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"Non ci rassegniamo all'esproprio del Parlamento", di Dario Franceschini

“Il Pd non si rassegna all’esproprio del Parlamento da parte del governo, con il suo continuo ricorso a maxi-emendamenti corredati da richieste di fiducia. Questa legislatura e’ caratterizzata dal combinato disposto di maxi-emendamento piu’ fiducia’, a cui il governo ricorre in continuazione, e questo ha tolto spazio all’iniziativa legislativa.

L’aula non e’ piu’ luogo di confronto legislativo, ma neanche di confronto politico. Ed ecco che l’Aula appare distratta. Ma noi non ci rassegniamo a questo esproprio. Su 119 provvedimenti finora approvati a Montecitorio, solo 5 sono di iniziativa parlamentare, e alcuni di questi sono ‘atti dovuti’ come il ddl che istituisce la Commissione Antimafia.

Dobbiamo pretendere le quote dell’opposizione, vale a dire che vengano riservati degli spazi per il voto sulle iniziative delle opposizioni. E queste quote non devono comprendere solo mozioni, ma anche disegni di legge. Per esempio a fine febbraio il Pd ha chiesto e ottenuto che venga votato il suo ddl sugli ammortizzatori sociali’.
Questi provvedimenti magari non verranno approvati ma almeno costringeremo maggioranza e governo a misurarsi su questioni concrete, e in questo modo li metteremo in difficolta”.
www.dariofranceschini.it

"La denuncia: nei Cie non c’è posto per i diritti", di Cinzia Zambrano

In quasi tutti l’assistenza sanitaria è carente, in alcuni mancano addirittura le coperte e la carta igienica. È la fotografia scattata da Medici senza frontiere nei 21 centri di detenzione per gli immigrati. Autorità sanitarie assenti. Assistenza legale insufficiente, come pure quella sociale e psicologica. Servizi scarsi e scadenti. Impianti di riscaldamento spesso non funzionanti. Beni di prima necessità carenti: niente coperte, né carta igienica. Spazi ridotti, 25 metri quadrati da condividere in 12. Strutture fatiscenti. Episodi di autolesionismo. Risse. Rivolte. Ecco come si vive «al di là del muro», la cortina che nasconde agli occhi di tutti (o quasi) il dramma di migliaia di persone, uomini donne bambini, trattenue nei Cie, (Centri di identificazione ed espulsione), nei Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) e nei Cda (Centri di accoglienza) italiani. Condizioni di vita ridotte al minimo, delle vere e proprie carceri, con muri alti 4 metri e filo spinato, tanto che per un clandestino, «la permanenza in un Cie fa più paura di un rimpatrio nel paese di origine».
A fornirci la drammatica fotografia è Medici senza Frontiere. Che a distanza di 5 anni, unica organizzazione indipendente a scrivere un rapporto sui Cie e Cara, è tornata nei luoghi di detenzione per gli immigrati privi di permesso di soggiorno. Il risultato? Una netta bocciatura. Per Msf nulla, o poco, è cambiato: nei centri visitati la scarsa tutela dei diritti fondamentali è la norma. E per due di essi, i Cie di Trapani e Lamezia Terme, l’organizzazione umanitaria chiede l’immediata chiusura.
INDAGINE
L’indagine, riportata nel rapporto «Al di là del muro. Viaggio nei centri per migranti in Italia», mostra come a più di 10 anni dall’istituzione dei centri per migranti, la gestione generale sembra ispirata ancora oggi a un approccio emergenziale. Eppure
dall’anno scorso il governo di centro-destra ha esteso il periodo massimo di trattenimento all’interno dei Cie da 2 a sei mesi. Un periodo che sfora la «durata emergenziale», rendendo la detenzione non più misura straordinaria e temporanea, ma di lungo periodo.
Sono 21 i centri osservati. In alcuni, come in quelli di Lampedusa e Bari, agli operatori è stato negato l’ingresso agli alloggi nonostante la visita fosse stata comunicata con diverse settimane di preavviso. «Rispetto alle visite condotte nel 2003 poco è cambiato, molti sono i dubbi che persistono, su tutti la scarsa assistenza sanitaria, strutturata per fornire solo cure minime, sintomatiche e a breve termine. Stupisce inoltre l’assenza di protocolli sanitari per la diagnosi e il trattamento di patologie infettive e croniche. Mancano soprattutto nei Cie come ad esempio in quello di Torino, i mediatori culturali senza i quali si crea spesso incomunicabilità tra il medico e il paziente. Sconcerta in generale l’assenza delle autorità sanitarie locali e nazionali», racconta Alessandra Tramontano, coordinatrice medica di Msf in Italia. La vita nei Cie dice ancora la Tramontano, dove i ritmi della giornata sono scanditi solo dai pasti e dal dormire, dove la gente non fa nulla, «aggrava uno stato mentale, un disagio dopo l’odissea vissuta per arrivare fino a qui, che crea un vero e proprio stress per molti pazienti». Il rapporto evidenzia come di fatto nei centri convivono negli stessi ambienti vittime di tratta, di sfruttamento, di tortura, di persecuzioni, così come individui in fuga da conflitti, altri affetti da tossicodipendenze, da patologie croniche o della sfera mentale. Sono luoghi dove coesistono e s’intrecciano in condizioni di detenzione storie di fragilità estremamente eterogenee tra loro da un punto di vista sanitario, giuridico, sociale e umano, a cui corrispondono esigenze molto diversificate. Quasi sempre non soddisfatte. «I Cie di Trapani e Lamezia Terme andrebbero chiusi subito perché totalmente inadeguati a trattenere persone in termini di vivibilità. Ma anche in altri Cie abbiamo riscontrato problemi gravi: a Roma mancavano persino beni di prima necessità come coperte, vestiti, carta igienica, o impianti di riscaldamento consoni», denuncia Msf. Per non parlare dei Cara di Foggia e Crotone: «12 persone costrette a vivere in container fatiscenti di 25 o 30 metri quadrati, distanti anche un chilometro dai servizi. Fra l’altro, l’assenza di mensa obbliga centinaia di persone a consumare i pasti sui letti o a terra».
L’Unità 03.02.10

