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Tecnica della Scuola: "Programma annuale 2010: scuole nel caos", di Reginaldo Palermo

Non ci sono soldi per il funzionamento e c’è il rischio che gli avanzi di amministrazione (frutto quasi sempre di risparmi e contributi esterni) vengano “ingoiati” per compensare i crediti che le scuole vantano nei confronti del Miur. Flc-Cgil ricorre al Tar Lazio. Ormai la questione del Programma Annuale 2010 sta assumendo di giorno in giorno dimensioni impreviste e imprevedibili. Mancano solamente 15 giorni al termine ultimo per l’approvazione del documento di programmazione e dal Ministero non è ancora arrivato nessun chiarimento rispetto ai molteplici dubbi sollevati da dirigenti, dsga e presidenti dei consigli di istituto.

E così la protesta dilaga un po’ dovunque.

In provincia di Genova i dirigenti scolastici hanno deciso addirittura di dichiarare il fallimento finanziario delle scuole statali; nei giorni scorsi il consiglio provinciale del capoluogo ligure ha votato un ordine del giorno con il quale si chiede al Ministro di intervenire con urgenza (e la situazione è talmente grave e insostenibile che persino l’opposizione di centro-destra non se l’è sentita di votare contro e si è limitata all’astensione).

A Bologna i presidenti dei consigli di istituto hanno scritto ai dirigenti scolastici annunciando di essere pronti a non approvare il Programma Annuale se esso dovesse essere redatto secondo le disposizioni impartite dal Ministero con la nota del 14 dicembre scorso con la quale si tenta in pratica di congelare, se non addirittura azzerare, i crediti che le scuole vantano nei confronti dello Stato.

La Flc-Cgil, per parte sua, ha deciso di impugnare questo provvedimento di fronte al Tar Lazio, decisione che potrebbe aprire scenari davvero imprevedibili: se il Tar dovesse accogliere la richiesta del sindacato di Mimmo Pantaleo, il Ministero dell’Istruzione non avrebbe molte possibilità se non quella di chiedere al Ministero di Giulio Tremonti di stanziare con urgenza qualche decina di milioni per le spese di funzionamento delle scuole.

Ma a quel punto Tremonti potrebbe rispondere con un vero e proprio blitz: un decreto legge che imponga alle scuole di utilizzare tutto l’avanzo di amministrazione comunque disponibile (anche se derivante da finanziamenti provenienti dagli Enti locali, dalle famiglie o da altri soggetti privati) per risanare i bilanci.

D’altronde già ora sono in molti a temere che i contributi delle famiglie possano essere utilizzati per coprire debiti e spese di supplenze anziché per garantire un adeguato ampliamento dell’offerta formativa.

Gli stessi presidenti dei consigli di istituto bolognesi hanno diffidato i dirigenti scolastici dall’usare tali contributi per coprire le spese per le supplenze o quello per il funzionamento degli uffici.

E intanto in molte scuola si sta già ponendo il problema delle supplenze: la scarsità di risorse sta costringendo i dirigenti scolastici a “centellinare” le nomine; ci sono per esempio scuole che nel mese di gennaio hanno già speso almeno 10mila euro avendo a disposizione per l’intero 2010 solamente 50/60 mila euro: andando avanti di questo passo, a settembre non ci sarà più nemmeno un euro.

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Su questo tema l’On.Ghizzoni ha depositato una interrogazione alla Camera per il Ministro dell’Istruzione che trovate cliccando qui sotto
http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=20628&stile=6&highLight=1&paroleContenute=%27INTERROGAZIONE+A+RISPOSTA+IN+COMMISSIONE%27

"Sul legittimo impedimento il premier teme il voto segreto", di Liana Milella

Sono un incubo da giorni i voti segreti sul legittimo impedimento. Il capogruppo del Pdl Cicchitto se li sogna di notte e si prefigura le nefaste conseguenze di una possibile débacle se i franchi tiratori colpissero. Su oltre 150 emendamenti alla legge che, almeno per un po’, dovrebbe mettere tranquillo Berlusconi e consentirgli di rinviare i processi, le opposizioni, se volessero, potrebbero chiedere moltissimi scrutini coperti perché il testo, riguardando le libertà personali, ricade tra quelli che possono eludere la consultazione palese. E lì, nelle pieghe di quei voti, potrebbe manifestarsi un duplice e pesante dissenso, tutto interno agli ex forzisti.

