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"La società civile e la casta dei politici", di Eugenio Scalfari

DA qualche tempo la cosiddetta società civile si sta prendendo alcune rivincite. Era stata assai bistrattata dalla “casta”, sia di destra che di sinistra. I partiti, anzi la partitocrazia, avevano invaso tutto l’invasibile. Non c’era candidatura elettiva, non c’era ente pubblico o parapubblico che non fossero caduti nelle mani della “casta” e il berlusconismo non faceva eccezione, anzi, nonostante il piglio anti-partito del suo leader.

Chi accedeva al governo o al sottogoverno doveva innalzare i vessilli e indossare i colori d’uno dei componenti della casta, gravitare nella sua orbita, sollecitarne i favori e pagarli al prezzo convenuto. Non soltanto e non tanto in termini di danaro, ma in termini di sudditanza politica. O corporea. Ma sì, anche corporea, Tarantini insegna. Questo ritorno in forza dei politici era stato accolto con favore anche da molti intellettuali all’insegna della supremazia della politica. Alla società civile erano state addebitate molte turpitudini, comunque un cattivo odore di corruttela che inquinava anche la politica e i suoi “operatori”. Per di più si addebitava alla società civile anche la responsabilità di fornire alla malavita organizzata quell’ampia massa di persone definite come “zona grigia”, intercapedine collusa con le organizzazioni criminali e tramite indispensabile tra la mafia e il potere. Purtroppo tutto vero; ma non è questo che si deve intendere per società civile, così come non si deve identificare la politica con la “casta”.

Perciò è necessario un chiarimento lessicale prima di procedere nel ragionamento che oggi vogliamo sviluppare.

Il termine “società civile” fu inventato, niente meno, da Marx e forse, prima ancora, da Rosseau, per designare l’insieme dei ceti che compongono una comunità con una propria identità, propri valori, propria cultura, propri interessi. Una società civile forte esprime anche proprie istituzioni e lo Stato che ne è il coronamento.

Questo è lo schema di Marx, che ne parla diffusamente soprattutto in due delle sue migliori opere: “L’ideologia tedesca” e “Il 18 brumaio”. La società civile che egli ha in mente è quella borghese; il suo obiettivo è di riuscire a sostituirla con una società civile egemonizzata dal proletariato.
La “casta” di cui oggi si parla rappresenta una deformazione cancerosa della politica e le “zone grigie” rappresentano altrettante deformazioni cancerose della società civile. Ristabiliti così i significati corretti delle parole, diventa chiaro che cosa intendiamo quando percepiamo segnali di rivincita della società civile. Dopo una fase troppo a lungo dominata da caste di potere e decomposizioni sociali, avvertiamo oggi un risveglio (ancora modesto e agli inizi) della società civile e qualche segnale di sfaldamento delle deformazioni che hanno sfigurato il suo volto, la sua identità e la sua coscienza morale.

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Poiché siamo ora entrati in clima di campagna elettorale, è proprio in questo avvio che i segnali dei quali s’è detto si rivelano più percepibili, mentre altri più indiretti ma altrettanto significativi cominciano ad emergere nel campo della letteratura e del cinema; insomma nei territori della cultura.
Prendete il caso di Emma Bonino. È un caso sintomatico. Il Partito democratico l’ha indicata quasi all’unanimità, dopo molto tergiversare, come candidata del Partito e della coalizione di centrosinistra alla carica di presidente della Regione Lazio. Si dice: è una candidatura imposta dalle circostanze, non una libera scelta ma una necessità. Lo credo anch’io, ma questo rafforza la tesi: la società civile, nella sua parte schierata al centrosinistra, ha reso necessaria la candidatura Bonino.

Volete una controprova? La società civile nella sua parte schierata al centrodestra ha reso necessaria la candidatura della Polverini. Non faccio un raffronto tra due personalità diversissime tra loro, ma sul fatto che quelle candidature non emanano dai partiti ma dalla società civile. Personalmente lo ritengo un segnale molto positivo e il fatto che si tratti di due donne che certo non fanno parte della categoria delle “veline” accresce il significato di quel segnale.

Ma ce ne sono altri di analoga importanza. Per esempio la candidatura della Bresso in Piemonte, il fatto che l’Udc abbia deciso di appoggiarla e che il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, sia probabilmente il capolista del Pd in questo confronto elettorale. Non era affatto scontato che la Bresso fosse proposta dal Pd per un secondo mandato; ancora meno sicuro era che l’Udc si dichiarasse in suo favore e che un sindaco molto autonomo rispetto ai vincoli di partito prendesse in considerazione una sua decisione che non gli reca alcun vantaggio personale. Si tratta anche in questo caso di una donna in corsa per una carica di notevole importanza.

