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"Il Parlamento chiede meno tagli , di Antimo Di Geronimo

Le modifiche ai regolamenti sulle nuove superiori, verso l’ultima approvazione del governo. No alla riduzione delle ore di laboratorio nei tecnici e nei professionali e un freno al taglio delle ore delle altre discipline, che non dovranno diminuire complessivamente di oltre 2 ore settimanali. Il monito al ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, viene dalle commissioni istruzione della camera e del senato, che hanno emesso, rispettivamente, il 20 e il 27 gennaio scorso i prescritti pareri sui regolamenti della riforma delle scuole superiori. Che ora sono in corso di aggiustamento, prima del via libera definitivo del consiglio dei ministri rpevisto per la prossima settimana. Il collegio di Montecitorio ha chiesto inoltre al governo di potenziare la matematica, le scienze e la lingua straniera nei licei. In particolare, nel liceo delle scienze umane, la commissione della camera presieudta da Valentina Aprea ha evidenziato la necessità di potenziare lo studio delle discipline giuridiche ed economiche, che risultano caratterizzanti dell’indirizzo di studio. Mentre Palazzo Madama ha auspicato che diritto ed economia possano essere recuperate nella cosiddetta quota di flessibilità. Montecitorio ha chiesto, inoltre, all’esecutivo di ampliare il numero dei licei musicali e coreutici, potenziando in entrambe le nuove tipologie di scuola lo studio della storia della musica e della danza. Secondo il collegio è opportuno inoltre che vengano valorizzate le convenzioni in atto con i conservatori per evitare che la licealizzazione dei percorsi formativi possa in qualche modo vanificare i livelli di eccellenza raggiunti nella pratica e nella didattica musicale già nell’ambito del cosiddetto compimento inferiore corrispondente ai primi 5 anni di studio. Palazzo Madama, invece, ha ritenuto che debba essere costruito un vero e proprio asse formativo che parta dalle scuole medie a indirizzo musicale, passi per i licei musicali e termini con il conservatorio. Il tutto fissando competenze in entrata e in uscita volte a determinare l’applicazione del numero chiuso nell’accesso a questi percorsi formativi. In più secondo entrambe le commissioni è opportuno che la riforma cominci ad andare a regime solo nelle prime classi nel prossimo anno scolastico e non anche nelle seconde, come previsto nelle bozze di regolamento. La commissione di Montecitorio ha raccomandato inoltre a palazzo Chigi di svolgere un’accurata verifica dei quadri orari allegati e una migliore scansione dei due bienni, al fine di contemperare obbligo di istruzione, diritto-dovere all’istruzione e possibile reversibilità delle scelte compiute dagli studenti ai fini del successo formativo. Ed ha evidenziato anche la necessità di pubblicizzare al massimo i cambiamenti e la composizione dei nuovi indirizzi di studio in termini di discipline studiate, per orientare gli alunni nella scelta della scuola superiore. E poi, sempre secondo Montecitorio bisogna in qualche modo rendere fungibili le competenze acquisite durante i percorsi formativi, così da consentire agli studenti che dovessero rendersi conto dell’inadeguatezza della scelta operata, di cambiare agevolmente indirizzo. E tale fungibilità dovrebbe essere attuata anche rispetto ai percorsi di apprendistato che, essendo alternativi all’espletamento del diritto dovere all’istruzione formazione, rispetto alle scuole tradizionali, necessitano di essere in qualche modo riconsiderati al fine di un eventuale reinserimento degli studenti interessati nel percorso di studi tradizionale. In buona sostanza, dunque, l’intero sistema dovrebbe essere rivisitato tenendo conto che, specie nella fase iniziale, è ragionevole ritenere che gli studenti possano cambiare idea rispetto alla scelta della scuola. E dunque, introdurre bienni iniziali fortemente differenziati potrebbe rendere di fatto irreversibili le scelte degli studenti. Un altro aspetto importante rimarcato da entrambe le commissioni è quello che riguarda le classi di concorso. Sia palazzo Madama che Montecitorio hanno auspicato che il mutamento delle discipline di studio valorizzi e non escluda gli attuali docenti. E dunque, le nuove classi di concorso dovrebbero essere elaborate nel senso di un ampliamento della spendibilità delle abilitazioni. In modo tale da consentire a classi di concorso diverse di confluire nel ceppo epistemico di riferimento, al quale dovrà fare capo la nuova classe di concorso di riferimento. Un po’ come avvenne qualche anno fa con la costituzione degli ambiti disciplinari. Oltre tutto, qualora la nuova disciplina dovesse introdurre forti preclusioni nella spendibilità dei titoli di abilitazione all’insegnamento, ciò potrebbe avere riflessi negativi sulla costituzione degli organici, nella mobilità e nel reclutamento. Le scuole infatti potrebbero trovarsi a corto di docenti in alcune discipline, senza la possibilità di reclutare i supplenti. Ciò in quanto le attuali lauree specialistiche sono tarate sulle classi di concorso esistenti.
ItaliaOggi 02.02.10

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Alle scuole serve un miracolo, di Alessandra Ricciardi
Strozzate dalle riduzioni al bilancio 2010. I sindacati chiedono l’intervento del governo. Supplenze interrotte, pulizie a giorni alterni, forniture inevase
Ci sono scuole che hanno interrotto i contratti di supplenza e hanno smistato gli studenti su più classi. Quelle che non stanno più pagando i fornitori, e rischiano il pignoramento. E poi ci sono quelle che fanno le pulizie a giorni alterni, per risparmiare sulle spese. Alcuni dirigenti, poi, sono pronti addirittura a non approvare il bilancio interno, a costo di farsi commissariare. Questi, e tanti altri, i casi segnalati da insegnanti, dirigenti e sindacati. A un mese dall’inizio del 2010, la situazione finanziaria degli istituti è al tracollo (si vedano per esempio le segnalazioni raccolte dal forum messo in piedi su flcgil.it). Sul territorio imperversa l’arte di arrangiarsi, dopo i tagli inferti a tutte le amministrazioni dalla legge 133/2008, la riduzione della Finanziaria 2010 di 73 milioni di euro per il funzionamento didattico e amministrativo, il taglio ai fondi della 440 (un taglio di quasi 40 milioni di euro), la riduzione del 25% per gli appalti di pulizia. E poi soprattutto ci sono i crediti vantati dai singoli istituti nei confronti del ministero dell’istruzione, per spese anticipate dai bilanci interni e mai restituite, che ammontano a quasi un miliardo di euro. E che rischiano di essere radiati. Oggi si terrà un vertice al ministero dell’istruzione tra i responsabili della direzione bilancio e i sindacati. Cgil, Cisl e Uil scuola chiedono che sulla materia ci sia un intervento politico, perché la questione possa essere sbloccata con nuovi finanziamenti, magari in sede di assestamento di bilancio. Ma anche un correttivo tecnico, che escluda che i crediti vantati siano assorbiti a bilancio generale, come lascerebbe prefigurare la circolare del ministero guidato da Mariastella Gelmini del 14 dicembre scorso. Nel frattempo, la direzione scolastica regionale dell’Emilia Romagna, per esempio, suggerisce alle scuole del territorio di fare le pulizie a giorni alterni nei locali dove maggiore è il fabbisogno, aule e bagni, invece che quotidianamente. Mentre i presidenti dei consigli di circolo e di istituto di Bologna e provincia denunciano che sempre più frequentemente, in caso di malattia dell’insegnante, invece che chiamare il supplente, la scuola smisti i ragazzi su altre classi: mancano i soldi per pagare le supplenze. E in alcuni casi, si è stati costretti a interrompere anche contratti già stipulati. Tanto che da Pisa arriva la richiesta di trasferire a carico del Tesoro anche le supplenze brevi, come già avviene per quelle fino al termine delle lezioni o dell’anno scolastico.

Dall’altra parte d’Italia, a Potenza, i direttori amministrativi denunciano di non poter predisporre il bilancio di previsione 2010: l’importo dei crediti verso il ministero per spese anticipate supera in molti casi il budget disponibile, e inserendo i crediti tra i residui attivi si rischia il paradosso di vedere radiate le relative spettanze. Situazione analoga quella delle scuole di Piacenza, che hanno crediti verso il ministero per circa 6 milioni, e ora potrebbero essere costrette, per far fronte alle spese ordinarie (comprese lavagna e gessetti), ad aumentare la richiesta di contributi alle famiglie.
ItaliaOggi 02.02.10

DL Protezione civile: Della Seta (PD), "maggioranza sotto più volte sui rifiuti in Campania".

“Sul decreto per l’emergenza rifiuti in Campania e sulla Protezione civile la maggioranza non tiene, in commissione Ambiente è andata sotto più volte, anche su emendamenti del relatore”. Lo dice Roberto Della Seta, capogruppo del Pd nella Commissione Ambiente, che sta esaminando il decreto.
“La maggioranza si è spaccata su due emendamenti significativi – spiega ancora Della Seta – Il primo era un emendamento del relatore D’Alì che riorganizzava la riscossione della tariffa rifiuti in Campania, e che è stato bocciato con il nostro voto contrario. Il secondo era un emendamento, originariamente proposto dalla Lega e fatto proprio dal Pd, che difendeva almeno in parte le prerogative dei Comuni nella gestione dei rifiuti nella regione e che è passato contro il parere del governo e il voto del Pdl. Accanto alla bocciatura da parte della Commissione Bilancio dei commi relativi alla Protezione Civile servizi spa – conclude Della Seta – quanto è successo in commissione Ambiente è il segno ulteriore che questo decreto è talmente sbagliato che non convince neppure la maggioranza”.

