Pecorara, comune della provincia di Piacenza, luogo simbolo della Resistenza al nazifascismo, il sindaco Franco Albertini ha cancellato Piazza 25 aprile. Un affronto a quanti hanno sacrificato la loro vita per la libertà, alla Costituzione della Repubblica, nata dalla Resistenza, all’Italia tutta, che su queste radici ha costruito la democrazia. Un affronto che non ha assunto il dovuto rilievo nazionale, fatto che denunciamo con forza: è in corso un attacco senza precedenti ai valori e ai principi che fondano la nostra convivenza civile, la nostra Repubblica. Chiudere gli occhi è irresponsabile. L’Anpi, Associazione nazionale partigiani d’Italia, nel richiamare tutti i democratici ad associarsi alla sua denuncia e a mobilitarsi con opportune iniziative, chiede l’immediata revoca di questo vergognoso provvedimento.
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"Il divano di Anna Frank", di Massimo Gramellini
Un parlamentare della Lega ha chiesto al ministro Gelmini di scoraggiare la lettura nelle scuole della versione integrale del «Diario di Anna Frank», dato che in una pagina del testo la protagonista «descrive in modo minuzioso e approfondito le proprie parti intime, suscitando inevitabile turbamento». Francamente di quel libro sono sempre state altre cose a turbarmi: per esempio il razzismo, per esempio i nazisti. Certo non la scoperta della propria sessualità da parte di un’adolescente.
Ma non voglio farne colpa all’onorevole Grimoldi o ai genitori degli allievi della scuola elementare di Usmate Velate, in provincia di Monza, che gli avrebbero segnalato il gravissimo caso. Sono vittime anch’essi di quella incapacità di cogliere il senso complessivo di un evento o di un’opera, arrestandosi davanti al particolare scabroso o semplicemente irrituale, che chiamerei la sindrome del divano. Il divano è la normalità, il simbolo di un’esistenza tranquilla da abitare in tinello, dopo avere chiuso la porta a doppia mandata. La tv fa parte dello stesso tinello in cui si trova il divano: la sua volgarità è rassicurante, indigna e spaventa di meno.
A indignare e spaventare sono la diversità, l’originalità, l’imprevisto: tutto ciò che distrae dalle certezze sedimentate e perciò va rifiutato e rimosso. Gli occhiali che si indossano davanti al divano assomigliano alle lenti dei microscopi: magari di un capolavoro non afferreranno l’essenza, ma ne coglieranno sempre la riga fuori posto.
La Stampa 16.01.10
"Lazio, via libera alla Bonino Emma candidata outsider e popolare", di Ma.Ge.
«Emozionata e determinata». Si presenta così all’appello Emma Bonino, da pochi minuti ufficialmente candidata del Pd nel Lazio. Incoronata, dopo giorni di polemiche, con un sì unanime a sostegno della sua candidatura, arrivato dall’assemblea regionale del Pd. «Dopo decenni di profondissima intesa con la gente di sinistra e cattolica che tanto ha contribuito alle grandi vittorie di civiltà nel nostro Paese, quest’ assemblea ci mostra che l’alternativa alla quale ormai da tanto lavoriamo controcorrente stiamo forse riuscendo a realizzarla anche a livelli partitici», ringrazia Emma. Quanto ai cattolici: «La mia vita dimostra l’attenzione alle diversità, ai più deboli e ai grandi problemi sociali o di negazione del diritto, perchè legalità, legge e diritto sono il fondamento della convivenza».
Certo, il metodo con cui si è arrivati alla scelta non è piaciuto a molti. «Zingaretti, che sarebbe stato il candidato migliore, è stato esposto troppo a lungo e c’è il legittimo dubbio che la segreteria nazionale abbia preferito la Puglia al Lazio», ha attaccato, senza peli sulla lingua, la popolare Silvia Costa: «Non abbiamo nominato la Bonino d’intesa, ma abbiamo creato un vuoto politico nel quale i radicali si sono inseriti e il segretario nazionale ha indicato il suo nome senza consultazioni».
E però alla fine il voto dell’assemblea del Lazio è unanime. Emma Bonino è la candidata che il Pd sosterrà per non cedere il Lazio alla destra di Renata Polverini.
