Le scuole soffrono da molti mesi di una grave situazione finanziaria dovuta alla massiccia riduzione delle risorse che il Governo è venuto attuando fin dal suo insediamento e la situazione sta visibilmente peggiorando.
Infatti la finanziaria 2010 ha ulteriormente ridotto di 226 milioni di euro gli stanziamenti dei capitoli destinati alle «competenze dovute al personale delle istituzioni scolastiche» e al «funzionamento delle istituzioni scolastiche».
L’onorevole Manuela Ghizzoni interviene sulla questione denunciando come l’inadeguatezza delle risorse chiaramente ostacoli “il normale funzionamento didattico, per esempio impedendo la regolarità nel pagamento degli stipendi ai supplenti (ostacolando la nomina dei sostituti dei docenti assenti), riducendo le risorse destinate alla remunerazione del salario accessorio e del dovuto per gli esami di Stato ai docenti, tagliando sulle spese per le utenze, per gli appalti di pulizia e per le forniture di materiale didattico e di consumo. Da notare che attualmente, gli istituti scolastici vantano, nei confronti del Ministero, crediti per circa un miliardo di euro, e negli anni si sono trovati a dover anticipare risorse per affrontare le citate spese obbligatorie sostenute per conto dello Stato.
“La recente nota ministeriale che ha comunicato alle scuole le risorse finanziarie cui possono fare affidamento per redigere i bilanci 2010 aggrava notevolmente le difficoltà di gestione degli istituti scolastici. Infatti non solo viene confermata l’inadeguatezza delle risorse, ma viene anche modificata la normativa per il finanziamento delle scuole, limitandone pesantemente l’autonomia. Per esempio, viene reso di fatto impossibile procedere alla sostituzione dei docenti in tempo reale e alle scuole non resterà che distribuire in custodia i ragazzi nelle altre classi oppure anticiparne l’uscita.”
“A fronte di questa situazione grave abbiamo posto al Governo”, precisa l’on. Ghizzoni, “una interrogazione urgente per conoscere quali iniziative intenda adottare per garantire le condizioni finanziarie e regolamentari necessarie all’attuazione dell’offerta formativa da parte degli istituti scolastici e alla piena esigibilità del diritto all’istruzione da parte dei ragazzi e delle loro famiglie. Ci auguriamo che il Governo non faccia orecchie da mercante.”
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Mafiosi a piede libero: ecco gli effetti del pacchetto sicurezza
Grazie ad una norma approvata dal governo a rischio i processi per mafia. Il PD insorge: “Il governo intervenga o sarà una catastrofe”. Processi a rischio: ormai sembra questo il leit motiv italiano. Dopo la norma sul processo breve che, qualora approvata dal Senato, darà il via ad uno tsunami giuridico senza precedenti, è una legge antimafia contenuta nel pacchetto sicurezza a mettere a repentaglio i processi, questa volta quelli per i reati di mafia più gravi in corso a Sicilia. Nel corso del bailamme mediatico che nel 2008 portò il governo all’emanazione del pacchetto, il ministro della giustizia Alfano non deve aver fatto caso all’enorme favore che stava facendo a Cosa nostra. Fu stabilito che i reati di associazione mafiosa che, a causa di tre o più aggravanti, prevedevano più di 25 anni di reclusione, fossero di competenza della corte d’Assise. Piccolo particolare: il provvedimento entrava in vigore anche per i processi già in corso. Morale della favola: tutto quanto già fatto dai tribunali ordinari diventava carta straccia e tempo perso.
Oggi la Corte di Cassazione si è vista costretta a mettere in pratica una legge tanto assurda, con somma gioia dei boss e delle cosche. Il segretario PD Pier Luigi Bersani ha sollecitato il governo: “La sentenza della Cassazione che indica la competenza della Corte di Assise e non del tribunale a giudicare per associazione mafiosa i capimafia rischia di avere effetti catastrofici sui processi in corso. Bisogna che il governo intervenga immediatamente con un provvedimento d’urgenza per ristabilire certezza normativa sulla competenza dei tribunali”.
Per bocca di Donatella Ferranti , capogruppo PD in commissione Giustizia alla Camera, Il Partito democratico chiede al governo di intervenire “immediatamente”, anche “con una norma transitoria” per “correggere” la parte del pacchetto sicurezza che ha bloccato in Sicilia già tre processi per mafia. “Mi auguro che si tratti solo di un errore, non voglio neanche pensare che qualcuno possa aver scritto una norma che destabilizza in questo modo la lotta alla criminalità organizzata. In ogni caso è evidente che l’errore si sta trasformando in orrore. Alfano dovrebbe intervenire immediatamente almeno con una norma transitoria che conservi la competenza dei tribunali per i procedimenti di mafia già iniziati in dibattimento. Il rischio è che tutto debba ricominciare da capo: sarebbe un ‘regalo’ alla mafia e un danno durissimo per lo stato”.