Un terzo segnale: la Poli Bortone possibile candidato del centrodestra in Puglia. Forse non sarà questa la scelta definitiva poiché non piace al ministro Fitto, un uomo della “casta” da tutti i punti di vista. Ma anche questo è un segnale: una parte notevole della società pugliese orientata a destra non vorrebbe persone della “casta” e si fa sentire.
Così si fa sentire in Campania, in favore del sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca. E in Veneto, dove contro la Lega e il Pdl, indissolubili anche se discordi, tira aria d’una vasta alleanza del centro e della sinistra che ha il carattere d’una lista civica più che un’alleanza di partiti.
Tutti i partiti esistenti, nessuno escluso, hanno un disperato bisogno di rinnovarsi. Le elezioni regionali di marzo offrono quest’occasione; quelli che sapranno coglierla avranno fatto un passo avanti importante verso l’obiettivo che da tempo hanno smarrito: raccogliere il consenso popolare sulla base di trasparenza e credibilità programmatica; fare da punto di raccordo tra il popolo e le istituzioni; tutelare la Costituzione e lo Stato di diritto. Questo dovrebbe essere il compito dei partiti, non quello di occupare le istituzioni e costituirsi come pura casta di potere.

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Un’altra questione strettamente connessa a quella del risveglio della società civile (o coscienza civile che dir si voglia) riguarda i diritti e i doveri. Anche le discussioni in corso su questo tema sono confuse e meritano d’esser chiarite.
Io ricordo la grande stagione dei diritti e dei referendum che dettero loro sbocco politico. Fu a metà degli anni Settanta ed è doveroso ricordare il nome di Marco Pannella che ne fu il più fervido sostenitore.
Ricordo bene quegli anni, le battaglie per il divorzio e la legalizzazione dell’aborto, le diffidenze a sinistra e l’opposizione durissima della destra clericale. Questo giornale non esisteva ancora, ma L’espresso era in campo da quasi vent’anni e quei diritti di libertà li reclamava da sempre, sicché fu soprattutto quel settimanale, nell’imbarazzata indifferenza di gran parte della stampa italiana a riecheggiarne e amplificarne la voce. Ricordo il numero de L’espresso – allora diretto da Livio Zanetti – che uscì con in copertina una donna incinta inchiodata ad una croce. Ricordo tanti giovani lettori che si erano offerti come volontari per raccogliere le firme per i referendum. Ricordo i cortei con decine di migliaia di persone a Roma, a Milano, a Palermo, a Napoli, e i voti di vittoria raccolti. Fu decisivo il peso che vi ebbero le donne, quelle del Mezzogiorno in particolare, che furono l’elemento decisivo di quelle consultazioni.

Molti diritti sono ancora privi di tutela. Penso, tra i tanti, a quelli dei lavoratori precari e a quelli degli immigrati, che vanno di pari passo con i doveri verso la comunità di accoglienza alla condizione che l’accoglienza sia tale e non elemosina o semplice buon cuore individuale.
I diritti sono uno degli aspetti essenziali d’una società civile che, senza di essi, dovrebbe esser definita incivile. Ma anche i doveri lo sono e sono duplici. C’è il dovere dell’individuo il quale ha il diritto di tutelare i propri interessi e la propria felicità, ma ha il dovere di inquadrarli in una visione del bene comune. Oggi non avviene così. La preoccupazione dominante non risiede in questo scambio ma nel puro e semplice egoismo.

Ci sono al tempo stesso i doveri della società verso gli individui e anche questo è uno degli aspetti essenziali d’una società civile .
Il dovere principale è quello di soddisfare al meglio i diritti individuali assicurando il massimo possibile di eguaglianza e di pari opportunità nel soddisfacimento di quei diritti.
Individui liberi, individui eguali nella competizione e nell’accesso al mercato, individui solidali tra loro nella contribuzione al bene comune. Ancora una volta il trittico di libertà, eguaglianza (soprattutto di fronte alla legge ma non soltanto), fraternità. Affinché la società sia civile, lo Stato e le istituzioni siano civili, le persone siano civili.
Quando leggo nei sondaggi d’opinione che la maggioranza degli italiani è fiera della nostra Costituzione e una maggioranza ancora più forte ripone la sua fiducia nel Presidente della Repubblica, mi sento confortato e non dispero dell’avvenire.
La Repubblica 17.01.10

