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"Nuovo blitz della maggioranza in arrivo la legge anti-pentiti", di Liana Milella

Il ddl al Senato può bloccare i processi di mafia Dopo le rivelazioni di Spatuzza si corre ai ripari per evitare nuove imputazioni contro il premier La proposta firmata da Valentino, ex An, relatore del processo breve e vice di Ghedini. La fabbrica delle leggi ad personam made in Berlusconi è riuscita a sfornarne un´altra, stavolta addirittura sulla mafia e sui pentiti. Per cancellarne anche l´esistenza e azzerare le loro dichiarazioni. Niente maxi processo di Falcone. Niente Buscetta. Battezzarla anti-Spatuzza o salva Dell´Utri? L´uno e l´altro.

Perché il risultato dei due articoli che il senatore Giuseppe Valentino, giusto il relatore del processo breve, ha presentato il 27 novembre a palazzo Madama è sicuramente uno: impedire che i pentiti si riscontrino vicendevolmente.
Tra la fine di ottobre e il 4 dicembre 2009, quando cominciano a circolare le prime indiscrezioni sui verbali di Gaspare Spatuzza che poi depone a Palermo al processo Dell´Utri, sui giornali si scatena il tam tam di una possibile incriminazione per mafia ai danni di Berlusconi. Ed ecco che, in chiave preventiva almeno per lui, successiva ma salvifica per Marcello Dell´Utri, comunque in anticipo rispetto a un´imputazione che in quel momento sembra probabile, la macchina delle leggi salva premier si muove.
Entra in campo il senatore Giuseppe Valentino, calabrese per nascita, di professione avvocato, avverso ai pentiti per via di un´inchiesta che lo coinvolse nel 2004 per voti della ‘ndrangheta, ex aennino finiano dato ormai per seguace del Cavaliere, vice di Niccolò Ghedini nella consulta pdl per la giustizia. Si produce in un ddl che a palazzo Madama porta il numero progressivo 1.912, comunicato alla presidenza a fine novembre, e che dal 26 gennaio figura tra quelli che saranno esaminati, discussi, approvati in commissione Giustizia. Due articoli, niente norma transitoria che regola l´applicazione ai processi in corso, ma va da sé che trattandosi di norme più favorevoli per l´imputato non possono che applicarsi immediatamente. Dell´Utri compreso.
Il relatore è Piero Longo, avvocato di Berlusconi assieme a Ghedini. Una scelta che si commenta da sola. Il titolo della proposta, di per sé, pare anonimo: «Modifica degli articoli 192 e 195 del codice di procedura penale in materia di valutazione della prova e di testimonianza indiretta». Sono quelli che regolano per l´appunto i mezzi di prova e stabiliscono quando una testimonianza può avere valore oppure no in un processo. D´ora in avanti, se passa il testo di Valentino, la regola sarà scritta così: «Le dichiarazioni rese dal coimputato del medesimo reato o da persona imputata in un procedimento connesso assumono valore probatorio o di indizio solo in presenza di specifici riscontri esterni».
A Palermo, a Reggio Calabria, a Napoli, quando i magistrati apprendono di una norma del genere entrano in fibrillazione. Perché essa trasforma in perentoria disposizione quanto scrive l´attuale articolo 192, comma 3, del codice di procedura: «Le dichiarazioni sono valutate unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l´attendibilità». E se è vero che esiste una giurisprudenza ormai acquisita della Cassazione sulla necessità dei cosiddetti “riscontri obiettivi”, tuttavia altra cosa è stabilire per legge il valore probatorio «solo» in presenza di «specifici riscontri esterni».
Ma non basta. Perché la legge di Valentino aggiunge altri due commi, il bis e il ter, all´articolo 192. Nel bis è scritto: «Le dichiarazioni di più coimputati o imputati in procedimenti connessi assumono valore probatorio o di indizio ove sussistano le condizioni di cui al comma precedente». Quindi, al di fuori di questa regola, è tutto da buttare via. Ma ecco l´ultima botta, la più micidiale, il comma ter: «Sono inutilizzabili le dichiarazioni anche in caso di riscontri meramente parziali». Vale l´esempio che propone, nell´intervista qui sotto, Gianrico Carofiglio a proposito di un pentito che parla di cinque omicidi. Oggi si può condannare per le prove trovate per i primi quattro e assolvere per l´ultimo. Con le regole di Valentino le rivelazioni del pentito diventeranno carta straccia per tutti.
Non contento, il senatore va avanti e cambia l´articolo 195, allargando ulteriormente le maglie dell´«inutilizzabilità». Se oggi le dichiarazioni di un testimone che ha appreso notizie fondamentali per il processo da un altro si possono sempre usare «salvo che l´esame risulti impossibile per morte, infermità o irreperibilità», da domani solo «l´infermità temporanea» lascerà campo libero. E quindi il poliziotto che raccoglie l´ultimo fiato della vittima di un killer e che fa il nome del suo assassino non potrà darne testimonianza, né tantomeno potrà farlo chi ha raccolto le confidenze di un immigrato che nel frattempo è scomparso nel nulla. Garantismo o morte della giustizia? Il “processo” alla proposta di legge di Valentino è aperto. Ma tutto si può dire tranne che giochi a favore della lotta alla mafia.
La Repubblica 02.02.10

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“L’impunità assoluta”, di Giuseppe D’Avanzo,

Nonostante i proclami, amici della mafia se serve al padrone. Senza alcun dibattito pubblico, le immunità per le oligarchie politiche e le burocrazie dello Stato, che si rendono obbedienti, appaiono il canone che ispira le mosse del governo e la produzione legislativa della maggioranza.

Si fa largo l’idea di «un primato della politica» che vuole rendere indiscutibile, per chi ha il potere, una protezione assoluta nei confronti del controllo di legalità. Ovunque si guardi, si può afferrare la tendenza della politica a costruire schermi, muri, privilegi, autoesenzioni. In una sola giornata, si possono cogliere due segni della pericolosa asimmetria che incuba, nascosta, nel Palazzo.

Un disegno di legge, in discussione al Senato (relatore Piero Longo, avvocato di Berlusconi), prescrive ai giudici come valutare le fonti di prova offerte dai “disertori” delle mafie. Se il progetto diventasse legge, le dichiarazioni rese dal coimputato (e da imputati di procedimento connesso) avrebbero valore probatorio «solo in presenza di specifici riscontri esterni». Anche se il dibattimento riuscisse a raccogliere «riscontri meramente parziali», quelle dichiarazioni sarebbero «inutilizzabili». Sono norme che possono disarticolare annientandole, dal punto di vista giudiziario, le dichiarazioni di quei testimoni dei processi di mafia che impropriamente diciamo «pentiti». Quanti saranno i processi che “moriranno” per infarto legislativo? E che ne sarà della lotta alle mafie, glorificata appena qualche giorno fa dall’intero governo a Reggio Calabria?

Non è una novità che i ricordi, le accuse dei «collaboratori di giustizia» debbano avere verifiche “interne” ed “esterne”, conferme «intrinseche e estrinseche», come si dice nel gergo dei legulei. Si sa che non sono sufficienti le dichiarazioni incrociate. Lo ha stabilito, e da tempo, la Corte suprema di Cassazione, chiarendo però che se due “disertori” concordano con una ricostruzione dei fatti, il lavoro del giudice deve accertare «in modo scrupoloso e meditato, l’autonomia di ogni singola collaborazione. In caso di positiva verifica di attendibilità, dalla convergenza delle dichiarazioni devono trarsi tutte implicazioni del caso. Si deve in particolare dedurre l’efficacia di riscontro reciproco delle dichiarazioni convergenti e il consolidamento del quadro di accusa». (Corte Suprema di Cassazione, Sezione VI Penale, Sentenza n. 542/2008, sul cosiddetto caso Contrada).

