione dei bilanci per l’anno 2010 e ha comunicato alle stesse le relative risorse finanziarie cui possono fare affidamento per redigere i suddetti bilanci.
Ricordano il Ministro e il suo consigliere che per costruire un edificio occorrono i mattoni; ma la banalità di un simile principio sembra non riuscire ad interessare i piani alti e ciò è sempre più grave, in quanto detta nota – che in modo illegittimo non fa riferimento a due pilastri delle autonomie quali il regolamento di contabilità e i «capitoloni» – non si limita a confermare l’inadeguatezza delle risorse destinate alle supplenze e agli esami di Stato e l’assenza di quelle per il funzionamento didattico e amministrativo, ma modifica pesantemente la normativa per il finanziamento delle scuole, con particolare riferimento ai regolamenti vigenti disciplinati dal decreto ministeriale n. 44 del 2001 e dal decreto ministeriale n. 21 del 1o marzo 2007, arrecando ostacoli al servizio e pregiudizio all’autonomia delle scuole stesse.
Ma per cogliere a pieno le motivazioni profonde di questa interpellanza urgente analizziamo, punto per punto, la nota ministeriale del 14 dicembre 2009, pervenuta alle scuole soltanto il 22 dicembre, proprio perché la banalità di un’affermazione che dice che «un campo senza semi non dà frutti» sancisce l’ignoranza, per non voler pensare ad altro, circa le vere motivazioni di coloro che hanno ideato questa nota.
In primo luogo, è stata inviata alle scuole oltre il 15 dicembre 2009, termine di approvazione da parte del consiglio di istituto del programma annuale 2010 e molto oltre il termine del 31 ottobre, per la proposta al consiglio, da parte della giunta esecutiva, del documento predisposto dal dirigente scolastico, data di scadenza fissata dall’articolo 2 del decreto ministeriale n. 44 del 2001.
In secondo luogo, non utilizza l’espressione «dotazione finanziaria ordinaria d’istituto», prevista dall’articolo 1 del decreto ministeriale n. 44 del 2001, che è sostituita da «risorsa finanziaria» su cui codesta scuola può fare affidamento. Infatti, l’articolo 1, comma 7, del decreto ministeriale n. 44, stabilisce che, ai fini della tempestiva elaborazione del programma, l’ufficio scolastico regionale provvede a comunicare alle istituzioni scolastiche, anche sulla base dei finanziamenti assegnati per i precedenti esercizi, una dotazione certa di risorse finanziarie, fatte salve le eventuali integrazioni conseguenti all’approvazione della legge di bilancio dello Stato. Tale norma non trova alcun riscontro nella nota, né per i tempi, né per i contenuti.
In terzo luogo, viola i parametri stabiliti dal decreto ministeriale 1o marzo 2007, n. 21, il cosiddetto «capitolone», che – lo ricordiamo – applica la legge finanziaria del 2007. Infatti, il suddetto decreto ministeriale prevede che a decorrere dal 2007 si stabiliscano parametri nazionali certi per la determinazione della dotazione finanziaria da assegnare alle scuole. Si tratta di un’operazione di trasparenza amministrativa, in applicazione del regolamento sull’autonomia scolastica. Come ci ha detto un direttore del servizio generale ed amministrativo (un DSGA): «Dopo 35 anni di servizio e quasi alla soglia del pensionamento, mi rendo conto che oggi il programma annuale è passato da bilancio di competenza a bilancio di cassa, come si fa nella gestione dei condomini, dove arrivano i soldi programmi e spendi. Se non ti arrivano, stai fermo e vegeti». Per la scuola autonoma non vi è più nessuna possibilità di programmare attività di «ricercazione», cioè di far crescere l’istruzione, la cultura, la formazione dei nostri figli e di sviluppare il nostro futuro.
In quarto luogo, è impossibile evincere, se non per differenza tra l’importo su cui ogni scuola può fare affidamento e gli otto dodicesimi del contratto integrativo di istituto, quale sia l’importo per le supplenze ed il finanziamento delle spese di funzionamento. Queste invece vengono individuate distintamente dalle tabelle del decreto ministeriale n. 21 del 2007. Così un altro DSGA ci scrive: «Il dirigente scolastico è molto preoccupato, in quanto si troverà costretto a interrompere, con conseguente grave ricaduta sulla didattica, alcuni progetti a sostegno dell’integrazione scolastica di alunni stranieri e diversamente abili. Per non parlare poi della situazione di cassa che, considerati gli stipendi di gennaio e le fatture del 2010, ammonta alla misera somma di 5 mila euro. Abbiamo inviato numerosi quesiti al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca ma senza risposta».
In quinto luogo, attribuisce un finanziamento indistinto per supplenze e funzionamento, costringendo le scuole a destinare la maggior parte, se non tutto, alle supplenze, unica spesa per la quale ove non sia sufficiente il finanziamento stesso è possibile richiederne ulteriori.
In sesto luogo, assume in maniera illegittima un indefinito tasso di assenteismo medio nazionale per tipologie di scuola, come riferimento per attribuire risorse aggiuntive per le supplenze. Questo avviene previa verifica dell’effettiva inderogabilità dell’ulteriore fabbisogno. Tuttavia, non è chiaro il motivo per il quale il diritto alla copertura della spesa si affidi ad un parametro esterno ed estraneo alle obiettive situazioni delle singole istituzioni scolastiche. Quando poi saranno finite anche le disponibilità così parametrate, cosa faranno le scuole? Continueranno a rimandare a casa i ragazzi delle classi con i docenti assenti o li divideranno nelle altre, già stracolme aule, e di fatto impediranno l’apprendimento tanto degli studenti ospitati quanto di quelli ospitanti?
In settimo luogo non indica, contrariamente a quanto prevede il decreto ministeriale n. 21 del 2007 alcun finanziamento per le istituzioni scolastiche individuate come capofila per la corresponsione dei compensi spettanti ai revisori dei conti.
In ottavo luogo, impedisce l’iscrizione di ulteriori entrate a carico del MIUR se non dopo specifica comunicazione. Più avanti la nota stabilisce che, per gli accertamenti che comportano una variazione di entrata, tale modifica va preventivamente e tempestivamente deliberata con l’ovvia contestuale pari variazione della previsione di spesa. Al contrario il regolamento di contabilità, all’articolo 6, prevede che le variazioni del programma di entrata e di spesa conseguenti ad entrate finalizzate e gli storni conseguenti a delibere del consiglio di istituto possono essere disposte con decreto del dirigente, ma da trasmettere per conoscenza al consiglio di istituto, non prevedendo quindi alcun obbligo di delibera, alla faccia della partecipazione e della comunità educante.
