Latest Posts

"E il sondaggio di Crespi premia Errani: «Lui al 58%, il Pd sale al 39,5%»", di A. Com.

Vasco Errani al 58% nella corsa per tornare sulla poltrona di governatore dell’Emilia-Romagna. E il Pd al 39,5%, ovvero nonostante il caso Cinzia e le dimissioni del sindaco Delbono comunque sopra il 38,9% delle ultime politiche. Questo il responso di un sondaggio dell’istituto di ricerche Luigi Crespi (già sondaggista `di fiducia’ del premier Berlusconi), pubblicato ieri sul sito clandestinoweb.
Secondo la ricerca, se si votasse domani la sfida contro la deputata Pdl Anna Maria Bernini vedrebbe vincitore il governatore uscente. Il confronto non considera dunque gli altri due contendenti, schierati da Udc e grillini, gli indecisi inoltre sarebbero ben il 28,6%. L’intervista a Errani, sempre sul sito, mette in evidenza il calo rispetto al 62% dei consensi, percentuale toccata 5 anni fa al momento della sua elezione al secondo mandato.
«Non commento mai i sondaggi, perché li considero indicativi di una tendenza. E la tendenza confermata dal vostro sondaggio, re- plica Errani, è che emiliani e romagnoli sono soddisfatti del tanto lavoro svolto in questi cinque anni».
Ed ecco le performance dei partiti nelle intenzioni di voto oggi: il Pd è al 39,5%, seguito dal Pdl al 26% e Lega al 13%. Da segnalare l’Idv al 6,3%, l’intervistatore chiede subito conto di un eventuale vicepresidente dipietrista ma Errani non si sbilancia: «Deciderò dopo e comunque non parlo di queste cose prima delle elezioni». A sinistra, Prc e Pdci raggiungerebbero il 3,5%, Sel il 2% così come i radicali.
Nel complesso, il centrosinistra sforerebbe quota 55%: alle ultime europee la coalizione era al 50,6%.

da L’unità Bologna, del 6.2.2010

"L'Italia dei finti assunti e del lavoro nero", di Gian Antonio Stella

Ricordate l’antico adagio? La madre degli stolti è sempre incinta. Va rivisto: è sempre incinta anche quella dei falsi braccianti agricoli. Anche perché, oltre al resto, frega gli assegni di maternità. Con i 98.376 smascherati nel 2009, dice l’Inps, i «furbetti del poderino» (finto) salgono negli ultimi 7 anni a 569.841. Pari alla popolazione di Genova. Con differenze tra regione e regione abissali: un imbroglione ogni 4.890.841 abitanti in Lombardia, uno ogni 151 in Calabria. Trentaduemila volte di più.

Sia chiaro: gli ispettori dell’Istituto nazionale di previdenza sociale presieduto da Antonio Mastrapasqua non hanno dovuto occuparsi solo della truffa sui braccianti. Anzi, su un miliardo e 253 milioni di euro accertati di contributi evasi, quelli che riguardano l’agricoltura sono solo 295. E fanno impressione anche gli altri numeri. Secondo i quali non solo il 79% delle aziende visitate avevano dei dipendenti non in regola (con punte del 90% in Sardegna, dell’88% nelle Marche e nel Molise ma anche dell’ 84% in Emilia-Romagna) ma le stesse regioni meno disinvolte col sommerso fanno segnare cifre da capogiro.C’era un’impresa su sei in nero tra quelle controllate in Piemonte, una su 9 in Lombardia e Veneto, una su 6 in Emilia…

Per non dire dei lavoratori in nero trovati in giro per le fabbriche, i laboratori e soprattutto i cantieri edili: oltre 2 mila in Liguria, oltre 5 mila in Emilia e in Lombardia, oltre 3 mila in Veneto, oltre 6 mila in Piemonte. E stiamo parlando solo di quelli scoperti, probabilmente pochi rispetto al totale. Prova provata di come abbia ragione il professor Marzio Barbagli, il massimo studioso della criminalità in Italia, quando spiega che non sono i «vescovoni», i buonisti o le anime belle della Caritas ad attirare gli immigrati in Italia. Sono anche, se non soprattutto, tutti quelli italiani che offrono una quantità di lavoro nero impensabile negli Stati più seri: «La nostra è un’economia che ha caratteristiche strutturali che favoriscono l’immigrazione irregolare. Si basa sul lavoro nero e non esistono controlli. Le norme ci sono, ma nessuno le fa rispettare». Soluzione? «Moltiplicare per mille i controlli. Rendere più severe le pene per gli imprenditori che sfruttano i lavoratori».

Ma chi dovrebbe fare, questi controlli? Non c’è dipendente pubblico che frutti quanto gli ispettori dell’Inps: fatti i conti, nel 2009 hanno recuperato tra evasioni accertate e sanzioni alle casse statali (almeno sulla carta: si sa come poi vanno le cose…) un miliardo e 502 milioni di euro. Vale a dire 1 milione e 88 mila euro a testa. Al punto che lo Stato dovrebbe volerne sempre di più, di più, di più. Invece, come denuncia Antonio Mastrapasqua, l’esodo verso la pensione e il blocco delle assunzioni anche per i concorsi già fatti nel lontano 2006 fa sì che gli ispettori sono scesi nel 2009 da 1.588 al 1.380. E quest’anno se ne andranno almeno altri 200. Col risultato che dal 2011, a tentare di arginare il «nero» di un Paese con oltre quattro milioni di imprese, un’economia sommersa valutata tra il 17% ed il 25% del Pil e una gran massa di furbi, ci saranno poco più di un migliaio di «Poirot » previdenziali. Auguri.

