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Verso le elezioni regionali: i Democratici chiudono la lista con la socialista Luciana Serri

Si chiama Luciana Serri ed è presidente della comunità montana, oltre a ricoprire il ruolo di sindaco di Montecreto. Classe 1960, dovrebbe essere lei il sesto nome che va a completare la rosa dei cinque nomi che il Pd di Modena proporrà come candidati alla prossime elezioni regionali.
Si chiude così il terzetto di donne, e si rispettano le quote rosa (50 per cento di donne come percentuale obbligatoria) che il segretario provinciale Davide Baruffi ha voluto fin dall’inizio.
Questa quindi la scheda completa dei candidati proposti dal Partito Democratico modenese.
Matteo Richetti, consigliere regionale uscente, 35 anni, sposato con tre figli, sassolese di nascita e residente a Spezzano di Fiorano; Franco Bertoli, 50 anni, sposato con quattro figli, dopo essere stato una stella della pallavolo italiana, ricopre la carica di Presidente del Coni Modena dal 2005; Palma Costi, 52 anni, sposata con tre figlie, abita a Camposanto ed è attualmente assessore provinciale alle Politiche per l’economia locale, innovazione, semplificazione amministrativa e risorse umane; Giulia Morini, 22 anni, modenese, consigliera comunale e segretaria del circolo Pd di Albareto, fa parte del direttivo comunale dell’Anpi e ha fatto parte del direttivo del NidiL Cgil; Luciano Vecchi, 48 anni, modenese, sposato con una figlia, già deputato europeo e ora coordinatore dell’area attività internazionali, membro della Commissione Nazionale di Garanzia e dell’Assemblea nazionale del Partito Democratico.
Il Resto del Carlino Modena 09.02.10

"Acqua, la rete colabrodo e la privatizzazione fantasma", di Sergio Rizzo

Sprechi e giungla di tariffe. Ma nelle società domina il pubblico. Il 30% non arriva ai rubinetti, per un valore di quasi 2,5 miliardi: in Germania meno del 7%. Sprechi e giungla di tariffe. Ma nelle società domina il pubblico. Niente accomuna oggi trasversalmente la sinistra e la destra come l’acqua. Se il «religiosissimo » (autodefinizione) governatore della Puglia Nichi Vendola azzarda un paragone blasfemo, dicendo che «privatizzare l’acqua è una bestemmia in chiesa», una liberista come Emma Bonino non esita a liquidare così la faccenda: «Mancano le condizioni ». Mentre la Lega, che per lealtà ha dovuto ingoiare il boccone amaro, votando la legge che potrebbe trasferire in mani private la gestione delle risorse idriche, comincia a intuire quanto rischia di rivelarsi indigesto. E anche molti amministratori locali del Pdl storcono il naso.

Il paradosso è che niente, come l’acqua, divide gli italiani. Basta dare un’occhiata al Blue Book del centro di ricerca Proacqua per rendersi conto di come l’unità «idrica» del Paese non si sia mai realizzata. A Milano si pagano tariffe pari a un quarto di quelle di Terni, che sono appena più alte rispetto alle bollette di Latina. O di Agrigento, dove l’acqua è un bene raro e prezioso. Per non parlare degli sprechi. Ogni anno, secondo un documento della Confartigianato, il 30,1% dell’acqua immessa in rete non arriva ai rubinetti: per fare un paragone europeo, in Germania le perdite non arrivano al 7%. Come se buttassimo dalla finestra 2 miliardi e 464 milioni, somma che basterebbe a compensare l’abolizione dell’Ici per la prima casa. Chi è responsabile? Reti colabrodo, investimenti carenti, una gestione spesso sconsiderata. I colpevoli sono diversi, e tutti in qualche modo imparentati con l’azionista pubblico. Problemi così grandi che la buona volontà, senza i soldi, serve a poco. In tre anni l’Acquedotto pugliese, il più grande d’Europa con i suoi 20 mila chilometri di rete, è riuscito a recuperare 40 milioni di metri cubi di perdite. Le quali sarebbero così scese al 35% dal 37,7%. Bene. Anzi, benissimo. Ma se ai tubi rotti e agli allacci abusivi si sommano le perdite amministrative, calate comunque dal 12,8% all’ 11,8%, l’emorragia economica dell’azienda sfiora ancora il 47%.