Ora, è fin troppo facile farsi venire cattivi pensieri, in tempi di leggi ad personam. E’ fin troppo semplice intuire che la norma contro i testimoni di mafia nasca, d’improvviso e segreta, quando all’orizzonte del processo contro Marcello Dell’Utri appare Gaspare Spatuzza, che non esita a chiamare in causa anche il presidente del Consiglio. Con la nuova legge, anche se Filippo e Giuseppe Graviano avessero confermato in aula il racconto del loro compare, l’intera ricostruzione sarebbe stata inutilizzabile.

Qui però preme rilevare altro, la volontà del legislatore di creare argini così ferrei da impedire e restringere i “naturali” margini di autonomia interpretativa del giudice. Si vieta ogni interpretazione della legge. Si afferma l’idea di un giudice che si conformi rigidamente alla volontà del legislatore anche a costo di accantonare principi costituzionali, ragionevolezza, buon senso, convincimento logico. Affiora una concezione «assolutistica» del “primato della politica” sulla giurisdizione.

La tendenza è ancora più evidente nelle conclusioni del caso Abu Omar. L’uomo, Osama Nasr Moustafà (Abu Omar è il nome religioso), è l’imam nella moschea di viale Jenner a Milano. Ha 39 anni, è egiziano, in Italia è protetto dal diritto di asilo. La Cia lo accusa di essere un “terrorista” di Al Qaeda. E’ una cinica astuzia, abituale nella stagione della “guerra al terrore”. L’accusa è un modo per dare pressione al povero disgraziato, metterlo con le spalle al muro schiacciato da un’alternativa del diavolo: o collabora con l’intelligence americana e italiana e si fa spia tra i suoi o Cia e Sismi (l’intelligence italiana diretta da Niccolò Pollari) lo incappucciano, lo sequestrano, lo spediscono nella sala di tortura di un carcere nordafricano dove la sua ostinazione a conservarsi “integro” verrà messa alla prova. E’ quel che accade all’egiziano. Chi rapisce Abu Omar il 17 febbraio 2002? Un processo a Milano accerta che sono stati agenti della Cia. Che ruolo hanno avuto le barbe finte di casa nostra? Il giudice Oscar Magi ha le idee molto chiare. Scrive, nelle motivazioni, che Niccolò Pollari, il suo staff, i suoi agenti erano a conoscenza dell’azione degli “americani”, si sono voltati dall’altra parte e, quando è scoppiata la grana, hanno ostacolo e inquinato le indagini della magistratura. Pollari e i suoi si salvano da una condanna protetti da un segreto di Stato, opposto dai governi Prodi e Berlusconi con un «paradosso logico e giuridico»: sul sequestro di Abu Omar non c’è segreto, ma il segreto impedisce di accertare le responsabilità di chi ci ha messo le mani. Il giudice di Milano osserva che l’iniziativa del governo estende «l’area del segreto in modo assolutamente abnorme» trasformando il segreto di Stato «in un’eccezione assoluta e incontrollabile allo stato di diritto». Un’interpretazione «pericolosa» che, anche in presenza di reati gravissimi (il sequestro di persona lo è), offre alle barbe finte «un’immunità di tipo assoluto non consentita da nessuna legge di questa Repubblica» e affidata all’arbitrio dell’autorità.

Qui è l’arbitrarietà dell’opposizione del segreto di Stato a mostrarci come la giurisdizione sia umiliata da una politica che impone la sua sovranità e con il suo «primato» offre un’impunità di dubbia legittimità costituzionale a burocrati sottomessi e docili.

Il lavoro dei servizi di informazione deve salvaguardare l’indipendenza e l’integrità dello Stato, tutelare lo Stato democratico e le istituzioni che lo sorreggono. Il segreto è lo strumento che consente all’intelligence di difendere gli «interessi supremi». Che sono «l’integrità della Repubblica; la difesa delle Istituzioni; l’indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati; la preparazione e la difesa militare dello Stato». Nessuno di questi interessi può essere minacciato dall’accertamento di che cosa è accaduto – e con la responsabilità di chi – quella mattina del 17 febbraio del 2003, a meno di non pensare che diventi legale un sequestro di persona e legittima la violazione della Costituzione e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Il governo ritiene, dunque, che sia nelle sue prerogative anche la tutela di un interesse non «supremo» ma politico disegnando quindi, ancora una volta, una scena che attribuisce una signoria della politica sulla legge. Se ne scorge l’esito. La regola non è più la pubblicità e il segreto, l’eccezione. Al contrario, il segreto diviene (può divenire da oggi) pratica d’uso quotidiano di un presidente del Consiglio che decide, alla luce di un interesse tutto politico, che cosa si può conoscere e che cosa deve restare pubblicamente nascosto.

Il legislatore che, rivendicando un «primato», si cucina per sé e per la sua oligarchia una protezione dalla legalità e un governo che rifiuta di governare in pubblico pretendendo per sé un potere sovrano e segreto non separano soltanto la legittimità dalla legalità, ma anche la democrazia dalla Costituzione. Sembra questo il più autentico focus della stagione che ci attende.
La Repubblica 02.02.10

"Stranieri più precari e disoccupati", di Leonard Berberi

Cresce la disoccupazione. Le donne reggono meglio degli uomini, mentre tra chi lavora un quarto è comunque precario. Ed è il Nord Ovest che preoccupa. È l’ultima fotografia del mercato del lavoro degli stranieri in Italia. A scattarla è la Fondazione Leone Moressa che ha analizzato i dati Istat dei primi tre trimestri 2009 a confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente. «La crisi ha picchiato duro sulle fasce più deboli, soprattutto sugli immigrati che sono da sempre una delle categorie più esposte», spiega Valeria Benvenuti, ricercatrice della fondazione Moressa. A trascinare al ribasso il dato generale è il lavoratore di sesso maschile. Perché se nella componente femminile la disoccupazione è aumentata del 16,9%, in quella maschile il balzo è dell’84,6. «Le donne sembrano aver retto meglio – continua la Benvenuti –, soprattutto perché occupano settori come i servizi alle persone e la ristorazione che fino ad adesso cedono, ma non crollano. Gli uomini, invece, sono impiegati in aree maggiormente colpite come le costruzioni e la manifattura».

In un anno – scrive il rapporto della fondazione veneta – i disoccupati con passaporto extra-Ue (in totale 155mila) sono cresciuti del 29%, mentre i comunitari (70mila) addirittura del 93,6. Nello stesso periodo di riferimento quelli italiani hanno registrato +9,7 per cento.
L’esercito degli stranieri, d’altro canto, aumenta di anno in anno. Infatti, al 30 settembre 2009, la forza lavoro straniera è salita (del 33% i comunitari e del 5% gli extraUe) e registra più uomini che donne (1.214.166 contro 885.825). La recessione ha però ridotto i posti a disposizione. Da un lato cala il tasso di occupazione dei lavoratori stranieri dal 65,7 al 63,6 per cento. Dall’altro, aumenta quello di disoccupazione: dall’8,3 al 10,7 per cento. L’area più colpita dall’aumento della disoccupazione straniera è il Nord-Ovest che, in un anno, segna +60,9 per cento del numero di disoccupati.