Auguri soprattutto sul fronte dei falsi braccianti agricoli. Che sono concentrati per il 99,1 % in 5 regioni: Campania (35.556 furbetti scovati nel 2009), Puglia (25.896), Sicilia (20.790), Calabria (13.262) e Basilicata (2004) per un totale di 97.508 imbroglioni su un totale nazionale di 98.376. Una sproporzione assurda. Basti dire che è stato scovato un truffatore ogni 294 abitanti in Basilicata, uno ogni 242 in Sicilia, uno ogni 163 in Campania, uno ogni 157 in Puglia, uno ogni 151 in Calabria.

Contro una media nazionale di uno ogni 611 che in realtà, tolte quelle 5 regioni, precipita a un falso bracciante agricolo ogni 49.133 abitanti. E parliamo del solo 2009: in totale, come dicevamo, negli ultimi 7 anni i falsi assunti da false imprese che coltivano false tenute risultanti su false carte catastali sono stati 569.841.

Un’illegalità di massa inaccettabile. Tanto più che, come dimostrano le inchieste, in larga parte dei casi non si tratta di un fenomeno di sopravvivenza dovuto a disperati che non sanno come tirare avanti ma di un sistema gestito dalla criminalità. Un sistema scientifico. Che muove una quantità enorme di soldi. Basti ricordare che i soli accertamenti da 2003 a oggi (e chissà quante truffe sono sfuggite al setaccio…) hanno consentito all’Inps risparmi per 1 miliardo e 331 milioni di euro.

Si è visto di tutto, in questi anni. Di tutto. Valga ad esempio una relazione interna sull’area salernitana nella quale Ferdinando Rossi, un dirigente della polizia poi promosso a Bologna, scrive di avere «scoperto la presenza a Battipaglia di una sorta di ufficio di collocamento parallelo», in cui venivano gestite le false assunzioni per una molteplicità di aziende, condotto senza alcuna precauzione alla luce del sole e tra l’altro distante poche decine dimetri da quello legale. Una sfida o forse piuttosto la sicurezza di impunità in un settore, in cui le truffe all’Inps da tempo sembrano essere diventate la regola

Dalle indagini è emerso che privati cittadini, ma anche rappresentanti di patronati e di sindacati portavano quotidianamente in quell’ufficio di collocamento illegale la documentazione necessaria per far figurare centinaia di soggetti assunti in una delle tante aziende agricole esistenti solo sulla carta oppure presso realtà produttive reali, che si prestavano a effettuare false assunzioni.

Un «imprenditore» che risultava avere una grande azienda agricola e assumeva a tutto spiano si rivelò essere un barbone «che dormiva nella stazione di Battipaglia e che, avvicinato dagli organizzatori della truffa, si era prestato a dare il nome a una azienda con circa 500 falsi assunti, in cambio di una vecchia auto dove dormire»

C’è poco da sorridere. Lo spiega un’altra relazione interna, firmata dalla Responsabile del Centro per l’impiego di Battipaglia, Antonietta Barone. Dove si legge che «la malavita, che gestisce il circuito illecito, ha imposto un vero e proprio tariffario che i braccianti fittizi devono rispettare per risultare falsamente assunti». Che sempre più spesso «gli extracomunitari irregolari siano stati utilizzati in nero per coltivare i suoli sui quali risultava poi fittiziamente assunta manodopera italiana».

Che «non sono mancate neppure le aziende costituite ad hoc per assumere fittiziamente gli stranieri, che in realtà sono risultate una sorta di scatole vuote, costituite solo sulla carta per poter presentare le istanze per le assunzioni in occasione degli ingressi annuali». Fino al capolavoro: molti neocomunitarie arrivate come badanti, «fittiziamente assunte in agricoltura», diventano beneficiarie «delle indebite prestazioni previdenziali di disoccupazione, maternità e malattia» continuando «a lavorare in nero presso le famiglie come colf o badanti»… Una truffa. Ma chi sono i veri truffatori: loro o i loro datori di lavoro italiani?
Il Corriere della Sera 07.02.10

"Europa, castello di bugie", di Barbara Spinelli

In un mondo che sta mutando in profondità e a ritmi rapidissimi, l’Europa ha una reputazione forse immeritata ma non lontana dalla realtà.
Appare come potenza addormentata, che non partecipa alla storia del presente, capace solo di adombrarsi quando è trascurata e non consultata. Non l’ha svegliata la fine della guerra fredda. Non sono bastate a destarla le vicissitudini di un dominio americano sul mondo che da unipolare che era dopo l’89, si è infranto prima in guerre fallimentari, poi nella crisi finanziaria del 2008.