Tutto questo rende difficilmente comprensibile, al di là delle pur rispettabili opinioni ideologiche, la sollevazione bipartisan contro la privatizzazione del servizio, con la motivazione che ciò esproprierebbe i cittadini di un bene pubblico vitale a vantaggio di imprese che hanno il solo obiettivo del profitto. Privatizzazione che peraltro in Italia, a dispetto di quello che si immagina, è ancora una illustre sconosciuta. Prendiamo il caso di Agrigento, dove si pagano le tariffe fra le più alte d’Italia, con una media di oltre 400 euro l’anno a famiglia per un servizio, come ha dimostrato il bel servizio trasmesso da Presa diretta di Riccardo Iacona, di qualità inaccettabile. Ebbene, da tre anni la gestione è appaltata a una società «privata», la Girgenti acque, che opera in perdita. Ma di «privato » ha il nome e gli azionisti di minoranza. Perché il 56,5% è controllato dalla Acoset spa, società dei Comuni catanesi, e dalla Voltano spa, a sua volta di proprietà dei Comuni agrigentini. Che della Girgenti acque hanno anche la gestione: presidente e amministratore delegato sono infatti i manager delle due società comunali, Vincenzo Di Giacomo e Giuseppe Giuffrida.

In Acqualatina, società che gestisce le risorse idriche nell’area pontina, la gestione è invece nelle mani del socio privato. È la francese Veolia, che con il 49% delle azioni esprime l’amministratore delegato Jean Michel Romano e deve convivere con una situazione molto curiosa, per un azionista privato: gestire un’azienda di cui è presidente un senatore, Claudio Fazzone del Pdl. Nel 2008 Acqualatina ha perso 4,4 milioni e ha dovuto varare un piano di lacrime e sangue. Nonostante tariffe astronomiche.

Dimostrazione che nemmeno i privati, in un sistema come il nostro, hanno la bacchetta magica. Ecco perché prima di tutto sarebbe il caso di risolvere il problema della regolamentazione del FarWest dell’acqua, affidando a un’autorità indipendente il compito di stabilire tariffe eque e imporre la decenza del servizio. Se anche qui si vuole aprire il capitolo dei privati, è uno strumento fondamentale per mettere al sicuro da ogni rischio l’uso di un bene vitale. C’è per il gas e l’elettricità. Perché non per l’acqua? O si vuole ripetere l’errore già compiuto in occasione di altre privatizzazioni?
Il Corriere della Sera 09.02.10