"Pier Luigi, un marziano a Roma", di Fabio Martini

Sembrava una serata come tante e invece accadde l’imponderabile. Era l’ora di cena, il Tg1 era finito da poco, nella sede nazionale del Pd stavano spegnendo le luci, quando Pier Luigi Bersani, incrociando una delle ragazze dello staff, le ha chiesto: «Come siamo andati sui Tg?». Strano a dirsi, ma quella domanda – qualche giorno fa – è diventata un piccolo evento in casa Pd. Perché Bersani è uno che non sta «appeso» ai telegiornali e anzi spesso non li vede proprio, in questo lontano anni luce da personaggi come Rutelli o Veltroni. Stesso approccio per la parola scritta: «Che dicono i giornali?».

Bersani è fatto così. Per lui spin doctor, framing o cabine di regia – l’abc della comunicazione – sono espedienti che non cambiano la sostanza, perché la politica è fatta di fatti concreti. Nei primi cento giorni da leader del Pd, Bersani non si è travestito, non ha fatto nulla per costruirsi addosso un’«immagine», non è riuscito neppure una volta a cambiare l’agenda del dibattito politico. Se tutto questo sia un limite o invece un investimento consapevole su sé stesso come «personaggio» capovolto rispetto a Berlusconi, è ancora presto per dirlo. Ma una cosa è certa: questo profilo basso si accoppia – secondo osservatori di diverse tendenze – ad un deficit politico più complessivo per un leader che sinora, più che scegliere, ha preferito temporeggiare.