Bertolaso, bonifica alla Maddalena."Ora faremo la manutenzione"

“Prima dell’estate – dice Bertolaso, capo della Protezione civile – qui ci sarà una grande realtà industriale, che farà funzionare questa meraviglia. Stiamo lavorando al bando di assegnazione”. Il sopralluogo con la stampa nell’ex ospedale militare della Maddalena e nell’ex arsenale, dopo la denuncia di Repubblica sul totale abbandono delle strutture costruite in vista del G8 dell’anno scorso, poi trasferito a L’Aquila, è appena terminato e il responsabile della Protezione civile fornisce la “diagnosi”: “Certo, ci sono cose da sistemare e lavori in corso, ma non vi sono segni di serio abbandono”. Poi aggiunge: “Per quanto riguarda le altre strutture è tutto a posto. Come si direbbe in gergo sanitario l’ex arsenale gode di buona salute”.

Il sopralluogo con la stampa. Bertolaso era accompagnato dal progettista dello spettacolare edificio di vetro sul mare, l’architetto Boeri e dal presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci. Le strutture realizzate alla Maddalena per il G8 “non sono in stato di abbandono, anche se c’è qualche lavoro di manutenzione da fare”. Nell’isola, ha detto ancora Bertolaso “è stata fatta la più grande bonifica di sempre”, che ha permesso di trasformare un luogo che era “una fogna” in un “polo navale e turistico” tra i più importanti del Mediterraneo. Il capo della Protezione civile respinge così le critiche sulle condizioni delle strutture realizzate sull’isola per il G8. “Noi non abbiamo nulla da nascondere – ha ancora affermato – ma dire che qui c’è uno stato di abbandono è una bugia”. Bertolaso ha illustrato tutti gli interventi che sono stati fatti per l’ex Arsenale, ricordando, in particolare, la rimozione dei fanghi e degli idrocarburi nello specchio d’acqua antistante, l’intervento sul depuratore e la rimozione dell’amianto.

In attesa della Louis Vuitton Cup. “Certo – ha aggiunto Bertolaso – ci sono cose da sistemare e lavori in corso ma mi pare che non vi siano segni di serio abbandono. Tutti gli hotel della Costa Smeralda nei mesi invernali hanno una manutenzione minima e vengono invece preparati più tardi per l’arrivo della stagione. Accadrà la stessa cosa qui alla Maddalena, dove saremo pronti per la Louis Vuitton Cup di metà maggio”. E proprio la competizione velica, tra le più importanti al mondo, sarà l’occasione, dice Bertolaso, per il rilancio dell’intero sistema turistico della Maddalena. “Ci sono tutte le condizioni per rilanciare dal punto di vista turistico e occupazionale questa splendida realtà ed escludo nel modo più assoluto che diventi una cattedrale nel deserto. Con la Louis Vuitton ci sarà un ritorno turistico molto più importante di quanto potesse fare qualsiasi G8”.

L’ex arsenale alla Marcegaglia. Ai giornalisti Bertolaso ha mostrato la struttura dell’ex Arsenale, di proprietà della Regione Sardegna, e che per 30 anni sarà gestita dalla Mita, una società del gruppo Marcegaglia, e l’ex ospedale militare – trasformato in residence – che deve ancora essere assegnato con una gara, che verrà predisposta nei prossimi giorni perché la prima è andata deserta. Alla visita erano presenti anche il sindaco della Maddalena, Angelo Comiti, il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, e il leader del team di America’s Cup Mascalzone Latino, Vincenzo Onorato. “Quello che è stato fatto qui – ha detto il primo cittadino de La Maddalena – può essere additato ad esempio di come può funzionare la pubblica amministrazione quando si lavora in sinergia. Sino a due anni qui c’era il divieto d’ingresso: questa struttura era una cloaca a cielo aperto, con fanghi e idrocarburi di ogni specie. Se non fosse arrivato il disegno di ospitare il G8, questa bonifica non sarebbe mai stata compiuta. Qualcosa può ancora essere fatto per migliorare la situazione, ma questo è uno dei poli nautici e alberghieri più importanti del Mediterraneo”.

Ma la Commissione Bilancio boccia Bertolaso. Bertolaso si difende in Sardegna, ma viene colpito duramente in Senato dove oggi è stata svuotata, di fatto la “Protezione civile Spa” contenuta nel decreto sulla fine dell’emergenza rifiuti in Campania: otto commi del provvedimento sono stati cassati. Nel parere non ostativo emesso dalla Commissione su proposta del relatore, Maurizio Saia (Pdl), infatti, vengono soppressi, per mancanza di copertura, la maggior parte dei commi riguardanti la nuova società lasciando in piedi solo quello che la istituisce dotandola di un fondo di un milione di euro, quello sulla copertura del fondo e quello che mette la società sotto il controllo della Corte dei Conti. Tra le misure cassate la possibilità per la società di assumere partecipazioni e detenere immobili. Viene bocciata anche la norma riguardante lo statuto e il funzionamento della società compresa la previsione per cui “il rapporto di lavoro dei dipendenti della Società è disciplinato dalle norme di diritto privato e della contrattazione collettiva”. Alcune delle norme sono state ripresentate come emendamenti del relatore per l’Aula.

Scuola, Pd a Gelmini: commissariamento Ansas per sostenere campagna elettorale Pdl toscano?

“Dopo la finanza creativa siamo forse arrivati al sostegno creativo delle campagne elettorali?” Lo chiedono provocatoriamente al ministro Gelmini le deputate del Pd della commissione Cultura, Manuela Ghizzoni e Rosa De Pasquale facendo riferimento alla notizia della nomina di Stefania Fuscagni quale Commissario straordinario dell’Ansas, l’Agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica con sede a Firenze. “La Fuscagni – sottolineano – ricopre molti ruoli: consigliere regionale della Toscana per il PDL, vicepresidente della Commissione Cultura e presidente della commissione statuto della medesima Regione.“Ancora una volta – aggiungono le deputate – un episodio che evidenzia una prassi consolidata in questo Governo: ignorare le situazioni di conflitto d’interesse, legittimare ciò che legittimo non è. L’Ansas – spiegano Ghizzoni e De Pasquale – ormai da quasi quattro anni attende di essere disciplinata da un regolamento ad hoc che il Governo preferisce non emanare e che il Partito Democratico ha ripetutamente sollecitato attraverso interrogazioni e risoluzioni in commissione Cultura ignorate dalla maggioranza. Il Governo dei tagli alla scuola ha invece preferito pagare profumatamente numerosi commissari straordinari anziché provvedere ad emanare il prescritto regolamento. Se Stefania Fuscagni sarà ricandidata, verrebbe da chiedersi provocatoriamente se la concomitante nomina a commissario non sia un modo ‘creativo’ della Gelmini per sostenere la campagna elettorale del Pdl toscano. Se invece non fosse più presente in lista, sarà ricompensata dall’attribuzione del prestigioso incarico. In ogni caso la Fuscagni dovrà essere riconoscente al Pdl”.

Il legittimo impedimento alla Camera. Bocciate le pregiudizioni di costituzionalità

Alla Camera è arrivata la legge che permette al premier e ai ministri di ‘saltare’ le udienze penali che li vedono imputati. Un testo che resterà in vigore fino all’approvazione di un lodo alfano-bis costituzionale e comunque non più di 18 mesi. Quello di oggi sarà un passaggio breve. Il voto finale è già fissato per mercoledì con le dichiarazioni di voto, dalle 17, in diretta tv. Nonostante questo Pd e Idv promettono battaglia e hanno presentato centinaia di emendamenti e ordini del giorno. Diverso l’atteggiamento dell’Udc che, molto probabilmente, si asterrà. Una scelta legata al via libera del comitato dei nove della commissione Giustizia ad alcuni emendamenti centristi. Si tratta di proposte di modifica che puntano ad estendere, in sostanza, il legittimo impedimento solo alle attività “coessenziali” relative alle funzioni di governo del premier e dei ministri. Nell’attuale testo si parla invece di “attività preparatorie e consequenziali” e “connesse” alle funzioni di governo. E’ stata poi accolta la proposta di fare non un riferimento generico alle norme che regolano le attività del presidente del Consiglio, ma di indicare specificatamente le leggi. “Sono dei piccoli passi in avanti nella direzione giusta – commenta il deputato centrista Roberto Rao – ma restano ancora scogli come quello di estendere il legittimo impedimento anche ai sottosegretari; di prevedere una durata della legge di 18 mesi, anzichè 12 come noi chiedevamo; e di stabilire più rinvii, invece di uno solo di 6 mesi”. La maggioranza, invece, punta anche a inserire, con un emendamento del relatore, una modifica che affidi alla presidenza del consiglio il compito di attestare il legittimo impedimento, una sorta di autocertificazione.

