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I Presidenti di circolo e di istituto di Bologna e provincia sulle mancate nomine dei supplenti

Lettera inviata ai dirigenti scolastici dell’Emilia Romagna e Bologna e al Ministro dell’Istruzione.
“”Nelle nostre scuole accade sempre più frequentemente che in caso di malattia dell’insegnante i bambini ed i ragazzi vengano divisi, distribuiti e “parcheggiati in altre classi”, inficiando così il diritto allo studio previsto dalla Costituzione ed in molti casi anche andando contro le condizioni di sicurezza stabilite per legge.

Ovviamente tale “soluzione” (accettabile solo nel caso di assenza improvvisa per una giornata) non è mai stata prevista da nessuna legge o circolare, e del resto non potrebbe essere altrimenti. Anzi, da parte Ministero è stata correttamente più volte richiamata la necessità “di non incorrere in una sospensione della didattica nei riguardi degli allievi interessati” (Prot. n. AOODGPER 14991 del 6 ottobre 2009 a voi indirizzato affinché rappresentaste tale necessità alle istituzioni scolastiche di vostra competenza) perché “va comunque assicurato l’ordinato svolgimento delle attività di istruzione, di formazione e di orientamento, giacché il diritto allo studio va in ogni caso garantito” (Prot. n.3545 del 29/4/ 09).

I nostri Dirigenti scolastici, con cui volentieri e volontariamente collaboriamo al governo della scuola, ci hanno fatto “informalmente” capire di essere costretti a ricorrere a tale “necessità” perché fortemente preoccupati dell’esposizione finanziaria degli Istituti che non sarebbero in molti casi più in grado di garantire l’effettivo pagamento in caso di nomina dei supplenti necessari.

Il Ministero, già nel secondo quadrimestre dello scorso anno e più recentemente il 14 dicembre, ha sottolineato la “possibilità” di attribuire ulteriori risorse in caso di effettiva necessità (Prot. n.3545 del 29/4/09 : “la possibilità di conferire supplenze brevi anche nel caso in cui la scuola abbia esaurito sia l’assegnazione base sia l’integrazione; Prot n. 0009537 del 14/12/09: “Nel caso in cui si rendesse necessaria, in via eccezionale, un’ulteriore entrata per remunerare personale supplente breve, potranno essere attribuite altre risorse previa verifica dell’effettiva inderogabilità dell’ulteriore fabbisogno”).

Con la presente siamo perciò a chiederVi al più presto un incontro e di intervenire immediatamente affinché le supplenze necessarie ed i fondi ad esse indispensabili siano “garantiti”, perché non diventi sistematica una pratica che giudichiamo non più tollerabile e che provoca nei genitori profonda preoccupazione sia dal punto di vista della perdita didattica che della mancanza di sicurezza.”
Seguono le firme di 38 Presidenti del Coordinamento dei Presidenti di Circolo e d’istituto Comprensivo di Bologna e provincia