Ma ci sono anche segnali positivi. Le famiglie italiane hanno sempre più bisogno dell’aiuto delle colf e badanti: infatti sul fronte occupati, le donne straniere hanno registrato un balzo di +13,6 per cento. A trascinare in positivo il numero degli occupati stranieri – scrivono i ricercatori della Fondazione Moressa – è anche l’agricoltura. La quale, nella media primi nove mesi 2009 sui primi nove mesi 2008 segna un deciso +35 per cento.
Il balzo dell’agricoltura, secondo Valeria Benvenuti, «è dovuto al fatto che c’è una forte vivacità nella richiesta. Ma dipende anche dal fatto che le pratiche di emersione dal lavoro irregolare stanno funzionando».

La fotografia della fondazione veneta mette a fuoco anche le tipologie contrattuali: uno straniero su quattro è un lavoratore precario. Tra questi, quasi tutti hanno un impiego a termine (46%) o part time (50,5%). Con l’aggiunta, in entrambi i casi, di una parola: “involontario”. Tradotto, vuol dire che il contratto stipulato presenta clausole imposte dal datore di lavoro. Insomma, al momento della firma, gli stranieri hanno avuto soltanto due opzioni: accettare l’accordo per come è stato proposto o niente. Sul totale degli occupati stranieri, infine, tre su dieci hanno un’occupazione “atipica” (lavoro dipendente a tempo determinato, a tempo indeterminato part time e collaboratori). Il dato degli italiani è dieci punti percentuali inferiore (19,2). «La domanda di lavoro ci sarà sempre – conclude la Benvenuti –, ma il momento poco buono per l’economia nazionale ha introdotto alcune anomalie nel mercato dell’impiego.
Certo la disoccupazione continuerà a restare alta, almeno fino a quando i dati macroeconomici non miglioreranno. Ed è proprio in questo momento che bisogna fare molta attenzione ai lavoratori immigrati. Soprattutto perché buona parte delle famiglie straniere che vivono in Italia sono monoreddito».
Il Sole 24 Ore 01.02.10

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“Immigrati: lavorano di più, pagati di meno”, di Vladimiro Polchi
Ricerca: per chi non ha permesso di soggiorno salario medio di 5 euro l´ora. Lo studio della Fondazione Debenedetti. In aumento le morti bianche. Fa turni pesanti, spesso notturni, lavora in nero, anche il sabato e la domenica, guadagna meno di 5 euro l´ora. Eccolo l´identikit dell´immigrato irregolare: salario basso, lavoro pesante. Manodopera a basso costo, «spesso funzionale alla nostra economia».
A fotografare l´opaco mondo degli invisibili è un´indagine condotta tra ottobre e novembre 2009 dall´economista Tito Boeri per la Fondazione Rodolfo Debenedetti. I primi risultati sono stati presentati il 29 gennaio a Bologna, nel corso del “Forum sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”, organizzato dalla fondazione Alma Mater. Cosa ne emerge? Innanzitutto una smentita all´equazione tra immigrati e criminali, cara al premier Silvio Berlusconi. Gli irregolari (422mila secondo l´Ismu) lavorano di più e guadagnano di meno rispetto a chi ha i documenti in regola. Insomma, sono una risorsa per molti imprenditori privi di scrupoli. Il 66% degli irregolari, infatti, ha un lavoro, nonostante sia privo di un titolo legale per rimanere in Italia. È impiegato in nero e fa turni molto pesanti: l´80% non si ferma neppure il sabato, il 31,8% lavora di domenica e il 38% fa anche turni notturni (contro il 22% degli immigrati regolari).
Lavorano tanto, ma guadagnano poco. «Il 40% di chi non ha il permesso di soggiorno – spiega Boeri – guadagna meno di 5 euro l´ora, mentre fra i regolari la percentuale scende al 10%». Chi non è in regola guadagna in media il 12,4% in meno di chi lo è. Ancora peggio va alle donne prive di permesso di soggiorno: loro guadagnano fino al 17% in meno. «Questi risultati – prosegue Boeri – spiegano perché gli immigrati irregolari continuano a venire in Italia: trovano facilmente lavoro, anche senza permesso di soggiorno. E i datori di lavoro possono pagarli ancor meno di quanto pagherebbero i regolari».
Non è tutto. I lavoratori immigrati sono anche i più soggetti a infortuni. «Le morti bianche – racconta Boeri – aumentano fra gli stranieri (+8% dal 2005 al 2007) e calano fra gli italiani». Nel presentare i dati sull´andamento infortunistico in Italia il presidente dell´Inail, Marco Fabio Sartori, ha infatti dichiarato che «in termini relativi, l´incidenza infortunistica risulta più elevata per gli stranieri: 44 casi denunciati ogni 1000 occupati, contro i 39 degli italiani. I motivi sono spesso riconducibili all´impiego di questi lavoratori in attività più a rischio, connotate da una forte componente manuale e in assenza di un´adeguata formazione professionale». Nel 2008 gli infortuni di immigrati, denunciati all´Inail, sono stati oltre 143mila e di questi 176 mortali.
In base all´ultimo dossier Caritas/Migrantes, in totale gli infortuni occorsi agli stranieri rappresentano il 16,4% di tutti gli eventi registrati in Italia. Insomma, ogni sei operai feriti o uccisi mentre lavorano, uno è straniero. Un dato che va letto alla luce del fatto che gli immigrati rappresentano solo il 7% della forza lavoro.
Un aspetto centrale negli infortuni agli immigrati è inoltre il persistere di livelli di sottodenuncia e di incidenti che sfuggono a ogni controllo. L´opacità è massima tra gli irregolari, che denunciano molto raramente infortuni più o meno gravi per paura di perdere il lavoro o di venire identificati ed espulsi. «Abbiamo raccolto molti casi di immigrati irregolari che dopo aver denunciato il loro datore di lavoro, in seguito a un infortunio, hanno visto consegnarsi dalla questura un decreto d´espulsione – sostiene l´avvocato Marco Paggi dell´Asgi (Associazione di studi giuridici sull´immigrazione) – e col reato di clandestinità le cose possono solo peggiorare».
«È per questo ancora più grave – afferma Boeri – che la scorsa settimana il Senato abbia negato il permesso di soggiorno agli irregolari che denunciano lo sfruttamento da parte dei datori di lavoro e che, anche questa volta, le associazioni imprenditoriali non abbiano fatto sentire la loro voce. Forse perché tante piccole e medie imprese continuano a beneficiare proprio dell´irregolarità».
La Repubblica 01.02.10

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Scarsa mobilità per andare in cerca di nuove chance di Gian Carlo Blangiardo

Immigrati stranieri, poco “emigranti” in Italia. I dati più recenti sui trasferimenti di residenza della popolazione straniera indicano che circa un soggetto ogni venti ha modificato, nel corso di un anno, la propria dimora abituale. Pur aggregando il 15% del totale dei movimenti anagrafici interni al paese (come espressione di un collettivo che rappresenta circa il 7% del totale dei residenti), non si può certo parlare di ingenti masse che si muovono lungo la penisola – e ancor meno che la risalgono impetuosamente – alla ricerca di nuove e migliori opportunità di lavoro. Di fatto sono circa 230mila le cancellazioni e (in parallelo) le iscrizioni di cittadini stranieri dalle (e nelle) anagrafi di uno degli oltre 8mila comuni italiani. Se si pensa che nello stesso intervallo di tempo le iscrizioni direttamente provenienti dall’estero sono state poco meno di 500mila si ha la conferma di un modello di mobilità degli stranieri ancora riconducibile più a esperienze di primo insediamento che a fenomeni di progressione verso nuovi ambiti territoriali.