Come prima mossa la Camera ha bocciato le pregiudiziali di costituzionalità a firma Dario Fraceneschini (Pd) e Federico Palomba (Idv). A favore hanno votato 238 deputati, mentre i contrari sono stati 343. Due gli astenuti. Disco rosso anche all’emendamento del Pd che chiedeva una corsia più veloce per i procedimenti a carico di parlamentari.

”Solo in un regime fascista o piduista si puo’ accettare che delle persone, semplicemente perché fanno i ministri o il capo del Governo, non devono andare dal giudice se chiamati a rispondere di reati” attacca il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. “Sul legittimo impedimento la cosa piu’ scandalosa è che la Presidenza del Consiglio decida da sè i casi di legittimo impedimento” afferma la presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro.
repubblica.it

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Riportiamo di seguito gli interventi in aula di alcuni esponenti del Partito Democratico contro l’ennesima norma “Ad Personam” sottolinenando il fatto che alla camera oggi erano presenti TUTTI i deputati del PD

ROBERTO ZACCARIA Signor Presidente, illustro la questione pregiudiziale del Partito Democratico sulla proposta di legge che reca il titolo: testo unificato delle proposte di legge recante disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza. Se i colleghi permettono, vorrei far presente una cosa abbastanza conosciuta agli addetti ai lavori, ma che a qualche ascoltatore un po’ distratto potrebbe risultare strana. In questa legislatura, signor Presidente, in venti mesi di attività di questa Camera…
Volevo dire che in questa legislatura, in venti mesi di attività, sono pochissime le leggi ordinarie che sono scaturite da iniziative parlamentari. È noto che in questi venti mesi sono stati approvati, o stanno per essere approvati, 55 decreti-legge; sono state approvate 53 leggi di ratifica, le quali, come i parlamentari sanno, per antica consuetudine non impegnano in maniera rilevante e significativa i lavori dell’Aula.
Se togliamo anche la legge finanziaria ed i provvedimenti collegati alla manovra di finanza pubblica, in venti mesi noi abbiamo approvato una ventina di leggi. È difficile fare una graduatoria, signor Presidente, ma non ho difficoltà a dire che non sono più di dieci le leggi che hanno un qualche significato: l’esordio è stato segnato proprio dal cosiddetto «lodo Alfano», poi hanno fatto seguito le leggi sul Parlamento europeo, sul referendum, sul distacco di comuni, sulla Commissione per l’infanzia. Ebbene, dieci leggi significative in venti mesi di legislatura è un po’ poco per un Parlamento disciplinato come l’organo che produce le leggi fondamentali.
Noi su questi leggi abbiamo presentato poche questioni pregiudiziali, ma riguardo ad una di queste, il cosiddetto «lodo Alfano», vorrei ricordare che il collega Gianclaudio Bressa ha illustrato una questione pregiudiziale nella quale ha sostenuto l’incostituzionalità di quel provvedimento con delle motivazioni che, se andate a leggere la sentenza n. 262 del 2009 della Corte costituzionale, le ritrovate integralmente. Quindi, cominciano a vedere che alcune di queste pregiudiziali arrivano al giudizio della Corte e hanno un esito (questo sì) a voi ben noto.
Occorre considerare un po’ più da vicino la sentenza n. 262 perché il testo unificato che oggi abbiamo di fronte, per chi si occupa di Costituzione e vuole valutare la costituzionalità dei provvedimenti, può essere raffrontato prima di tutto proprio con quella sentenza della Corte costituzionale di cui ricordo alcuni passaggi. La Corte ha detto in maniera chiarissima che vi è la necessità che le prerogative degli organi costituzionali abbiano una copertura costituzionale, ma poi ha affermato una cosa che qui vorrei ricordare testualmente, ed è il secondo punto nevralgico: il problema di questa disciplina delle prerogative, degli impedimenti di questa natura assume una particolare importanza nello Stato di diritto perché, da un lato, alle origini della formazione dello Stato di diritto sta il principio della parità di trattamento rispetto alla giurisdizione e, dall’altro, questi principi, questi istituti non solo implicano necessariamente una deroga al suddetto principio – qui stiamo invocando i principi supremi – ma sono anche diretti a realizzare un delicato ed essenziale equilibrio tra i diversi poteri dello Stato, potendo incidere sulla funzione politica propria dei diversi organi.
Qui siamo al cuore, al centro del sistema costituzionale, ma se qualcuno non si accontentasse di queste riflessioni, va ricordato che la Corte ha già affrontato il problema del cosiddetto legittimo impedimento. Infatti, la Corte ha affermato che il legittimo impedimento a comparire ha già rilevanza, cioè è disciplinato nel processo penale, e non sarebbe stata necessaria la norma denunciata (in quel caso il lodo Alfano); la difesa dell’imputato è sostanzialmente un istituto che trova tutela; come questa Corte ha rilevato – e ciò mi pare importante – la sospensione del processo per legittimo impedimento, contempera il diritto di difesa con le esigenze dell’esercizio della giurisdizione.
Credo che queste parole dovrebbero far riflettere su quello che la Corte potrà dire di fronte a questo provvedimento. La Corte ci dice chiaramente qual è la via maestra e ritengo che dobbiamo tenerla presente. La Corte parla di un bilanciamento, un bilanciamento tra ciò che è scritto nell’articolo 24 della Costituzione, che è il primo valore, ossia il diritto di difesa dell’imputato, del coimputato, delle persone offese dal reato, e il secondo valore, quello della giurisdizione, che è disciplinato nell’articolo 101 e seguenti, e in particolare nell’articolo 111 della Carta costituzionale.
Se bilanciamento deve essere tra due valori costituzionali, il codice di diritto penale dice che questo lo deve fare il giudice, come lo ha sempre fatto. Quindi, lo spazio per un intervento del legislatore ordinario, come in questo caso, secondo la Corte è praticamente inesistente. Ma la cosa ancora più grave è che, di fronte a questo spazio strettissimo, la disposizione che stiamo esaminando sostanzialmente risolve il bilanciamento tra due interessi e valori costituzionali in un modo molto semplice: ne sopprime uno e ne esalta un altro. Questo non è bilanciamento costituzionale: questa è soppressione di un’esigenza costituzionale a beneficio di un’altra. Come hanno detto i professori auditi in Commissione giustizia, si tratta di una prerogativa, di un’immunità (come dice la Corte), e le prerogative e le immunità devono essere disciplinate con legge costituzionale. Questo è estremamente chiaro e credo che ne dobbiate tenere presente.
C’è un altro punto sul quale vorrei soffermarmi in conclusione. Come hanno detto i colleghi durante la discussione sulle linee generali, non si tratta di un aspetto di secondaria importanza e non è un fatto di estetica normativa. Voglio esaminare il profilo della transitorietà: in attesa di una legge costituzionale che verrà, per diciotto mesi si consente un impedimento che schiaccia l’esigenza di diritto di difesa e che privilegia l’immunità prerogativa.
Colleghi, vi invito a riflettere sul fatto che, quando un Parlamento, con una legge propria, decide di azzerare un valore costituzionale e di esaltarne un altro, in questo modo sostanzialmente compie un’operazione pericolosissima. È un’operazione che si chiama di sospensione di una garanzia costituzionale. Vi invito a guardare alla nostra Costituzione, se c’è una sola norma che dice che possano essere sospese temporaneamente le garanzie costituzionali: la Costituzione non lo prevede neppure in caso di guerra, dove è presumibile che si possa pensare a tutto ciò. Mi spiace che la Commissione affari costituzionali, di cui faccio parte, nel proprio parere abbia detto: «preso atto della transitorietà». Mi dispiace, questa è ipocrisia, in quanto non c’è nessuna norma costituzionale, nessuna norma nel nostro ordinamento che consente di sospendere i diritti costituzionali per diciotto mesi.Concludo, signor Presidente. Questa è anche un’elusione dei controlli costituzionali: diciotto mesi non sono stati messi a caso, bensì per evitare che la Corte costituzionale possa intervenire. Ciò è gravissimo perché tocca gli equilibri fra gli organi costituzionali, in quanto la Corte difficilmente potrà intervenire prima dei diciotto mesi: lo potrebbe fare ma la si mette in una situazione di difficoltà. Alla luce di queste considerazioni, sarà meglio d’ora in poi chiamare questo istituto «illegittimo impedimento» (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori – Congratulazioni)