Crisi che perdura, che ha accelerato l’emergere di nuove potenze (Cina, India, Brasile), che ha scalfito il primato non solo dell’America ma dell’Occidente.
Questi eventi erano occasioni straordinarie di risveglio, che gli europei tuttavia hanno sistematicamente mancato. La tendenza a ripetere lo stesso errore significa che c’è del metodo, nella loro follia: più precisamente, c’è l’abitudine a vivere in illusioni che son dure a morire e scambiate con la realtà. Non si spiega altrimenti il malcontento imbronciato con cui i governi hanno reagito alla sfida che lunedì è venuta da Washington: Obama non avrebbe intenzione, dopo esperienze deludenti, di recarsi al vertice euro-americano di Madrid convocato in aprile dalla presidenza spagnola dell’Unione. Come bambini schiaffeggiati, gli europei fanno il muso: Obama ­ si dicono tutti allibiti ­ ci tratta come se non esistessimo. Avevamo tanto sperato in lui ed ecco che si disinteressa all’Europa: è segno che il suo mito è finito, fallito. «C’era una volta Obama», scrivono i commentatori ignorando, in unisono con i governi, la bolla di menzogne in cui l’Europa vive.

Se non fossero ignari è il contrario che scriverebbero: «C’era una volta l’Europa», prima che il sonno la sommergesse. Dovrebbero ringraziare Obama, che denunciando la malattia invita il continente a divenire la potenza che non vuol essere. Ma il risveglio è difficile, in Paesi che di bugie lusinghiere si nutrono: sull’economia, sull’America, su se stessi. Delle molte chimere che dominano in Europa a due anni dalla crisi, quella che riguarda l’America non è l’unica ma è tra le più nefaste.

La malattia europea è oggi fatta di cecità. Cosa non capiamo, precisamente, della crisi? Non ne capiamo la natura perché chiudiamo gli occhi alle mutazioni che essa suscita, sia economiche sia politiche. Non vediamo il mondo post-americano, post-atlantico, che sta emergendo: mondo di cui Obama è espressione. È questa incomprensione che ci rende, agli occhi statunitensi, poco interessanti: noi stessi siamo incapaci di curiosità, di un interessamento che vada oltre l’utile immediato. Lo spiega con lucidità un opuscolo scritto nel novembre scorso da Jeremy Shapiro e Nick Witney per il Council of Foreign Relations creato in Europa dalla Fondazione Soros.

L’avvento di Obama nasce dalla coscienza di questo mondo post-americano.
Nuove potenze salgono grazie alla crisi, non più occidentali. Vecchie industrie faticano a sopravvivere e innovare, in continenti ricchi destinati comunque a crescere di meno.
La potenza americana non dismette la propria forza, ma la sua leadership è deteriorata. Chi denuncia il declino di Obama non vede che il declino oltrepassa la sua persona ed è un fenomeno che proprio lui si trova a dover governare. Il suo presunto disinteresse all’Europa nasce da qui: il Presidente constata che questa consapevolezza non esiste in Europa. Che da noi regna una nostalgia della perduta stabilità atlantica, della vecchia indiscussa egemonia Usa. I vertici istituzionalizzati Europa-Usa sono manifestazioni, ai suoi occhi, di quest’immobile rimpianto: sono luoghi dove non si discutono le cose essenziali, per il semplice fatto che l’Europa come soggetto non vuole esistere. Luoghi dove sulla sostanza prevale il processo, caro agli europei: i lunghi elenchi di temi, il parlare che elude l’agire.

Deluso dal precedente vertice di Praga, Obama teme che anche la riunione di Zapatero finisca in un processo di Madrid.
Il fastidio del Presidente dice qualcosa di importante su di noi, più che su di lui. Dice la nostra incapacità di proposte, e di difendere interessi e convinzioni con un’unica voce governante, non con relazioni bilaterali privilegiate. Dice l’immensa paura europea d’un conflitto con Washington: conflitto vissuto alla stregua d’una colpa anche da finti riottosi come la Francia. Dice la stasi di un continente che non sa entrare nell’era post-americana, né riconoscere come l’Europa non sia più cruciale per la sicurezza Usa. Dipende dagli europei se Obama ricorre a gesti indisponenti per dire, ai sordi volontari, verità ineludibili: la guerra fredda è finita; alla vecchia alleanza atlantica tenete più voi che noi.

La minaccia americana di snobbare l’Europa potrebbe essere un’occasione preziosa, per smettere le illusioni e costruirsi un destino. Se è vero che Obama è stanco dell’Europa proteiforme che gli si accampa davanti con una sfilata di rappresentanti in competizione fra loro, vuol dire che urge un’unità più stretta, anche più antagonista. In una lettera a Van Rompuy, il Presidente che guiderà il Consiglio europeo nei prossimi tre anni e che per giovedì ha convocato un vertice d’urgenza, il liberale Guy Verhofstadt dice allarmato che è l’ora di accelerare l’integrazione, e di guardare in faccia il mondo che muta: un mondo in cui la forza appartiene alle Unioni vaste e non agli inutilizzabili Stati-nazione.

Non vedere il mondo post-americano va di pari passo con la cecità fronte a uno sconquasso che non è solo economico ma politico. Non c’è praticamente governo europeo che dica ai propri elettori il vero stato delle cose: che spieghi come la crisi sarà lunga, come nulla sarà come prima perché proprio quel prima ha condotto al disastro. Vediamo in questi giorni come il nascondimento della verità contamini anche i discorsi sulla crisi dell’auto.
È così anche nei rapporti con l’America. Shapiro e Witney sono espliciti: non è colpa degli Stati Uniti ma degli europei, se la discussione s’insabbia. All’origine c’è l’affastellarsi di quattro grandi illusioni.

