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«Aspettando la riforma della scuola secondaria superiore», di Fabrizio Dacrema

Purtroppo i regolamenti approvati dall’ultimo Consiglio dei Ministri non solo non hanno nulla di epocale, ma non possono neppure essere definiti una riforma della scuola secondaria superiore. Una nuova forma del secondo ciclo di istruzione è invece una necessità prioritaria per un paese che non può più permettersi di essere fanalino di coda in Europa per dispersione scolastica e per esiti di apprendimento (positivi solo nei licei e nel centro nord, mai nei professionali). Un riforma capace di affrontare queste criticità deve avere il coraggio e la volontà politica di fare scelte innovative e radicali che cambino strutturalmente l’assetto della scuola secondaria:
– realizzare un biennio obbligatorio, unitario e orientativo, con l’obiettivo di far pervenire tutti i sedicenni ad una solida cultura di base (competenze chiave di cittadinanza);
– innalzare a 16 anni la scelta tra scuola e formazione professionale o apprendistato e tra i diversi indirizzi scolastici liceali o tecnico-professionali, confermando o meno la prima scelta effettuata all’ingresso della secondaria superiore a favore del settore del sapere meglio padroneggiato;
– costruire un curricolo continuo e progressivo 3-16 per il primo ciclo e per l’area comune del biennio obbligatorio del secondo ciclo;
– realizzare percorsi di istruzione post-obbligo di effettiva pari dignità, a partire dalla valorizzazione della cultura scientifico tecnologica e dal rilancio dei percorsi tecnico-professionali, eliminando gerarchie tra i percorsi e canalizzazioni precoci e non comunicanti;
– investire sui docenti (formazione iniziale e in servizio, carriera professionale) e sull’autonomia scolastica per rinnovare i processi di insegnamento/apprendimento basandoli sulle competenze e per rafforzare i legami con la programmazione dello sviluppo territoriale.

La scuola riordinata dalla Gelmini, al netto della riduzione degli indirizzi e degli orari, non è una riforma perché non modifica l’assetto strutturale della scuola secondaria superiore, rimane la canalizzazione precoce e la gerarchia dei percorsi: i licei destinati alla formazione della classe dirigente, gli istituti tecnici per i quadri intermedi e i professionali per i lavori esecutivi qualificati. Il biennio obbligatorio non è unitario, tra i diversi indirizzi dei licei e tra i licei e gli istituti tecnici e professionali non è individuata, accanto all’area vocazionale, un’area comune di saperi da far acquisire a tutti. I bienni sono tra loro profondamente diversi e, di conseguenza, sono impossibili i passaggi, le scelte diventano di fatto irreversibili, rimane lettera morta anche il riconoscimento dei crediti formativi acquisiti nei percorsi extrascolastici. Sono quindi assenti gli strumenti diffusamente considerati decisivi per contrastare l’insuccesso scolastico. Inoltre si conferma la discontinuità curricolare tra primo ciclo e biennio obbligatorio della secondaria superiore, rinunciando alla costruzione di un curricolo decennale obbligatorio, continuo e progressivo, da realizzare con tempi distesi e con metodologie didattiche non trasmissive in modo da favorire il successo scolastico di tutti. A latere poi il governo predispone due canali di fuoriuscita dall’obbligo di istruzione – formazione professionale e apprendistato – e destruttura la scuola di base con i tagli e l’introduzione forzata del maestro unico/prevalente. In questo modo la scuola rinuncia ad utilizzare lo strumento dell’obbligo di istruzione per contrastare gli effetti negativi dei condizionamenti socio-culturali di partenza e l’Italia continuerà ad essere uno dei pesi europei con meno mobilità sociale.

In questo quadro regressivo e sotto l’egida dei tagli di Tremonti, anche l’azione di riorganizzazione – semplificazione degli indirizzi ed essenzializzazione dei curricoli – finisce per determinare solo una scuola più povera nell’offerta formativa e più rigida nell’organizzazione didattica, dove sono ridotti i tempi anche dei tanto sbandierati laboratori. I risparmi derivanti dalla riduzione degli indirizzi e degli orari non vengono reinvestiti per attivare, ad esempio, gli organici funzionali, risorsa essenziale per mettere le scuole in condizione di esercitare credibilmente le prerogative dell’autonomia scolastica. I regolamenti aprono ampi spazi all’autonomia curricolare, ma senza adeguate risorse rischiano di aumentare ulteriormente le già enormi differenze negli esiti finali già esistenti tra scuole e territori.

I provvedimenti della Gelmini mettono innegabilmente ordine alla secondaria superiore dopo decenni di innovazione senza riforme, ora si tratta di evitare che la presunta “riforma epocale” impedisca ogni processo innovativo ad una scuola che non è stata cambiata in ciò che è più necessario, la sua relazione strutturale con la società. Il paese dal 1962, dopo la riforma della scuola media, continua ad aspettare una riforma della secondaria superiore coerente con il dettato costituzionale e quindi orientata a portare tutti ai più alti livelli di istruzione e formazione. In particolare oggi, per uscire dalla crisi economica più grave e profonda del dopoguerra, il paese ha bisogno di una secondo ciclo dell’istruzione che punti a formare il maggior numero di profili professionali caratterizzati da solide competenze di base e trasversali unite ad alti livelli di specializzazione.

Non ci sono alternative per far crescere la produttività e l’innovazione del nostro sistema economico e la capacità dei lavoratori di fronteggiare i sempre più rapidi e continui mutamenti del mercato del lavoro. Da questo punto di vista la “riforma Gelmini” è davvero epocale, perché sembra voler riportare la scuola in un’altra epoca, in cui la società aveva bisogno di tanti giovani orientati a imparare precocemente un mestiere – appreso possibilmente mentre lavorano come apprendisti – fatto di competenze rigide e delimitate. Un’epoca in cui la classe dirigente si formava attraverso percorsi disinteressati ed estranei al lavoro contrapposti a percorsi vocazionali connessi e finalizzati al lavoro, in cui l’istruzione tecnico- professionale era frammentata in tanti profili specializzati al posto di formare professionalità solide, ampie, aperte alla formazione tecnico superiore e alla formazione continua. Anche le scelte dell’ultima ora di attuare la riduzione oraria nelle classi dei tecnici successive alle prime e di salvaguardare da questa iattura solo i licei, conferma l’uso dell’immaginario gentiliano per rispettare il tempi dei risparmi di spesa dettati dalla Legge 133. Nonostante il coro favorevole di tanti pseudo-modernizzatori, il riordino del giovane Ministro, anche per far quadrare i conti imposti da Tremonti, torna al passato e il paese perde di nuovo l’opportunità di una riforma che porti la scuola italiana nell’epoca attuale, quella dell’economia e della società della conoscenza.