Il Pd apprezza che “il governo annuncia che porrà rimedio ad un errore che rischia di costituire un enorme favore ai boss” e assicura che “garantirà piena collaborazione alla conversione di un intervento del governo in questo senso”. Lo dice il responsabile Giustizia dei democratici, Andrea Orlando . “Auspichiamo che con altrettanta nettezza – aggiunge – la maggioranza si pronunci per il ritiro del ddl Valentino: è infatti tutto il giorno che si susseguono dichiarazioni e si sottolineano distinguo rispetto alle posizione formulate nei giorni scorsi dai ministri Alfano e Maroni e che lasciano intendere un sostegno più o meno esplicito alla proposta. Questo continuo balletto su un tema così sensibile come quello dei collaboratori di giustizia rischia – conclude Orlando – di depotenziare l`azione investigativa della magistratura e delle forze dell`ordine”.
L’invito rivolto dalla presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro , al governo è:”La giustizia deve fare il suo corso e non è lontanamente ammissibile abbassare la guardia contro Cosa Nostra. Per questo chiediamo al governo di intervenire al più presto con un provvedimento d’urgenza affinché nessun processo venga azzerato e si confermi la competenza a giudicare i capi mafia in capo ai Tribunali”.
Iv.Gia
www.partitodemocratico.it
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Mafia, processi a rischio azzeramento. Altolà di Alfano: “Pronti a intervenire”
Il governo interverrà per evitare il rischio di uno stop ai processi di mafia. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, è intervenuto per rassicurare dopo l’allarme scattato per una sentenza della Cassazione che mette a rischio alcuni processi a boss e gregari di Cosa nostra per effetto di una norma del ’pacchetto sicurezzà: paradossalmente, infatti, l’inasprimento delle pene per i mafiosi rischia di far saltare decine e decine di dibattimenti.
La norma sott’accusa ha previsto che, in presenza di tre aggravanti, le condanne per il reato di associazione mafiosa possano anche arrivare a 25-30 anni, tetto che «sfora» le competenze dei Tribunali davanti ai quali si celebrano i processi per mafia ed estorsioni. Quando le pene comminabili diventano così alte il processo passa alla competenza della corte d’Assise.
«Il governo dell’antimafia, che è un’antimafia delle leggi e dei fatti, provvederà ad evitare – ha assicurato il Guardasigilli al Tg3 a Palermo – che effetti distorsivi possano verificarsi, soprattutto per i processi in corso. Faremo di tutto – ha insistito – per evitare che ci possano essere conseguenze negative, per evitare un grande paradosso: cioè che dall’inasprimento forte delle pene per i reati del 416 bis possano derivare benefici per i boss».
Parole, quelle di Alfano, che arrivano alla fine di una giornata di preoccupazione. Non solo da parte dei pm impegnati nella lotta alla mafia, alle prese con stop imprevisti ai processi. A scendere in campo è stato anche il Pd, che ha subito chiesto un provvedimento d’urgenza del governo: «La sentenza della Cassazione che indica la competenza della Corte di Assise e non del Tribunale a giudicare per associazione mafiosa i capimafia – ha avvertito il segretario democratico Pier Luigi Bersani – rischia di avere effetti catastrofici sui processi in corso. Bisogna che il governo intervenga immediatamente con un provvedimento d`urgenza per ristabilire certezza normativa sulla competenza dei Tribunali».
La Stampa 06.02.10
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“Nuove leggi, tribunali incompetenti”. A rischio molti processi di mafia. Alfano: “Non permetteremo che i boss ricevano paradossali benefici”, di ALESSANDRA ZINITI
Alfano rassicura: “Non permetteremo che i boss abbiano paradossali benefici”. Ma intanto l’allarme è scattato. L’inasprimento delle pene per i mafiosi rischia di far saltare decine e decine di processi a boss e gregari di Cosa nostra. “Colpa” di una norma della “ex Cirielli” che ha previsto che, in presenza di tre aggravanti, le condanne per il reato di associazione mafiosa possano anche arrivare a 25-30 anni, tetto che “sfora” le competenze dei tribunali davanti ai quali si celebrano i processi per mafia ed estorsioni. Quando le pene comminabili diventano così alte il processo passa alla competenza della corte d’Assise.
