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Apprendisti a 15 anni. Ghizzoni (PD): "Così si va verso il caos assoluto"

«La maggioranza dovrà assumersi le proprie responsabilità per questa scelta, che è sbagliata e che è destinata a produrre gravi disagi agli studenti e difficoltà nella vita delle scuole». Così la capogruppo del pd nella commissione cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, commenta l’approvazione dei regolamenti per il riordino della scuola secondaria superiore con il voto negativo del pd e delle altre forze di opposizione. «Questo atto- spiega Ghizzoni- affonda le proprie radici nei tagli di Tremonti imposti all’istruzione pubblica: si è preteso di dare una veste di pseudo riforma a ciò che altro non è se non un assestamento di bilancio. Solo così si può spiegare la riduzione di ore di insegnamento, di cattedre, di laboratori, di discipline. a fronte di una necessità vera di riformare dalle fondamenta il nostro sistema delle scuole superiori si è preferito impoverire l’offerta formativa. Oggi in commissione la maggioranza non ha voluto accettare la nostra proposta, di buon senso, di rinviare di un anno l’applicazione dei regolamenti, al fine di migliorarne i contenuti e reperire le risorse necessarie. Il rinvio avrebbe scongiurato il caos assoluto che impedirà alle famiglie di scegliere consapevolmente il più adeguato percorso di istruzione per i propri figli».
L’Unità 21.01.10

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Per lasciare la scuola basteranno 15 anni, di Laura Matteucci

La maggioranza si vota un provvedimento che prevede a quella età l’apprendistatoCancellata la legge Prodi che ha innalzato la frequenza obbligatoria a sedici anni. L’obbligo di istruzione, che la Finanziaria del 2006 ha innalzato a 16 anni, «si assolve anche nei percorsi di apprendistato». Recita così un emendamento votato ieri dalla commissione Lavoro alla Camera come modifica al ddl sul lavoro collegato alla Finanziaria. Autore dell’emendamento, il relatore del ddl Giuliano Cazzola, Pdl. Se il testo passerà (arriva in aula alla Camera lunedì) si potrà andare a lavorare a 15 anni e utilizzare l’apprendistato per coprire l’ultimo anno obbligatorio di scuola. La «possibilità» è in realtà uno dei cavalli di battaglia del ministro al welfare Maurizio Sacconi, che aveva lanciato l’idea già alla fine dello scorso anno. L’ex ministro all’Istruzione Giuseppe Fioroni (Pd) si rivolge proprio a lui: «Ha deciso insieme alla maggioranza di fare carta straccia dell’obbligo scolastico». «È inaccettabile – aggiunge – che, invece di intensificare gli sforzi per collegare la fase educativa alla formazione e mettere in grado i ragazzi italiani di poter competere ad armi pari con i loro colleghi nel resto del mondo, qui si decida di fare un salto all’indietro così macroscopico. Il buon senso dovrebbe suggerire, proprio nei momenti di crisi violente come quella che ancora attraversiamo, di intensificare la preparazione anche come misura di contenimento dei suoi effetti sociali, non di giocare al ribasso». Chiamato in causa, Sacconi prima parla di «critiche ideologiche», poi parla d’altro: «Oggi migliaia di giovani tra i 14 e i 16 anni nè studiano nè lavorano e talora lavorano in nero».Ma è la dichiarazione di Cazzola ad essere un capolavoro: «Allo studente non resta in mano nulla dopo quei due anni di scuola dai 14 ai 16 anni. Al massimo può fare una formazione di base che non dà nulla. Tanto vale andare a lavorare ».
LONTANI DALL’EUROPA La Ue, l’Ocse, Bankitalia raccomandano l’esatto opposto: investire in conoscenza, che è anche il titolo di un recente studio proprio della Banca d’Italia. Anche il Trattato di Lisbona, come ricorda il senatore Pd Antonio Rusconi, prevede ben altri livelli d’istruzione: «Il governo Berlusconi – dice – sembra orientare la scuola e la società verso indirizzi classisti: la serie a dei licei, la serie b degli istituti tecnici, la serie c dei professionali, e ora per qualcuno, finita la terza media, l’idea di andare subito al lavoro ». Decisamente contrari anche i sindacati, secondo i quali questo «è l’ultimo atto dello smantellamento di un vero obbligo scolastico». Per la Cgil «non è con l’abbassamento dei diritti o con la propaganda che si affrontano temi come il lavoro dei giovani e la lotta al sommerso», dice Fulvio Fammoni, della segreteria. L’emendamento «è sbagliato dal versante formativo,ma è altrettanto grave che si tenti in questomododi superare surrettiziamente anche l’età minima per lavorare, fissata per legge a 16 anni». La rete degli studenti medi lo definisce «un salto indietro epocale: traduce in legge la proposta di Sacconi di mandare i giovani a raccogliere le arance al posto degli immigrati a Rosarno». Ancora: «Ecco l’idea del governo: fuori casa a 18 anni, come dice Brunetta, ma con lavori dequalificati e prospettive di crescita formativa e personale inesistenti». Il sistema scolastico è «ridotto ai minimi termini», e «il governo disegna un futuro in cui regnano precarietà, lavoro nero e diseguaglianze».
L’unità 21.01.10