Ancora una volta il Ministro ha tirato dritto, ha ignorato le richieste di ragionevole rinvio provenienti dalla scuola reale e gli appelli dell’opposizione al confronto, si è limitato ad alcuni aggiustamenti del testo, senza accogliere, se non in minima parte, le osservazioni e le condizioni poste nei pareri di Camera, Senato, Consiglio di Stato e Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione. La struttura e la sostanza dei provvedimenti non è cambiata. Se la riforma della secondaria superiore non deve diventare l’inutilmente atteso Godot di Beckett, occorre tenere aperti gli spazi di innovazione possibili dove le scuole autonome si alleano con le forze sociali e le istituzioni locali. Bisogna sconfiggere il modello di mutamento scolastico guidato dalla logica prioritaria della riduzione delle risorse e costruire dove e per quanto possibile cambiamenti della scuola utili al paese. Innanzi tutto il mondo della scuola deve battere un colpo: lo sciopero generale del 12 marzo è la prima consistente occasione.

da ScuolaOggi

Umbria: Catiuscia Marini ha vinto le primarie

Sarà Catiuscia Marini la prossima candidata del Pd per le elezioni regionali. Con oltre 29.000 preferenze i democratici umbri hanno l’hanno scelta come candidata alla presidenza della giunta. Catiuscia Marini ha vinto le primarie del Pd in Umbria per la scelta del candidato alla giunta regionale. Per lei hanno votato in 29.000, mentre Gianpiero Bocci ha ottenuto circa 25.000 preferenze.
La Marini dovrà affrontare alle regionali del 28/29 marzo la candidata del Pdl Fiammetta Modena, e Maria Antonietta Farina Coscioni per la lista Bonino-Pannella (ancora impegnata nella raccolta delle firme).
A pochi mesi dalle primarie per la scelta del segretario del PD è stato ottimo anche il risultato in termini di partecipazione, dato che allora avevano votato circa 70 mila democratici.

Le primarie con Bocci sono state un vero testa a testa che alla fine ha premiato l’ex sindaco di Todi, che proverà dunque a confermare il buon lavoro svolto dal governatore uscente, Rita Lorenzetti, dopo che quest’ultima in deroga allo statuto del Pd, aveva più volte cercato di ottenere un terzo mandato.

“Siamo un solo partito – ha dichiarato la Marini – e i circa 54.000 umbri che hanno partecipato alle primarie hanno dimostrato di capire che si stava scegliendo il candidato presidente e non si stava disputando un’altra puntata del congresso. Il nostro programma è quello del Pd – ha sottolineato la Marini – e ora dobbiamo lavorare a costruire un percorso che ci porti al governo. Lo farò coinvolgendo l’area politica cui Bocci appartiene e anche Bocci personalmente”.

Per Gianpiero Bocci “abbiamo assistito ad una “straordinaria partecipazione di cittadini che rappresenta una grande vittoria del Pd, di tutto il Pd, in una giornata di festa e di democrazia partecipativa. Ieri notte mi sono congratulato con Catiuscia Marini e ribadisco oggi quanto ho detto nei giorni scorsi: lavoreremo tutti per la vittoria del Pd e della coalizione alle elezioni
del 28 e 29 marzo”.

La vicepresidente del Pd e parlamentare umbra, Marina Sereni nota soddisfatta come ci sia stata “ancora una volta grande partecipazione: malgrado i pochissimi giorni a disposizione per organizzare le primarie, e quindi con una informazione inevitabilmente insufficiente, oltre 54.000 cittadini ed elettori si sono recati ai seggi dando una grande prova della vitalità della democrazia in Umbria e nel nostro partito. Il risultato è netto ma molto equilibrato – ha dichiarato la Sereni – segno che avevamo messo in campo due ottime candidature. Ora anche le primarie sono alle nostre spalle, il Pd umbro ha indicato quale sarà il suo candidato a Presidente della Regione ed è compito di tutti sostenere con forza Catiuscia Marini nella competizione elettorale del 28 e 29 marzo. E’ indispensabile superare le divisioni che hanno caratterizzato, a volte anche con asprezza, questi ultimi mesi e ritrovare le ragioni profonde di quella unità che i nostri iscritti e i nostri elettori da tempo ci chiedono. Al partito nel suo insieme – ha concluso Sereni – e alla vincitrice delle primarie spetta ora il compito di saper raccogliere e interpretare, con spirito autenticamente unitario, la ricchezza e la complessità delle varie sensibilità espresse dal voto di ieri e di predisporre una piattaforma politica e programmatica condivisa che consenta il pieno dispiegarsi delle energie di tutti per assicurare la vittoria del centrosinistra alle elezioni di marzo”.

Anche per Davide Zoggia, responsabile Enti Locali del Partito democratico,”le primarie in Umbria sono state una importante prova di democrazia. La riposta dei 53 mila cittadini che si sono recati alle urne premia l’impegno del Partito democratico per una consultazione vera e partecipata che si è
conclusa con l’affermazione di Catiuscia Marini in un clima positivo e sereno. A lei vanno le nostre congratulazioni e un in bocca al lupo, come a Bocci va un ringraziamento per il suo impegno. Ora il Partito democratico e il centrosinistra hanno una candidata scelta nel modo più democratico
intorno alla quale, da domani, lavorare con il massimo della coesione per un’ampia affermazione alle elezioni regionali del 28 marzo”.

Parole simili dal senatore Francesco Ferrante o: “Dobbiamo tutti lavorare con impegno e dedizione in questa campagna elettorale, che Catiuscia Marini, facendo anche leva sulla sua giovane età, deve incentrare sull’innovazione, a partire dalle liste che dovranno rappresentare il meglio della società umbra che continua a guardare al Pd come una grande occasione di modernizzazione, per continuare con la scelta di coloro che faranno parte della sua squadra di governo e soprattutto dei temi su cui vorrà caratterizzare la sua proposta di governo”.