Il primo: lo scontento per una norma che, ancora una volta, riguarda Berlusconi, con il contentino dei “soli” ministri, perché la manovra di farci rientrare gli oltre 30 sottosegretari si è miseramente arenata sullo scoglio dell’incostituzionalità, come quella di infilare pure “i concorrenti nel reato”. Il secondo: i mugugni diffusi per la partita delle prossime elezioni regionali che vede vincenti le richieste della Lega in Veneto e in Piemonte con Cota e Zaia e degli ex di An in Calabria e nel Lazio con Scopelliti e Polverini. La forte convinzione, che diventa dissenso, è che alla fin fine alla vecchia Forza Italia sia rimasto ben poco per via degli appetiti leghisti e aennini.

Come sfogarsi meglio se non colpendo una legge cui il premier tiene moltissimo? Lo temono capogruppo e vice, Cicchitto e Bocchino, che giovedì scorso spediscono una missiva ai deputati anziché il solito sms. Lo rivela e ne pubblica l’originale Antonio Di Pietro sul suo blog, e quella frase rivelatrice della paura di possibili sorprese diventa di pubblico dominio. Al “caro collega” i due scrivono che “non serve ricordare l’importanza che questo appuntamento ha per il Pdl, il presidente Berlusconi e il governo”. Pertanto “senza eccezione alcuna” la presenza in aula deve essere “garantita” senza possibili giustificazioni.

Berlusconi è stato perentorio quando mercoledì scorso, dopo il vertice con coordinatori e capigruppo, è rimasto da solo con il Guardasigilli Alfano e ha buttato giù l’agenda dei provvedimenti cui tiene. Il legittimo impedimento in primis, le intercettazioni ormai “morte” al Senato, il processo breve. “Non voglio sorprese” è stato l’ordine. Il giorno dopo è partita la lettera, giusto mentre Pd e Idv cominciavano a esaminare il malloppo degli emendamenti e a far di calcolo su quanti voti segreti si potrebbero chiedere. Anche loro hanno un problema perché il recente episodio del Senato, quando sul processo breve la maggioranza ha avuto più voti del previsto durante l’appello riservato, li fa stare guardinghi.

Ma è pur vero che i due articoli del legittimo impedimento ben si prestano a una dura contestazione in aula. Basti pensare al nuovo compito assegnato alla “presidenza del consiglio dei ministri”. Essa “attesta che l’impedimento è continuativo e correlato allo svolgimento delle funzioni”. Per cui “il giudice rinvia il processo ad udienza successiva al periodo indicato”. Ciascun rinvio “non può essere superiore a sei mesi”. Non uno, due, tre giorni, ma ben sei mesi. Il relatore Pdl Enrico Costa è convinto di aver fatto un’ottima proposta perché la frase appartiene al suo testo originario. La democratica Donatella Ferranti la trova inaccettabile perché “è peggio del lodo Alfano, è un congelamento bello e buono del processo”. Per di più con un’assunzione di responsabilità anomala della presidenza del Consiglio che “certifica” la bontà dell’impedimento di un imputato e di fatto ne blocca il processo. Come scrive l’Idv nella sua pregiudiziale di costituzionalità “la dichiarazione di un funzionario dipendente dell’esecutivo non è sottoponibile ad alcuna valutazione critica. In tal modo c’è un’invasione dell’esecutivo nelle prerogative della magistratura, che perde la sua indipendenza dal governo”. In barba all’articolo 101 della Costituzione (“I giudici sono soggetti solo alla legge”) il giudice “dominus del processo, viene totalmente privato della possibilità di esercitare un qualsivoglia controllo dell’impedimento”. Che dovrà tener conto pure “delle attività preparatorie e conseguenti”. Un lodo in piena regola che Berlusconi vuole approvare per via non costituzionale nonostante le bocciature della Consulta per i lodi Schifani e Alfano.
La Repubblica 01.02.10

"La seconda generazione", di Luigi La Spina

E’ troppo pretendere di sottrarre i due episodi di violenza accaduti a Torino allo sfruttamento della campagna elettorale. Eppure, sarebbe davvero necessario evitare, almeno questa volta, il solito rimbalzo polemico di accuse, destinato alla consueta sorte: l’assoluta inutilità a prevenire queste tragedie.nNon esiste, innanzi tutto, una specifica e particolare situazione di criminalità giovanile a Torino rispetto a quanto avviene in tutt’Italia e, in particolare, nelle grandi città. La coincidenza temporale di due agguati è suggestiva, ma le circostanze, le nazionalità degli aggressori e delle vittime, le cause, meglio sarebbe dire i pretesti, per lo scatenamento di una violenza così spropositata e sproporzionata sono tali da richiedere un’analisi distinta. Per non rischiare di aggiungere confusione intellettuale, giustificazionismi sociologici, generico moralismo di fronte al pericolo di un aggravamento del clima di intolleranza che indubbiamente sta montando nella nostra società e, in particolare, tra i nostri ragazzi.