Tuttavia, seppur relativamente contenuti nella loro dimensione quantitativa, i percorsi di mobilità interna valgono a localizzare alcuni interessanti poli di attrazione e di espulsione e aiutano a comprendere la geografia della presenza e della crescita della popolazione straniera nel nostro paese. In tal senso l’analisi dei dati provinciali offre spunti per cogliere, da un lato, la classica contrapposizione Nord-Sud, dall’altro l’effetto espulsivo, o semplicemente redistributivo, che sembra attribuibile alle grandi aree metropolitane. In particolare, nell’ambito delle attuali 107 province circa due terzi mostrano un saldo positivo relativamente al movimento interno della popolazione straniera e tra di esse rientrano quasi tutte quelle situate al Centro Nord, con poche eccezioni – quand’anche di rilievo – per lo più in corrispondenza delle grandi province metropolitane (Torino, Milano, Firenze e Roma).

Ben diversa è la situazione nel Mezzogiorno, dove i saldi migratori degli stranieri per spostamenti di residenza entro il territorio nazionale sono pressoché ovunque negativi, con modeste eccezioni in alcune realtà minori della Sardegna e nelle province di Brindisi e Matera. Se poi dai dati assoluti si passa ai relativi tassi – commisurando il saldo migratorio alla corrispondente consistenza numerica dei residenti – emerge con chiarezza anche la differenziazione tra aree metropolitane e non. Delle 24 province con un tasso positivo almeno nell’ordine del 10 per mille, sono solo quelle di Bergamo, Brescia e Genova a presentare una grande città come comune capoluogo. In tutti gli altri casi si tratta di realtà provinciali meno contraddistinte da un grande polo urbano.

Passando poi all’analisi dei dati comunali, ci si rende conto che, nel ristretto insieme delle 28 realtà municipali con almeno 10mila stranieri residenti, tra i 16 comuni che risultano attrattivi (ossia caratterizzati da un indice migratorio positivo riguardo alla la mobilità interna della popolazione straniera) si ha unicamente la presenza delle grandi città di Genova e Bologna; si segnalano come illustri assenti i comuni di Roma, Milano, Torino e Firenze. In particolare, i primi tre – ovvero le sole città italiane con almeno 100mila residenti stranieri – risultano caratterizzati nel 2008 da un surplus di uscite (rispetto alle entrate) che, allorché si considerano i processi di mobilità interna, va dalle mille unità di Torino alle 3-4mila di Milano e Roma; se però si guarda al flusso netto delle provenienze dall’estero si rileva come esse continuino a richiamare saldi netti positivi e consistenti: si va dalla decina di migliaia di unità per Torino e Milano, a più di 30mila per Roma.

In conclusione, la lettura dei dati anagrafici sulla mobilità interna consegna l’immagine di una presenza straniera che sembra ancora vedere nella grande città un riferimento primario, ma al tempo stesso non manca di scoprire progressivamente, spesso spinta dalla difficoltà del vivere quotidiano, realtà territoriali più periferiche. Si tratta in molti casi di ambiti in cui le migliori opportunità residenziali sembrano poter anche agevolare il processo di trasformazione verso una presenza più di tipo familiare e verosimilmente verso progetti migratori più stabili; spesso destinati a trasformarsi in definitivi
Fondazione Ismu – Università Milano Bicocca
Il Sole 24 Ore 01.02.10

CIDI (Centro Iniziativa Democrativa Insegnanti): Scuola superiore: un ‘riordino’ che riporta indietro il paese

