Latest Posts

Scuola, Pd: con riforma secondo ciclo sarà caos assoluto. Ghizzoni: si poteva rinviare, la maggioranza penalizza le famiglie

“La maggioranza dovrà assumersi le proprie responsabilità per questa scelta, che è sbagliata e che è destinata a produrre gravi disagi agli studenti e difficoltà nella vita delle scuole”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, commenta l’approvazione da parte della VII commissione della Camera dei regolamenti per il riordino della scuola secondaria superiore con il voto negativo del PD e delle altre forze di opposizione. “Questo atto – spiega Ghizzoni – affonda le proprie radici nei tagli di Tremonti imposti all’istruzione pubblica: si è preteso di dare una veste di “pseudo riforma” a ciò che altro non è se non un assestamento di bilancio. Solo così si può spiegare la riduzione di ore di insegnamento, di cattedre, di laboratori, di discipline. A fronte di una necessità vera di riformare dalle fondamenta il nostro sistema delle scuole superiori, per consentire ai ragazzi di affrontare con saperi e competenze adeguate le sfide del futuro, si è preferito impoverire l’offerta formativa. Oggi in commissione la maggioranza non ha voluto accettare la nostra proposta, di buon senso, di rinviare di un anno l’applicazione dei regolamenti, al fine di migliorarne i contenuti e reperire le risorse necessarie. Il rinvio avrebbe scongiurato il caos assoluto che impedirà alle famiglie di scegliere consapevolmente il più adeguato percorso di istruzione per i propri figli”.

******
On. Puglisi, “Riordino delle superiori un taglio ‘epocale’ alla scuola italiana”
“Il Partito Democratico dice no al riordino della scuola superiore proposto dal Governo: un riordino che allontana la nostra scuola dall’Europa e che nega pari opportunità di vita, di educazione e di lavoro ai ragazzi e alle ragazze del nostro Paese. Un taglio epocale alla scuola italiana in termini di risorse, di competenze e di tempo scuola che risponde perfettamente al modello di società proposto da questo Governo, dove solo il figlio del
notaio farà il notaio e nessuna possibilità o speranza viene offerta a chi parte da una situazione di svantaggio”. Lo dice Francesca Puglisi della segreteria nazionale del Pd e responsabile Scuola.
“La scelta compiuta a 13 anni diventa nei fatti irreversibile per la grande differenza di programmi proposti dai diversi percorsi formativi sin dal primo biennio, favorendo la dispersione scolastica, mentre con l’emendamento approvato nel DDL lavoro viene riportato l’obbligo scolastico a 14 anni.
Vengono largamente penalizzati i saperi tecnico scientifici e tagliate le ore di laboratorio negli istituti professionali”.
“Visto che il Parlamento è stato come sempre bypassato –conclude la responsabile Scuola- il Partito Democratico contrasterà in tutte le sedi politiche e nel Paese questi provvedimenti che tagliano con l’accetta il futuro dei nostri ragazzi”.

"Bertolaso Spa. Così funziona la (stra)protezione civile", di Alberto Statera

Piena libertà e spese senza limiti: con il decreto in discussione al Senato, la struttura guidata da Bertolaso diventa il più autonomo ente appaltatore della Repubblica. Che gestirà ogni tipo di evento “emergenziale”. Dalle calamità naturali ai party di Stato. Una macchina di potere travolgente, che controllerà flussi di miliardi di euro Non ci sono cifre ufficiali, ma in meno di nove anni sarebbero già stati stanziati 10 miliardi. L´irresistibile ascesa del sottosegretario nella classifica dei ministri. Il Pd accusa: è una picconata allo Stato, così un controllato diventa anche controllore.
Il Vicerè Bertolaso I sale trionfalmente al soglio di imperatore di tutti gli appalti con il decreto legge, varato la settimana scorsa dal Consiglio dei ministri e adesso in discussione al Senato, che “privatizza” la Protezione civile della nazione trasformandola in una Spa. Altro che la gerarchia dei ministri stilata ufficialmente dal suo mentore Gianni Letta.
Guido Bertolaso, dottore in medicina, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e capo del Dipartimento della Protezione civile, scala di fatto l´ordine protocollare superando in termini di potere reale non solo Frattini, Maroni e Alfano, i primi tre nella classifica lettiana, ma anche Giulio Tremonti, custode dei cordoni della borsa. Perché più e meglio di come ha fatto fin qui potrà spendere come vuole un numero imprecisato di miliardi di euro pubblici senza alcun controllo, autorizzazione o rendiconto e, se occorre, con la secretazione, come è avvenuto per il G8 che avrebbe dovuto svolgersi all´isola della Maddalena e fu infine trasferito all´Aquila terremotata.
Potrà spendere ad libitum Bertolaso non solo per frane, incendi e terremoti, ma per qualunque “Grande evento” sia giudicato degno, nei confini della Repubblica e nell´orbe terracqueo, di un “decreto emergenziale”.