da fuoriregistro, newsletter del 31/01/2010

"Il cavaliere e la xenofobia", di Ilvo Diamanti

Il premier Silvio Berlusconi nei giorni scorsi ha sostenuto l´equazione: + immigrati = + criminalità. E ha ribadito il proposito di agire in modo coerente e conseguente. Ridurre gli immigrati per abbassare il numero dei reati e dei criminali. Altre fonti autorevoli hanno contestato la fondatezza di questa relazione. A partire dalle statistiche sui reati.(Trascurando, peraltro, che il tasso di criminalità cresce insieme al grado di marginalità sociale. I ricchi non rubano per strada o nelle case. E finiscono in carcere molto più raramente dei poveracci). A noi interessano, invece, le ragioni di questa affermazione. Proprio in Calabria, proprio alla presentazione del piano antimafia. Più logico sarebbe stato un riferimento ai fatti di Rosarno, al ruolo delle organizzazioni criminali e della ‘ndrangheta nel mercato e nello sfruttamento dell´immigrazione clandestina. Rivendicando a sé e al governo i successi conseguiti nella lotta alle mafie nell´ultimo anno. Invece no. Piuttosto che alle organizzazioni criminali ha preferito rivolgersi alla criminalità comune, sottolinearne il legame con gli immigrati. Silvio Berlusconi non è un “radical-choc”. Raramente indulge alle battute di “bassa lega”. Non gli riescono bene come gli attacchi ai magistrati o a “certa stampa” che avvelena le coscienze. Però gli capita. Ogni tanto. E mai a caso.
Perché la scelta dei temi e delle parole, nella comunicazione di Berlusconi, non avviene mai a caso. Mai. D´altronde, i precedenti sono, al proposito, pochi e facili da ricordare. Lo scorso maggio affermò che non è possibile spalancare le porte a tutto il mondo. Che “l´Italia non sarà mai un paese multietnico”. Annuncio un po´ tardivo, visto che ci vivono ormai 4 milioni e mezzo di stranieri (Rapporto Caritas-Migrantes 2009). Ma, appunto, è “l´annuncio” che conta. E, poi, il 4 giugno: “In alcune città italiane, come Milano, a camminare per il centro, vedendo il numero di cittadini stranieri, sembra di essere in una città africana”. Perché a Parigi, Londra oppure a New York, nelle altre metropoli globali, evidentemente, è diverso. Tutti rigorosamente bianchi. Ma Silvio Berlusconi non è un radical-choc. Se maneggia la xenofobia non lo fa per convinzione ma per opportunità. Per marketing. Un tema fra gli altri. Come il calcio, il dolore, lo sport, le donne. Basta far caso ai momenti. Le frasi appena ricordate risalgono, infatti, alla campagna elettorale delle ultime europee. Nell´ultimo caso, il 4 giugno, al comizio conclusivo tenuto a Milano insieme a Bossi. Anche oggi siamo in piena campagna elettorale. E se il nemico, per Berlusconi, è il Pd, insieme all´UdC, l´avversario è la Lega. A cui ha ceduto la candidatura alla presidenza di due regioni importanti: il Piemonte e il Veneto (un´enclave). La Lega: alleata necessaria eppure scomoda per un partito, il PdL, che ha una base elettorale estesa nel Mezzogiorno. Ed esprime orientamenti molto diversi dai leghisti. La criminalità, ad esempio, non è tutta uguale agli occhi degli elettori.
La criminalità “comune”: preoccupa molto gli elettori di centrodestra. Meno quelli di centrosinistra, più reattivi nei confronti della criminalità “organizzata”. Vediamo i dati dell´ultima indagine di Demos-Unipolis (novembre 2009). La criminalità “comune” è considerata più grave di quella “organizzata” dal 19% degli elettori del Pd e dal 16% tra quelli dell´IdV. Fra gli elettori del PdL questo sentimento è espresso da una componente doppia: 35%; e di quasi tre volte superiore fra quelli della Lega: 50%. Simmetrico e complementare l´orientamento rispetto alla criminalità organizzata. La considera più grave di quella comune il 76% degli elettori nel Pd e nell´IdV, ma il 58% nel PdL e il 49% dei leghisti (che lo ritengono, a torto, un problema che non tocca il “loro” mondo, ma il Sud). Lo stesso profilo caratterizza l´atteggiamento verso gli immigrati. Li ritengono un pericolo per la sicurezza o per il lavoro: il 30% tra gli elettori del Pd, il 39% dell´IdV, il 62% del PdL e il 66% della Lega. In questo bipolarismo della xenofobia, gli elettori dell´UdC si pongono in posizione intermedia. A metà strada fra sinistra e destra.
In Italia, dunque, la paura della criminalità è diffusa, come quella nei confronti degli immigrati. Perlopiù, le due paure vanno insieme e contagiano tutti i contesti e tutti gli elettorati. Ma alcuni in modo diverso e maggiore rispetto agli altri. Negli ultimi anni, queste paure si sono allentate. In particolare dopo le elezioni politiche del 2008, che hanno sancito il successo chiaro e netto del centrodestra. Ciò ha reso la paura degli altri meno utile, politicamente – e meno interessante per i media. Ma oggi siamo di nuovo in campagna elettorale. Alla vigilia delle regionali, che riscriveranno i rapporti fra gli schieramenti, ma anche al loro interno. Per cui la paura torna ad essere un buon tema di marketing politico. Gli scontri di Rosarno evocano la rivolta degli stranieri contro la ´ndrangheta calabrese. Sono stati rappresentati associando immigrazione, sfruttamento, criminalità organizzata, Mezzogiorno. Tutti insieme, in un campo di significati unitario. Che disturba soprattutto il PdL. Mentre piace alla Lega e non dispiace al centrosinistra. Da ciò la preoccupazione del premier: sottolineare il legame fra immigrazione e criminalità “comune”, evocando, insieme, l´invasione degli stranieri. Temi che incontrano il favore degli elettori di centrodestra, soprattutto nel Nord. Mentre il tema della criminalità “organizzata” resta sullo sfondo. Nonostante i risultati ottenuti dal governo su questo fronte. Per non sottolineare di più i meriti del ministro Maroni (e della Lega). Per non turbare troppo la sensibilità degli elettori del PdL, disturbati dalle voci e dalle inchieste che ne hanno coinvolto leader nazionali e locali.
Così vanno le cose in questo paese. Dove tutto è valutato in base all´impatto politico mediatico. A partire dalle parole. Negri o terroni; rom, romeni o romani; trans o escort; criminali comuni o mafiosi. È solo questione di voti e di share.
La Repubblica 31.01.10