In nono luogo, richiama solo parzialmente l’utilizzo del finanziamento del contratto integrativo di istituto per gli insegnanti il secondo capoverso del comma 1 dell’articolo 8 del contratto collettivo nazionale vigente riportando la disposizione tra virgolette, senza citare la fonte e senza precisare che i fondi contrattuali sono giuridicamente vincolati al pagamento del salario accessorio del personale della scuola.
In decimo luogo, interviene sull’opportunità di applicare la parte dell’avanzo di amministrazione presunto, consistente nel fondo di cassa ridotto dei residui passivi, per far fronte ad eventuali deficienze di competenza, utilizzando termini non previsti nel decreto n. 44 del 2001 e non comprensibili. Non è definita nelle norme di contabilità cosa possa essere una eventuale deficienza di competenza. Si può ipotizzare che si tratti di una entrata legittimamente prevista nel programma annuale che già si presuppone non sarà poi erogata. Tale vincolo non è contemplato dal regolamento di contabilità che invece prevede che le istituzioni scolastiche utilizzino l’avanzo di amministrazione in totale autonomia, con il solo obbligo di impegnare gli stanziamenti derivanti dall’avanzo di amministrazione presunto solo dopo la realizzazione dell’effettiva disponibilità finanziaria e nei limiti dell’avanzo effettivamente realizzato (articolo 3 del decreto n. 44 del 2001). Va inoltre precisato che nell’avanzo di amministrazione confluiscono anche altri fondi provenienti dai contributi delle famiglie, dagli enti locali, dai privati: questi non possono e non debbono essere utilizzati per coprire il mancato finanziamento dello Stato.
In undicesimo luogo, impone l’inserimento nell’aggregato Z (disponibilità da programmare) dei residui attivi di competenza del Ministero. Questa disposizione, oltre a contrastare tutti i principi di una regolare tenuta del bilancio, è impossibile da applicare per ragioni sostanziali. Si tratta, infatti, per la quasi totalità di importi già liquidati (spese per supplenze di anni precedenti, per esami di Stato o per spese comunque obbligatorie) dei quali le scuole aspettano il rimborso. Si tratta, quindi, di importi da rimborsare già spesi dalle scuole. Ove invece si tratti di importi non impegnati il regolamento di contabilità già vieta l’utilizzo, senza la realizzazione dell’effettiva disponibilità finanziaria (articolo 3 del decreto n. 44 del 2001). A questo proposito un’altra DSGA ci scrive: è una cosa vergognosa che per anni ci hanno detto nero su bianco che dovevamo anticipare con la cassa le spese del personale ed oggi, con le scuole al collasso, ci fanno capire, ma non hanno il coraggio di dirlo chiaramente, che quanto abbiamo anticipato non ce lo daranno più. Ci suggeriscono di non pagare il personale supplente, molti dei quali vivono solo con quei proventi. Ci dicono che per far valere i loro diritti dovranno far ricorso: assurdo e vergognoso.
In dodicesimo luogo, si precisa che i finanziamenti non vincolati dovranno essere impegnati al perfezionamento dell’obbligazione giuridica, ma tutte le casistiche richiamate riguardano, al contrario, finanziamenti vincolati. È il caso, ad esempio, del contratto di istituto. È bene ricordare che tali fondi servono a pagare il salario accessorio per le prestazioni del personale legate al miglioramento dell’offerta formativa, e cioè al valore aggiunto alla didattica. Si tratta di soldi dei lavoratori ed è impensabile utilizzarli per comprare il materiale di consumo, per pagare i revisori di conti o per pagare gli stipendi. Queste spese sono tutte a carico del MIUR.
A questo proposito un altro DSGA chiosa: «Io non mi sono mai lamentata per i provvedimenti del Ministro Brunetta, per le visite fiscali, ma vedere la scuola pubblica allo sfascio, questo veramente mi rattrista, mi irrita e non so se si riuscirà ad uscire da questa situazione». Nella mia scuola abbiamo cominciato ad essere in sofferenza finanziaria due anni fa a dicembre; l’anno scorso a settembre; quest’anno lo siamo già da gennaio. I soldi privati, regolarmente introitati, sono stati spesi tutti per pagare il personale ed oggi non riusciamo a far fronte ai nostri debiti”. È giusto che tutto questo la cittadinanza lo sappia.
Il tredicesimo ed ultimo punto (ma non per importanza) riduce del 25 per cento la spesa per gli appalti, costringendo le scuole a ridurre il servizio e ad aumentare i carichi di lavoro del personale dipendente dalle ditte di pulizia agli stessi collaboratori scolastici. Tutto ciò a partire dalla previsione che nel 2010 occorrerà una diminuzione della prestazione. Ecco la conferma della volontà politica di ridurre drasticamente con tutti i mezzi il servizio scolastico.
In conclusione, la nota ministeriale contiene punti di grande criticità, ma soprattutto non è rispettosa della Costituzione, che impone allo Stato di finanziare le scuole pubbliche. Sì, perché di questo passo taglio dopo taglio, riduzione dopo riduzione, impoverimento dopo impoverimento, la scuola pubblica non solo non potrà più offrire un servizio di qualità, come noi deputati del Partito Democratico abbiamo denunciato l’anno scorso più volte qui in Assemblea, ma neppure potrà più offrire un servizio minimamente accettabile e ora, per tornare al consigliere del Ministro Gelmini, mi dispiace smentirlo, ma, così come la scuola, anche il rasoio di Occam non riesce più ad insegnare. Forse anche il consigliere è stato tagliato in questa furia censoria e così quello che consigliava con intelligenza di non innescare, oggi il nostro Ministro lo applica a piene mani e trasforma il semplice nel complicato attraverso l’inutile.
Infatti, risulterà inefficace questo provvedimento, in quanto non serve a realizzare il fine che sempre dovrebbe presiedere qualsiasi iniziativa governativa specialmente quando si parla del nostro futuro (ho concluso): ovvero favorire la crescita (in questo caso della nostra scuola), mentre il risultato che otterrà sarà quello di aiutarla scientemente a fare un ulteriore passo verso la distruzione dell’accessibilità a tutti del servizio pubblico di istruzione (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