I ministeri tacciano sotto il tallone di Tremonti e la Corte dei Conti si metta l´animo in pace. I controlli sono off limits nei confronti di “B&B”.
Già soprannominata “Bertolaso Spa” tra i senatori di tutte le parti da noi interpellati che stanno esaminando il decreto, la “Protezione civile servizi Spa” diventa di fatto se non il più grande, certamente il più autonomo ente appaltatore della Repubblica, con una quasi totale deroga alle tradizionali norme di legge per i fondi in transito da palazzo Chigi e destinati ai più svariati scopi: dalle gare ciclistiche, alla celebrazione di santi, dai party di Stato ai viaggi del Papa, dalle piscine alle discariche, dal traffico delle gondole in laguna alle regate, dagli alberghi di lusso agli scenari di cartapesta per i vertici internazionali. Come quello – tripudio del kitsch curato da Berlusconi in persona – che fece sorridere i ministri convenuti per il vertice Nato-Russia di Pratica di Mare. Per spingersi prossimamente alla gestione dell´Expò di Milano del 2015 e alle Olimpiadi del 2020 contese tra Roma e Venezia, che Berlusconi e Letta vogliono nelle mani della seconda “B”, quella di Bertolaso.
Una macchina di potere così travolgente da spostare ulteriormente dalle sedi dei ministeri e naturalmente del Parlamento e delle Autorità di controllo fino a palazzo Chigi la barra del potere reale della ditta Berlusconi & Bertolaso, che sotto l´ala nobile del Gentiluomo di Sua Santità Gianni Letta, della cultura dell´emergenza ha fatto una scienza di potere infinitamente più sofisticata rispetto a quella della prima repubblica, che prevedeva complesse “cupole” per la spartizione di favori, potere e ricchezze, magari attraverso i titoli in cui erano convertiti i fondi neri dell´Iri, di cui il sottosegretario Letta ha diretta conoscenza, avendone riscossa a suo tempo una quota pari a circa un miliardo e mezzo di lire di allora.
Sbaglierebbe chi credesse che l´emergenza della “Bertolaso Spa” si sostanzi soltanto nei terremoti, nelle frane, nelle esondazioni, negli incendi, che pure ogni anno non ci fanno mancare niente.
Tutto è ormai emergenza in questo paese: dal quattrocentesimo anniversario della nascita di San Giuseppe da Copertino, celebrato in provincia di Lecce con l´ordinanza “emergenziale” 3356, al congresso eucaristico nazionale, previsto ad Ancona dal 4 all´11 settembre 2011, di cui Bertolaso è già commissario, per ora con una dote di soli 200 mila euro da spendere per la buona riuscita dell´evento. Spiccioli, bazzeccole, pinzillacchere. Ben altri sono gli interessi che sotto la voce “Protezione civile” fanno fluire centinaia e centinaia di milioni. Spesso agli amici e agli amici degli amici.
Tra il 2001, quando Bertolaso venne nominato capo della Protezione civile e i primi cinque mesi del 2009, la presidenza del Consiglio ha emesso 587 “ordinanze emergenziali”, di cui solo una parte riferita a calamità naturali. Il resto a “Grandi eventi”, o presunti tali. Pare che nessun organo di controllo da noi interpellato sia in grado al momento di sapere esattamente quanto la coppia “B&B” è riuscita a spendere negli ultimi anni, senza alcuna pastoia o controllo di legittimità. Ma ha prodotto una stima attendibile Manuele Bonaccorsi, autore di un dossier intitolato Potere assoluto – La protezione civile ai tempi di Bertolaso, appena pubblicato e che la Cgil, che giudica il nuovo decreto sulla protezione civile «improprio e anticostituzionale», illustrerà sabato prossimo all´Aquila in una manifestazione di protesta dei Comitati dei terremotati contro la “Protezione Civile Spa”. Tra il 3 dicembre 2001 e il 30 gennaio 2006 la presidenza del Consiglio ha varato 330 ordinanze. Di queste, sono pubblici gli stanziamenti di 75 ordinanze, che valgono circa un miliardo e 490 mila euro. Non si tratta di un campione rappresentativo, ma è un dato che consente una stima. Nei cinque anni, tramite ordinanze della Protezione civile, in spregio alle norme sugli appalti e le assunzioni, sarebbero stati spesi 6,5 miliardi. Se si fa il calcolo su 587 ordinanze della presidenza del Consiglio in meno di nove anni, si arriva a 10,6 miliardi. Una somma sufficiente – giudicano gli autori del dossier – a costruire un blocco di potere indistruttibile, segreto e libero da qualsiasi regola.
Capite allora perché l´imperatore di tutti gli appalti, che il centrosinistra considerava uno dei suoi, dichiara nelle interviste che tra tutti i quattordici governi in cui ha «servito», il Berlusconi quater è «il migliore»? Figlio di un pilota dell´aeronautica militare, medico nel Terzo mondo stipendiato dalla Farnesina e pars magna a Roma di una società immobiliare operante nel comprensorio dell´Olgiata, gran giocatore di golf con il suocero Guido Piermarini, campione del generone romano, da giovane medico l´idolo di Guido Bertolaso era il medico dei derelitti Albert Schweitzer. Poi, al seguito di Giulio Andreotti, l´aspirante medico dei derelitti scoprì che era meglio curare i potenti della terra che i diseredati della terra.
Dieci anni fa era ancora nessuno. «Io lo conoscevo bene», racconta Luigi Zanda, oggi vicepresidente dei senatori del Pd, che nel 2000, quando era presidente dell´Agenzia del Gran Giubileo, lo incontrò come vice di Francesco Rutelli, sindaco di Roma e commissario all´evento. «Abile nella soluzione dei problemi, aveva un ego smisurato», secondo Zanda, che oggi guida in Parlamento le legioni degli oppositori alla “Bertolaso Spa”, che, oltre alla Cgil, allinea per ora la Conferenza delle Regioni, presieduta da Vasco Errani, e l´Associazione dei comuni di Sergio Chiamparino.
Oltre a uno schieramento bipartisan che non ne può più della ditta “B&B”, covata dietro le quinte da Gianni Letta e dal suo sistema di potere, curato da ambasciatori che, a suo tempo, figurarono come reclutatori della Loggia P2 di Licio Gelli, impegnata soprattutto a riciclare tangenti con la complicità della banca del Vaticano. Come il mitico Luigi Bisignani, che oggi, ufficialmente manager di una società tipografica torinese, in realtà svolge per conto di Letta le funzioni di portavoce dei potentissimi sottosegretariati di palazzo Chigi. “B&B”, più la “L” di Letta.
«Quella cui assistiamo – dice Zanda – è una picconata allo Stato, una sovrapposizione abnorme tra un capo Dipartimento, un direttore generale che dovrebbe ispirarsi all´imparzialità, e un sottosegretario controllore-controllato, cui, per di più, col nuovo decreto, si implementano i poteri. Nella repubblica democratica italiana non è mai accaduto che un membro del governo abbia avuto contemporaneamente la carica di sottosegretario e di direttore generale. È come se il ministro dell´Interno Maroni fosse anche il capo delle polizia. Per la serie: continuiamo a picconare questo ex Stato di diritto».
Legibus solutus, anche a causa del caratteraccio arrogante e litigioso nonostante il Premio Santa Caterina da Siena appena ricevuto, il pio Bertolaso rischia col suo sistema di potere di incappare in quei piccoli granelli che, se sottovalutati, possono inceppare il meccanismo. Tra le centinaia di delibere emergenziali passate negli anni passati del suo potere da palazzo Chigi, destinate a moltiplicarsi con il decollo del decreto “B&B”, ce n´è qualcuna che proprio non può passare indenne a qualche sacrosanta verifica giudiziaria. A parte l´inchiesta “Rompiballe”, che coinvolge Bertolaso nelle vicenda del discutibile riciclaggio dei rifiuti napoletani, fiore all´occhiello del berlusconismo, vogliamo magari parlare degli appalti secretati per il G8 della Maddalena, confluiti in una piccola società di Grottaferrata, Castelli Romani, di nome Anemone, come il suo titolare, personaggio riconducibile ai cari del commissario bertolasiano Angelo Balducci? O dei venti inutili poli natatori sorti a Roma ad uso dei soliti palazzinari, facendo carta straccia dei piani regolatori, per i Mondiali di nuoto del 2009?
Quella volta fu un figlio del Balducci, oggi stimato presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, a tentare il business milionario su un territorio prossimo alla via Salaria che rischia di affogare sotto il Tevere ogni volta che fa due gocce d´acqua.
Tanto era sfrontata la speculazione del giovane Balducci, che qualche magistrato proprio non la digerì. Ora la “Protezione Civile Spa” della premiata ditta “B&B”, punta con tanti amici costruttori a luoghi secchi e desertici. E soprattutto, liberata con la privatizzazione dagli ultimi lacci dei controlli, a nessuna interferenza di giudici rossi.
La Repubblica 20.01.10