Molto soddisfatto anche Ignanzio Marino.”Catiuscia Marini ha affermato che da presidente dell’Umbria metterà al primo posto una politica che punta ai giovani, ad un welfare di comunità capace di sostenere le famiglie, ad una parità di genere nel lavoro, ad investimenti nella ricerca come modello di sviluppo. E’ per questi ed altri contenuti concreti che l’abbiamo sostenuta, per dei si’ e no netti che vogliamo dalla politica. La risposta dei 53 mila cittadini umbri che si sono recati alle urne premia anche l’impegno del Partito democratico per una consultazione vera e partecipata. Sono sicuro che Catiuscia Marini – ha concluso il senatore PD – sarà in grado di portare avanti con la massima coesione delle diverse anime del Pd un’ampia affermazione alle elezioni regionali del 28 marzo”.
A.Dra
www.partitodemocratico.it

"Molti dubbi sulla costituzionalità di una riforma radiotelevisiva fatta per decreto", di Roberto Zaccaria

In poco più di un mese la Camera e il Senato hanno dato il via libera con un semplice parere corredato di alcune limitate osservazioni ad una delle più significative riforme degli ultimi anni del sistema radiotelevisivo. Naturalmente tutta l’opposizione si è rifiutata di condividere questo metodo. Ormai a questa deriva siamo arrivati. Tra decreti legge, deleghe, ordinanze di necessità, regolamenti di delegificazione, leggi comunitarie, il Parlamento italiano non fa più leggi. In quasi due anni ne sono state fatte una decina di significative (compreso il lodo Alfano, poi dichiarato incostituzionale, e il legittimo impedimento).
Nel settore radiotelevisivo in Italia le riforme erano state caratterizzate sempre da importanti dibattiti in Parlamento e nel Paese. Questo era accaduto con la prima grande riforma del 1975. Poi con la c.d. legge Mammì del 1990 e un dibattito molto impegnativo aveva caratterizzato anche la legge Maccanico del 1997 e la legge Gasparri del 2004. In quest’ultimo caso era intervenuto anche il Presidente della Repubblica Ciampi con il rinvio ed un importante messaggio alle Camere.


Questa volta prendendo spunto da una direttiva del 2007/65/CE, elaborata in Europa dopo molti anni di riflessioni di dibattiti, di audizioni e di discussioni, il nostro Governo, in fretta e furia, utilizzando una delega estremamente generica contenuta nella legge comunitaria ha elaborato in gran segreto un decreto legislativo, tra l’altro diverso in molte parti dalla direttiva’ ed ha portato al Parlamento il prodotto finale per un semplice parere non vincolante.
Non c’era nessuna fretta. Sui ventisette paesi dell’UE solo quattro avevano già provveduto. Nonostante la scadenza formale, si poteva prendere più tempo e soprattutto si doveva far deliberare il Parlamento. In Francia la radiotelevisione è disciplinata con legge organica e su questi argomenti interviene il Parlamento. Anche da noi in presenza di diritti di libertà e di riserve assolute di legge sarebbe stato necessario l’intervento dell’Assemblea.
Ma i problemi di costituzionalità non si limitano a questo pur decisivo rilievo. Altri se ne aggiungono che avrebbero dovuto far più attentamente riflettere.

Nonostante sia stato formalmente richiesto dall’opposizione, non si è ritenuto opportuno chiedere neppure il parere della Commissione affari costituzionali. Eppure in ripetuti interventi dell’on Gentiloni e dell’on Giulietti si è sottolineata la possibilità di un eccesso di delega. Molte delle disposizioni contenute nel decreto non hanno alcun fondamento nella Direttiva comunitaria. Prima di tutto quella gravissima relativa all’estensione al web della disciplina relativa ai programmi radiotelevisivi, ma anche le modifiche (gratuite) delle quote di produzione e di trasmissione delle opere nazionali ed europee e i penalizzanti indici di affollamento per Sky. Dove sono i principi e criteri direttivi che la Costituzione impone per la delega? Il Parlamento è stato vistosamente aggirato.
Ma un’altra grave violazione costituzionale sta nel fatto che l’intervento con un decreto legislativo statale ignora del tutto la competenza concorrente che in base all’art.117 della Costituzione le Regioni hanno sulla materia dell’ordinamento della comunicazione. Certo lo Stato può fare norme di principio, ma solo quelle e il decreto Romani contiene ben altro.
In conclusione un’importante riforma del sistema tv fatto in tutta fretta e con vistose lacune costituzionali, sulla procedura e sulla sostanza. E’ proprio il caso di dire che Romani,“la gatta frettolosa ha fatto i gattini ciechi”.
Da Dazebao.org

