Latest Posts

"Una circolare da leggere (almeno) due volte…", di Loretta Lega*

Il peggior modo di leggere la circolare n. 2 dell’8-1-2010 (quella sul tetto del 30%…) è di farlo con gli occhi dell’emotività e della rabbia, rispetto a ciò che si vede nei centri di accoglienza, nei campi di calcio, nelle periferie devastate delle nostre città, nelle bidonville indegne del nostro Paese. Ma sarebbe un errore opporre ai rischi striscianti dell’intolleranza, di cui ha parlato B.Spinelli su “La Stampa” (1), una sorta di buonismo di maniera, che rifiuta di misurarsi con l’esigenza di una progettualità concreta, di regole certe, di impegni operativi, per rendere effettivo i principi di una scuola inclusiva e di una istruzione di qualità per tutti.
E’ evidente che dietro la cm 2/2010 ci sono anche tensioni ed interessi politici, a volte di breve respiro, ma i problemi che la nota ministeriale pone sono reali e richiedono una riflessione approfondita da parte della scuola e dei suoi operatori, come pure della società intera.

Partire dai dati

Un ragionamento pacato, alla ricerca di soluzioni praticabili, deve partire da alcuni dati di fatto:
– nelle scuole del nostro paese, la presenza di allievi di cittadinanza non italiana è aumentata nell’ultimo decennio in modo esponenziale, dal 2,2 % del 2001 al 6,4 % del 2010, avvicinando l’Italia alle medie degli altri paesi europei;
– oggi la quota di non cittadini italiani nati in Italia (in Francia sarebbero cittadini a tutti gli effetti!) oscilla ormai attorno al 35%, e supera la maggioranza tra i bambini della scuola dell’infanzia (è del 41,1% nelle elementari), ponendo l’inedito problema identitario degli immigrati di seconda generazione;
– esiste una fascia, che si aggira sull’8% dei ragazzi, di prima immigrazione, che spesso si presenta a scuola, con scarsissimi o inesistenti livelli di conoscenza della lingua e del nostro contesto culturale;
– la scuola viene lasciata sola nell’affrontare questa nuova situazione: in poche province sono previsti insegnanti statali “aggiunti” per l’alfabetizzazione e la mediazione culturale; i fondi per l’aggiornamento scarseggiano; le ultime riforme riducono i tempi della scuola, della compresenza, della pluralità docente, cioè di molti elementi utili a costruire una scuola accogliente;
– ci sono esperienze pregevoli di Enti locali, di cui si dà conto nell’utile documento che l’ANCI ha presentato il 2-12-2009(2) alla Camera dei Deputati, volte a costruire strutture di alfabetizzazione, protocolli per l’accoglienza, interventi di mediatori culturali, ma le restrizioni della finanza pubblica rendono difficile ampliare e diffondere tali “buone pratiche”;
– le dinamiche dell’immigrazione (degli adulti) sono scarsamente governate, provocando fenomeni di addensamento in alcune aree del paese o dei territori o delle città: di fronte a questo dato il tema della quota del 30% nella scuola appare del tutto ininfluente, perché dovrebbe chiamare piuttosto in gioco le scelte pubbliche e private in materia di accessi al lavoro, residenzialità, urbanistica, ecc.
Vien da dire che la società civile sembra indignarsi di fronte alle situazioni che si determinano in alcune aree critiche del Paese, ma è assai avara nel predisporre le condizioni per una serena e civile convivenza. E’ più facile assecondare l’emotività e la paura, piuttosto che investire in soluzioni praticabili che hanno comunque dei costi. Se la presenza di stranieri è un fattore di ricchezza per un territorio (pensiamo a Reggio Emilia, una delle province con più alto tasso di reddito e, in parallelo, di incidenza di abitanti “non italiani”), una parte di quella ricchezza –pubblica e privata- dovrebbe rifluire verso la scuola ed i servizi sociali, per assicurare la tenuta del sistema e la sua coesione sociale. Dunque ha ragione il Presidente della Camera, on. Fini, quando cerca, inutilmente, di porre la questione della cittadinanza (da conferire a certe condizioni) come elemento di sviluppo civile del nostro paese, al di là di ogni tentazione xenofoba.

Il difficile compito della scuola

La scuola vive in questo contesto sociale di forti emozioni attorno al tema dell’immigrazione. Pensiamo alla controversa questione del reato di immigrazione clandestina, che sembra cozzare contro il diritto di asilo e di accoglienza, nella scuola certamente il diritto all’istruzione, come diritto inalienabile della condizione umana, senza restrizioni o subordinate. La scuola italiana riconferma, anche nelle situazioni più difficili, la sua vocazione inclusiva e all’accoglienza. Basta scorrere i dati che rivelano la complessità del fenomeno (191 le nazionalità presenti)(3) , che si presenta assai diffuso in certe aree del paese piuttosto che in altre, con addensamenti significativi in taluni contesti, con inaspettate presenze in piccoli centri ed in realtà apparentemente lontane dai grandi flussi migratori.
La scuola è in grado di accogliere e lo fa in base alle sue tradizioni e capacità. Ciò avviene senza particolari enfasi e difficoltà nella scuola dell’infanzia ed elementare, anche se al termine del ciclo, già si manifesta un forte dislivello nei rendimenti scolastici tra allievi italiani e non italiani. Quando l’apprendimento richiede l’uso di codici linguistici sempre più raffinati e strutturati emergono difficoltà e dislivelli nei risulti. Ad esempio, le prove Invalsi nelle elementari, la prova nazionale dell’esame di licenza media, le stesse prove Ocse-Pisa testimoniano un progressivo incremento del differenziale nei risultati (4). Anche i dati ufficiali sulla “dispersione” (bocciature, ritardi, abbandoni) testimoniano queste difficoltà: a 7 anni già il 12,3% dei bambini stranieri è in ritardo, a 13 anni lo è il 63,7%.