GIUSEPPE PIZZA Sottosegretario di Stato per l’istruzione, l’università e la ricerca. Signor Presidente, in merito a quanto rappresentato dagli onorevoli interpellanti circa le difficoltà finanziarie delle istituzioni scolastiche, si è già più volte riferito in questa sede, ove è stato rappresentato che la sofferenza finanziaria delle scuole ha origine dall’applicazione della cosiddetta norma di salvaguardia, contenuta all’articolo 1, comma 621, lettera b), della legge finanziaria per l’anno 2007.
Questa disposizione ha, infatti, previsto interventi compensativi, previo decremento degli stanziamenti iscritti nello stato di previsione del Ministero dell’istruzione relativi ad altre voci di spesa diverse da quelle del personale, da operare a fronte dell’eventuale mancato raggiungimento delle economie da conseguire a seguito del processo di razionalizzazione del personale docente e del personale amministrativo, tecnico ed ausiliario della scuola, previsto nell’articolo 1, comma 620, della medesima legge finanziaria per l’anno 2007.
Poiché per l’anno scolastico 2007-2008 dette economie non sono state realizzate, a seguito della rimodulazione delle stesse, operata dall’articolo 2, comma 412, della legge finanziaria per l’anno 2008, si è proceduto, per lo stesso anno 2008, ad una riduzione di 560 milioni di euro degli stanziamenti di bilancio relativi alle spese di funzionamento delle scuole statali.
Per il medesimo anno 2008, la suddetta riduzione di 560 milioni di euro è stata peraltro parzialmente compensata da questo Governo, appena insediato, mediante l’integrazione di 200 milioni di euro dello stanziamento del Fondo per il funzionamento delle istituzioni scolastiche, disposta con l’articolo 64 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112.
Le criticità finanziarie rappresentate sono, dunque, da porre in relazione all’applicazione della suddetta norma di salvaguardia, introdotta nella precedente legislatura, e derivano dalla decisione della precedente amministrazione di non procedere alla prevista razionalizzazione degli organici del personale della scuola.
Per l’anno 2009 gli stanziamenti relativi alle spese di funzionamento delle scuole ammontano a 675.896.750 euro, contro 538.221.356 euro del 2008, con un incremento quindi di 137.675.394 euro, mentre per le spese relative alle supplenze brevi lo stanziamento per il medesimo anno 2009 è pari ad 874.967.193 euro, contro 607.215.113 euro erogati nell’anno 2008, con un incremento quindi di 267.752.080 euro.
Quanto alla nota n. 9537 del 14 dicembre 2009, sono state fornite indicazioni alle istituzioni scolastiche in merito alla compilazione dei documenti contabili per la programmazione del 2010 tenendo conto delle risorse finanziarie attualmente disponibili sui capitoli di spesa concernenti il personale ed il funzionamento delle istituzioni scolastiche statali. Dette indicazioni consentono alle istituzioni scolastiche una programmazione certa con riferimento alla dotazione finanziaria comunicata. La nota in questione non lede l’autonomia della scuola né il regolamento di contabilità di Stato. Infatti a tale proposito richiama le istituzioni scolastiche ad una corretta tenuta delle scritture contabili mediante l’assunzione degli impegni di spesa (a tutela dei beneficiari: personale scolastico, lavoratori socialmente utili, e così via).
Per quanto riguarda le supplenze è stata assicurata una risorsa complessiva annuale ad ogni istituzione scolastica determinata sulla base dell’applicazione del decreto ministeriale n. 21 del 2007; le maggiori esigenze corrispondenti alle sostituzioni necessarie per garantire il diritto all’istruzione verranno soddisfatte. La circolare rappresenta inoltre l’opportunità di applicare l’avanzo di amministrazione tenendo presente quanto disposto dall’articolo 3, comma 3, del decreto interministeriale n. 44 del 2001 dove si prescrive che «detti stanziamenti possono essere impegnati solo dopo la realizzazione dell’effettiva disponibilità finanziaria e nei limiti dell’avanzo effettivamente realizzato».
Per quanto concerne la rimodulazione dei contratti di fornitura dei servizi di pulizia ed altre attività ausiliarie di cui alla direttiva del Ministro n. 68 de 2005, si fa presente in primo luogo che tale rimodulazione rappresenta il 2,25 per cento del totale delle risorse destinate ai servizi di pulizia e vigilanza. Inoltre, la medesima rimodulazione è volta alla razionalizzazione della spesa assicurando comunque a tutte le istituzioni scolastiche risorse finanziarie quanto meno pari al costo del personale della scuola sostituito con i servizi esternalizzati, garantendo quindi i più opportuni livelli di servizio e liberando risorse per altre spese di funzionamento.
Per quanto riguarda l’appostazione dei residui attivi nell’aggregato Z, «Disponibilità da programmare», si rimanda a quanto sopra riferito in relazione alle disposizioni del citato articolo 3, comma 3, del citato decreto interministeriale n. 44 del 2001. Quanto alle risorse per le ore eccedenti, nel quadro entrate della circolare in parola è specificato che dette risorse saranno comunicate appena definito il relativo accordo sindacale. Le spese per i revisori dei conti sono ricomprese tra le spese di funzionamento. I corsi di recupero debbono essere realizzati con le risorse del fondo d’istituto. Le risorse per la terza area negli istituti professionali saranno comunicate, come tutti gli anni, con ulteriore nota.
L’assegnazione dei fondi è stata attribuita come disposto dall’ articolo 1 comma 2 del decreto interministeriale n. 44 del 2001 senz’altro vincolo di destinazione che quello prioritario per lo svolgimento delle attività di istruzione, formazione, orientamento proprie dell’istituzione interessata. Al piano dell’offerta formativa autonomamente definito dalla scuola è rimessa la loro articolazione, nel rispetto della normativa. Anche nel corrente anno il Ministero continuerà a monitorare attentamente le necessità finanziarie delle scuole ed interverrà, se del caso, anche in sede di assestamento di bilancio, come peraltro già fatto nell’esercizio 2009.