Approvato il processo breve al Senato. Finocchiaro: "La priorità della maggioranza è l'interesse privato"

La dichiarazione di voto contrario della capogruppo PD. Per rallentare i tempi dichiarazioni di voto identiche dai senatori democratici. E spunta il condono per i politici. La maggioranza ha approvato al Senato la legge sul processo breve.
Giocano con le parole ma vuol dire che criminali e disonesti avranno la possibilità, se non la certezza, di farla franca perché la legge non velocizza i tempi dei processi, ma fissa solo i limiti entro i quali essi devono concludersi o andare in prescrizione.
Ma il processo breve non cancellerà solo i dibattimenti ma anche i risarcimenti per almeno 500 milioni di euro che sindaci, parlamentari, ministri e sottosegretari hanno rubato allo Stato truffando e sprecando. Soldi che devono essere restituiti in base alle sentenze della Corte dei Conti. Il ddl 1880 Gasparri-Quagliariello, più noto come «processo breve», nella sua versione corretta e allargata anche ai procedimenti contabili e societari cancella in un colpo solo. Quando ieri pomeriggio l’aula di palazzo Madama ha messo ai voti la norma transitoria che cancella i processi in corso, il senatore democratico Felice Casson lo ha denunciato: “Siamo arrivati al vero motivo di questa legge, la norma che non serve solo per cancellare ui processi di Berlusconi ma serve anche anche ad un vostro sindaco, ad un vostro ministro e ad altri che non dovranno più risarcire lo Stato di circa 500 milioni di euro”.

Come riporta l’Unità “il PD ieri ha fatto l’unica cosa che ormai poteva fare: ripetere fino all’ossessione «lo scempio» e il «cinico progetto di disarticolazione della giustizia». Sotto la regia di Silvia Della Monica (capogruppo in Commissione Giustizia), di Giovanni Legnini e di una infaticabile Maria Incostante, i senatori hanno ricordato ad ogni dichiarazione di voto «lo scempio della giustizia» e «la rinuncia dello Stato a combattere la corruzione» accusando «una maggioranza ridotta a meri esecutrice di ordini».Prima Carofiglio, poi Adamo, Maritati, Fassone, Franco… Al quarto intervento maggioranza e Lega hanno capito e hanno cominciato a fischiare, a lamentarsi”.

Oggi la votazione finale con cui la maggioranza è tornata a occuparsi solo dei problemi del premier.

Pubblichiamo la dichiarazione di voto di Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato.

Con questo, la maggioranza approva il 19° provvedimento dell’era berlusconiana destinato a incidere su di un procedimento penale a carico del premier. Questo significa più cose:
– che per 19 volte avete usato il Parlamento, occupandone tempo e risorse pubbliche destinate a leggi generali nell’interesse del Paese, per fini particolari;
– che, nonostante i vostri sforzi, e gli sforzi degli avvocati del premier, non siete stati capaci di trovare soluzione;
– che la vostra priorità è stata, di governo in governo, innanzitutto l’interesse privato;
– che non avete avuto timore, a questo fine, di devastare l’ordinamento creando pubblico danno;
– che non avete mai avuto senso di vergogna.

Ora veniamo al merito: non siete stati capaci di dimostrare che questo provvedimento non avrà effetti negativi, decretando la fine di migliaia di procedimenti penali e quindi denegata giustizia per migliaia di cittadini italiani. Quando avete, nel precedente Governo Berlusconi, con la cosiddetta legge Cirielli praticamente dimezzato i tempi di prescrizione della pena, al punto che lo stesso proponente Cirielli di An si dimise dall’incarico di relatore perché non tollerava che quella legge portasse il suo nome, le prescrizioni (ce lo ha ricordato il sen. D’Ambrosio) schizzarono da 200.000 a 850.000.
Ora queste cifre, già impressionanti, sono destinate ad aumentare. Ma non basta. Nessun imputato avrà più interesse a chiedere i riti alternativi, ogni difensore cercherà in tutti i modi di allungare i tempi del processo, si affievolirà l’effetto di prevenzione generale data dal fatto che chi commette reato sa di andare incontro a una pena. Il risultato sarà, oltre alle inevitabili prescrizioni, un ulteriore intasamento della giustizia penale.
La maggioranza e il governo affermano che lo fanno per assicurare la ragionevole durata del processo, oggi intollerabile. È fuori da ogni logica. È come fissare su un orario ferroviario in 1 ora il tempo di percorrenza di una tratta, ben sapendo che la vecchia locomotiva che percorrerà il binario non potrà mai arrivare a destinazione che in 3 ore.
Siamo allora venuti incontro all’esigenza di celerità presentando emendamenti di merito per l’accelerazione del processo penale. La maggioranza li ha bocciati tutti. L’idea che sorregge il centrodestra è allora, pare, ‘tanto peggio, tanto meglio’. A noi, invece, la celerità del processo pare questione centrale e per questo abbiamo chiesto di discutere e approvare i nostri emendamenti, ma senza esito. Appunto: da una giustizia lenta ad una denegata giustizia.
Non avendo argomenti convincenti, la maggioranza è allora passata ad altro. Siamo stati accusati di essere ipocriti e insinceri perché in precedenti legislature avevamo presentato proposte analoghe. In precedenti legislature, appunto. Non in questa. A dimostrazione che solo i cretini non cambiano idea. Siamo stati accusati di essere ipocriti e insinceri anche se persino il senatore Quagliariello in pubblico dibattito ha ammesso che la nostra proposta era ben diversa perché non solo non conduceva alla morte dei processi ma addirittura ne allungava troppo i tempi. Gli atti della Commissione Pisapia sono lì a testimoniare quanto dico.
Ma la destra non si è fermata al processo penale. Come molti colleghi in quest’Aula hanno spiegato, il centrodestra ha rivolto la sua puntuta attenzione anche al processo contabile. A fronte di continui richiami, in particolare da parte della Lega, al principio di responsabilità di funzionari e amministratori pubblici hanno giubilato così centinaia di processi contabili con il risultato di danneggiare irrimediabilmente le casse dello Stato e introdurre principi di irresponsabilità per chi dissipa risorse pubbliche.
Noi siamo gli stessi che insorsero contro il cosiddetto. provvedimento salvaladri dei primi anni ’90. E i colleghi della Lega e di AN, chi sono? Quanti silenzi. Quanta smemoratezza c’è tra loro.
Ma c’è un profilo, politico, che non può sfuggire in questa discussione, se non si vuole essere omissivi. Tutto questo avviene nel momento in cui – così almeno pare – tornano fragilmente a mostrarsi le condizioni per una riforma costituzionale condivisa a larga maggioranza. Potremmo trarne due osservazioni:
– da una parte dicono di essere interessati al processo riformatore, dall’altra mostrano atteggiamenti disarmanti, continuando ad avvelenare i pozzi; eppure su di loro (governo e maggioranza) grava la responsabilità del clima politico;
– da una parte si mostrano interessati al processo riformatore, dall’altra tentano di spacciare questa come riforma della giustizia.