Il risultato è che, da due giorni, in Sicilia già tre processi hanno subito uno stop imprevisto dopo che la Corte di Cassazione, accettando l’istanza di alcuni difensori degli imputati in un processo in corso a Catania, ha dichiarato l’incompetenza dei tribunali a giudicare in presenza di aggravanti e ha azzerato tutto assegnando il dibattimento alla corte d’Assise. E questa mattina a Palermo altri due processi si sono fermati per lo stesso motivo, quello contro i boss di San Lorenzo Madonia ed un troncone del dibattimento “Perseo”. Ed è facile precedere che, nei prossimi giorni, la stessa sorte subiranno molti altri processi.
In allarme la Direzione distrettuale antimafia che ha convocato una riunione per lunedì 15 febbraio per fare il punto su questa nuova “emergenza” che rischia di mandare in fumo decine e decine di processi. E sembra che il rischio di un azzeramento sussista anche per processi già conclusi in appello e in attesa di Cassazione visto che il testo della norma recita “in ogni stato e grado del giudizio”. Tutto quello che è già stato fatto dai tribunali, dunque, verrebbe azzerato con gravissime conseguenze sia per i tempi del giudizio, sia per i provvedimenti di libertà personale degli imputati.
Quanto alla durezza delle condanne non è un’eventualità teorica: proprio la settimana scorsa i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo hanno avuto 30 anni in uno dei dibattimenti del filone “Addiopizzo”, perché nei loro confronti i giudici hanno applicato la recidiva reiterata e specifica e le aggravanti di essere stati “capi e promotori”, di avere costituito un’associazione armata e di avere sfruttato i proventi di attività illecite in iniziative economiche. Stessa cosa, è avvenuto nel processo d’appello Gotha per il boss Nino Rotolo, condannato a 29 anni. Scontato ritenere che le difese degli imputati non si faranno sfuggire l’occasione per provare ad azzerare i processi e ricominciare tutto daccapo.
Alfano corre ai ripari. “Tutti possono stare tranquilli: il governo farà in modo che non ci siano conseguenze negative da un fatto positivo come l’inasprimento delle pene per i reati di 416 bis”. Così rassicura il ministro alla Giustizia Angelino Alfano, che oggi è a Palermo.
“Non conosco nella sua motivazione, ma solo nel dispositivo la sentenza di Cassazione – ha detto – faremo di tutto per evitare che ci possano essere delle conseguenze negative per evitare un grande paradosso, e cioè che dall’inasprimento delle pene possa derivare un beneficio per i boss. Eviterei aggettivi estremi ed eccessi di ansia – ha aggiunto rispondendo ai giornalisti che riportavano le dichiarazioni allarmate di alcuni magistrati – perchè il governo dell’antimafia, delle leggi e dei fatti, provvederà a evitare che effetti distorsivi possano verificarsi soprattutto per i processi in corso”.
La Repubblica 06.02.10
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Grasso: “Subito un decretomo usciranno centinaia di boss”, di ATTILIO BOLZONI
Quanti processi di mafia verranno annullati e quanti boss dovranno essere giudicati un’altra volta? “Centinaia di mafiosi in Italia, se le cose resteranno così bisognerà praticamente rinnovare tutta l’attività dibattimentale fino adesso compiuta”. E ci saranno mafiosi che usciranno dalle galere? “Il rischio di molte scarcerazioni sarà inevitabile”. Il procuratore nazionale Pietro Grasso legge le agenzie di stampa che arrivano nel suo ufficio di via Giulia e rovista tra carte e codici. Scuote la testa, dice: “Bisognerà intervenire subito, è un brutto pasticcio. Ma la vicenda è estremamente complicata perché la colpa di tutto questo risale a cinque anni fa. È una vicenda anche complicata, forse è meglio cominciare dall’inizio”.
Cominciamo dall’inizio procuratore Grasso.
“Le recenti modifiche del pacchetto sicurezza hanno aumentato per quanto riguarda il comma incriminato – quello che fa scattare la competenza della corte di assise – soltanto il minino da 10 a 12 anni, la pena più grave era già prevista nella legge Cirielli del 2005. Quindi, già 5 anni fa, si sarebbe dovuto separare la posizione dei vari boss e dai tribunali rinviarla a giudizio davanti alla corte di assise. In sostanza: tutto quello che sta accadendo è la conseguenza della Cirielli e non delle norme antimafia contenute nel pacchetto governativo”.
Lei sta dicendo che ci si è accorti solo oggi, dopo 5 anni, che i capi delle associazioni mafiose avrebbero dovuto subire un processo non in un tribunale ma in una corte di assise? È così?
“È così. Per un’evidente disattenzione processuale, nel richiedere e ottenere il rinvio presso i tribunali dei capi delle organizzazioni mafiose insieme ai singoli associati. Non se n’accorto nessuno: né magistrati e né avvocati e nemmeno noi della procura nazionale antimafia. Oggi, il 21 gennaio scorso, la Cassazione investita da un conflitto di competenze sollevato dalla corte di assise di Catania, ha deciso che i capi delle associazioni devono essere giudicati dalle corte di assise e non dei tribunali”.
