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Nucleare a pezzi

Dopo il no di 14 regioni, arriva quello definitivo della Regione Sicilia che approva due ordini del giorno del Pd contrari al ritorno dell’atomo sull’isola. Il nucleare sta perdendo pezzi. La sfrontatezza del governo convinto di ottenere senza opposizione il Sì da parte delle regioni ha subito un colpo durissimo nella notte di martedì quando l’Assemblea regionale siciliana ha approvato all’unanimità due ordini del giorno presentati dal Pd che confermano un NO convinto al ritorno all’atomo sull’isola.

Uno stop decisivo? È presto cantare vittoria ma il colpo inferto al governo Berlusconi dalla creatura preferita, quella regione feudo dal 2001 della politica del centrodestra e luogo di sperimentazione nazionale, è davvero duro da digerire. La coalizione della giunta siciliana è davvero sui generis dopo la decisione del governatore di sciogliere l’alleanza storica con il Pdl e presentarsi con un Lombardo ter con l’appoggio di Mpa, il Pdl Sicilia e il “sostegno condizionato” del Pd. Da parte loro, i democratici siciliani hanno apprezzato molto la decisione di Lombardo di seguire le indicazioni da loro proposte per dare maggiore importanza e risalto alla politica ambientale in Sicilia (a partire dalla riforma degli Ato – Ambito Territoriale Ottimale – e una nuova legge sul ciclo dei rifiuti).

Il no siciliano si va ad aggiungere a quello delle 11 regioni che hanno già presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge 99/2009 sul ritorno al nucleare, a quello della Sardegna e della Campania che, con un ordine del giorno e una legge ad hoc, hanno dichiarato il loro dissenso. Situazione molto simile anche per il Veneto dove il candidato leghista Luca Zaia ha affermato di non volerne sapere né di centrali atomiche, né di smaltimento di scorie radiattive. Ma l’esperienza ci indica una maggiore cautela sulle affermazioni dei leghisti, capaci, come il premier, di cambiare idea molto facilmente accusando il resto del mondo di averli fraintesi. A questo dato di fatto si aggiunga poi la certezza che alla vigilia delle elezioni regionali, nemmeno il candidato più convinto e fautore del ritorno all’atomo si esprimerebbe contro l’opinione pubblica contraria alle centrali atomiche. Never in my backyard. Mai nel mio giardino! Prima vengo eletto e poi si vedrà…

Accanto alle implicazioni politiche del No siciliano, si registrano anche ripercussioni economiche sull’Enel di Fulvio Conti che, delle decisioni del governo Berlusconi, era la maggiore beneficiaria finanziaria. In deroga ad ogni legge, l’Enel faceva il buono e cattivo tempo sulla logistica degli impianti, a prescindere dalle decisioni delle amministrazioni locali.

Il puzzle atomico sembra ormai delinearsi bene. All’appello mancano le decisioni di 5 sole regioni: Abruzzo, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Lombardia. Ma considerando le prime tre escluse perché inadatte per motivi orografici e sismici, resta da sapere quale saranno le risposte delle giunte friulane e lombarde. Filippo Penati, candidato per il centrosinistra in Lombardia, da giorni sta chiedendo al super Formigoni di esprimersi se è favorevole o no alla realizzazione di centrali atomiche nella “sua” regione. Ma i candidati del Pdl, si sa, su questo argomento sono sordi.

A.Dra

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Per Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd, “il nucleare sembrava una soluzione a portata di mano, o almeno così ci raccontava il governo. Oggi il sottosegretario Saglia afferma che i siti da
individuare per le nuove centrali non si conosceranno prima di un anno. Questo ci sembra un modo facile per guadagnare tempo e per superare le elezioni regionali.

Comprendiamo le difficoltà del governo, visto che la stragrande maggioranza delle regioni (senza distinzioni di schieramento politico) ha già detto chiaramente no alla costruzione di centrali nucleari sul proprio territorio, e quindi la convenienza per la destra a spostare ogni confronto sul tema dopo il voto.

Resta però il diritto dei cittadini di essere informati con precisione sul progetto del governo e di ricevere una semplice risposta alla domanda che il Partito Democratico ha più volte formulato: le centrali nucleari saranno costruite su qualcuno dei 45 siti già indicati?”