«Dobbiamo iniziare subito la campagna elettorale», recita il pressing con cui il bersaniano Alessandro Mazzoli, segretario regionale, ha aperto l’assemblea lanciando per il 24 gennaio, il giorno inizialmente fissato per le primarie, una giorata di mobilitazione per la Bonino. «È una fuoriclasse», le aveva dato l’imprimatur il segretario Pier Luigi Bersani, davanti alle telecamere del tg1. «È un nome forte con il quale possiamo vincere», ha ripetuto Mazzoli: «Non è una candidatura imposta o di ripiego, non è un corpo estraneo». E la proposta del segretario nazionale ha trovato alla fine, dopo gli anatemi della Binetti e le fuoriuscite cattoliche, il consenso del Pd laziale, riunito questo pomeriggio in assemblea presso l’Aran Hotel di Roma per decidere.
Anche l’ala franceschiniana ha dato il via libera. «Noi non siamo mai stati contrari alla Bonino e questa assemblea colma il deficit di democrazia che ha portato alla candidatura della Bonino», ha spiegato Roberto Morassut, che della leader radicale dice: «Ha dei punti che possono farci vincere e altri che possono essere implementati con l’aiuto del Pd», spiega indicando il mondo cattolico e quelli con il mondo del lavoro, «realtà fondamentale per il Lazio», come i due fronti su cui il Pd dovrà lavorare di più «per dare alla candidatura di Emma Bonino un carattere popolare».
«È necessario ora mettere in campo una proposta politica che consenta alla Bonino di essere la candidata di tutta la coalizione», detta le prossime mosse Michele Meta, uno dei senior del Pd del Lazio, sostenitore al congresso di Ignazio Marino e uno dei primi a lanciare l’idea di affidare nelle mani della leader radicale le regionali del Lazio: «La sua candidatura restituisce alla
nostra coalizione la competitività e l’entusiasmo per vincere una partita dura ed impegnativa, ma ad oggi apertissima».
E Silvia Costa che aveva avvertito «quella di Emma Bonino è una candidatura con forte identità, e va considerata con i suoi pro e i suoi contro», ora la invata a «presentarsi all’assemblea regionale del Pd come già fece Marrazzo». E prova a dettare l’agenda: «Va formato un comitato per il programma con i nomi e i cognomi e bisogna fissare nel
programma alcuni punti irrinunciabili per il Pd».
L’Unità 16.01.10
Crisi, il pessimismo di Bankitalia "Ripresa debole, prospettive incerte"
L’Italia sta uscendo dalla recessione ma la ripresa dell’economia nel prossimo biennio sarà debole, con una forte incertezza legata all’andamento della domanda mondiale e alla debolezza del mercato del lavoro. Lo sostiene la Banca d’Italia nel bollettino economico, secondo cui il Pil – dopo un drastico calo del 4,8% l’anno scorso – aumenterà dello 0,7% quest’anno e accelererà all’1% nel 2011. Previsioni che per il 2010 sono in linea con quelle indicate dal governo a settembre (+0,7%), mentre per il prossimo anno sono più pessimistiche rispetto alle stime dell’esecutivo (+2%). Previsioni che non piacciono al ministro del Welfare Maurizio Sacconi, che attacca duramente via Nazionale.
Il debito. Gli esperti di Bankitalia mettono l’accento sull’esplosione del debito. Nel 2009 l’indebitamento della pubblica amministrazione dovrebbe salire al 5,3% del Pil dal 2,7% dell’anno precedente. Il debito dovrebbe aumentare “di circa dieci punti” attestandosi al 115,1%.
Il lavoro che non c’è. Tra le conseguenze più pesanti della crisi c’è l’elevato numero di disoccupati. La Banca d’Italia ritiene fra l’altro che, sommando i lavoratori disoccupati a quelli in Cassa integrazione e ai lavoratori ‘scoraggiati’, il tasso di disoccupazione, nel complesso dell’economia italiana, sarebbe stato, nel secondo trimestre del 2009, pari al 10,2% anziché al 7,4%. Il 2,8% in più è dovuto per 1,2 punti alla Cig e per 1,6 punti al fenomeno dello ‘scoraggiamento’. E pertanto il numero dei lavoratori in cerca di occupazione sale a 2,6 milioni a fronte dei 2 milioni del secondo trimestre 2008.