"L´obbligo di chiarire quella leggenda nera", di Giuseppe D'Avanzo

I morti non si possono smentire e i vivi hanno difficoltà a difendersi dalle parole di morti. È una condizione che crea inestricabili ambiguità. Si ascoltano con disagio le rivelazioni di Massimo Ciancimino. Le ragioni sono due. La prima può avere come titolo: il morto che parla. Perché a parlare con la voce di Massimo, il figlio, è Vito Ciancimino, il padre, il mafioso corleonese, il confidente di uno Stato debole e compromesso, il consigliere politico di Bernardo Provenzano. Anche se Massimo Ciancimino mostra di tanto in tanto una lettera o un pizzino, sono soprattutto i ricordi delle sue conversazioni con il padre la fonte delle accuse contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell´Utri.
Ricordiamole perché, se fondate, quelle accuse sono catastrofiche per la nostra democrazia (un uomo, che si è fatto imprenditore con il denaro della mafia e politico con la sua protezione, governa il Paese). Se menzognere e maligne, indicano che contro il capo del governo è in atto un´aggressione ricattatoria che fa leva su alcune oscurità della sua avventura umana e professionale. La mafia, dice Ciancimino, finanziò le iniziative imprenditoriali del “primo Berlusconi” (Milano2). Marcello Dell´Utri sostituì Vito Ciancimino nella trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra innescata dopo la morte di Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e la nascita di Forza Italia, nel 1993, è stata il frutto di quel pactum sceleris. I ricordi del giovane Ciancimino inverano, con la concretezza di una testimonianza “diretta”, la cattiva leggenda che accompagna da decenni il racconto mitologico della parabola imprenditoriale del presidente del Consiglio. Si può dire così: quelle dichiarazioni riordinano in un resoconto esaustivo e “chiuso” l´intera gamma delle incoerenze che Berlusconi e i suoi collaboratori nella fondazione dell´impero hanno lasciato nel tempo incancrenire per non volerle mai affrontare. Come già è accaduto quando in un´aula giudiziaria è apparso Gaspare Spatuzza, si deve ricordare che Cosa Nostra è tra gli anni settanta e ottanta molto vicina alle “cose” di Silvio Berlusconi e ricompare ancora nel 1994 quando il ministro dell´Interno dell´epoca, Nicola Mancino, dice chiaro che «Cosa Nostra garantirà il suo appoggio a Forza Italia». I legami tra Marcello Dell´Utri e i mafiosi di Palermo non sono una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri tra Silvio Berlusconi e la crème de la crème di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo). Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova. Con quali capitali Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero inglorioso. Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari, quando ancora Berlusconi non si dice proprietario dell´impresa, ma soltanto «socio d´opera» o «consulente». Quei capitali erano “neri” soltanto perché sottratti al fisco, espatriati e rientrati in condizioni più favorevoli o erano “sporchi” perché patrimonio riciclato delle ricchezze mafiose, come ha suggerito qualche mese fa Gaspare Spatuzza quando disse: «La Fininvest era un terreno di pertinenza di Filippo Graviano, come se fosse un suo investimento, come se fossero soldi messi di tasca sua»? Le parole di Massimo Ciancimino riportano alla luce anche un´ultima e antica contraddizione di Berlusconi e dei suoi cronisti disciplinati, la più bizzarra: la datazione della nascita di Forza Italia nel 1994 e l´ostinato rifiuto a ricordare che le doglie di quel parto cominciarono nella primavera del 1993 da un´idea covata da Marcello Dell´Utri fin dal 1992.
È una rosa di “vuoti” e antinomie che apre spazi al ricatto mafioso. E´ uno stato che dovrebbe preoccupare tutti. Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del Consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. Lo ripetiamo. In questo conflitto – da un lato, una banda di assassini; dall´altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità – non c´è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia il capo del governo (per sottrarre se stesso a quel ricatto rovinoso) e la magistratura (per evitare che un governo legittimo sia schiacciato da una coercizione criminale che ne condiziona le decisioni) sono chiamati a fare finalmente luce sull´inizio di una storia imprenditoriale e sull´incipit di un romanzo politico.
È la seconda ragione di disagio, l´assenza di iniziative politiche e giudiziarie a fronte di denunzie così gravi. Ogni cosa sembra risolversi in una “tempesta mediatica”, in una rumorosa e breve baruffa che scatena per qualche giorno sospetti, furori e controsospetti e controfurori senza che si intraveda non un´evidenza in più che scacci i cattivi pensieri o li renda più fondati, ma addirittura non si scorge alcuna attività in grado di spiegare finalmente come stanno le cose. Il risultato è che ce ne stiamo qui stretti tra la possibilità di avere al governo un paramafioso, un riciclatore di soldi che puzzano di morte e la probabilità che l´uomo che ci governa sia ricattato da Cosa Nostra per qualche passo storto del passato. È un circuito che va interrotto nell´interesse di Berlusconi, del suo governo e del Paese, della sua credibilità internazionale. I modi per chiudere questa storia sono certo laboriosi, forse dolorosi, ma agevoli. La magistratura (per quel che se ne sa, ancora non è stata aperta un´istruttoria) accerti la fondatezza delle testimonianze di Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza – magari evitando di rovesciarle in un´aula di tribunale, prima di una loro verifica. Berlusconi rinunci a scatenare, come d´abitudine, i suoi cani da guardia e faccia finalmente i conti con il suo passato. Non in un´aula di giustizia, ma dinanzi all´opinione pubblica. Prima che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese. È giunto il tempo che questo conflitto sia affrontato all´aperto e non risolto nel segreto con un gioco manipolato e incomprensibile che nasconde alla vista il ricatto, i ricattatori, la punizione minacciata, ciò che si può compromettere, un nuovo accordo salvifico.
La Repubblica 09.02.10