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“Apprendisti-studenti a 15 anni”, di Roberto Giovannini
Scontro durissimo Per il Pd si fa carta straccia della legge Ma Sacconi: «Critiche ideologiche». Una vera e propria bomba: con un emendamento al disegno di legge lavoro presentato dal deputato Pdl Giuliano Cazzola – ma fortemente sostenuto dal ministro del Lavoro Maurizio Sacconi – verrà in pratica ridotto di un anno, da 16 a 15 anni, sia il limite per l’obbligo scolastico che l’età minima per poter lavorare. Più precisamente, la norma prevede la possibilità per un ragazzo di 15 anni di assolvere il suo obbligo scolastico (che formalmente resta fissato a 16 anni, come stabilito dalla riforma varata dal governo Prodi) anche lavorando con un contratto di apprendistato, un contratto «misto» che prevederebbe anche attività di formazione. La proposta è stata approvata in Commissione Lavoro della Camera, ed ha sollevato una durissima reazione di opposizione e sindacati. Nelle intenzioni del governo in realtà il senso dell’emendamento è quello di rispondere al problema della dispersione scolastica, cioè l’abbandono da parte di molti studenti di ogni attività scolastica e formativa. Insomma, dice Sacconi, meglio che questi ragazzi vadano a lavorare in azienda piuttosto che passare un anno a casa a non fare niente, a lavorare al nero, o a finire in «attività criminali», dice. Vero è che in tutta Europa si tende piuttosto ad innalzare verso quota 18 anni l’obbligo scolastico, anche per generare cittadini e lavoratori più istruiti e qualificati. Inoltre, lavorare è una cosa; studiare un’altra.
Bisogna ricordare che già durante la discussione della Legge Finanziaria il governo aveva inserito lo stesso emendamento, poi eliminato perché non attinente alla materia di bilancio. E del resto il ministro Sacconi aveva già manifestato in più sedi la sua intenzione di cambiare queste regole. Stavolta a presentare la proposta ci ha pensato il deputato Pdl Giuliano Cazzola. Che interpellato però spiega che di fronte alla levata di scudi generale la maggioranza non è intenzionata a fare le barricate: «siamo persone ragionevoli, vedremo». Al contrario, appare determinatissimo Sacconi, che respinge come «ideologiche» tutte le critiche. «Migliaia di giovani tra i 14 e i 16 anni, superata la scuola media, né studiano né lavorano e talora lavorano in nero. Non si tratta per nulla di anticipare l’età di lavoro, ma di consentire il recupero di un giovanissimo demotivato a seguire gli altri percorsi educativi attraverso una più efficace modalità di apprendimento in un contesto lavorativo». Sulla stessa linea il suo collega dell’Istruzione Maria Stella Gelmini.
Sparano a zero dal Pd. «La maggioranza e il ministro Sacconi hanno deciso di fare carta straccia dell’obbligo scolastico», dicono gli ex ministri Giuseppe Fioroni e Cesare Damiano. Per Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil, «l’abbassamento dell’obbligo scolastico a quindici anni attraverso l’apprendistato è sbagliato dal versante formativo, ed è altrettanto grave che si tenti in questo modo di superare surrettiziamente attraverso questa via anche l’età minima per lavorare, fissata per legge a 16 anni». «Emendamento approvato in modo frettoloso e senza consultare le parti sociali – dice per la Cisl il segretario confederale Giorgio Santini – deve essere corretto». Contrarissimi anche i sindacati della scuola di Cgil-Cisl-Uil e le Acli. Che spiegano che il contenuto formativo dei contratti di apprendistato è nei fatti modestissimo: come peraltro certificano i dati dell’Isfol, attualmente soltanto il 17% dei ragazzi apprendisti svolgono attività di formazione oltre a lavorare. Gli altri lavorano e basta. I contratti di apprendistato (nelle tre tipologie oggi previste nel 2008 ne sono stati attivati 644.000) sono uno dei più tradizionali strumenti di ingresso nel mercato del lavoro, e consentono ai datori di lavoro consistenti vantaggi. Si possono inquadrare i giovani a livelli retributivi più bassi rispetto al lavoro effettivamente svolto, e godere di forti sgravi contributivi.
La tesi del ministro Sacconi – che nega che si tratti di una modifica all’età dell’obbligo scolastico o a quella minima per poter lavorare – è che questa misura consentirebbe di inserire immediatamente buona parte dei 126.000 giovani tra i 14 e i 17 anni che nel 2008 erano già fuori da qualsiasi percorso di istruzione e formazione. Lavorare è di fatto già formare, e in ogni caso sempre meglio di restare con le mani in mano. Ironizzano quelli della Rete degli Studenti: «Tutti a Rosarno a raccogliere le arance!». Ed è probabile che siano molti gli studenti di origine non-comunitaria a uscire anticipatamente dal percorso scolastico: molti di loro a 15 anni di età sono ancora impegnati nelle scuole medie.
La Stampa 21.01.10

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Scuola o lavoro: a 15 anni la scelta, di An. Pa:
La Commissione Lavoro della Camera, com’era prevedibile, dice sì. Ed è subito polemica. Perché uno degli emendamenti al disegno di legge sul lavoro ritenuti ammissibili dalla Commissione stessa (si è ancora, comunque, a una tappa intermedia, il testo andrà in aula il 25 e dovrà poi tornare ancora al Senato per la rilettura e l’approvazione definitiva) è quello che “diploma” l’apprendistato come lecita alternativa all’ultimo anno di scuola dell’obbligo. La legge oggi fissa l’età dell’obbligo scolastico a 16 anni. Ora potrebbe calare a 15 con un anno aggiuntivo di apprendistato. Lo stabilisce il testo proposto dallo stesso relatore del ddl, e vice presidente della Commissione, Giuliano Cazzola. Il provvedimento riguarda i ragazzi che scelgono di non continuare la scuola fino a 16 anni e devono frequentare così i corsi di formazione professionale regionali di due anni. Il secondo anno si potrà fare facoltativamente in azienda e varrà come assolvimento dell’obbligo scolastico.

Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini si dice «favorevole a ogni iniziativa che permetta un rapido inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, consentendo così ai giovani di disporre delle competenze necessarie per trovare un’occupazione», e il suo collega di governo Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, bolla come «ideologia» ogni resistenza al provvedimento, argomentando che «migliaia di giovani tra i 14 e i 16 anni, superata la scuola media, né studiano né lavorano, e talora lavorano in nero», è però un coro decisamente alto e nutrito quello che tuona contro l’ipotesi prefigurata dall’emendamento Cazzola.

Sono unanimi, e duri, i sindacati: la Cisl parla di scelta «frettolosa, e senza nessuna consultazione delle parti sociali»; la Uil ribadisce di «essere sempre stata a favore dell’innalzamento dell’obbligo scolastico e, di conseguenza, mai stanchi di ripetere in tutte le occasioni e le sedi quanto sia importante alzare il livello di istruzione dei giovani»; e la Cgil tuona contro l’«abbassamento dei diritti» e la «mera propaganda» che non aiutano certo a «risolvere temi centrali come il lavoro dei giovani e la lotta al sommerso». Per il sindacato di Guglielmo Epifani, anzi «l’abbassamento dell’obbligo scolastico a quindici anni attraverso l’apprendistato è sbagliato dal versante formativo, e per questo non deve essere approvato; ma è altrettanto grave che si tenti in questo modo di superare surrettiziamente mediante questa via anche l’età minima per lavorare, fissata per legge a 16 anni».

Fuoco di fila anche dai partiti di opposizione. «La maggioranza e il ministro Sacconi hanno deciso di fare carta straccia dell’obbligo scolastico», commenta Giuseppe Fioroni, responsabile Pd area Welfare ed ex titolare del dicastero oggi affidato alla Gelmini. «Ancora una volta il governo Berlusconi, totalmente incapace di riforme si impegna a distruggere quelle fatte togliendo opportunità di futuro ai giovani e di sviluppo economico per il Paese», dichiara invece Mariangela Bastico annunciando «opposizione dura» da parte del centrosinistra. E dalla sponda Idv Antonio Borghesi, vice capogruppo alla Camera, è drastico: «Ci troviamo di fronte a un governo ignorante che incita all’ignoranza». Fa ironia infine la Rete degli studenti, secondo la quale l’emendamento passato in Commissione «traduce in legge la proposta di Sacconi di qualche settimana fa, di mandare cioè i giovani a raccogliere le arance al posto degli immigrati a Rosarno».

Difende il provvedimento, invece, lo stesso relatore del disegno di legge e proponente della modifica che ha scatenato la polemica: «Il provvedimento riguarderà alcune decine di migliaia di quindicenni che dopo il primo anno di scuola superiore avrebbero continuato a vivere in ogni caso male l’obbligo scolastico di cui si sarebbero sentiti ostaggi».

Quanto a Confindustria «contina ad insistere sul fatto che serve più formazione, più scuola», sottolinea Emma Maecegalgia, per la quale però la misura contestata può anche essere letta in un’ottica positiva «se è nella logica di dare una risposta al problema di chi abbandona la scuola.
Il Messaggero 21.01.10