Gli effetti saranno disastrosi. Molti grandi capi di Cosa nostra già condannati in tribunale dovranno ricomparire in corte di assise per affrontare un altro giudizio?
“C’è gente come Nino Rotolo, come i Madonia di Resuttana, i Lo Piccolo padre e figlio… e tanti altri ancora. Non siamo in grado di monitorare al momento la situazione e, comunque, la cosa più importante adesso è intervenire subito”.
Cosa si può fare per non cancellare decine e decine di processi?
“È necessario e urgentissimo un intervento – anche con decreto legge – per evitare queste conseguenze. Ci vuole una norma transitoria che blocchi la situazione, che si applichi a bocce ferme, che valga per tutti i processi pendenti evitando che gli effetti si perpetuino. Bisogna anche intervenire sul passato, sui processi già fatti”.
In un primo momento era sembrato che tutto questo pasticcio avesse avuto origine dal pacchetto antimafia governativo…
“Mi meraviglia come certi miei colleghi affrontino con superficialità e approssimazione certe valutazioni, senza neppure avere la diligenza di rilevare da un qualsiasi codice di udienza che l’aumento di pena a 24 anni – nell’ipotesi della duplice aggravante nei confronti dei capi e dei promotori di un’associazione mafiosa, che abbia anche la disponibilità di armi ed esplosivi – veniva da un aumento di pena che risale alla Cirielli del 2005”.
Il governo non l’avrebbe mai fatto, procuratore?
“Veramente c’è un disegno di legge delega presentato dal ministro Alfano sulle modifiche da apportare al codice di procedura penale – è il numero 1440 pendente al Senato – che prevede che tutti i reati più gravi di competenza delle procure antimafia – quindi anche il 416 bis, l’associazione di tipo mafioso – diventino ai fini del giudizio di competenze delle corti di assise”.
Procuratore, rispetto alla Cirielli non cambia nulla: c’è chi spinge a far giudicare i mafiosi in corte di assise.
“C’è una volontà politica di far arrivare quei processi in quelle corti di assise dove ci sono i giudici popolari. Non va bene: i processi di mafia non sono processi “normali” ma processi ad alto tasso tecnico giuridico nella valutazione della prova. E richiedono una grande competenza che, ovviamente, può avere solo un giudice togato e non un giudice popolare”.
La Repubblica 06.02.10
"L´ultima spallata alla legge 40 partono i ricorsi contro l´eterologa", di Maria Novella De Luca e Caterina Pasolini
Fecondazione libera. O quasi. Come accade nel resto del mondo. Per poter essere genitori. Per poter essere famiglia. Per amare e crescere un figlio. In Italia sta per partire un nuovo assalto alla legge 40 sulla “Procreazione medicalmente assistita”, già smantellata, depotenziata e di fatto riscritta negli ultimi mesi a colpi di sentenze.
Grazie alla tenacia, a volte alla disperazione, di decine di coppie, medici, avvocati e associazioni, i cui sforzi hanno portato alla recente e clamorosa sentenza della Corte Costituzionale, che ha cancellato alcuni dei divieti più severi della legge 40, dall´obbligo di impianto degli embrioni al loro congelamento, alla diagnosi genetica. Adesso quello stesso agguerritissimo pool si prepara a dimostrare l´incostituzionalità dell´articolo sulla fecondazione eterologa, il numero 4 della legge 40, il più difficile, il più controverso, quello che va a toccare il “nodo”, anzi il tabù del “terzo elemento”, che si inserisce nel meccanismo procreativo di una coppia. L´articolo quattro sancisce in Italia il divieto assoluto, punito con multe da trecento a seicentomila euro, di diventare genitori con l´ausilio del seme di un donatore o dell´ovocita di una donatrice. Ma se anche in questo caso, così come è avvenuto nell´aprile scorso, i giudici ritenessero incostituzionale la norma, la legge sulla procreazione medicalmente assistita sarebbe, di fatto, cancellata. Mettendo fine (forse) al turismo della provetta, alle migrazioni della fertilità, ai viaggi della speranza per avere un figlio. Per far tornare l´Italia nell´Europa della scienza e delle cure. Perché in cinque anni i divieti della legge 40 hanno obbligato quasi 50mila coppie ad emigrare in cerca di un figlio, con un business che ha portato milioni di euro nelle cliniche di tutta Europa.