RICARDO FRANCO LEVI Signor Presidente, mi dispiace che sia stato considerato inammissibile l’emendamento che abbiamo presentato, un’inammissibilità valutata sulla base dell’estraneità rispetto all’oggetto del provvedimento che stiamo discutendo. Credo che se si fosse fatto riferimento piuttosto alla finalità che il nostro emendamento aveva, che è quella di disciplinare il rapporto tra sistema della politica e magistratura, rapporto dal quale non a caso è partito l’onorevole Pecorella nel proprio intervento, probabilmente lo avremmo potuto esaminare.
Si trattava di una proposta semplice: creare una corsia preferenziale, per così dire, per i processi in cui ad essere imputati siano i membri del Parlamento. Questa è una garanzia che nella nostra ipotesi e nella nostra visione corrisponde al dovere dei rappresentanti del popolo di rendere conto del proprio operato e al diritto dei cittadini di sapere con trasparenza chi li governa e chi li rappresenta, soprattutto se chi li governa e chi li rappresenta è o non è responsabile dei capi di imputazione che gli vengono rivolti. Parlo del diritto di questa Assemblea di agire nella pienezza del proprio mandato, perché ciò di cui si sta discutendo va al cuore e all’essenza stessa della democrazia parlamentare: il rapporto di fiducia tra i rappresentanti del popolo ed i cittadini, quell’onore in base al quale la Costituzione ci chiede di esercitare il nostro mandato, quell’onore in base al quale siamo chiamati onorevoli, quell’onore che purtroppo in questa fase della vita politica, rovinata troppo spesso dalla polemica contro la casta dei politici, sovente non ci viene riconosciuto.
Ebbene, l’emendamento in oggetto corrisponde ad una proposta di legge che esiste, che è stata firmata e che resta, ovviamente, nella sua interezza: mi auguro che di questa proposta il Parlamento potrà discutere in altra sede (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

CINZIA CAPANO Signor Presidente, i nostri emendamenti tendono a meglio disciplinare la norma già esistente sul legittimo impedimento e a ridurre l’ambito di discrezionalità nel bilanciamento degli interessi tra esigenze della funzione pubblica ed esigenze della celerità del processo. Il complesso degli emendamenti, sia soppressivi sia modificativi, proposti dal Partito Democratico tende a riportare la disciplina del legittimo impedimento a una minima compatibilità con la Carta costituzionale e con le pronunzie della Corte su questa materia e, più in generale, sulla possibilità di disciplinare con legge ordinaria trattamenti differenziati per coloro che svolgono funzioni di rango costituzionale, con particolare riferimento all’ultima sentenza, la famosa sentenza sul lodo Alfano, come ben illustrato dall’onorevole Zaccaria.
Ma credo che vi sia un equivoco sulla discussione che si è svolta sia in Commissione sia in Aula. Tale equivoco si basa su un passaggio della sentenza che secondo gli esponenti della maggioranza affermerebbe che la deducibilità del legittimo impedimento a comparire non costituisce prerogativa costituzionale.
È vero che la Corte dice così, ma fa esplicito riferimento all’attuale disciplina del legittimo impedimento, perché nell’attuale disciplina si riconosce questa facoltà alla generalità dei cittadini e quindi non è rivolta a un trattamento differenziato, ma a riconoscere una possibilità nei confronti di tutti.
Se si modifica l’ambito dei destinatari e la sua generale applicazione, è evidente che siamo nell’ambito della prerogativa e questo – non c’è bisogno di attendere una nuova sentenza della Corte costituzionale – è già scritto a chiare lettere e proprio a proposito di legittimo impedimento nella sentenza sul lodo Alfano.
Voi della maggioranza, che avete tra di voi illustri giuristi, lo sapete bene, ma avete paura. Avete paura dei tempi, avete paura dei numeri di una legge costituzionale, avete paura di un eventuale referendum e allora ecco che nasce una nuova figura giuridica: la cosiddetta legge ponte, un capolavoro. Si tratta di una legge ordinaria che anticipa gli effetti della legge costituzionale, ad efficacia limitata nel tempo. È come dire che è possibile, in Italia, cambiare gli articoli della Costituzione con una specie di procedura d’urgenza.
Applicate anche alla Costituzione la decretazione d’urgenza con cui ci avete deliziato intensamente per questi 22 mesi di Governo e immaginate una legge costituzionale che funziona come la legge di conversione del decreto-legge. Insomma, nasce il decreto-legge costituzionale, con cui evidentemente si consente che ci sia per 18 mesi nell’ordinamento una legge ordinaria che è contraria al dettato costituzionale.
È come se il Ministro Brunetta, che come sappiamo da un po’ va dicendo che la Repubblica non è più fondata sul lavoro, decidesse di proporre una legge ordinaria in cui si dice che, nelle more della modifica degli articoli 1 e 36 della Costituzione, si autorizza il datore di lavoro a retribuire il lavoratore solo se soddisfatto della sua prestazione, con una specie di clausola soddisfatti o rimborsati. Ma vi sembra davvero possibile? Stiamo attenti.
So che chi propone questa formula transitoria – e ho sentito con interesse l’intervento dell’onorevole Vietti – vive l’imbarazzo di inserire questa norma nell’ordinamento e cerca di limitare gli effetti negativi. Lo so bene, ma con questa legge inseriamo un vulnus nel nostro stesso sistema delle fonti e modifichiamo la loro gerarchia.
Inseriamo nell’ordinamento una norma che potrà riguardare processi in cui, oltre ad essere coinvolti il Premier o i Ministri, vi potrebbero essere altri cittadini sia in veste di coimputati sia in veste di parti offese. Nella mia città ci sono già rinvii a giudizio che riguardano Ministri, per processi che vedono coimputati e parti lese, costringendo questi ultimi a subire tempi lunghissimi, un rinvio ad libitum.
Allora non vi sembra che questa legge apra una stridente contraddizione proprio con il cosiddetto processo breve, quel provvedimento che abbiamo in discussione in Commissione giustizia dove voi rivendicate il principio costituzionale dell’articolo 111 della ragionevole durata del processo (anche se non si tratta di durata, ma solo di una estensione automatica, come hanno detto non solo l’ANM e il Consiglio superiore della magistratura, ma le stesse camere penali con uno sciopero fatto solo qualche settimana fa e con una grande partecipazione)?
Volete dirci davvero che questi due provvedimenti hanno la stessa ratio? Eppure sono ontologicamente contrari tra loro. È vero, non è accettabile che un politico come l’onorevole Mannino debba aspettare 16 anni per vedere riconosciuta la propria innocenza, ma la tutela dell’onorevole Mannino e di tutti quelli che si trovano in quelle condizioni si può avere solo con la speditezza del processo e perciò proponiamo un emendamento che riconosce una corsia preferenziale ai processi in cui sono coinvolti soggetti che rivestono cariche pubbliche.
La incostituzionalità di questa norma è già scritta a chiare lettere in tante sentenze. Tuttavia, io vorrei solamente che, quando la Corte la pronunzierà, allora la maggioranza non se la prenda con i giudici di quella Corte, con il Capo dello Stato che li ha nominati, ma con se stessa, abbia almeno questo barlume di onestà intellettuale (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PIERLUIGI CASTAGNETTI Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa poteva essere, doveva essere l’occasione di una prova di dialogo fra maggioranza e opposizione, invece è un’altra prova di arroganza e di forza della maggioranza.
Poteva essere una prova di dialogo non perché il provvedimento presenti elementi di giustizia e di interesse generale, ma perché questa poteva essere la strada, pure ingiusta e personale, meno compromettente per l’ordinamento generale, posto che l’Italia si è data un Capo del Governo che non ne vuole sapere di mettere piede in tribunale come fanno tutti gli altri cittadini quando è necessario, e che per tale ragione da anni sta cercando di devastare l’ordinamento privatizzandolo e piegandolo alle sue esigenze personali.
Invece no, si è presentato questo provvedimento e contemporaneamente l’altro, quello del cosiddetto «processo breve», ma non è finita. Lo sappiamo tutti e ieri ce lo ha autorevolmente confermato il senatore Quagliarello, il quale ci ha fatto sapere che a fine mese la maggioranza, autonomamente, deciderà ancora se presentare un nuovo lodo costituzionalizzato o la riforma dell’immunità. Stamane addirittura si affaccia l’ipotesi di una modifica della normativa sui collaboratori di giustizia, peraltro anche questo un intervento «tempestivissimo» rispetto a ciò che le cronache ci raccontano. Chissà cos’altro partorirà la fantasia dei consiglieri giuridici del Premier nei prossimi giorni, con il Ministro guardasigilli sempre pronto a spiegare che in ogni caso si tratta della riforma della giustizia.
Cari colleghi della maggioranza, lo voglio dire anche all’onorevole Pecorella, liberatevi, almeno provvisoriamente e almeno per una volta, dall’idea che nelle opposizioni, in tutte le opposizioni, anche in chi sta parlando in questo momento, vi sia un atteggiamento giustizialista o un’ostilità pregiudiziale nei confronti del Capo del Governo. Accettate di ragionare, per una volta almeno, insieme a noi. C’è, infatti, un modo, una misura, una proporzione anche nella produzione legislativa protettiva di un interesse personale (o pressoché tale) senza dei quali è difficile anche potere discutere.
Noi siamo mossi solo – vogliamo assicurarvelo – da preoccupazioni di ordine generale. Vogliamo evitare, in primo luogo, la devastazione dell’ordinamento e chiederemmo una proporzione ragionevole anche nelle forzature. Insomma, ci interessa la volontà di non stressare ulteriormente la pazienza dei nostri concittadini alle prese, peraltro, con ben altri problemi e priorità. Sappiamo che, come ci insegna anche la storia del nostro Paese, al di là delle apparenze di quiete e financo di indifferenza, la pazienza potrebbe esaurirsi ed esplodere contro tutti: contro le istituzioni, il sistema e questa Repubblica. Cari colleghi, quando nell’ordinamento si introduce l’esigenza di assicurare la serenità al lavoro del Presidente del Consiglio e dei Ministri, si potrebbe fare della facile e, purtroppo, corrente ironia a tal proposito, ma è comunque certo che si può esprimere un’inquietudine squisitamente democratica. Qual è il prezzo collettivo di questa serenità privata? Dove ci può portare l’esigenza di non turbare la serenità di chi ci governa?
C’è dell’altro, cari colleghi, e non è meno grave. È noto, infatti, che l’esigenza di permettere l’esercizio di funzioni pubbliche da parte di organi costituzionali chiamati in processo è già considerata dall’ordinamento causa di possibile legittimo impedimento, riconosciuto ovviamente dal giudice. Sarebbe, dunque, assolutamente legittimo un provvedimento che tendesse a definire ulteriormente la casistica, in modo da restringere anche la discrezionalità del giudice. Introdurre, invece, un’estensione pressoché generalizzata attraverso la certificazione delle ragioni di impedimento del Presidente del Consiglio di fatto a tutte le attività istituzionali, significa introdurre una prerogativa, una norma di status, un’alterazione profonda delle procedure giudiziarie che solo il legislatore costituzionale può fare, come la Corte costituzionale ha già detto in modo inequivocabile.
Allora, la questione diventa un’altra, cari colleghi: state approvando consapevolmente una legge inequivocabilmente incostituzionale, scommettendo sui tempi di dichiarazione di incostituzionalità da parte della Corte. «Le leggi le fa il Parlamento», ha più volte ripetuto in questi giorni il Ministro guardasigilli. D’accordo, ma cosa accade, signor Ministro? Come si trasforma il Parlamento, quando produce norme consapevolmente illegittime, se non nel luogo in cui si abusa di un potere e si profana la stessa funzione legislativa?
Le leggi le fa il Parlamento, d’accordo, ma quando le leggi sono illegittime è possibile e persino doveroso contestarle, o no? In tutte le sedi, non solo dentro il Parlamento, ovviamente utilizzando i mezzi costituzionalmente corretti. Di questo si tratta, e si è trattato anche delle manifestazioni della magistratura tenutesi in questi giorni. Ecco perché la questione, che pure nasce da una condizione personale del Presidente del Consiglio – non nascondiamolo – e forse di qualche altro membro del Governo, trascende ampiamente le persone interessate, signor Ministro, e pone problemi seri per la salute e la tenuta del nostro ordinamento legislativo e del nostro sistema istituzionale.
Sappiamo tutti bene, infatti, cari colleghi, che la democrazia e il funzionamento di un Paese civile sono assicurati da un intreccio complesso e semplice allo stesso tempo di pilastri e di tiranti, come per le arcate delle architetture più ardite, ognuno dei quali concorre e si contrappone all’altro, in un bilanciamento di forze tutte orientate a un solo scopo. Se ne salta uno, poi un altro e poi un altro ancora, allora l’equilibrio salta e le conseguenze, purtroppo, non sono poi così inimmaginabili. Cari colleghi, queste, e non l’antiberlusconismo, non il giustizialismo, sono le ragioni della nostra opposizione al provvedimento in esame (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