L’illusione di poter ricavare qualcosa da rapporti bilaterali o dalla Nato, piuttosto che dalla nascita d’un rapporto Unione-Usa. L’illusione che l’Europa resti cruciale per la sicurezza Usa. L’illusione che gli europei possano affermarsi considerando l’armonia atlantica un fine in sé, un feticcio, quando proprio di dispute c’è bisogno perché l’America ascolti.
L’illusione infine che l’America veda nell’Europa un’intelligenza superiore, anche se inattiva. È l’illusione ­ scrivono gli autori ­ che ebbero i Greci nell’impero romano, fino a quando si accorsero che Cicerone li chiamava, spregiativamente, graeculi.

Alla base di queste chimere c’è quella riguardante lo Stato-nazione.
«Dopo l’attentato alle Torri e la crisi del settembre 2008 ­ scrive Verhofstadt ­ è nato un nuovo ordine mondiale, impietoso con le (ormai sorpassate) illusioni nazionali di gran parte degli Stati europei». I fatti lo confermano: nelle politiche già comunitarie (commercio, concorrenza, moneta) l’Europa è potente, udibile, ascoltata. Non lo è affatto nei settori che gli Stati custodiscono con sovranità che sono simulacri. Verhofstadt è convinto che, se l’Unione avesse avuto un unico leader, al vertice di Copenhagen sul clima la catastrofe sarebbe stata minore.

Il rapporto con l’America è analizzato severamente da chi oggi chiede più Unione: l’Europa è accusata di voler sempre compiacere e sempre ingraziarsi Washington, con relazioni privilegiate da cui ci si aspettano ricompense che ­ Blair lo sa ­ non giungono mai. Difendere i propri interessi col muso duro, agire indipendentemente in Medio Oriente, meditare sulla guerra afghana senza farne un capitolo dei rapporti euro-americani: questo è ricominciare la storia.

Il sonno è confortevole, pensano gli europei. Meglio aspettare che la tempesta passi: «Calati juncu ca passa la china», càlati giunco ché passa la piena, dice il motto mafioso fatto proprio dai governi dell’Unione. Sarkozy ha ostentato indifferenza, giovedì, dopo un incontro con Angela Merkel: «Dov’è il dramma se Obama non viene?». Il guaio è che il dramma persiste, anche se il giunco si piega. L’Europa rischia l’irrilevanza. Rischia di essere un continente messo fuori gioco in irresistibile declino. È quello che accadrà, se non si sveglia in tempo.
La Stampa 07.02.10

«Meno tasse? Ecco gli aumenti del governo Berlusconi», di Marco Laudonio

Fassina smonta le bugie del premier: “L’ICI al 60% delle famiglie l’ha tolta Prodi, mentre lui aumenta le tasse a lavoratori e imprese”. Bersani: “Anno record, lavoreremo per pagare le tasse fino al 23 giugno!”. Le 5 bugie del governo

“Abbiamo abbassato le tasse, togliendo l’Ici e togliendo 2 miliardi alle imprese”. Il problema è che il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ne è convinto.
Pure per telefono lo racconta, come ha fatto sabato mattina chiamando (!!) all’inaugurazione dell’autostrada pedemontana lombarda, stamane a Cassano Magnago, in provincia di Varese. “Nonostante la crisi l’Italia c’è, non abbiamo aumentato le tasse e sosteniamo le famiglie e chi ha perso il lavoro”.
Berlusconi era al telfono, chissà da dove. Il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ferma subito la grancassa delle bugie: “Non so in quale paese vive. Da quando il governo ha detto che la crisi era passeggera e psicologica, abbiamo 700 mila disoccupati in più, un milione di persone sotto ammortizzatori sociali e decine di migliaia di piccole imprese saltate o a rischio fallimento. Questi sono problemi che – per il segretario del Pd – si devono affrontare con un piglio più deciso e non raccontando fantasie”.

Diciamo la verità, anzi le verità, che sono proprio tutto il contrario come ribatte Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro nella segreteria del PD:

1) E’ stato il governo Prodi a eliminare l’Ici al 60% delle famiglie.

2) Il governo Berlusconi le tasse le ha aumentate a lavoratori e imprese, dal momento che ha eliminato numerose detrazioni fiscali:
– la detrazione del 55% per le ristrutturazioni edilizie finalizzate al risparmio energetico;
– la detrazione del 19% per gli acquisti di abbonamenti ai trasporti pubblici locali;
– la detrazione del 19% per le spese di aggiornamento degli insegnanti.

3) Il governo Berlusconi le tasse le ha aumentate alle imprese, dato che sono stati svuotati, mediante il click day, i crediti di imposta per ricerca e innovazione, e per gli investimenti nel Mezzogiorno.

4) Il governo Berlusconi le tasse le ha aumentate a lavoratori e imprese, non restituendo il fiscal drag degli ultimi due anni e introducendo una pesante tassa sulle memorie virtuali dei dispositivi elettronici, quantificata, in media, in 100 euro l’anno a famiglia.

5) Il governo Berlusconi ha messo le mani nelle tasche degli italiani attraverso una serie di aumenti:
– l’aumento delle tariffe dell’acqua e del gas,
– l’aumento dei pedaggi autostradali, del costo dei biglietti dei treni e degli aerei,
– l’aumento dei premi delle assicurazioni.