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Un professore, la scuola gli immigrati e il diritto di imparare

Ci scrive Sergio Kraisky, insegnante di italiano per stranieri: «Da quasi trent’anni insegno italiano agli stranieri in un Centro Territoriale Permanente di Roma (corsi statali). Nel dibattito sul razzismo tutti sembrano concordi almeno su un obiettivo minimo: la necessità di favorire l’integrazione degli immigrati che in Italia hanno già un lavoro. Tralasciando le tante ragioni della rivolta di Rosarno e le condizioni di schiavitù di fatto di molti immigrati, (…) viene da chiedersi: se tutti, come pare, concordano sulla necessità di favorire l’integrazione degli immigrati che qui in Italia hanno già un lavoro, perché si vuole ridurre drasticamente il numero di insegnanti di lingua italiana per gli stranieri? Non vanno forse dichiarando tutti, in particolare uomini politici che fanno parte della maggioranza di governo, che coloro che aspirano alla cittadinanza italiana, o anche solo a un permesso di soggiorno di lungo periodo, dovrebbero conoscere bene la nostra lingua? Sia in una logica di integrazione sia, come paradossalmente in una logica di esclusione, che senso ha un drastico ridimensionamento di questo settore della istruzione pubblica? O si pretende forse che immigrati che vivono nelle condizioni economiche che tutti conosciamo frequentino a spese loro scuole private di lingua italiana? E che dire dei ragazzi stranieri che affollano sempre più le nostre scuole medie e superiori e che hanno bisogno di un aiuto linguistico per poterle frequentare degnamente? Che la conoscenza della lingua italiana sia un pilastro fondamentale di una politica di integrazione è un fatto che rasenta l’ovvietà.
Come insegnante che lavora da tanto tempo in questo settore mi auguro che alla fine logica e coerenza prevalgono».
L’Unità 31.10.01

Un milione di cassintegrati per colpa della crisi

Dall’ottobre 2008 al dicembre 2009 le ore di cassa integrazione (tra ordinaria e straordinaria) autorizzate sono state oltre 1 miliardo. Lo rileva la Cgil nel Rapporto sulla Cig del 2009 a cura dell’osservatorio sulla cassa integrazione del Dipartimento settori produttivi del sindacato di Corso d’Italia. Nel solo 2009 – spiega la Cgil – c’è stato il maggiore ricorso alla Cig di sempre, con oltre 918 milioni di ore (+311% sul 2008).

Tra le regioni che hanno totalizzato un maggiore ricorso alla cassa integrazione ordinaria , si segnalano la Lombardia con 182 milioni di ore per un aumento del 627%, l’ Emilia Romagna (+813%), l’ Abruzzo (+618%), il Piemonte (+532%), il Veneto (+567%) e le Marche (+482%).

«La Cig – sottolinea la segretaria confederale della Cgil, Susanna Camusso – ha permesso di contenere, fino ad oggi, in parte i riflessi della crisi sull’occupazione e per questo resta essenziale intervenire per prolungare i massimali della cassa integrazione ordinaria , come fondamentale obiettivo immediato per fermare i licenziamenti».

Le ore di Cig hanno coinvolto un numero di lavoratori che ha superato il milione: per costoro i riflessi della loro condizione sul reddito sono stati molto pesanti. Nel rapporto si calcola che l’ammanco nelle loro tasche è di oltre 3 miliardi e 300 milioni mentre se consideriamo il valore assoluto, ovvero le zero ore, la minora disponibilità economica peggiora ulteriormente ed è di oltre 3 miliardi e 700 milioni (sempre considerando valori e perdite medie sugli stipendi). Ovvero, ogni lavoratore se è stato in Cigo o in Cigs in relazione ad un periodo di 25 settimane, ha perso tra i 3.000 e i 3.500 euro, mentre un lavoratore che è stato a zero ore per tutto l’anno ha perso tra i 7.500 e gli 8.000 euro.

«L’alto ricorso alla Cig – fa notare ancora la Camusso – ha rappresentato nello stesso tempo una difesa dagli effetti della crisi produttiva ma anche il risultato di una crisi profonda che ha investito il nostro apparato produttivo». Una crisi che per la dirigente sindacale «non è affatto superata, anche se siamo in presenza di una ripresa minima degli ordinativi almeno sulle esportazioni , mentre permane un forte segnale negativo dettato dall’assenza di investimenti in macchine utensili e strumenti, da parte delle imprese». Camusso conclude ricordando che «ciò che noi stiamo registrando in queste settimane è un aumento delle richieste di licenziamenti: un nuovo fronte della crisi che si sta aprendo in molte aziende».
Il Sole 24 Ore 31.01.10

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CGIL: Un miliardo di ore di cig, allarme anche dagli industriali, di Felicia Masocco