MICHELE VENTURA Signor Presidente, onorevoli colleghi, la prima questione che vorrei porre all’attenzione del Ministro della giustizia, onorevole Alfano, è che oggi leggiamo che ha preso il via l’iter per l’esame della proposta avanzata dal senatore Valentino relativamente ai pentiti. Vorremmo sapere, onorevole Ministro, quale sia l’opinione del Governo, perché secondo quanto emerge da una lettura di quella proposta, noi ci troveremmo di fronte, sostanzialmente, ad un azzeramento delle testimonianze anche per quanto riguarda i processi in corso. Ciò finisce per inquadrarsi in un lungo elenco di provvedimenti che non hanno niente di organico, ma che servono esclusivamente in una logica, in questo caso davvero miope, volta a non affrontare i nodi veri del funzionamento della giustizia.
Consentitemi, colleghi, di svolgere quest’osservazione iniziale: noi continuiamo ad essere prigionieri di questo lungo ed estenuante paradosso italiano. Chi difende l’autonomia e l’indipendenza della magistratura prima era indicato come un liberale, oggi è indicato come un giustizialista o, peggio, come un nemico della libertà e della democrazia. Credo che una Pag. 67riflessione sui principi liberali della separazione dei poteri e dell’autonomia nello svolgimento della propria funzione da parte della magistratura sarebbe cosa necessaria, non solo per l’opposizione, ma anche come consapevolezza da acquisire da parte di tutto il Parlamento.
Onorevole Angelino Alfano, ella ha liquidato la protesta dei magistrati all’inaugurazione dell’anno giudiziario, dicendo che i magistrati sono ciechi. Noi, rispetto alle vostre reali intenzioni, siamo contenti di essere riusciti a squarciare quella coltre di ipocrisia con la quale avete presentato provvedimenti in continuazione. Voi dite che le leggi spettano al Parlamento e questa, se mi consentite, è un’ovvietà. È chiaro che le leggi spettano al Parlamento; è del tutto evidente che, nell’ambito della separazione dei poteri e nei limiti fissati dalla Costituzione, il Parlamento deve esercitare la propria funzione con il massimo della sovranità. Non è questo in discussione. Il punto è come la politica diventa interlocutore, punto di mediazione, in grado di dirimere conflitti e non di incentivarli.
Colleghi, è chiaro che noi continuiamo a pensare che la politica sia un fatto straordinariamente importante quando è sorretta dalla passione: quando la politica è fatta con passione riesce a definire bene anche le priorità sulle quali ci dobbiamo muovere. Le vostre priorità non sono le nostre priorità. Questo voglio dirlo: ci troviamo qui a discutere di un provvedimento, come quello sul legittimo impedimento, che riguarda pochi, il Presidente del Consiglio e i Ministri.
Le nostre priorità, cari colleghi, non mi si accusi di fare demagogia, riguardano oggi le condizioni materiali e il disagio del mondo del lavoro e dei lavoratori, le questioni che attengono allo sviluppo. Le nostre priorità sono quelle che ci hanno ricordato ieri i dipendenti di Eutelia, che ci ricordano i lavoratori di Alcoa, della FIAT di Termini Imerese.
Collegi, guardate il paradosso: questa parte di società, per attirare un minimo di attenzione, deve ricorrere anche a forme di protesta clamorose. Questi lavoratori devono salire sui tetti, bloccare gli aeroporti, per ricordare a tutti noi che queste sono le cose vere e serie, delle quali ci dovremmo occupare. Invece, siamo qui ancora una volta a discutere dei problemi del Presidente del Consiglio e dei Ministri. Il legittimo impedimento, lo ha detto bene la collega Capano, è già previsto. Con questa norma discriminano ulteriormente, perché riguarda pochi e non la totalità dei cittadini. Poi vi sarà il processo breve, poi probabilmente il lodo costituzionale.
Vorrei dire ai colleghi dell’UDC che quel ponte stretto e fragile è già minato, perché non ci troviamo di fronte ad un Governo che, di fronte ad un provvedimento come quello sul legittimo impedimento, ritira quello sul processo breve. Avremo anche il processo breve. Non vi sarà un provvedimento relativo al complesso della riforma della giustizia, al funzionamento della stessa, per accelerare davvero e per dare certezze paritarie a tutti i cittadini. Ci troviamo di fronte ad una linea che continua ad essere limitata, con effetti positivi su pochi. Questo per noi risulta del tutto inaccettabile.
Per concludere, vorrei dire ai membri del Governo e alla maggioranza che, se guardiamo dall’inizio degli anni 2000 (siamo nel 2010), voi state governando questo Paese da otto anni. Voi non siete la novità.
In questi otto anni non abbiamo avuto alcun provvedimento organico, alcuna riforma seria. Voi portate questa responsabilità; noi cercheremo di farlo capire a tutto il Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PIERO FASSINOSignor Presidente, ancorché la discussione in questo Parlamento sia sempre più difficile, perché in questa sede si entra sempre di più solo per ratificare decisioni che sono prese fuori dalla stessa, non rinuncio a provare a ragionare e chiedo al Ministro Alfano di ascoltare le ragioni dell’opposizione.
Voi presentate oggi un provvedimento di legge che, oltre alle considerazioni politiche che sono già state esposte precedentemente dagli onorevoli Castagnetti, Ventura e da altri nostri parlamentari, è un provvedimento che non si giustifica in sé, sulla base del diritto.
Vorrei richiamare lei, signor Ministro, ad essere consapevole della responsabilità che si sta assumendo, perché il legittimo impedimento, in realtà, nell’ordinamento del nostro Paese c’è già: il Presidente del Consiglio, in occasione della sua visita in Bielorussia – una visita, per altre ragioni, forse non del tutto felice – ha invocato il legittimo impedimento, o meglio, i suoi avvocati lo hanno invocato.
In occasione di alcune riunioni del Consiglio europeo a cui il Presidente del Consiglio doveva partecipare, i suoi avvocati hanno invocato il legittimo impedimento e ogni volta i magistrati hanno accolto le buone ragioni di quella richiesta e hanno aggiornato l’udienza.
Non è vero, quindi, che, per tutelare l’esercizio della funzione del Presidente del Consiglio e non alterare la sua attività, sia necessaria una modifica legislativa, perché l’esperienza di questi mesi ci ha dimostrato che, ogni volta in cui si apriva un conflitto tra l’esercizio dell’attività del Presidente del Consiglio e le udienze, i magistrati se ne sono fatti carico e hanno aggiornato l’udienza.
La realtà è che voi state proponendo un provvedimento che stravolge il concetto di legittimo impedimento, perché state proponendo un provvedimento che stabilisce che il Presidente del Consiglio, e peraltro non solo lui, per il solo fatto che è titolare di quell’incarico è in un permanente, continuo e costante legittimo impedimento.
Introducete, quindi, il concetto di legittimo impedimento, scindendolo dalla valutazione concreta dell’effettivo impedimento. In altro modo, fate un’operazione molto semplice: reintroducete il lodo Alfano, quel lodo che porta il suo nome, signor Ministro, chiamandolo con un altro nome, sapendo benissimo, tra l’altro, che questa operazione è incostituzionale.
La Corte costituzionale, infatti, ha detto una cosa molto semplice: si può anche considerare il fondamento di un provvedimento legislativo che sospenda le iniziative giudiziarie nei confronti di chi è titolare di certe cariche, ma non lo si può fare con legge ordinaria; lo si deve fare con legge costituzionale.
Voi state reintroducendo il lodo Alfano, chiamandolo in un altro modo, con una legge ordinaria (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). La riprova di questo sta nel fatto che la presentate come una «norma ponte», transitoria, di sei mesi, per avere il tempo di presentare il lodo Alfano con legge costituzionale, il che è la prova provata che, in realtà, state reintroducendo con legge ordinaria una norma che dovrebbe avere rango costituzionale; state facendo un strappo costituzionale.
Credo che questo sia grave, sia un errore. Tra l’altro, pur di scrivere un provvedimento a tutela di una persona, e non dei cittadini, avete presentato un provvedimento che è monco in parti essenziali. Per esempio, le persone che sono coimputate hanno diritto alla stessa tutela o no? Se il Presidente del Consiglio, nel periodo in cui è tale e, quindi, considerato sempre legittimamente impedito, è parte offesa, si può tutelare oppure no?
Le altre parti fondamentali del processo, che sono la parte civile e il pubblico ministero, in che condizioni si vengono a mettere nei confronti dell’imputato, nel momento in cui si altera l’equilibrio della collocazione delle parti in un procedimento?
Lei è Ministro della giustizia: di tutte queste cose non può non rendersi conto! E credo che sia molto grave che lei avalli un provvedimento, sapendo benissimo che è uno strappo costituzionale ed un vulnus allo stesso regolare funzionamento dell’ordinamento e delle procedure.
E questo ci porta a dire che non è accettabile il provvedimento in esame, perché esso in realtà non corrisponde ad un’esigenza di giustizia, non corrisponde ad un’esigenza di riforme…
Non corrisponde ad un’esigenza di giustizia e di tutela dei cittadini nella generalità che deve avere una legge che ha valore erga omnes: serve soltanto a tutelare una persona e ad impedire che essa possa essere sottoposta ad un procedimento giudiziario; il che, per tante ragioni che sono state in questi anni troppe volte evocate, è inaccettabile.
Non solo: ancora una volta voi piegate l’ordinamento giudiziario alle esigenze di una persona e alle convenienze di parte. Nessuno nega – e non lo nego certamente io, che ho avuto la ventura prima di lei di fare il Ministro della giustizia – che la giustizia in Italia abbia gravi problemi e vi sia necessità di riforme, ma le riforme di cui ha bisogno la giustizia in Italia riguardano non una persona: riguardano le modalità di accesso alla giustizia, ed una più facile e rapida accessibilità, riguardano la celerità dei processi. Affronteremo questo tema quando discuteremo del processo breve, ma le ricordo fin da adesso che lei, sulla base dell’articolo 110 della Costituzione, è responsabile dell’organizzazione giudiziaria e del suo corretto funzionamento, e non può far approvare un provvedimento in Parlamento senza chiedersi quali sono le conseguenze sull’ordinamento giudiziario! E lei sa benissimo che l’approvazione di quel provvedimento, che stabilisce dei tempi certi per i procedimenti, senza che seguano immediatamente anche i provvedimenti ordinamentali e organizzativi necessari, significherà che molti processi non si faranno, e significherà negata giustizia per milioni e milioni di cittadini!
Voi ancora una volta non vi rendete conto che i problemi veri sono la certezza delle pene, la chiarezza delle sentenze, la loro esecutività, la riforma del sistema sanzionatorio. Vogliamo discutere di ciò? Noi siamo pronti, e non da oggi! E su tutto questo noi abbiamo avanzato proposte: non è vero che noi ci rifiutiamo di affrontare i problemi annosi e gravi che ha l’ordinamento giudiziario italiano, e siamo pronti a discutere tutte le riforme che sono necessarie; ma si tratta delle riforme che riguardano la giustizia che interessa i cittadini. Voi di tutto questo non discutete, o meglio: evocate questi temi, poi essi giacciono nelle Commissioni giustizia senza che vi sia nessun tempo certo per le riforme, e invece concentrate tutta l’attività del Parlamento unicamente su provvedimenti costantemente riferiti soltanto alla tutela di una persona, in spregio alla certezza del diritto e all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Sono queste le ragioni per cui noi vi chiediamo di riflettere, e vi chiediamo davvero di non votare in modo cieco e sordo un provvedimento che rappresenta un vulnus, che ridurrà ancora di più la credibilità e la fiducia dei cittadini nella magistratura e nella giustizia.
Perché voi, in questo modo, certo riducete la fiducia nella giustizia: quando il diritto non è più uguale per tutti, quando un cittadino non ha più la certezza che quello che si applica a lui si applica a tutti gli altri…Concludo subito. E quando anzi un cittadino vede che quel che si applica a lui non si applica a chi dovrebbe rappresentarlo, quel cittadino sarà molto meno tenuto al rispetto della legge, e non sarà certo portato ad avere maggiore fiducia nelle istituzioni, nella giustizia, nella magistratura e nello Stato. Tutto questo è una responsabilità grave che voi vi assumete, e per questo vi chiediamo, prima di infliggere un vulnus così grave all’ordinamento, di riflettere ancora attentamente sulla necessità e l’opportunità di cambiare strada (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