"L'Università torna un lusso per pochi", di Andrea Rossi

E’ stata una sbornia d’inizio millennio, drogata dall’esplosione delle lauree brevi e dal proliferare degli atenei sotto casa. È durata poco. E adesso il mito delle «élite per merito» sembra destinato a restare tale. Altro che avvicinarci alla media Ocse per tasso di universitari e laureati; abbiamo ricominciato a distanziarci. E l’Università sta diventando affare per pochi. Sempre meno e sempre più ricchi. E l’alta formazione di massa? Si sta lentamente affievolendo, stritolata tra disillusione, crisi economica e tagli ai finanziamenti.
La tendenza sembra consolidarsi da qualche anno, quando – dopo il boom a cavallo del 2000 – le immatricolazioni hanno inesorabilmente cominciato a scendere. In cinque anni abbiamo perso 40 mila matricole: erano 324 mila del 2005; 286 mila a ottobre 2009. Il calo demografico, si dirà. E invece no. O, almeno, non solo. Cinque anni fa 56 ragazzi di 19 anni su cento (il 73 per cento dei diplomati) si iscrivevano all’università. Oggi siamo sprofondati in basso: all’ultimo anno accademico si sono iscritti il 47 per cento dei ragazzi dei 19enni e nemmeno il 60 per cento di chi ha superato l’esame di maturità.
«La riforma del 3+2 ha prodotto un’ondata di entusiasmo. Qualcuno ha creduto che l’Università, diventando più corta, fosse diventata più facile», spiega Daniele Checchi, docente di Economia politica alla Statale di Milano. Quando si è capito che così non era la corsa agli atenei si è arrestata, ma a farne le spese non sono stati tutti: nel 2000 un neoiscritto su cinque era figlio di persone con al massimo la quinta elementare; nel 2005 la percentuale è scesa al 15 per cento. Poi ancora giù, quasi un punto all’anno: 14 per cento nel 2006, 13 nel 2007. Ora siamo al 12. Di anno in anno le matricole scendono, portandosi appresso i giovani delle classi sociali più deboli. Gli altri – quelli con genitori laureati – crescono poco alla volta. I figli della classe media – genitori diplomati – tengono botta. «Forse sono cambiate le aspettative sul valore dei titoli di studio», dice il professor Piero Cipollone. Per anni, in Banca d’Italia, ha studiato i costi del sistema formativo, oggi presiede l’Istituto per la valutazione del sistema dell’istruzione e dice che «la laurea non offre più un consistente valore aggiunto: un laureato spesso guadagna poco più di un diplomato, a volte addirittura meno. Non mi meraviglia la fuga dei figli delle classi sociali meno abbienti: l’università oggi è un costo, ma non sempre il risultato vale l’investimento».
La crisi economica dell’ultimo anno e mezzo ha pesato, e non poco. Molti hanno battuto in ritirata. Chi ha tenuto duro fa gli straordinari: l’80 per cento di chi ha alle spalle una famiglia a basso reddito prova a laurearsi lavorando, e una buona parte rientra sotto la voce «lavoratori-studenti». Otto ore al giorno cercano di guadagnarsi da vivere; nel tempo che rimane provano ad agguantare una laurea.
L’austerity imposta dal governo agli atenei ha fatto il resto. «Molte università hanno pensato bene di controbilanciare il taglio dei finanziamenti ministeriali aumentando le tasse d’iscrizione», racconta Diego Celli, presidente del Consiglio nazionale degli studenti universitari. Di questo passo – è il timore del professor Checchi, che da tempo si occupa delle disuguaglianze sociali nell’accesso all’istruzione – «il rischio è che il divario si allarghi ulteriormente, anche se sarei cauto nel dire che i figli delle classi medio-basse stanno fuggendo dagli atenei».
Vero. Ma le barriere restano, anzi, sembrano sempre più massicce, e non solo in ingresso. «Gli steccati non sono stati superati», ammette Checchi. «Negli ultimi vent’anni l’ingresso forse è diventato più democratico, ma l’esito finale no. Le probabilità di abbandono pendono fortemente dalla parte di chi ha redditi bassi». Studi recenti di vari istituti, tra cui la Banca d’Italia, sembrano dargli ragione. In Italia il 45 per cento degli universitari non arriva alla laurea. La presenza in famiglia di un genitore laureato, non solo aumenta la probabilità di iscrizione all’università di oltre il 15 per cento rispetto a genitori con la licenza di scuola media, ma riduce allo stesso modo per cento le probabilità di abbandono.
Forse è l’effetto di decenni trascorsi a galleggiare senza una vera politica di sostegno all’istruzione. «Gli enti per il diritto allo studio funzionano su base regionale – racconta Checchi – assegnano le idoneità ma poi le finanziano finché ci sono i soldi. È una farsa: le graduatorie ci sono, i soldi no. Così tanti che avrebbero diritto a un aiuto non ricevono nemmeno un euro». E così, addio università. Quasi 200 mila studenti l’anno ottengono una borsa di studio, ma tra gli aventi diritto uno su quattro resta senza. Solo otto regioni riescono a sostenere tutti quelli che hanno i requisiti. In altre non si supera il 50 per cento. «Per di più anche dove sono garantite per tutti, le borse non tengono conto del reale costo della vita», attacca Diego Celli.
La Stampa 08.02.10

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“Il circolo vizioso tra caste e amicizie”, di Irene Tinagli
I dati appena rilasciati dal ministero mostrano un quadro molto netto: diminuiscono le iscrizioni all’Università. Quasi settemila matricole in meno rispetto all’anno scorso. Potrebbe sembrare un piccolo assestamento in un anno di crisi, ma non è così.

Non è una flessione temporanea: questo dato si inserisce in un trend negativo che si protrae ormai da diversi anni. Rispetto all’anno accademico 2003-04 le immatricolazioni sono calate di quasi 52.000 unità, un dato impressionante, sia in termini assoluti che percentuali. Infatti, se nel 2003 si sono iscritti all’Università il 74,4% dei ragazzi usciti dalla superiori, quest’anno solo il 59% lo ha fatto. Un calo di oltre 15 punti percentuali in poco più di un quinquennio. Un trend che sta impoverendo la nostra società e che mina pesantemente le basi della nostra economia.

Negli anni in cui tutti parlano dell’importanza del capitale umano, di saperi sempre più sofisticati, anni in cui la maggior parte dei Paesi occidentali ha quasi raddoppiato la quota di popolazione in possesso di una laurea, da noi si torna indietro. Le conseguenze sulla nostra competitività economica sono e saranno devastanti, ma forse adesso conviene fermarsi a riflettere sulle cause. Perché da questa riflessione si riescono a capire meglio i contorni e la portata del fenomeno. Questa situazione è conseguenza di un meccanismo sociale che si è inceppato: tanti giovani non studiano più perché pensano che non serva, che l’Università non funzioni più come ascensore sociale.

Il meccanismo si è inceppato in parte per colpa di un sistema universitario incapace di trasmettere competenze al passo con i tempi e con le esigenze del sistema produttivo di oggi. Ma anche per colpa di un panorama delle opportunità che è sempre più chiuso e cristallizzato. Il nostro mercato del lavoro funziona ancora in modo molto informale, localistico e personalistico. Come ci mostrano i dati dell’ultima indagine Excelsior sulle assunzioni delle imprese, circa il 54% delle assunzioni avvengono per conoscenza diretta o per segnalazione di conoscenti. Un altro 25% da banche dati interne alle aziende. Questo significa che chi non ha conoscenze personali o non è già inserito in azienda ha davvero poche probabilità di trovare lavoro. Centri d’impiego, Internet e mezzi stampa coprono una percentuale irrisoria delle assunzioni. La storia che ai giorni nostri si può trovare lavoro semplicemente mandando un curriculum in Italia pare sia davvero un mito.

La cosa drammatica è che questo sistema non solo non viene combattuto ma in alcuni casi viene persino legittimato e difeso. Come per la vicenda di alcune banche che pochi mesi fa hanno formalizzato un accordo con i sindacati per prepensionare i dipendenti ed assumerne i figli. Certo, i figli avrebbero dovuto avere certe caratteristiche, ma resta il fatto che, a parità di laurea in economia, essere figli di un bancario fa la differenza. Cosa dovrebbero quindi fare di fronte a questo scenario i figli degli operai, ma anche di molti impiegati, commesse o commercianti, che non possono contare su nessuna garanzia basata su famiglia e censo? La cosa più semplice: abbandonare velleità universitarie e far leva sul capitale relazionale che hanno a disposizione per fare, a loro volta, l’operaio, il commesso, il commerciante.