Cari colleghi, siamo in prossimità di quella che viene mediaticamente definita una “grande riforma” ma che rischia di rivelarsi un clamoroso passo indietro dell’attuale assetto della secondaria di secondo grado. Riteniamo per questo necessario richiamare la vostra attenzione su alcune questionichiave, attorno alle quali si giocherà, nei prossimi anni, la capacità della scuola pubblica di adempiere al mandato assegnatole dall’art. 3, comma2, della Costituzione. Oggi più che mai la rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno esercizio della cittadinanza non può che configurarsi come la priorità assoluta per ogni comunità professionale di docenti e dirigenti scolastici.
Il ruolo della scuola, infatti, si gioca sul terreno della cittadinanza, cioè sulla capacità di formare donne e uomini capaci di governare la propria esistenza. Il che vuol dire, educare al rispetto delle regole e delle persone, alla consapevolezza dei propri diritti, a interpretare i processi sociali, economici e scientifici in atto, ad usare, in contesti diversi dalla scuola, le conoscenze e le competenze apprese a scuola.
Formare mentalità critiche, capaci di risolvere problemi, abituare al dubbio, all’imprevisto, alla curiosità e, contemporaneamente, sviluppare un pensiero razionale e scientifico, capace di confrontarsi con la dimensione storica e con ogni aspetto dell’espressività umana, è compito fondamentale della scuola, tenuta a far acquisire quei saperi cosiddetti di cittadinanza indispensabili oggi per vivere, lavorare, continuare a studiare.
Siamo però dell’avviso che si sia pericolosamente rinunciato a dibattere e a confrontarsi sulle finalità del nostro sistema scolastico, sulla sua organizzazione, su che cosa sia utile insegnare e sui modi per insegnarlo. E che si sia rinunciato a trovare le soluzioni più opportune per combattere dispersione e abbandoni, oltre che per innalzare i livelli di apprendimento di bambini e ragazzi. I regolamenti di riordino della secondaria superiore – o, più precisamente, delle secondarie – irrompono nella scuola al di fuori di un progetto culturale-educativo
condiviso, capace di rimettere la scuola stessa in sinergia con le grandi questioni del mondo contemporaneo. L’universalizzazione degli scambi, la globalizzazione delle tecnologie, lo sviluppo della società dell’informazione e della comunicazione, moltiplicano per gli individui le occasioni di accesso al sapere. Cambiano contemporaneamente le competenze per accedere al sapere, così come cambiano continuamente i contenuti del sapere.
Ne consegue che è necessario apprendere di più e meglio a ogni livello ed età e che è necessario ripensare profondamente alle conoscenze che servono alla scuola. Sicuramente serve più cultura scientifica e tecnologica, ma anche un sistema efficace di educazione per adulti, perché ognuno possa tornare in formazione nell’arco della propria vita. Ma per ritornare più volte a scuola nel corso della propria esistenza, per acquisire le competenze richieste dalla celerità con cui si trasformano i saperi in tutti i campi disciplinari, è necessario aver acquisito conoscenze e competenze molto solide nella prima fase della vita. Serve, dunque, un percorso scolastico obbligatorio che comprenda il primo biennio della secondaria superiore. È, infatti, solo tra i 14 e i 16 anni che si possono acquisire, in tutta la loro valenza, alcune fondamentali conoscenze: è solo in prossimità di quella età e non prima, che i saperi si consolidano per persistere per la vita, diventando propedeutici ad altri nuovi saperi.
Alla luce di queste istanze culturali e sociali, la scuola superiore avrebbe dovuto vedere una riforma complessiva e organica di tutto il suo assetto ordinamentale, con una nuova articolazione del suo impianto culturale, il rinnovamento dei modi di insegnare e apprendere, alcune nuove finalità educative, un biennio obbligatorio, unitario e orientativo. Con l’obiettivo di costruire percorsi culturali di equivalente valenza educativa per porre finalmente termine alla gerarchizzazione tra le varie tipologie di istituti. In altre parole l’iscrizione a un Tecnico o a un Professionale non dovrebbe più rappresentare una scelta di ripiego, connotata socialmente, ma un’opzione consapevole, determinata da interessi e competenze che trovano in quelle scuole risposte e valorizzazione personale. Sarebbe stato quindi doveroso e utile un dibattito preliminare sui nodi di fondo, una convergenza di intenti e propositi nelle soluzioni da adottare che invece sono stati del tutto assenti.
Che cosa vuol dire oggi cultura “disinteressata”? Qual è la cultura che serve a formare cittadini consapevoli?Quali conoscenze sono fondamentali? Che cosa comporta in termini di impegno morale e professionale l’innalzamento dell’obbligo di istruzione? Quali materie devono far parte dell’area comune? Con quali politiche sociali e territoriali si possono contrastare dispersione e abbandoni? Come accogliere e integrare bambini e ragazzi non italiani? Quali investimenti, quali risorse umane ed economiche servono alla scuola?
Le scelte del governo purtroppo sono state fatte senza confronto alcuno, senza verificare le esperienze positive delle scuole, senza pensare alla sostenibilità delle soluzioni che stanno per essere adottate. In pochi a decidere il destino di tanti. Nessun confronto parlamentare. Nessun confronto con il mondo della scuola. Nessun dibattito nel Paese. Mortificato il ruolo degli Enti locali e delle Regioni. Dissolta l’autonomia delle Istituzioni scolastiche. Non si è dato neppure ascolto alla ragionevole e insistente richiesta di rinviare di un anno la messa a regime del nuovo ordinamento per consentire almeno a studenti e famiglie di compiere le scelte in piena consapevolezza.
Ci troviamo di fronte a cambiamenti che hanno come prevalente obiettivo il drastico risparmio di spesa. Come se la cittadinanza e la democrazia fossero diventate un costo insostenibile per il nostro Paese. Ma non c’è solo questo: c’è in gioco anche un disegno volto a riproporre una cultura a compartimenti stagni, che segnerà profonde divisioni tra cittadini “pensanti” e cittadini “consumatori”. Funzionale a una simile prospettiva è, infatti, una scuola strutturata gerarchicamente, dove la separazione fra culture, tra sapere e saper fare, è il caposaldo su cui poggerà l’impalcatura culturale e organizzativa del “riordinato” sistema scolastico. Come se, in un quadro di saperi e competenze di cittadinanza, fosse oggi possibile pensare a una istruzione che si fondi su una cultura solo linguistico-letteraria o solo scientifica e tecnica o solo ‘professionale’, a spendibilità immediata. Un tale impianto è poco adatto alle sfide che la complessità pone alla scuola e al Paese. Eppure i regolamenti ripropongono un ordinamento scolastico che vede, dopo la terza media, da una parte i Licei destinati ai ragazzi “più bravi”, con famiglie in grado di sostenere la scelta di studi prolungati (il Liceo Classico in testa), dall’altra gli Istituti Tecnici per i cosiddetti “quadri intermedi”; infine i Professionali per chi svolgerà attività puramente esecutive, scelta residuale per i ragazzi più deboli, culturalmente e socialmente. Non basta: il comma 4 bis dell’articolo 64 della legge 133/08 recita: “L’obbligo di istruzione si assolve anche nei percorsi di istruzione e formazione professionale”. E ora un emendamento approvato dalla Commissione Lavoro della Camera consentirebbe a regime a tanti quindicenni, considerati un fastidioso e costoso ingombro per la scuola, di assolvere l’obbligo di istruzione persino nell’apprendistato. Una scelta sbagliata e ingiusta che ha l’obiettivo di “smistare” i più deboli verso un canale privo di contenuto culturale e di dubbia efficacia formativa. L’idea è sempre la stessa: selezionare ed escludere prima che si può, senza offrire alcuna possibilità di rimotivazione allo studio e di recupero scolastico agli alunni che più ne hanno bisogno. Per questa strada, che canalizza precocemente e rigidamente i percorsi di istruzione e formazione, il Paese è destinato al declino: civile, culturale e democratico; a restare fanalino di coda nelle sfide internazionali, nello sviluppo produttivo, nella ricerca e nella innovazione.
E mentre l’Unione Europea, l’Ocse e Bankitalia dicono che bisogna investire di più in conoscenza, l’Italia fa il percorso inverso: taglia drasticamente risorse, tempo scuola, insegnanti, torna indietro sull’età dell’obbligo di istruzione e prepara un sistema di istruzione che per l’organizzazione didattica e le indicazioni ndi contenuti che propone, abbasserà il profilo culturale della popolazione. Non solo: proprio perché chiude gli occhi sul futuro di tanti agazzi, proprio perché canalizza e separa precocemente contribuirà a dividere ulteriormente la società, creando nuove e più forti disuguaglianze. Per questo è urgente che la scuola superiore si riappropri della sua funzione di emancipazione culturale e sociale. Tutte
le esperienze didattiche caratterizzate da spirito di inclusione, da innovazione metodologica e didattica e da cooperazione professionale devono essere rimesse sapientemente in campo, sfruttando ogni possibile spazio di autonomia scolastica.
La democrazia di un Paese si misura anche dalla qualità del suo sistema di istruzione e formazione. Oggi in Italia sta pericolosamente circolando l’idea che la qualità sia favorita
dal taglio di risorse. Non è accettabile. A una scuola secondo Costituzione occorrono invece elaborazione e pensiero, finalità e obiettivi condivisi, investimenti a lungo raggio: sull’edilizia scolastica, sul diritto allo studio, sulla professionalità docente, sull’organico funzionale, sull’autonomia didattica e organizzativa, sulla ricerca e sperimentazione. Elaborazione e investimenti capaci di restituire alla scuola pubblica le finalità e i compiti che le sono attribuiti dalla nostra Carta costituzionale. Con l’auspicio che tutti gli insegnanti italiani si riapproprino del protagonismo professionale e culturale necessario per alzare la testa e far sentire la loro voce in questo momento così difficile per la vita della scuola e del Paese.

Il governo ascolti gli operai

La morte di un operaio di Bergamo, suicida dopo aver perso il lavoro e il monito del Papa non sono solo due episodi occasionali dell’attualità ma elementi della drammatica realtà che vive il mondo del lavoro italiano. I dati dell’Istat che riportano un calo dell’occupazione dell’1,5% nell’ultimo anno e la disoccupazione giovanile al 26%, pongono dei seri dubbi sull’operato del governo, impotente nel risolvere i casi della Fiat di Termini Imerese e l’Alcoa di Portovesme e assente in Parlamento da ben 17 mesi sul tema lavoro.

Benedetto XVI durante l’Angelus in San Pietro ha parlato di realtà difficili che richiedono “grande senso di responsabilità da parte di tutti: imprenditori, lavoratori, governanti. Penso ad alcune realtà difficili in Italia – ha continuato il Papa – come Termini Imerese e Portovesme. Il Papa ha quindi “incoraggiato a fare tutto il possibile per tutelare e far crescere l’occupazione, assicurando un lavoro dignitoso e adeguato al sostentamento delle famiglie”.

Un appello e una raccomandazione molto forte che richiede delle risposte immediate e concrete. Dopo la tragica morte di Sergio Marra, operaio di Bergamo, che, dopo aver perso il lavoro si tolto la vita cospargendosi di benzina e dandosi fuoco, anche il Pd ha criticato molto duramente l’inattività del governo. Per il segretario Pier Luigi Bersani “la morte dell’operaio di Bergamo dovrebbe convincere finalmente a non volgere lo sguardo altrove, quando si parla di disoccupazione. Le stesse parole del Pontefice sono state oggi un richiamo forte. Non è accettabile che il governo continui a minimizzare il problema, dopo aver raccontato per mesi che la crisi era psicologica, che era passeggera, che l’avevamo ormai alle spalle. Il governo venga subito in Parlamento a dirci che cosa pensa della crisi (cosa che non ha mai fatto in 17 mesi!), e guardi in faccia la situazione consentendo finalmente un confronto di analisi e di proposte. E’ tempo finalmente che il lavoro entri nell’agenda politica, e ci entri al primo posto.”