La percentuale dei disoccupati contando i cassintegrati sale al 10%, in linea con la media Ue Il centro studi di Confindustria: non andrà meglio nei prossimi mesi, «il trend è in ascesa» . Un miliardo di ore di cassa integrazione in quindici mesi, mai prima d’ora un ricorso così massiccio alla «cassa» che aiuta chi perde il lavoro del tutto o temporaneamente. La cifra la dà la Cgil ed è la crisi raccontata da chi riesce ad accedere ad una qualche forma di sostegno al reddito. Com’è noto, è solo una parte dei disoccupati, l’altra si arrangia.
TUTTI «GUFI» È la crisi che per il governo non c’è, che è invenzione dei disfattisti, e che se c’era è stata superata brillantemente come altri Paesi neanche sognano. Ma questa volta non era il caso di dare del «gufo» al maggiore, ostile, sindacato perché poco prima era stato il centro studi della maggiore associazione di impresa, la Confindustria, a fornire cifre ugualmente allarmanti. Una su tutte: la percentuale dei senza lavoro ha superato il 10,1% nel 2009. Al dato si arriva calcolando anche i cassintegrati. L’analisi degli industriali allinea l’Italia al tasso disoccupazione della Ue e toglie argomenti a chi, come il ministro per la Funzione pubblica Renato Brunetta, si fa vanto del «più basso tasso di disoccupazione europeo» del Belpaese. Mentre il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti si fa scudo dei giudizi «positivi » dell’Ocse e del Fondo monetario. Per Brunetta e Bonaiuti va tutto meravigliosamente bene. Confesercenti e Unioncamere la pensano diversamente e lo dicono con i numeri delle cessazioni di impresa: il saldo tra quelle che nascono e quelle che chiudono i battenti è negativo, tanto nel commercio e nel turismo quanto nell’artigianato. Quattro focus diversi, dunque, ma unsolo risultato: se anche si intravedono timidi segnali di ripresa, gli effetti della crisi sull’occupazione sono tutti da gestire. I dettagli sull’andamento della cassa integrazione sono contenuti in un rapporto curato dal Dipartimento settori produttivi della Cgil. Oltre un miliardo sono state le ore autorizzate dall’ottobre 2008 al dicembre 2009, il dato è complessivo, sommala cassa integrazione ordinaria (cigo) e quella straordinaria (cigs). La cigo è a oltre 634 milioni di ore, la cigs a 370 milioni.

ANNO RECORD Da gennaio a dicembre 2009 c’è stato il maggiore ricorso alla cassa integrazione di sempre, un record di oltre 918 milioni di ore, in crescita del 300% sull’anno prima. I lavoratori coinvolti sono più di 1 milione che hanno visto il loro reddito alleggerito di oltre 3 miliardi e 300 milioni di euro, soldi in meno per la famiglia, gli affitti, le bollette, i consumi. Senza gli assegni della cig le cose sarebbero state ben peggiori, ma molte aziende stanno esaurendo il monte ore a disposizione. Che faranno dopo? Il rischio è che licenzino. «Va evitato – afferma Susanna Camusso della segreteria Cgil -. La cigo ha permesso finora si contenere almeno parte gli effetto della crisi. Ora i suoi massimali vanno prolungati, l’obiettivo immediato è fermare i licenziamenti ». Una revisione degli ammortizzatori sociali viene chiesta anche da Confindustria che teme il «trend ascendente» della disoccupazione. Una fosca prospettiva contenuta nelle attese: per il prossimo futuro il 28,6% delle imprese interpellate prevede di ridurre il personale, a fronte del 9,7% che invece prevede di aumentarlo. Questa è l’industria, non va meglio nel commercio: dal 2007, secondo Confesercenti, si sono persi 120mila posti di lavoro per la sospensione di 120 mila attività (60 mila i negozi chiusi). Un 2009 decisamente critico anche per l’artigianato che ha visto cancellate 15.914 imprese. È questo il saldo tra le 108.542 nuove nate e le 124.456 cessazioni.
L’Unità 31.01.10

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Lavoro, allarme Confindustria e Cgil