Per Giuliano Ferrara «Bersani non ci sa fare, è proprio una cara persona, molto competente in fatto di piastrelle e distretti», ma la sua vicenda dimostra perché il Pci «non aveva mai dato il potere agli emiliani, gente seria ma inetta nella guerra, nella comunicazione politica». Per Eugenio Scalfari «Bersani sembra un cacciatore con il falcone D’Alema sulle spalle e non è questo il segretario di cui il partito ha bisogno». Stroncature brucianti e non isolate. Eppure, nei suoi primi cento giorni, Bersani è rimasto così enigmatico che dietro quel muro potrebbero esserci le ragioni di una ulteriore caduta, ma anche quelle di un riscatto. Della sua famiglia – piacentina, cattolica, democristiana e abituata all’affabilità di strada (il papà aveva una pompa di benzina) – il Bersani politico ha mantenuto la rotondità e soprattutto il pragmatismo emiliano, tanto è vero che «nei Consigli dei ministri – racconta un collega – quando si accendeva una discussione politica, lui si metteva a leggere, limitandosi a intervenire soltanto sulle questioni di sua stretta competenza». E infatti non appena qualcuno prova a stringerlo su dirimenti questioni politiche, lui sfodera spesso quei suoi aforismi spiazzanti, tipo «bisogna metter l’orecchio a terra…».

Un approccio al quale Bersani aggiunge un quid personale che ne fa una specie di marziano. Tutti i leader hanno la loro segretaria storica, il loro autista, il loro guardaspalle, la loro corrente. Lui, nulla di tutto questo. E’ un solitario e spesso, quando si fa l’ora di pranzo, può capitare che si rivolga a chi capita, anche a un uomo della scorta: «Ci andiamo a fare una birra?». E in un partito nel quale, per dirla con Edmondo Berselli, si sta affermando «un modello balcanizzato», dei bersaniani non c’è traccia. Quando lo hanno eletto, in una stanza dove erano riuniti i suoi sostenitori (D’Alema in testa), Bersani disse: «Ricordatevi che da oggi portate in giro la mia faccia!».

Certo, il segretario si fida di Maurizio Migliavacca, il «mastino» dell’organizzazione e parla con piacere con Vincenzo Visco e Alfredo Reichlin. Certo, a D’Alema è fortissimamente legato anche per la comune conoscenza di tante vicende dell’«economia reale», ma quando incombe un problema, Bersani si confida soltanto con una persona: Vasco Errani. Gli amici, dunque, sono tutti ex comunisti e proprio al Pci, spesso, fa pensare il segretario: nell’ultima riunione della direzione, sotto choc per la vicenda pugliese, a chi si aspettava colpi d’ala, Bersani ha proposto «la festa del tesseramento» e una replica delle anemiche «cento piazze per l’alternativa».

Confida Bersani: «Ma perché mi volete far somigliare a Berlusconi? Semmai sono più simile a Prodi». A quel parallelo pensano in tanti (compreso l’indimenticabile «semaforo» di Corrado Guzzanti), anche se il Professore aveva una combattività che gli derivava dall’essere stato, da democristiano emiliano, all’opposizione a lungo, mentre «Pier Luigi – sostiene un compagno di Bologna, che lo ha cresciuto – ha mantenuto lo stesso passo lento dei dirigenti del Pci emiliano, perché qui da noi il partito era così forte che la società poteva aspettare». Convincente chiave interpretativa.

Eppure, proprio ieri Bersani ha letto l’ultimo sondaggio riservato, a cadenza settimanale, sulla fiducia nei leader italiani. Primo Napolitano, secondo Fini, terzo Bersani, quarto Berlusconi. Un terzo posto stabile. Che accoppiato al 29,7% per il Pd, fanno sperare a Bersani che, prima o poi, anche l’Italia potrebbe cominciare a somigliare alla sua Emilia.
La Stampa 03.02.10