Aumento ai prof di religione, schiaffo ai precari della scuola

Buste paga più ricche per i prof di religione. Il ministero dell’Economia lo scorso 28dicembre ha, infatti, emanato una nota che riguarda la procedura di calcolo degli aumenti biennali per gli insegnanti di religione e stabilisce che questi incrementi i quali prima venivano calcolati nella misura del 2,5% del solo stipendio base dovranno ora ammontare al 2,5% dello stipendio base comprensivo della indennità integrativa speciale. Non un dettaglio: quella quota può raggiungere un terzo dello stipendio. «Adesso dunque – spiega lo Snadir, il sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di religione – dal primo maggio 2010 le direzioni provinciali del Tesoro dovranno procedere al pagamento degli arretrati. Dal pagamento saranno esclusi i docenti ai quali il mancato inserimento dell’indennità nel calcolo degli aumenti biennali era stato compensato, già a partire dal 2003, con un assegno ad personam». Critica l’Anief (Associazione nazionale insegnanti ed educatori in formazione) secondo cui questa concessione a una ristretta cerchia di docenti dimostrerebbe che «ancora una volta il governo dimentica i precari della scuola». In effetti la circolare, emanata alla chetichella nell’ultimo giorno utile dell’anno, rinnova un conflitto già aspro all’interno del corpo insegnate. Una diversità di trattamento che risale almeno al 2003, quando sempre il governo di centrodestra varò l’immissione in ruolo dei docenti «selezionati» dalle Curie.
PLATEA Il provvedimento del dicembre scorso riguarda tutti i circa 25mila insegnanti di religione impegnati su territorio nazionale. Sia quelli di ruolo, sia i precari (circa 12mila), che così incassano un doppio vantaggio rispetto agli altri. Gli insegnanti di ruolo di altre materie, infatti, non hanno scatti biennali di anzianità (quelli di religione li mantengono dal vecchio regime, quando erano tutti fuori ruolo), mentre i precari godono solo dello stipendio base: solo al momento dell’ingresso in ruolo avviene la ricostruzione retroattiva di scatti e quindi aumenti. Su questo si è concentrata la battaglia della Cgil scuola, che chiede per tutti la ricostruzione di carriera. PRIVILEGI L’ultima decisione, dunque, è una vera beffa per chi chiede equità di trattamento. Un passo che si aggiunge a una lunga serie di privilegi: accesso alla cattedra su segnalazione dell’ordinario diocesano, assunzione sulla base di un successivo concorso riservato, passaggio ad altra cattedra in caso di perdita del requisito per insegnare la religione (l’attestato dell’ordinario diocesano) e scatti biennali anche per i precari. «Mentre il ministro Tremonti a dicembre ricorda alla Curia che presto saranno liquidati gli scatti biennali di anzianità al personale docente di religione con incarico annuale o di ruolo, che non ha mai richiesto tale indennità sotto forma di assegno ad personam, permane, purtroppo, il silenzio verso tutto il restante personale precario», dichiara Marcello Pacifico, presidente dell’Anief (l’Associazione nazionale insegnanti ed educatori in formazione).
SOLDI E AUMENTI Secondo alcuni calcoli effettuati dai sindacati l’aumento potrebbe valere 220 euro in più in busta paga, arretrati esclusi. Per il rinnovo del contratto degli insegnanti, invece, i sindacati hanno chiesto un aumento di 200 euro mensili da erogarsi in tre anni, ma il ministro della Pubblica amministrazione è disposto a concederne appena 20. E non solo. Vorrebbe agganciare gli aumenti di stipendio dei docenti al merito.
L’Unita 17.01.10

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Si parla di aumenti mensili di 220 euro lordi per 26mila docenti di ruolo e supplenti di SALVO INTRAVAIA
«A seguito degli approfondimenti effettuati in merito, si comunica che questa direzione – scrive Roberta Lotti, dirigente del ministero dell´Economia preposta ai Servizi informativi – ha programmato, sulla mensilità di maggio 2010, le necessarie implementazioni per il calcolo degli aumenti biennali spettanti agli insegnanti di religione anche sulla voce IIS (l´indennità integrativa speciale, ndr) a decorrere dal 1 gennaio 2003». Fra 5 mesi, in poche parole, alcune migliaia di insegnanti di Religione si ritroveranno sullo stipendio aumento, che secondo stime sindacali, potrebbe arrivare a 220 euro lordi, ed arretrati: da mille a 2 mila euro. Perché la quota di stipendio rimasta fuori in questi anni dal computo è consistente: pari a un quarto dell´intera retribuzione. A beneficiare del provvedimento saranno alcune migliaia di insegnanti. I supplenti annuali, spiega lo Snadir (il Sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di Religione), “che non abbiano maturato i requisiti per la ricostruzione di carriera”, quelli di ruolo “che non avevano maturato il diritto alla ricostruzione di carriera prima della nomina a tempo indeterminato”, e coloro che tale diritto lo hanno maturato “successivamente al primo gennaio 2003”. Se fossero soltanto 5 mila il giochetto costerebbe ai contribuenti 10 milioni di euro, più tutti gli arretrati. In tutto, i precari di Religione sono quasi 12 mila, più 14 mila docenti di Religione di ruolo. E la restante parte dei supplenti, oltre 100 mila? Nulla, anche se precari da dieci o vent´anni. «È un provvedimento che provoca ingiustizia e discrimina lavoratori della stessa categoria, per questa ragione è incostituzionale», commenta Alessandra Siragusa (Pd), componente della commissione Cultura alla Camera. «Nulla in contrario al riconoscimento – aggiunge il collega Tonino Russo (Pd) – di un diritto, ma non si può fare una discriminazione sulla base della Religione. Anche tanti precari in cattedra ogni giorno professano la stessa religione ed avrebbero diritto agli aumenti di stipendio». La querelle nasce dal fatto che per i prof di Religione, anche precari, una legge del 1980 prevede scatti biennali del 2,5 per cento. Ma a quel tempo erano tutti precari i docenti di Religione e la norma serviva ad agganciare la retribuzione all´aumento del costo della vita. Poi, nel 2005, lo Stato ha immesso in ruolo i docenti di Religione, ma il privilegio è rimasto.
La Repubblica 17.01.10