“Con il decreto legislativo sul nucleare, il governo Berlusconi appalta all’Enel e alle aziende che vorranno costruire centrali le scelte dei siti. E’ una scelta di incredibile irresponsabilità, che apre la strada a conflitti sociali e istituzionali che paralizzeranno per anni le politiche energetiche in Italia”. Lo dicono i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante sottolineando come “oggi nella Commissione Ambiente, dove è cominciato l’esame del decreto legislativo, abbiamo ribadito la totale contrarietà del Pd a criteri, modalità, obiettivi delle cosiddetta ‘strategia nucleare’ del governo”.

“Il decreto legislativo sul nucleare – affermano i due esponenti ecodem – non solo conferma gli aspetti più inquietanti del programma nucleare dell’Esecutivo, a cominciare dalla possibilità di localizzare gli impianti anche contro la volontà delle Regioni destinati ad ospitarli, ma cancella persino quell’atto elementare di responsabilità pubblica che è l’individuazione da parte dello Stato dell’elenco dei siti compatibili con la realizzazione di centrali atomiche. Ne viene fuori – concludono Della Seta e Ferante – un miscuglio di dirigismo anti-federalista e liberismo davvero indigesto: chissà come riusciranno a farlo ingoiare ai cittadini i candidati di centrodestra alle imminenti elezioni regionali”.

www.partitodemocratico.it

"Così le 'ndrine marcano il territorio", di Marcella Ciarnelli

Una Marea nera. Una vecchia Fiat con il finestrino abbassato. E’ parcheggiata nei pressi dell’area super sorvegliata dell’aeroporto di Reggio Calabria da cui il presidente della Repubblica lascerà di lì a poco la Calabria. Risulterà rubata da alcuni giorni. La segnalazione “da fonte confidenziale” arriva ai carabinieri in una mattinata di pioggia. Scatta l’allarme. Un finestrino è abbassato. Dentro c’è un arsenale. Due fucili semiautomatici da caccia calibro 12, con le canne tagliate. Sotto il sedile del guidatore due pistole, una calibro 7.65 ed una 38 a tamburo, e due ordigni rudimentali, uno composto da un tubo di una trentina di centimetri e largo 12 ed un altro di 15 centimetri per 12, collegati con una miccia a lenta combustione, e tre passamontagna di colore verde. Nel bagagliaio, inoltre, è stata trovata una tanica da due litri con liquido infiammabile con attaccati fiammiferi antivento. In città c’è il presidente. È noto a tutti. La sua è una presenza che non passa certo inosservata. La città è stretta nella morsa del traffico ogni giorno. Lo è di più. Ci sono pattuglie ovunque. L’ipotesi di un attentato da portare a compimento non viene presa in considerazione da chi si trova a gestire i momenti della rimozione dell’auto e dei primi rilevamenti. Sembra prevalere su quella dell’atto estorsivo l’ipotesi di un gesto dimostrativo, di un segnale, da parte della malavita organizzata che vuole ribadire la propria presenza sul territorio proprio mentre il presidente ancora una volta portava la parola e l’impegno dello Stato. csm A Reggio Calabria oggi si riunirà la settima commissione del Csm. Qui è previsto un Consiglio dei ministri. Cosche in allarme. Troppa attenzione. In questa città nel mondo della malavita non c’è nessuno che possa vivere in autonomia. Non c’è nessuno che possa agire in proprio anche per i reati più insignificanti. Non è pensabile quindi che la ’ndrangheta non tenesse d’occhio la situazione e non condividesse quello che poteva essere valutato come «un segnale di minaccia e intimidazione nei confronti dello Stato forse, in un primo momento minimizzato» stando ad una valutazione dell’antimafia. «Questa vicenda è emblematica di quanto sia delicata la situazione» ha detto il procuratore della Repubblica, Giuseppe Pignatone che ha voluto «ringraziare il presidente della Repubblica per la solidarietà che è venuto ad esprimere solidarietà ai magistrati e ai calabresi» – aggiungendo che «il ritrovamento dell’auto con esplosivo conferma la situazione di difficoltà che si sta vivendo in città». La situazione sarebbe stata sempre sotto controllo. Tant’è che la notizia dell’allarme e del successivo ritrovamento è stata data al Quirinale quando il presidente era già rientrato a Roma.
L’Unità 22.01.10

"Per la scuola una scelta miope", di Irene Tinagli

La proposta del ministro Sacconi di abbassare l’obbligo scolastico da 16 a 15 anni nasce da un problema reale: i tanti giovani che interrompono gli studi prima dei 16 anni e che cadono nell’inattività o nel lavoro nero. Il problema quindi esiste, ed è importante affrontarlo. Quello che lascia perplessi però è il tipo di risposta, perché ha il sapore di una sconfitta.