"Gli italiani che scelgono un futuro all'estero", di Stefano Landi

Quasi quattro milioni, quanti gli stranieri nel nostro Paese. Oltre il 50% ha meno di 35 anni, 60 mila studenti l’anno. Di solito ci si ricorda degli italiani all’estero durante le elezioni politiche, quando il loro voto benché lontano può decidere le sorti del nuovo Parlamento. O durante i Mondiali di calcio, quando si scopre in televisione che sono quelli più attaccati al tricolore. L’italiano dello «spaghetti e mandolino», quello che fa la barba fischiettando O’ sole mio o il Nino Manfredi di Pane e cioccolata, forse non c’è più. Perché come diceva Renzo Arbore “lapizza non è un reato” e così (lentamente) la reputazione italiana all’estero sta cambiando. I cittadini italiani residenti all’estero sono 3.915.767, all’incirca lo stesso numero degli stranieri residenti in Italia (3.891.295). Un equilibrio quasi perfetto, destinato per a cedere nei prossimi anni dato che gli immigrati crescono a un ritmo più accentuato. ll primo dato che salta all’occhio è che dei cittadini italiani oggi sparsi per il mondo un terzo è nato all’estero e più della metà ha meno di 35 anni. Sbiadita quindi l’immagine dell’italiano anzianotto che doveva togliere una consonante al cognome per nascondere l’ascendenza italiana. «Si guarda al fenomeno dell’emigrazione moderna con inspiegabile sufficienza» dice Franco Pittau, referente scientifico della quarta edizione del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes. «I quasi quattro milioni di italiani che vivono all’estero sono un fenomeno per certi versi nuovo e in continua crescita: oggi rappresentano il 6,6 per cento della popolazione italiana». La vera conquista è che l’«italianità» nel mondo oggi è ritenuta un fattore di appeal.

I motivi li spiega Matteo Sanfllippo, docente di Storia moderna all’università della Tuscia e curatore del volume sulle migrazioni della Storia d’italia (Einaudi). «Nel mondo ci vedono come europei e negli stereotipi la Serie B in Europa è diventata quella dell’Est. Gli italiani nati all’estero oggi non si mischiano più con le comunità italo-americane d’una volta, quelle che nei film di Spike Lee erano il gradino più basso dei bianchi: hanno uno stile di vita diverso, vivono tra di loro o si inseriscono nella comunità locale» dice Sanfihippo. Che aggiunge: «Oggi conosciamo bene il livello alto dell’emigrazione, quello di chi si sposta per fare business. Nella moda, le ditte italiane hanno aperto sedi all’estero, nel settore della ristorazione o degli alberghi gli italiani oggi sono i gestori e non più i camerieri». C’è l’ingegnere che va a dirigere un’azienda di software, il banchiere che va per guadagnare il doppio che in Italia o l’universitario che tenta poi di rientrare e ma rinuncia perché il livello scientifico (oltre che lo stipendio) è inferiore. Negli ultimi anni due sono i filoni lavorativi che hanno aperto nuove strade per gli italiani verso l’estero; quello della telefonia che ha fatto muovere molti ingegneri e tecnici italiani e quello del lavoro diplomatico e più in generale legato alle nuove carriere di funzionari in Europa e nel mondo. Resta il fatto che i due terzi dell’emigrazione sono ancora composti da chi si sposta per lavori più umili. «Quella è un’emigrazione difficile da raccontare perché chi parte lo fa illegalmente o con un visto turistico» conclude Sanfilippo.

«L’interesse verso la cultura italiana cresce a tal punto che delle 423 sedi che abbiamo nel rìiondo, il 70 per cento oggi è diretta da un presidente straniero» spiega Alessandro Masi, segretario generale della «Dante Alighieri», società che da 120 anni organizza corsi per promuovere lingua e cultura italiana all’estero. Non si parla più il globish nei Paesi anglofoni o il talian in quelli sudamericani, commistioni di dialetti italiani e slang locale. «Gli italiani nati all’estero imparano la lingua locale e l’italiano per fare un favore al nonno, aggiunge Masi. Se vogliamo che un giorno tornino in Italia dobbiamo rendere spendibile il titolo linguistico conseguito all’estero: per questo le scuole devono garantire un’offerta qualificata perché è cambiata radicalmente la figura dell’emigrante».