E Fassina fa notare un dato che tanti analisti economici sui giornali non cosniderano mai: “Nonostante una recessione più pesante della media dell’area euro, abbiamo un’inflazione più alta. Così I lavoratori perdono potere d’acquisto e le imprese competitività”.
Riguardo le tasse lo stesso Bersani ha ricordato che sono cresciute dato che “siamo arrivati al 23 giugno come giorno in cui finiamo di lavorare per lo Stato. È un record”.

Gli dà ragione l’associazione dei consumatori Federcontribuenti: “Silvio Berlusconi mente quando dice di avere abbassato le tasse. Anzi no: i grandi evasori con lo scudo fiscale hanno pagato quattro volte meno di un lavoratore dipendente – afferma il il presidente della Federcontribuenti, Carmelo Finocchiaro – Tutti gli indicatori confermano il contrario, al punto che quest’anno serve un giorno in più di lavoro proprio per poterle pagare”.

“Il presidente del Consiglio ha preso ogni contatto con la realtà – afferma Giuseppe Fioroni, presidente del Forum Welfare del Partito Democratico – i risultati del governo? C’é chi si uccide perché perde il lavoro. Il 60% dei disoccupati ha meno di 34 anni. La scuola è un bancomat da cui prelevare risorse, privando i nostri giovani del futuro. Aumentano le famiglie povere. Creare una nuova famiglia è diventato un lusso. Ma il presidente del Consiglio continua a parlare, parlare, parlare senza passare ai fatti. Non è che si è davvero illuso che con le parole -e mi scuso per la metafora- si possano moltiplicare i pani e i pesci?”.

Piero Fassino a Ivrea nel corso di un incontro con i lavoratori del gruppo Eutelia – Agile in lotta da mesi per evitare la liquidazione della loro azienda ha bollato le parole del premier come “una colossale bugia e un inganno a danno degli italiani. Ogni qual volta ci si avvicina ad elezioni – ha aggiunto Fassino – Berlusconi rispolvera il vessillo della riduzione delle tasse. E pur di raccattare qualche voto non esita a ricorrere alla ‘pubblicità ingannevole’. Per Berlusconi l’importante non è che una cosa sia vera, ma farla credere vera. Soltanto che il trucco è sempre più scoperto e non riesce più a nascondere quel che milioni di italiani vedono: la crisi morde sul lavoro, sul reddito e sulla vita di milioni di tantissime persone”.

E poi il governo non fa nulla…
Grazie Silvio, la prossima volta risparmiati la telefonata, anche perché magari starai pensando ad aumentare il costo pure di quelle nel prossimo taglio delle tasse…

da www.partitodemocratico.it

*****

da www.repubblica.it
«Ma sul fisco Prodi batte il Cavaliere sgravi più consistenti dal centrosinistra», di Adriano Bonafede
Gli aiuti dati da centrosinistra e centrodestra secondo i Bollettini della Banca d’Italia

ROMA – Chi ha messo di meno le mani nelle tasche degli italiani? Berlusconi la risposta l’ha già pronta e la ripete da anni ai concittadini senza mai stancarsi: lui è quello che fa pagare meno tasse e invece il “cattivo” Prodi è quello che voleva a tutti i costi svuotare il portafoglio degli italiani. Ma il refrain di Berlusconi (e di tutto il centro destra, che l’ha fatto proprio) è davvero intonato alla canzone che ha effettivamente cantato? Spulciando fra i dati pubblicati in questi anni dai Bollettini economici della Banca d’Italia che hanno preso in considerazione l’effetto delle manovre degli ultimi quattro anni – dal 2007 al 2010 – la verità che sembra emergere dalle elaborazioni di Repubblica è assai diversa.
E’ pur vero che il primo governo Prodi mise in atto per il 2007 una manovra che ebbe l’effetto di privare famiglie e imprese di 2,24 miliardi di euro, come si vede dalla tabella pubblicata in pagina. Ma se si prende in considerazione la manovra predisposta per l’anno successivo le cose già cambiano: per il 2008 l’esecutivo Prodi ha effettivamente rimesso nelle tasche degli italiani più di quanto avesse sottratto l’anno precedente, e cioè 2,8 miliardi, con un “saldo” netto positivo di 560 milioni. E questo dipende soprattutto dagli sgravi concessi alle famiglie con una parziale (ma sostanziosa) abolizione dell’Ici, poi proseguita dal successivo governo Berlusconi nello stesso 2008 con un’abolizione totale. Misura, quest’ultima, che sembra, guardando quello che è successo dopo, l’unica di un certo peso (1,7 miliardi) che l’esecutivo di centro destra ha preso a favore delle famiglie. Nessuna riduzione dell’Irpef – nemmeno la restituzione del fiscal drag – nessuna misura a sostegno delle famiglie se se si esclude la manovra del cosiddetto bonus per i nuclei disagiati per 2,4 miliardi nel 2009 (ridottisi concretamente a 1 solo miliardo) che non è stata prorogata per il 2010 (ma tecnicamente si tratta di una maggiore spesa e non di una minore entrata).
Molti economisti hanno fatto notare che nella maggior parte dei paesi il sostegno ai redditi delle famiglie – sotto forma di minori tasse – è stato uno dei leit motiv delle misure dei governi contro la crisi.
Passando a ciò che risulta effettivamente svolto dai governi Berlusconi, nel 2009 c’è un saldo positivo complessivo fra aggravi e sgravi per famiglie e imprese di oltre 2,6 miliardi. Però va detto che l’entrata più importante dello scorso anno è relativa alla cosiddetta Robin Tax per società energetiche e banche per 4,272 miliardi. Quindi, un aumento effettivo delle imposte che però ha colpito soltanto due segmenti produttivi.
Per il 2010, le previsioni contenute nel Bollettino della Banca d’Italia dell’ottobre scorso (quindi a Finanziaria ancora aperta) davano un saldo negativo (a favore degli italiani) di soli 854 miliardi. Considerando i due anni in cui ha governato, Berlusconi ha tolto dalle tasche degli italiani circa 1,8 miliardi.
Complessivamente, quindi, partendo da questi dati, non sembra confermata l’immagine di un centrosinistra-Dracula e di un centrodestra donatore di sangue. Va comunque detto che dal computo delle entrate fiscali operate nei quattro anni presi in considerazione sono state eliminate tutte le misure correlate alla lotta all’evasione e all’elusione fiscale. Sono stati ricompresi in questo genere di interventi – di cui non si è tenuto conto – anche gli aggiornamenti degli studi di settore decisi ad esempio dal governo Prodi. Ma anche altre misure anti-evasione prese dall’esecutivo Berlusconi nei due anni in cui ha governato finora.