L’accoltellamento del giovane romeno da parte di una banda di connazionali in un giardinetto della periferia torinese squarcia il muro di omertà, di sottovalutazione, di indifferenza sul problema della difficile integrazione dei figli di immigrati. Lasciati soli, in quartieri ghetto, dove i genitori spariscono per tutto il giorno e magari per parte della notte, alla ricerca di lavori che consentano di avere più soldi possibili da inviare anche ai parenti rimasti nei paesi d’origine. Ragazzi divisi tra la voglia di omologarsi alle abitudini dei coetanei italiani e il rifugio nelle apparenti sicurezze della tracotanza bullistica dei connazionali.

È facile, per chi non vive in certi quartieri di Torino, considerare il clima di intimidazione che si respira quotidianamente in alcune strade e in alcune piazze come l’inevitabile prezzo di una faticosa integrazione. Più complicata è l’esistenza di chi è costretto a schivarne costantemente i pericoli e non può accettare l’implicito invito alla rassegnazione che lo condanna o alla paura o alla rivolta. Senza un intervento che affianchi alla repressione della piccola e grande criminalità, un piano di recupero educativo, sociale e culturale di questi giovani della seconda generazione immigratoria, le tensioni saranno inevitabilmente crescenti.

Persino più allarmante è il caso del diciannovenne massacrato, in un paese della cintura torinese, da un coetaneo accecato dalla gelosia. Il contrasto tra le motivazioni del litigio e la gravità della violenta reazione contrassegna, in realtà, un costume di rapporti sociali che riguarda una convivenza civile sempre di più esasperata da tensioni incontrollabili. L’esperienza quotidiana di tutti noi, sui luoghi di lavoro, di studio, persino di divertimento registra, con amarezza e stupore, comportamenti assurdi, frutti di un vero e proprio accecamento della ragione. Una violenza che nei giovani si traduce in conseguenze più gravi solo per la loro maggiore esuberanza fisica, ma che, nelle intenzioni aggressive, accomuna tutte le età.

Torino non è certo la capitale della violenza, neppure quella giovanile. Ma sarebbe bello che da Torino cominciasse una rivolta morale per non sopportare più l’offesa, anche verbale, contro qualsiasi persona, di qualsiasi colore. Si può esercitare in tanti modi. Anche cambiando un canale tv.
La Stampa 01.02.10