"Afghanistan meglio che Obama si ritiri", di Mikhail Gorbaciov

L’Afghanistan è in subbuglio, con tensioni crescenti e morti quotidiani, molti dei quali – compresi donne, bambini e anziani – nulla hanno in comune con terroristi o militanti. Il governo sta perdendo il controllo del suo territorio: delle 34 province, una decina sono nelle mani dei taleban. La produzione e l’esportazione di oppio sta crescendo. E c’è il rischio concreto che la destabilizzazione si estenda ai Paesi vicini, comprese le repubbliche dell’Asia centrale e il Pakistan. Ciò che è iniziato nel settembre 2009 dopo la rielezione di Karzai – una risposta militare al terrorismo, in apparenza appropriata – potrebbe finire in un colossale fallimento strategico. Dobbiamo capire perché sta succedendo e che cosa si può ancora fare per ribaltare una situazione quasi disastrosa. La recente conferenza internazionale sull’Afghanistan di Londra, cui hanno partecipato rappresentanti di molti Paesi e organizzazioni internazionali, è un primo passo in una nuova direzione. I delegati hanno preso decisioni che potrebbero capovolgere la situazione, a condizione che si rifletta su quanto è successo negli ultimi tre decenni e se ne tragga una lezione.

Nel 1979 il governo sovietico inviò i suoi soldati in Afghanistan, giustificando quella mossa con il desiderio di aiutare elementi amici e con la necessità di stabilizzare un Paese vicino.

L’errore più grave fu la mancata comprensione della complessità dell’Afghanistan: il suo mosaico di gruppi etnici, clan e tribù, le sue tradizioni uniche, il suo governo minimale. Così si ottenne il risultato opposto: un’instabilità ancora più grande, una guerra con migliaia di vittime e conseguenze pericolose per la Russia. In più l’Occidente, soprattutto gli Stati Uniti, soffiò sul fuoco nello spirito della Guerra Fredda, pronto ad appoggiare chiunque contro l’Unione Sovietica, senza pensare alle conseguenze.

Come parte della perestrojka a metà degli Anni 80, la nuova leadership sovietica trasse le sue conclusioni dai guai in Afghanistan e prese due decisioni: ritirare i soldati e lavorare con tutte le parti in conflitto e con i governi coinvolti per arrivare a una riconciliazione nazionale e fare dell’Afghanistan un Paese pacifico e neutrale che non minacciasse nessuno.

Guardando indietro, io continuo a pensare che fosse un doppio percorso corretto e responsabile. Sono sicuro che, se fossimo riusciti a concluderlo, si sarebbero evitati problemi e disastri. Abbiamo lavorato molto e in buona fede, ma avevamo bisogno di una cooperazione sincera e responsabile da parte di tutti. Il governo afghano era pronto a scendere a patti e in un certo numero di regioni le cose cominciarono a migliorare. Ma il Pakistan e gli Stati Uniti bloccarono tutto. Volevano una sola cosa: il ritiro delle truppe sovietiche. Pensavano che così avrebbero avuto il pieno controllo dell’Afghanistan. Rifiutando anche il minimo appoggio al governo del presidente afghano Muhammad Najbullah, il mio successore Boris Eltsin fece il loro gioco.

Negli Anni 90 il mondo sembrava indifferente all’Afghanistan. In quel decennio il governo cadde nelle mani dei taleban, che trasformarono il Paese in un porto franco per i fondamentalisti islamici e un incubatore di terrorismo. L’11 settembre 2001 fu un brusco risveglio per i leader occidentali. Anche allora, però, l’Occidente prese una decisione che non era attentamente ponderata e perciò si rivelò sbagliata. Dopo aver spodestato il governo taleban, gli Stati Uniti pensarono che la vittoria militare, ottenuta a poco prezzo, fosse conclusiva e avesse risolto l’annoso problema. L’iniziale successo è stato probabilmente una delle ragioni per cui gli americani si aspettavano una «passeggiata» in Iraq, con ciò facendo anche laggiù un fatale errore di strategia militare. Nel frattempo costruivano in Afghanistan una facciata democratica, da difendere con le forze di sicurezza internazionali, cioè le truppe della Nato, che cercava di assumere il ruolo di poliziotto globale.

Il resto è storia. La via militare in Afghanistan si rivelò sempre meno sostenibile. Era un segreto di Pulcinella; anche l’ambasciatore degli Stati Uniti lo scriveva nei cablogrammi resi pubblici di recente. Negli ultimi mesi mi è stato chiesto più volte quale suggerimento darei al presidente Obama, che ha ereditato questo caos dal suo predecessore. La mia risposta è sempre stata la stessa: una soluzione politica e il ritiro delle truppe. Il che richiede una strategia di riconciliazione nazionale. Ora, finalmente, un piano molto simile a quanto noi avevamo suggerito più di vent’anni fa e i nostri partner avevano rifiutato è stato presentato all’incontro di Londra: riconciliazione, coinvolgendo nella ricostruzione tutti gli elementi più o meno ragionevoli e puntando su una soluzione politica più che militare.