"Catastrofe non solo naturale", di Barbara Spinelli

Le immagini di Haiti devastata non dicono per intero il disastro, come quasi sempre accade nelle grandi calamità naturali. Dicono il punto terminale di una storia lunga, accorciandola e sforbiciandola d’imperio. Ritraggono la tragedia ignorando le tragedie già avvenute: tremando, la terra le inuma ancor più profondamente. Raffigurano in modi sconnessi lo sguardo di un bambino salvato, struggente di bellezza, e il fulgore ­ tremendo ­ dei machete impugnati da superstiti a caccia di cibi, acqua, medicine. Orrore, bellezza, empatia, discordia: sono frammenti caotici di un tutto inafferrabile. Sono istantanee, e ogni istantanea è la punta di iceberg che restano inesplorati. Vediamo solo questa punta, commossi da eventi estremi. Facendo uno sforzo sentiamo l’odore di morte, descritto dai reporter. La base dell’iceberg, quel che viene prima del sisma, s’inabissa sotto le macerie con i morti. È il terribile destino di parole come umanità, soccorsi umanitari, guerre umanitarie: parole cui si ricorre in simili emergenze e che cancellano la storia, eclissano le responsabilità dei grandi e dei piccoli, dei singoli e delle autorità pubbliche. Parole che narrano una catastrofe solo naturale, non anche umana e politica. Per questo è così prezioso il giornalismo scritto. La televisione mostra solo un pezzetto di realtà, più o meno bene (i telegiornali italiani meno bene della Bbc).

Twitter cattura l’urlo di Munch. Solo lo scritto ha la respirazione lenta della storia. Solo lui può dire quel che era prima del punto terminale, e come possa succedere che l’acme sia questo e non un altro, se possibile meno esiziale.

Le fotografie delle catastrofi sono sempre in qualche modo taroccate. Ci viene «rifilata» una realtà, contorta magari inconsciamente. Privilegiando un riquadro e trascurandone altri falsifichiamo l’immagine, come ben spiegato in un blog attento alle manipolazioni visive (G.O.D., Ghostwritersondemand): ci lamentiamo dei trucchi, «ma siamo noi i grandi rifilatori». Noi che aggiustiamo le foto dei cataclismi, i reportage, trasformando individui e popoli in nuda umanità indistinta alle prese con la natura e sconnessa dalla pòlis. Foto e telecamere mostrano la mano che soccorre, non quella che ha distrutto e aumentato la vulnerabilità d’un Paese. Denunciano la natura matrigna della natura, non della politica; l’eclisse di Dio, non dell’uomo imputabile. Basta leggere su La Stampa i due articoli scritti da Lucia Annunziata, il 14 e 16 gennaio, per scoprire dietro l’Ultimo istante e l’Ultimo uomo una miserabile storia fabbricata dai politici.

Qualcosa in realtà l’intuiamo, osservando i filmati trasmessi dai Caraibi. Sembra di vedere il bastimento di schiavi neri in fuga dall’Africa, che dopo essersi ammutinati sequestrano ­ nel racconto di Melville ­ il comandante Benito Cereno e si autogovernano con crudeli leggi del taglione: la nave si chiama San Dominick, ai nostri tempi Haiti. E proprio a Haiti Melville pensava: il primo luogo dove gli schiavi neri si liberarono negli Anni 90 del Settecento, inneggiando sotto la guida del leggendario Toussaint L’Ouverture alla rivoluzione francese. Pensava alla grandezza delle rivoluzioni e alle rovine che provocano quando perpetuano il tumulto e non si danno leggi stabili. Haiti somiglia a quella nave, divenuta isola.

Anche a Port-au-Prince, come nel naviglio San Dominick, regna l’anomia che secerne despoti. Chi guarda il dramma nei Caraibi non vede autorità locali, che tengano ordine. Non vede poliziotti né ministri haitiani, ma solo potentati e organizzazioni esterni. L’assenza di immagini parla più di quelle esibite, anche qui.

La storia occultata sotto la punta dell’iceberg eccola: è un inarrestabile sanguinario regolamento di conti fra cleptocrazie e fra mafie che oggi usano l’isola per i traffici di droga. È fatta di un’emancipazione gloriosamente iniziata e mai finita, perché sempre ha preferito le dittature generate dall’anarchia rivoluzionaria alle istituzioni che durano. I geologi dicono che identici terremoti, in Paesi ben amministrati, non seminano morte sì vasta. Lo sostiene la sismologa Kate Hutton: vent’anni fa, un terremoto di eguale forza colpì il Sud di San Francisco. Fece 63 morti, non 100-200.000 come a Haiti.