Ora vedete noi crediamo che sia necessario riformare le nostre istituzioni, per rendere il sistema democratico più forte e affidabile contro i rischi del populismo e del travolgimento dell’equilibrio tra i poteri, per l’affermazione della centralità costituzionale del Parlamento e il ripristino del principio di rappresentanza. Per quest’opera qui ci troveranno.
Non per altro. Non per fare quello che stanno facendo oggi.
www.partitodemocratico.it

"Il sospetto", di Gustavo Zagrebelsky

C’è una gran voglia di voltare pagina e guardare avanti. Quello che è stato un Paese riconosciuto e rispettato per la sua politica, la sua cultura, la civiltà dei rapporti sociali, è ormai identificato con l’impasse in cui è caduto a causa di un conflitto di principio al quale, finora, non si è trovata soluzione. Sono quasi vent’anni che il nodo si stringe, dalla fine della cosiddetta prima repubblica a questa situazione, che rischia d’essere la fine della seconda. La terza che si preannuncia ha tratti tutt’altro che rassicuranti.
Siamo probabilmente al punto di una sorta di redde rationem, il cui momento culminante si avvicina. Sarà subito dopo le prossime elezioni regionali. A meno che si trovi una soluzione condivisa, che si addivenga cioè a un compromesso. È possibile? E quale ne sarebbe il prezzo? Se consideriamo i termini del conflitto – la politica contro la legalità; un uomo politico legittimato dal voto contro i giudici legittimati dal diritto – l’impresa è ardua, quasi come la quadratura del cerchio. Per progressivi cedimenti che ora hanno fatto massa anche nell’opinione pubblica, dividendo gli elettori in opposti schieramenti, i due fattori su cui si basa lo stato di diritto democratico, il voto e la legge, sono venuti a collisione.

Questa è la rappresentazione oggettiva della situazione, che deliberatamente trascura le ragioni e i torti. Trascura cioè le reciproche e opposte accuse, che ciascuna parte ritiene fondate: che la magistratura sia mossa da accanimento preconcetto, da un lato; che l’uomo politico si sia fatto strada con mezzi d’ogni genere, inclusi quelli illeciti, dall’altro. Se si guarda la situazione con distacco, questo è ciò che appare come dato di fatto e le discussioni sui torti e le ragioni, come ormai l’esperienza dovrebbe avere insegnato, sono senza costrutto.

I negoziatori che sono all’opera si riconosceranno, forse, nelle indicazioni che precedono. Ma, probabilmente, non altrettanto nelle controindicazioni che seguono.

Per raggiungere un accordo, si è disposti a “diluire” il problema pressante in una riforma ad ampio raggio della Costituzione. Per ora, la disponibilità dell’opposizione al dialogo o, come si dice ora, al confronto, è tenuta nel vago (no a norme ad personam, ma sì a interventi “di sistema” per “riequilibrare” i rapporti tra politica e giustizia), è coperta dalla reticenza (partire da dove s’era arrivati nella passata legislatura, ma per arrivare dove?) o è nascosta col silenzio (la separazione tra potere politico, economico e mediatico, cioè il conflitto d’interessi, è o non è questione ancora da porsi?).

Vaghezza, reticenza e silenzio sono il peggior avvio d’un negoziato costituzionale onesto. La materia costituzionale ha questa proprietà: quando la si lascia tranquilla, alimenta fiducia; quando la si scuote, alimenta sospetti. Per questo, può diventare pericolosa se non la si maneggia con precauzione. Tocca convinzioni etiche e interessi materiali profondi. Non c’è bisogno di evocare gli antichi, che conoscevano il rischio di disfacimento, di discordia, di “stasi”, insito già nella proposta di mutamento costituzionale. Per questo lo circondavano d’ogni precauzione. Chi si esponeva avventatamente correva il rischio della pena capitale. Per quale motivo? Prevenire il sospetto di secondi fini, di tradimento delle promesse, di combutta con l’avversario. Quando si tratta di “regole del gioco”, tutti i giocatori hanno motivo di diffidare degli altri. La riforma è come un momento di sospensione e d’incertezza tra il vecchio, destinato a non valere più, e il nuovo che ancora non c’è e non si sa come sarà. In questo momento, speranze e timori si mescolano in modo tale che le speranze degli uni sono i timori degli altri. È perciò che non si gioca a carte scoperte. Ma sul sospetto, sentimento tra tutti il più corrosivo, non si costruisce nulla, anzi tutto si distrugge.

Il veleno del sospetto non circola solo tra le forze politiche, ma anche tra i cittadini e i partiti che li rappresentano. Nell’opposizione, che subisce l’iniziativa della maggioranza, si fronteggiano, per ora sordamente, due atteggiamenti dalle radici profonde. L’uno è considerato troppo “politico”, cioè troppo incline all’accordo, purchessia; l’altro, troppo poco, cioè pregiudizialmente contrario. Sullo sfondo c’è l’idea, per gli uni, che in materia costituzionale l’imperativo è di evitare l’isolamento, compromettendosi anche, quando è necessario; per gli altri, l’imperativo è, al contrario, difendere principi irrinunciabili senza compromessi, disposti anche a stare per conto proprio. La divisione, a dimostrazione della sua profondità, è stata spiegata ricorrendo alla storia della sinistra: da un lato la duttilità togliattiana (che permise il compromesso tra Partito Comunista e Democrazia Cristiana sui Patti Lateranensi), dall’altro l’intransigenza azionista (che condusse il Partito d’azione all’isolamento).