"Chi vuole eliminare la geografia?", di Maurizio Tirittico

Chi non sa che cosa sia! Geografia sì, geografia no, geografia così così! Se ne sta discutendo in questi giorni e non so quanto a proposito! Resta o non resta nei programmi di studio? Ma! Facciamo un po’ d’ordine. Ci sono due questioni di fondo da cui occorre partire. La prima riguarda la geografia come “materia” di studio scolastico, perché di questo si sta oggi discutendo, non la geografia in quanto “disciplina”, che attiene a settori di ricerca avanzati che con la scuola poco o nulla hanno a che fare. La seconda questione riguarda le strategie e le modalità con cui un soggetto in età evolutiva cresce, si sviluppa e apprende, interiorizza le dinamiche spaziali, interagisce con esse e le utilizza ai fini della sua personale “sopravvivenza” nell’ambiente vicino/lontano in cui si trova ad operare e a vivere.
Per quanto riguarda la prima questione, va ricordato che una “disciplina” è, in quanto tale, sempre aperta e mai conclusa. Ciò che ieri era o sembrava certo, oggi è messo in seria discussione. In materia geografica, o meglio in materia dei corpi celesti, Tolomeo ha occupato per secoli una scena che Copernico ha poi letteralmente capovolto. Com’è noto, il sole non sorge e non tramonta, anche se ancora oggi i due verbi, pur se scientificamente scorretti, fanno parte del linguaggio comune. Una “materia”, invece, proprio perché destinata all’insegnamento/apprendimento scolastico è qualcosa di definito, di concluso, in quanto a chi cresce e apprende occorre dare elementi semplici ma precisi per quanto concerne l’acquisizione di quei dati su cui il soggetto è tenuto a costruire le sue prime certezze. Di qui discendono i programmi con le indicazioni dei contenuti da trattare e i libri di testo che vi si conformano. Va, comunque, ricordato che oggi l’insegnare per programmi è in crisi, a fronte dell’insegnare per competenze, ma questo è un altro discorso. Torniamo alla “materia” che, quindi, costituisce una necessaria riduzione della disciplina, certamente non un suo impoverimento. Ciò comporta che chi insegna è pur sempre tenuto a sollecitare in chi apprende il gusto e la pratica della ricerca e della scoperta, soprattutto in situazioni laboratoriali e di gruppo: il che rinvia alle strategie dell’insegnare/apprendere e, nella fattispecie, alla didattica della geografia.
Ma la geografia, in quanto materia, deve fare i conti con il soggetto che apprende. Di qui, il passaggio alla seconda questione, più ampia della precedente perché rinvia alle strategie e ai modi del conoscere e dell’apprendere, che sono assolutamente diversi a seconda delle diverse fasce d’età.
Prendiamo in considerazione ciò che accade in un soggetto che cresce e apprende nella prima fase dell’età evolutiva, in cui di fatto si replica nel giro di un tempo relativamente breve ciò che si è verificato nella nostra specie umana in tempi molto lunghi. Il nostro lontano progenitore ha cominciato a “costruire” la sua intelligenza al fine di organizzare ed asservire la realtà circostante in funzione di suoi primari bisogni di sopravvivenza e di riproduzione. E le prime coordinate del Sé attivo e intelligente sono state quelle che riguardano le due dimensioni dello spazio e del tempo. Per quest’uomo non esiste la geografia, non esiste la storia! Esistono, invece, lo “spazio” che lo circonda e che deve riconoscere, organizzare, piegare alle sue necessità, ed il “tempo” con cui memorizzare dati e informazioni del “prima” per prevedere e progettare il “dopo”.