È questo infatti che ci dicono gli ultimi dati di Almalaurea: tra gli iscritti all’Università aumenta la percentuale di chi è figlio di laureati e diminuisce la percentuale di chi invece ha genitori che si sono fermati alla scuola dell’obbligo. E questo non farà che alimentare un circolo vizioso che irrigidirà ulteriormente la nostra società e la nostra economia. Perché se i giovani provenienti dai ceti più poveri perdono anche l’università come occasione di confrontarsi con un mondo diverso dal loro, di mescolarsi con persone di varia estrazione, saranno davvero condannati a restare inchiodati ai blocchi di partenza, e non saranno in grado di offrire né a se stessi né ai propri figli orizzonti e prospettive migliori.

Ed è molto triste pensare che nell’era in cui Paesi come l’India o la Cina stanno sperimentando l’abbattimento di vecchie caste e un nuovo senso di libertà e opportunità, in Italia i giovani stanno scivolando verso nuove gabbie e soffrendo frustrazioni e rinunce che nessun Paese sano e moderno dovrebbe tollerare.
La Stampa 08.02.10

"Manager d'oro, esperti all'angolo: l'agonia della cultura", di Luca Del Fra

«Se non lo visiti lo portiamo via»: recitava così la pubblicità presentata in pompa magna al Ministero dei Beni Culturali lo scorso dicembre, corredata da inquietanti immagini del Colosseo, del Cenacolo e del David di Michelangelo. Una campagna voluta dal supermanager Mario Resca, chiamato dal ministro Sandro Bondi alla valorizzazione del patrimonio culturale, e sembra molto ben pagata ma a quanto pare risultata respingente. Di sicuro il messaggio conteneva inconsapevolmente una verità: lo smantellamento del Ministero dei Beni Culturali negli ultimi due anni, da quando Bondi regge le sorti di questo dicastero, ha subito una devastante accelerazione.

Saltano i compiti istituzionali come la tutela e la programmazione, il personale è scarso e mal pagato, demotivato di fronte all’arrivo di agguerriti manipoli di manager privati o commissari straordinari super pagati – alla faccia delle difficoltà economiche -, con la Protezione Civile che praticamente ha «agguantato» tutte le vere iniziative dei prossimi anni nei Beni Culturali – Pinacoteca di Brera, aree archeologiche di Roma e Ostia, di Napoli e Pompei, oltre alla ricostruzione del centro storico de L’Aquila -, attraverso commissariamenti che permettono appalti assai più disinvolti che nella normalità. Nel frattempo Giuseppe Proietti lascia la carica di segretario generale – il ruolo più alto “non politico” del ministero – e al suo posto arriva Roberto Cecchi: un archeologo è sostituito da un architetto e si assiste alla progressiva sparizione degli storici dell’arte dagli alti ranghi ministeriali.

Incapace di reagire ai feroci tagli economici operati da Giulio Tremonti, poco competente in materia, incline a intendere il suo ruolo in maniera censoria, decidendo lui cosa sia da finanziare e addirittura cosa sia bello e cosa no, vittima spesso di falsi luoghi comuni, Bondi si sta dimostrando un ministro non all’altezza neanche di confrontarsi con le categorie – agli incontri con i sindacati viene portato via sotto braccio dal suo capo gabinetto Salvo Nastasi con la scusa che non ha tempo. E non è tutto. «Bondi ha applicato meccanicamente il decreto Brunetta che manda in pensione i dipendenti dello Stato con 40 anni di contributi».

Questa la denuncia Gianfranco Cerasoli, segretario della Uil per i Beni Culturali, che aggiunge: «Nei prossimi 4 mesi andranno via 6 direttori regionali e 16 soprintendenti o direttori di musei e archivi. L’idea di fare un ricambio generazionale nei livelli alti del ministero può anche essere condivisibile, ma non si fanno assunzioni: così tra qualche settimana ci troveremo con dirigenti che avranno 3 soprintendenze, altri con due regioni da seguire, oppure con una direzione centrale e una regionale». Insomma il caos. La norma di Brunetta non era cogente e ogni ministro poteva applicarla in maniera più o meno rigida. Applicandola in maniera meccanica Bondi ha inferto un colpo mortale a un ministero già da tempo sotto organico: «Solo nella vigilanza dei musei mancano 6000 persone – insiste Cerasoli -, ma il fatto più preoccupante che porterà alla paralisi riguarda il settore tecnico-scientifico. Dal 1° gennaio la tutela del paesaggio è passata sotto il controllo dei Beni Culturali, ci sono soltanto 500 architetti già oberati di lavoro per affrontare le richieste di autorizzazioni paesaggistiche: ne occorrerebbe almeno il triplo. Senza considerare poi altri settori sotto organico e perciò in crisi: i tecnici e i restauratori».

Uno dei nodi scottanti è proprio la tutela del paesaggio: che in base al nuovo codice dei Beni Culturali spettasse alla direzione al paesaggio del Ministero dei Beni Culturali era stata salutata come una vittoria, e dopo molti rinvii da quest’anno la cosa è operativa. «Forse una vittoria di Pirro – osserva amaramente Maria Pia Guermandi di Italia Nostra -: le regioni che prima si opponevano hanno mollato la presa perché sanno che la situazione si è ammorbidita. Il Ministero ha abbassato la guardia perché mancano le risorse soprattutto umane e culturali.

Oltre a un personale scarsissimo è mancato il salto di qualità: un’occasione unica per passare dal funzionario borbonico, il burocrate che nuota nelle carte, al tecnico che entra nel merito. I piani regionali sono lettera morta, e i governatori si guardano bene dall’avviarli, poiché sanno che poi tutto dovrebbe svolgersi in quella cornice, anche i piani regolatori. Preferiscono il regime transitorio, con le soprintendenze regionali non in condizione di controllare realmente la situazione, con la direzione al paesaggio del Ministero degradata sotto le Belle Arti e senza più autonomia».S’alza in crescendo la musica delle betoniere del cemento armato nella grande partitura varata dal governo e intitolata “Piano casa”.

In questi ultimi 18 mesi spesso si è sentito parlare di commissariamento a proposito di molte aree d’interesse culturale: in realtà a essere “commissariato” è lo stesso ministro Bondi, considerando che perfino nelle attività culturali la presidenza del consiglio gli ha scippato la legge sul cinema. Tuttavia la politica perseguita dal governo di concedere superpoteri ai super commissari della protezione civile non sta avendo risultati positivi: l’ultimo caso è Brera, dove oggi si trovano l’Accademia di belle arti e la Pinacoteca. Entro il 2015 si dovrà trovare una nuova dimora per la scuola e trasformare l’intera sede in spazio espositivo per la Pinacoteca, e i lavori di ristrutturazione sono stati affidati al commissario straordinario Mario Resca. Già l’anno scorso la sua nomina a direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale aveva destato molte perplessità: Resca è manager di notevole esperienza nel settore privato, tra cui McDonald’s, ma per sua ammissione di pochissima esperienza nella cultura, come non bastasse siede attualmente nel Cda Mondadori – da cui dipende Electa che fornisce servizi al Ministero e anche alla Pinacoteca di Brera -, dunque secondo molti in palese conflitto d’interessi.