Una risposta che prende atto di un fallimento e si adegua al ribasso. Anziché pensare a misure che stimolino e incentivino la frequenza della scuola, magari attraverso sistemi di borse di studio e di coinvolgimento e supporto alle famiglie, o una riorganizzazione vera dei sistemi di formazione lavoro, si lascia perdere. In un certo senso si getta la spugna. Perché affidare i giovani di quindici anni ai sistemi «formativi» extrascolastici significa lasciare soli, vista la totale inconsistenza della formazione extrascolastica in Italia. È vero, le imprese potranno beneficiare di un anno di manovalanza a basso costo e i giovani avranno un anno di esperienza lavorativa (che, attenzione, è ben diversa da vera «formazione»), ma tutto questo è un ripiego terribilmente di breve periodo e poco lungimirante. È come chi si brucia la casa per vendersi le ceneri. Oggi ci si guadagna un pochino, ma si perde un patrimonio molto maggiore per il futuro.

Uno dei problemi più grandi del sistema economico e produttivo italiano è proprio la scarsa qualificazione di tanti lavoratori, che entrati in azienda a quattordici o quindici anni, hanno maturato degli skills talmente specifici a un certo tipo di produzione, che poi diventa difficilissimo riconvertirli o sottoporli a nuova formazione molti anni dopo. È per questo che quando chiude una fabbrica si mettono in ginocchio intere economie locali. Un maggior livello di istruzione serve a questo: a rendere il lavoratore più flessibile, e più ricettivo a programmi di formazione futura.

Questo non significa che ci sia bisogno di avere tutti laureati o premi Nobel, ma solo che occorre maggiore attenzione ai percorsi formativi e di avviamento al lavoro delle nuove generazioni, per assicurarci che il giovane non venga semplicemente abbandonato dietro una catena di montaggio. Perché un quindicenne che oggi, nel 2010, lascia la scuola per mettersi dietro una macchina, si scontrerà prima o poi con problemi che sarà poco attrezzato ad affrontare, e con lui la società in cui vive. Altri Paesi si stanno ponendo questo problema. Come l’Inghilterra, che negli ultimi dieci anni ha più che raddoppiato la spesa per la formazione professionale dei giovani riorganizzandola pesantemente: sono state create numerose «National Skills Academies», guidate da aziende e datori di lavoro, che oltre a formare migliaia di ragazzi hanno stimolato le aziende stesse ad investire di più, facendo lievitare a 38 milioni di sterline (+16% in soli due anni) la spesa delle aziende in formazione giovanile. Un intervento peraltro integrato da un programma di welfare per i giovani, un «New Deal for Young People» che supporta ed incentiva la formazione e il lavoro, di cui hanno già beneficiato un milione e trecentomila ragazzi tra i sedici e i diciotto anni.

Ecco, la proposta di Sacconi ha il merito di affrontare un problema reale da noi troppo spesso ignorato, per ignavia o ipocrisia, ma ha il limite di farlo con uno spirito che trasmette una sensazione di rinuncia, che rischia di negare una prospettiva ai figli dei più poveri che di fatto vedranno disegnarsi di fronte a loro l’orizzonte di fine del percorso formativo alla scuola media, una logica del «meglio di niente». Mentre oggi più che mai il Paese avrebbe bisogno di una politica capace di dare segnali forti, che riconosca i problemi, certo, ma anziché abbassare l’asticella l’alzi continuamente, rilanciando con proposte innovative proprio sulle sfide più difficili. Una politica che ci dica che possiamo fare meglio di così e puntare più in alto.
La Stampa 22.01.10