ENRICO LETTA Signor Presidente, rappresentanti del Governo, corre due grandi rischi il confronto parlamentare che iniziamo oggi, e nel quale metteremo tutto il nostro impegno per convincere il Parlamento e l’opinione pubblica delle nostre ragioni.
Il primo è quello della ripetitività che genera assuefazione: come troppe volte in questi anni, si compie oggi un rito che, con il corso della politica dettata dai ritmi dei media e della spettacolarizzazione, rischia di non fare notizia, il rito di un’Aula oggi piena, a differenza del normale, e di una blindatura di un voto su un provvedimento che – lo sappiamo tutti, lo sapete tutti – trae origine solo dalle esigenze processuali del Presidente del Consiglio dei ministri.
Nessuno in quest’Aula potrebbe avere oggi il pudore di alzarsi e di motivare altrimenti la forzatura che è stata imposta ai lavori parlamentari. Ma siccome ormai lungo è l’elenco dei casi in cui il nostro Parlamento è stato usato come succursale operativa degli studi legali che lavorano a quei processi, il rischio – dicevo – è che la cosa non faccia più notizia. In un tempo dominato dalla rincorsa alla novità più spettacolare che copre domani l’emozione che ha fatto notizia oggi, sappiamo che il rischio dell’assuefazione è dietro l’angolo: la nostra battaglia – oggi e nel Paese – combatte innanzitutto questo rischio.
Il nostro rispetto per le istituzioni, la nostra passione per la politica vissuta come impegno a migliorare la convivenza della nostra comunità ci porta oggi qui a dirvi che sbagliate e ci porta qui a raccontare al Paese che noi non siamo corresponsabili di questi orrori, che un giorno la storia di questi anni verrà scritta, verrà analizzata ed il giudizio sui comportamenti diventerà inappellabile e che ai tanti errori che noi dall’opposizione abbiamo compiuto in questi anni non si aggiungerà, signor Presidente, quello di non avere qui oggi detto «no», quello di non avere con fermezza richiamato – ognuno, in quest’Aula – alla responsabilità nei confronti del proprio mandato di interpreti e servitori dell’interesse generale del Paese. Per dirla con una frase impegnativa: «Non nel nostro nome»!
Proprio per questo voglio richiamare un secondo rischio del nostro dibattito parlamentare. Siccome oggi parliamo di giustizia – verrebbe da dire, parliamo ancora una volta di giustizia – c’è da chiedersi perché questo Parlamento da anni a questa parte si occupa più di giustizia che di fisco, più di processi che di lavoro, più di «lodi» che di scuole o università, e perché contemporaneamente questo Paese vive sulla giustizia la sua Caporetto continua.
Perché tanta attenzione e tanta centralità, da una parte, e risultati così disastrosi, dall’altra? Sarebbe bene che uscissimo tutti dal gioco delle parti che troppo spesso impedisce di fare discorsi oggettivi sullo stato del Paese (l’hanno detto, prima di me, i colleghi Castagnetti e Fassino).
Lo dico perché non posso dimenticare che in questo Parlamento tutte le forze politiche qui presenti, noi compresi, hanno avuto responsabilità di Governo e quindi a nessuno è data la possibilità di chiamarsi fuori, di dire «io non c’entro», di dire «ho tutte le ragioni e la coscienza bianca e immacolata»: se la giustizia italiana è al collasso, il problema è di tutti e noi vogliamo farci parte attiva per trovare soluzioni.
La situazione della giustizia è una delle cause principali della scarsa competitività del sistema Paese. Parlare con imprenditori italiani o stranieri che ragionano sulla loro esperienza italiana è più istruttivo di qualunque analisi fattuale: 1.210 giorni di tempo per il recupero di un credito a fronte dei 331 della Francia e dei 394 della Germania o il fatto che sulle imprese si calcoli un peso di 2 miliardi di extra costi l’anno per le inefficienze del sistema sono piccoli accenni di una sfilza impressionante di dati che appunto qualunque imprenditore – piccolo o grande, italiano o straniero – potrebbe rendere meno aridi con mille storie, drammatiche spesso, sopratutto se declinate al Mezzogiorno.
L’assenza di una vera e totale certezza del diritto è uno dei principali vulnus alla competitività del Paese ed è inutile fare grandi discorsi sulla crisi che è alle nostre spalle, sul peggio che è passato, sulla ripresa che arriva: se la giustizia italiana rimane in queste condizioni la ripresa arriva per altri, arriva per quelli che hanno approfittato di questo tempo per fare le riforme, arriva per i Paesi che si sono guardati nel profondo dei propri problemi e che oggi possono guardare lungo.
Perché, signor Ministro, non usiamo queste giornate parlamentari a parlare di giustizia, di giustizia vera, di quelle riforme alle quali ci richiama incessantemente il Presidente della Repubblica? Quelle riforme necessarie per rendere equo e rapido il giudizio per ogni cittadino indistintamente uguale di fronte alla legge, le riforme per togliere arbitrii ed eccessi di discrezionalità, le riforme per rendere efficiente il lavoro degli operatori di giustizia, le riforme per fare dei nostri tribunali luoghi ai quali rivolgersi quando si ha un diritto negato, e non luoghi da frequentare quando si vuole, al contrario, reiterare la negazione di un diritto.
Signor Presidente, noi vogliamo partecipare a cambiare la giustizia italiana, perché sappiamo che il sistema non è difendibile e che l’altro rischio che tutti corriamo è quello di sorridere amaramente ogni volta che un «Gabon» viene citato, continuando come se niente fosse, alzando le spalle, pronti ognuno a salire stancamente sulla scena di una commedia in cui ci viene chiesto di recitare una parte.
Sappiamo tutti qui, nel profondo delle nostre coscienze, che questa commedia non è la vita degli italiani che ogni mattina alzano una saracinesca, reale o virtuale che sia, che si rimboccano le maniche e cercano di farcela, tentando di uscire dalla crisi e che quando ce la fanno sono orgogliosi di loro stessi e del loro Paese. Vorremmo, ma non è oggi questo giorno, che quegli italiani fossero anche orgogliosi di un Parlamento che lavora per loro (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