La Uil conti alla mano sostiene che Resca per il solo commissariamento di Brera percepirà un compenso di circa 2,5 milioni di euro: una cifra spropositata per i nostri beni culturali e che nessun dirigente del Ministero, anche al massimo della sua anzianità e con molteplici funzioni, ha mai percepito. Inoltre Resca finora ha presentato un piano di grande vaghezza, asserendo che in 90 giorni sarebbero partiti i lavori seguendo il progetto dell’architetto Bellini. Al di là della disinvoltura che occorrerà per concedere appalti in così breve tempo, quello di Bellini è uno schema di progetto, che andrebbe sviluppato con cura, magari in accordo con i tecnici della Pinacoteca per capire a fondo le esigenze dello spazio. Come molti commissari di questo governo, Resca sembra più motivato ad aprire cantieri per milioni di euro, senza porsi troppi problemi sulla congruenza dei lavori.
L’Unità 08.02.10

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“Beni culturali Spa, arriva il golden boy Bertolaso”, di Bianca Di Giovanni
A Guido Bertolaso non bastano gli appalti, le emergenze, i Grandi Eventi. Non basta più quella sorta di «Stato parallelo» – con tanto di bilancio parallelo, inaccessibile ai controlli – che è la Protezione Civile Spa, in via di approvazione in Parlamento (in settimana il voto in Senato). Basta elmetti, tendopoli o scenari effimeri per i «grandi show»: al golden boy serve il passo felpato del potere politico. Silvio Berlusconi lo ha già promesso: diventerà ministro. Il tam-tam del Palazzo insiste verso un’unica direzione: i Beni Culturali. Insieme a lui dovrebbe entrare ai piani alti del Collegio Romano come capo dell’ufficio legislativo anche Marcello Fiore, il rutelliano di lungo corso, nominato solo un anno fa commissario straordinario (e plenipotenziario) di Pompei, ma già di casa alla Protezione Civile dal 2000 (dove è entrato nei ruoli dirigenziali senza concorso, ma per nomina diretta di Bertolaso), con il solo intermezzo del ministero delle Comunicazioni con Paolo Gentiloni.

Lo scranno da ministro per il «Re sole» delle emergenze però, rischia di provocare una vera emergenza politica, riaprendo la frattura con Giancarlo Galan. Quella poltrona infatti rappresenterebbe la giusta contropartita per il governatore uscente del Veneto, che in cambio rinuncerebbe all’ipotesi di una sua discesa in campo in solitaria alle prossime regionali, in concorrenza con il candidato leghista Luca Zaia. Se le voci su Bertolaso saranno confermate, la partita del Veneto si farebbe molto più complicata. Trovare la poltrona giusta per fermare Galan diventerebbe un’impresa ardua. La Lega non intende affatto rinunciare al ministero lasciato libero da Zaia. Pensare a una poltrona nuova di zecca sarebbe una forzatura pesante, visto che c’è un limite fissato per legge ai posti in consiglio dei ministri. Quanto a Sandro Bondi, il suo destino sembra già segnato: sarà il coordinatore nazionale del Pdl.

La svolta verso la politica «full time» di Bertolaso non gli impedirà certo di ridisegnare gli equilibri interni alla sua «creatura»: la Protezione Civile. Molto è già stato fatto. Con l’approvazione della Spa, l’attuale Dipartimento è destinato a una sorta di liquidazione camuffata. Le voci dell’arrivo di Franco Gabrielli, prefetto de L’Aquila, alla guida della struttura, sembrano preludere proprio al suo azzeramento: accadde lo stesso all’Agenzia di Protezione civile, «liquidata» per decreto nel 2001, quando a capo sedeva il prefetto Anna Maria D’Ascenzo.

Che il Dipartimento si svuoti lo prevede lo stesso decreto in via di conversione: per ogni grande evento, emergenza o altra operazione affidata alla nuova Spa, questa potrà utilizzare uomini e mezzi del Dipartimento. Semplice: il Dipartimento si «trasferisce» nella Spa. La società gestirà autonomamente appalti, lavori, grandi eventi: senza controlli, senza gare, senza filtri. Una cuccagna. Non sarà Bertolaso a guidare questa poderosa macchina del potere: lui ne sarà solo l’eminenza grigia. Le indiscrezioni parlano di Gian Michele Calvi, il coordinatore del progetto «case» a L’Aquila, come presidente o amministratore delegato. Nel drappello di testa si troverà sicuramente una poltrona per Titti Postiglione, l’attuale responsabile della sala operativa. Dovrebbe invece lasciare le stanze della Presidenza del consiglio Angelo Borrelli, attuale responsabile risorse umane: dovrebbe seguire il suo «capo» al ministero dei Beni Culturali, come responsabile finanziario. D’altronde, squadra che vince non si cambia. Se in una decina d’anni il Dipartimento è riuscito a spendere una cifra vicina ai 10 miliardi, stando a stime recenti, grazie ad ordinanze che derogano a tutti i controlli, si potrà andare avanti così anche dalla postazione dei Beni Culturali.
L’Unità 08.02.10

"Il bluff di Berlusconi sull’Iran Ecco le aziende italiane a Teheran", Alessio Postiglione

La presenza delle nostre società nel Paese degli ayatollah non riguarda solo l’Eni ma l’intero Gotha del capitalismo nostrano: Danieli-Duferco, Mediobanca, Telecom, Capitalia, Montedison, Falck. Gli scambi sono in crescita.
Berlusconi ha voluto sigillare mediaticamente la sua visita in Israele con l’impegno dell’Italia a stringere il cerchio delle sanzioni attorno ad Ahmadinejad, bloccando le relazioni con Teheran. Ma i fatti, purtroppo, indicano che la strategia diplomatica del Cavaliere è un bluff, alimentato da un debole governo israeliano, anch’esso bisognoso, come il nostro, di attestare di fronte all’opinione pubblica, successi inesistenti volti a rafforzare consensi vacillanti. Berlusconi ha dichiarato che dal 2007 gli scambi commerciali con l’Iran sono calati di un terzo. Ma in realtà sono aumentati ininterrottamente fino al 2008, per assestarsi durante la crisi: «L’Italia dal 2001 al 2007 è stato il primo partner commerciale dell’Iran. Lo scambio commerciale tra i due Paesi è passato da 3,5 miliardi di euro a 6 miliardi di euro», lo spiega il segretario generale della Camera di Commercio Iran-Italia, Jamshid Haghgoo.