«Le bugie sulle lingue nella (non) riforma Tremonti – Gelmini delle superiori», di Silvia Minardi*

Il Consiglio dei Ministri ha approvato in data 4 febbraio 2010 la (non) riforma delle scuole superiori che prende avvio dal prossimo anno scolastico. Nei mesi scorsi, quando la rete ci consegnava versioni anche molto diverse tra loro sulle ipotesi di riforma, lend aveva messo in evidenza l’azione di propaganda del ministro che non solo elimina dal curricolo obbligatorio l’insegnamento della seconda lingua straniera, ma indebolisce anche l’insegnamento della lingua inglese.
Ieri, però, dalla propaganda sulle lingue nelle ipotesi di riforma siamo passati alle bugie.
Infatti con l’approvazione della riforma si parla – anche su molti organi di stampa – di un potenziamento dell’insegnamento delle lingue straniere nella riforma delle superiori. Così non è.
Nei sei licei previsti dalla riforma resta una sola lingua straniera (“Lingua e Cultura Straniera”) nel curricolo obbligatorio. Non si parla di Lingua Inglese, è vero, ma quante scuole sceglieranno una lingua straniera diversa dall’inglese? Solo al Liceo Linguistico una seconda e una terza lingua straniere vengono insegnate per cinque anni, mentre nel Liceo delle Scienze Umane la seconda lingua straniera è presente nella opzione “economico-sociale” per tre ore alla settimana per cinque anni. In nessun altro liceo è prevista la seconda lingua straniera. Per quanto riguarda il Liceo Scientifico tradizionale prima che la scure della (non) riforma Tremonti – Gelmini si abbattesse sulla secondaria di II grado, l’inglese era presente nel curricolo per cinque anni con un quadro orario che prevedeva 3 ore alla settimana al primo, al terzo e al quarto anno e 4 ore settimanali al secondo e al quinto anno. Con la (non) riforma Tremonti – Gelmini gli alunni del Liceo Scientifico avranno tre ore di lingua inglese per cinque anni ovvero studieranno meno inglese. Restano i docenti madrelingua solo nel Liceo Linguistico, ma non viene più garantita la compresenza con il docente. Occorre risparmiare – è la filosofia di fondo della (non) riforma Tremonti-Gelmini.
Molti commenti insistono sulla validità della proposta CLIL, ovvero “ l’insegnamento, in lingua straniera, di una disciplina non linguistica (CLIL) compresa nell’area delle attività e degli insegnamenti obbligatori per tutti gli studenti o nell’area degli insegnamenti attivabili dalle istituzioni scolastiche nei limiti del contingente di organico ad esse annualmente assegnato” – è quanto recita il nota bene scritto in calce ai quadri orari approvati in Consiglio dei Ministri. Ma anche su questo punto non prendiamoci in giro: non è possibile utilizzare questa formula per parlare di potenziamento delle lingue straniere nella scuola superiore italiana. Innanzi tutto, perché il CLIL verrà introdotto in una scuola dove gli studenti avranno studiato per tredici anni solo la lingua inglese. Come possiamo credere che essi possano studiare, ad esempio, storia in tedesco quando per cinque anni hanno studiato solo inglese? E ancora chi sono i docenti CLIL? Tutti i documenti dicono chiaramente che l’insegnamento di una disciplina non linguistica in lingua straniera sarà affidato ad un docente di disciplina. Un’opzione che potrebbe anche essere ottimale se non fosse per il fatto che non ci sono, nel nostro Paese, molti docenti di discipline non linguistiche con le competenze linguistiche necessarie per insegnare la loro materia in lingua straniera. Forse ci si affiderà al solito piano di formazione (sicuramente online perché anche questo serve a risparmiare) con il quale preparare almeno 20 mila docenti di discipline non linguistiche per l’insegnamento CLIL nella scuola superiore italiana. È questo che vogliamo chiamare “potenziamento delle lingue straniere”?
Negli Istituti Tecnici si prevede la Lingua Inglese per cinque anni nel curricolo obbligatorio per 99 ore all’anno (ovvero tre ore alla settimana). La seconda lingua è prevista nell’indirizzo Amministrazione, Finanza e Marketing e nell’Indirizzo Turismo dove è prevista anche una terza lingua nel triennio. Per quanto riguarda gli Istituti Professionali la seconda lingua è prevista solo nell’indirizzo Servizi Socio-Sanitari, Enogastromia e Ospitalità alberghiera e nell’indirizzo Servizi commerciali. Quindi, anche negli Istituti Tecnici e Professionali l’insegnamento delle lingue straniere nel curricolo obbligatorio risulta estremamente ridotto e poco ci consola la nota che troviamo in calce ai quadri orari degli Istituti tecnici che dice che le scuole “possono prevedere, nel piano dell’offerta formativa, attività e insegnamenti facoltativi di ulteriori lingue straniere nei limiti del contingente di organico loro assegnato ovvero con l’utilizzo di risorse comunque disponibili per il potenziamento dell’offerta formativa.” Ma la (non) riforma Tremonti- Gelmini è stata fatta per ridurre le risorse. Quindi, con quali risorse sarà possibile inserire l’insegnamento di una seconda lingua nel curricolo?
Tutto questo accade nel nostro Paese in aperta violazione con quanto previsto dall’Europa. La risoluzione del Parlamento Europeo del 24 marzo 2009 – solo per citare uno dei documenti più recenti – dal titolo “Il multilinguismo: una risorsa per l’Europa e un impegno comune” raccomanda, tra le altre cose, “agli Stati membri di includere nei programmi scolastici lo studio facoltativo di una terza lingua straniera a partire dal livello della scuola secondaria”. Nella scuola italiana scompare la seconda lingua straniera.
Nella scuola italiana non si rispetta il diritto al plurilinguismo. Nella scuola italiana con la (non) riforma Tremonti – Gelmini ci allontaniamo definitivamente dall’Europa e rendiamo i nostri giovani più deboli. Ma forse è proprio questo l’unico scopo perseguibile da un piano di risparmi e di tagli generalizzati.