Tali paragoni, indipendentemente dalla temerarietà, sono significativi. Corrispondono a due paradigmi politici, rispettivamente, la convenienza e la coerenza: una riedizione del perenne contrasto tra l’etica delle conseguenze e l’etica delle convinzioni. L’uomo politico degno della sua professione – colui che rifugge tanto dall’opportunismo quanto dal fanatismo e cerca di conciliare responsabilmente realtà e idealità – conosce questo conflitto e sa che esistono i momenti delle decisioni difficili. Sono i momenti della grande politica.

Ma da noi ora non è così. Ciò che è nobile nei concetti, è spregevole nella realtà. La buona convenienza appare cattiva connivenza. Il sospetto è che, dietro un gioco delle parti, sia in atto la coscientemente perseguita assimilazione in un “giro” di potere unico e autoreferenziale, una sorta di nuovo blocco o “arco costituzionale”, desiderando appartenere al quale si guarda ai propri elettori, che non ci stanno, come pericolo da neutralizzare e non come risorsa da mobilitare. Vaghezza, silenzi, e reticenze sono gl’ingredienti di questo rapporto sbagliato, basato sulla sfiducia reciproca. È banale dirlo, ma spesso le cose ovvie sono quelle che sfuggono agli strateghi delle battaglie perdute: in democrazia, occorrono i voti e la fiducia li fa crescere; la sfiducia, svanire.

Il sospetto si dissipa in un solo modo: con la chiarezza delle posizioni e la risolutezza nel difenderle. La chiarezza si fa distinguendo, secondo un ordine logico e pratico, le cose su cui l’accordo c’è, quelle su cui potrebbe esserci a determinate condizioni e quelle su cui non c’è e non ci potrà essere. La risolutezza si dimostra nella convinzione con cui si difendono le proprie ragioni. Manca l’una e l’altra. Manca soprattutto l’idea generale che darebbe un senso al confronto costituzionale che si preannuncia. Così si procede nell’ordine sparso delle idee, preludio di sfaldamento e sconfitta. Per esempio, sulla difesa del sistema parlamentare contro i propositi presidenzialisti, la posizione è ferma? Sulle istituzioni di garanzia, magistratura e Corte costituzionale, fino a dove ci si vuol spingere? Sul ripristino dell’immunità parlamentare c’è una posizione, o ci sono ammiccamenti?

Quest’ultimo è il caso che si può assumere come esemplare della confusione. Nella strategia della maggioranza, è il tassello di un disegno che richiede stabilità della coalizione e immunità di chi la tiene insieme, per procedere alla riscrittura della Costituzione su punti essenziali: l’elezione diretta del capo del governo, la riduzione del presidente della Repubblica a un ruolo di rappresentanza, la soggezione della giustizia alla politica, eccetera, eccetera. L’opposizione? Incertezze e contraddizioni che non possono che significare implicite aperture, come quando si dice che “il problema c’è”, anche se non si dice come lo si risolve. Ci si accorge ora di quello che allora, nel 1993, fu un errore: invece del buon uso dell’immunità parlamentare, si preferì abolirla del tutto. Fu il cedimento d’una classe politica che non credeva più in se stessa. Ma il ripristino oggi suonerebbe non come la correzione dell’errore, ma come la presunzione d’una classe politica che non ama la legalità. Occorrerebbe spiegare le ragioni del rischio che si corre, nell’appoggiare questo ritorno; rischio doppio, perché una volta reintrodotta l’immunità con norma generale, la si dovrà poi concedere all’interessato, con provvedimento ad personam. Due forche caudine per l’opposizione. Ma allora, perché?
Perché, si dice, se non ci sono aperture, il confronto non inizia nemmeno e la maggioranza andrà avanti per conto proprio. Appunto: dove non c’è il consenso, avendo i voti, vada avanti e poi, senza l’apporto dell’opposizione, ci potrà essere il referendum, dove ognuno apertamente giocherà le sue carte. Ne riparleremo.
La Repubblica 20.01.10

******
Processo breve, battaglia al Senato. Il mantra del Pd: “E’ uno scempio”

I Senatori democratici leggono una dichiarazione comune: “Cinico progetto di disarticolazione della giustizia”. Schifani li riprende. Finocchiaro: “Centinaia di migliaia di processi andranno al macero”. Come previsto continua la battaglia sul processo breve. L’aula di palazzo Madama ha iniziato il rush finale che terminerà domani con il voto in diretta tv. Poi il testo passera’ alla Camera. Tra maggioranza e opposizione è muro contro muro. Oggi, in aula, tutti i parlamentari democratici hanno letto una dichiarazione fotocopia dove si fa riferimento alla decisione presa dalla Corte Europea su Cesare Previti e si attacca il provvediemento del governo. “Sarà come un mantra contro questo provvedimento”, spiega un senatore democratico. Una mossa che provoca l’irritazione del presidente del Senato, Renato Schifani. Che richiama i senatori dell’opposizione: “Basta con interventi da semi-ostruzionismo. D’ora in poi prendete la parola per parlare del merito”. Parole che non piacciono all’opposizione. “Il Pd sta mettendo in atto in aula una singolare forma di protesta perché nel pochissimo tempo che ci è rimasto, vogliamo portare a conoscenza degli italiani e delle italiane lo scempio che questo provvedimento sul processo breve recherà alla giustizia. Centinaia di migliaia di processi andranno al macero, centinaia di migliaia di persone vedranno negarsi la giustizia” dice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo dei democratici.

Ed eccolo il testo dell’intervento comune dei senatori democratici. Che parte dalla decisione della Corte Europea dei diritti dell’uomo che ha dichiara inammissibile il ricorso di Cesare Previti: “La maggioranza – si legge – si accinge ad un ulteriore, devastante passaggio del suo cinico progetto di disarticolazione della giustizia italiana”.

“Al dispiegarsi di questo cinico progetto – prosegue la dichiarazione-fotocopia – assiste un pubblico esterrefatto e sgomento di avvocati, di personale giudiziario, di magistrati, di professionisti della sicurezza e, soprattutto, di cittadini. Mentre questa maggioranza – tristemente ridotta al rango di mera esecutrice di ordini – parla di dialogo, rifiuta con cocciuta e inquietante determinazione ogni ipotesi di miglioramento del testo in discussione, rendendo drammaticamente trasparenti le vere ragioni del suo procedere. Vi è uno scenario che si intravede, alla fine di questo percorso. Questo scenario è, nè più nè meno, che lo scempio della giustizia italiana. Lasciatemelo ripetere: lo scempio della giustizia italiana. Di questo scempio vi assumete davanti al Paese tutta la responsabilità, politica e morale”.
Critica anche la posizione dell’Idv che, per bocca di Antonio Di Pietro, assicura che sul processo breve ”non ci saranno sconti” e invita i cittadini “alla ribellione”.
Chiuse le votazioni. La “norma transitoria” passa con 144 si, 125 no e tre astensioni. L’opposizione insorge dicendo che si tratta di una norma “salva-premier”. Si applicherà ai processi in corso che riguardano reati indultati o indultabili con pene fino a 10 anni. La prescrizione processuale scatterà se saranno trascorsi due anni (per i processi futuri il termine è di tre anni) da quando il Pm ha esercitato l’azione penale senza che si sia concluso il giudizio di primo grado. Si applica anche ai giudizi in corso davanti alla Corte dei Conti ma non a quelli in Appello (un emendamento del relatore Giuseppe Valentino (Pdl) di questa mattina lo ha escluso). Per Giampiero D’Alia è “un’amnistia mascherata che difficilmente la Lega potrà spiegare ai suoi elettori”. E al termine, esaurito il voto degli emendamenti, l’Idv ha deciso di non lasciare l’aula, occupando gli scranni della presidenza in segno di protesta contro il provvedimento.
La Repubblica 20.01.10