I fattori di rischio

Di fronte a questa situazione è necessaria una seria riflessione. Non basta stigmatizzare – come fa la cm 2/2010- le classi troppo eterogenee come “fattore di rischio di parziale o totale insuccesso formativo per tutti” gli allievi di quella classe (uno scivolone pedagogico in una circolare costruita quasi sempre in punta di penna e con equilibrio). Una simile affermazione, presa alla lettera, porterebbe al superamento del principio dell’integrazione scolastica dei disabili (e allora, le belle “Linee guida” sull’handicap, appena firmate dal Ministro il 4 agosto 2009?(5)) , al ripristino di classi differenziali e speciali, nel migliore dei casi alla formazione di classi omogenee di livello, contravvenendo ad un assunto non solo italiano dello streaming, come efficace strategia per stimolare l’apprendimento in un ambiente educativo al contempo, cooperativo e competitivo.
Dovrebbe, invece, essere stigmatizzata la rigidità dei nostri modelli organizzativi, in cui la scacchiera degli orari settimanali delle discipline, l’organizzazione delle cattedre e degli orari dei docenti, la compattezza monolitica dei gruppi-classe, non lascia spazi a margini di flessibilità, di opzionalità, a percorsi individuali, ad interessi ed esigenze di approfondimento. Siamo ben lontani da quanto auspicato dai principi dell’autonomia didattica ed organizzativa, affermati nel regolamento sull’autonomia ben 10 anni fa (Dpr 8-3-1999, n. 275) e richiamati anche dalla circolare.
Una maggiore personalizzazione/individualizzazione dei percorsi potrebbe anche smontare l’ansia della classe di inserimento, per cui viene confermata in via ordinaria il criterio dell’età anagrafica. La cm 2/2010, comunque, suggerisce di sottoporre l’alunno in ingresso ad una prova di accertamento linguistico per stabilire la classe di iscrizione, come già previsto dalla normativa vigente(6) .

Il nodo della scuola superiore

La situazione dell’integrazione si aggrava nel passaggio dalla scuola di base alla scuola secondaria di secondo grado, sia in termini di rigidità degli impianti, ma soprattutto di stratificazione nelle scelte e negli orientamenti di studenti e famiglie. Risulta addirittura patetico ricordare il fatto che solo il 2 % degli studenti dei licei sono non italiani, mentre lo è quasi il 9 % dei professionali. Possono le scuole, da sole, invertire questa tendenza? Pura velleità, se non si mette mano ad una radicale riforma culturale della nostra scuola secondaria superiore (ove non basta il restyling dei nuovi regolamenti). L’unica proposta per evitare ghettizzazioni sarebbe quella di costruire poli scolastici (o campus), ben caratterizzati per l’asse di riferimento (scientifico, umanistico, sociale, tecnologico, linguistico, economico, ecc.), ma aperti ad una pluralità di utenze e di percorsi (liceali, disinteressati, ma anche professionalizzanti, brevi, di alta formazione, di educazione permanente, ecc.) in cui intrecciare presenze sociali e provenienze: un problema di democrazia e di equità per gli italiani, prima ancora che per gli stranieri(7) . La circolare si limitata ad ipotizzare “moduli di apprendimento e percorsi formativi differenziati”.

Le proposte operative della circolare

Certamente, un eccessivo addensamento di allievi non italofoni all’interno di una singola classe può rendere più difficile una efficace integrazione. Su questo specifico aspetto, ma non solo, si dirige l’attenzione della CM 2/2010. Le ipotesi suggerite dalla circolare, secondo alcuni in modo eccessivamente intrusivo rispetto all’autonomia delle scuole (ma processi così delicati vanno “governati”), non sembrano di facile applicazione, ed il testo stesso della nota lo riconosce, proponendo una serie di deroghe, eccezioni, distinguo, non sempre facili da interpretare e da calare nei contesti operativi. La competenza, per le deroghe e gli adattamenti ai tetti, è comunque demandata al Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale.

a) I “non” cittadini
Partiamo dalla fatidica quota del 30% e dal suo conteggio (posto che questa sia una soglia che abbia un suo significato(8)) . Chi sono gli allievi con cittadinanza italiana? –si chiede, con toni ironici l’Associazione Docenti Italiani, che ha prodotto una ricca documentazione in merito(9). Certo esistono le leggi italiane sulla cittadinanza, che fanno riferimento al diritto di sangue piuttosto che a quello del suolo, ma ci sono proposte di legge in discussione volte a riformulare questo concetto, a renderlo più aperto alle istanze di una società multietnica, accompagnandolo –ad esempio- all’acquisizione di un grado di padronanza della lingua e dei riferimenti giuridici e costituzionali che fondano la nostra convivenza civile: una sorta di patriottismo “costituzionale” (Habermas), dove lo stare insieme è dovuto proprio alla condivisione delle leggi fondamentali piuttosto che alla appartenenza etnica. La mancanza del requisito della cittadinanza, un concetto oggi mutevole ed in evoluzione, sembra configurare una condizione di minorità che, tra l’altro, sarebbe soggetta a condizioni aleatorie (il ritrovarsi o meno in un territorio ad alta o bassa densità di immigrati). Tra l’altro, l’istruzione potrebbe invece agevolare un percorso verso la cittadinanza, ma il paradosso è quello di porre condizioni ai non cittadini per la loro istruzione, facendola dipendere dai contesti territoriali (a bassa o alta densità di immigrati)(10).

b) la coercizione negli spostamenti
Ammettiamo che in un plesso o in un istituto si determini il superamento della soglia del 30%. Come individuare i “perdenti posto”? Come costringerli ad uno spostamento lontano magari dalla propria abitazione? Con quali motivazioni farlo, per non dare l’impressione di una scelta coatta? Non ignoriamo che negli Stati Uniti per combattere la segregazione razziale si adottò negli anni ’60 il cosiddetto “forced busing” per riequilibrare la composizione etnica di determinati plessi, se si vuole, in una ottica anti-segregazionista. Ma da noi? Giustamente la c.m. 2/2010 imposta il problema non in termini di obbligo per i genitori allo spostamento, ma come dovere delle istituzioni di organizzare un servizio educativo in cui ci sia un equilibrio di presenze in classe (una volta le avremmo definito classi “equieterogenee”). Comunque, solo il 5% delle scuole supera la soglia del 30% di presenza di non italofoni.