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“L´obbligo scolastico scende a 15 anni”, di Roberto Mania
Cade l´obbligo scolastico fino a 16 anni: l´ultimo anno, un quindicenne, anziché stare sui banchi di scuola, potrà andare a fare il garzone in una bottega o in un´officina con un contratto di apprendistato. Lo prevede un emendamento, fortemente voluto dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, approvato ieri dalla Commissione Lavoro impegnata nell´esame del cosiddetto “collegato-lavoro” alla Finanziaria.
Il disegno di legge passerà lunedì in Aula, ma la norma – in un Paese nel quale l´abbandono scolastico sfiora il 22 per cento contro una media europea di circa il 15 per cento – ha subito scatenato lo scontro politico e culturale. A sostegno dell´emendamento (presentato dal relatore Giuliano Cazzola) sono scesi in campo i due ministri direttamente interessati: Sacconi e Mariastella Gelmini (Pubblica Istruzione). Con loro la presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, e quello della Confartigianato, Giorgio Guerrini. Contro le opposizioni politiche (Pd e Idv), tutti i sindacati Cgil, Cisl e Uil (per una volta uniti) nonché gli artigiani della Cna.
Una bagarre che ha colto di sorpresa lo stesso relatore Cazzola: «È una tempesta in un bicchier d´acqua. È solo una possibilità prevista per chi dopo le medie rischia di non fare sostanzialmente nulla per un biennio in attesa di compiere i 16 anni e potere andare a lavorare». La tesi del ministro Sacconi è che non si abbassi l´età di accesso al lavoro («pensarlo è una porcheria», ha detto) bensì si consenta, attraverso un apprendimento in un luogo di lavoro, di acquisire «una qualifica e cioè un titolo di studio del secondo ciclo». Certo i numeri dei ragazzi che rimangono in uno stato di inattività, una volta terminate le scuole medie, fanno impressione: secondo l´ultimo rapporto dell´Isfol (l´istituto che per il ministero si occupa di formazione), sono 126 mila (pari al 5,4 per cento) i giovani tra i 14 e i 17 anni fuori da qualsiasi percorso di istruzione e formazione.
Anche sulla base di queste cifre, Sacconi sostiene da tempo che si debba rafforzare l´istituto dell´apprendistato e che questo serva alle imprese, soprattutto quelle piccole. La conferma è arrivata con una dichiarazione della Marcegaglia secondo la quale «la norma viene incontro all´esigenza che c´è soprattutto in alcune zone del paese dove a 14 anni si interrompono gli studi e si va al lavoro». Fenomeno – va detto – che interessa in particolare il nord e che comunque finisce inevitabilmente per schiacciare i giovani lavoratori nel sommerso essendo vietato lavorare a 14 anni. In ogni caso, ha aggiunto la Marcegaglia: «Serve più formazione e più scuola. Ma questa misura può essere letta in un´ottica positiva se è nella logica di dare una risposta al problema di chi abbandona la scuola».
Molto diverso l´approccio di Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro nel governo Prodi: «Questo governo, ammaestrato dagli errori del passato, non scegli più lo scontro su elementi simbolici come fu sull´articolo 18. Bensì, attraverso norme, codicilli, emendamenti e sub-emendamenti, in modo sapiente e chirurgico, manomette il diritto al lavoro e all´istruzione».
A incrinare la saldezza del fronte imprenditoriale è stato il presidente della Cna, Ivan Malavasi: «Sono sorpreso dalla scelta del governo che non ha nemmeno consultato le parti sociali. Credo piuttosto che i livelli di istruzione vadano innalzati e che per risolvere il problema che dice il ministro ci siano altre strade». Da lunedì la parola all´Aula di Montecitorio.
La Repubblica 21.01.10

Anna Finocchiaro: «L'interesse privato è la loro priorità», di Nini Andriolo

Una maggioranza senza vergogna, è l’interesse privato del Capo del governo la vera priorità del centrodestra…».
Presidente Finocchiaro, con il processo breve siamo al diciannovesimo provvedimento ad personam in ordine di tempo….
«Una sequela ininterrotta che si è perpetuata da un governo Berlusconi all’altro per diverse legislature. Quella attuale è un’operazione a tenaglia: si parte con il processo breve, nel frattempo – alla Camera – si discute il legittimo impedimento, contemporaneamente hanno tentato un decreto legge per ottenere una norma da utilizzare subito nei processi di Milano e, dall’altra parte, si minaccia il Lodo Alfano costituzionalizzato. Tutto questo mentre il Paese attraversa una crisi difficilissima che investe le famiglie, in particolare quelle del Mezzogiorno».

Il Parlamento “occupato” dai problemi privati del premier, quindi. Come se ne esce?
«Il Parlamento usato. Con conseguente spreco di tempo e di risorse pubbliche. Il potere legislativo utilizzato per un unico ossessivo scopo: quello di salvare il premier dai processi che lo riguardano».

Per il senatore Gasparri il processo breve serve a dare giustizia al Paese…
«Questo provvedimento, in realtà, manderà al macero centinaia di migliaia di processi penali e contabili, con il risultato di danneggiare i conti dello Stato e introdurre principi di irresponsabilità per chi amministra risorse pubbliche. Si produrrà non l’abbreviazione dei tempi del processo, ma in una denegata giustizia. Di fronte a questa obiezione la maggioranza non è riuscita mai a dare risposta. L’unica verità che può affermare, infatti, è l’impellente necessità di salvare il premier. C’è da rilevare, tra l’altro, che con le nuove norme, l’unico interesse dell’imputato colpevole sarà quello di portare avanti il processo il più a lungo possibile. Non avrà alcun interesse, infatti, a chiedere un patteggiamento o un giudizio abbreviato»

Dopo il sì del Senato ci sarà, prevedibilmente, anche quello della Camera. Il Partito democratico si opporrà anche nel Paese, fuori dal Parlamento?
«Ogni volta che facciamo una battaglia efficace, come quella che abbiamo condotto in Senato, parliamo al Paese. Vorrei dare valore all’impegno parlamentare anche per evitare che venga vissuto, quasi, come un passaggio burocratico. Ci pensano già altri, il governo e la maggioranza, a mettere in mora il Parlamento costringendolo a timbrare decisioni prese dagli avvocati del Presidente del Consiglio, ad Arcore o a Palazzo Grazioli. Nel Parlamento e nel Paese il Pd deve svolgere il proprio ruolo con questa consapevolezza».

Individua nel processo breve profili di costituzionalità che possano influire sulle decisioni del Presidente della Repubblica?
«Abbiamo presentato in Senato le nostre pregiudiziali di costituzionalità. La maggioranza ha ripulito un po’ il testo, ma noi continuiamo a mantenere delle riserve. Dopodiché vedremo…».

L’ossessione di salvare il premier, come lei la definisce, non rende poco credibile il confronto sulle riforme?
«Le riforme dovrebbero essere varate per arginare una concezione in cui il potere non trova confini e per sbarrare il passo a una prassi costituzionale secondo la quale il Parlamento diventa il luogo della ratifica. Oggi si legifera per decreti legge modificati con i maxiemendamenti, si ricorre continuamente al voto di fiducia. Il Capo dello Stato ha denunciato più volte queste distorsioni. Abbiamo tutto l’interesse di rendere più forte la democrazia italiana con riforme che riescano a restituire forza alle istituzioni e a rendere più agevole il procedimento legislativo. Una grande forza riformista, come la nostra, non può arretrare di fronte all’esigenza di dare al Paese un assetto istituzionale equilibrato e moderno».