"Stipendi, le italiane costrette ancora ad inseguire", di Raffaelo Masci

Il sito si chiama www.ingenere.it ed è costituito da economiste serie toste. Quindi picchia duro: le donne in Italia prendono il 30% in meno degli uomini. Questo dicono i numeri.
Marcella Corsi, che insegna economia alla facoltà di Scienze politiche della Sapienza, è una animatrice del sito e spiega la questione: «Qui da noi il divario di retribuzione e di reddito tra uomini e donne è ancora molto evidente. La Banca d’Italia pubblica ogni anno un’indagine sui bilanci delle famiglie e, alla luce di questi dati, viene fuori che, fatto 100 il reddito di un uomo, quello di una donna era 68 nel 1977 e dopo infinite battaglie e laboriosi processi di emancipazione, nel 2006, era 79. Salito, dunque, ma di appena 11 punti in 30 anni». Il dato è sconfortante, tant’è che «essere poveri in Italia – continua Corsi – vuol dire nella maggior parte dei casi essere donna single, monoreddito e con figli a carico».

Una elaborazione dell’Ires-Cgil su dati Inps, riferita agli ultimi mesi, è illuminante: retribuzione di un lavoratore pre-crisi 1430 euro al mese. Retribuzione di una lavoratrice nello stesso periodo 1100 euro. Con la crisi la situazione è peggiorata: il lavoratore uomo prende 1105 euro (per effetto della cassa integrazione intervenuta) e una donna 915 euro. Secondo Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil, «nel nostro Paese esiste un quadro strutturale che impedisce l’emersione della donna che lavora. Il tasso di “occupabilità” femminile è ancora troppo basso. addirittura nel Mezzogiorno le donne rinunciano anche a cercare un posto».

«Ovviamente la legge non prevede alcuna differenza retributiva – spiega Ketty Vaccaro, responsabile del settore Welfare del Censis -. Quindi da un punto di vista contrattuale la paga è identica per uomini e donne. Ma, quando intervengono delle voci aggiuntive, è lì che le donne sono penalizzate: gli assegni per i figli, in genere, vengono caricati sullo stipendio del marito, gli straordinari sono per lo più inaccessibili alla donna che deve occuparsi anche della casa, a eventuali incentivi le donne accedono con maggiore difficoltà. E così via».

In parte, ammette il Censis, il problema è imputabile «anche» ad una cultura remissiva delle donne, le quali spesso – per educazione, per cultura, per retaggio antropologico – hanno «un obiettivo bipolare»: il lavoro sì, ma a patto che lasci tempo alla famiglia. Ci sarebbe, dunque, una sorta di freno autonomamente attivato? «Fino a un certo punto – replica la ricercatrice – in quanto la donna si fa carico di tutto il welfare familiare, solo perché in questo non ha altri sostegni. Tant’è che, dove la collettività e i maschi si prendono le loro responsabilità, la situazione è molto diversa. In Svezia, per citare il Paese più attento alle tematiche di genere, una donna dedica alle cure domestiche 3 ore e 40 minuti al giorno e un uomo 2 ore e 23 minuti. L’Italia è in fondo alla classifica Ocse con 5 ore e 20 per le donne e appena 1 ora e 35 per gli uomini. E’ vero che le giovani generazioni hanno cambiato l’andazzo, ma solo perché danno meno importanza alla cura della casa, la quale, tuttavia, per quel poco che resta, spetta ancora alla donna».

E questo nonostante le donne italiane studino sempre di più e con maggiore profitto rispetto ai maschi. Nel 1970 le ragazze all’università erano il 9,2%. Nel 2000 (10 anni fa) erano già il 40,4% e oggi sono la metà. «Ma una cultura pregiudizialmente ostile alle donne è molto difficile da sconfiggere – dice Vaccaro – tant’è che se è vero che in alcune professioni la componente femminile è aumentata (per esempio nella scuola e nella medicina) è anche vero che, proprio per questo, il prestigio di queste attività è diminuito».

La sigla «Gei» indica l’indice di parità di genere che, elaborato da una sessantina di organizzazioni internazionali, valuta l’istruzione, la condizione economica e la partecipazione alla gestione del potere: «Questo parametro – spiega la giovane economista Elisabetta Segre – vede la Svezia a quota 89 su 100, seguita dalla Finlandia a 85, la Norvegia a 84, la Germania a 80, come il Ruanda e altri Paesi africani. La media mondiale è 61. L’Italia si salva per un pelo: 65. Ma viene dopo il Botswana, la Bielorussia e Santo Domingo».
La Stampa 20.01.10

"Se la scuola va avanti con i soldi dei genitori", di Giuseppe Marotta

Il contributo volontario versato dai genitori è da anni prassi comune nelle scuole. Serve a finanziare l’ampliamento dell’offerta formativa che ciascun istituto decide autonomamente. Ma è anche una voce di bilancio certa e prevedibile nei tempi di incasso. Tanto che il ministero consente ora di ricorrervi per colmare la carenza dei finanziamenti statali per le spese ordinarie necessarie all’erogazione del servizio scolastico base. Equivale all’imposizione di una nuova tassa, regressiva perché di ammontare fisso indipendentemente dal reddito.
Da diversi anni al momento dell’iscrizione dei figli a scuola viene chiesto ai genitori un contributo “volontario”, con la motivazione che serve per finanziare l’assicurazione per lo studente e soprattutto per consentire l’ampliamento dell’offerta formativa. La dimensione dell’obolo ha raggiunto livelli relativamente elevati, prossimi ai cento euro nelle scuole medie superiori, con valori più contenuti ma sempre significativi nelle scuole elementari e medie inferiori, finendo per rappresentare una componente stabile e prevedibile quanto ai tempi di incasso tra le entrate di bilancio degli istituti. Nel 2007 il decreto Bersani ha previsto la detraibilità di questi contributi, che rientrano nelle “erogazioni liberali a favore degli istituti scolastici di ogni ordine e grado, statali e paritari senza scopo di lucro appartenenti al sistema nazionale di istruzione, finalizzate all’innovazione tecnologica, all’edilizia scolastica e all’ampliamento dell’offerta formativa”. (1) Come è facile intuire, l’adesione dei genitori è pressoché totale dato lo stigma sociale associato alla scelta di non contribuire. In definitiva, sono i genitori che attraverso i loro rappresentanti nel consiglio di istituto approvano il piano dell’offerta formativa annuale. (2)