L´annuncio è stato alcuni giorni fa. Riuniti in una sorta di conclave scientifico organizzato ad Acireale dal professor Nino Gugliemino, direttore del centro Hera, uno dei più famosi centri italiani di fecondazione assistita, e tra i più specializzati nella diagnosi pre-impianto, medici, avvocati e giuristi hanno messo a punto e svelato la loro “campagna di primavera”. Dove verrà ripetuta quella sorta di class action promossa da un gruppo di pazienti, tutti affetti da serie patologie, che si sono visti negare l´accesso alla fecondazione eterologa. «Ogni giorno vedo coppie costrette ad andare all´estero. Donne in menopausa precoce, uomini che hanno combattuto e vinto il cancro, ma che le cure hanno reso sterili. Coppie discriminate perché chi ha i soldi può andare all´estero e tentare, diventare genitore con l´ausilio di seme od ovocita altrui. Chi non può affrontare le spese deve rinunciare. Al centro Hera di Catania vediamo 800 coppie l´anno, quando queste tecniche erano legali facevamo centinaia di fecondazioni eterologhe, soprattutto maschili. Quei bambini li ho visti crescere, sono amatissimi. Non si può continuare a pensare che essere genitori sia legato solo alla genetica, è un´assunzione di responsabilità, di amore».
È soltanto in Italia, infatti, che vige il divieto totale di fecondazione eterologa. In una situazione dove, nonostante la legge 40 sia ancora in vigore, dopo la sentenza della Corte Costituzionale in tutti i centri si è tornati ad eseguire le tecniche consentite fino al 2004, e poi vietate dalla nuova normativa. Tranne, naturalmente, la fecondazione eterologa. Ma alla fine di marzo l´avvocato Maria Paola Costantini , già autrice dei ricorsi che hanno portato alla clamorosa sentenza dell´aprile 2009, presenterà in 10 tribunali con l´ausilio di un pool di legali e l´appoggio di associazioni come Sos infertilità, i ricorsi di un gruppo di coppie affette da diverse patologie, che chiedono di poter effettuare questi tipo di fecondazione, unica speranza per alcune forme di sterilità, di malattie genetiche ed ereditarie.
«Sappiamo che non sarà una battaglia facile. Il tema della fecondazione eterologa fa paura a molti, evoca lo spettro di mamme nonne, o di altri eccessi. Invece no. Le cinque coppie per le quali presenteremo ricorso hanno malattie serie, documentate. E cercheremo di sostenere il nostro iter giuridico con convegni, dibattiti, per ampliare la cultura diffusa su questo tema». Sulla salute, anche psicologica, dei bambini nati con queste tecniche, ad esempio. «Per quanto riguarda l´incostituzionalità – spiega Maria Paola Costantini – le norme sulla fecondazione eterologa sono in contraddizione con l´articolo 3 della Costituzione, che sancisce il principio di uguaglianza. Tra coppie infertili che possono produrre gameti e sono ammesse alle cure. E quelle con una infertilità più grave, ma che paradossalmente sono escluse dalle terapie, proprio perché non hanno gameti… La legge viola poi anche il principio di “ragionevolezza” perché impone un divieto assoluto, invece di regolamentare il fenomeno». Ma ci sono altre difformità: come la negazione del diritto costituzionale di formarsi una famiglia. «Se poi pensiamo che la legge 40 – conclude Costantini – disciplina le eventuali conseguenze di una fecondazione eterologa, vietando il disconoscimento di paternità, è evidente che il legislatore ha messo in conto il turismo procreativo, ossia un intervento fatto all´estero. Un vero paradosso. E qui si profila un´altra discriminazione, di tipo economico».
La Repubblica 06.02.10
Editoria: basta con provvedimenti occasionali e disarticolati
Il sistema editoriale italiano ed i settori ad essa collegati stanno attraversando, da tempo, una profonda crisi strutturale. Ma oggi la situazione è diventata ancor più allarmante perché, accanto ai problemi degli ultimi anni, si sono aggiunti, in questa fase, quelli derivanti dalla drastica riduzione degli investimenti pubblicitari, determinata dalla più generale congiuntura recessiva.
Il Sottosegretario Bonaiuti ha più volte annunciato la convocazione degli Stati Generali dell’editoria per individuare la via per la costruzione di una proposta di legge di sistema, condivisa ed adeguata alla natura ed allo spessore della crisi: a tutt’oggi non se ne è fatto nulla. Al contrario, il Governo continua ad intervenire con provvedimenti episodici, parziali, autoritativi e prevalentemente per delega, con la conseguenza di sottrarre, di fatto, al Parlamento la potestà legislativa su temi strategici per la democrazia del Paese.