Nel soggetto che nasce, cresce e apprende nella nostra epoca, la costruzione del Sé e le operazioni intellettive ripercorrono la strada di allora, che non dura secoli ma solo i primi anni di vita. Anche le sollecitazioni esterne sono assolutamente diverse: lo spazio naturale è in larga misura sostituito da quello artificializzato, e il tempo è scandito da orologi e calendari. Ma le modalità di costruzione del “prima” e del “dopo”, del “qui” e del “là” non sono diverse da quelle che la nostra specie ha faticosamente imparato a coordinare e organizzare. Il bambino che cresce costruisce la sua identità personale proprio operando sull’incrocio di queste due coordinate, l’asse verticale del tempo (ieri, oggi, domani…) e l’asse orizzontale dello spazio (qui, là, avanti, dietro…). Sull’asse verticale memorizza, archivia ed elabora dati, costruisce concetti, principi, procedure e strategie per agire. Sull’asse orizzontale costruisce concreti rapporti con gli oggetti che lo circondano e con gli altri del gruppo di cui deve condividere tecniche di sopravvivenza e norme e valori di convivenza.
Il susseguirsi degli eventi implementa costantemente l’incrocio dei due assi: l’ hic et nunc e l’illic et tunc si succedono in un divenire continuo ed irripetibile fino a costituire le condizioni stesse del Sè. I fatti sono condizionati e prodotti dallo e nello spazio/tempo. Pertanto, se spazio e tempo sono concettualmente distinguibili – un cronometro non è una carta geografica – operativamente non sono separabili. Ne consegue che la geografia e la storia si condizionano a vicenda; l’una non può fare a meno dell’altra. Cancellare lo studio della geografia significa rendere monco, se non impossibile, anche lo studio della storia.
Stando a queste considerazioni, discende che la distinzione dello spazio e del tempo e della loro organizzazione concettuale in geografia e storia, come materie o come discipline diverse, se non addirittura separate, non ha assolutamente senso, perché chi cresce e apprende le percorre e le costruisce contestualmente né potrebbe avvenire diversamente.
Tornando all’assunto iniziale, se la geografia possa essere penalizzata, in funzione del fatto che si risparmierebbero ore, cattedre e, soprattutto, soldi, va detto con forza che si tratta di un assunto che non sta assolutamente in piedi! La giustificazione didattica consisterebbe nel fatto che oggi, con un mondo globalizzato, con le comunicazioni fisiche e simboliche sempre più intensificate (i trasporti, i media, il web), lo spazio non è più quello di una volta! Si spende meno tempo, e meno soldi, per arrivare da Piazza Venezia a Parigi che per raggiungere un quartiere periferico! Mappe e carte geografiche sono ormai in tutte le edicole e così via! Pertanto, la geografia si apprenderebbe pressoché spontaneamente nel contesto sociale.
Ma non è così! Il problema non è quello della disponibilità “oggettiva” di ciò che un tempo era il lontano, ma della indisponibilità “soggettiva” dei nuovi nati a saper costruire correttamente da soli e senza input corretti le coordinate spaziali. Queste, di fatto, in chi cresce e apprende non si sviluppano e non si implementano se non intrecciandosi con quelle temporali. Nel nuovo nato che cresce e apprende lo spazio non può fare a meno del tempo! E l’educatore avveduto, soprattutto nella scuola dell’infanzia e nella primaria, sa come agire su ambedue le coordinate.
Ne consegue che nella scuola organizzata per materie la geografia non può fare a meno della storia! Chi propone di ridurre o di cancellare la geografia nella scuola dimostra di non conoscere questa circostanza. E’ come se si proponesse di insegnare a leggere e non a scrivere! E non è un caso che ciò è effettivamente avvenuto, quando una volta alle fanciulle delle famiglie bene i precettori insegnavano solo a leggere, ovviamente i libri sacri e quelli di galateo e di buona creanza! Ma non si insegnava a scrivere, perché la scrittura avrebbe sollecitato il pensiero produttivo, e questo è sempre pericoloso, soprattutto quando chi è deputato a pensare è solo e sempre il maschio!
Insomma, oggi, in una scuola orientata a sviluppare competenze, è già difficile parlare di materie distinte l’una dall’altra da ore, cattedre e campanelle, in forza del fatto che solo proposte e progettazioni pluridisciplinari sono in grado di rispondere alle nuove esigenze di un processo di istruzione. E pensare addirittura di cancellare la geografia è da irresponsabili ignoranti!