Dai dati resi noti dall’Istat l’aumento della disoccupazione è più marcata nelle regioni del Nord e del Centro Italia. Nel Nord Ovest il tasso di disoccupazione è aumentato dal 3,8% al 5,5%; nel Nord Est dal 2,9% al 4,6%. Più in generale, le regioni maggiormente industrializzate hanno toccato il record dell’8,5% di disoccupati: un vero e proprio allarme visto che il margine di peggioramento, secondo le stime della Cgil, non è ancora stato raggiunto e che il tasso di disoccupazione potrebbe raggiungere presto la soglia del 10%.

Per Giuseppe Fioroni, presidente del Forum Welfare del Pd siamo difronte ad una “situazione tragica. Il governo ascolti gli operai e il Papa”

“Il governo – ha continuato Fioroni – fa ancora finta che la crisi non sia poi così dura, che quello del lavoro sia un problema minore. Basterebbe aver visto piazza San Pietro riempita dagli elmetti gialli degli operi dell’Alcoa e di Termini, basterebbe aver ascoltato l’accorato appello del Papa per la difesa del lavoro per rendersi conto di come stanno le cose. Purtroppo da domani il Parlamento invece di essere impegnato a dare risposte a questo dramma passerà il suo tempo a discutere del legittimo impedimento e del processo breve. Insomma gli affari del premier al posto dei problemi reali di tutti gli italiani”.

Dello stesso parere anche Cesare Damiano, componente Pd in Commissione Lavoro della Camera. “L’appello del Papa al governo e agli imprenditori sul tema della occupazione va seriamente ascoltato. In questa situazione di gravissima difficoltà rinnoviamo l’invito al governo di porre al centro dell’agenda politica la questione del lavoro e non quella delle leggi ad personam. E’ ormai chiaro a tutti che anche qualora l’economia dovesse avere una ripresa, come è avvenuto negli Stati uniti, questo non significherebbe un miglioramento dell’occupazione. Occorre mettere mano ad un riforma degli ammortizzatori sociali, come Pd porteremo in parlamento una nostra proposta entro il mese di febbraio, per evitare un drammatico impatto che potrebbe moltiplicare i casi di licenziamento di massa nel corso dell’anno.

A.Dra
www.partitodemocratico.it

"Ricerca, appello con 1.341 firme,ci sono anche Cabibbo e la Hack", di Valentina Arcovivo

Il grido di allarme degli scienziati, ben condensato in un documento ufficiale, è partito ieri mattina con destinazione la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e altre autorità nel settore scientifico. «Aiutateci a salvare la ricerca di base nel nostro paese». Il grido di allarme degli scienziati, ben condensato in un documento ufficiale, è partito ieri mattina con destinazione la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e altre autorità nel settore scientifico. Dopo un primo appello lanciato una decina di giorni fa sulle pagine de Il Messaggero, i firmatari del documento hanno raggiunto quota 1.341. Nella lista ci sono molti ricercatori italiani che lavorano in condizioni di estrema precarietà e tanti cervelli scappati a malincuore dall’Italia per portare avanti i propri progetti.

Tra i nomi presenti, inoltre, spiccano personalità scientifiche prestigiose come quella di Nicola Cabibbo, presidente della Ponteficia Accademia delle Scienze, e l’astronoma Margherita Hack.

Lo scopo del documento è quello di invitare le autorità, dicono i ricercatori, a porre rimedio alla situazione di allarmante difficoltà in cui versa la ricerca di base in Italia. Una situazione che potrebbe portare fra 10 anni alla perdita di capitale umano indispensabile per il progresso del paese.

Cinque i punti su cui, secondo gli scienziati firmatari, bisognerebbe agire. Il primo riguarda la richiesta di «ristabilire il finanziamento alla ricerca di base – si legge nel documento – a livello adeguato, comparabile a quello dei nostri principali partner europei». Nel secondo gli scienziati chiedono di «premiare la competitività nella ricerca a livello internazionale». Il terzo riguarda i meccanismi di arruolamento e in particolare si chiede di delegare la responsabilità ai dipartimenti e di agganciare i finanziamenti ai risultati ottenuti «sulla base di un’efficacia valutazione».

Nel quarto e nell’ultimo punto, i ricercatori chiedono borse di studio adeguate e l’abbandono dei «finanziamenti a pioggia» a favore di un finaziamento concentrato solo nelle strutture d’eccellenza.

Secondo i ricercatori, se non verranno messi in atto interventi adeguati, il nostro paese rischierà di perdere capitale umano in grado di portare progresso e innovazione.
«Se non si invertirà questa tendenza a depauperare la Ricerca di Base e del capitale umano indispensabile alla sua sopravvivenza – dicono i ricercatori – il processo potrebbe essere irreversibile».
Il Messaggero 01.02.10

"Il Papa dalla parte del lavoro: Salvate i posti di FIAT e Alcoa", di Wladimiro Frulletti

All’Angelus Bendetto XVI ha fatto esplicito riferimento alle vertenze Fiat e di Portovesme.Gli operai lo ringraziano: «Aiuta la nostra lotta». La Cgil chiede al governo di non far più finta che la crisi è superata. Quelli dell’Alcoa se lo sono sentiti in diretta, in Piazza San Pietro sotto la pioggia, con l’elmetto da lavoro in testa e lo striscione “Alcoa Portovesme” srotolato sul sagrato. Allo stabilimento Fiat di Termini Imerese invece l’hanno saputo dai tg. Sono rimasti tutti colpiti. Non se l’aspettavano proprio di ritrovarsi a fianco nella loro lotta a difesa del posti di lavoro il Papa.
L’APPELLO All’Angelus Benedetto XVI ha usato parole inequivocabili invitando imprenditori e governo a fare «tutto il possibile per tutelare e far crescere l’occupazione, assicurando un lavoro dignitoso e adeguato al sostentamento delle famiglie». Un appello già lanciato nei giorni scorsi dalla Conferenza episcopale italiana (il segretario generale della Cei monsignor Crociata aveva invitato a dare ascolto al «grido dei lavoratori») e che ieri il Papa ha fatto proprio e rilanciato facendo esplicito riferimento alle due vertenze emblematiche del momento. «La crisi economica – ha spiegato Benedetto XVI – sta causando la perdita di molti posti di lavoro e questa situazione richiede grande senso di responsabilità da parte di tutti: imprenditori, lavoratori, governanti». E poi l’indicazione delle due crisi in atto: «Penso ad alcune realtà difficili in Italia come ad esempio Termini Imerese e Portovesme ».