Carpi (MO), il Pd elegge il segretario comunale

Assemblea comunale del partito al teatro Eden. Verso una riconferma del segretario Davide Dalle Ave. Il Pd di Carpi elegge oggi, martedì 2 febbraio, il segretario comunale del partito. L’unica candidatura è quella di Davide Dalle Ave che si avvia quindi verso la riconferma. I lavori dell’Assemblea comunale del Pd di Carpi inizieranno alle 21, dopo l’accredito dei delegati, al teatro Eden in via Santa Chiara 22. Dopo la relazione introduttiva seguirà il dibattito e l’apertura dei seggi. La proclamazione del segretario è prevista attorno alle 23.30. Parteciperanno all’assemblea, tra gli altri, anche il segretario provinciale del Pd Davide Baruffi e il segretario regionale Stefano Bonaccini.

Altro che legittimo impedimento, processateci subito. Proposta di deputati e senatori PD

Calendarizzare subito i processi contro i parlamentari e quelli per criminalità organizzata e terrorismo e incidenti sul lavoro. Mentre la maggioranza si prepara ad esaminare il testo sul legittimo impedimento che punta a sospendere i processi a carico del presidente del Consiglio e dei ministri per almeno 18 mesi, il Pd lancia la proposta per una corsia preferenziale per far svolgere prima i processi a carico dei parlamentari. Un testo che vuole garantire trasparenza sull’operato dei politici e che nel Pdl hanno già definito ”una provocazione”. Forse perché hanno capito che il Partito democratico non ha alcuna intenzione di seguire il centrodestra sulla strada delle immunità parlamentari e andiamo controcorrente rispetto alla maggioranza che non vuole far processare chi governa e fa politica.

Il progetto di legge è stato già sottoscritto da numerosi deputati (Levi, Zaccaria, Bindi, Bachelet, Corsini, De Torre, Ferranti,Margiotta, Marchignoli, Mazzarella, Miglioli, Miotto, Santagata,Tabacci, Zampa) e senatori (Magistrelli, Chiaromonte, Giaretta,Marino, Mazzuconi, Solian).

Così mentre la maggioranza, punta a fermare le lancette dell’orologio quando è un politico a dover affrontare il giudizio di un tribunale i Democratici mirano ad accelerare al massimo i tempi. Perché lo ha spiegato il presidente del partito Rosi Bindi: “Vogliamo tutelare ‘il diritto dell’opinione pubblica a sapere subito chi e’ che la governa” . “Noi abbiamo presentato la nostra proposta – ha spiegato il deputato Richi Levi in una conferenza stampa – come emendamento al testo sul legittimo impedimento. E speriamo che ce lo considerino ammissibile. Se così non fosse lo tradurremo in legge ordinaria perché in sostanza si tratta solo di estendere un articolo del codice di procedura penale (il 132 bis) anche a deputati e senatori”.
Ma la corsia preferenziale immaginata dal PD va a toccare anche i processi per criminalità organizzata e terrorismo; per gli infortuni sul lavoro e la circolazione stradale; sull’immigrazione; per gli imputati già detenuti; per quelli nei quali è contestata la recidiva; per quelli che richiedono un giudizio direttissimo e immediato.
”Non vuol essere un privilegio – sottolinea il deputato del Pd Roberto Zaccaria – né è’ una provocazione. Semplicemente è una soluzione diversa allo stesso problema che riguarda il rapporto tra politica e magistratura. Noi stiamo cercando di restituire onore alla classe politica. Onore che l’opinione pubblica non gli riconosce più perché pensa che sia una casta ammantata di privilegi”. Nel corso della conferenza stampa, tenutasi a Montecitorio, Giovanni Bachelet cita anche il caso di Calogero Mannino, l’esponente dell’Udc accusato di mafia e poi assolto dopo anni. ”A chi ha la responsabilità di governo – avverte – devono essere garantiti tempi giusti per il processo affinché non si ripetano più episodi del genere”. ‘ E’ per questo, insiste Levi, che ci devono essere tempi rapidi per giudicare i parlamentari, perché chi governa ”deve potersi assumere subito le proprie responsabilità”.
La norma è stata presentata a due giorni dall’inaugurazione dell’anno giudiziario 2010, che ha messos otto gli occhi di tutti lo stato disastrato della giustizia italiana e los contro tra govern oe magistrati. Il Presidente della Cassazione Carbone, il Procuratore generale Esposito e il vice Presidente del CSM Mancino, hanno dato indicazioni importanti con parole preoccupate e serie, sagge ed equilibrate in direzione della necessità di una riforma ampia organica e condivisa della giustizia e moltissimi magistrati hanno aderito alla protesta dell’Associazione Nazionale Magistrati uscendo dalle sale dove si inaugurava l’anno giudiziario con una copia della Costituzione in amno non appena inziava a parlare il rappresentante del Governo berlsuconi.