L’inviato delle Nazioni Unite in Afghanistan ha detto in una recente intervista: occorre smilitarizzare l’intera strategia in Afghanistan. Che peccato che questo non sia stato detto, e fatto, molto prima! Oggi le probabilità di successo sono al massimo del cinquanta per cento. Ci sono stati contatti con alcuni elementi taleban. Ma molto di più va fatto per coinvolgere l’Iran e molto resta da fare con il Pakistan. La Russia potrebbe diventare un tassello importante del processo di stabilizzazione afghana. L’Occidente dovrebbe apprezzare la posizione dei suoi leader: lungi dal gongolare guardando l’Occidente che ingoia il rospo e lavandosene le mani, la Russia è pronta a collaborare con l’Occidente perché capisce che è nel suo interesse contrastare le minacce che arrivano dall’Afghanistan.

Mosca ha ragione a chiedere perché, negli anni della presenza militare Usa e Nato in Afghanistan, sia stato fatto poco o nulla contro l’oppio, che in grandi quantità arriva in Russia attraverso i confini porosi dei suoi vicini, minacciando la salute dei suoi abitanti. Ha anche ragione a chiedere accesso alle opportunità economiche in Afghanistan, compresa la ricostruzione di decine di progetti costruiti con il suo aiuto e distrutti negli Anni 90. La Russia è un vicino dell’Afghanistan e bisogna tener conto dei suoi interessi. Dovrebbe essere ovvio, ma qualche volta occorre ricordarlo.

Vorrei sperare che stia nascendo una nuova fase per il sofferente Afghanistan, un raggio di speranza per i suoi milioni di abitanti. L’opportunità è lì, ma per afferrarla occorrono realismo, tenacia, onestà nell’imparare dagli errori del passato e abilità nell’agire sulla base di quella conoscenza.

Copyright 2010 Mikhail Gorbaciov
Distributed by The New York Times Syndicate
La Stampa 09.02.10

"Meno fondi alla scuola, raddoppia il nucleare", di Roberto Petrini

E´ di 92 miliardi l´assegno che quest´anno il Tesoro staccherà a favore dei ministeri. Una cifra enorme, che sale dell´1,19 per cento rispetto al 2009, e dà la dimensione dei costi della macchina pubblica. E´ questo il dato che emerge dal «Budget» diffuso ieri dalla Ragioneria generale. Intanto il decreto «milleproroghe» ha riperso il cammino presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato: dopo il tentativo sventato di reintrodurre il condono edilizio all´orizzonte si affacciano altre richieste di finanziamenti rimaste inevase con la Finanziaria 2010. Su tavolo un miriade di emendamenti: il relatore Malan (Pdl) che chiede 8 milioni per i Campionati mondiali di nuoto del 2009 e 1,2 miliardi per il Formez; altre richieste, fino a 4 milioni, arrivano per la Federazione italiana di canottaggio mentre fuori del Parlamento pressano categorie e associazioni, come quella degli Amici della musica, che chiedono ascolto per la crisi del settore. Mentre il ministro per le Infrastrutture Matteoli ha presentato un emendamento per ridurre le tasse di ancoraggio ai porti e sostenere il settore. Sì anche al salvataggio del 5 per mille, su proposta del Pd: si prorogano al 30 aprile del 2010 le domande per le associazioni di volontariato. Proroga anche per le concessioni demaniali sulle spiagge fino al 2015 (e non più al 2012). Via libera anche al mini condono per le affissioni abusive: la sanatoria sarà valida fino al 10 marzo del 2010. «Norma di inciviltà», ha detto Enzo Bianco del Pd.
Tornando al «Budget», mostra una fotografia piuttosto nitida delle erogazioni dirette dello Stato, attraverso i ministeri, e le 32 «missioni», cioè gli obiettivi che si sono dati e devono perseguire. Un bilancio dal quale naturalmente mancano la spesa per interessi e i trasferimenti agli enti locali, ma nel quale, ministero per ministero, è compresa anche la spesa per il personale.
L´amministrazione centrale che presenta i maggiori costi è il ministero dell´Istruzione, che con i suoi 43,4 miliardi (assorbe quasi la metà del «Budget» pari al 47,7 per cento). Ebbene la «missione» relativa all´istruzione scolastica, che va dall´istruzione prescolastica e scuola primaria fino ai corsi di formazione per il lavoro, in un anno ha perso quasi un miliardo, scendendo dai 44,3 miliardi del 2009 ai 43,4 della previsione per il 2010 (-2 per cento). Scende anche la spesa prevista per alcune «missioni» sociali come l´edilizia statale che mostra un calo delle risorse del 33 per cento e le politiche abitative che scendono del 14 per cento. Anche la cultura paga il conto alla crisi delle finanze pubbliche: azzerata la spesa per architettura e arte contemporanea, mentre si registra un taglio del 40 per cento al diritto allo studio universitario e una riduzione del 7,9 per cento delle risorse per la gestione dei flussi migratori.
Aumentano invece le spese per la Difesa: l´incremento totale sarà del 3,5 per cento (si arriva così a 19 miliardi). Mentre nel sottocapitolo armi e armamenti la crescita è del 114 per cento portando la spesa a 2,6 miliardi.
Infine il costo per il personale pubblico: tra retribuzioni e altre uscite, ammonta 79,9 miliardi, con un´incidenza percentuale dell´86,8 per cento sul totale dei costi delle amministrazioni centrali e del 16,8 per cento sul totale generale dello Stato. Rispetto agli 80,1 miliardi del «Budget» 2009, le spese complessive per il personale mostrano un lieve calo.