MANUELA GHIZZONI Signor Presidente, ringrazio il sottosegretario Pizza che so essere sensibile a questi temi, però, evidentemente, la sua personale disponibilità non basta e non può certamente contrastare l’indirizzo politico di un Ministero che, lo constatiamo con amarezza anche in questa risposta, sovverte la realtà e questo è gravissimo.
Colleghi, ritenere che la situazione debitoria sia stata causata, come sta scritto qui, dall’introduzione della clausola di salvaguardia nel 2007, significa essere in malafede, e soprattutto significa non voler riconoscere evidentemente la condizione finanziaria delle scuole che ha cominciato ad andare in sofferenza – queste sono dati incontrovertibili – nel corso della XIV legislatura, cioè tra il 2002 e il 2006, con la guida del Governo Berlusconi. In quegli anni sono stati progressivamente decurtati i trasferimenti dallo Stato alle scuole, come dimostra il monitoraggio che fu effettuato, invece, nel 2007, dei crediti vantati dalle scuole nei confronti dello Stato e solo allora, appunto nel 2007, si è saputo che questi crediti assommavano a più di un miliardo di euro: questo è un dato di fatto. Allora, è del tutto evidente che in questo accumulo di crediti, che sono debiti per le scuole, evidentemente la clausola di salvaguardia non c’entra nulla.
Ma non solo: la clausola di salvaguardia, lo sappiamo tutti, poteva essere compensata con l’aggiunta di risorse, esattamente come ha fatto il Governo Prodi nel corso del 2007 e come in parte ha fatto anche il Governo Berlusconi nel 2008 come è citato e come ci ha informato il sottosegretario. Peraltro, nel 2007 – anche questo è un dato che è registrato nelle contabilità dello Stato e della scuola – si è registrato un sostanziale equilibrio nel rapporto fra fabbisogno e finanziamenti reali delle scuole. Questo equilibrio, lo ripeto, è scritto nei bilanci delle scuole, quindi di nuovo la sofferenza finanziaria è ricominciata con il 2008, cioè con l’avvento di questa legislatura a guida Berlusconi.
Allora, affermare come ha fatto il sottosegretario e come fa il Ministero, che le criticità finanziarie sono dunque da porre in relazione all’applicazione della suddetta clausola di salvaguardia è falso ed è irresponsabile, poiché in questo momento state dando ai cittadini una visione alterata di fatti circostanziati.
In merito poi alle cifre che ha citato il sottosegretario, io mi attengo ad un altro dato oggettivo che abbiamo votato, peraltro, in quest’Aula poche settimane fa, cioè al taglio, alla decurtazione che la finanziaria per il 2010 ha apportato ai fondi per il funzionamento delle scuole: stiamo parlando di più di 226 milioni di euro in meno sottratti alle scuole. Pertanto, vi chiedo come pensate che le scuole potranno assolvere alla loro delicatissima e costituzionale funzione se non avranno le gambe per farlo, se non avranno le risorse?
Signor sottosegretario, poiché piove sul bagnato (in questo caso credo che stia grandinando, addirittura) è giunta da ultimo la circolare oggetto della nostra interpellanza urgente. La collega l’ha illustrata molto bene, perciò riprendo solo alcuni punti. Per fare riferimento di nuovo ad un’aggettivazione che è stata usata nella risposta del Ministero, in questa nota ministeriale di «certo», di «sicuro» c’è solo l’esiguità delle risorse e di «certo» e di «sicuro» c’è un attacco all’autonomia scolastica, all’attuazione dell’offerta formativa, ed aggiungo, alla dignità dei dirigenti scolastici.
Nella vostra risposta apoditticamente affermate che non è vero, che non c’è nessun attacco; ebbene, io sono davvero stupefatta da questo atteggiamento perché, come è scritto nell’interpellanza che ha illustrata benissimo la collega De Pasquale, la nota ministeriale è zeppa, invece, di palesi lesioni all’autonomia e al regolamento di contabilità amministrativa; lesioni che evidentemente avete voluto ignorare nella risposta, ma ugualmente restano, ci sono nei fatti.
Riprendo solo alcuni aspetti che ritengo prioritari nel mio commento alla risposta del Ministro. Sul tema delle supplenze credo che voi non ve la possiate cavare affermando che se ci saranno maggiori esigenze le soddisferemo: in che modo? Come avete fatto l’anno scorso, in cui le scuole hanno affrontato con proprie risorse il problema delle supplenze? Così non può andare avanti, così non si può andare avanti.
Inoltre, non ci avete risposto in merito ad una domanda precisa, cioè a questo fantomatico tasso di assenteismo medio nazionale da voi introdotto. Di che cosa si tratta, che non ne parla nessun regolamento? Non ci avete risposto sul fatto che affidate ad un parametro esterno ed estraneo alle esigenze della scuola il diritto alla copertura della spesa per le supplenze che sono obbligatorie. Poiché vincolate le eventuali risorse aggiuntive ad un atto autorizzatorio del Ministero, è evidente che con questo eccesso di burocrazia voi avete l’unico scopo di impedire, di fatto, di nominare i supplenti.
In ordine all’utilizzo dell’avanzo di amministrazione, siamo al totale travisamento della realtà. A parole fate riferimento al regolamento di contabilità, ma poi nella nota ministeriale avete dato una disposizione ben diversa, poiché indicate di usare questo avanzo per coprire deficienze di competenza. Allora, intendiamoci: dietro questa definizione che, peraltro, non esiste nei regolamenti, voi di fatto introducete un principio molto pericoloso. Suggerite, infatti, alle scuole piene di debiti di far fronte alle spese ordinarie anche con le risorse che le scuole raccolgono, ad esempio, dagli enti locali, dai privati e dai genitori, cioè dai contributi dei genitori che sono volontari e che sono indirizzati ad altro. Non va, infatti, dimenticato – lo voglio qui ricordare – che questi contributi volontari sono finalizzati all’ampliamento dell’offerta formativa e non devono essere utilizzati per far fronte all’ordinario funzionamento. Pertanto, è inaccettabile introdurre per la compilazione dei bilanci, la possibilità di distrarre i contributi volontari dalle finalità per cui sono richiesti ai genitori. A tal proposito, vi ricordo e vi faccio presente che questa illegittima innovazione si configura, come è stato indicato e osservato da Giuseppe Marotto, come una nuova tassa di natura regressiva perché di ammontare fisso indipendentemente dal reddito e grava maggiormente sulle famiglie numerose. Ciò deve essere chiaro: tassa per far fronte ad un servizio pubblico che, invece, dovrebbe essere sostenuto con la fiscalità generale.
É ridicola la risposta che ci avete dato sulla riduzione del 25 per cento delle spese per appalti di pulizia e di sorveglianza. Cito nuovamente la collega De Pasquale, che ha spiegato molto bene quali sono le ripercussioni di questo taglio, poiché avremo più bassi livelli di pulizia e di sicurezza nelle scuole e anche più bassi livelli di occupazione. Ripeto, siete un Governo prociclico, che aiuta la crisi. Quindi, non mi soffermo su questo aspetto ma mi limito a dire che, mentre voi date una risposta rassicurante anche se mendace, sui territori ci sono dei dirigenti degli uffici scolastici regionali che invitano le scuole a effettuare le pulizie dei bagni a giorni alterni. Siamo arrivati a questo e anche la sorveglianza la faremo a giorni alterni. Ma avete il coraggio di andarlo a dire ai genitori? Abbiate questo coraggio! Credo che se è davvero questa la situazione, la potremmo sintetizzare con una parola: una vergogna.
Per quanto riguarda il destino dei residui attivi, non possiamo che essere molto preoccupati. In modo ipocrita citate, a questo proposito, il comma 3, dell’articolo 3, del regolamento contabile che si riferisce al prospetto in cui vanno indicati i singoli stanziamenti di spesa correlati all’utilizzo dell’avanzo. Tuttavia, dimenticate in modo ipocrita di citare il comma 1 dello stesso articolo, che prevede che nel bilancio delle scuole sia iscritto come prima posta di entrata l’avanzo di amministrazione. Questo ve lo siete dimenticati. Questa norma è disattesa e nella risposta non ne date giustificazione: penso che questo sia molto grave.
Allora, do io una risposta, Presidente: volete radiare questo miliardo di euro di crediti che le scuole vantano nei confronti dello Stato, e lo vantano perché hanno onorato loro spese che invece avrebbero dovuto essere affrontate dallo Stato. Voi non volete restituire queste risorse, ma vi state preparando a perpetrare un furto ai danni delle scuole.
Concludo velocemente, Presidente, con una valutazione di carattere politico. Credo che contro la scuola insieme ai provvedimenti ordinamentali state portato avanti scientemente un progressivo taglio delle risorse. Come testimoniano, però, le disposizioni previste dalla circolare, non siamo solo davanti ad un risparmio, ma ad un atto nel quale il Governo sancisce il suo progressivo e incostituzionale disimpegno a garantire il diritto all’istruzione dei nostri ragazzi.
Tra le righe della nota si può leggere chiaramente l’invito che il Governo manda alle scuole: arrangiatevi, quel poco che vi diamo lo potete spendere come volete e gli eventuali buchi di bilancio per far fronte all’ordinario funzionamento potete coprirli con le risorse che recuperate da altri soggetti, magari dai genitori. Questo disegno, ovviamente, non corrisponde al principio dell’autonomia scolastica, ma sovverte il dettato costituzionale e impedisce alla scuola di assolvere alla sua funzione. I cittadini e i genitori devono essere messi nelle condizioni di sapere la verità, che non è contenuta, ovviamente, in questa risposta. La verità è però nota a molte associazioni e a molti organismi, che hanno trasmesso le loro preoccupazioni al Ministero. Ne ho raccolto alcune e le consegnerò al sottosegretario, perché l’atteggiamento del Ministero di non rispondere a queste istanze è arrogante, e lo contestiamo, come, e ho concluso, ci opponiamo duramente alla vostra decisione di affossare la scuola pubblica (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