COME LA NOTA USA I CONTRIBUTI DELLE FAMIGLIE

Ora, una nota del ministero dell’Istruzione, pervenuta il 22 dicembre 2009 e relativa al piano dell’offerta formativa per il 2010, quello che ciascuna scuola ha già di norma approvato nei mesi autunnali del 2009, cancella questa finalizzazione dei contributi volontari. (3) Contravvenendo alle regole contabili previste dalle normative attuali, gerarchicamente sovraordinate, la nota riporta una cifra secca per il finanziamento di ciascun istituto per il periodo gennaio-agosto 2010, senza alcuna indicazione dei criteri di determinazione di assegnazione. La consapevolezza del ministero circa l’insufficienza del finanziamento traspare in due punti cruciali, sul lato della spesa e su quello delle entrate.

Dal lato della spesa, la nota impone, per “ottimizzazione del servizio”, un taglio secco di almeno un quarto dell’importo già contrattato con imprese esterne per la pulizia (http://www.info-scuole.it/doc/contabilita/usr-emilia_circ_93_2010.doc). È interessante notare, come segnale sull’atteggiamento del ministero nei confronti di piccole imprese private che si trovano in una situazione di debolezza per la crisi economica, che la modifica nelle condizioni contrattuali già pattuite sia motivata facendo riferimento a un regio decreto del 1923. Ed è sintomatico che per realizzare quanto richiesto dal ministero un dirigente regionale per l’Emilia Romagna abbia suggerito di passare dalla pulizia quotidiana a quella a giorni alterni dei locali scolastici, inclusi i bagni, come riportato su diversi articoli di stampa. L’indignazione dell’opinione pubblica sollevata da questa uscita, ingenua perché esplicitava in modo “troppo” trasparente una possibile implicazione della misura, ha provocato il ritiro del suggerimento, ma il dato di fondo rimane.
Dal lato delle entrate, la nota “segnala l’opportunità di applicare l’avanzo di amministrazione presunto, nell’entità pari al fondo di cassa al netto dei residui passivi, per far fronte ad eventuali deficienze di competenza”.[…] “I finanziamenti non vincolati dovranno essere impegnati al perfezionamento dell’obbligazione giuridica (per esempio, contratto collettivo integrativo d’istituto, contratti di supplenza breve, contratti di servizio per la pulizia dei locali, eccetera)”. Tradotto in italiano corrente, secondo il ministro Gelmini, si deve attingere all’avanzo di amministrazione, la cui componente di fondo cassa comprende i contributi volontari, per colmare la carenza di finanziamenti relativi alle spese ordinarie per l’erogazione del servizio scolastico base, così come articolato nel piano dell’offerta formativa già approvato sulla base dei criteri sin qui noti.
Inoltre, per evitare il mancato ricorso ai contributi volontari come modalità atta a consentire di chiudere in pareggio il bilancio, pena la sua non approvazione e il commissariamento dell’istituto scolastico, il ministero innova, escludendo dall’avanzo di amministrazione cui attingere la componente dei residui attivi, ovvero i crediti che le scuole vantano nei confronti del ministero per spese già liquidate (prevalentemente per supplenze). Secondo la nota infatti, con espressione oscura, la posta dei residui attivi “va inserita opportunamente tra le Disponibilità da programmare, fino alla loro riscossione”.
Molte sono le domande che la nota ministeriale suggerirebbe, data la ricchezza di innovazioni contabili e lessicali che contiene, ma quella principale dal punto di vista del contribuente è la seguente: distrarre i contributi volontari dalle finalità per cui sono richiesti non equivale all’imposizione di una nuova tassa, di natura regressiva perché di ammontare fisso indipendentemente dal reddito e che grava maggiormente sulle famiglie numerose, per finanziare l’erogazione di un servizio pubblico essenziale quale l’istruzione? Perché il ministro Gelmini, per trasparenza, non rende noto – o invita i dirigenti scolastici a farlo durante le giornate di orientamento – ai genitori, che si apprestano a scegliere la scuola dove iscrivere nelle prime classi i loro figli, come saranno utilizzati i contributi che “volontariamente” verseranno?

(1)Legge 40/07 di conversione del decreto, articolo13, comma 3.
(2) Il consiglio di istituto include, oltre al dirigente scolastico, rappresentanti dei genitori, degli studenti, dei docenti e del personale Ata.
(3) http://www.info-scuole.it/doc/contabilita/mpi_nota_9537_2009-2.pdf. L’indicazione del finanziamento ministeriale sarebbe dovuta arrivare entro il 15 dicembre, perché i consigli d’istituto potessero approvare entro dicembre il bilancio. La nota, datata 14 dicembre, è invece pervenuta alle scuole il 22 dicembre, con in più una selva di innovazioni la cui interpretazione, al fine di prendere i conseguenti provvedimenti, fa slittare l’approvazione del bilancio verso metà febbraio, l’ultima data utile per evitare il commissariamento.

www.lavoceinfo.it

"L' ossario digitale dei bimbi ebrei. Rastrellati in 288, uno solo tornò", di Gian Antonio Stella

Rastrellati nel ‘ 43, uno solo tornò Sono le immagini che i parenti scampati al genocidio consegnarono a partire dalla liberazione: per anni e anni sono rimaste chiuse in un faldoneDei 1023 ebrei rastrellati nel ghetto di Roma nell’ ottobre del ‘ 43, ne rientrarono vivi solo 17. Tra questi solo un bambino dei 288 che erano stati portati viaI sorrisi dei bambini prima del lager Un ossario digitale per 288 storie