"Potere e diritto", di Ezio Mauro

Dunque il Padre Costituente era un Padre Deformante. La norma del cosiddetto processo breve scardina il diritto dei cittadini ad avere giustizia, il dovere dello Stato di amministrarla, l´interesse del Paese ad una regola di base della convivenza civile come l´uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Soprattutto, con l´esecutivo che usa come un´arma personale il legislativo per bloccare il giudiziario, quella norma vanifica il principio della separazione dei poteri, senza il quale, come diceva la Dichiarazione dei diritti dell´uomo del 1789, una società “non ha una costituzione”.
Questo è il vero punto su cui istituzioni, partiti e cittadini devono riflettere. È ben chiaro che le regole del gioco di un sistema si cambiano tutti insieme. Ma a patto che nessuno, intanto, manometta per sua personale urgenza alcune regole fondamentali, prima ancora che il confronto abbia inizio. Chi lo fa, è inaffidabile per due ragioni: perché nessuna riforma condivisa inizia con un colpo di mano, e soprattutto perché nessuna stagione costituente può fondarsi su un salvacondotto.
Con questa legge di privilegio, Berlusconi ha in realtà già riformato da solo il sistema, a forza, sovraordinando il suo potere al diritto, mentre il concetto politico-giuridico di Stato punta ad una sintesi tra potere e diritto, eliminando la forza dall´ambito delle istituzioni. Siamo davvero di fronte ad un “brusco spostamento tra politica e giustizia”. La prima regola democratica è prenderne atto, ed essere conseguenti.
La Repubblica 22.01.10

Apprendistato a 15 anni: l'Unione degli Studenti promette battaglia

Organizzeremo mobilitazioni ed iniziative pubbliche nelle scuole e nel mondo studentesco, anche nei prossimi mesi priverili, contro il provvedimento – approvato dalla commissione lavoro della Camera – che darà la possibilità di assolvere l’obbligo scolastico con un apprendistato.
Mentre gli altri stati europei stanno progressivamente elevando l’obbligo scolastico a 18 anni, per garantire un’istruzione elevata e gratuita per tutti, il Governo Italiano torna sui passi tracciati dalla Moratti: con l’apprendistato si potrà prendere un titolo di studio, due anni di lavoro saranno come un biennio sui banchi di scuola.
A guadagnarci da ciò saranno solo le imprese e non certo i giovani perchè lo stipendio sarà minore di quello che prendono i lavoratori che fanno lo stesso lavoro dell’apprendista, i contributi saranno pagati dallo Stato e non dall’azienda e l’apprendista si formerà solo nel settore dove lavora, restando un indivisuo carente di conoscenze a 360°
La scuola si sta trasformando sempre maggiormente in un luogo che forma solo su singoli settori, un posto da cui escono lavoratori la cui conoscenza sarà in un sol campo e ricattabili dalla precarietà la quale impone, invece, una cultura ampia e poliedrica, una cultura per persone che si sappiano reinventare nel corso della vita e per cittadini, non solo per futuri lavoratori sfruttati.
L’Unione degli Studenti ribadisce la sua idea di scuola multifunzionale, capace di trasmettere conoscenze di base al fianco di una forte professionalizzazione, una scuola che liberi l’uomo da ogni catena.

"La sfida della politica", di Carlo Federico Grosso

Il Senato ha approvato ieri il processo breve, l’ultima legge ad personam studiata per sottrarre Berlusconi ai suoi processi. Una vergogna che non merita neppure più discutere. Se il testo diventerà davvero legge, provocherà disastri nell’esercizio quotidiano della giustizia, e si potrà soltanto sperare che la Corte Costituzionale sia veloce nel rilevare la sua palese illegittimità.

In questo giorno poco fausto per le prospettive di giustizia, vale peraltro la pena di affrontare un tema, che, risolto malamente, rischierebbe di compromettere ancora di più il rispetto della legalità nel nostro Paese. È stato ancora una volta Berlusconi a porlo sul tappeto, quando all’attività giudiziaria svolta dai magistrati ha contrapposto, in termini di sfida, la forza che deriva ai politici dall’investitura ottenuta con il voto popolare.

Questo tema è stato affrontato qualche tempo fa da questo giornale in un bellissimo articolo di Barbara Spinelli. La conclusione dell’autrice è stata netta: anche l’eletto dal popolo è tenuto a rispettare la legge. Anzi, senza rispetto della legalità da parte di tutti, inclusi coloro che hanno ricevuto l’investitura a governare, non esiste democrazia. Con altre parole, si può affermare che il primato della politica sulla giurisdizione, in uno Stato di diritto, può essere accettato a condizione che non si traduca in un’ingiustificata impunità, dato che il voto dei cittadini non è un mandato in bianco all’esercizio del potere, ma impegna a governare nel rispetto delle regole.