* per l’associazione “lend – lingua e nuova didattica” (www.lend.it)

“No al nucleare e sì all'efficienza e al risparmio energetico”

Tavola rotonda degli Ecologisti democratici. Bersani: “dalla Green Economy può venire una risposta alla crisi”. Bonino: “No alla privatizzazione dell’acqua”
“No al nucleare e sì all’efficienza e al risparmio energetico”. Queste le parole del segretario Pier Luigi Bersani intervenuto alla tavola rotonda sulla Green Economy organizzata dagli ecologisti democratici nella sede nazionale del Pd di via Sant’Andrea delle Fratte.

Per il leader democratico le tematiche del lavoro, del sociale e dell’ambiente sono i tratti distintivi del Pd e le bandiere da impugnare da qui alle regionali. Ed è proprio la Green Economy la chiave per affrontare la crisi economica ed occupazionale che sta piegando le ginocchia al Paese. Un concetto diametralmente opposto alle politiche del governo ossessionati dal paradigma “più crisi, meno ambiente”. “Noi diciamo che dalla Green Economy può venire una risposta alla crisi” ha ribadito Bersani. “Dobbiamo dire al governo che così le cose non girano; abbiamo dimostrato di essere un partito che sente su di sé la responsabilità di una alternativa che ora dobbiamo portare al governo dei territori, perché è difficile che Berlusconi vada via da solo; abbiamo le nostre difficoltà ma non siamo messi così male». Infine, fare proprio dell’ambiente e della Green Economy la mission del centrosinistra che si candida a governare le Regioni in una stagione decisamente meno favorevole di quella che segnava gli anni Settanta e il dopo-tangentopoli.

Su come valorizzare l’ambiente ed eliminare gli sprechi di energia, la destra è sorda e in grande difficoltà. La risposta che ci viene data è semplicistica e di comodo. A partire dal ritorno al nucleare che nessuno vuole. “Noi la scelta del ritorno al nucleare non la diamo per fatta ma al governo nazionale e a chi si candida a governare le Regioni dobbiamo chiedere chiarezza: dicci sì o no e dove vuoi le centrali, e non dopo le elezioni, si pronuncino, gli impianti non li fa mica mandando i carabinieri”.

Una missione trasparenza a cui nessuno dei candidati del centrodestra ha dato la propria disponibilità. Troppo scomodo ed impopolare parlare di nucleare prima del voto. Sarebbe una sconfitta clamorosa.

Alla iniziativa degli Ecodem, oltre a Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd, i senatori Roberto Della Seta, Francesco Ferrante e il deputato Ermete Realacci, ha partecipato anche Emma Bonino, candidata a governare la Regione Lazio per il Centrosinistra. La Bonino ha fatto del rispetto dell’ambiente ha fatto una questione di stile di campagna elettorale: “non imbrattiamo la città con i manifesti, inventiamoci altre forme di propaganda, addobbiamo finestre e finestrini delle auto”.