E c’è il clima giusto, oggi, per ottenere i risultati che lei auspica?
«È ovvio che la maggioranza si assume la responsabilità di un certo clima e su di lei certamente oggi grava un giudizio di inaffidabilità. La prima garanzia di ogni relazione positiva, anche di quella politica quindi, è il riconoscimento e il rispetto reciproco. E se andranno avanti con questo andazzo tutto potrebbe complicarsi, malgrado avverta come impellente la necessità delle riforme. Per fare riforme utili al Paese ci troveranno sempre pronti, non ci troveranno pronti per fare ciò che hanno fatto oggi (ieri, ndr.) al Senato»

La parola confronto evoca immediatamente il fantasma dell’inciucio, a maggior ragione in rapporto a una maggioranza “ossessionata” dai processi del premier…
«Sbaglia chi accusa d’inciucio coloro che vogliono le riforme. Non si capisce che, in questo momento, stare fermi significa consentire che si affermi una gestione del potere che punta a stravolgere la stessa regola costituzionale».
L’Unità 21.01.10

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“La pretesa immunitaria”, di GIUSEPPE D’AVANZO
IL “processo breve” è la ventesima legge approvata nell’interesse di Silvio Berlusconi dai commessi nominati in Parlamento dalla Lega e dal Partito della libertà. È una legge che salva l’Egoarca (morirà il rognosissimo processo Mills, dove è accusato di corruzione). Qualche effetto immediato. La legge sfascia la già malmessa macchina giudiziaria. Non c’è, infatti, nessun contemporaneo provvedimento che asciughi le procedure, depenalizzi i reati, renda più efficiente l’organizzazione giudiziaria, qualifichi le risorse umane e incrementi gli strumenti materiali.
Il “processo breve” impoverisce le casse dello Stato perché si creano condizioni favorevoli alla “casta” (ministri, sindaci, amministratori pubblici) per non risarcire il danno di sperperi e distrazioni. Allontana dalla condanna le società che hanno la responsabilità amministrativa dei reati commessi dal management nell’interesse dell’azienda. Prepara soprattutto un processo ingiusto e diseguale. Lasciate immutati, oltre ogni ragionevolezza, i reati, le procedure e le garanzie processuali, il processo non potrà che avere tempi lunghi. Effetti a lungo termine. Un processo – da un lato, nato per essere dilatato nei tempi e, dall’altro, strozzato nella durata – è uno strumento destinato a diventare superfluo, inutilizzabile, inutile. Soprattutto è un arnese che non potrà essere mai “giusto”, nonostante le filastrocche a uso televisivo delle ugole obbedienti. Perché danna i poveri cristi senza risorse e premia chi ha il denaro per pagarsi legulei competenti nell’esplorare i labirinti della procedura. In conclusione, il paese sarà più fragile, insicuro e criminofilo con giubilo dei delinquenti con e senza colletto bianco: c’è finalmente il modo legale per arraffare, arricchirsi, farsi prepotente senza danno, malvivere senza pagare dazio né allo Stato né agli innocenti diventate vittime.
Il “processo breve”, frutto avvelenato di un’arrogante pretesa immunitaria, è soltanto l’intimidatoria ipoteca che, per ora, Berlusconi lascia sul tavolo. È già accaduto appena ieri, nel 2008. Con un emendamento al decreto sicurezza, il capo del governo si fa approvare la sospensione di un anno dei processi per fatti commessi prima del 1 luglio 2002, la cui pena non ecceda i dieci anni (è il suo caso). La norma manda all’aria centomila processi. Berlusconi l’agita per rendere accettabile come “danno minore” un provvedimento che lo rende immune fino a fine mandato (il “lodo Alfano” sarà approvato l’11 luglio 2008 e bocciato dalla Consulta, perché incostituzionale, il 7 ottobre 2009).

Il quadro tattico, in apparenza, non pare diverso in quest’anno di grazia 2010. Distruttivo dell’intero sistema giudiziario, il “processo breve” è il mostruoso sgorbio che dovrebbe convincerci ad accogliere, come riduttivo di un rovinoso danno, un altro provvedimento che, senza umiliare l’interesse collettivo, può ottenere lo stesso risultato: il congelamento dei processi del Cavaliere. E soltanto apparenza. In realtà, in quest’occasione la strategia che si intravede dietro mosse rituali guarda più lontano, è più pericolosa perché vuole essere definitiva.

Il “male minore” (per i cittadini, per lo Stato), che dovrebbe salvare l’Egoarca dalle sue rogne giudiziarie, è il disegno di legge sul “legittimo impedimento” (da lunedì alla Camera). È la riformulazione, ancora per via ordinaria e quindi incostituzionale, del “lodo Alfano”. La definiscono “disposizione temporanea in materia di legittimo impedimento del presidente del consiglio a comparire nelle udienze penali”. Prevede che “costituiscano motivo di rinvio delle udienze gli impegni istituzionali del capo del governo”. La norma sarà valida, per “tutti i processi in corso in ogni fase, stato o grado”, solo per 12 mesi in attesa di una riforma costituzionale che reintroduca l’immunità parlamentare (già pronta la proposta bi-partisan Chiaromonte-Compagna). Naturale che Berlusconi non si fidi dell’escamotage o della solidità di quel “ponte”. Perché dovrebbe vedere garantita la sua salvezza in una legge (il “legittimo impedimento”) che oltraggia la Costituzione in attesa che la Costituzione venga poi riscritta per cicatrizzare la ferita? Un pasticcio, come nemmeno un Ghedini potrebbe organizzare. È ovvio che il capo del governo vorrà raddoppiare la sua pressione sull’opposizione, sul capo dello Stato, sulla magistratura, sull’opinione pubblica con l’uno e l’altro dei provvedimenti (“processo breve” e “legittimo impedimento”) per ottenere il consenso ad aprire subito (e al diavolo il governo e le difficoltà del Paese) una “stagione costituente” che assegni alle Camere il potere di “disporre, a garanzia della funzione parlamentare, la sospensione del procedimento per la durata del mandato” (così si legge nel disegno di legge Chiaromonte-Compagna).

Ora si ascoltano molti pareri favorevoli al ritorno irrobustito dell’immunità parlamentare. Poco male. Allarma che l’opposizione – e anche segmenti di una magistratura stressata e “stanca di guerra” – non si accorgano che la revisione dell’immunità (il Cavaliere deve farsela approvare anche dall’opposizione perché, impopolarissima, non supererebbe il referendum) è nelle manifeste intenzioni di Berlusconi la cruna attraverso cui infilare il cammello della “costituzionalizzazione” di se stesso, dell’anomalia dei suoi interessi confusi e sovrapposti, il congegno per potenziare un potere che immagina limitato da troppi contrappesi (parlamento, ordine giudiziario, capo dello Stato, Corte costituzionale). A Bonn è stato fin troppo chiaro, a questo proposito. È dunque la riforma della Costituzione l’ancoraggio finale di una strategia cominciata oggi con l’approvazione al Senato del “processo breve”. L’agenda politica può essere favorevole per il progetto. Dopo le elezioni regionali (marzo), non si voterà per tre anni. Lontano dagli elettori, il sistema politico potrà ritornare sordo e autoreferenziale. Le carte sono già in tavola, se le si vuole vedere. L’Egoarca chiede che la Costituzione diventi strumento di chi governa, Instrument of Government, dispositivo per esercitare il potere. Ci si sarebbe aspettato che, nella sinistra nouveau style, qualche autorevole oracolo ricordasse che la Carta fondamentale della Repubblica è figlia di un costituzionalismo che non l’ha immaginata strumento di governo ma di garanzia contro gli abusi del potere. Al contrario, evocando la “bozza Violante” (fine del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei deputati, Senato federale), le menti soi-disant “realiste” dell’opposizione sembrano convolare verso la linea tracciata dall’Egoarca. Enfatizzano la modernità della “bozza”, ne occultano in pubblico il più autentico obiettivo: il rafforzamento dei poteri del premier. Che, una volta immunizzato per sempre, è appunto l’obiettivo dell’Egoarca.