Polverini in curva Nord

Se la Lazio va in serie B, la candidata alla Regione rischia di non avere voti dagli ultras biancocelesti. Così Alemanno è costretto a scuotere Lotito per salvare il salvabile. Può il calcio orientare le elezioni regionali? Sembrerebbe una boutade di basso livello ma, a sorpresa, quando c’è di mezzo Roma e le elezioni del governatore del Lazio, la risposta è sicuramente sì. Le vicissitudini di una stagione nera per la Lazio stanno condizionando i voti per Renata Polverini: la polemica intorno al presidente della Lazio, Claudio Lotito ha fatto scomodare il sindaco Alemanno e, pare, lo stesso Presidente della Camera, Gianfranco Fini. La minaccia dei supporter biancocelesti è: se la politica non fa nulla per il bene della Lazio, noi non andremo a votare.

Ieri Formello è stato il luogo di una vera guerriglia urbana. Tifosi e facinorosi, esasperati dal silenzio-assenza della dirigenza della Lazio sulle sorti della squadra sempre più vicina alla serie B, sono passati dalle parole ai fatti. Tra i 500 e i 1000 ultras hanno attaccato i cancelli del centro sportivo per cercare di invadere i campi di allenamento. Da qui sono nati gli scontri con le forze di polizia, impegnate a riportare alla calma una situazione degenerata.

Ma quella che poteva sembrare solo una brutta giornata di (pseudo)sport ha avuto dei risvolti politici nuovi e importanti. I tifosi laziali hanno trovato il loro cavallo di Troia: la minaccia di non andare a votare alle prossime elezioni regionali. Il loro pensiero è molto chiaro: siamo un bacino elettorale molto ampio – almeno 100mila voti – per il sostegno al centrodestra, quindi o la “politica” ci risolve il “problema Lotito” o noi non votiamo la Polverini! Un ragionamento talmente lineare che ha immediatamente allarmato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.

L’abbinamento tra i tifosi organizzati della Lazio e il loro schieramento politico sono da tempo noti, così come è certa la vicinanza tra Lotito e alcuni esponenti di spicco della destra, in primis Francesco Storace. Fu proprio l’allora governatore della Regione Lazio a favorire nel 2004, l’accesso di Lotito all’acquisto della squadra capitolina e al decreto “spalma-debiti” che impedì alla Lazio di essere trascinata in un clamoroso fallimento. La Lazio diventò la prima squadra di calcio italiana, che, in barba al fatto di essere una Spa quotata in Borsa e a differenza di altre squadre di calcio, fu messa in grado di spalmare il suo debito di 127 milioni di euro per evitare il fallimento.

Con un Lotito in silenzio stampa e il problema Lazio sul groppone, Alemanno è riuscito prima a fare l’equilibrista con dichiarazioni di comodo che non avrebbero inimicato i “cugini” romanisti. Poi, capendo che la diplomazia non sarebbe bastata a risolvere la questione ha annunciato che“nei prossimi giorni incontrerò i tifosi per ascoltare le loro richieste, facendomi garante affinché ci sia un aiuto alla squadra e attenzione ai loro interessi. Farò di tutto perché i vertici della Lazio si responsabilizzino per allontanare lo spettro della retrocessione in serie B”.

In altre parole, caro Lotito attento a come ti muovi perché qui in ballo non c’è la vittoria contro la XYZ ma la Regione Lazio per i prossimi 5 anni. E la risposta non si è fatta attendere. L’allenatore Ballardini è stato il primo a saltare per aria e al suo posto è stato ingaggiato il goriziano Edy Reja.

Insomma la corsa ad ostacoli per la Polverini ha trovato un nuovo incidente di percorso. Ogni giorno di campagna elettorale sta diventando un calvario per la candidata e per il suo staff sempre più alle prese con dissidi e rivalità interne. Alemanno corre ai ripari per tappare i buchi ma fino a quando sarà in grado di fare l’azzeccagarbugli?
A.Dra
www.partitodemocratico.it

Scuola, volantinaggi “a tappeto” contro i tagli

Domani mobilitazione del Partito democratico davanti alle superiori e alle scuole medie della città. “Nelle scuole modenesi manca tutto”. Volantinaggi a tappeto davanti agli istituti superiori e alle scuole medie superiori. Li organizza per domani, venerdì 12 febbraio, il Partito democratico contro la politica di tagli del ministro Gelmini. Sempre domani, in conferenza stampa, il Partito democratico illustrerà la situazione di crescente difficoltà in cui versano le scuole modenesi che vantano un credito di 19 milioni di euro nei confronti dello Stato.
La cosiddetta riforma del ministro Gelmini, si legge in una nota del Pd, “serve solo a Tremonti per fare cassa: calano le ore settimanali nelle prime 4 classi; si indeboliscono gli istituti tecnici e professionali; scompaiono molte materie d’insegnamento; i precari si trasformano in nuovi disoccupati”. Tutto questo mentre – denuncia ancora il Pd – nelle scuole modenesi manca tutto: “non ci sono più i supplenti; mancano la carta, le penne, i detersivi, il sapone e da quest’anno caleranno anche i soldi per le pulizie”.