c) La concertazione territoriale
Giustamente la circolare insiste sul coinvolgimento del territorio (a partire dagli Enti locali competenti: Comune e Provincia, ma anche delle associazioni no-profit e del volontariato) nel promuovere programmi di più vasto respiro (coordinamento territoriale delle iscrizioni, servizi di alfabetizzazione in rete, mediazione interculturale, ecc.), in grado di evitare l’acutizzarsi di situazioni critiche solo in alcune realtà. Sappiamo bene come spesso l’autonomia delle scuole si sia a volte tramutata in una sorta di autarchia competitiva, in cui ogni scuola tende a chiudersi e a gestirsi in proprio problemi e risorse (e la presenza di allievi stranieri può essere vista di volta in volta come una minaccia da evitare o come una inaspettata risorsa per la sopravvivenza di una scuola). In altre stagioni fu possibile attivare organismi di pilotaggio interistituzionale, dentro e fuori la scuola, come nel caso dell’handicap, occorre promuovere un analogo sforzo per l’integrazione interculturale. La circolare indica alcuni organismi di governance da istituire ai diversi livelli (nella scuola, nel territorio, in regione, nazionale)

d) La soglia di competenza linguistica
Uno dei motivi di deroga dal tetto del 30% è costituito dalla padronanza della lingua da parte degli studenti immigrati (a maggior ragione se questi sono nati in Italia ed hanno alle spalle già un percorso di scolarizzazione, nel nido, nella materna, nella scuola elementare). Ma come si accerta un livello di competenza linguistica? E qual è una soglia accettabile, che sia interpretata come una prima base di partenza da incrementare ulteriormente grazie ai processi di scolarizzazione? Esistono standard internazionali di competenza legati al quadro europeo delle lingue, quindi anche per l’italiano come seconda lingua. Sono disponibili strumenti e prove di accertamento di tali livelli, come quelli prodotti dalla Università per stranieri di Perugia. Tuttavia, l’acquisizione di una lingua diversa da quella materna non è un semplice problema tecnico, di acquisizione fredda di un nuovo codice, ma si lega a fattori culturali, psicologici, emotivi, sociali.

e) Italiano lingua due o interlingua?
Nell’apprendente una nuova lingua si crea uno spazio di connessione tra lingua già posseduta e nuova lingua (chiamato interlingua dagli studiosi), assai dinamico e ricco dal punto di vista cognitivo (se si lavora con intelligenza su di esso), che non può essere misurato solo in termini di quantità di errori e di progressiva correttezza del nuovo codice appreso. Parlare di interlingua significa valorizzare le prime competenze degli apprendenti(11) . Inoltre, come precisa la cm 2/2010, un conto è la lingua italiana utilizzata per i normali scambi della vita di relazione –che può essere incrementata attraverso un tessuto scolastico ricco di opportunità di scambio -, un conto è la lingua italiana da utilizzare per studiare e per inoltrarsi all’interno di specifici saperi disciplinari. L’italiano L2 per studio richiede un tirocinio e tecniche particolari (e un presidio linguistico più forte all’interno delle nostre scuole). Ritorna, nuovamente, il problema generale dello “stato” dell’insegnamento delle lingue all’interno dei nostri curricoli. Una società plurilingue come è ormai la nostra, che si riflette nella presenza di classi plurilingue, richiede un più consistente investimento sulla formazione dei docenti e sul rinnovamento di metodi e ambienti di apprendimento.

f) L’organizzazione didattica
Non esistono modelli vincenti per l’integrazione interculturale nella scuola. Ogni paese ha sviluppato proprie strategie culturali ed organizzative in merito all’integrazione scolastica degli immigrati, coerenti con le scelte più generali sulla politica dell’immigrazione: dal multiculturalismo tipico della Gran Bretagna alle politiche di assimiliazione della Francia. Per il nostro paese si è parlato spesso di una “via italiana all’integrazione”(12) , per segnalare la propensione inclusiva della nostra scuola, specie di quella di base e di come attorno alle scuole accoglienti sia possibile sviluppare inedite forme di dialogo, incontro, confronto tra culture, capaci di coinvolgere anche gli adulti. Sarebbe deleterio interrompere questo processo. Tuttavia, mantenere la “via italiana” richiede progetti, risorse, concretezza di lavoro, come ben segnala il documento emanato nel 2007 dal Ministero dell’istruzione. Il problema non è aggirabile solo immaginando classi ponte, dove realizzare una sorta di alfabetizzazione “forzata” o di decontaminazione culturale (vengono in mente gli immigrati italiani “in quarantena” sulle banchine di Ellis Island, all’inizio del ‘900).
Ogni singola scuola, le scuole in rete, il territorio, devono poter offrire una pluralità di opportunità e metodologie, che possono andare dai corsi intensivi, prima e a fianco della scuola, al potenziamento dell’offerta di lingua italiana nei currricoli (cui si fa cenno nel regolamento del primo ciclo, il Dpr 89/2009), alla facilitazione negli strumenti e nei sussidi. La cm 2/2010 contiene un’esauriente rassegna di tali possibilità, il problema semmai è tradurle in linee di lavoro praticabili.

Ad impossibilia, nemo tenetur (nessuno è tenuto a fare l’impossibile)

Dopo l’impatto duro che la circolare ha avuto al suo primo apparire, oggi il clima sembra più sereno, anche per le precisazioni che sono giunte dallo stesso Ministro, con una interpretazione più aperta delle misure prospettate. Ad esempio, con una attenzione particolare agli allievi non italiani nati però in Italia, con la considerazione del livello di conoscenza della lingua italiana. Con realismo, la circolare ammette che in certe situazioni sarà impossibile dare attuazione al principio del tetto massimo, come nel caso di piccoli comuni, ad alta intensità immigratoria, con poche istituzioni scolastiche, o di quartieri di grandi città in analoghe situazioni, ad istituzioni “in continuità” (una elementare con una media dirimpettaia…), ecc. In questi ed in altri casi diventa improbabile promuovere spostamenti radicali di utenza, ai quali occorrerebbe garantire comunque agevolazioni costose ed un servizio educativo di qualità.