«Negli ultimi anni, l’Iran ha negoziato contratti con oltre 30 aziende provenienti da nove Paesi europei per la realizzazione di progetti energetici nel Paese, nonostante l’aumento delle sanzioni internazionali e delle pressioni politiche ». Secondo la Camera di Commercio, la somma degli scambi Iran-Italia nel 2008 è aumentata dell’1,2 per cento rispetto al 2007. Anzi, le esportazioni italiane crescono, mentre calano le importazioni. L’Eni, intanto, sta guidando la seconda fase dello sviluppo del giacimento di Darkhovin per portare la produzione da 50mila a 160mila barili al giorno (valore dell’operazione: un miliardo di dollari). Dato che l’Italia è azionista dell’Eni, ridurre la presenza in Iran di quest’ultima sarebbe la riprova dell’impegno del governo. Scaroni invece ha fatto sapere che il cane a sei zampe porterà a scadenza i patti sottoscritti ma non ne rinnoverà altri. Peccato che il tre febbraio il direttore operativo della compagnia petrolifera statale iraniana, Nioc Seifollah Jashnsaz, abbia smentito Scaroni: «Le trattative con l’Eni per lo sviluppo della terza fase del giacimento di Darkhovin continuano».

Per ora Jashnsaz non è stato smentito dal nostro governo mentre l’Eni si è rifiutata di rispondere. Intanto, nonostante la ribalta mediatica sia toccata al nostro gigante energetico, parecchie aziende italiane, nell’ombra, continuano a fare affari con gli ayatollah. Nel gennaio del 2008, ad esempio, Edison e l’iraniana Nioc hanno firmato un contratto di esplorazione del valore di 107 milioni di dollari per il centro di estrazione offshore Dayyer, situato nel Golfo Persico. La Fata sta realizzando, inoltre, un impianto di oltre 300 milioni di euro per la produzione di alluminio primario a Bandar Abbas. A gennaio di quest’anno, è stata la volta della Maire Tecnimont che ha siglato un accordo da 220 miliardi di euro per il gas. Secondo gli esperti di spionaggio dell’israeliana Debka, la Tecnimont parteciperebbe anche alle commesse del programma nucleare iraniano. La Carlo Gavazzi Space, invece, sta costruendo il satelli te militare Mesbah. Mentre Ansaldo ha progettato le turbine iraniane di Karaji per 870 milioni di euro.

Iveco, gruppo Fiat, è il fornitore dei camion dell’esercito persiano e delle Guardie rivoluzionarie. La Fb Design fornisce invece i motoscafi Levrievo all’esercito e, sempre secondo Defka, le Guardie rivoluzionarie a loro volta darebbero questi mezzi anche ad Hezbollah. La Seli vende i mezzi di movimentazione terra alla iraniana Ghaem che è stata accusata dagli americani di scavare i bunker dove avvengono le sperimentazioni nucleari del regime di Ahmadinejad. Le aziende italiane che operano in Iran, in definitiva, sono il Gotha del capitalismo italiano: la DanieliDuferco, Mediobanca, Eni, Telecom, Capitalia, Montedison, Falck. Anche se l’Eni andasse veramente via dall’Iran, comunque, non sarà un grosso danno. I 15mila barili al giorno che la compagnia petrolifera italiana ricava dall’Iran, o i probabili 160mila alla fine dei lavori a Darkhovin, rappresentano un particolare trascurabile rispetto ad un totale di 1,7 milioni di barili al giorno.
da Terranews.it

"La bolla si sgonfia Bertolaso provvederà", di Eugenio Scalfari

La bolla delle Borse si sta sgonfiando. Poco male. Le Borse sono il terreno di gioco degli speculatori e anche un serbatoio al quale attingono le imprese per rifornirsi di capitali, sempre che il risparmio vi affluisca. Da qualche tempo però il risparmio privilegia investimenti sicuri e possibilmente remunerativi. Per tutto il 2009 ha privilegiato i titoli emessi dagli Stati; negli ultimi mesi ha cambiato direzione preferendo i “bond” emessi da imprese solide. Che la bolla borsistica si sgonfi per loro non è un dramma: prima o poi si riprenderà.

Ma attenzione: le Borse sono anche un termometro che segnala tendenze e aspettative. Da questo punto di vista i vistosi ribassi dei giorni scorsi, registrati sia in Europa sia a Wall Street, mandano messaggi sinistri che non possono esser sottovalutati.

Il significato è chiaro: il 2010 (ma anche l’11 e forse perfino il 12) sarà eguale se non peggiore del “terribile” 2009. Questa volta non si tratta d’una crisi immobiliare e bancaria: in prima fila ci sono i cosiddetti “fondi sovrani”, cioè i deficit giganteschi accumulati dagli Stati del G7, cioè europei e nordamericani. È quello il ventre molle della crisi economica mondiale nell’anno secondo del suo percorso.

Berlusconi – non so se in buona o cattiva fede perché in lui le due cose coincidono – ha finora sostenuto che la crisi non c’era mai stata in Italia e che comunque ormai era finita in tutto il mondo. I suoi ministri e il coro dei “replicanti” della sua maggioranza parlamentare hanno ripetuto questi suoi esorcismi. Tutti tranne Tremonti.

Berlusconi è infuriato perché – dice – “Giulio è sempre di cattivo umore e a me tocca il compito di rassicurarlo, ma non ci riesco”.

Lo credo. Tremonti conosce la realtà, che non è tale da suscitare allegria. Le barzellette del “boss” sulla Madonna potranno far ridere i frati di Betlemme ma non il responsabile dell’economia italiana.

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Il reddito della Grecia rappresenta il 4 per cento del totale dell’Unione europea; quello del Portogallo anche meno. Quello spagnolo parecchio di più; vanno aggiunti i paesi baltici e l’Ungheria, anch’essi in pessime acque. Ma in teoria non si tratta di ordini di grandezza tali da affondare l’Europa. La seconda linea di resistenza è rappresentata dal Fondo monetario internazionale. Quindi i “default” di questi Stati non configurano un dramma. In teoria.

Certo la speculazione può trarre spunto da questa realtà per spingere il ribasso e far esplodere la bolla; in questo caso per puntare su un deprezzamento del cambio dell’euro nei confronti del dollaro. Se le banche centrali del G7 volessero tagliar le gambe alla speculazione ribassista potrebbero farlo agevolmente. In teoria.