La Repubblica 09.02.10

"Riforma dell'istruzione, riordino con posti a rischio", di Gianni Trovati

Una riforma per innovare, ma anche per alleggerire organici e costi di una macchina scolastica accusata di inefficienza.
Tra rivisitazione degli ordinamenti, riduzione degli orari e tagli delle compresenze, le scuole superiori mettono sul piatto anni 15.300 dei 45.300 posti che gli organici della scuola perderanno per strada nei prossimi tre anni. I primi 27mila (11.300 alle superiori) se ne andranno a settembre; il resto verrà dai primi due cicli di istruzione (con la rimodulazione di orari e tempo pieno) e dall’accorpamento delle classi, imposto a tutti gli ordini dalla manovra dell’estate 2008.

Quando tutti questi provvedimenti concentrici andranno a regime sarà l’autunno del 2014, le forze in campo per l’avvio del nuovo anno scolastico conteranno in tutto 88.538 cattedre e 700 scrivanie da dirigente in meno rispetto a oggi, e saranno anche più leggere (1.838 posti in meno) rispetto agli obiettivi definiti dal governo nell’estate di due anni fa.

La realtà, poi, potrebbe aggiungere qualche limatura ulteriore, perché i numeri calcolati dai tecnici dell’esecutivo in occasione della nuova riforma partono dal presupposto che il numero di iscrizioni a scuola rimanga costante: una stima giudicata piuttosto ottimista dalle stesse relazioni tecniche. Tradotti in euro, i meccanismi introdotti dalla riforma degli ordinamenti porteranno a risparmiare in tre anni quasi 330 milioni di euro di stipendi: il contributo più generoso sarà quello offerto dall’istruzione tecnica (83 milioni il primo anno, 180 il terzo), seguito da quello di licei (85 milioni dopo tre anni) e dall’istruzione professionale (61 milioni). Con il nuovo organico alleggerito, le scuole dovranno anche far funzionare la quota di orario “autonomo” loro assegnato (in media il 20% al primo anno, in crescita fino al 35% nel corso dei curricula) e gli insegnamenti opzionali consentiti dai vari ordinamenti riformati.

Come accennato, la dieta prescritta alla scuola è composta da diversi piatti, ma il più immediato è la sforbiciata a orari che le sperimentazioni avviate negli ultimi anni hanno gonfiato in modo spesso potente. Il liceo linguistico, per esempio, secondo i calcoli ministeriali prevede oggi in media tabelle del primo anno da 36 ore, mentre le magistrali quinquennali che trovano il loro erede nel nuovo liceo delle «scienze umane» tengono oggi sui banchi i propri studenti delle prime classi per 35 ore alla settimana.

Dall’anno prossimo, chi si iscrive a questi licei (e anche al classico e allo scientifico) dovrà fare tutto in 27 ore alla settimana. Il taglio dei tempi entrerà in azione anche all’artistico, che al primo anno passerà dalle 38 ore di media attuali a 34.