Il rispetto per la cultura italiana è quindi cambiato. A partire da quello enogastronomico. L’italiano non è più solo spaghetti e pizza, magari uno sopra l’altro. A New York, il contributo degli chef italiani ha cambiato le abitudini alimentari della città. In Giappone, gli italiani residenti sono 2.900, e quasi duemila i ristoratori italiani a Tokyo. I viticoltori delle Langhe e del Monferrato hanno reso possibile il boom dei vini in Argentina. Gli italiani sono conosciuti nel mondo non solo per aver inviato i propri lavoratori ma -anche per aver costruito con le proprie imprese strade, gallerie, porti. Gli anni Sessanta e Settanta erano quelli del know how italiano al servizio dei templi di Abu Simbel in Egitto o della diga sul fiume Zambesi. Più di recente alle imprese italiane è stato affidato il compito di salvare la «città proibita» di Pechino, restauro tra i più impegnativi al mondo. Attualmente sono 109 cantieri italiani aperti all’estero: producono grosso modo lo stesso fatturato (5,5 miliardi di euro rispetto a 6,3 miliardi) delle imprese di costruzione con sede in Italia.

ll problema reale per gli italiani che lasciano l’Italia per motivi lavorativi, sono le possibilità di rientrare. «Dalla ricerca emerge la precarietà dell’emigrazione del Duemila» spiega don Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes. «I 6oo mila lavoratori che si muovono per sei mesi l’anno sono emigranti part-time che hanno bisogno di tutele sociali. La migrazione italiana sta cambiando e l’esempio più evidente sono gli studenti: 6 mila l’anno quelli che lasciano l’Italia, più di tutti gli stranieri che arrivano da noi» dice Perego. Partono soprattutto i giovani, laureati in cerca di lavoro o ragazzi in cerca di laurea. L’ultimo dato dice che nel 2007 gli universitari italiani iscritti all’estero erano pi ù di 41 mila, soprattutto in Germania, Austria e Gran Bretagna. Molti in Europa si muovono grazie al programma Erasmus, verso la Spagna, la Francia o la Germania: erano 18 mila nell’ultimo biennio.

L’ultima frontiera dell’emigrazione è quella legata allo sport. In Argentina, il leggendario Boca Juniors fu fondato dai genovesi, in Uruguay il Penarol è una libera traduzione di Pinerolo. Se il mondo del calcio ha visto i giocatori stranieri mettersi in coda per cercar gloria (e affari) in Italia negli anni Novanta, oggi la tendenza è invertita. I migliori giovani scelgono di crescere nelle squadre inglesi. Gianfranco Zola, dopo una carriera da calciatore a Londra ha ottenuto in Gran Bretagna la massima onorificenza per uno straniero. Carlo Ancelotti e Fabio Capello insegnano calcio agli spocchiosi d’Oltremanica. Ma non solo. Nel basket tre italiani, come Andrea Bargnani, Marco Belinelli e Danilo Gallinari strappano applausi nel dorato mondo della Nba, che fino a qualche anno fa non sapeva neppure che da noi esistessero i canestri.

Il Corriere della Sera 03.02.10

Bonus fiscali per 800 imprese vittime del click day

Quasi 800 imprese italiane vittime del “click day” potranno immediatamente accedere ai bonus fiscali per gli investimenti in ricerca loro negati. Per altrettante, all’incirca, dovrà essere trovata una soluzione in un tavolo negoziale con il governo; il loro diritto allo stesso credito è stato però riconosciuto. E’ questo il risultato di due pronunciamenti della Commissione tributaria di Pescara, annunciati da Unindustria Bologna. L’associazione degli industriali bolognesi per prima si era mossa contro il diniego al credito di imposta per investimenti in ricerca e sviluppo opposto dall’amministrazione finanziaria a molte aziende a seguito del “click day” del 6 maggio scorso. In quella data venne sperimentato il cambiamento per questi bonus fiscali: da automatici (come stabilito dalla Finanziaria per il 2007) a selettivi e secondo l’ordine di arrivo con procedura telematica (come indicato invece dal successivo decreto anti-crisi del 2008). In un minuto i fondi a disposizione per il 2008 e 2009 furono “assaltati” e tante aziende, che avevano fatto investimenti contando sull’automatismo del bonus, rimasero a bocca asciutta. Da qui il ricorso presentato il 4 agosto da Unindustria Bologna. All’iniziativa hanno poi aderito 1.500 imprese da ogni parte d’Italia, coordinate da 25 associazioni del sistema Confindustria.