Il Parlamento ha appena licenziato il parere sullo schema di decreto legislativo per l’attuazione della direttiva europea “TV senza Frontiere”, all’interno del quale il Governo sta introducendo, accanto al product placement, misure inaccettabili, sulla TV via internet, che non hanno uguali in tutto l’occidente, il ridimensionamento degli spot sulle TV a pagamento, i limiti di affollamento pubblicitario ed un colpo durissimo ai produttori di contenuti. Contemporaneamente il Parlamento si sta occupando di un altro decreto legislativo all’interno del quale, con l’articolo 71 sopprime il sistema autorizzatorio per la rete distributiva dei punti vendita esclusivi e non, rendendo oltremodo difficile – se non impossibile – per i consumatori finali la reperibilità di tutte le testate, soprattutto di quelle meno vendute ma non per questo di minor rilievo dal punto di vista del pluralismo e della cultura. Tutto ciò, mentre Deputati e Senatori sono impegnati a correre ai ripari dei rischi provocati da alcuni interventi improvvisati del Governo, che – sopprimendo il diritto soggettivo – mettono a rischio di chiusura oltre un centinaio di aziende editoriali ed il posto di lavoro di circa 4500 lavoratori ed il Parlamento è chiamato ad esprimere solo un parere, e per giunta non vincolante, su un decreto legislativo con il quale si intenderebbe intervenire in materia dei sostegni all’editoria.
In questo modo – mettendo mano al sistema distributivo di giornali e periodici, senza governarne le conseguenze ed intervenire su tutta la filiera; intervenendo sulla tv via internet senza riordinare il sistema radiotelevisivo; affrontando il nodo dei sostegni pubblici senza garantire la riforma dell’editoria; introducendo il product placement e limitando gli spot delle TV a pagamento senza affrontare il problema delle situazioni dominanti e dello squilibrio dei flussi pubblicitari a danno della carta stampata – è difficile sfuggire all’idea che il Governo non abbia alcuna intenzione di porre mano ad una vera riforma del sistema della Comunicazione, per riaprirne il mercato, elevarne qualità e cultura, garantire uno sviluppo razionale dei vecchi e nuovi media nel quadro della multimedialità, aiutare le aziende editoriali a superare la loro più difficile crisi dal dopoguerra, difendere ed allargare il pluralismo.
Per tutte queste ragioni torniamo a chiedere al Ministro Tremonti ed al Sottosegretario Bonaiuti di dare parere favorevole all’emendamento bipartisan presentato da alcuni Senatori al decreto Milleproroghe, che stabilisce il rinvio di due anni del sistema del riparto nell’erogazione dei contributi all’editoria, ed al Governo, maggioranza ed opposizione di cambiare approccio, di aprire un confronto approfondito per costruire una proposta di legge condivisa, capace di portare il sistema italiano della comunicazione fuori dalle difficoltà e dalla crisi drammatica che sta vivendo.
di Mediacoop
www.articolo21.org
"La destra e il testamento biologico", di Ignazio Marino*
«Alimentazione e idratazione artificiali sono da considerarsi forme di sostegno vitale e non possono mai essere oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». È sull’articolo 3 della legge sul testamento biologico, all’esame della Commissione Affari sociali alla Camera dei Deputati, che si è arenata la discussione sulla legge sul testamento biologico. Il passaggio in Aula a Montecitorio non si annuncia né facile né in tempi brevi, ma deve essere chiaro che, se la legge fosse approvata senza modifiche sostanziali, tutti noi dovremmo rispettare quelle norme al contempo ideologiche ed emotive, votate un ano fa sull’onda della drammatica vicenda di Eluana Englaro. Norme scritte ignorando la voce della scienza e quella di milioni di italiani che, all’indomani della morte di Eluana, ebbero un sussulto democratico contro l’illecita invadenza dello Stato nell’imporre ad una persona terapie non volute, per prolungarne un’irreversibile agonia. Il 9 febbraio 2009 parole come eutanasia e assassinio furono cinicamente pronunciate da figure con grandi responsabilità politiche: ricordiamo tutti le offese e le accuse irresponsabili rivolte al Capo dello Stato che si era rifiutato di firmare un decreto palesemente incostituzionale. Al Senato il dibattito sul testamento biologico fu travolto e reimpostato con altre condizioni e velocità, fino all’approvazione di una norma liberticida e goffamente antiscientifica. Il principio dell’autodeterminazione dell’individuo fu calpestato, l’Italia fortemente criticata dal mondo scientifico, politico ed intellettuale internazionale, per l’approccio imposto a quello che, capziosamente, veniva definito lo scontro tra “il partito della morte” e “il partito della vita”. In un osceno tifo da stadio. Si approvò un testo non “per” ma “contro” il testamento biologico, contro la libertà di scelta sulla sospensione di idratazione e nutrizione artificiali, contro la vincolatività delle dichiarazioni anticipate di trattamento, contro il diritto fondamentale di proseguire oppure sospendere alcune terapie, nel rispetto delle proprie convinzioni, della propria cultura e – per chi ce l’ha – della propria fede. Sono sempre stato convinto che la strada giusta sia quella di un dialogo aperto, franco, libero da condizionamenti ideologici. Solo così vi può essere un percorso condiviso e solo così si può sperare in una legge, grazie alla quale ciascuno di noi sia effettivamente libero di scegliere. Mi sembra, ma a volte temo di essere troppo ottimista, che oggi il clima di confronto sia migliorato rispetto a un anno fa, soprattutto guardando alle aperture mostrate dal Presidente della Camera Gianfranco Fini. L’auspicio è che il Governo della destra non torni ad utilizzare la propria forza per imporre sul testamento biologico, ancora una volta, regole contrarie alle evidenze scientifiche e alle libertà individuali. L’impegno, mio e di tanti altri è a non abbassare la guardia, fuori e dentro il Parlamento. La richiesta resta quella di una legge per il diritto alla salute, ma contro il dovere alle terapie, una legge laica, tracciata nel solco dell’art. 32 della nostra Costituzione, utile e fruibile per tutti i cittadini italiani.