Ma allora torniamo al punto di partenza ed alle scelte complessive che si intendono fare sulle politiche dell’immigrazione, sul futuro della scuola e quindi della nostra società.
*già Assessore all’Istruzione del Comune di Forlì

Note
1)B.Spinelli, Se questi sono uomini, in “La Stampa”, 10 gennaio 2010.
2)Il dossier dell’ANCI è rintracciabile sul sito di “Notizie della Scuola”: http://www.notiziedellascuola.it/news/anci-alla-camera-rilanciare-un-piano-nazionale-di-integrazione-anche-per-alunni-stranieri-nelle-scuole
3)Le nazionalità più rappresentate sono, nell’ordine: Romania, Albania, Marocco, Cina, Ecuador, Tunisia, Filippine.
4)Nelle prove di lettura, il dato medio dei quindicenni italiani è di 473 punti, quello degli stranieri di 415. Per una analisi di dettaglio, cfr. D.Mantovani, Gli studenti stranieri sui banchi di scuola in Emilia-Romagna, in G.Gasperoni (a cura di), Le competenze degli studenti in Emilia-Romagna. I risultati di Pisa 2006, Il Mulino, Bologna, 2008.
5)L.Lega, Linee guida sull’integrazione degli alunni con disabilità, in “Notizie della scuola”, n. 1, 1-15 settembre 2009, Tecnodid, Napoli.
6)Dpr 31-8-1999, n. 394 (Regolamento di attuazione delle norme in materia di immigrazione).
7)D.Chiesa, L’improbabile riforma delle superiori, in “Rivista dell’istruzione”, n. 5, ottobre-novembre 2009, Maggioli, Rimini.
8)Nel Dpr 394/1999 cit. si suggeriva di non costituire classi in cui la presenza di alunni non italiani fosse preponderante (maggioritaria?).
9)Il dossier dell’ADI è reperibile all’indirizzo: http://www.adiscuola.it/adiw_brevi/?p=2486
10)Fa molto discutere il Disegno di legge n. 103-A che introduce modifiche alla legge vigente (la n. 91 del 5 febbraio 1992), perché collega l’acquisizione della cittadinanza degli stranieri nati in Italia alla residenza continuativa fino alla maggiore età ed alla frequenza con profitto della scuola fino all’assolvimento dell’obbligo di istruzione e formazione (oltre ad un corso di storia, cultura e cittadinanza e Costituzione).
11)In Emilia-Romagna è stato predisposto un ampio programma di formazione dei docenti sul tema dell’interlingua. Ne parla G.Cerini sul sito “edscuola”. Cfr. http://www.edscuola.it/archivio/riformeonline/intercultura.htm
12)Il testo del documento, elaborato dall’Osservatorio nazionale per l’integrazione nel 2007, è reperibile sul sito del MIUR: cfr. http://www.pubblica.istruzione.it/news/2007/allegati/pubblicazione_intercultura.pdf

"Chi non paga per gli errori", di Tommaso Padoa-Schioppa

Mentre le fabbriche chiudono e i lavoratori perdono il posto, le banche, vere responsabili della crisi, fanno profitti; li fanno dopo essere state salvate dai contribuenti e li devolvono in gran parte a se stesse sotto forma di lauti guadagni per dirigenti e amministratori; nello stesso tempo rifiutano il credito alle imprese e, obbligandole a chiudere e a licenziare, affossano l’economia. Sono accuse note; le ripete anche il presidente Obama. Come non farsi travolgere da simili accuse indirizzate a unmestiere già impopolare prima della crisi? Invece bisogna ragionare e non farsi travolgere. E se il ragionare comincia col distinguere, occorre esaminare le accuse una per una.

Oggi guardiamo ai salvataggi bancari, questione bruciante perché il denaro usato era del contribuente. Si noti che i salvataggi — cerniera tra il prima e il dopo crisi— sono avvenuti soprattutto in Paesi orgogliosamente predicanti le virtù magiche della proprietà privata e del mercato libero: Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Olanda; non in Italia, dove le banche si sono rafforzate con capitali privati. Si noti anche che il tema va tenuto distinto da altre questioni riguardanti il modo in cui le banche si conducono oggi coi loro debitori, nel mercato finanziario, nel compensare dirigenti e amministratori: questioni su cui occorrerà tornare e che riguardano tutte le banche, non soltanto quelle in cui lo Stato ha immesso capitale.

È, era, giusto salvare le banche? In condizioni normali la risposta è no. Se è cronicamente incapace di fare utili, qualunque impresa, anche se banca, deve uscire dal mercato perché, invece di creare, distrugge ricchezza. Il fallimento è un modo di uscire, non l’unico né sempre il migliore; altri sono il passaggio di proprietà o la rilevazione da parte di un concorrente.

Le condizioni del 2008, però, non erano normali; stava crollando non una banca, ma la funzione bancaria stessa; e le perdite erano spesso un fatto momentaneo dovuto a cattiva gestione o a panico, non un indebolimento irrimediabile. Se la moneta cessa di circolare e nessuno fa più credito ad alcuno, ogni economia basata sullo scambio (dunque, nel mondo di oggi, tutte le economie) crolla e ricostruirla è arduo. Il perdurare del panico avrebbe moltiplicato a dismisura le vittime innocenti: risparmi e posti di lavoro perduti.

In quelle circostanze l’interesse a salvare le banche era generale, prima che dei banchieri.

Non solo: per il contribuente che lo paga, il salvataggio è per lo più un buon affare, non una perdita. Ciò che egli compera vale assai più del bassissimo prezzo pagato ed è destinato a rivalutarsi. I giganteschi utili che la banca centrale americana ha appena annunciato ne sono la riprova: e le banche centrali devono sapere (ma qualche volta lo dimenticano!) che i loro utili sono destinati non a se stesse ma alle casse dello Stato.

Salvare sì, dunque; ma chi? Chi tra azionisti, amministratori, dirigenti, impiegati, depositanti, debitori? Mentre in un fallimento puro la risposta sarebbe «nessuno», in un salvataggio non può essere «tutti». Almeno i primi tre dei sei soggetti elencati dovrebbero perdere soldi e funzioni.

È da deplorare che ciò non sempre sia avvenuto. Ma nei casi in cui non è avvenuto, la critica va rivolta al salvante più che al salvato. Spettava al potere pubblico distinguere tra continuità della banca e discontinuità della sua proprietà e del comando.
Il Corriere della Sera 18.01.10

Napolitano su immigrati e caso Rosarno: "Tutelarne i diritti, ripristinare la legalità "

“Sia consentito agli immigrati di essere in regola”, in un equilibrio tra garantire loro i diritti e ripristinare la legalità: così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato in occasione della Giornata mondiale delle migrazioni, promossa dalla fondazione Migrantes. “Vorrei tornare a esprimere – scrive il capo dello Stato – tutto il mio apprezzamento per quanto la Chiesa cattolica fa in favore dei migranti”. Apprezzamenti che comprendono anche il mondo del volontariato. Poi l’appello a tutelare i bambini: “Il problema su cui si vuole opportunamente richiamare l’attenzione per il 2010 è quello dei minori, in particolare di coloro che sono rifugiati o non accompagnati. Questi ultimi sono esposti in condizioni di estrema fragilità ai rischi più gravi”.