In questa prospettiva, fra controllo di legalità e legittimazione popolare non dovrebbe esservi contrapposizione: chi è eletto governa, essendo stato legittimato dal popolo a farlo; se infrange la legge, deve essere tuttavia sanzionato come ogni altro cittadino. Eppure, rispetto a tale ragionevole soluzione c’è, oggi, chi si ribella: sostenendo che non è tollerabile che la magistratura, tramite le sue indagini e i suoi processi nei confronti dei politici, possa interferire senza limiti sulle gestioni pubbliche, rischiando d’inceppare l’attività di governo e di danneggiare, pertanto, gli interessi del Paese.

Il dibattito è stato enfatizzato a causa della peculiare posizione del Presidente del Consiglio che, incalzato dalle indagini penali, sta cercando da tempo di assicurarsi spazi personali d’impunità. Ora, tuttavia, non pare sia più, soltanto, problema personale del capo del governo: una parte consistente della classe politica, di maggioranza e d’opposizione, sembra propensa a ripristinare addirittura l’immunità parlamentare, travolta dalle temperie giudiziarie di Mani pulite. Una condizione, si dice, per restituire alla politica la forza perduta e per recuperarne l’indispensabile capacità di decidere.

Storicamente, l’immunità parlamentare aveva una sua giustificazione: s’intendeva proteggere il rappresentante del popolo dalle potenziali, temute, «persecuzioni» degli altri poteri e salvaguardare così la sua libertà di agire e di votare. Per questa ragione, e forse anche perché si voleva proteggere il potere legislativo da una magistratura cui si stava concedendo forte autonomia, l’immunità è stata mantenuta nella Costituzione. Peraltro, le Giunte per le autorizzazioni a procedere raramente hanno applicato l’istituto con il dovuto rigore, preoccupandosi cioè di tutelare soltanto i parlamentari vittime di persecuzione giudiziaria; hanno, piuttosto, cercato di salvare chiunque, eletto in parlamento, avesse commesso reati, dando in questo modo corpo, nei fatti, ad una situazione intollerabile di privilegio non giustificato.

Ecco perché, oggi, reintrodurre l’immunità suona alle orecchie di molta gente come ripristino di un odioso privilegio. Né le forme nuove d’immunità con le quali una parte della classe politica cerca di ammorbidire l’impatto del ventilato ripristino (si pensi al recente disegno di legge Chiaromonte/Compagna) sembrano in grado di dissipare perplessità e resistenze. Si tratta, comunque, della previsione di «coperture» che intaccano il principio fondamentale secondo il quale tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, si tratti di gente comune ovvero di potenti.

Ha ragione, per altro verso, chi rileva che, negli anni, la politica ha perso, ad una ad una, le sue tutele tradizionali e si presenta, oggi, in larga misura priva di adeguate salvaguardie di fronte alle azioni giudiziarie sbagliate o prevaricanti; e soggiunge che, parallelamente, la corporazione dei magistrati ha assunto poteri strabordanti. Il che costituisce un pericolo per la credibilità di entrambi i versanti istituzionali. Si tratta, tuttavia, di stabilire se il riequilibrio debba essere necessariamente realizzato reintroducendo odiose protezioni della classe politica o possa essere conseguito con altri mezzi, e a tutela di tutti i cittadini. Ad esempio, con un criterio diverso di selezione del personale giudiziario, con più adeguati meccanismi di controllo, con maggiore rigore disciplinare nei confronti dei magistrati che sbagliano o prevaricano.

Mi ha colpito che nei giorni scorsi un autorevole magistrato, il Procuratore della Repubblica di Venezia Vittorio Borraccetti, abbia sostenuto che, «vista la situazione», la reintroduzione dell’immunità parlamentare potrebbe essere strumento confacente, per consentire che vengano abbandonati i progetti più devastanti che, per salvare a tutti i costi il premier, rischiano di neutralizzare la stessa funzione giudiziaria. Si tratta, evidentemente, della disperazione di chi, di fronte all’apparente ineluttabilità delle cose, cerca di salvare in qualche modo il salvabile. Confido ancora, nonostante tutto, che si riesca ad uscire altrimenti dal difficile groviglio di temi e problemi.
La Stampa 21.01.10