In pratica le cose stanno diversamente. La Germania è decisamente contraria ad accollarsi l’onere di salvataggi altrui; quanto agli Usa il debito pubblico accumulato dal paese-leader di tutto l’Occidente è enorme, le misure finora previste da Obama sono ridicolmente insufficienti a invertire il “trend”. In queste condizioni pensare che gli Usa possano esser parte attiva di interventi mirati a sistemare i default altrui è fuori da ogni ragionevole ipotesi.

In realtà il rischio maggiore proviene proprio dal debito interno americano, per riportare il quale a livelli di sicurezza entro il 2012 come promette Obama sarebbe necessaria una cifra da capogiro di 3.000 miliardi di dollari.

Questo è il vero spettro che grava sull’economia mondiale, aprendo paurosi scenari di inflazione accompagnata dal persistere di una recessione produttiva e dall’ulteriore contrarsi del commercio internazionale e dell’occupazione.

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Brilla ancora una volta per la sua incompetente dissennatezza la sortita di ieri del nostro presidente del Consiglio che ha vantato la sua politica di “diminuzione del peso fiscale” e lo slancio della nostra economia “in fase di robusta ripresa”.

Il peso fiscale è, al contrario, nettamente in aumento, lo dicono i dati ufficiali dell’Istat, della Banca d’Italia e dello stesso Tesoro. È in aumento il rapporto deficit/Pil (oltre il 5 per cento) ed è in aumento lo stock di debito pubblico che è già al 117 per cento del Pil e marcia speditamente verso il 120.

Quanto alla ripresa produttiva, dovremmo avere un aumento dell’uno per cento quest’anno, “rebus sic stantibus”. Ma le cose non resteranno affatto ferme.

Peggioreranno. Per cause esterne ed interne. Scadranno in primavera importi molto consistenti di titoli pubblici che dovranno essere rinnovati. Con l’aria che tira e con analoghe massicce scadenze in Germania, in Gran Bretagna e in Usa, avremo un mercato internazionale in piena agitazione, con tassi di remunerazione in crescendo e relativi maggiori oneri per il servizio degli interessi sui debiti.

Il nostro premier meriterebbe d’essere interdetto per dissennatezza economica e demagogia politica. Tremonti è di cattivo umore e gli fa il broncio: una lite tra compari che si scaricano vicendevolmente comuni responsabilità.

Anche il nostro superministro dell’Economia ne dice di cotte e di crude rivaleggiando col suo Capo. Al G7 del Polo Nord ha proposto ieri che il Fondo monetario diventi un organo politico, guidato dai ministri dell’Economia e non dai tecnici ed ha annunciato che in primavera presenterà un piano d’azione mirato a questo obiettivo.

La casa continua a bruciare e lui si preoccupa di saldare i conti col governatore della Banca d’Italia. Ma da quale cielo ci sono piovuti addosso personaggi così calamitosi? Debbono aver colpe assai grandi gli italiani per esserseli meritati.

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Come tutto ciò non bastasse, il governo ha trovato il modo di litigare pubblicamente anche con la Fiat che ha deciso di chiudere nel 2011 lo stabilimento di Termini Imerese. La lite verte sugli incentivi. La Fiat non li vuole, il governo è ben lieto di non darglieli più e si accende la polemica sul passato e sul futuro: la Fiat è stata un’azienda mantenuta dallo Stato? Che farà d’ora in poi senza quel mantenimento? Diventerà la donna onesta che non è mai stata?

Una polemica assurda. La Fiat è stata, dal 1948 in poi, il potere forte per eccellenza. La più grande azienda italiana insieme all’Eni di Enrico Mattei. I governi hanno sempre sponsorizzato la sua politica e la Fiat, in cambio, non ha lesinato i suoi finanziamenti alla Dc e alle sue correnti. I governi l’hanno spinta ad uscire dal Piemonte e decentrare nel Sud una parte delle sue produzioni. La Fiat l’ha fatto ricevendo in cambio i necessari finanziamenti a Melfi e a Termini. Questa è la storia, così sono andate le cose.

Ora la situazione è cambiata. La Fiat non è più un potere forte come un tempo. Quando Marchionne immaginò l’operazione Chrysler, sperando di abbinarvi anche l’operazione Opel, tutti la magnificarono con l’aggettivo di “conquistadora”. Noi scrivemmo che si trattava di un’operazione difensiva che la Fiat faceva per sopravvivere e questa, come ora risulta chiaro a tutti, era la pura verità dei fatti.

Il problema di Termini è dolorosamente evidente: quello stabilimento è sempre stato antieconomico. In tempi grassi è sopravvissuto, in tempi magri non ce la fa più.

Gli incentivi non risolvono i problemi, li rinviano di qualche mese e probabilmente li aggravano. I governi hanno voluto industrie non economiche e ora se le trovano sulle braccia. Il mercato dell’auto nei paesi occidentali è vecchio, il prodotto è vecchio, la domanda è in discesa. I nuovi mercati per nuovi tipi di automobile sono all’Est.
Termini Imerese non ha futuro. Ma c’è da domandarsi addirittura quale futuro abbia Mirafiori. Questo è il vero problema che Marchionne sta tentando di risolvere ed è incredibile che il governo non se ne renda conto. Ma chi dovrebbe? Scajola?

Una risorsa umana ci sarebbe e forse Berlusconi ci sta già pensando: si chiama Bertolaso, protezione civile Spa.
Con quel gioiello in tasca si può affrontare qualunque emergenza. Forza Bertolaso, forza Italia. Con uomini come quelli non c’è emergenza che tenga.

Post scriptum. Ma come farà ad essere israeliano con gli israeliani e palestinese coi palestinesi? Ad affermare davanti a Netanyahu che bombardare Gaza fu una reazione giusta e due ore dopo, davanti ad Abu Mazen, che le vittime di Gaza sono paragonabili a quelle della Shoah? Zelig si limitava a cambiare forma a seconda dell’interlocutore da compiacere, ma questo è un uomo in grado di cancellare il tempo e lo spazio. Riesce a stare col pilota dell’aereo che sgancia le bombe e nel rifugio sotterraneo con i bombardati. In contemporanea e dispensando ad entrambi parole di comprensione.

Queste righe non sono mie, non le ho scritte io, le ha scritte sulla Stampa del 4 febbraio Massimo Gramellini.
Io mi limito a trascriverle e, scusandomi con l’autore, a sottoscriverle, ponendomi anch’io la domanda: ma come fa? E come fanno gli italiani a sopportarlo? E il cardinal Bertone a benedirlo?
La Repubblica 07.02.10