*Ignazio Marino è senatore Pd e Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale del Senato.
"La riforma "epocale" del ministro Tremonti", di Antonio Valentino
Lasciamo perdere le valutazioni auto elogiative del Ministro Gelmini (“Riforma epocale”) e quelle, diciamo così, non controllate di Berlusconi: “Con queste riforme …avremo delle scuole che possono essere comparate a quelle degli altri Paesi”. Meno male che non ha specificato quali.
Diciamo in estrema sintesi che è stato confermato l’impianto iniziale dei Regolamenti approvati tra maggio e giugno 2009 (riduzione degli orari, forte diminuzione degli indirizzi, ampi spazi di flessibilità, richiami formali alle metodologia laboratoriali, due settori e 11 indirizzi per l’istruzione tecnica, 2 macrosettori e 6 indirizzi per gli IP, divaricazione netta tra istruzione liceale e tecnico professionale anche nel primo biennio….) con alcune modifiche, alcune delle quali andranno analizzate e considerate più nel dettaglio, quando si conosceranno i Regolamenti approvati nella loro versione ufficiale.
Mi riferisco in modo particolare a quanto si legge nella parte riferita al primo biennio dei Tecnici e dei Professionali in cui si prevede l’acquisizione dei saperi e delle competenze previsti per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione; ma anche alla possibilità, per gli istituti professionali, di utilizzare le quote di flessibilità per organizzare percorsi volti al conseguimento di qualifiche di durata triennale e di diplomi professionali di durata quadriennale. (Tale possibilità è comunque prevista nell’ambito dell’offerta coordinata di istruzione e formazione professionale programmata dalle Regioni nella loro autonomia, sulla base di accordi con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca). L’informazione è tratta dal sito del Ministero e non c’è al momento la possibilità di una verifica, non disponendo del testo definitivo del Regolamento).
Spulciando tra le novità, mi pare comunque che il pasticcio dell’opzione del Liceo Scientifico, ora denominata “delle scienze applicate”, non risolva il problema di questo indirizzo e della sua impostazione ancora antiquata. Resta da capire il senso della nuova denominazione e soprattutto la sua collocazione rigida dentro il sistema liceale. Una scelta socialmente miope e didatticamente debole, ove si consideri che il Licei Scientifici Tecnologici del “Brocca” da sempre si sono collocati in misura prevalente dentro gli Istituti Tecnici, perché qui la varietà e la qualità dei laboratori permettevano – permettono – una preparazione scientifica e tecnologica di più ampio respiro. Senza considerare il valore sociale di un rimescolamento di ragazzi appartenenti spesso a ceti diversi, che ha fatto bene agli ITIS e soprattutto agli studenti.
Come pure mi sembra ancora pasticciata l’opzione “economico- sociale” del Liceo delle Scienze umane. Quasi non ci fosse un settore dell’Istruzione Tecnica che si intitola proprio all’”Economico” e non potesse essere recuperata nella Tecnica una simile opzione. Ma vuoi mettere! Stare dentro al sistema dei Licei!
Sono i provincialismi di certa classe dirigente nostrana che pensa, ad esempio, di salvare la Tradizione chiamando ancora i primi due anni del Liceo classico “Ginnasio”. Capita anche di leggere questo nell’attuale riforma “epocale”.
Dobbiamo rassegnarci.
Va invece considerata una prova di buon senso l’aver scelto di avviare il processo di riordino dalle sole prime.