Bisogna prendere atto oggi che non si odono voci responsabili che denuncino quanto possa essere pericoloso imboccare questa strada. “Chi ci salverà da Berlusconi, “padre costituente”?”, si chiedeva nel 2004 lo storico Sergio Luzzatto. La risposta provvisoria è oggi questa: a livello politico, nessuno sembra aver voglia di salvarci. Chi potrebbe farlo o tace o dissimula le sue intenzioni. Soffiano arie bicamerali e, dopo il voto regionale, infurieranno impetuose, aggressive e libere.
La Repubblica 21.01.10

Taglia i processi mentre alza le tasse

C’è un Paese dove si parla di giustizia come della prima cosa da riformare. Mentre nel mondo si parla di lavoro tasse, imprese, ambiente. C’è un Paese dove si dice che la crisi è passata e i giornali pensano solo alle alleanze per le regionali. Mentre nel mondo si affronta la crisi con interventi massicci a sostegno dell’occupazione.
Questo paese è l’Italia ma il rischio è che il governo e l’informazione ci portino verso il mondo di Avatar, il kolossal campione d’incassi ambientato nel mondo di Pandora) persi dietro problemi che non sono quelli delle persone reali.

Ieri sera il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ospite a Ballarò ha affrontato proprio questi temi scottanti: lavoro, fisco, impresa, riforma sanitaria e difesa dell’ambiente. E lo ha fatto portando ad esempio i Parlamenti degli altri Paesi, come la Francia, la Germania o gli Stati Uniti, dove con l’inizio del nuovo anno si è iniziato a discutere di economia reale, mentre i temi di discussione che impregnano la politica italiana in questi giorni, riguardano solo i problemi della giustizia e le candidature alle regionali.

Meno tasse? Una leggenda metropolitana! Il leader del PD ha attaccato sul mantra “meno tasse” di Berlusconi & Tremonti: “E’ una leggenda metropolitana che si pagano meno tasse, con il governo Berlusconi le tasse sono aumentate, quest’anno lavoreremo fino alla fine di giugno solo per pagarle, un girono in più di un anno fa. Siamo sotto il fuoco di una propaganda politica, basta vedere come i telegiornali amplificano le affermazioni tranquillizzanti sull’economia. Noi – ha detto ricordando il governo Prodi – eravamo più attivi nel recupero dell’evasione fiscale. Il ministro Tremonti, invece, ha lasciato cadere la proposta della tracciabilità dei pagamenti, che avrebbe consentito un grande recupero”. Ad Alessandro Sallusti de Il Giornale che sproloquiava di stato di polizia e attacchi alla libertà ha risposto ricordando il suo viaggio negli USA a dicembre: “Pagano tutti tutto con le carte di credito, anche le vecchiette. Così non c’è nero, non c’e evasione! Dobbiamo dare stimolo all’economia – ha insistito Bersani -mettere in moto il lavoro, che viene prima di tutto. Sono positivo e anche ottimista, ma le cose non si aggiustano da sé. Lasciamo stare la grande riforma fiscale che pure serve, ciò che è di primaria importanza è dare un pò di soldi in tasca a chi spende”. E’ lampante l’esempio dell’agricoltura nel sud del Paese: “Ho visitato in questi giorni Sicilia e Calabria, dove le arance restano sulle piante, nessuno le raccoglie e gli imprenditori sono disperati per il crollo dei prezzi”.
Il Parlamento non è l’Ufficio Difesa Presidente del Consiglio…
Il leader democratico ha contestato Bondi: “Io da quando sono segretario ho accettato la sfida di discutere di riforme con il centrodestra. Intendo la riduzione del numero dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto etc.. Su questo piano, il Partito Democratico è pronto a confrontarsi da domani mattina, se invece si pensa di fare del Parlamento una succursale dell’ufficio di difesa del Presidente del Consiglio, come è successo in Senato con la vergogna del processo breve, il Pd, non potrà esserci. Siamo disponibili a discutere di forme di immunità solo nel contesto di più ampie riforme istituzionali, e non prima di esse” . Bersani ha inoltre esortato Bondi a suggerire al suo governo di “discutere dei problemi reali del Paese o il rischio è che si finisca sulla luna, che si finisca su Avatar”. Un punto su cui non si transige: “Anch’io vorrei che i processi durassero meno, soprattutto quelli in ambito civile che danneggiano anche le attività economiche di tanti italiani, ma se passa una legge del genere, molti processi salteranno”. Poi ha ricordato come anche la magistratura ha inutilmente chiesto alla maggioranza di modificare il testo della norma taglia processi, “ma per il solito problema del premier la maggioranza non ha dato seguito alla richiesta. Eppure sapete qual è il problema? Che la giustizia non c’è per i cittadini”. Se Berlusconi è uno statista , ha spiegato a Bondi “come dice di essere, dovrebbe rispondere da statista, mettere da parte i suoi problemi e affrontare i problemi di tutti. Mentre con l’approvazione del processo breve si creerà uno stallo istituzionale, insanabile per almeno 10 o 20 anni”.
Bondi invece di ascoltare non faceva che parlare delle alleanze fatte dal centrosinistra per le elezioni regionali, così Bersani ha risposto: “Siamo l’unico Partito che ha fatto decidere i propri candidati nelle assemblee sul territorio e in quasi tutte le realtà ha votato all’unanimità”. E ha to la logica che sta dietro le azioni politiche del PD: “Bipolarismo e non bipartitismo. L’obiettivo è quello di accorciare le distanze i tra partiti dell’opposizione, p che vogliono la riforma elettorale, che sono contro il processo breve, e si agisce cercando di ottenere un risultato “in progress”, che non si limiti alle sole elezioni regionali. Il tema è che si possono anche non condividere in toto le scelte dell’Udc sulle regionali, ma se ne prende comunque atto”. Bersani, rispondendo alle polemiche che ci sono state sulla selezione dei candidati, ha inoltre sottolineato che non c’è affatto un ritardo nella scelta: “Il paradosso è che le candidature si chiudono il 20 febbraio, e il Pd piuttosto è in anticipo. Noi siamo l’unico vero partito federale, dove le candidature sono state sempre sancite da Assemblee, alcune delle quali hanno deciso per le primarie; in totale si è giunti ad una decisione definitiva in 9 regioni, e in 8 delle quali ci sono candidati del Pd sostenuti da alleanze più larghe, in un caso in particolare, nel Lazio, ci si appoggia una candidata di grandissimo profilo che è Emma Bonino”. E con un sorriso all’esponente del PDL ha ricordato: “ Le assemblee hanno sempre deciso all’unanimità, e sono aperte, se volete potete assistere, quelle della maggioranza…beh, non so dove si facciano”.
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"Lo strano caso del partito del premier", di Luigi La Spina

La mappa delle candidature per il voto amministrativo di marzo è diventata, ormai, la più efficace rappresentazione della vera forza dei partiti in Italia. Una sciagurata legge elettorale per la Camera e per il Senato, infatti, ha trasformato i parlamentari in personaggi nominati dalle segreterie romane, rompendo la dipendenza dal territorio nel quale formalmente si presentano.

Ecco perché la battaglia di questi giorni per scegliere gli aspiranti alla carica di presidente di Regione o di sindaco, nei Comuni dove sono previste elezioni abbinate, finisce per svelare una radiografia politica del nostro Paese assai illuminante.

Se, per questa volta, si limita l’osservazione allo schieramento di centrodestra, balza subito agli occhi la persistenza, dopo quasi vent’anni, della straordinaria anomalia nel rapporto tra la leadership di Berlusconi e il suo partito. La decisione di candidare Renato Brunetta a sindaco di Venezia, uno dei ministri più popolari del governo, ma anche uno dei rappresentanti più vicini all’anima originaria di Forza Italia, quella radicalmente liberista e populista, sembra costituire l’eccezione che conferma la regola di una estrema debolezza del partito di Berlusconi nel radicamento territoriale italiano. Con un contrasto clamoroso tra il consenso e il potere del presidente del Consiglio nel governo del Paese e la capacità di imporre in Regioni e Comuni la leadership degli uomini più a lui vicini.