I LAVORATORI Un sostegno inaspettato, ma certo di grande peso per chi sta lottando per il proprio futuro. In Sicilia, dove la Fiat (mercoledì ci sarà lo sciopero, venerdì il tavolo) ha deciso che la fabbrica (circa 2200 posti di lavoro) entro il 2012 non esisterà più, come in Sardegna, all’Alcoa, dove la multinazionale Usa vuole portare via la produzione d’alluminio. «Le parole del Papa ci aiutano perché il nostro territorio verrebbe ulteriormente devastato dalla disoccupazione» dice Roberto Ballocco della rsu che domani sarà a Roma a manifestare con i suoi compagni sotto palazzo Chigi dove si svolgerà la riunione fra i vertici aziendali e il governo. «Lo dico da non cattolico – commenta Roberto Mastrosimone della Fiom e rappresentante degli operai di Termini Imerese -maBenedetto XVI ha dimostrato una sensibilità e una percezione del dramma sociale che si sta consumando che la politica invece sta ignorando». Mastrosimone si riferisce soprattutto al Capo del Governo «Berlusconi non ha detto ancora una parola su quanto sta accadendo alla Fiat».

IL MINISTRO Lo fa invece il ministro del lavoro Maurizio Sacconi che accogliendo l’appello del Papa, chiede alle imprese, soprattutto a quelle che «per anni hanno avuto utili e magari anche aiuti pubblici», di non fare «frettolose scelte di ridimensionamento occupazionale ». «Tocca al management, spesso ben remunerato anche in tempo di crisi – spiega il ministro – esprimere autentica capacità di riprogettazione dei destini aziendali a misura delle persone». Da parte sua il governo, assicura Sacconi mettendo le mani avanti rispetto a chi possa leggere le parole del Papa come una critica all’esecutivo, sta scoraggiando i licenziamenti e mette a disposizioni gli ammortizzatori sociali. Ma il segretario del Pd Pierluigi Bersani non ci sta: ««Non è accettabile che il Governo continui a minimizzare il problema, dopo aver raccontato per mesi che la crisi era psicologica, passeggera e che l’avevamo ormai alle spalle. Venga subito in Parlamento» dice. E Susanna Camusso della Cgil fa notare che l’appello del Papa «è l’ennesima dimostrazione che non si può far finta che la crisi sia finita». Anche i leader di Cisl Raffaele Bonanni e Uil, Luigi Angeletti si augurano che le parole di Benedetto XVI siano davvero ascoltate da tutti. C’è da sperarlo. Anche perché non è la prima volta che il Papa lanci questi appelli. Lo scorso marzo, ad esempio, sempre all’Angelus, rivolse il suo pensiero ai lavoratori della Fiat di Pomigliano, al Sulcis Iglesiente in Sardegna e a Prato.
L’Unità 01.02.10

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Disoccupati e cassintegrati al Nord scoraggiati e sommersi al Sud, di Luca Iezzi

La maggior tenuta delle regioni meridionali è solo un effetto statistico: pesa il lavoro nero
Bortolussi (Cgia Mestre): a soffrire di più è il settore manifatturiero tradizionale. Disoccupati e cassintegrati al Nord, scoraggiati e sommersi al Sud. L´onda montante della distruzione dei posti di lavoro ha colpito le regioni italiane in modo diverso aggravando le situazioni preesistenti, ma anche generando reazioni differenziate. Le regioni del Centro e del Nord hanno avuto l´aumento più marcato dei disoccupati: il Nord Ovest ha visto crescere il tasso di disoccupazione nel terzo trimestre 2009 al 5,5% dal 3,8% di un anno prima, il Nord Est dal 2,9% al 4,6%. Una tendenza confermata dai dati dell´Istat riferiti a dicembre: gran parte delle 392 mila persone che nel corso del 2009 hanno ingrossato le file dei disoccupati (ora a quota 2 milioni e 138 mila) vengono dalle regioni più industrializzate. Il tasso record di disoccupazione arrivato all´8,5% ha ancora “margine” per crescere preventivando che almeno una parte dei lavoratori al momento in cassa integrazione dovranno cercarsi un nuovo lavoro. La Cgil ha stimato che con i lavoratori in Cig la percentuale dei disoccupati è già sopra al 10%.
La Cgia di Mestre, che ha analizzato la situazione del lavoro per regione, stila una classifica (dati settembre 2009) in cui sono Lombardia, Emilia Romagna e Veneto a subire l´aumento maggiore dei disoccupati, mentre Puglia, Lazio, Molise e Calabria vedono diminuire in maniera consistente i propri. Il tasso complessivo del Mezzogiorno è passato da 11,1% a 11,7%. Sono rimasti stabili, seppur su livelli allarmanti, in Puglia (10,8%) e Sicilia (13,3%), fanno comunque male Campania (12,2%) e Sardegna (12,7%) con un peggioramento superiore alla media nazionale.
La maggior tenuta delle regioni meridionali è solo un effetto statistico: la diminuzione degli occupati effettivi nel corso del 2009 è paragonabile al resto del paese: 195 mila i lavoratori in meno nel Mezzogiorno contro i 150 mila del Nord Est e i 130 mila del Nord Ovest. L´illusione ottica della riduzione dei disoccupati al Sud è già stato inquadrato dalla Banca d´Italia che ha segnalato l´aumento degli “scoraggiati”, ovvero delle persone in età lavorativa (15-64 anni) che non cercano più un impiego: in Italia sono 14,8 milioni, il 37,6% del totale, una zavorra storica del nostro paese da sempre con il tasso di attività al livello più basso in Europa. Gli inattivi sono per lo più giovani, meridionali e donne. L´altro fenomeno che spiega la contrazione dei disoccupati “ufficiali” nel meridione è legata ad un aumento esponenziale del lavoro nero. Le occupazioni dell´economia sommersa funzionano da vero e proprio ammortizzatore sociale, fornendo sostegno al reddito ai senza lavoro e facendo sparire una parte dei disoccupati meridionali tra gli inattivi. Una funzione “speculare” a quella realizzata dalla Cig per le aziende del Centro e nel Nord.
Dal punto di vista dell´economia ufficiale, preoccupa anche il tipo di aziende colpite dalla crisi, dove pagano soprattutto il settore manifatturiero (-386 mila gli occupati dell´industria in un anno) e tra queste le aziende che traggono gran parte del loro fatturato dall´export, vale a dire la parte che negli anni scorsi ha più contribuito alla crescita del Pil: «Al Nord ed in particolare lungo la dorsale Adriatica si è risentito in maniera molto forte della contrazione dell´export di queste regioni che ha investito soprattutto il settore manifatturiero tradizionale (tessile, abbigliamento, calzatura, metalmeccanica, legno e mobilio)» spiega il segretario della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi. Migliaia di aziende in una crisi molto più ramificata di quanto i casi-simbolo dei grandi gruppi riescano a raccontare.
La Repubblica 01.02.10

"La strana disfatta", di Barbara Spinelli

Uomini con la testa di paglia ci governano, non solo in Italia. Non stupisce lo strano silenzio che circonda, d’un tratto, la guerra iniziata da americani ed europei in Afghanistan, quasi nove anni fa. Guerra senza più bussola, che nel 2001 scacciò i talebani e ora è tutta intenta a facilitare il loro ritorno al potere, addirittura remunerandoli in cambio di qualche gentilezza sulla costituzione. Guerra di cui «abbiamo ormai abbastanza», ammette con candore lo stesso comandante della Nato in Afghanistan, generale McChrystal. Guerra degradata a simulacro, già da tempo. Nessun occidentale vuol finirla, nessun ministro della difesa rinuncia a foto di gruppo con soldati al fronte, ma in cuor suo ciascuno sa la verità: la guerra che solennemente vien continuata è in fondo già considerata perduta. La commedia è recitata da voltagabbana ignari del pudore, che hanno bisogno della messa in scena per evitare l’onta di una fuga. Solo per i soldati e i loro capi il conflitto non è simulacro ma dura prova in cui si rischia la morte, si guadagna l’onore, si merita una pietà ancora più grande. Degenere e posticcia, questa guerra è paradigma dei tempi che viviamo. Sono uomini vuoti che vediamo ai comandi della politica, come nel poema di Thomas Eliot: «Siamo gli uomini vuoti /Siamo gli uomini impagliati /Che appoggiano l’un l’altro /La testa piena di paglia». Figure senza forma, ombre senza colore, forza paralizzata, gesto privo di moto: da sempre, le facce e le voci dei voltagabbana «sono quiete e senza senso».