"Ho perdonato la killer di papà", intervista a Vittorio Bachelet di Antonella Rampino

L’atrio, la grande vetrata della facoltà di Scienze Politiche a Roma, è rimasto lo stesso» dice Giovanni Bachelet. In quell’atrio lui non ha mai visto «un lenzuolo di tela grossa, e sotto qualcosa come un fagotto, o un animale abbattuto e dal quale spuntava invece una fronte e un ciuffo di capelli grigi», secondo il racconto che ne fece Giampaolo Pansa. Alle 11 e 50 del 12 febbraio 1980 il professor Vittorio Bachelet, vicepresidente del Csm di Sandro Pertini, era stato spinto in un angolo da una studentessa agitata, nell’atrio desertificato «da una telefonata con la quale i brigatisti avevano lanciato l’allarme per una bomba, per questo eravamo lì soli», racconterà poi Rosy Bindi, testimone oculare dell’assassinio.

Quella ragazza agitata e con la pistola in mano si chiamava Laura Braghetti. Strattonò il professore perché si girasse verso di lei, e gli esplose tre colpi di pistola nella pancia. «L’ho incontrata per caso qualche anno fa, in una cosa organizzata dal comune di Roma sulle carceri», racconta Giovanni Bachelet. «Non l’avevo cercata, il perdono è un’altra cosa, il perdono è un’educazione interiore. Diceva Martin Luther King che “l’amore può trasformare un nemico in amico”, e l’odio invece si può prendere noi stessi, la nostra vita».

Degli insegnamenti che gli ha lasciato suo padre Vittorio, «un luminoso giurista cattolico» come lo chiamò Carlo Azeglio Ciampi, questo è forse il più profondo, e insieme il più legato al discorso pubblico, «anche adesso che siamo sulla buona strada e la memoria fatalmente individuale del terrorismo può diventare storia condivisa, con una crescente attenzione alle vittime, con maggiore cura nel non creare eroi. Vede, dobbiamo ringraziare Giorgio Napolitano, ha avuto come alleato il nuovo tempo del distacco, le giovani generazioni che riflettono sul terrorismo, e penso alle foto “Muri di piombo”, e al volume “Sedie vuote” con i familiari delle vittime che raccontano cos’è stata la loro vita davanti a quel vuoto».

«Non ci sarà mai nella tua vita una sedia vuota di me», scriveva a quello che amava la poetessa russa perseguitata dai sovietici Marina Cvetaeva, e quella sedia – nonostante tutto – non deve mai esser stata vuota nella vita di Giovanni Bachelet. Cattolico conciliare figlio di un padre presidente dell’Azione cattolica, e deputato del Pd impegnato a difesa della Costituzione, proprio come faceva suo padre negli anni in cui la Repubblica era squassata da un omicidio politico al giorno. La lezione che resta di quella vita «è la difesa e l’impegno ad attuare la Costituzione. Per la generazione di mio padre, che viene subito dopo quella dei Costituenti, la carta comune era la forza e il simbolo di una giovinezza che rinasce dalle macerie. La Costituzione, cuore della nuova vita repubblicana. E poi l’impegno dei cattolici democratici, dopo un periodo di collusioni dei cattolici col regime fascista». Quell’impegno costituzionale «di cui c’è bisogno ancora oggi, perché la carta comune non è stata pienamente attuata, dalle carceri alle autonomie locali, dai diritti alla salute, e di certo a mio padre non sarebbe piaciuta una vita democratica che ruota attorno a una figura predominante, quasi presidenziale».

E poi l’altra Costituzione, il Concilio Vaticano II. «Alcuni lo credono superato, come fosse stato abrogato. Non è così. L’ho detto a Gustavo Zagrebelsky. C’è una Chiesa che non vive “Spes cum gaudium”, c’è una Chiesa che guarda agli orrori del mondo moderno accigliata e con sospetto. Ma quando a mio padre due Papi diedero il mandato all’Azione cattolica, sia Giovanni XXIII che Paolo VI dissero “abbiamo svolto opera di supplenza e appoggio a un partito politico, ed era la Democrazia cristiana, adesso l’Azione cattolica deve tornare alla scelta religiosa”. Quelle parole sono ancora valide, in tutte le parrocchie italiane. Impegno religioso e politico sono separati, la Chiesa non ha ucciso il Concilio, la Chiesa sta solo camminando più lentamente, in mezzo a politici che le si genuflettono davanti».

L’atrio di Scienze politiche è ancora lì, e così pure la stanza 2, quella di Aldo Moro, e la 5, quella in cui insegnava D’Antona. «E’ vero, io quel giorno non c’ero. Ho appreso della morte di mio padre in una stanza del New Jersey, ero lì per il primo lavoro della mia vita, alle sei del mattino. Mia madre aveva chiesto a due amici, Federico Capasso e Wanda Andreoni, di dirmelo di persona. Sapevamo che sarebbe potuto accadere, ne avevamo parlato anche quando lui rifiutò la scorta. Moriva ammazzato dal terrorismo rosso o nero un magistrato ogni settimana, la regola era “colpirne uno per educarne 100”, anche allora c’era chi si tirava indietro e chi no. Bisognava continuare a fare il proprio dovere, senza cambiare scelte vita. L’ultima volta che ho visto mio padre era il 23 agosto del 1979: adesso diventa bravo in fisica mi disse, sennò, tutti i tuoi ideali, il cattolicesimo e l’impegno politico, non serviranno a niente. Non so se ci sono riuscito, non ho mai potuto chiederlo a lui».
La Stampa 11.02.10

Abuso di potere

“I talk show, e in particolare quelli della sinistra, hanno fatto abbassare il livello di apprezzamento che hanno i cittadini italiani della classe politica”. Così Silvio Berlusconi, a conclusione di una giornata di contestazioni per la decisione della Vigilanza di sbarrare la strada alle trasmissioni di approfondimento politico 30 giorni prima delle elezioni”. “Se ancora ci fosse stato qualche dubbio – risponde Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo21, l’intervento del presidente del consiglio, nonche’ monopolista del settore, rende ancora piu’ esplicito chi sia stato il mandante e chi sara’ il beneficiario delle disposizioni bavaglio. Non a caso, mentre si invoca il bavaglio per alcune trasmissioni, si e’ consentito ad alcuni candidati del centrodestra di imperversare a reti unificate in modo tale da godere di un eccezionale vantaggio che non sara’ piu’ ripristinato da nessun regolamento e da nessuna misura compensativa”.

Il segretario dell’Usigrai Carlo Verna conferma ‘una giornata di sciopero dei giornalisti Rai contro il regolamento sulla par condicio. Le procedure sono state avviate e la giornata di sciopero cadra’ non prima di quindici giorni secondo la legge sul servizio pubblico’. ‘Non sara’ l’unica iniziativa -annunciano Verna e il presidente dell’Fnsi Roberto Natale – si puntera’ anche a coinvolgere i cittadini in una forma di protesta simile a quella del 3 ottobre, giornata per la liberta’ di stampa’.