Le candidature nelle regioni più rappresentative del Nord confermano questa opinione: la cessione alla Lega del Piemonte e del Veneto costituisce un segnale, sia d’immagine sia di concreto potere, fortissimo. Anche perché l’ennesima presenza di Roberto Formigoni alla conferma sulla poltrona più importante del Pirellone di Milano rafforza l’impressione di una posizione autonoma dell’attuale «governatore» lombardo, forte di un sistema di potere e di una ideologia politica sostanzialmente lontani dal nucleo fondante di Forza Italia.

Quando si allarga lo sguardo verso il Centro e il Sud, la sensazione non cambia: nel Lazio, la regione più importante dell’Italia di mezzo, la candidata, Renata Polverini, è stata indicata da An e dal suo grande sponsor Gianfranco Fini, così come riconducibile ad An è Giuseppe Scopelliti che corre per la presidenza della Regione Calabria. Anche in Campania, Stefano Caldoro, arriva a Forza Italia piuttosto tardi, solo dopo una lunga e importante militanza tra i socialisti. Infine, se si arriva alla Sicilia, il caso Lombardo acuisce l’impressione di una grande difficoltà del partito di Berlusconi nel rappresentare, sul territorio, l’equivalente forza del suo leader in campo nazionale.

E’ vero che questa anomalia conferma tutti gli stereotipi che hanno sempre accompagnato «la discesa in campo» di Berlusconi, dalle famose accuse sul «partito di plastica», sul partito proprietario e personale. Soprattutto conferma la debolezza nel reclutamento del ceto dirigente e nella capacità di affermazione politica sul territorio. Tutti problemi irrisolti e finora mascherati dalla prorompente e pervasiva personalità del suo leader. Ma la radiografia territoriale di questo partito dimostra l’inanità di tutto lo sforzo dei tanti aspiranti eredi di Berlusconi. Si rassegnino pure. Il premier ha sicuramente tanti, forse persino troppi, futuri eredi del suo patrimonio personale. Ma il suo patrimonio politico non ci sarà: neanche lui potrebbe assegnarlo. Perché anche lui sa che non si potrà trasmettere a nessuno. E, quindi, non esiste.
La Stampa 21.01.10

"Obbligo addio?", di Maurizio Tiriticco

Com’è noto, secondo l’attuale maggioranza, la crescente incultura dei nostri giovani dipende direttamente dai pedagoghi sessantottini, molti comunisti e qualche utile idiota, che con il sei politico si sono adoperati per regalare a tutti, nessuno escluso, titoli su titoli! Un disegno perverso finalizzato a fare del nostro Paese un popolo di ignoranti! Mah! Se così fosse, da questa maggioranza ci si aspetterebbe un percorso inverso: investire sull’istruzione! La scelta, invece, com’è noto, è ben diversa! Tagliare sull’istruzione e puntare solo sui cosiddetti meritevoli! E gli altri? Tutti al macero!
Ed è anche noto che uno degli ultimi atti dei comunisti in favore dell’incremento dell’ignoranza è stato quello di innalzare l’obbligo di istruzione di due anni! Il tutto per riempire le aule di sfaticati e regalare diplomi, o meglio certificazioni di competenze, secondo il nuovo linguaggio, sempre inventato da questi diabolici sovversivi!
Liquidare l’obbligo di istruzione è stato, quindi, uno degli obiettivi primari perseguito dall’attuale maggioranza. Un po’ di storia: il nuovo obbligo, sancito dal dm 139 del 22 agosto 2007, è partito con l’anno scolastico 2007/08 e la sua prima conclusione si doveva effettuare nel giugno del 2009. Ma nell’aprile del 2008 le elezioni politiche avevano decretato la vittoria del centrodestra! Che cosa poteva fare il nuovo ministro Gelmini se non disattendere all’impegno che la norma gli proponeva? E così fu! Alle scuole non giunse alcuna sollecitazione né furono date istruzioni circa le modalità della certificazione, sul cui modello a tutt’oggi non c’è nulla di definitivo! Venne poi quel comma 4 bis dell’articolo 64 della legge 133/08 che recita: “L’obbligo di istruzione si assolve anche nei percorsi di istruzione e formazione professionale”. Così la nuova maggioranza, invece di por mano seriamente ad un riordino del percorso decennale verticale, continuo ed orientativo dai 6 ai 16 anni di età, in cui fossero definitivamente liquidati i sempiterni diaframmi tra scuola primaria, media e biennio superiore, ha fatto un’altra scelta: perché spendere per istruire, se si può risparmiare… bocciando? Se un giovane è istruito, è merito della scuola, se è ignorante… è colpa sua!
Ed oggi viene sferrato il colpo definitivo! La Commissione lavoro della Camera – si noti, non la Commissione cultura e istruzione – approva l’emendamento Cazzola con cui si prevede che l’obbligo di istruzione si possa assolvere anche nei percorsi di “apprendistato per l’espletamento del diritto dovere di istruzione e formazione”. Il che significa che, dopo i 15 anni di età, l’alunno può optare se proseguire gli studi o accedere all’apprendistato di primo livello.
Occorre fare un passo indietro. Con la legge delega Biagi (legge 30/03) è stato avviato il riordino dell’apprendistato e, con il dlgs 276/03 e la circolare del Ministero del Lavoro 40/04 ne sono stati individuati tre livelli: 1) apprendistato per l’espletamento del diritto dovere di istruzione e formazione; 2) apprendistato professionalizzante; 3) apprendistato per l’acquisizione di un diploma o per percorsi di alta formazione. Quello che in questa sede ci interessa è il primo con cui venivano recepiti: a) l’articolo 2 del codice civile, secondo cui un giovane acquisisce la capacità lavorativa a 15 anni, articolo che, di fatto, dovrebbe essere decaduto in seguito all’innalzamento dell’obbligo a 16 anni; b) l’articolo 2, punto c della legge 53/05, che sostituisce l’obbligo di istruzione con “il diritto dovere all’istruzione e alla formazione per almeno dodici anni o, comunque, sino al conseguimento di una qualifica entro il diciottesimo anno di età”. Ovviamente, la restaurazione della voce “obbligo di istruzione” ed il suo innalzamento da 8 a 10 anni, di cui al citato dm 139/07, ha fatto giustizia sia della prescrizione del codice civile sia delle ambiguità del diritto dovere di cui alla legge 53/03.
Ora, se il colpo di mano della Commissione lavoro va in porto, avremo la completa dissoluzione dell’obbligo di istruzione decennale. Di fatto, si marcia dritti dritti verso la restaurazione della nostra scuola elementare e media precedenti alla riforma del ’62. Saranno due gradi di scuola in cui i docenti, invece di adoperarsi per non lasciare indietro nessuno – ahi! Don Lorenzo! – saranno “autorizzati” per legge ad orientare di fatto prematuramente gli alunni verso il proseguimento degli studi “nobilitanti” o verso il “lavoro precoce”. E neanche verso la formazione professionale regionale, ma addirittura verso l’apprendistato! Devo sottolineare che non ho nulla contro l’apprendistato in sé, anche perché il terzo livello è di grande dignità, né contro il lavoro manuale in sé! Quando mani e cervello lavorano insieme, c’è sempre da apprendere! La questione è un’altra: a) dieci anni di autentica istruzione, ovviamente, se realizzata senza paratie stagne e secondo un curricolo continuo e verticale, anche – e perché no! – con forti integrazioni tra mano e cervello, permettono a tutti i nuovi nati, e ai nuovi arrivati, non dimentichiamoli, di raggiungere competenze culturali e di cittadinanza di tutto rilievo; b) invece, nove anni di istruzione a spezzatino aprono la porta a nuove forme di selezione precoce, per di più autorizzate per legge!
D’altra parte, non c’è da farsi molte illusioni. Quando il progettato riordino dei quinquenni superiori ancora sottolinea il primato dei licei a fronte dei percorsi tecnici e professionali, la scelta effettuata è evidente: basta leggere le finalità dei tre percorsi e i relativi risultati di apprendimento! E addio alle lotte contro la dispersione! Saranno molti i dispersi per legge! Insomma, di Gentile non ci liberemo mai!