La sete di negoziare col nemico fino a ieri equiparato al male assoluto è vasta e si estende; anche quando viene dissimulata o perfino negata. È anche una via obbligata e necessaria, quando la vittoria si fa difficile: con chi trattare, se non con l’avversario? Non è la trattativa in sé a colpire negativamente, ma l’impressionante vuoto nelle teste, l’afasia del linguaggio, la presunzione che la disfatta sia una vittoria. Colpisce infine la cecità su una guerra antiterrorista che complessivamente è in stato di degenerazione: quasi dieci anni dopo l’assalto alle Torri di New York, Stati Uniti ed europei hanno praticamente perso dappertutto. Il pericolo terrorista s’è spostato in Pakistan e Yemen, e non smette di nuotare nell’azzurro liquido del mondo-web. Blair è costretto a giustificare la guerra irachena davanti alla Commissione Chilcot, a Londra, e a sventolare bugie come fossero bandiere. Un’analoga commissione, il 12 gennaio in Olanda, ha già definito illegale la partecipazione all’offensiva in Iraq.

Così sfila davanti al nostro sguardo una generazione di politici europei (nel Regno Unito Blair, in Olanda Balkenende, in Italia Berlusconi) che senza tema di contraddirsi dice, oggi, quel che ancor ieri considerava eretico.

Era eretico patteggiare col nemico, ma ora si può, si deve, è cosa buona e bella. La svolta era nell’aria da mesi, ma ora s’è fatta urgente per varie ragioni. Sono gli stessi militari favorevoli all’aumento di truppe a far capire che la guerra, essendo invincibile, è in pratica finita: primo fra tutti il generale McChrystal, che tanto ha influito sulle scelte di Obama.

In un’intervista di domenica scorsa al Financial Times, auspica anch’egli i negoziati e dichiara, perentorio: «Come soldato, il mio personale sentimento è che di guerreggiare ne abbiamo abbastanza. Non puoi fare alcun progresso politico, fin tanto che guerreggi». Karl Eikenberry, ambasciatore Usa in Afghanistan, disse precisamente questo, in due cablogrammi inviati nel mese di novembre al Dipartimento di Stato: la guerra non era vincibile, e l’aumento di soldati un rischio anziché un’opportunità. Pubblicati dal New York Times il 26 gennaio, i due promemoria parlano chiaro: Karzai «non è un partner strategico adeguato», disinteressato com’è a «erigere un governo e una sovranità». L’unica cosa che Karzai vuole è una «guerra senza fine al terrore» (la guerra che Bush aveva promesso), grazie alla quale Kabul riceve soldi e non deve ricostruirsi come Stato funzionante e non corrotto.

A questa ragione se ne aggiunge un’altra, non meno decisiva: la defezione del Pakistan, senza il quale la sconfitta è certa. Le forze talebane legate al terrorismo hanno infatti lì le loro basi, non in Afghanistan. E le notizie che giungono da Islamabad sono devastanti. Il 21 gennaio, durante una visita del ministro della Difesa Robert Gates, il governo pakistano ha annunciato la sospensione – per almeno un anno – di ogni operazione antiterrorista nel Waziristan del Nord: nella zona, cioè, dove son rifugiati i talebani più duri (la rete Haqqani, responsabile dell’attacco del 18 gennaio al palazzo presidenziale di Kabul).

La terza ragione è la persona di Karzai. Già screditato dai brogli elettorali, il Presidente è profondamente esecrato dalla propria popolazione. Lo dice l’agenzia Onu che si occupa di droga e corruzione (Unodc), in un rapporto del 19 gennaio: il 59 per cento degli intervistati giudica la «disonestà pubblica e la corruzione» più preoccupante ancora dell’insicurezza (54 per cento) o della disoccupazione (52 per cento). Nel 2009, i cittadini afghani hanno dovuto pagare tangenti a funzionari dello Stato per un totale di 2,5 miliardi di dollari (l’equivalente di quel che hanno ricavato dal traffico di oppio, il 23 per cento della ricchezza nazionale). Corruzione in Afghanistan vuol dire Karzai, e Karzai vuol dire forze alleate, non solo americane ma dei partecipanti alla missione (in ordine decrescente Inghilterra, Germania, Francia, Italia, ecc). Ovvio che tutti costoro siano visti come occupanti.

Anche questa guerra, come è successo per la crisi economica, è stata una bolla gonfiata da frettolose supposizioni, menzogne ideologiche, che infine s’è scontrata con la realtà ed è scoppiata. Era una bolla speculativa anche il linguaggio che l’accompagnava, e che contagiò tanti politici e intellettuali d’Europa. Fu dipinta come riedizione della guerra mondiale contro Hitler, e chi obiettava era subito tacciato di appeasement, di accomodamento col terrorismo islamico nel quale s’incarnava in questo secolo il male assoluto. Un male più che mai mostruoso, perché riviveva anche da morto come uno zombi: per questo Bush e Cheney dissero che la guerra sarebbe durata generazioni. Lo storico Marc Bloch scrisse sull’invasione nazista della Francia un libro essenziale: si intitola La Strana Disfatta, perché la guerra fu condotta con le menti e le armi del conflitto precedente, ignorando incomprensibilmente il tempo presente. Proprio questo è accaduto in Afghanistan, con la variante che Hitler è stavolta invitato a tornare al potere.

Obama non ha cambiato strategia, ma da qualche tempo ha smesso di parlare di guerra necessaria (o «esistenziale», come diceva Frattini pochi mesi fa, senza ben sapere quel che diceva). Nel discorso del 2 dicembre, il Presidente Usa ha addirittura fissato il giorno in cui le operazioni finiranno: nel 2011 si torna a casa, non si attende la vittoria come di solito succede nelle guerre. Tutti vogliono tornare a casa, pur continuando a parlare di guerra giusta. Per questo la disfatta è così strana; per questo è così surreale il silenzio che avviluppa i negoziati con i talebani.

È strana, la disfatta, non solo perché è una ritirata mal confessata. È soprattutto una strage di parole: solenni, di breve durata, ma dure a morire. Dopo 9 anni, molti morti e crudeli torture inflitte nelle prigioni di Bagram e Guantanamo, ecco l’arcinemico talebano trasformato in interlocutore meritevole di un Fondo internazionale di aiuti. Ecco Karzai che guida le danze della riconciliazione, da noi trattato come il sovrano che non è. In fondo non è interamente sua la colpa. Lui propone patti espliciti col nemico; Holbrooke usa eufemismi, e il patto lo chiama «reintegrazione». Reintegrazione fa più fine, e ha il pregio di essere una parola talmente grigia da passare inosservata.

Così deve concludersi una guerra cominciata per motivi tutt’altro che ignobili, combattuta comunque con coraggio, proseguita malamente, culminata infine nell’ipocrisia. Parafrasando l’epilogo triste che Eliot riserva agli uomini impagliati, è questo il modo in cui finisce la grande guerra al terrore. Finisce non con uno schianto, ma un flebile lamento: Not with a bang, but a whimper.
La Stampa 31.01.10