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Migliaia di firme contro la riduzione delle ore di lezione. Addio alla geografia a scuola con il Gps, di MARIA NOVELLA DE LUCA
Un taglio dopo l´altro, un anno dopo l´altro. E la bussola si è fermata. I geografi scuotono la testa: «Senza un Gps le nuove generazioni non sapranno più nemmeno trovare la strada di casa…». Erosa come una roccia di tufo, sforbiciata dai programmi ministeriali, spesso ristretta nel solo mondo accademico, la geografia sta per scomparire dalle scuole italiane.

L´insegnamento di questa materia è ridimensionato dalla nuova riforma delle Superiori
“Per spostarsi non basta avere un navigatore, bisogna anche saperlo interpretare”
A sorpresa l´appello su Facebook è sostenuto anche da centinaia di giovani studenti

Scienza dei luoghi e delle connessioni, sempre più geopolitica, geoeconomia, geosocietà, con la prossima riforma dei licei e degli istituti superiori decisa dal ministro Gelmini, l´insegnamento della geografia, già decapitato dai governi precedenti, sarà eliminato del tutto, o confinato nell´oblio di poche ore residue. Eppure la geografia conta migliaia di appassionati, nostante Google Earth o i TomTom, anzi ovunque si moltiplicano siti e network in cui mappe e atlanti “tradizionali” uniti alle tecnologie più sofisticate diventano chiavi per leggere la Terra e il pianeta globalizzato. E si scopre che vivere senza questa lente d´ingrandimento potrebbe renderci più intolleranti e più vulnerabili, ignoranti sia del mondo vicino che di quello lontano, e dunque, spiegano gli studiosi, «più chiusi e più timorosi del nuovo e del diverso».
Assediati dall´ultimo taglio, di fronte alla scomparsa della loro materia di insegnamento, i docenti italiani hanno deciso di lanciare un appello, un Sos mondiale, affinché il ministro Gelmini riveda la sua riforma, che in settimana dovrebbe avere il via libera dal consiglio dei ministri. «Senza geografia siamo tutti più poveri – spiega Gino De Vecchis, presidente dell´Aiig, l´associazione italiana insegnanti di geografia – perché la formazione di un cittadino passa anche attraverso questa materia, che è la scienza dell´umanizzazione del pianeta Terra…». E le risposte all´appello sono già migliaia: le società geografiche e gli studiosi da tutto il mondo, ma anche, a sorpresa, centinaia di studenti, che manifestano su Facebook un inaspettato amore per lo studio di territori, città, confini, popoli, economie, latitudini e longitudini e chiedono che le ore non vengano ridotte. In concreto, infatti, la geografia scomparirà da tutti gli istituti superiori, dai tecnici e dai professionali, mentre nei licei le ore saranno drasticamente tagliate.
La sede della Società Geografia Italiana è un meraviglioso edificio del Cinquecento, all´interno del parco romano di Villa Celimontana, alle spalle del Colosseo. Bisogna venire qui, nella tranquillità (operosa) di queste stanze che custodiscono la memoria italiana di viaggi ed esplorazioni, per comprendere che cosa vuol dire geografia. Quattrocentomila volumi, centomila carte geografiche, un fondo ricchissimo di atlanti dal Quattrocento all´Ottocento, 450 faldoni che raccolgono la documentazione ottocentesca delle spedizioni in Africa. Mappamondi, bussole, cannocchiali, trofei. È da questo luogo di memorie, eppure attivissima sede di dibattiti e conferenze, che accademici e giovani esperti spiegano perché è utile, anzi fondamentale, studiare la geografia. Massimiliano Tabusi ha 40 anni, insegna all´università per stranieri di Siena ed è il fondatore, insieme ad altri otto ricercatori, del sito luogoespazio.info, dove è possibile firmare l´appello contro l´estinzione della geografia. Seduto nella Sala del Consiglio della società, Tabusi racconta appunto che non basta avere un navigatore per andare da un “dove” a un altro, ma che bisogna saper leggere quella tecnologia. «Mai come nel mondo globalizzato – racconta Tabusi – conoscere i luoghi, i popoli, le nazioni è così importante. Proprio perché gli spazi locali stanno scomparendo, e si rischia davvero di non capire più né il territorio dove si vive né quelli con cui entriamo in contatto». Da sempre la geografia ha goduto di poca fortuna nella scuola italiana, ridotta spesso a mero elenco di capitali e di nozioni. Una grammatica basilare da cui forse non si può prescindere, ma che dovrebbe essere insegnata in modo più creativo e appassionante. E soprattutto si dovrebbe comunicare che la geografia è utile. Perché spiega il rapporto tra l´uomo e l´ambiente. Le connessioni tra la città e il territorio. E risponde, sempre, fin dai pittogrammi dell´epoca primitiva, alla domanda “dove”. «Eppure – aggiunge Tabusi – soltanto in Italia i geografi sono considerati inutili. Invece sono degli esperti del territorio, e ovunque nel mondo lavorano accanto agli urbanisti, agli architetti, agli ingegneri».
In soli 4 mesi di vita il sito luogoespazio.info, un “ponte” tra la geografia classica e la geografia sociale, ha avuto un boom di contatti. Come se modificando il linguaggio di una materia, rendendolo più contemporaneo, avesse fatto riscoprire a molti una passione. Nel senso di ciò che Franco Salvatori, presidente della Società Geografica Italiana, chiama “rispolverare la mission”. «C´è stato un tempo in cui anche questa sede era un luogo polveroso e museale, ma è bastato recuperarne l´attività scientifica per avere un grande ritorno di attenzione. Come si fa a considerare la geografia inutile quando il mondo sotto i nostri occhi cambia in continuazione? Pensate a che cosa è successo dopo la caduta del muro di Berlino, tutta la riscrittura degli atlanti e delle carte… Purtroppo la crisi della geografia ha radici antiche, discende fin dalla riforma Gentile, questi tagli però la espelleranno per sempre dall´insegnamento scolastico. E per i ragazzi sarà una grave danno alla conoscenza».
La Repubblica 01.02.10

Pd: “Il governo vuole azzerare i crediti delle scuole modenesi”

Ammontano a oltre 19 milioni di euro per tutti gli istituti della provincia. Presentato un Odg in Consiglio comunale. Lunedì convegno sulla riforma della scuola superiore. Il governo vuole azzerare crediti per 19 milioni di euro vantati dalle scuole modenesi nei confronti dello Stato. A lanciare l’allarme è il Partito democratico che sui tagli alla scuola pubblica ha presentato un Ordine del giorno in Consiglio comunale.

“E’ ormai evidente – dichiara Cinzia Cornia, consigliere Pd e prima firmataria dell’ordine del giorno – che il ministro Gelmini vuole continuare nella sua opera di smantellamento della scuola pubblica. Per questo esprimiamo la massima solidarietà al Comitato genitori di “Scuole statali: bilanci in rosso”, che in questi giorni tentano di creare un coordinamento a livello nazionale.

Il Pd denuncia anche il tentativo di eludere la norma, prevista dalla Finanziaria 2007, che introduce la distinzione tra spese di funzionamento e spese per le supplenze. “In questo modo – spiega il consigliere del Pd – è possibile fare un uso indiscriminato di tutte le risorse disponibili, comprese le somme versate dalle famiglie”.

Sarà la stessa Cinzia Cornia a coordinare il dibattito sulla riforma della scuola superiore in programma lunedì 1 febbraio alle 17 alla Borsa merci di via Canaletto. All’incontro, organizzato dal Partito democratico, parteciperanno l’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd nella commissione Istruzione della Camera; Elena Malaguti, assessore provinciale alla Scuola; Roberta Pinelli, dirigente scolastico. Saranno presenti e interverranno alcuni rappresentanti delle associazioni economiche e delle organizzazioni sindacali.