Ma c’è anche l’allarme criminalità: “Un rischio che non riguarda solo i minori – sottolinea Napolitano – abbiamo assistito purtroppo alle tragedie che travolgono migranti e cittadini quando un territorio è sottratto alla legge. Mi auguro anche che allo straniero non sia solo giustamente imposto, ma sia anche reso possibile l’essere e il mantenersi in regola con le leggi italiane”.

Un messaggio, quello del Quirinale, che piace molto al segretario del Pd, Pierluigi Bersani: “Ancora una volta – commenta – dal presidente arrivano parole chiare e precise. Noi dobbiamo migliorare le nostre regole e avere una politica per l’integrazione”. Ma non basta: “Dobbiamo avere – prosegue Bersani – meno lavoro nero e regole più flessibili che aiutino a ridurre la clandestinità e una politica dell’integrazione che sia all’altezza di un paese civile”.
La Repubblica 17.01.10

"L'imbroglio continuo. Martedì 19 gennaio sciopero nazionale dei lavoratori del settore cineaudiovisivo" , di Santo della Volpe3

In tutti i paesi d’Europa la produzione televisiva e cinematografica è considerata una formidabile risorsa strategica per la cultura e per l’economia e, ironia della sorte scelta dal nostro paese, molti di questi stessi paesi sin dal dopoguerra hanno preso la Francia prima e l’Italia poi, come un modello di produzione culturale, anche se da noi c’è sempre stato un problema di risorse e finanziamenti, unito ad una mancanza storica di difesa del prodotto nazionale, quello stesso che veniva poi valorizzato ed ammirato nel mondo. Vecchio difetto democristiano che pensava che la cultura fosse un terreno politico di sinistra. Quel difetto non ha mai mancato però di entrare in dialettica con il mondo della produzione cinematografica e televisiva, valorizzando autori e produzioni quando necessario,producendo in prima persona quando la cultura era intesa come sistema di valori che univa il paese: basti pensare alla Rai di Bernabei, del teatro, degli sceneggiati, sino alle ultime importanti produzioni televisivo- cinematografiche. Perché comunque sia, qualunque governante sapeva e dovrebbe sapere oggi che la produzione di cinema e fiction è lo specchio di una nazione, la libertà di produzione e di creazione di cinema e tv, è parte essenziale della crescita culturale di intere generazioni.
La capacità di produrre narrazione audiovisiva corrisponde, infatti, alla capacità di un paese di raccontarsi e comprendersi. premessa necessaria al dialogo democratico tra i popoli e le nazioni.
Oggi invece assistiamo al tentativo di chiudere, indirizzare ad imbuto le produzioni cinematografiche e televisive verso un “telecomando unico”, usando a pretesto le direttive dell’Ue per provare a far risparmiare pacchi di euro a Mediaset, Rai e Sky a scapito della creatività e capacità produttiva degli autori italiani: il sistema è semplice. E’ bastata la modifica che prende il nome dal sottosegretario romani,presentato a dicembre (ma che in questi giorni ha subìto una brusca accelerazione) apportata al “testo unico della radiotelevisione”, che intende riportare con poche righe la situazione a prima del 1998; ovvero , come scrive il sindacato Cgil ,”alla completa liberalizzazione degli obblighi di produzione e investimento a carico di tutti i fornitori di contenuti (broadcasters gratuiti e a pagamento, privati e pubblici su qualunque piattaforma incluso il satellite)”.
Parliamo dell’obbligo di produzione e investimento in opere audiovisive europee recenti di produttori indipendenti nella misura del 10% netto del totale dei ricavi. Questo obbligo della legge Veltroni – Prodi del 1998, con il decreto romani divenuta ormai opzionale, a completa discrezionalità delle emittenti e quindi con la possibilità che venga ridotto a zero.
Nel panorama legislativo europeo la stessa delibera viene acquisita in forme che salvaguardano la produzione di opere. “solo in Italia assistiamo”, scrive ancora la cgil,” all’attacco per il progressivo disfacimento dell’industria del cineaudiovisivo con il conseguente attacco ai posti di lavoro e alle professionalita’ coinvolte, con l’obiettivo di esercitare il pieno controllo della produzione culturale nazionale a svantaggio della qualita’ dei prodotti” .

Ci sono quindi vari problemi che il decreto suscita:il primo e’ per i lavoratori del settore che si trovano di fronte ad una diminuzione drastica delle loro attivita’ perché per rientrare nella legge, i network televisivi potrebbero riproporre vecchie produzioni magari in ore notturne,per rientrare nella norma ,azzerando quindi le nuove produzioni e facendo perdere il posto di lavoro a migliaia di persone.
Ma si pone anche un più vasto problema di liberta’ di espressione, perché non sarebbe piu’ previsto per legge uno spazio di creativita’ che incentiva ora la creazione di opere nuove e nazionali con l’incentivo della programmazione televisiva e del passaggio cinematografico. Basterebbe comprare all’estero sceneggiati già fatti, con la conseguenza di una nuova colonizzazione culturale, pesante come ,se non di più, di quella attuale, dovuta al monopolio e duopolio televisivo, scarsamente rotto da Sky.
Anche per questo la mobilitazione dei sindacati, del Movem09, di tutte le associazioni del mondo televisivo e cinematografico, va ampiamente sostenuta anche da parte di chi ha a cuore le liberta’ di espressione ed informazione. Articolo21 che per altro da anni fa parte di questo movimento, aderisce e scendera’ in piazza per difendere questi spazi di creativita’ e di produzione culturale, senza i quali, l’Italia tutta sarebbe piu’ povera e meno libera.
da Articolo21.org

"Nessuno può dirsi soddisfatto", di Franco Garelli

E’ stato senza dubbio un incontro dal valore storico, ma che non poteva sorvolare sulle spine che da tempo ostacolano i rapporti tra la chiesa cattolica e gli Ebrei. La visita del Papa alla Sinagoga di Roma è stata abbellita dalla inedita presenza di una delegazione della grande moschea della capitale, che però non ha spostato l’asse di fondo della riflessione e del confronto. Tra i protagonisti dell’evento vi sono state molte attenzioni reciproche, importanti accenni al ruolo essenziale (sui temi della spiritualità, della pace, dell’ecologia, della solidarietà umana) che le grandi religioni storiche devono avere nel mondo; ma soprattutto gli esponenti della comunità ebraica, e in parte anche il Papa, non hanno mancato a più riprese di richiamare i problemi che oggi condizionano il reciproco riconoscimento tra le due fedi religiose.