“Ero una bambina quando manifestavo contro la centrale di Montalto di Castro” ha dichiarato la Bonino. Sul fatto che la cittadina del viterbese potrebbe essere uno dei siti scelti dal governo per una nuova centrale nucleare, è necessario che Renata Polverini, sua candidata avverrsaria, sia molto più chiara. “Non basta dire che sentirai i cittadini. E ci manca pure che non li senti! I consulenti non le mancheranno, se la sarà fatta una idea del territorio e del nucleare, potrà dire se secondo lei mettere lì una centrale è sostenibili e quali sono i costi-benefici. Noi l’alternativa la forniamo”.

Un’alternativa legata “all’efficienza energetica, portatrice di posti di lavoro. Altro che le loro promesse. Quale è l’ultima? Centomila posti di lavoro a Roma in due anni? Può darsi che funzioni in campagna elettorale, io dubito, ma se ci fosse il contraddittorio mi piacerebbe chiedere ad Alemanno dove, in base a quale progetto e a quale visione del Lazio pensa di creare queste opportunità di lavoro».

Il sindaco di Roma viene ulteriormente ripreso dalla Bonino in merito alla possibile vendita di azioni del Comune all’azionista di minoranza Caltagirone. Si parla di Acea e di privatizzazione dell’acqua pubblica. Così come sul nucleare il NO è categorico.”Una ipotesi di privatizzazione dell’Acea in questa situazione di totale opacità è inaccettabile, non siamo Alice nel paese delle meraviglie e sappiamo gli interessi che ci sono in gioco, ma oggi privatizzare Acea soddisfarebbe solo qualche potente-prepotente ma non sarebbe una scelta per i cittadini”.

da www.partitodemocratico.it

«Soldi pubblici senza politica industriale», di Luciano Gallino

A rigore dice il vero il presidente Fiat Luca di Montezemolo quando afferma che da quando sono arrivati lui e Sergio Marchionne ai vertici del gruppo, ossia dal 2004, la Fiat non ha mai ricevuto un euro dallo stato.Il punto è gli incentivi sono una solida forma di aiuto – anche se indiretto – e soprattutto che di euro la Fiat ne aveva ricevuti tanti pochi anni prima. Secondo stime del 2002 rilasciate dal ministero delle Attività Produttive, come si chiamava allora, lo Stato ha sostenuto salvo errore la costruzione dello stabilimento di Termini Imerese ed i suoi annessi con versamenti complessivi che all´epoca toccavano i 4,5 miliardi di euro. E qualche anno prima aveva contribuito allo sviluppo industriale di tutta l´area di Melfi, il più grande insediamento Fiat fuor di Torino, con 3.000 miliardi di lire – un altro miliardo e mezzo in moneta attuale. Sarebbe quindi preferibile da parte dei vertici del gruppo lasciar perdere questo tasto nella discussione con il governo o nelle esternazioni pubbliche.
Da parte sua ha pure ragione l´amministratore delegato Marchionne nel dire che ci vorrebbe una politica industriale per l´auto. È una politica alla cui assenza si deve in gran parte se Fiat, rimasto l´unico costruttore italiano, costruisce auto in Italia per un totale che nel 2009 ha corrisposto a meno di un terzo di quelle che costruiscono in casa loro, ciascuno, Francia e Regno Unito, e un quinto o un sesto di quelle che fabbricano i tedeschi. Non solo il governo in carica, ma anche il precedente governo di centro-destra avrebbe pur dovuto accorgersi sin dai primi anni 2000 che lo stabilimento di Mirafiori aveva perso quasi 70.000 addetti a paragone degli anni ‘60, e che Termini poteva reggere soltanto se in Sicilia si fosse sviluppato un adeguato distretto della componentistica. Giacché tre quarti di un´auto sono fabbricati in luoghi diversi da quello in cui avviene il montaggio finale. Questa semplice equazione significa che se nello stabilimento principale lavoravano 1.500 persone, non lontano avrebbero dovuto essercene, da subito, due o tre volte tante a produrre componenti. Si sarebbe così evitato di scoprire dall´oggi al domani che l´Italia è lunga, e far arrivare a Termini scocche fatte a Melfi, e magari motori costruiti in Polonia, risulta anti-economico.
Adesso Fiat e governo giocano una partita in cui la prima sa quanto valgono le proprie carte ma cerca di non farlo capire, mentre il secondo non ha nemmeno compreso bene a quale gioco si stia giocando. I vertici della prima si profondono in assicurazioni circa il fatto che la testa e il cuore della Fiat resteranno sempre in Italia, quasi che il mondo non fosse pieno di multinazionali che hanno sì i due organi in patria, i quali però occupano in tutto mille persone mentre sono centinaia di migliaia le braccia che stanno all´estero. Il secondo si trastulla con il dilemma incentivi sì-incentivi no, mentre ci vorrebbe una squadra di tecnici ed economisti veramente esperti negli intricati meccanismi odierni della produzione automotoristica, in grado di stendere una carta del mondo su un tavolo e pretendere dalla Fiat di spiegare dove e come pensa realmente di localizzare nei prossimi anni le sue produzioni, ivi compresi tutti i pezzi che le vengono forniti da centinaia di fornitori nel mondo. Chiedendo in cambio, nel caso di rifiuto, che vengano restituiti almeno i miliardi di Termini. Atti un po’ drastici, se si vuole; ma è in questo modo che in Usa il governo ha salvato il salvabile della sua disastrata industria automobilistica.

da www.repubblica.it