Caselli: "Ci hanno ridotti a fare gli accattoni", di Alberto Gaino

Seduto in prima fila, la toga sulle spalle, Gian Carlo Caselli si alza e lascia l’aula magna del Palazzo di Giustizia torinese non appena prende la parola il rappresentante del Guardasigilli. Fuori, il procuratore della Repubblica non si sottrae alle domande: «Ho aderito alla protesta per stare realmente dalla parte dei cittadini. Altro che casta – sbotta indignato – non siamo messi in condizione di rendere il servizio che la cittadinanza si aspetta».

Rientra per ascoltare l’intervento del procuratore generale Marcello Maddalena. «Lo condivido pienamente», commenta alla fine. «Chi ci impone certe riforme deve assumersene la responsabilità. Ogni giorno al nostro ufficio arrivano 150 nuove notizie di reato. Alcune comportano investigazioni complesse, con il ricorso (autorizzato da un giudice) ad intercettazioni telefoniche. Non si può gridare che è venuto il momento della tolleranza zero e sbrecciare, nel modo previsto dal disegno di legge approvato alla Camera, la linea Maginot delle inchieste penali: lo strumento delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Senza le quali migliaia di delinquenti resteranno impuniti e si avrà serio motivo di invocare più sicurezza».

Un suo aggiunto, Paolo Borgna, ha recentemente denunciato l’inutilità di tanti sforzi nella lotta alla clandestinità.
«Proprio così. Per carenze di mezzi e personale lo Stato riesce ad espellere solo 1 su 4 dei delinquenti clandestini quando escono dal carcere dopo aver espiato una pena. I tre che restano tornano nel circuito criminale, piccolo o grande che sia. Altro che perseguire i lavoratori stranieri. Ho aderito alla protesta per denunziare quella “pubblicità ingannevole” che sempre più caratterizza i proclami governativi in tema di giustizia. O la gente non deve sapere che di quelle 150 nuove notizie di reato al giorno una parte consistente si traduce in fascicoli giudiziari a perdere, ma che costano tempo di lavoro e impiego di risorse già all’osso?».

Alla sua procura, ieri, c’erano i vigili urbani di Torino a garantire le procedure burocratiche del turno arrestati.
«Sono ridotto dal mio ruolo a fare l’accattone, chiedendo in giro quei supporti indispensabili per consentire i servizi. Come procuratore della Repubblica spendo tutte le sante mattine a tappare con i dirigenti amministrativi le falle appena apertesi negli uffici. Qualcuno dovrebbe ben allarmarsi».

Non è così?
«”Sicurezza” è un’altra formula ingannevole, se un giorno sì e l’altro anche si urla a piena gola che ce ne vuole sempre di più – magari ad ogni costo, senza andare troppo per il sottile – e nello stesso tempo si vuole picconare il sistema giudiziario così com’è».

Parla anche del “Processo breve”?
«Un’altra formula ingannevole se si fissano dei termini – a pena di morte del processo – senza però fare nulla perché possano essere davvero rispettati. Sono a rischio diritti fondamentali dei cittadini, sempre meno tutelati. Che i cittadini sappiano che vogliono farci correre con le pinne, e non con le scarpe».

E’ tutta propaganda ingannevole?
«Come quella che definisce i magistrati una casta di fannulloni. Rientra in quel costume politico che ha reso pratica quotidiana l’insulto contro di noi, a colpi di definizioni tipo “cloaca, cancro, metastasi, disturbati mentali, plotoni di esecuzione”».
La Stampa 31.10.10

"Pd, la festa per il tesseramento. Bersani: serve più squadra", di Andrea Carugati

Due ore di diretta su Youdem, tre teatri collegati da Milano, Roma e Palermo, tutti i big presenti (chi di persona, chi come Veltroni, Franceschini e Marino con un contributo video), e il Pd lancia la sua campagna per il tesseramento 2010 riuscendo a sorridere e a dare l’impressione di una “squadra”, immagine molto cara a Bersani che, chiudendo la festa dallo Zelig di Milano, si concede una battuta sul clima piuttosto teso dentro il partito. Clima ben riassunto dal blogger Zoro, che saluta Enrico Letta chiedendogli a bruciapelo: “Ma cosa avrete mai da festeggiare?”. Dice Bersani: “Non dobbiamo farci impressionare dagli attacchi che arrivano da destra, e non solo da destra…siamo consapevoli dei nostri difetti, li correggeremo, bisogna finirla coi personalismi. Dobbiamo avere sempre presente che abbiamo una funzione per questo paese: solo noi possiamo portare le bandiere del lavoro, della famiglia, dei giovani, della scuola e dell’ambiente. E dobbiamo faro con poche parole chiare, che ci raffigurino”.