Ispra: Pd, accordo passo avanti, ma ora valorizzare ruolo e conoscenze

“La decisione dei lavoratori di Ispra di scendere dal tetto dopo 2 mesi di mobilitazione è certamente una buona notizia, ma l’accordo raggiunto è solo l’inizio di un percorso. Ribadiamo la necessità di operare attivamente per la valorizzazione piena dell’agenzia, un fiore all’occhiello del sistema ambientale e della ricerca nel nostro Paese. Le risorse umane e il ruolo dell’Ispra servono a utilizzare al meglio conoscenze e capacità di controllo e di valutazione in un settore tanto delicato per la tutela e la qualità della vita dei cittadini e del nostro sistema ambientale. Nella fase nuova che si sta aprendo, questo ruolo non può essere ignorato da un governo che intenda prestare vera attenzione alle tematiche ambientali. Continueremo a vigilare per una piena e soddisfacente applicazione dell’accordo e perché questo sia seguito da una reale valorizzazione dell’istituto e delle sue professionalità. Resta intatta la preoccupazione per la politica del governo, che, colpevolmente, riduce le risorse in favore della ricerca pubblica, scelta che si dimostra ancora più grave data una congiuntura economica che richiederebbe invece ogni sforzo possibile e massicci investimenti per l’innovazione e per la società della conoscenza”.
Lo hanno dichiarato i parlamentari del Partito Democratico Raffaella Mariani, Marianna Madia, Manuela Ghizzoni e Cesare Damiano.

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Ispra, siglato l’accordo per il rinnovo dei contratti. Una vittoria del PD.

Dopo circa due mesi di protesta i ricercatori scendono dal tetto. Il PD: “E’ un primo passo, ora si valorizzino le loro competenze”.Alla fine l’accordo è arrivato. Possono scendere dal tetto i precari dell’Ispra che per oltre due mesi hanno fatto di quello scenario tanto insolito il simbolo della loro protesta. Accanto a loro fin dall’inizio il Partito Democratico che aveva messo a punto un emendamento ad hoc alla finanziaria per salvare le centinaia di posti di lavoro a rischio e aveva promosso interrogazioni parlamentari sul tema. Inoltre esponenti PD come il segretario Pier Luigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino avevano più volte portato la loro solidarietà ai ricercatori del presidio.

Alle 23 di ieri presso il ministero dell’Ambiente, dopo mesi di pressione sul ministro Stefania Prestigiacomo, è stato siglato il protocollo d’intesa, che in particolare prevede: il rinnovo di tutti i contratti a tempo determinato senza soluzione di continuita’, l’impegno a continuare ad avvalersi delle collaborazioni coordinate e continuative e degli assegni di ricerca, attivi al 31 dicembre 2009, fino al 31 dicembre 2010, l’impegno ad attivare sulla base delle esigenze dell’Istituto ulteriori bandi per collaborazioni coordinate e continuative e per assegni di ricerca attivati successivamente alla data di sottoscrizione del presente protocollo.

Il PD esprime soddisfazione. “La decisione dei lavoratori di Ispra – commentano in un comunicato i parlamentari Cesare Damiano Raffaella Mariani, Marianna Madia e Manuela Ghizzoni – di scendere dal tetto dopo 2 mesi di mobilitazione è certamente una buona notizia, ma l’accordo raggiunto è solo l’inizio di un percorso. Ribadiamo la necessità di operare attivamente per la valorizzazione piena dell’agenzia, un fiore all’occhiello del sistema ambientale e della ricerca nel nostro Paese. Le risorse umane e il ruolo dell’Ispra servono a utilizzare al meglio conoscenze e capacità di controllo e di valutazione in un settore tanto delicato per la tutela e la qualità della vita dei cittadini e del nostro sistema ambientale. Nella fase nuova che si sta aprendo, questo ruolo non può essere ignorato da un governo che intenda prestare vera attenzione alle tematiche ambientali. Continueremo a vigilare per una piena e soddisfacente applicazione dell’accordo e perché questo sia seguito da una reale valorizzazione dell’istituto e delle sue professionalità. Resta intatta la preoccupazione per la politica del governo, che, colpevolmente, riduce le risorse in favore della ricerca pubblica, scelta che si dimostra ancora più grave data una congiuntura economica che richiederebbe invece ogni sforzo possibile e massicci investimenti per l’innovazione e per la società della conoscenza”.

“La sigla dell’accordo – afferma Stella Bianchi, responsabile Ambiente della segreteria PD – sulla vertenza dei precari Ispra e’ una buona notizia. È un risultato ottenuto soprattutto grazie alla tenacia dei lavoratori che si sono mobilitati in questi mesi, ma si tratta solo dell’inizio di un percorso”. Lo afferma Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd, secondo cui “e’ necessario far uscire definitivamente l’Ispra da una logica di precarieta’ e dare alla protezione ambientale e alla ricerca il ruolo centrale che deve avere in un Paese come il nostro”. Adesso “e’ giunta l’ora che il Governo e il ministero dell’Ambiente investano maggiori risorse e diano certezze e stabilita’ ai compiti dell’istituto, emanando finalmente quello statuto atteso da un anno e mezzo”.