I tanti ricorsi sono stati divisi in gruppi. Dalle sezioni della Commissione tributaria di Pescara sono arrivati i primi responsi. “Il pronunciamento della Commissione tributaria di Pescara – ha affermato il presidente di Unindustria Bologna Maurizio Marchesini – è per noi di grande soddisfazione. Auspichiamo che d’ora in avanti venga completamente abbandonato il meccanismo del click day”.
Il Sole 24 Ore 03.02.10

"Il governo dei rifiuti. Emergenza conclusa per decreto", di Adriana Pollice

Dopo la militarizzazione, il governo affibbia i debiti della gestione straordinaria ai comuni. E li scippa della Tarsu, la tassa urbana. Come il governo gestisce l’«affaire» monnezza in Campania
L’emergenza rifiuti sotto il Vesuvio è finita, non perché il problema sia stato risolto ma perché il governo l’ha stabilito con decreto legge, come piace al presidente del Consiglio. Così il 30 dicembre scorso sono arrivate le “Disposizioni urgenti per la cessazione dello stato di emergenza in materia di rifiuti nella regione Campania”. Nel pacchetto di Natale anche un bel regalo per il fido Guido Bertolaso, con un paio di norme sul post emergenza in Abruzzo e, soprattutto, le disposizioni sulla privatizzazione della Protezione civile. In attesa della conversione in legge, i comuni campani hanno organizzato riunioni e schierato le truppe mentre il sindaco di Salerno e candidato alla presidenza della Regione, Vincenzo De Luca, incita alla disobbedienza civile invocando un bel Tso, cioè il trattamento sanitario obbligatorio, per gli estensori del decreto. Che in effetti assomiglia a una bomba piazzata direttamente sotto le fondamenta dei municipi della regione. Tira aria di vendetta e sembra che i suggerimenti della Lega nord siano stati messi ancora una volta a frutto.
Il decreto
La norma prevede che «le somme dovute dai comuni alla struttura del Sottosegretario di Stato (…), in relazione al ciclo di gestione dei rifiuti, sono recuperate mediante riduzione dei trasferimenti erariali, nonché in sede di erogazione di quanto dovuto per la compartecipazione al gettito Irpef e per la devoluzione del gettito d’imposta Rc auto». Cioè, nel caso di Napoli, lo stato taglierà alla fonte parte del gettito dovuto fino a ripianare il debito di 130 milioni di euro, quantificato dalla stessa strutta commissariale, accumulato nel periodo che va da giugno 2008 al 30 dicembre scorso. La liquidazione dell’enorme massa di debiti viene affidata a una Unità stralcio, che avrà sede nel comando logistico Sud dell’esercito a Palazzo Salerno in continuità, almeno per un altro anno, con l’equazione «militarizzazione del territorio uguale gestione rifiuti in Campania». Ovviamente i comuni non vogliono pagare per un servizio che per 15 anni è stato sotto gestione di un commissariato straordinario di governo. Però, come suggerì la Lega nel 2008, i costi della cattiva gestione dei rifiuti li devono pagare i cittadini, fatti salvi i risarcimenti ampiamente corrisposti all’Impregilo per l’impareggiabile lavoro svolto. «Il decreto è chiaramente incostituzionale – il commento del sindaco di Napoli, Iervolino – un atto in contrasto con le competenze dei comuni relativamente all’articolo 118 della nostra Carta. Si impedisce, inoltre, il ricorso giurisdizionale contro gli organismi del Commissariato ed è la prima volta che mi accade di leggere l’impossibilità di ricorrere in giudizio».