Carbone ha riassunto le difficoltà dell’attività della magistratura e la capacità di far fronte con le sole risorse interne alle carenze di organico, di mezzi e di risorse economiche. Dati alla mano, ha dimostrato come a fronte di un crescente carico di domanda di giustizia il nostro paese continui a mantenere uno degli indici di produttività tra i più alti d’Europa. Il vicepresidente del CSM, Nicola Mancino ha evidenziato il rigore del Csm nel censurare i comportamenti scorretti dei magistrati e il suo ruolo, necessario e costruttivo, di interlocuzione per le riforme la cui ultima parola spetta al parlamento.
Relazioni piaciute al capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, che invece boccia il ministro Angelino Alfano : “Da lui è giunta la solita auto celebrazione dell’operato dell’esecutivo ma nessuna novità sul piano delle riforme organiche a favore di tutti i cittadini né ripensamenti sulla strategia dei piccoli passi e delle leggi ad personam. Il c commenta gli interventi dei Pm, sottolineando come il presidente C”.
Secondo Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato Alfano fa una “politica degli annunci, il segno della legislatura, mentre di atti concreti conosciamo solamente il ‘processo breve’ appena approvato al Senato e il ‘legittimo impedimento’ in discussione alla Camera. Se questi sono i pezzi del progetto di riforma che ha in mente Alfano, magari conditi dalla separazione delle carriere, non ci siamo proprio. Si tratta di provvedimenti che non migliorano l’efficienza della giustizia italiana ma la rovinano ulteriormente. Servono piuttosto, interventi che rimettano in moto la macchina, la riorganizzino, maggiori risorse umane ed economiche, non interventi particolari e contingenti, dettati dalle necessità’ processuali del Premier. E non è solo l’opposizione a dirlo ma i magistrati, gli avvocati, gli operatori che nella giustizia lavorano. A questi provvedimenti il PD dirà sempre no.”
A testimoniare lo stato di conflittualità e tensione che il governo non è in grado di affrontare e risolvere in campo della giustizia è stata la protesta dei magistrati svoltasi proprio nella giornata in cui si è celebrato l’inaugurazione dell’anno giudiziario delle Corti d’Appello, così come lo sciopero degli avvocati penalisti proclamato a breve periodo. Le riforme dell’ordinamento giudiziario, dovrebbero fondarsi sul confronto e non sullo scontro con la magistratura e con gli altri operatori della giustizia con l’obiettivo di tutelare tutti i cittadini, non lo strumento per difendere il premier dai suoi stessi processi. Ed è proprio il senatore Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia, a sostenere le ragioni della protesta della magistratura. “Oggi è la celebrazione del disastro della giustizia italiana e delle responsabilità di questo governo e della stessa politica. Bisogna voltare pagina e non farsi ingannare da annunci e spot, come il piano antimafia. Un piano contraddittorio e minimalista”. “È singolare – aggiunge Lumia – vedere un governo annunciare un piano di contrasto alla criminalità organizzata e poi lasciare le principali procure antimafia sguarnite di magistrati e di personale. Come è possibile fare una lotta alla mafie in questo modo, quando nella sola procura di Palermo mancano 17 magistrati? Sono tante le procure che si trovano in queste condizioni. Come è possibile chiedere più lotta alla mafia e poi insistere con la legge che limita l’utilizzo delle intercettazioni? Un provvedimento che svuoterebbe anche la stessa antimafia di uno degli strumenti investigativi più preziosi e indispensabili, come dimostrano in questi anni le indagini che hanno portato alla cattura di molti pericolosi latitanti e al sequestro di enormi quantità di patrimonio. Come è possibile chiedere agli inquirenti di fare un salto di qualità e poi pensare di togliere di fatto la direzione delle indagini ai magistrati, ribaltando il ruolo tra i pm,oggi titolari delle indagini, e la polizia giudiziaria, chele realizza?”.“Il governo – conclude l’esponente del Pd – metta da parte questi provvedimenti contro la giustizia e la magistratura e sulle leggi costituzionali, abbia il coraggio di fare quello che un Paese moderno dovrebbe fare: rivedere i tre gradi di giudizio; riorganizzare la macchina giustizia per sveltire i procedimenti; fornire alla magistratura e alle forze dell’ordine strumenti e risorse per colpire le mafie nel sistema delle collusioni con l’economia e la politica”
Anche l’esponente del Partito Democratico, Ignazio Marino, solidarizza con i magistrati e la forma di dissenso scelta, e dichiara: “sono al fianco dei magistrati, usciti per protesta dalle aule nelle quali si celebrava l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Piuttosto che pensare a leggi ad personam e uccidere la giustizia con riforme incostituzionali, il governo della destra pensi a dare più risorse ad una macchina ingolfata di procedimenti”. “Perché il processo sia breve – ha aggiunto Marino – si dovrebbe rivedere le circoscrizioni giudiziarie e intervenire con norme sostanziali e processuali, come ad esempio notifiche, nullità processuali, processo telematico e informatizzazione. Inoltre sarebbe importante la creazione di un manager del processo e l’assunzione di 2800 cancellieri, misura quest’ultima che consentirebbe, nell’interesse dei cittadini, l’apertura dei tribunali anche di pomeriggio”.

Sempre in tema di giustizia, la novità è che saranno presto all’esame dell’aula di Montecitorio le norme sul legittimo impedimento. Si tratta di norme ancora più sfrontate e incostituzionali del lodo Alfano perché attraverso un’interpretazione capziosa e non istituzionale della funzione di governo introducono, per di più con una legge ordinaria, una vera e propria immunità per il presidente del consiglio e per i ministri. E’ un abuso giuridico a tutti gli effetti” commenta di nuovo la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti. Il vero intento sembra quello di congelare i processi in attesa di tempi migliori per norme ancora più ad personam, magari subito dopo le elezioni regionali. Se poi si pensa che basterà una sola autocertificazione di Palazzo Chigi per giustificare il blocco dei processi, si capisce come il conflitto di interessi stia ormai viaggiando a velocità iperboliche. E’ in previsione una battaglia durissima alla Camera da parte dell’opposizione democratica, a partire dalla discussione della nostra pregiudiziale di costituzionalità e non si accetteremo corsie preferenziali per questo testo che certamente non rappresenta una priorità per i cittadini italiani.
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Proposta Pd: «Processo subito per tutti i parlamentari», di Claudia Fusani
L’idea è semplicemente logica. Il classico uovo di Colombo. In tempi in cui la maggioranza è così sensibile a processi «giusti» e «brevi», alla certezza delle pena e alle garanzie di vittime e imputati e dei cittadini e del Presidente del Consiglio premier tanto da approvare domani alla Camera il legittimo impedimento del premier a non essere processato, leggi disturbato, nell’esercizio delle sue funzioni, è giusto pensare ad una norma che completi questo quadro e che dia invece, una corsia privilegiata e più veloce ai processi in cui lo stesso premier e i parlamentari dovessero trovarsi ad essere imputati. Lapalisse, appunto. Il Pd lo chiama «processo subito».

«È giusto sapere il prima possibile chi sono le persone che ci governano e ci amministrano nel caso questo qualcuno dovesse inciampare in un’inchiesta» osserva Rosi Bindi, presidente del Pd e tra i primi firmatari con Richi Levi, Giuseppe Zaccaria, Giovanni Bachelet e Donatella Ferranti di un emendamento che sarà presentato stamani in aula quando cominceranno le votazioni per il legittimo impedimento la cui approvazione è prevista per domani intorno all’ora di pranzo. «Se lo dovessero bocciare come emendamento, siamo pronti a presentarlo come ddl autonomo oppure, ancora, come emendamento al giusto processo» spiega Richi Levi, ideatore della proposta. Il testo, due articoli, prevede una corsia preferenziale per i processi che riguardano i parlamentari; per quelli di criminalità organizzata e terrorismo; per gli infortuni sul lavoro e la circolazione stradale; sull’immigrazione; per gli imputati già detenuti; per quelli nei quali è contestata la recidiva; quelli che richiedono un giudizio direttissimo e immediato. «In sostanza – aggiunge Levi – si tratta solo di estendere un articolo del codice di procedura penale (132 bis) anche a deputati e senatori». Levi non è certo politico da barricate e colpi di testa. Mentre spiega sembra alzare un leggero sorriso. Una «provocazione» è la stroncatura del Pdl. «È solo un diverso modo di affrontare lo stesso problema, chiediamo processi veramente brevi» fa notare Donatella Ferranti. «È la nostra soluzione al problema del rapporto tra politica e magistratura». E, caso mai ce ne fosse bisogno, un modo in più per dire che il Pd – almeno la parte qui rappresentata – «considera semplicemente antistorico parlare di ritorno all’immunità parlamentare».

Stamani, quando il legittimo impedimento (scudo giudiziario per il premier di 18 mesi per approvare una legge di modifica costituzionale) sarà in aula sono possibili altre adesioni. L’Idv ha già detto sì. tabacci (Api) ha già firmato.
Di sicuro l’emendamento «processo subito» non distenderà gli animi nell’emiciclo. Ieri tam tam di sms, a destra e a sinistra, per raccomandare la presenza in aula. Per il Pd – oltre duecento emendamenti – sono previsti gli interventi di tutti i big, D’Alema, Fassino, Franceschini, forse anche Veltroni. «La norma è peggiore del Lodo Alfano» taglia corto Ferranti. Di Pietro e i suoi hanno già promesso: ostruzionismo. Ma i tempi sono bloccati. Il voto finale è previsto domani. Il capogruppo Cicchitto (Pdl) è sicuro: «Avremo una larga maggioranza».
L’Unità 02.02.10