Più articolata la situazione agli istituti tecnici e professionali, dove la rivoluzione di ordinamenti e indirizzi è più profonda; la parola d’ordine rimane la stessa ma le declinazioni cambiano. Gli istituti tecnici, per esempio, oggi arrivano in qualche caso a superare le 35 ore di media, e dovranno scendere a 32, ma per pochi indirizzi in area meccanica ed elettronica la nuova asticella offre 2 ore in più rispetto alle 30 di media attuali. Ai professionali, invece, il tetto delle 32 ore presuppone un taglio drastico, e nel caso degli istituti alberghieri dovrebbe far perdere addirittura 10 ore rispetto ai programmi attuali. Nei professionali il tetto d’orario si estende da subito al secondo e terzo anno, che dal 2010/2011 dovranno fermarsi rispettivamente a 32 e 34 ore.
Il Sole 24 Ore 08.02.10

"Un anno dopo mi batto ancora in nome di Eluana", di Beppino Englaro

Caro direttore, un anno è passato dalla “fine di un incubo”. Era un incubo nostro, degli Englaro, perché avevamo un componente della famiglia in balìa di mani altrui, contro la sua volontà. Ma credo che questo incubo familiare sia entrato in molte case. Incontro sempre più persone che vogliono stringermi la mano, salutarmi e dirmi grazie. Penso che questa gente abbia capito il senso dei diritti individuali di libertà delle persone. Sono convinto che molti si siano resi conto del prezzo che abbiamo pagato. C’è una questione che viene sempre capovolta. Mi sento dire: “Mai più Eluane”. E cioè, mai più contro la sacralità della vita e la sua indisponibilità. Ma, secondo me, è l’esatto contrario. E cioè, nessuno deve avere il potere di disporre di un’altra vita com’è avvenuto per Eluana. Il miglior modo di tutelare la vita in tutte le situazioni è affidarne le decisioni a chi la vive. Sia a chi è in condizioni di intendere e volere, sia a chi non è più capace, ma ha spiegato che cosa avrebbe voluto per sé. Che cosa mi diceva Eluana? “La morte l’accetto, fa parte della vita, ma che altri mi possano ridurre a una condizione di non-morte e di non-vita, no, questo non l’accetto”. C’è chi la pensa in maniera diversa, e lo so bene. Ma so bene anche che mentre Eluana moriva, il Parlamento aveva organizzato una corsa per approvare una norma che annullasse quello che aveva stabilito la corte di Cassazione.

C’era un giudicato e c’erano dei politici che volevano sovvertirlo. C’era una nostra lunga e dolorosa battaglia, e c’era chi voleva farne carta straccia. Sembrava che quella legge fosse indispensabile per gli italiani. Che fosse fondamentale per la salvaguardia ideologica di alcuni partiti. Adesso io vorrei dire: è passato un anno, e la legge non c’è. Come mai? A che punto è? Tutta quella forza d’urto lanciata mentre una ragazza moriva dov’è finita?

Vedo che non hanno capito niente: i politici ne fanno una questione di conflitto di poteri, di chi decide che cosa. Dimenticano che la corte costituzionale s’è già espressa, avallando l’operato della magistratura di fronte a un cittadino che s’era rivolto a loro per il riconoscimento di un suo diritto. E se questi politici leggono bene la sentenza del 16 ottobre 2007, capiscono che è perfettamente allineata ai principi della nostra Costituzione.
Se i politici vogliono riappropriarsi, come del resto a loro spetta, del diritto “dell’ultima parola” su temi eticamente controversi, devono tenere conto di quello che è accaduto sinora. E come diceva Pulitzer, “un’opinione pubblica bene informata è la nostra corte suprema”. I sondaggi ci sono, dicono che il mio è il sentire comune. E invece questa legge, così come viene formulata, non tiene e non terrà. E poi come non considerare che anche la terza carica dello Stato si è espressa sul tema, mettendo in guardia il legislatore da autoritarismi da stato etico?

I cittadini, come era esasperatamente cittadina Eluana, vogliono essere messi in condizione di assumersi le loro responsabilità. E non essere trattati come se non fossero responsabili delle loro scelte di coscienza. Un anno dopo la morte di Eluana, io voglio semplicemente separare la tragedia privata di aver perso una figlia dalla violenza terapeutica. Non credo che la medicina giusta sia quella che offre una “vita senza limiti”. Eluana un anno dopo è come un anno fa, o diciotto anni fa: un simbolo pulito della libertà individuale. Ed è nel mio cuore costantemente.
La Repubblica 09.02.10