"Il cimitero del diritto", di Massimo Giannini

Con un tocco di comicità involontaria, il presidente del Consiglio dice l’indicibile: non si presenta nelle aule dei processi Mills e diritti tv Mediatrade perché il tribunale di Milano è “un plotone di esecuzione”. Ma nello stesso giorno in cui si lascia andare all’ennesimo attacco contro la magistratura, lui stesso trasforma le aule del Parlamento nella “camera a gas” del diritto. Non c’è altro modo per definire il via libera del Senato alla riforma del cosiddetto “processo breve”. Oggi si celebra la morte della giurisdizione, violata e uccisa in nome di tutti, ma per salvare la vita di uno solo. Un’altra legge ad personam, la ventesima in quindici anni, che fingendo di stabilire termini rigorosi per l’avvio e la conclusione dei processi, e nel rispetto apparente del riformato articolo 111 della Costituzione, ha come unico scopo quello di considerare automaticamente “estinti” i due processi che vedono ancora coinvolto Silvio Berlusconi. La micidiale “norma transitoria” stabilisce che i limiti temporali ridotti riguardano tutti quei processi in corso “per reati coperti dall’indulto e puniti con pena pecuniara o detentiva inferiore ai 10 anni”. In questi casi, con la nuova legge il giudice dichiara il “non doversi procedere per estinzione” del processo se sono decorsi 2 anni da quando il pm ha avviato l’azione penale e se non è stato definito ancora il primo grado di giudizio.

È qui l’ennesima “ghedinata”. Il cavillo inventato dai Dottor Stranamore del diritto che assistono Silvio Berlusconi, e che hanno ritagliato a misura per lui l’ultima norma-vestitino, grazie alla quale gli ultimi due processi che ancora lo riguardano finiranno sepolti nel cimitero della giustizia. Può tuonare quanto vuole, il premier, contro l’opposizione che sale sulle barricate e l’intero corpo delle toghe civili e penali che rilancia il suo allarme. Può ripetere all’infinito, con l’impudenza di Don Rodrigo, che questa “non è una legge ad personam”. Lo smentisce, per paradosso, uno dei suoi “bravi” più truci e fedeli. Maurizio Gasparri afferma sicuro: “La legge non cancellerà la giustizia, e infatti riguarderà solo l’1 per cento dei processi”. È la prova regina che serviva, per dimostrare che siamo ancora una volta allo “stato di eccezione” decretato nell’interesse esclusivo del premier. Delle due l’una. O c’è un’esigenza pubblica di abbreviare i processi che riguarda tutti i cittadini, e allora è necessario che la nuova legge incida su tutte le cause pendenti. Oppure c’è un’urgenza privata che riguarda solo un cittadino, e allora è sufficiente che la nuova legge incida solo sui suoi e su pochi altri processi. “L’1 per cento”, secondo Gasparri. È questa la posta in gioco della pretesa “riformatrice” del centrodestra. È in nome di questa che si fa scempio delle regole costituzionali, a partire dal principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Poco importa se, in quell’1 per cento, con la nuova legge si farà strage di processi enormi come Cirio-Parmalat, Antonveneta-Bnl ed Eni Power. La sola cosa che importa è che, con quell’1 per cento, muoiano i due processi pendenti del Cavaliere. È un brutto giorno per la nostra democrazia, che si indebolisce ogni giorno di più. Ma è anche una bella lezione per il Pd, che si illude di “trattare” sulle riforme con Berlusconi. Se nel campo di battaglia della giustizia c’è davvero un “plotone di esecuzione”, non lo comandano certo le “toghe rosse” del Tribunale di Milano, ma semmai le “anime nere” del Partito delle Libertà.
La Repubblica 20.01.10

Scuola, Ghizzoni e Coscia (Pd): obbligo in apprendistato? Un brutto ritorno al passato

“Un brutto ritorno al passato, che mortifica gli sforzi per far acquisire a tutti i ragazzi entro i 16 anni quel patrimonio di saperi e competenze necessario per affrontare la vita adulta con consapevolezza e pari opportunità”. Così le deputate Manuela Ghizzoni e Maria Coscia commentano l’approvazione dell’emendamento Cazzola che estende l’assolvimento dell’obbligo scolastico ai percorsi di apprendistato. “Dopo averci provato invano in finanziaria, ora la maggioranza è riuscita nel proprio intento di stravolgere e svuotare nella sostanza l’innalzamento dell’obbligo di istruzione voluto dal precedente governo Prodi. Speravamo di esserci lasciati alle spalle il doppio binario della Moratti che separava i ragazzi di 13 anni in due gruppi incomunicabili: da una parte gli abili al lavoro con scarsissime speranze di successo personale e professionale, dall’altra gli arruolati allo studio con ben maggiori possibilità di affermazione. Insomma, avanti verso il passato e a farne le spese saranno i ragazzi, precocemente segnati nel loro futuro dalle condizioni sociali, e lo sviluppo dell’intero Paese. Mentre la commissione lavoro approvava questo scempio in commissione istruzione la maggioranza dava il via libera ad un riordino delle scuole superiori di stampo gentiliano: altro che riforma è un brutto ritorno al passato”.

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Al lavoro a 15 anni invece che in classe, passo indietro sull’obbligo scolastico.
Critiche dai sindacati: “Non è così che si aiuta l’occupazione dei giovani”
di SALVO INTRAVAIA

Al lavoro a 15 anni e scoppia la polemica tra governo e opposizione. “La maggioranza fa carta straccia dell’obbligo scolastico: inaccettabili questi salti all’indietro sul tema della formazione”, dichiara l’ex ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni (Pd). Al centro della querelle un emendamento al disegno di legge Lavoro, collegato alla Finanziaria, approvato questa mattina dalla commissione Lavoro della Camera, che prevede che l’apprendistato possa valere a tutti gli effetti come assolvimento dell’obbligo di istruzione. Se il provvedimento dovesse andare in porto gli studenti meno volenterosi potrebbero uscire dalle aule scolastiche un anno prima dell’attuale obbligo scolastico, fissato a 16 anni.

Ma l’Ue e tutti i più recenti studi sul capitale umano ci chiedono il contrario: aumentare la permanenza a scuola dei nostri adolescenti e ridurre la dispersione scolastica. “La maggioranza e il ministro Sacconi – continua Fioroni – hanno deciso di fare carta straccia dell’obbligo scolastico. E’ inaccettabile che, invece di intensificare gli sforzi per collegare la fase educativa alla formazione e mettere in grado i ragazzi italiani di poter competere ad armi pari con i loro colleghi nel resto del mondo, qui si decida di fare un salto all’indietro così macroscopico”.