Disoccupati al 10,1% con la Cig. Il sindacato: in 15 mesi un miliardo di ore di cassa. A dicembre il tasso di disoccupazione in Italia, comprensivo dei cassintegrati, è salito al 10,1% in linea con quello europeo. Lo afferma Il Centro studi di Confindustria che parla di «trend ascendente» e ricalca di fatto le cifre già rese note da Bankitalia qualche settimana fa, e su cui c’era stata polemica da parte del ministro del Lavoro Sacconi. Anche a dicembre – ribadisce il flash confindustriale – la percentuale di imprese che si attendeva una riduzione del numero di addetti (28,6%) era ancora nettamente superiore a quella che prevedeva un incremento (9,7%).
Alle cifre allarmanti di Confindustria si sono aggiunte ieri quelle allarmate della Cgil. La crisi, fa sapere il sindacato, ha pesato dal suo inizio a oggi per oltre un miliardo di ore di cassa integrazione. Un uragano lungo 15 mesi (ottobre 2008-dicembre 2009) durante i quali sono state autorizzate 634.699.339 ore di cig ordinaria e 370.384.779 di straordinaria per un totale di 1 miliardo e 5 milioni.
Il ricorso alla Cassa, sottolinea la segretaria confederale Susanna Camusso «ha permesso di contenere fino a oggi in parte i riflessi della crisi sull’occupazione; e perciò resta essenziale intervenire per prolungare i massimali della ordinaria come obiettivo immediato per fermare i licenziamenti».
Il 2009 è stato l’anno record per ricorso alla Cig: 918.146.733 ore, il 311% in più del 2008, con oltre un milione di lavoratori coinvolti, stimando un livello medio di ricorso alla cassa di 25 settimane o 5 mesi. Eloquente anche il dato sulla cassa a zero ore: nel 2009 ha riguardato oltre 478 mila posizioni di lavoro.
Per il milione e oltre di cassintegrati, i riflessi sul reddito – rimarca la Cgil – sono stati molto pesanti. Il minor guadagno globale è pari a oltre 3,3 miliardi, che salgono a 3,7 considerando anche la cassa a zero ore. In media ogni lavoratore passato per la cig per 25 settimane ha perso tra i 3.000 e i 3.500 euro. Chi è stato invece a zero ore per tutto l’anno ne ha persi da 7.500 a 8.000
Tutte le cifre del rapporto della Cgil sono consonanti: inclusa la crescita del 410% nel 2009 della cassa ordinaria (578,2 milioni di ore) con alcuni grandi settori, decisivi anche in termini occupazionali – trasporti e comunicazioni e Metallurgico – il cui ricorso alla cassa sale del 1025% e del 1245%.
Tra le regioni con maggior ricorso alla cassa ordinaria, spiccano Lombardia con 182.107.335 ore (+ 627%), Emilia Romagna (+813%), Abruzzo (+618%), Piemonte (+532%), Veneto (+567%), Marche (+482%). Sale intanto a gran ritmo il ricorso alla cassa straordinaria, che sta rapidamente colmando per volume di ore la differenza con la ordinaria.
«Ciò che stiamo registrando in queste settimane – annota ancora Camusso – è un aumento delle richieste di licenziamenti: un nuovo fronte della crisi che si sta aprendo in molte aziende. Varie grandi aziende pur potendo agire diversamente stanno approfittando della situazione e scaricano le difficoltà sui lavoratori; mentre altre, piccole e medie, non reggono più e non vedono opportunità di ripresa né iniziative concrete di sostegno».
Il Messaggero 31.01.10