Conduttori Rai in rivolta contro il regolamento. “Siamo di fronte a un abuso di potere – ha affermato Michele Santoro – la Vigilanza deve regolamentare le tribune elettorali e dare indirizzi, non può trasformarsi in una sorta di superdirettore che ti dice in che modo fare le trasmissioni, con quali ospiti e quali regole”. In ogni caso, dal momento che la sostituzione dei talk show con le tribune porterà a un prevedibile calo di ascolti, “ne beneficerà ancora una volta Mediaset”, accusa il conduttore di Annozero, “che è in affanno, almeno con le sue reti complementari, Italia 1 e Rete 4”. Lucia Annunziata ha parlato di misure “a fortissimo rischio di illegittimità” e ha sollecitato i vertici Rai a richiedere un parere legale sull’argomento e a fare appello contro il Regolamento. “Noi non siamo vittime di niente – ha detto, sono pienamente delegittimati il direttore generale, il Consiglio di amministrazione e il presidente”. “Sono troppi tre livelli di controllo politico sulla Rai”, ha osservato Roberto Natale, presidente della Fnsi, facendo riferimento ai metodi di elezione del Cda, dell’Authority e della stessa Vigilanza, tutti dipendenti da decisioni politico-parlamentari. Per Natale la decisione è un segnale di “democrazia autoritaria. Ci aspettiamo – ha aggiunto – una presa di posizione dei vertici Rai”. Giovanni Floris pone l’accendo sulla bulimia dei partiti, Riccardo Iacona e Milena Gabanelli vedono rischi concreti anche per il futuro delle inchieste che sovente sconfinano nell’ambito politico. Assenti Bruno Vespa e Gianluigi Paragone, che pure si sono espressi contro. Vespa giudica grave l’azzeramento dei programmi di approfondimento ma spera in una possibile mediazione. Paragone boccia tout-court la par condicio.
Santoro, infine, riassume la questione cosi’: si tratta di un grave abuso di potere senza basi legali. In piu’ si profila la sospensione del servizio pubblico e si agisce nell’interesse della concorrenza. Chi ci guadagna?, chiede: ‘Vedo riaffacciarsi il fantasma del conflitto di interessi’.

‘Puo’ una norma regolamentare violare un norma di legge? domanda il consigliere di amministrazione Nino Rizzo Nervo. “Lo chiedo con garbo al presidente Zavoli e alla Commissione parlamentare di vigilanza. La legge n.28 del 22 febbraio del 2000 che disciplina la cosiddetta par condicio all’articolo 2 comma 2 stabilisce con chiarezza che le disposizioni per i ‘programmi di comunicazione politica’ non si applicano ai ‘programmi di informazione’. L’articolo 6 del regolamento approvato dalla Vigilanza al comma 4 stabilisce invece l’esatto contrario quando afferma che ‘le trasmissioni di informazione a partire dal decorrere del termine ultimo per la presentazione delle candidature, sono disciplinate dalle regole proprie della comunicazione politica’. Pongo, infine, un quesito al presidente della Rai: puo’ la Rai applicare una norma regolamentare in aperta violazione di una norma legge’? E’ quanto afferma, in una dichiarazione sul regolamento per la par condicio,

“Chi e’ l’assassino?” Si domanda Carlo Rognoni, responsabile per il Pd del Forum sulla riforma del sistema radiotelevisivo. “Chi – restando nell’ombra – ha deciso di uccidere ‘Porta a porta’, ‘Annozero’, ‘Ballaro’, ‘In mezz’ora?’. Con la scusa della imminente campagna per le elezioni regionali, la Commissione di vigilanza ha preso una decisione inqualificabile e senza precedenti: proibire importanti trasmissioni di informazione della Rai. Non ci vuole Sherlock Holmes per scoprire che dietro questa assurda decisione c’e’ proprio lui, il presidente del Consiglio, che ha dato via libera ai suoi parlamentari affinche’ si assumessero la responsabilita’ di chiudere la bocca all’informazione, non importa se equilibrata e plurale. E che stasera, davanti a Bruno Vespa, ha definito le trasmissioni scomode dei ‘pollai’ da chiudere per una questione di ‘decoro’. L’occasione per zittire voci che rischiavano di essere incontrollabili e’ stata presa tanto piu’ facilmente dal momento che si poteva far finta di addossare la colpa ai radicali. Peccando di ingenuita’, con la voglia di vendicarsi delle grandi forze politiche che in tv sono privilegiate rispetto ai piccoli partiti, il consigliere radicale si e’ schierato dalla parte sbagliata. C’e’ modo di rimediare a quello che si sta rivelando anche come un danno economico per la Rai? Mi auguro che il cda dell’azienda reagisca. Chieda un incontro pubblico in Vigilanza. Sappia difendere l’onore e l’interesse del servizio pubblico. Almeno ci provi!”.

‘Un colpo di mano della destra, che purtroppo si e’ trovata la strada spianata dal relatore Beltrandi, ha incredibilmente spazzato via talk show e programmi di approfondimento. Le compiaciute dichiarazione di Silvio Berlusconi disvelano la portata di quanto accaduto. E’ augurabile che gli amici radicali vogliano prenderne atto’: questo il commento di Vincenzo Vita (Pd), componente della Vigilanza Rai, sul regolamento per le elezioni regionali approvato ieri sera dalla Commissione. ‘La riunione della Vigilanza e’ stata una pagina nera – aggiunge Vita -. Sono passati punti assolutamente gravi e discutibili sotto ogni profilo. In particolare, si e’ ridotto lo spazio nella prima fase della par condicio delle forze meno grandi. Sbagliato e contrario alla stessa legge 28 del 2000 che, peraltro, in caso di dubbi interpretativi, prevale ovviamente sul regolamento’. ‘Bene ha fatto – conclude l’esponente del Pd – il presidente della commissione vigilanza Sergio Zavoli a intervenire su quanto e’ successo. Anche su questo aspetto e’ bene ricordare che un regolamento non puo’ travalicare principi di liberta’ tutelati dalla articolo 21 della Costituzione italiana. Ed e’ importante che la Federazione nazionale della stampa e l’Usigrai abbiano preso una posizione netta’.
www.articolo21.org