C’ è un ossario digitale di bambini ebrei, da questa mattina, online: le foto di Fiorella e Samuele, Roberto e Giuditta e tutti gli altri piccoli, coi fiocchi tra le trecce e il triciclo e il vestito da marinaretto, scattate prima che fossero caricati sui treni per Auschwitz. Dal solo ghetto di Roma ne portarono via 288: quelli che passarono per il camino furono 287. E intanto gli opuscoli del Terzo Reich incoraggiavano le mamme germaniche: «Offrite un bambino al Führer ché ovunque si trovino nelle nostre province tedesche gruppi di bambini sani e allegri. La Germania deve diventare il Paese dei bambini». Ferma il respiro, rileggere quelle righe propagandistiche della dispensa «Vittoria delle armi, vittoria del bambino» o i proclami nel «Mein Kampf» di Adolf Hitler («Lo Stato razzista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione») mentre riaffiorano su internet quelle immagini di piccola felicità familiare e domestica. Per questo, 66 anni dopo la retata del 16 ottobre 1943 e dieci dopo l’ istituzione nel 2000 del Giorno della Memoria, il Cdec, il Centro Documentazione Ebraica Contemporanea, ha deciso di metterle on line. È sulla rete, inondata di pattume razzista, che si trovano migliaia di rimandi a siti che strillano «L’ olocausto, una bufala di cui liberarsi» e «Il diario di Anna Frank: una frode» o arrivano a sostenere che ad Auschwitz c’ era una piscina «usata dagli ufficiali delle SS per guarire i pazienti». È sulla rete che siti multilingue di fanatici sedicenti cattolici («Holywar»: guerra santa) si spingono a indire un «giorno della memoria» per ricordare «l’ olocausto comunista perpetrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei». È sulla rete che sono approdate canzoni naziskin come quella dei «Denti di lupo» che urlano «quelle vecchie storie / sui campi di sterminio / abbiamo prove certe / son false e non realtà» e «Terra d’ Israele, terra maledetta! / I popoli d’ Europa, reclamano vendetta!» e ancora «Salteranno in aria le vostre sinagoghe / uccideremo tutti i rabbini con le toghe…». Ed è sulla rete, perciò, che doveva essere eretto questa specie di sacrario virtuale che ci ricorda come l’ ecatombe successe solo una manciata di decenni fa. Un battere di ciglia, nella storia dell’ uomo. Sono le fotografie che i parenti scampati al genocidio consegnarono via via, a partire dalla liberazione di Roma, al Comitato Ricerche Deportati Ebrei che tentava in quegli anni di ricostruire il destino degli italiani marchiati dal fascismo con la stella gialla e mandati a morire nei lager: «Questa è mia sorella Rachele…» «Questo è mio fratello Elio con sua moglie…» «Questi sono i miei nipotini Donato e Riccardo…» Quelli del Crde raccoglievano le immagini, le pinzavano su un cartoncino azzurro, ci scrivevano i nomi e inserivano le schede al loro posto, negli archivi dell’ orrore. Furono rarissimi, ad avere la fortuna di veder tornare un loro caro. Dei 1023 ebrei rastrellati quel maledetto «sabato nero» dell’ ottobre ‘ 43, rientrarono vivi a Roma solo in 17. E tra questi, come dicevamo, solo un bambino dei 288 che erano stati portati via. Una strage degli innocenti. Uguale in tutta l’ Italia. Il dato più sconvolgente della strage, scrivono appunto Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida ne «Il futuro spezzato: i nazisti contro i bambini», è «l’ altissimo numero delle vittime più giovani, dei bambini e dei ragazzi ebrei: complessivamente i morti, da zero e 20 anni, ammontano a 1541». Di questi, i figlioletti con pochi mesi o pochi giorni di vita furono 115. Fatta salva una mostra organizzata a Milano per ricordare la Liberazione, le foto di quei piccoli, accanto a quelle di distinti signori con il panciotto come Enrico Loewy, floride matrone come Lucia Levi, ragazze nel fiore della bellezza come Laura Romanelli, famigliole intere come quella di Benedetto Bondì, sono rimaste per anni e anni dentro un faldone dell’ archivio del Cdec. Riaprire oggi quel faldone, per far vedere a tutti i volti di quegli italiani schiacciati sotto il tallone dai nazi-fascisti, non è solo un recupero della memoria. Restituire a quegli ebrei una faccia, un nome, un cognome, qualche briciola di storia personale, come già aveva fatto ad esempio ne «Il libro della memoria – Gli ebrei deportati dall’ Italia» quella Liliana Picciotto di cui è in uscita «L’ alba ci colse come un tradimento. Gli ebrei nel campo di Fossoli 1943-1944», vuol dire strappare ciascuno di loro all’ umiliazione supplementare. L’ essere stati uccisi come anonimi. Riconoscibili l’ uno dall’ altro, come il bestiame, solo per i numeri marchiati a fuoco sul braccio. Ed ecco il passato restituirci bambini, bambini, bambini. Come Fiorella Anticoli, che aveva due anni e due grandi nastri bianchi tra i boccoli. Graziella Calò, che in piedi su una sedia pianta le manine sul tavolo per non cadere. Olimpia Carpi, infagottata in un cappottino bianco. E Massimo De Angeli che dall’ alto dei suoi quattro o cinque anni bacia il fratellino Carlo appena nato. E poi Costanza e Franca ed Enrica il giorno che andarono al mare a giocare col tamburello sulla battigia. E Sandro e Mara Sonnino, un po’ intimoriti dalla macchina fotografica mentre la mamma Ida sprizza felicità. Sono 413, gli ebrei delle foto messe in rete all’ indirizzo www.cdec.it/voltidellamemoria/. Quelli tornati vivi furono due: Ferdinando Nemes e Piero Terracina. Tutti gli altri, assassinati. Buona parte lo stesso giorno del loro arrivo ad Auschwitz, come il 23 ottobre 1943 la romana Clelia Frascati e i suoi dieci figli, il più piccolo dei quali, Samuele, aveva meno di sei mesi. «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata», ha scritto ne «La notte» lo scrittore e premio nobel Elie Wiesel, «Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede». Sono in troppi, ad aver fretta di dimenticare. O voler voltar pagina senza riflettere su quello che è successo. A rovesciare tutte le colpe sui nazisti. Quelle foto, due giorni dopo l’ amaro riconoscimento del Papa su quanti restarono indifferenti, ci ricordano come andò. E magari è il caso di rileggere, insieme, qualche passo di quel libro di Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida. «I bimbi ebrei sono anche vittime di una ulteriore piaga che infuria nei mesi dell’ occupazione nazista, quella della delazione: secondo la sentenza emessa dalla corte di assise di Roma nel luglio 1947, un gruppo di sei spie italiane che agiscono nella capitale vendono i bambini ebrei a mille lire l’ uno e i militi italiani si distinguono in dare loro la caccia, come l’ appuntato dei carabinieri che arresta nel febbraio 1944 a La Spezia Adriana Revere, di nove anni…».
Il Corriere della Sera 19.01.10