Così Benedetto XVI, accennando ieri all’Angelus che nel pomeriggio si sarebbe recato al Tempio Maggiore, ha ricordato il clima di dialogo che oggi intercorre tra cattolici e ebrei «malgrado i problemi e le difficoltà»; mentre ancora più espliciti sono stati gli accenni ai problemi tra le due confessioni religiose fatti durante la visita da esponenti della comunità ebraica, che in vari passi dei loro discorsi sembravano riferirsi ad un clima di rapporti tra cattolici ed ebrei che si sta complicando nel tempo.

C’è chi ha parlato di «ferite ancora aperte», chi ha auspicato che non si perda il clima del Concilio; chi ha ricordato i «padri e gli zii» che durante la Shoah hanno trovato rifugio nei conventi delle suore cattoliche ma anche il «silenzio dell’uomo» (con un riferimento che a molti è sembrato rivolto a Pio XII) «che ci interroga, ci sfida e non sfugge al giudizio». Chi ancora ha detto che bisogna porre in primo piano le visioni condivise e i comuni obiettivi «malgrado una storia drammatica, i problemi aperti e le incomprensioni». «Che cosa ancora ci separa» – si è chiesto di fronte al Papa il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni – «dal recupero di un rapporto autentico di fratellanza e comprensione?».

A molti dei presenti queste parole avranno richiamato il primo pontefice a entrare in un tempio ebraico a Roma dopo San Pietro, quel Karol Wojtyla che in quell’occasione (era il 13 aprile 1986) ha spiazzato gli ebrei (e molti secoli di incomprensioni) chiamandoli «nostri fratelli maggiori».

Ecco, forse ciò che è mancato nella Sinagoga di Roma ieri è stato il pathos di un incontro – come quello avvenuto 24 anni fa tra Giovanni Paolo II e il rabbino Toaff – capace di dire al mondo, anche simbolicamente, che i cattolici e gli ebrei vivono una nuova storia, che a quei tempi significava ribadire con forza la scelta del Concilio di cancellare l’accusa di deicidio al popolo ebraico e la condanna dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo.

Ovviamente ieri Benedetto XVI non ha mancato di porsi in continuità col cammino di amicizia con gli ebrei indicato da Papa Wojtyla, così come ha deplorato a più riprese il dramma sconvolgente della Shoah, riconoscendo qualche silenzio di troppo di alcuni figli della chiesa al riguardo. Ma ha anche ricordato che la Santa Sede ha allora svolto un’azione di soccorso «spesso nascosta e discreta»; come a dire che sull’operato di Pio XII le valutazioni storiche possono essere diverse e che una forte presa di posizione pubblica da parte del Papa avrebbe potuto avere ripercussioni più negative sulla condizione degli ebrei di quelle che si sono verificate.

Pur a fronte di rapporti rinsaldati, le ombre che attualmente incombono tra la chiesa cattolica e la comunità ebraica non sembrano diradarsi, sia per i tratti culturali e gli orientamenti teologici di chi dirige le due confessioni religiose sia per una stagione storica in cui in tutti i campi sembra prevalere la voglia di distinzione. Non c’è soltanto il silenzio sulla Shoah di Papa Pacelli (che Benedetto XVI vuole beatificare) a dividere le due comunità, o l’apertura del Papa a vescovi lefebvriani che ancor oggi non ripudiano la Shoah. Ma la contesa può riguardare temi più ampi, come l’interpretazione del messianesimo, che per Israele è ancora del tutto aperto, mentre per la chiesa cattolica il messia ha un nome ed è Gesù Cristo. Oppure i problemi connessi alla politica religiosa dello Stato di Israele in Terra Santa, che – a detta della chiesa cattolica – tende a isolare o ridurre la presenza delle comunità cristiane in un ambiente che per le tre religioni monoteistiche è strettamente legato all’evento della rivelazione.
La Stampa 18.01.10

******

“L’ombra di Pio XII”, di GAD LERNER
Shalom, in ebraico, è il traguardo della pace derivante dalla shelemut, che significa interezza, la pienezza conseguibile attraverso uno sforzo di completamento interiore. Il Papa cristiano che ieri ha concluso il suo intervento pregando in ebraico nel Tempio Maggiore di Roma, appariva proteso nel tentativo impervio del ricongiungimento al popolo dell’Alleanza “irrevocabile”, rimasto custode del Decalogo sempiterno anche nei secoli posteriori alla nascita di Gesù. Ma al cospetto di quell’assemblea Benedetto XVI non ha potuto citare il nome del suo predecessore novecentesco Pio XII.

“Purtroppo molti rimasero indifferenti”, ha detto, riferendosi alla deportazione degli ebrei romani il 16 ottobre 1943. Un riconoscimento di colpa cauto ma inequivocabile. Si è alzato in piedi, visibilmente emozionato, di fronte ai pochi sopravvissuti all’ecatombe di Auschwitz, anche se la sua indole professorale tedesca gli ha precluso di arricchire il testo scritto, improvvisando, con parole in grado di corrispondere direttamente alle loro lacrime.

Benedetto XVI si è dunque prodotto in un ragionamento elevato e impegnativo sul terreno della teologia che gli è maggiormente proprio, consapevole che la Chiesa deve ancora rinnovare una dottrina adeguata a spiegarsi il mistero dell’ebraismo vivo e vegeto nonostante Cristo e senza Cristo. Sulle responsabilità storiche rievocate dai suoi ospiti ha compiuto un passo in avanti, ha ribadito il mea culpa di Giovanni Paolo II, ha dato prova di umiltà, ha assicurato che il Concilio resta un punto fermo. Ma senza ancora concedere una svolta interpretativa che egli vivrebbe come lacerante.