Miope invece la scelta di tagliare da subito l’orario a 32 ore, dalla seconda alla quarta dei Tecnici, e a 34 dei Professionali. Questo scombussolamento dei quadri orario costringerà a non poche forzature per ridisegnare i percorsi in atto; e soprattutto determinerà un taglio degli organici che potrà avere, considerata la prevedibile consistenza e la “concentrazione” in un solo anno, contraccolpi negativi nella vita interna degli istituti (soprannumerarietà e difficile formazione delle cattedre, in primo luogo). Senza considerare il numero dei licenziamenti che ne deriveranno. Ma la cosa assolutamente buffa, per dire così, è che non ci saranno tagli invece per le classi dei Licei, successive alla prima. Certo il numero di ore dei Licei è inferiore a quello dei tecnici e professionali. Però il “risparmio” per classe sarebbe potuto essere addirittura più rilevante di quello che si realizza con i Professionali.
Sembra però che una ragione ci sia: i figli di chi ha voce in capitolo, e dei giornalisti in primo luogo, frequentano i Licei. Non so se è la “ragione”. Comunque la discriminazione c’è e va annotata, almeno come stranezza, diciamo così; per amore di patria.
Nella conferenza stampa il Ministro ha fatto riferimento, oltre che alla campagna di informazione delle famiglie, anche alla formazione del personale. A quest’ultimo proposito, ci si chiede quando potrà avvenire, visti i tempi; né come, considerato che le ragioni effettive di una riforma deòòa Secondaria Superiore, che sono profonde e corpose, e che non possono essere ricondotte all’operazione “riordino”, si colgono con difficoltà nell’impianto dei Regolamenti.
Ma questo è – ritengo – un terreno di battaglia culturale e professionale. Come pure diventa urgente riproporre con decisione un nodo che andava probabilmente aggredito prima: quello di una necessaria revisione del piano dei tagli, della sua entità e della distribuzione nel triennio, accompagnato da misure che evitino contraccolpi destabilizzanti alle scuole e garantiscano una almeno una accettabile funzionalità degli organici.
Concludo citando la stravaganza di una uscita del nostro Ministro che nella Conferenza stampa di presentazione della “Riforma” ha affermato testualmente: “Ci hanno accusato di avere cambiato per fare cassa. Niente di più falso”.
Probabilmente alcune cose le sono sfuggite dei nuovi Regolamenti, che pure lei ha firmato per prima. E tra queste, una in particolare le andrebbe richiamata: che se, contestualmente alla riduzione di orario e personale – ma che andava fatta con ben altra intelligenza –, non ci sono piani di investimenti (su formazione, strutture, laboratori, riconoscimenti economici), l’”epocalità” della riforma è roba per allocchi.
ScuolaOggi 06.02.10
«Bella ciao» Inno alla memoria, di Carlo Lucarelli
Sarà perché sono appena tornato da Auschwitz con il treno degli studenti della provincia di Modena ma le cose che riguardano la memoria in questo periodo mi colpiscono particolarmente per cui ho ascoltato con interesse le parole del nostro presidente del Consiglio al parlamento israeliano. Mi riferisco a quello che ha detto riguardo alla vergogna delle leggi razziali, che sarebbero state riscattate dalla Resistenza.
È vero. È grazie alla Resistenza e alla guerra di liberazione che il nostro Paese ha riconquistato dignità agli occhi del mondo libero, quando un gruppo di patrioti di tanti colori tra cui parecchie sfumature di rosso hanno cacciato i tedeschi che lo occupavano assieme ai collaborazionisti della Repubblica di Salò, facendo giustizia anche di quello che aveva prodotto tutto questo, e cioè il fascismo delle leggi razziali e dell’alleanza col nazismo.
È per questo che una canzone come Bella Ciao che una volta ho sentito erroneamente contrapposta a Fratelli d’Italia da qualcuno che evidentemente non ne aveva capito lo spirito è una specie di inno nazionale ufficioso, che dovrebbe unire tutti quelli che si riconoscono in quel momento di patriottismo e considerano quelle leggi razziali una vergogna. È da lì che nasce la nostra Repubblica ed è quello lo spirito di quella canzone.
Sarebbe bello ricordarsene più spesso della resistenza come liberazione. Che il presidente del Consiglio e molti dei suoi alleati ma anche alcuni di quelli che stanno all’opposizione lo dicessero altre volte, e con chiarezza.
Insomma, ad essere coerenti, mi aspetterei che Berlusconi, da presidente del Consiglio o anche da privato cittadino, fosse presente il prossimo 25 aprile, in piazza, a cantare Bella Ciao.
L’Unità 05.02.10