La mano dello Stato non si vede a Port-au-Prince perché non c’era neanche prima, se mai c’è stata. È il motivo per cui sono nate baraccopoli così cadenti e indifese a Port-au-Prince, scrive la scrittrice Amy Wilentz: se i morti son tanti è perché l’agricoltura, degradata, ha spinto migliaia di contadini a inurbarsi negli slum di quella che veniva chiamata Perla delle Antille. I terremotati abruzzesi lo sanno, pur non avendo subito un sisma analogo. Se le case non fossero state costruite con la sabbia, se lo Stato avesse contrastato le speculazioni mafiose, il sisma sarebbe stato diverso: cataclismi dello stesso tipo in Giappone non fanno morti.

Anche dietro la mano internazionale che corre in aiuto, anche dietro quella di Obama, c’è una lunga storia di peccati di omissione e di inani interventismi. Scrive il quotidiano Independent che occorre una «politica globale delle catastrofi». Ma anche questi appelli sono foto che ci rifiliamo a vicenda. Il disfarsi di Haiti rivela ed esige di più: rivela che aiuti umanitari e allo sviluppo vanno ripensati, perché fallimentari, e organizzati prima dei cataclismi. Fallimentari furono in primis gli interventi stabilizzatori americani, specialmente di Clinton. Washington tutto ha fatto, impossessandosi nella sostanza dell’isola, tranne rafforzare il suo Stato, le sue infrastrutture: ha installato dittatori, poi li ha cacciati, poi re-insediati (è il caso del sacerdote-presidente Aristide, negli Anni 90) senza mai scommettere sulle capacità locali di rendere l’isola meno vulnerabile ai ricorrenti sismi e uragani (con case meno cadenti, quartieri meno malavitosi, politiche del territorio più affidabili). Da un secolo, Washington «manda alternativamente nell’isola marines e spedizioni di aiuti umanitari – senza mai salvarla. (….) Haiti è un neo purulento sul volto di due delle più luminose pagine di storia del nostro mondo: la rivoluzione francese e quella americana» (Lucia Annunziata, La Stampa 14-1-10).

Lo strazio umanitario ha questo di peculiare: cancella ogni errore, di governi locali o di potenze esterne o di mafie. Mette in scena un male interamente naturale, che fa tabula rasa della storia. Non a caso lo chiamano Apocalisse: parola da evitare, perché nell’Apocalisse non c’è più modo di correggersi. O gli danno il nome di male assoluto, estirpandolo dalla catena storica delle causalità e fantasticando globali empatie umane che oltrepassano la politica. Il racconto di Kleist sul terremoto del Cile racconta il naufragare di leggi e responsabilità. Quando l’uomo è solo di fronte alla natura non resta che il fato, e «tremendo appare l’Essere che regna sopra le nubi»: «Pareva che tutti gli animi fossero riconciliati, dopo che v’era rintronato il colpo spaventoso. Nella memoria non sapevano risalire più in là di esso».

Impietoso, Kleist racconta come la memoria si vendichi, nel mondo non immaginario ma reale. Basta un attimo e la riconciliazione si spezza, proprio come a Haiti: nel mondo reale ci sono i tumulti, i machete, le guerre per il cibo, l’assenza di polizia locale e di Stato.

L’umanitario fa parte della modernità rivoluzionaria come la fotografia e la Tv. Il suo sguardo si fissa sull’ultimo attimo: «Nella memoria non risale più in là». Urge invece risalire, far politica ricordando: anche su scala mondiale. Dice Kafka che bisogna «inoltrarsi nel buio con la scrittura, come se il buio fosse un tunnel». L’immagine fotografica livella ogni cosa, del tutto ignara che ogni buio è un tunnel, anche quando a prima vista pare piatto.

Dopo il parere del Consiglio di Stato sui regolamenti PD e Flc-Cgil: rinviare la riforma

Cresce la pressione del PD a livello politico e della Flc-Cgil a livello sindacale per il rinvio di un anno della riforma dell’istruzione secondaria superiore. Lo chiedono in una dichiarazione la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, e il responsabile Scuola del partito, Giovanni Bachelet, che aggiungono: “se questo non accadesse, la riforma comincerebbe nell’incertezza più assoluta, alimentando le preoccupazioni dei docenti, delle famiglie e degli studenti”.

Il parere del Consiglio di Stato sui regolamenti, sostengono, stabilisce che gli atti necessari per dare attuazione alla riforma (come ad esempio i programmi e i quadri orari) abbiano natura normativa, ma ciò implica un iter di approvazione lungo e laborioso, impraticabile nei tempi ristretti previsti dal governo.