Il messaggio più forte e commovente di parte ebraica gli era stato rivolto da Riccardo Pacifici che, pur parlando da presidente della Comunità di Roma, non ha dissimulato il suo essere un figlio della Shoah e un passionale capopopolo ghettarolo. È stato l’unico, Pacifici, a citare papa Pacelli: “Il silenzio di Pio XII duole ancora come un atto mancato”. Ha manifestato apprezzamento per l’impegno di Ratzinger contro la xenofobia e il razzismo, in difesa degli immigrati, per la libertà religiosa, per il riconoscimento vaticano dello Stato d’Israele. Ma, riferendosi al rabbino Giuseppe Laras e alle altre personalità ebraiche che hanno scelto di disertare l’appuntamento, non a caso ha voluto manifestare loro rispetto.
Se il perseguimento del shalom implica una pienezza di ricongiungimento, molto cammino deve compiere ancora l’amicizia ebraico-cristiana. E non è detto che i portavoce delle due fedi presenti ieri in sinagoga siano disposti a farsi carico delle incognite dirompenti da affrontare, tanto più che sarebbe impossibile farlo prescindendo dalla realtà del monoteismo islamico.

Gli ebrei romani non dimenticano che i cancelli del loro ghetto furono definitivamente abbattuti solo nel 1870, alla caduta dello Stato pontificio, con grave ritardo sul resto d’Europa. E che i successori di Pio IX opposero un rifiuto teologico al ritorno degli ebrei, additati come colpevoli di deicidio, dalla diaspora a Gerusalemme. Il superamento della millenaria dottrina cristiana secondo cui alla Chiesa spettava il titolo di “Vera Israele” è un percorso faticoso, reso accidentato dalla necessità di riconoscere misfatti compiuti nel nome del Vangelo. Possono le beatificazioni coesistere con l’ammissione di una lettura errata del Vangelo? E, a loro volta, quando gli ebrei saranno pronti a riconoscere familiare e profetico il messaggio del loro correligionario Gesù, attraverso cui, seppure tra mille contraddizioni, si è diffuso nel mondo l’insegnamento della Bibbia?

Definendo “irrevocabili” i doni di cui il Signore ha reso portatori gli ebrei, “scelti per primi”, Benedetto XVI pone le premesse di un’esplorazione di fronte a cui egli stesso si arresta, per cautele dogmatiche e di opportunità. Ben sapendo che l’idea della conversione esige di essere ripensata in una tale prospettiva. Ciò che oggi dispiace agli uni e agli altri.

Il dialogo che è ripreso ieri solennemente nella sinagoga di Roma resta circoscritto nell’accezione dei suoi promotori. Lo ha dimostrato il Papa quando ha ripristinato la preghiera latina per “l’illuminazione” degli ebrei e quando ha manifestato dubbi che possa esistere un vero e proprio dialogo interreligioso. Ma anche il rabbino capo Riccardo Di Segni, intervistato da “Avvenire” prima della visita di Benedetto XVI, ne ha fornito una versione assai limitativa: “Il dialogo serve per conoscerci e per rispettarci, cioè per farci più forti nelle nostre fedi”. Punto e basta.
A volte l’apparenza inganna: tra gli oppositori alla visita di ieri, criticata perché elusiva delle questioni storiche e teologiche irrisolte, ve ne sono di ben più disponibili a un dialogo che superi i rispettivi integralismi. Eppure chi ha assistito alla cerimonia sulle rive del Tevere sente di aver vissuto un altro passaggio storico importante. Se nel 1943 “purtroppo molti rimasero indifferenti”, e a dirlo per la prima volta è il successore di Pio XII, vuol dire che la comune fede nell’unico Dio tende a ricongiungere il destino di ebrei e cristiani verso la pienezza, il shalom.
La Repubblica 18.01.10

Vertenza salute, il sostegno del Pd

I democratici modenesi appoggiano la giornata di mobilitazione in programma per domani negli ospedali e nei servizi territoriali. “Questo governo sta deliberatamente mettendo in ginocchio il Sistema Sanitario Nazionale che invece è una ricchezza per il paese e una garanzia universale per il diritto alla salute. Si vuole mettere in ginocchio il servizio pubblico per favorire la cosiddetta sanità integrativa assicurativa e privata”.
A lanciare l’allarme sono Paolo Trande, Alberto Pini e Cosetta Cavazza, promotori del Circolo interaziendale “Aziende Sanitarie” del Pd che, in una nota, esprimono il loro sostegno alla “Vertenza Salute”, la giornata di mobilitazione promossa per domani dalle organizzazioni sindacali in difesa del Servizio sanitario nazionale. Prevista la mobilitazione dei servizi ospedalieri e territoriali nell’arco di tempo che va dalle 8.00 alle 12.00 con assemblee negli ospedali e volantinaggio alla cittadinanza.

I sanitari modenesi denunciano, tra l’altro, il sottofinanziamento del fondo sanitario nazionale; il mancato finanziamento del fondo per la non autosufficienza; la drastica riduzione dei posti letto senza il potenziamento dei servizi territoriali; l’aumento del precariato tra i medici per coprire i buchi di personale dovuti alla mancata copertura del turn-over; lo stallo della trattativa per il rinnovo del contratto nazionale.

“E’ questo – concludono i tre esponenti del Pd – l’obiettivo del governo: demolire il servizio pubblico, svuotandolo di risorse e di professionalità e contemporaneamente indicarlo ai cittadini come inefficiente e popolato da macellai e fannulloni. Il Pd modenese si opporrà a questa strategia con la consapevolezza che ci vogliono risorse spese bene per garantire ai modenesi la qualità dei servizi sanitari a cui hanno diritto”.