Ignazio Marino dichiara: “Ho passato con i ricercatori dell’Ispra Natale e Capodanno. Spero che davvero non ci sia piu’ bisogno di tornare su quello o su altri tetti di istituti di ricerca, per difendere il lavoro dei nostri scienziati. In ogni caso io saro’ sempre al loro fianco. Mi auguro che la proposta del ministro Prestigiacomo soddisfi le esigenze di tutela dei posti di lavoro e mi aspetto che, oltre alla conservazione di questo straordinario patrimonio di esperienze, si lavori ad un serio piano di rilancio dell’Istituto. Sembra questo un segnale di cambiamento di visione del governo della destra che finora, priva della lungimiranza necessaria nella gestione del futuro del Paese, ha sottratto risorse allo sviluppo e all’innovazione”.

I senatori del Pd Roberto Della Seta, Francesco Ferrante e Vincenzo Vita comunicano: “Bene l’accordo, ma ora si operi per dare certezza e continuita’ all’Ispra e a chi ci lavora. L’accordo e’ un primo risultato della mobilitazione messa in atto dai lavoratori dell’istituto che da mesi si battono per difendere il loro lavoro e il futuro della ricerca ambientale in Italia. Grazie a questa prima intesa ora e’ possibile avviare una discussione di merito che porti rapidamente a scelte del ministero e delle strutture direttive dell’Ispra capaci di assicurare stabilita’, dignita’ a centinaia di ricercatori che devono essere sollevati dal continuo e ricorrente pericolo di perdere il posto di lavoro ha bisogno nel campo della ricerca e protezione ambientale di una struttura pubblica solida e autorevole. Finora i lavoratori dell’Ispra si sono dimostrati piu’ consapevoli del governo di questa necessita’ che e’ un interesse generale dell’intero Paese, l’auspicio dunque e’ che il loro impegno generoso contagi anche chi tiene le redini delle politiche ambientali”.

Sergio Gentili, della Direzione nazionale del Pd: “Dopo circa sessanta giorni di protesta democratica e di pesanti sacrifici, per i ricercatori dell’Ispra si apre una concreta possibilita’ di difesa del posto di lavoro. L’accordo delineatosi e’ certamente un passo in avanti. Ai ricercatori dell’Ispra e alle loro organizzazioni sindacali deve andare un ringraziamento da parte di tutte le forze democratiche, perche’ con la loro battaglia hanno portato alla luce lo stato di precarieta’ e di abbandono in cui versano in Italia le strutture e gli istituti della ricerca. E in particolare quelli ambientali. Essere riusciti a sventare il tracollo dell’occupazione all’Ispra significa anche aver conquistato maggiori spazi per riaprire la discussione sul sistema della ricerca e dei controlli ambientali in Italia il centro destra dopo un anno di intollerabile disinteresse dovra’ tornare ora a discutere con le forze sociali e sindacali e con il Parlamento sulla funzione e sul ruolo da assegnare all’Ispra, superando cosi’ quelle incertezze e quei vuoti nella missione dell’ente che sono state alla base di assurde ipotesi di tagli occupazionali, sottovalutazioni, confusione, disfunzioni e ritardi organizzativi. Alla solidarieta’ che e’ stata forte e convinta si dovra’ ora affiancare la vigilanza per far rispettare gli accordi e l’impegno a realizzare una vera e seria riforma del sistema della ricerca e dei controlli ambientali”.

Il deputato Ermete Realcci fa sapere: “L’accordo raggiunto per i precari dell’Ispra e’ sicuramente un fatto positivo. Ma e’ solo l’inizio di un processo che deve portare piu’ certezze, risorse e dignita’ alla ricerca scientifica in Italia. Quello dei ricercatori dell’Ispra non e’ un caso isolato l’Italia deve puntare, per guardare al futuro, ad una ricerca in campo ambientale e scientifico all’altezza di un grande paese civile”. E questo si ottiene “solo investendo risorse, dando certezze ai ricercatori, valorizzando le tante eccellenze che operano nel nostro paese”.
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