“Ma la questione più rilevante – aggiungono – riguarda le modalità di entrata in vigore della riforma, che al momento prevedono negli istituti tecnici un cambiamento di orari e programmi per le prime due classi e degli orari settimanali per le terze e quarte a partire dal prossimo anno scolastico; mentre in quelli professionali il cambiamento dei programmi nelle seconde e terze. Si tratta di una scelta di una gravità inaudita, destinata a produrre gravi disagi agli studenti e difficoltà gravissime nella vita delle scuole, determinata solo dai tagli di spesa pretesi dal ministro Tremonti. In Parlamento ribadiremo tutte le nostre perplessità e chiederemo con forza il rinvio di un anno dell’entrata in vigore della riforma delle scuole superiori”.

Concetto ripreso con argomenti analoghi anche dal segretario generale della Flc-Cgil Mimmo Pantaleo, che ribadisce il giudizio fortemente critico del suo sindacato sui contenuti dei regolamenti, “che non attuano nessun progetto di riforma ma rispondono solo alla logica dei tagli per garantire i risparmi previsti dalla legge finanziaria 133”.
Da Tuttoscuola 17.01.10

"I disoccupati ci sono ma non si vedono", di Ilvo Diamanti

Esistono problemi visibili e altri invisibili. A prescindere – direbbe Totò – non solo dalla realtà ma anche dalla percezione. La disoccupazione, ad esempio, esiste: nella realtà e nella percezione. Ma parlarne è da irresponsabili e mostrarla anche peggio. Basta pensare alla reazione del Governo di fronte alle stime fornite dalla Banca d´Italia, che considera il tasso di disoccupazione «reale» superiore al 10%: 2.600.000 persone. Un calcolo scorretto e fantasioso, secondo il ministro Sacconi. Perché associa ai disoccupati anche i cassintegrati cronici e i «lavoratori scoraggiati». Quelli, cioè, che rinunciano a cercare occupazione perché ritengono la situazione sfavorevole. Un´operazione scorretta, quella praticata dalla coppia Epifani-Draghi. Entrambi disfattisti e, implicitamente, comunisti. Imprenditori delle fabbriche che producono pessimismo, come li ha definiti il premier Berlusconi. Seminano sfiducia e rischiano, in questo modo, di alimentare una crisi che ormai è alle spalle. Anche se i cittadini non sembrano accorgersene. Afflitti da una “percezione” diversa – e distorta. La disoccupazione, infatti, preoccupa il 37% degli italiani, secondo la recente indagine di Demos per Unipolis (si veda in www.demos.it) sulla (in)sicurezza. Il 2,5% più dell´anno scorso, ma il 7% più di due anni fa. È motivo di angoscia, non solo in Italia, anche nel resto d´Europa. Il 51% dei cittadini della UE (dati Eurobarometro) la indica fra le due principali emergenze da affrontare. E il 40% aggiunge anche la crisi economica. Tuttavia, nel nostro paese, questa percezione è anti-italiana. In contrasto con gli interessi nazionali e con la rappresentazione mediale della realtà. Infatti, se si prendono in considerazione i telegiornali di prima serata delle reti Rai e Mediaset (rapporto dell´Osservatorio di Pavia per Unipolis, dicembre 2009), alla disoccupazione e alle difficoltà economiche delle famiglie, nel periodo fra il 18 ottobre e il 7 novembre 2009, viene dedicato il 7% delle notizie “ansiogene”. Quelle, cioè, che raccontano fatti e contesti critici. L´anno prima, nello stesso periodo, lo spazio delle notizie riferite ai problemi economici e dell´occupazione sui telegiornali delle reti pubbliche e private era oltre 4 volte superiore: 27%. Due anni prima, nell´autunno 2007, intorno al 16%. Per cui la disoccupazione c´è, si sente e fa paura. Ma non si deve dire troppo forte. E comunque non si vede. Una analisi condotta dall´Osservatorio di Pavia (per Unipolis) in alcune settimane del 2008-9 sui telegiornali delle reti pubbliche di alcuni paesi europei, sottolinea come il numero delle notizie dedicato dal Tg1 al problema della disoccupazione sia circa un terzo rispetto ad Ard (Germania), un quarto rispetto alla Bbc (Gran Bretagna), un quarto a Tve (Spagna) e, infine, sei volte meno rispetto a France 2. Inutile rammentare il diverso trattamento riservato alla criminalità comune. Di gran lunga l´argomento «ansiogeno» più trattato dalla tivù italiana. In misura nettamente più ampia rispetto al resto d´Europa. D´altra parte, la criminalità e la violenza spaventano ma piacciono al pubblico, come ha osservato Quentin Tarantino. Uno che se ne intende. Inoltre, esercitano sull´opinione pubblica effetti politici diversi dalla disoccupazione e dalla crisi economica. Penalizzano la sinistra e il centrosinistra, il cui consenso è legato a una idea di sicurezza «sociale» proiettata nel futuro. Mentre oggi la concezione della sicurezza è schiacciata sull´individuo e sulla famiglia, la dimensione sociale si è sbriciolata e del futuro si è perduta traccia. Così i lavoratori e – ancor più – i disoccupati scompaiono. Non solo perché le grandi fabbriche chiudono e le piccole aziende, flessibili e intermittenti, si confondono nel territorio. Anche perché non hanno appeal, presso coloro che scrivono l´agenda dei media. In particolare: nella tivù. Le morti: occupano i palinsesti televisivi se diventano tragedie collettive. Oppure se si tratta di piccoli omicidi, catalogati nella criminalità “comune”. Mentre gli incidenti sul lavoro non interessano. Nell´autunno del 2009 in Italia i Tg Rai e Mediaset di prima serata dedicano loro lo 0,2% delle notizie “ansiogene”. L´anno prima, sull´onda emotiva sollevata dalla tragedia della ThyssenKrupp, avevano conquistato il 2,6% delle notizie. Cioè, anche allora, quasi nulla.
Da ciò una conclusione, un po´ desolata e desolante, ma difficile da contraddire. Gli operai: fanno notizia quando bruciano in tanti e tutti insieme. Le morti quotidiane sul lavoro – 1120 nel 2008 – sono definite eufemisticamente: “bianche”. Per cui: poco visibili e dunque poco rilevanti. Perché, al tempo della “democrazia del pubblico”, la “rappresentanza” dipende sempre più dalla “rappresentazione”. In altri termini: dalla capacità di “fare notizia”, apparire, comunicare. Gli operai non contano, i disoccupati ancor di meno. Figurarsi: sono non-operai. Non-lavoratori. Lavoratori esclusi oppure scoraggiati. Mettono tristezza, a chi li guarda. Suscitano pessimismo. Per cui è meglio non mostrarli. Il reality-show della crisi quotidiana che coinvolge le persone e le famiglie: non interessa agli autori della scena mediatica. A coloro che orientano l´informazione. Così, i lavoratori (disoccupati, scoraggiati, minacciati), per esistere e resistere, invece di rivolgersi al sindacato, salgono sulle gru, si gettano dai ponti, a volte si suicidano. O bloccano ferrovie e autostrade. Aziende. Talora, sequestrano dirigenti e imprenditori. Atti violenti? Reati? Certo. In un paese dove la violenza e i reati vanno in scena quotidianamente – e in primo piano. Sui giornali e nei telegiornali, al centro dei talk-show, al cuore dell´infotainment. Per sfidare l´audience della criminalità comune, bisogna fare cose eccezionali. Parafrasando Humphrey Bogart: «È lo spettacolo bellezza! E tu non ci puoi fare niente. Niente».
La Repubblica 17.01.10