In effetti, gli ultimi studi di Ocse (l’Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico) e Banca d’Italia raccomandano l’esatto opposto: investire in istruzione. Lo scorso mese di novembre, la Banca d’Italia ha pubblicato uno studio dall’emblematico titolo “Investire in conoscenza”. I due economisti Federico Cingano e Piero Cipollone evidenziano tutti i vantaggi connessi con un aumento del grado di preparazione dei cittadini italiani. Un massiccio investimento da parte dello stato in istruzione verrebbe più che compensato dalle entrate fiscali, a parità di prelievo, e dai minori costi derivanti dall’aumento del tasso di occupazione. E un anno in più sui banchi di scuola rende, secondo gli esperti di Bankitalia, nel medio-lungo periodo quasi il 9 per cento in termini di remunerazione del lavoro. I vantaggi maggiori sono per i laureati, il cui titolo di studio può fruttare più del 10 per cento e il diploma di maturità, il 9,7 per cento

Durissimo il commento del senatore Antonio Rusconi, componente della commissione Cultura di Palazzo Madama. “Si tratta di un provvedimento assurdo che ci allontana ancora di più dai livelli dell’istruzione previsti dal trattato di Lisbona e soprattutto annulla una conquista importante del governo del centrosinistra, ovvero l’obbligo all’istruzione svolta nella scuola superiore o professionale fino a 16 anni, ma comunque nella scuola”. “Di fatto – prosegue Rusconi – il governo Berlusconi sembra orientare la scuola e la società italiana verso indirizzi ‘classisti’, la serie A dei licei, la serie B degli Istituti tecnici, la serie C dei professionali, e ora per qualcuno, subito dopo la terza media, l’idea di andare subito al lavoro”. All’estero, secondo il senatore del Partito democratico, “la crisi economica la si sta combattendo con più investimenti” su scuola, università e formazione.

Nel 2003, una comunicazione della Commissione europea considerava “imperativo categorico” l’investimento efficiente nell’istruzione e nella formazione. Nel marzo 2000 il Consiglio europeo di Lisbona ha fissato all’Ue l’ambizioso obiettivo strategico di diventare entro il 2010 “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”. Il Consiglio europeo “ha ribadito che il futuro dell’economia (e della società) europea dipenderà dalle abilità dei suoi cittadini e che queste a loro volta richiedono un aggiornamento continuativo caratteristico delle società basate sulla conoscenza”.

E secondo l’ultimo lavoro dell’Osce, “Education at a Glance”, in Italia la laurea, in termini di resa salariale, è un affare. In base ai calcoli dell’Ocse un uomo laureato può aspettarsi rispetto a un diplomato un vantaggio salariale durante la carriera superiore a 322 mila dollari, mentre per una donna il beneficio si ferma a 136 mila. La media Ocse è di 186 mila a livello lordo per un uomo e di 134 mila per una donna. E con un titolo di studio più elevato ci si assicura anche meglio contro la disoccupazione.

“E’ l’ultimo atto dello smantellamento di un vero obbligo scolastico”: così il segretario della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo, commenta l’emendamento. “Siamo decisamente contrari. Prevedere questo – afferma il sindacalista – significa mettere in discussione l’essenza stessa dell’obbligo scolastico che va assolto nei percorsi di istruzione e formazione, e non attraverso l’apprendistato che nella maggior parte dei casi si traduce in un lavoro vero e proprio dove di apprendimento c’è ben poco”.

Critiche sono state espresse anche dal segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini. “L’emendamento sull’apprendistato approvato dalla commissione Lavoro della Camera, in modo frettoloso e senza nessuna consultazione delle parti sociali, deve essere corretto prima dell’approvazione in Aula del ddl lavoro prevista per la prossima settimana”. “In particolare – aggiunge Santini – va attentamente valutato il rischio di un conflitto tra norme, stante la vigente legge 296/06 che fissa l’obbligo di istruzione a 16 anni, che porterebbe alla paralisi operativa”. La richiesta del sindacato è quella di “rilanciare l’apprendistato per aiutare concretamente l’occupazione dei giovani”, ma di farlo in collegamento con “percorsi di istruzione e formazione professionali nei quali, come previsto dalla legge, si assolva all’obbligo di istruzione”.
La Repubblica 20.01.10

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Il governo: al lavoro a 15 anni. L’opposizione: «È un passo indietro»

L’obbligo di istruzione (innalzato a 16 anni dalla finanziaria del 2006) «si assolve anche nei percorsi di apprendistato». Bastano poche parole in un emendamento per far scoppiare la polemica tra maggioranza e opposizione. L’emendamento della discordia è stato votato oggi in commissione lavoro alla Camera come modifica al ddl sui lavori usuranti collegato alla Finanziaria. Autore dell’emendamento, che contiene uno dei cavalli di battaglia del ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, è il relatore del ddl Giuliano Cazzola (Pdl).

Se il testo passerà (il ddl arriva in aula alla Camera lunedì) si potrà andare a lavorare a 15 anni e utilizzare l’apprendistato per coprire l’ultimo anno obbligatorio di scuola. «Siamo disponibili a fornire ulteriori chiarimenti sul provvedimento – commenta Cazzola alla Dire, rispondendo anche alle polemiche sorte dopo il voto in commissione – comunque c’è un clamore eccessivo su questa novità. Chi fa l’apprendistato a 15 anni, infatti, non è obbligato a rinunciare alla sua istruzione, è solo una possibilità che viene offerta. Anche perchè l’innalzamento a 16 anni dell’obbligo scolastico non ha alcuna espressione di carattere curricolare. Allo studente non resta in mano nulla dopo quei due anni di scuola dai 14 ai 16 anni. Al massimo può fare una formazione di base che non dà nulla. Tanto vale andare a lavorare». L’assolvimento dell’obbligo scolastico con l’apprendistato era già stato previsto nel maxiemendamento alla finanziaria, ma poi era stato eliminato per estraneità alla materia della legge di bilancio. Il governo (vedi alla voce Sacconi) ha dunque chiesto di recuperarlo e inserirlo nel ddl sui lavori usuranti.

Le reazioni
«L’obbligo scolastico a 16 anni, una riforma di civiltà del governo Prodi in sintonia con l’Europa, è annullata da una norma voluta dal ministro Sacconi per l’apprendistato a 15 anni. Ancora una volta il governo Berlusconi, totalmente incapace di riforme, si impegna a distruggere quelle fatte togliendo opportunità di futuro ai giovani e di sviluppo economico per il paese». Lo ha affermato la senatrice del Pd Mariangela Bastico. Per Bastico «l’azione del governo sta raggiungendo l’apice della contrapposizione nei confronti di quanto l’Europa fa per uscire dalla crisi investendo sulla formazione delle persone. Con questa norma – attacca la senatrice – si toglie diritto ad un anno di scuola per tanti ragazzi maggiormente in difficoltà e si abbassa dai 16 ai 15 anni l’età minima per entrare nel mondo del lavoro. Sa bene, infatti, il ministro Sacconi che l’apprendistato è, a pieno titolo, un contratto di lavoro che prevede una piccola quota di formazione». Il Pd, conclude, «intende opporsi duramente a questa scelta scellerata che fa tornare indietro il paese».

Contraria anche la Cgil. «Non è con l’abbassamento dei diritti o con la propaganda che si affrontano temi centrali come il lavoro dei giovani e la lotta al sommerso», ha affermato il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni. Il Pdci chiede a Napolitano di stoppare la norma. «Il Governo – afferma il coordinatore nazionale Flavio Arzarello – uccide i sogni e incoraggia l’ignoranza. Con questo provvedimento il Pdl spinge l’Italia in un Medioevo post-industriale. Invitiamo il presidente della Repubblica Napolitano a stoppare questa scelleratezza, degna di un governo senza nè arte nè parte. Se vogliamo uscire dalla crisi – prosegue – l’unico modo è investire sul sapere e nella ricerca e non sulla manodopera gratuita dei giovani, che così vivranno un’esistenza da schiavi».
L’Unità 20.01.10