"Università, la cultura e il sapere al primo posto", di Rosy Bindi

Ringrazio gli autorevoli professori per le parole di stima che mi hanno rivolto sul manifesto del 20 gennaio scorso e con le quali mi sollecitano a entrare nel dibattito sulla riforma dell’università. Lo faccio con un ritardo di cui spero sarò perdonata.
Dico subito che condivido le loro preoccupazioni. Temo anch’io un’ulteriore involuzione di un sistema universitario che appare sfiduciato, persino rassegnato sulle proprie possibilità di riscatto. La crisi dell’Università è forse l’indizio più evidente della più generale crisi delle classi dirigenti italiane. Le responsabilità vanno cercate anche nel centrosinistra che nella metà degli anni Novanta ha condotto un coraggioso tentativo di ripensare la nostra l’università nell’orizzonte internazionale ma si è anch’esso impantanato in una logica meramente normativa che ha finito per esasperare le burocrazie e l’autoreferenzialità degli atenei.
Il paradosso è che in questo contesto, reso ancor più difficile da una cronica scarsità di risorse, il Ddl Gelmini può apparire a molti come l’ultima occasione per uscire dal pantano. In realtà, con il suo elefantiaco apparato di norme, non fa che esasperare un approccio burocratico, centralista e autocratico, che di fatto cela l’assenza di una visione strategica.
Ma a ben vedere un progetto c’è. Meno soldi e più norme fanno l’università pubblica più povera e bloccata, così come più povera e bloccata appare l’Italia. Un progetto che andrebbe solo ad allargare la forbice tra le università del Nord, che già ottenevano risultati positivi, e quelle del Sud, che non vedrebbero di certo la loro situazione migliorare con l’entrata in vigore di questo disegno di legge. Purtroppo, l’impoverimento del sistema italiano della formazione è la sola direzione di marcia intrapresa dal governo fin dall’inizio della legislatura, con la micidiale sequenza di tagli a orologeria insita nei decreti finanziari del 2008. Per le scuole elementari essi hanno già prodotto lo smantellamento del modulo e la riduzione dell’orario e per le superiori produrranno una significativa riduzione dell’offerta didattica nel prossimo anno scolastico. Per l’università gli effetti peggiori cominciano a dispiegarsi adesso, attraverso una riduzione indiscriminata e senza precedenti dei fondi. E anche se nella proposta del governo non rimane traccia del maldestro tentativo di Tremonti di privatizzare le università trasformandole in Fondazioni, non possiamo abbassare la guardia e considerare per questo del tutto scongiurata la prospettiva di subordinare agli interessi privati il governo dell’istituzione.
I colleghi che hanno scritto sul manifesto riconoscono l’urgenza di profondi cambiamenti. Anche il Pd ne è convinto, tanto da aver formulato e depositato ben prima del governo una proposta di riforma dell’università sulla quale in questi mesi si è aperto un dibattito in alcuni atenei. La segreteria del partito si sta interessando direttamente al tema e lo fa, in particolare, attraverso il Forum Università e Ricerca, che ha iniziato da poco il suo percorso. Questo si svilupperà in una serie di incontri e confronti tematici e territoriali. Probabilmente la discussione va approfondita e resa più stringente anche per affrontare con la necessaria consapevolezza e determinazione il confronto con il governo.
Voglio rassicurare non solo sulla disponibilità dei democratici ad allargare il nostro dibattito e ad ascoltare ogni voce (tanto più quelle di coloro che avanzano timori di una possibile consonanza con gli orientamenti del governo) ma soprattutto sulla nostra consapevolezza che occorre salvaguardare e, anzi, potenziare il carattere pubblico delle nostre università.
Occorre riportare al centro della discussione le vere emergenze e delineare con più coraggio un disegno d’insieme che sappia indicare le necessarie discontinuità e al tempo stesso la funzione irrinunciabile che per noi il sapere e la ricerca rivestono nella qualità dello sviluppo e nella crescita democratica della società.
Tale disegno, il nostro disegno, si basa sulla riaffermazione dell’autonomia delle università e sulla realizzazione di una reale ed efficiente valutazione. Non più dunque un disegno che prevede la preminenza sull’università del Ministero, a sua volta commissariato da quello dell’Economia.
A noi non basta sostenere che si devono riaprire le porte ai giovani ricercatori riconoscendo i loro meriti (soprattutto quando poi si bloccano con la normativa le assunzioni). Non basta dire di voler potenziare la ricerca universitaria con risorse certe, stabili e adeguate (quando queste non si sono). Sappiamo che bisogna ripensare il modello del 3 + 2 facendo tesoro delle buone pratiche e correggendo ciò che non ha funzionato; che si devono individuare criteri trasparenti di accesso alla docenza; che bisogna circondare gli studenti con un welfare che assicuri davvero il diritto allo studio. Tutto ciò è giusto, necessario. Ma diventa senso comune, pratica quotidiana se è inserito in un discorso pubblico condiviso intorno alla funzione dell’università e della ricerca, ad un’idea forte del ruolo – direi del primato – che la cultura e il sapere devono esercitare nello sviluppo di una società più democratica, più libera e aperta, più ricca e più giusta.
Fare delle università vere istituzioni della conoscenza e sede primaria della ricerca pubblica in grado di anticipare e accompagnare i cambiamenti, significa cogliere la sfida di un’Italia aperta al mondo e che nel mondo gioca un ruolo da protagonista, come è avvenuto nelle fasi più innovative e di svolta della nostra storia e come può avvenire oggi per il futuro.
Il Manifesto 31.01.10

"Il doppio equivoco di vescovi e Palazzo Chigi", di Marco Castelnuovo

Le cifre danno torto a entrambi. Sul boom dei detenuti incide la clandestinità. L’equazione di Berlusconi «meno clandestini, meno crimini» è rimbalzata talmente tanto che ieri è intervenuta pure la Cei: «Dai nostri dati risulta che la percentuale della criminalità tra italiani e stranieri è analoga se non identica», ha detto il segretario generale Mariano Crociata.
Chi ha ragione? Per scoprirlo, è necessario innanzitutto fare alcune distinzioni.

La prima riguarda gli stranieri regolari e irregolari: è certamente vero, come dice la Cei (e il Viminale conferma nel suo ultimo rapporto) che il tasso percentuale di reati commessi da stranieri regolari è di poco più alto rispetto a quello commesso dagli italiani. È circa dell’1,3% contro lo 0,75% dei cittadini italiani. Hanno dunque ragione i vescovi nel sostenere che non c’è alcuna correlazione tra l’incremento del numero degli stranieri e il numero di reati, tanto che i primi continuano a crescere, mentre i crimini, come ha annunciato anche recentemente il ministro Maroni, per fortuna calano.