"L'Europa non regge il passo del resto del mondo", di Pietro Greco

Pochi vi hanno fatto caso. Ma c’è un dato, nel 2010 R&D Global Forecast – il nuovo rapporto sulla ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico pubblicato nei giorni scorsi dalla rivista R&D Magazine – che ci parla dell’Europa con la potenza di mille analisi. Nell’anno appena trascorso, il 2009, l’Unione Europea ha speso nella scienza e nelle tecnologie innovative l’1,69% della ricchezza che ha prodotto (Pil). Il mondo, in media, ha speso l’1,97% della ricchezza prodotta. È il secondo anno consecutivo che l’Europa si trova a investire in ricerca e sviluppo meno della media mondiale. È un dato che parla da solo, con più forza di mille dotte analisi, per tre motivi. Primo: l’investimento in ricerca e sviluppo è un fattore, ormai macroeconomico, che più di ogni altro indica sia la capacità di innovazione di un’economia e (quindi) di una società sia la capacità di competere sui mercati mondiali. Secondo: è la prima volta – nell’ultimo mezzo millennio – che l’Europa investe in ricerca scientifica e innovazione tecnologica meno del resto del mondo. Al contrario: dal XVII secolo all’inizio del XX secolo, il nostro continente ha detenuto il monopolio pressoché assoluto di questi investimenti e (di conseguenza?) la leadership economica mondiale. Dopo l’arrivo sulla scienza degli Stati Uniti e, poi, del Giappone, nel corso del XX secolo l’Europa è comunque rimasta uno dei grandi poli mondiali della scienza e dell’innovazione tecnologica. Oggi il dato pubblicato dal R&D Magazine ci dice che l’Europa non solo viene dopo le Americhe, che nel complesso spendono in ricerca il 2,32% della ricchezza prodotta, ma anche dopo l’Asia, che nel complesso spende l’1,95% della ricchezza prodotta. Terzo: nel marzo dell’anno 2000 a Lisbona i capi di stato e di governo europei si diedero un obiettivo ambizioso: fare entro il 2010 dell’Unione l’area leader al mondo nell’economia della conoscenza. Due anni dopo, nel 2002 a Barcellona, l’Unione ha definito anche il percorso concreto per realizzare l’ambizioso obiettivo: aumentare entro il 2010 gli investimenti europei in ricerca e sviluppo (che allora erano intorno al 2%) fino ad almeno il 3% del Pil. Ebbene il 2010 è infine arrivato. Mal’Europa non ha centrato l’obiettivo qualitativo di Lisbona: non è diventata l’area leader al mondo nell’economia della conoscenza. Introducendo, con la sua tradizione di welfare, anche un principio di maggiore uguaglianza sociale nella società globale della conoscenza. Non lo ha fatto anche perché non ha centrato l’obiettivo quantitativo di Barcellona: non ha aumentato gli investimenti in ricerca fino al 3% del Pil. Anzi, al contrario, li ha ridotti. Fino a una quota che, per la prima volta dopo svariati secoli, è scesa sotto quella media mondiale.
L’Unità 17.01.10