Tanti i testimoni alla festa Pd: un’insegnante di Roma, un operaio di Termini Imerese (che chiede al Pd nazionale “più impegno” su quel fronte), un agente di polizia di Milano, un’immigrata rumena, una studentessa, un anziano militante, lo studente di una scuola serale chiusa dal sindaco Moratti… un mosaico per rappresentare la mission del Pd secondo Bersani, che non a caso esordisce ricordando le agende dei leader mondiali, tutte sulla crisi, e si chiede: “Possiamo noi occuparci di processo breve?”. La risposta naturalmente è no, e da Andrea Orlando arriva anche l’annuncio di un'”opposizione durissima” al legittimo impedimento.

E Bersani insiste: “Dobbiamo fare uno sforzo per sostenere chi è sul fronte della crisi, ci sono 20mila esercizi commerciali che chiudono, piccole imprese che saltano. Del Pd la gente deve pensare che questo è il nostro mestiere, occuparci del sociale, delle famiglie”. “Non ci siamo ancora arrivati”, ammette il leader Pd. “Ma la destra non può rispondere a queste esigenze, è il nostro mestiere e non può farlo nessun altro”. Il tesseramento? “Ha prospettive straordinarie”, dice Bersani, “non credo nei ‘pochi ma buoni’, credo nei moltissimi e buoni”. “Siamo un partito giovane, ancora un po’ fragile – ammette il segretario – dobbiamo crescere e migliorare. Davanti a noi c’è un mondo da aggiustare”. E Sulla giustizia si rivolge direttamente al premier: «Se è uno statista come dice di essere, paragonandosi a De Gasperi, dovrebbe affrontare il tema a viso aperto, mettere l’Italia al primo posto, non barattare il Paese, il governo, il Parlamento e la magistratura e metterci in condizione di ragionare sulle riforme. Se non farà questo dimostrerà di non essere uno statista e di mettere al primo posto se stesso e non l’Italia”. Il leader Pd lancia una provocazione al governo: “Tirino via la norma transitoria che dovrebbe applicare il processo breve a quelli in corso, imbrogliando le carte e facendo un’amnistia per i colletti bianchi per salvare uno solo, e noi siamo pronti a discutere tutte le proposte”. “I cittadini sono stanchi, se Berlusconi insiste a risolvere i suopi problemi con delle leggi andremo avanti ancora per dieci anni con un Paese diviso. Questa è una situazione inaccettabile”.

D’Alema da Roma risponde alle domande di Zoro sul partito delle tessere e sulle primarie pugliesi: “Il tesseramento è importante, è il modo in cui un partito diventa unacomunità di persone. Fare le tessere in numeri spropositati prima dei congressi è una pratica poco simpatica, serve rigore, bisognerebbe calcolare i delegati sulla media degli iscritti degli anni precedenti, mettere mano alle regole…”, dice D’Alema. Ma, spiega, se uno vuole ‘truccare’ può anche farlo portando le persone alle primarie. Insomma, “non mi convince l’idea del partito delle primarie contro il partito delle tessere”. E la Puglia? “Aspettiamo i risultati delle elezioni”, dice D’Alema. “Che fai, gufi contro Vendola?”, gli dice Zoro. E D’Alema spiega: “Pochi mesi fa In Puglia abbiamo vinto in tante città insieme all’Udc, non era un’alchimia politicista, ma un progetto politico che volevamo estendere anche alla regione. Non ci siamo riusciti perchè questo progetto si è scontrato contro la grande popolarità del presidente della regione…”. “Ma non è stata una battaglia inutile, perchè abbiamo consolidato un rapporto con l’Udc ed evitato che si saldasse nuovamente con la destra”. “Unire le opposizioni è fondamentale per battere Berlusconi”, rivendica D’Alema. Che non lesina stoccate a Casini: “E’ grave che in alcune regioni stia con la destra, uno sbaglio. Ma noi sbaglieremmo a spingerlo in quella direzione”.

Si chiude con una vignetta di Staino, un Bobo con un occhio nero che riceve la sua tessera Pd: “Quando il gioco si fa duro i duri prendono la tessera…”. E Bersani sorride: “Poche parole e chiare, se poi arriva anche un pugno in un occhio non sarà un dramma…”