La punizione prosegue poi con il capitolo Tarsu, cioè la tassa sullo smaltimento dei rifiuti urbani. I sindaci, spesso in prima fila nelle rivolte contro le discariche, secondo il governo non sono in grado di effettuare una riscossione efficace e così, invece di riorganizzare la materia, passa semplicemente alle province con la gestione delle discariche e dell’intero servizio, attraverso le società provinciali, le Sap, che governeranno dal 2011 tutto il ciclo integrato. Alle province spetterà anche la decisione sull’ampliamento delle discariche, che potranno anche sconfinare presso altri comuni, un dispositivo che sembra studiato su misura per Chiaiano, Terzigno e Sant’Arcangelo Trimonte. Alle Sap la raccolta e il conferimento dei rifiuti in discarica, quindi, un affare da milioni di euro per cinque enti tutti a gestione Pdl, tranne Benevento. E sarà interessante seguire gli sviluppi, in particolare, per quello partenopeo dove, dall’ultima tornata amministrativa, si è insediato Luigi Cesaro, famoso per la fornitura industriale di mozzarelle a Berlusconi e per essere legato a Nicola Cosentino, a cui l’accomuna l’accusa di collusione con i Casalesi secondo l’accusa del pentito Gaetano Vassallo, il colletto bianco che gestiva il traffico illegale di rifiuti per il clan del casertano.
La tassa scippata
Lo scippo della Tarsu, accanto alla sottrazione del gettito Irpef e Rc auto, provocherà un terremoto nelle casse comunali, tanto da portare l’Anci, l’associazione nazionale comuni italiani, sul piede di guerra, mentre molti sindaci per ora si rifiutano di fornire i dati relativi alla tassa. «Si tratta di una riorganizzazione di poteri intorno alla Protezione civile, in via di privatizzazione. Un’enorme trasferimento di fondi dagli enti locali a un soggetto autonomo, che costringerà i comuni a tagliare ancora i servizi» commenta il consigliere comunale di Rifondazione Alessandro Fucito, che aggiunge: «Fino al 2009 Palazzo San Giacomo raccoglieva 70 milioni di euro dalla Tarsu, sui 120 dovuti. Poi il governo ci ha obbligato ad aumentarla fino a 170 milioni e ora la sposta alle province». «Con il decreto – spiega Ivo Poggiani, consigliere indipendente della III Municipalità – i cittadini pagheranno anche in termini di servizi, dopo quanto hanno subito con la distruzione del territorio. Caso lampante è la mancata partenza della raccolta differenziata porta a porta, slittata nei quartieri della parte bassa dei Colli Aminei e su tutta la collina di Capodimonte. Servizio che viene chiesto a gran voce dai cittadini, comitati e associazioni».
L’inceneritore di Acerra
Interessanti anche le disposizioni sull’inceneritore di Acerra: la proprietà dovrà essere ceduta entro il 2011, possibili acquirenti gli enti pubblici, la Protezione civile o i privati, il prezzo fissato dall’Enea entro questo mese. Se non si riuscisse a venderlo, scatta l’obbligo di affido alla Protezione civile, che avrà la possibilità di indire una gara di gestione per 15 anni. E si torna alla struttura guidata da Bertolaso, quella che nel passaggio a Spa incamererà, se consideriamo solo i debiti del comune partenopeo e dei consorzi di bacino delle province di Napoli e Caserta altri, circa 330 milioni di euro, oltre ai trasferimenti delle attuali sedi più le flotte aeree e navali, quella che vedrà la più grande stabilizzazione di massa del personale con la regia del fido Guido e Gianni Letta. Un esercito del premier costruito con i soldi pubblici.
Il Manifesto 03.02.10