"La rivolta delle Regioni", di Simonetta Lombardo

Un documento degli assessori all’Ambiente boccia il decreto attuativo di dicembre sui siti e le compensazioni. Ora sono quattro le amministrazioni regionali del centrodestra a schierarsi contro l’atomo in giardino.
Anche le regioni del centrodestra fanno lo sgambetto all’atomo in salsa Berlusconi. Perché il decreto attuativo approvato a dicembre dal Consiglio dei ministri che individua le procedure di localizzazione delle centrali non tiene conto dei poteri delle Regioni e le bypassa apertamente in questa tornata normativa, ma anche perché non si costruiscono quattro impianti nucleari senza un piano energetico, senza un deposito per le scorie, senza un valido modello di valutazione ambientale.

Alla lista delle undici amministrazioni che lo scorso autunno erano ricorse alla Corte Costituzionale contro la legge di reintroduzione dell’atomo nel nostro paese che sostanzialmente scippava loro la possibilità di governo dei propri territori, si aggiungono oggi tre regioni di destra (Veneto, Sicilia e Sardegna) e la Campania che – per ragioni tecniche – non aveva fatto a tempo ad aderire al ricorso antinucleare.

La ripresa della campagna che tiene assieme vera e propria opposizione all’atomo e volontà di rimettere i puntini sulle i dei diritti e delle prerogative degli enti locali è avvenuta ieri, nella riunione coordinamento regionale all’ambiente capitanata dal coordinatore Silvio Greco, assessore della Calabria. Dall’incontro è uscito un documento approvato da 15 regioni; oltre alle quattro ricordate, quelle già nella lista antinucleare: Basilicata, Calabria, Molise, Puglia, Lazio, Umbria, Toscana, Marche, Emilia Romagna, Liguria e Piemonte. Un documento che boccia il decreto attuativo di dicembre, partendo dal metodo.

«Non ci piace», taglia corto Greco. «Undici regioni hanno impugnato la legge per evidenti situazioni di illegittimità costituzionale, ma l’esecutivo va avanti. La stessa legge recita, tra l’altro, che i decreti attuativi verranno adottati dai ministeri dello Sviluppo economico di concerto con l’Ambiente e i Trasporti, ma previo parere della Conferenza delle regioni e delle Commissioni parlamentari. Invece, arriviamo buon ultimi e con la scusa dell’urgenza e dei temi stretti, come ricorda una lettera del ministro Fitto al presidente del Senato. Il governo non rispetta non solo le competenze degli enti locali ma neanche le sue stesse leggi».

È dettagliato il no al decreto di dicembre: è stato «presentato con grande ritardo», «impedendo alle Regioni di poter intervenire», «marcando con ciò l’ennesimo vulnus al principio di leale collaborazione istituzionale»; «contempla le norme per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi senza fare menzione dello smaltimento delle scorie nucleari pregresse»”. Infine, la Valutazione di impatto ambientale strategico (VAS) «non tiene conto delle localizzazioni degli impianti», limitandosi a una procedura autorizzativa solo su parametri.

«Non si capisce come si possa fare una valutazione di impatto ambientale a prescindere dall’ambiente interessato», ironizza Greco. A dimostrare che qualcosa si sta muovendo nel centrodestra, la lettera inviata dall’assessore veneto Conta, in cui si sottolineano anche la scarsa cooperazione con le Regioni e la mancanza di fondi per il monitoraggio ambientale.

«Ci sono questioni di metodo – chiarisce l’assessore regionale del Lazio Filiberto Zaratti – perché se la Consulta ci dà ragione sul decreto legislativo, decadono anche quelli attuativi: è fuori luogo che il governo insista. Poi ci sono delle questioni, anche più importati, di merito: le Regioni, rispondendo all’impegno preso da Kyoto e nelle direttive europee, stanno investendo centinaia di milioni nelle rinnovabili». «Insistiamo per un piano energetico nazionale. Perché si costruiscono quattro centrali e non sei o tre?», chiede l’assessore pugliese Onufrio Introna.

Ed è tranchant il giudizio del suo collega piemontese, de Ruggero: «Nella mia regione c’è l’80 per cento delle scorie della passata stagione nucleare. Manca il deposito nucleare nazionale definitivo. Noi stiamo stati disponibile, in maniera laica, a discutere della possibilità di un deposito delle scorie preesistenti, ma non siamo disponibili in alcun modo a discutere del deposito di quelle future».
da Terra News