"Mai il nucleare, il governo dica agli elettori dove vuole la centrale", intervista a Vasco Errani di Adriana Comaschi

Noi non accetteremo mai il ritorno del nucleare sul nostro territorio, in ogni caso il governo deve lasciar decidere ai cittadini: lo sfido a dire prima delle elezioni, se davvero intende proseguire su questa strada, dove e come pensa di collocare le centrali».
C’è anche l’Emilia-Romagna tra le 11 Regioni da cui è partito il ricorso alla Corte Costituzionale contro il decreto che vorrebbe catapultare l’Italia indietro di vent’anni (il referendum abolì il nucleare nell’87).Unricorso fortemente voluto dal suo presidente Vasco Errani (che guida anche la Conferenza Stato-Regioni in cui siedono tutti i governatori), ancora prima di sapere che il sito della ex centrale di Caorso (in provincia di Piacenza) è con ogni probabilità nella mappa stesa dal ministero dello Sviluppo di concordia con l’Eni.
Presidente, perché avete fatto ricorso?
«Undici Regioni considerano il decreto 99/2009 incostituzionale, visto che prescinde del tutto dallo spirito del titolo V della Costituzione (che regola le competenze di Stato e Regioni, ndr). La posizione dell’Emilia-Romagna poi è molto chiara: la scelta del nucleare di terza generazione
è un errore. Anche dal punto di vista economico: perché produrre energia così avrebbe costi esorbitanti, tra smaltimento delle scorie e realizzazione degli impianti. Quindi la nostra critica al governo è di metodo, ma anche di merito». Molte Regioni accusano,il governo tace sulle sue intenzioni per paura delle ricadute elettorali. Condivide?
«Dico che se l’esecutivo intende andare avanti in questa direzione, allora deve avere il coraggio di dire ora nelle sedi di confronto istituzionale e poi in pubblico dove e come vorrebbe realizzare le centrali nucleari. Attendere il dopo elezioni sarebbe troppo comodo, e strumentale. Quindi il governo assuma un’iniziativa, adesso. Se non lo fa, come i fatti dimostrano, è chiaro che c’è dietro un intento propagandistico: e questo va portato all’attenzione di tutti gli italiani, devono saperlo».
Qual è la situazione oggi, a Caorso? «Da alcuni anni abbiamo avviato la procedura di decommissioning (il materiale radioattivo viene inviato in Francia quindi le scorie tornano in Italia, ndr). Un processo lungo – terminerà nel 2017 – svolto finora solo per un terzo, che la Regione e gli enti locali hanno richiesto da tempo, già all’indomani del referendum. Per noi e per le istituzioni locali – che peraltro hanno governi diversi – il “no” al nucleare è una scelta irrinunciabile. Non solo non accetteremo mai un ritorno della centrale, ma non accettiamo l’interruzione di una procedura che costa ben 1,5 miliardi di euro».
Perché non si può tornare indietro?
«Il nucleare di terza generazione su cui punta il governo è vecchio, economicamente insostenibile, pericoloso. Come Regione al contrario il nostro impegno è investire sulle energie rinnovabili, come il fotovoltaico. E in ogni caso, il governo potrebbe fare una scelta diversa,
come quella di partecipare ai progetti di ricerca internazionali sul nucleare di quarta generazione (più pulito, più sicuro e produttivo)».
Che impressione le fa sapere che il ministro Fitto ha fatto pressioni per avviare l’iter parlamentare del decreto, anche se ancora manca il parere delle Regioni?
«Questo esecutivo continua in modo testardo, e sbagliando, a prendere iniziative unilaterali che portano solo a conflitti e confusione».
Crede che gli elettori di centrodestra farebbero scelte diverse, alle prossime regionali, se sapessero che il governo costruirà loro una centrale sotto casa?
«A me non interessano le ricadute elettorali. Il dibattito in corso è così importante che richiede innanzitutto chiarezza e trasparenza. Se il governo è convinto delle sue ragioni dica dove, e come, vuole portare avanti la scelta del nucleare. Questo sarebbe un atteggiamento serio, corretto, coerente. Poi saranno i cittadini a decidere».
L’Unità 17.01.10

******

Bersani attacca: “Sul nucleare non daremo nessuna tregua”, di Mariagrazia Gerina

Il Pd si mette di traverso al tentativodel governo di impacchettare le centrali nucleari consegnarlealle Regioni dopo il voto. Bersani: «Si abbia il coraggio di indicare i siti, e farlo sapere agli elettori. Noi, daremo battaglia» Sul nucleare il governo, come ha raccontato l’Unità, sembra avere molta fretta.Ma intanto sta facendo di tutto per tenere fuori il tema dalla campagna elettorale. «È chiaro che hanno messo il carro davanti ai buoi», invita a smascherare il gioco Pier Luigi Bersani: «Ma non possono dire alle Regioni arrivederci e grazie, decido io dove mettere le centrali nucleari». Su questo – avverte il segretario del Pd – il Partito democratico darà battaglia: «Durante la campagna elettorale chiederemo alla destra di pronunciarsi con nettezza su tutto lo scenario energetico e tecnologico. E ovviamente anche su dove intendono localizzare le centrali nucleari». Perché: «Non possono mica stare zitti e intanto cucinarti in casa una localizzazione senza dirti nulla. È troppo comodo limitarsi a indicare i criteri. Quelli li sa anche un bambino». Altro che rinvio dell’argomento a dopo le elezioni. «La battaglia ambientale è tutt’uno con quella per l’innovazione tecnologica e la crescita economica: energia e green economy saranno nostri cavalli di battaglia nella campagna elettorale », scandisce Bersani. Che sul ritorno del nucleare ha un messaggio
molto chiaro per il governo: «Non è stagione di fare piani nucleari per uno stato che dal nucleare è uscito e non ha ancora risolto dove mettere le scorie: se non siamo capaci di localizzare un deposito dove mettere gli esiti del vecchio come facciamo a fare un nuovo piano nucleare?». È un discorso di strategia di sviluppo, oltre che di buon senso.
Quella del Pd recita: «Dobbiamo concentrare tutti gli sforzi pubblici e privati, senza distrarci in avventure, su efficienza energetica, fonti rinnovabili, risparmio energetico, miglioramento delle tecnologie per le fonti tradizionali come il carbone pulito…». Green economy, sostegno
all’innovazione, incentivi per le rinnovabili: «Su questi temi con il governo Prodi – rivendica Bersani – abbiamo avviato molte cose importanti che poi hanno avuto rispondenza nelle nostre migliori esperienze di governo regionale. E su questi temi dobbiamo chiamare la destra a confrontarsi con noi». Quanto al nucleare: «Il governo rilancia un piano sbagliato per ragioni
economiche e tecnologiche oltre che velleitario, noi avanziamo un’altra idea: la nostra industria di misurarsi con il decommissioning delle centrali e poi dobbiamo capire dove localizzare un deposito di superficie per i rifiuti prodotti dal vecchio nucleare che a breve dovranno tornare in Italia, infine dobbiamo inserirci nella ricerca sulla nuova frontiera tecnologica per risolver i i problemi delle scorie oltre che della dimensione delle centrali
e della sicurezza».
L’Unità 17.01.10