"Alcoa, la notte più lunga: Ridateci il nostro lavoro", di Daniela Amenta

Quando è scesa la sera hanno acceso anche un falò, un po’ per scaldarsi dopo ore al freddo. Un po’ per non spegnere la luce sulla loro protesta. Eccoli gli operai dell’Alcoa: 600 dalla Sardegna, altri 400 dal Veneto. In piazza Montecitorio per scongiurare la chiusura degli stabilimenti di Portovesme e di Fusina. Circondati da un cordone strettissimo di polizia per evitare «contatti» con Palazzo Chigi. Nella sede del governo Gianni Letta con i manager aziendali di Pittsburgh, i sindacati confederali, i ministri Sacconi, Scajola, Ronchi. Partita dura. Gli americani vogliono pagare l’energia sotto i 30 Kw-ora, Enel non è disposta a riduzioni di prezzo. E poi c’è la commissione Ue contraria a sconti concessi con agevolazioni statali. La trattativa, dunque, si gioca sulle date: chiedere all’Alcoa di non chiudere gli impianti il 6 febbraio, arrivare fino al 9 quando Bruxelles si pronuncerà sul decreto governativo che prevede agevolazioni energetiche nelle aree «svantaggiate»: Sardegna e Sicilia.

I PADRONI AMERICANI Il problema restano i padroni americani. Hanno rilevato gli stabilimenti a prezzi stracciati, raggranellato aiuti consistenti e ottenuto utili da record. Eppure non hanno alcun interesse a proseguire l’avventura italiana. Per loro chiudere Alcoa è risolvere in fretta un problema di costi. Per gli operai, invece, è la fine. È la sesta volta che tornano a Roma. Sono partiti da Cagliari lunedì pomeriggio con la nave della Tirrenia, ieri sono sbarcati alle 10.30 a Civitavecchia. C’era mare. «Ma parlavamo tra noi, ci caricavamo», raccontano. Un’odissea. Poi i pullman fino a Roma, «pagati di tasca nostra, tassandoci », e infine Montecitorio. Alla Camera il dibattito sul legittimo impedimento, sotto la disperazione di chi sta perdendo tutto. Paradossi nostrani. Vergogne da Repubblica delle banane. «Stiamo perdendo anche l’idea della speranza», spiega unoperaio giovanissimo, con la bandiera sarda dei Quattro Mori avvolta sulle spalle. Non si fermano quelli dell’Alcoa. «Non molliamo mai». Cantano come allo stadio, usano i fischietti, sparano i petardi di Natale, picchiano sui tamburi di latta. Tosti quelli dell’Alcoa. «Fare casino è l’unico modo per farci ascoltare perché siamo sardi e l’Isola è troppo lontana dagli interessi di questa gente qui». Indicano il Parlamento. Slogan, cori. «Berlusconi dove sei? Cappellacci dove sei?». Il presidente della Regione ieri ha dovuto ricevere Bertolaso alla Maddalena: più importante sponsorizzare i fantasmi del G8, dare un tocco di cipria allo sfascio, coprire lo spreco. Oltre 300 milioni di euro buttati al vento. Maestrale, per la precisione.

LE TENDE NELLA NOTTE Non mollano quelli dell’Alcoa. Montano le tende, srotolano i sacchi a pelo. «Abbiamo un biglietto di sola andata », dice un operaio anziano, metà vita trascorsa in fonderia. Sono uomini in maggioranza, molte anche le donne. E poi ci sono i veneti con le bandiere di San Marco, i «fratelli » di Fusina, che raccontano di altri tempi, quando Marghera funzionava alla grande. Nel pomeriggio arriva Bersani e viene salutato con un applauso, gli operai gli consegnano un casco, una barretta di alluminio. C’è anche Di Pietro che stringe mani, s’indigna.

Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil, sintetizza il problema in poche battute: «L’obiettivo del tavolo è che la multinazionale americana dell’alluminio ritiri la decisione di fermare gli impianti. Questo equivarrebbe alla chiusura dei siti. E noi lo riteniamo inaccettabile. Andiamo a misurare l’autorevolezza del Governo». In serata Berlusconi ha chiamato Barroso per il sostegno della Ue. Risposta: «Priorità assoluta». Vedremo. Non sono soli quelli dell’Alcoa. Chi è rimasto a Portovesme ha raddoppiato i turni per non fermare la produzione. ACarbonia e Iglesias le scuole sono rimaste chiuse e in serata, in contemporanea con la manifestazione a Roma,il vescovo ha guidato una fiaccolata di solidarietà. Rosari e slogan, rabbia e orgoglio. Perché Alcoa, per la Sardegna, è l’ultima roccaforte. In un anno, nel Sulcis Iglesiente, hanno chiuso Euroallumina, Ila e Rockwull. Un deserto. Non c’è altro. La terra in ginocchio. «Biglietto di sola andata,non molliamo». Sarà una notte lunghissima.
L’Unità 03.02.10