Berlusconi però non si riferiva genericamente agli immigrati, ma più precisamente ai clandestini. Sono loro, a ben guardare i dati, a fare la differenza: circa l’80 per cento dei reati degli immigrati infatti sono commessi da irregolari. Il dato si desume anche dalle denunce. Quelle a carico degli stranieri sono il sei per cento, percentuale proporzionata alla popolazione residente straniera. Peccato però che la cifra fa riferimento a tutti gli stranieri, clandestini compresi, che si stima siano più di un milione: una cifra arrotondata per difetto e in continua espansione, mentre i regolari sono circa quattro milioni. Insomma un quinto degli stranieri compie i tre quarti dei crimini. Possibile?
Sì, ma anche qui bisogna introdurre una distinzione sulla tipologia dei reati commessi.
Innanzitutto va chiarito che tra coloro che oggi si trovano in condizione di clandestinità, solo il 30% è entrato in modo irregolare nel nostro territorio. Gli altri si «sono trovati clandestini» dopo che il loro permesso di soggiorno è scaduto. Viceversa, molti clandestini sono diventati regolari grazie alle varie sanatorie che si sono succedute negli anni.

Le condizioni di disagio e la mancanza di lavoro sono i fattori che più spingono gli immigrati a commettere reati: e più queste condizioni sono estreme più è facile «ingrossare la schiera della criminalità», come dice il premier. E allora, vediamo che tipo di reati gli stranieri compiono. Praticamente non rapinano banche (il 3 per cento delle denunce), né uffici postali (6 per cento). Mentre all’estremo opposto ci sono i borseggi (70%). È di mano straniera circa metà delle rapine nelle abitazioni, il 19% delle estorsioni, il 29% delle truffe e frodi informatiche. All’interno di queste percentuali, bisogna poi suddividere tra regolari e non. Ci sono alcuni crimini commessi quasi esclusivamente da irregolari (i furti, ad esempio) ed altri, invece, che vengono in parte compiuti anche da regolari (contrabbando, estorsioni, violenza carnale).

Infine, i numeri sui detenuti. Ha detto il ministro della Giustizia Angelino Alfano lo scorso 20 gennaio alle Camere nel presentare lo stato della Giustizia in Italia che ci sono nel nostro Paese 65.067 detenuti, di cui 24.152 stranieri, ovvero il 37,1 per cento. Detto così, è una cifra abnorme, rispetto al 6 per cento di stranieri residenti. Va però considerato che il 30% degli immigrati finisce in carcere per infrazioni legate alla loro condizione di irregolari. E questo al netto del reato di clandestinità introdotto lo scorso agosto che benché abbia visto già 12.500 denunce, stenta a vedere le prime condanne. Un terzo dei clandestini è in prigione per trasgressione delle leggi in materia di immigrazione (14,7%), false dichiarazioni sull’identità (4,2%), resistenza a pubblico ufficiale (3,8%), falsità di privati in atti pubblici e atti falsi (3,4%). Inoltre, la motivazione dell’arresto degli stranieri è spesso legata a piccoli reati per i quali è prevista una pena detentiva di breve durata, e alla mancata concessione di misure alternative alla pena detentiva, che invece sono usualmente concesse agli italiani.
La Stampa 30.01.10

"Nonostante tutto, il Pd ora sta meglio. Ed è il Pdl in affanno", di Stefano Folli

Per uno degli strani casi di cui la politica italiana è ricca, il barometro delle regionali indica che qualcosa sta cambiando. Siamo sempre nel campo delle previsioni, ma oggi il Partito Democratico sembra meno in difficoltà di quanto non fosse appena una settimana fa. Al contrario, Berlusconi e il Popolo della Libertà si sono arenati sul caso Puglia e ne escono un po’ ammaccati.

Prendiamo Bersani. È vero che nelle ultime ore il segretario del Pd ha dovuto subire l’attacco di Sergio Chiamparino, ma le carte di cui dispone non sono così brutte. In Puglia Vendola risulta largamente in testa, con un vantaggio fra il 4 e il 6 per cento rispetto ai due candidati di un centrodestra che non è riuscito o non ha voluto sanare le sue ferite. Certo, il successo di Vendola rappresenta la sconfitta del vertice democratico, e in particolare di D’Alema: ma se alla fine di marzo il governatore sarà confermato, il centrosinistra non andrà troppo per il sottile e segnerà al suo attivo una regione in più. Non si potrà dargli torto.

Quanto al Piemonte, Mercedes Bresso dà l’impressione, al momento, di avere in mano il bandolo della matassa. L’alleanza con i centristi è un punto di vantaggio per la presidente uscente, mentre Cota, lo sfidante leghista, è costretto a cercare consensi muovendosi lungo sentieri non agevoli: per esempio blandendo, con cautela, i nemici dell’Alta velocità. Il che rischia di togliere coerenza al messaggio del centrodestra.