"I burocrati del cavaliere", di Giuseppe D'Avanzo

Berlusconi ricomincia là dove s’era interrotto. Riprende il suo lavoro da Bonn, dallo spirito populista, bonapartista e anticostituzionale che ha accaldato il suo intervento al congresso del Partito Popolare Europeo. In quell’occasione, il premier denuncia due organi supremi di garanzia: la presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale. Li accusa di essere strumenti politici di parte, al servizio di un “partito dei giudici della sinistra” che avrebbe “scatenato la caccia” contro il premier. Schernisce la Costituzione. Annuncia di volerla, di “doverla” cambiare. In nome del popolo sovrano. Quel giorno, 10 dicembre 2009, diviene chiaro “il sentimento da abusivo con cui il primo ministro italiano abita le istituzioni, mentre le guida”. Egli si sente un estraneo nell’architettura istituzionale che dovrebbe rappresentare. Un estraneo e un prigioniero, perché quell’architettura egli l’avverte come un’armatura che lo soffoca e deprime, mentre pretende di dominarla e maneggiarla come fosse morbida pelle. Quel giorno a Bonn, come osservò Repubblica, è nitida la sfida che Berlusconi lancia: non vuole essere, tra gli altri, garante di un ordinamento. Vuole creare, sotto il segno dello stato d’eccezione, un nuovo ordine che riconosca il suo potere distinto e sovraordinato rispetto a tutti gli altri poteri repubblicani che si bilanciano tra di loro: “il leader del popolo che lo sceglie nel voto”, quindi liberato di ogni contrappeso dall’unzione suprema di una sovranità inviolabile.

Venne poi il 13 dicembre, piazza Duomo, quel matto di Massimo Tartaglia, l’aggressione e la violenza, il volto insanguinato del premier e, per settimane, l’estremo grado di intensità di un discorso pubblico declinato intorno alla distinzione di amico/nemico apparve una strada senza uscita a molta parte del Paese. Sfratta ogni illusione di una nuova temperie la sortita che dà avvio, dopo quella crisi, al nuovo anno politico. Come d’abitudine, si consuma in un ambiente “compatibile”, protetto dal suo “notaio” televisivo, nelle forme del flusso verbale ininterrotto che eclissa fatti (come la vulnerabilità cui lo espone una vita capricciosa); nasconde le proprie responsabilità (come per la character assassination di Dino Boffo, schiacciato con un documento falso dal suo giornale). Il premier ritorna su un suo chiodo fisso. Rivendica il diritto di decidere quali sono, dove sono i “nemici”, quei gruppi professionali che minacciandolo aggrediscono – sostiene – l’esistenza dello Stato stesso che egli, per volontà popolare, incarna. Naturalmente, a Roma come a Bonn, comincia dai magistrati. Dice: “Non si può governare attaccati da pubblici dipendenti quali sono i giudici. Rispondere all’uso politico della giustizia con un uso democratico del voto popolare è legittimo e assolutamente doveroso”. Lasciamo perdere la solita polemica sull'”uso politico della giustizia”. Pare più essenziale osservare che ancora una volta Berlusconi interpreta, con coerenza – ieri come oggi e come accadrà domani – il quadro politico-istituzionale intorno al divisivo concetto di amico/nemico. I magistrati sono “nemici” perché (come ogni altro organo di garanzia e di controllo) impediscono al sovrano di governare, perché sorvegliano le sue decisioni e quella vigilanza è un ostacolo che crea uno status necessitatis, l’urgenza di provvedimenti legislativi che ne riducano i poteri (con una riforma della giustizia) proteggendo al tempo stesso chi governa dalla loro azione (con le leggi immunitarie). A rendere ancora più chiaro qual è lo spirito “costituente” che agita il premier è il fatto del giorno: l’indagine penale che coinvolge Guido Bertolaso. La coincidenza aiuta a capire.

Il “padrone” della Protezione civile rappresenta alla luce del sole, nel modo più vivido, il nuovo “ordine” che Berlusconi esige. Bertolaso interpreta il paradigma della “militarizzazione della decisione politica” che il premier immagina debba essere lo strumento d’uso quotidiano del governo, il dispositivo che consente di sospendere le norme, di trasformare il diritto in una decisione che va liberata dal perimetro in cui la costringe la legge. La Protezione civile di Guido Bertolaso ha rappresentato e rappresenta appunto questo: il sostanziale svuotamento della partecipazione politica a vantaggio della verticalizzazione della decisione politica. E’ accaduto in alcune occasioni – e va detto – per evidenti necessità, come per i rifiuti di Napoli e il terremoto dell’Aquila. Ma intorno a queste indiscutibili urgenze, la Protezione civile è cresciuta su se stessa per volontà di Berlusconi, in un vuoto di diritto, con emergenze raccontate e immaginate come estreme o improrogabili. Tutto si è trasformato in stato di necessità. Il G8 della Maddalena; i Mondiali di nuoto; l’Expo di Milano; il quattrocentesimo anniversario della nascita di San Giuseppe da Copertino a Lecce; il congresso eucaristico nazionale, previsto ad Ancona nel settembre del 2011. Conta qui osservare il metodo che la fortuna politica e istituzionale di Bertolaso ci propone, o meglio ci conferma.

In uno “Stato legislativo”, dove quel che conta è la legalità e chi esercita il potere agisce “in nome della legge”, le burocrazie sono “neutrali”, uno strumento puramente tecnico che serve orientamenti politici diversi e anche opposti. Berlusconi non vuole essere l’anonimo esecutore di leggi e norme (lo si sa, lo si è già detto). Egli non intende governare in nome della legge, ma in nome della “necessità concreta”. Pretende che lo Stato si muova dietro le “emergenze” (autentiche o artefatte che siano, non importa), vuole che il governo decida delle “situazioni” che ritiene prioritarie. Berlusconi s’immagina alla guida di uno “Stato governativo” che si definisce per la qualità decisiva che riconosce al comando concreto, applicabile subito, assolutamente necessario e virtualmente temporaneo, sempre conflittuale perché esclude e differenzia. Pretende che le burocrazie condividano la capacità di assumersi il suo stesso rischio politico, come fossero un’élite politica e non istituzionale. Ecco come Berlusconi immagina debbano essere i magistrati, “pubblici dipendenti”.

È dunque in queste ragioni – tutte politiche – che va afferrato il più autentico significato della simbiosi tra Berlusconi e Bertolaso: l’uno, l’uomo che decide al di là e oltre le norme; l’altro, l’uomo che lavora nel “vuoto di diritto” che quella decisione crea. Berlusconi forse potrebbe fare a meno dell’intero suo gabinetto, ma non di Bertolaso perché il sottosegretario e direttore della Protezione civile materializza molte condizioni che il premier ritiene costitutive del suo potere: la creazione volontaria di uno stato d’eccezione permanente; una prassi di governo che vive di decreti con immediata forza di legge e trasforma il comando in un ininterrotto “caso d’eccezione”; l’immunità da ogni controllo. Si può concludere chiedendosi come sia possibile in questo clima discutere di riforme costituzionali. Di quale Costituzione si vuole parlare? Di quella che abbiamo o del nuovo “ordine” berlusconiano annunciato a Bonn ieri e a Roma oggi?
La Repubblica 11.02.10