E poi c’è la Liguria. Si era ventilata nei giorni scorsi un’intesa tra il partito di Casini e il Popolo della Libertà, invece è stato confermato il patto con il Pd. Per Burlando un passo avanti non indifferente, anche se la campagna elettorale resta aperta. Come nel Lazio, del resto, dove Emma Bonino è incoraggiata dai sondaggi a battersi ad armi pari con Renata Polverini.

In breve, il partito di Bersani, nonostante tutto, appare in grado di imporsi in sette regioni, forse otto. Se così fosse, non sarebbe un disastro. Nessuna «riserva indiana» o «repubblica degli Appennini». Si potrebbe parlare di un sostanziale pareggio, considerando anche il peso specifico delle diverse realtà regionali. Lombardia e Veneto, ad esempio, dove la destra è molto solida, non sono paragonabili alla Basilicata o all’Umbria, aree in cui la sinistra sembra destinata ad affermarsi.

Sull’altro versante, è singolare che Berlusconi si sia arreso alla logica dei due candidati in Puglia, dopo aver individuato con lucidità il cuore del problema: appunto, la necessità di contrapporre una sola candidatura credibile al forte Vendola. Due giornali di riflessione politica, il «Foglio» e il «Riformista», s’interrogavano ieri su questa incongruenza. Il senso era simile. In Puglia non ha funzionato il carisma del leader e hanno prevalso gli apparati. Certi dirigenti «non si sono mostrati all’altezza del compito», scrive il «Foglio». E sul «Riformista» Caldarola osserva come stavolta Berlusconi non sia riuscito a guidare il gioco e a scegliere d’autorità il nome del candidato giusto. Almeno fino a oggi.

La vicenda può essere considerata istruttiva. Forse è la prima volta che il premier si lascia imporre, dai collaboratori o dalle circostanze, una soluzione a lui poco gradita. È presto per dire se stiamo assistendo a un primo segnale del dopo-Berlusconi. Meglio essere prudenti. Ma se così fosse, il futuro del centrodestra si presenta all’insegna dell’autolesionismo e delle divisioni.
Il Sole 24 Ore 30.01.10

Asili di Carpi, il Pd: una protesta annunciata

L’on. Manuela Ghizzoni: “E’ un vero e proprio colpo di spugna chesta scaricando sulle famiglie le conseguenze dei tagli del governo”. Si fanno sentire gli effetti dei tagli del governo alle spese per l’istruzione e della circolare inviata dal ministro Gelmini a fine anno. Ecco la dichiarazione dell’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd nella commissione Istruzione della Camera. “Alla fine i nodi vengono al pettine. La rivolta dei genitori contro i tagli negli asili di Carpi è solo l’ultimo episodio delle proteste che ormai dilagano in tutto il Paese. Sono questi gli effetti del combinato disposto dai tagli del Governo alle spese per l’istruzione previsti in Finanziaria e dalla circolare inviata a fine anno dal Ministero dell’Istruzione alle scuole italiane per la redazione del bilancio annuale. Effetti devastanti e, purtroppo, largamente previsti, come abbiamo denunciato nella nostra ultima interrogazione al ministro Gelmini, consapevoli che le cose sarebbero andate come i fatti ci stanno confermando.

La riduzione delle risorse a livello nazionale per far fronte a spese obbligatorie, come le supplenze, e per dare qualità all’apprendimento è di oltre 220 milioni euro (di cui 97 milioni per il funzionamento e oltre 120 milioni per il Personale scolastico). Le risorse per il regolare svolgimento delle attività scolastiche sono quindi a livelli inadeguati e inaccettabili. In più è molto preoccupante che le disposizioni contenute nella circolare di fine anno, alcune sicuramente illegittime, non accennino minimamente alla restituzione delle ingenti somme (19 milioni di euro nella sola provincia di Modena) che le scuole hanno anticipato per far fronte a spese la cui competenze sono riconducibili esclusivamente al Ministero: pensiamo ai costi sostenuti per lo svolgimento degli esami di stato ma anche a quelli per attribuire le supplenze o pagare le ditte delle pulizie.

Al contrario la circolare nemmeno troppo velatamente fa intendere che queste risorse non saranno più restituite: comprendiamo allora perché non ci è mai stata data una risposta nel merito alle due interrogazioni precedenti proprio sui crediti vantati dalle scuole. E’ un vero e proprio colpo di spugna che sta scaricando sulle famiglie le conseguenze dei tagli, visto che per far quadrare i conti, le scuole saranno costrette a chiedere un maggior contributo all’atto d’iscrizione, ad esempio per pagare le supplenze. Si tratta di un attacco frontale al diritto allo studio”.