L’attacco di Sacconi.
“Sommare, come fanno solo la Cgil e il Servizio studi della Banca d’italia, i disoccupati veri e propri con i cassintegrati (che sono e restano legati alle rispettive aziende da un rapporto di lavoro solo temporaneamente sospeso) e addirittura con i cosiddetti ‘scoraggiati’ è un’operazione scientificamente scorretta e senza confronto con gli altri paesi dove ci si attiene all’autorità statistica”. Lo dichiara in una nota il ministro del Welfare. “Ciò – prosegue – significa negare l’effetto della politica di governo, concertata con le parti sociali, per cui in una crisi globale della domanda si è voluta conservare la base produttiva e occupazionale, attraverso la cassa integrazione e i contratti di solidarietà”.
L’inflazione. La progressiva uscita dalla crisi avrà come effetto anche la ripresa dell’inflazione, che nel 2009 si è attestata su un tasso tendenziale dello 0,8%. “L’inflazione al consumo – si legge nel bollettino – risalirebbe all’1,5% nella media di quest’anno e si porterebbe all’1,9% nel 2011”.
La produttività. Atteso anche un miglioramento ciclico molto marcato della produttività del lavoro che “si tradurrebbe in un notevole raffreddamento della dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto del settore privato (dopo i forti aumenti e in un deciso calo della componente interna dell’inflazione, che scenderebbe al di sotto del 2%”. “I margini di profitto del settore privato, seguendo il consueto profilo ciclico, si espanderebbero complessivamente di tre punti percentuali nel 2010-11, recuperando più della metà della flessione registrata nell’ultimo biennio”, è scritto ancora nel bollettino.
La Repubblica 16.01.10
"Le nostre scoperte? Lasciate a metà", di Valentina Arcovio
«Senza il sostegno dello Stato e delle imprese noi ricercatori fondamentali non riusciamo a produrre conoscenze e idee, quelle che in futuro possono produrre innovazione e progresso». Dall’estero, dove sono fuggiti per continuare le loro ricerche, ma anche dall’Italia, dove invece hanno continuato a lavorare stringendo la cinghia, la denuncia dei ricercatori ha una sola voce: «con le briciole non si crea conoscenza».
Sono infatti briciole i soldi che vanno a finire nei laboratori di ricerca pura soprattutto se li paragoniamo a quelli destinati alla ricerca applicata o allo sviluppo sperimentale. Sui 18.231 milioni di euro che il nostro paese investe in Ricerca & Sviluppo, solo 4.700 vengono investiti in ricerca fondamentale a fronte dei cospicui 13.531 milioni di euro investiti in ricerca applicata e sviluppo sperimentale.
«La tendenza degli ultimi anni – dice Luciano Maiani, presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) – è stata quella erodere risorse alla ricerca fondamentale. Per supplire alla mancanza di investimenti privati, lo Stato ha inseguito la ricerca applicata per produrre prodotti innovativi a breve termine, creando di conseguenza un disequilibrio con la ricerca di base». Con ricadute inevitabili anche sul destino dei nostri scienziati.
Per Arianna Betti, 39 anni, ricercatrice e docente alla Facoltà di Filosofia della Vu University Amsterdam, non c’è stata alcuna possibilità di scelta. «Sono stata costretta – racconta – ad andare all’estero, in Olanda». Una delle prime borse vinte dalla ricercatrice consisteva in 20 mila euro per tre anni, «l’equivalente del budget totale di cui dispone l’intero Dipartimento di Filosofia dell’Università di Urbino», dice. Certo, i suoi studi non aiuteranno a realizzare robot, ma servono a creare cultura, la base che sostiene i paesi più sviluppati.
Per Paolo Salucci, docente associato in Fisica delle galassie alla Sissa di Trieste, la scarsità dei fondi destinati alla ricerca di base si ripercuote sulla possibilità di lavorare con team di ricercatori eterogenei. «Studio la materia oscura – spiega – e il mio lavoro, anche se non produce risultati immediati, ci aiuta a comprendere l’origine dell’Universo. Ma gli stipendi bassi, la scarsità di fondi e la difficoltà di entrare in gruppi di ricerca, chiusi nel loro meccanismo clientelare, non solo fanno scappare i cervelli italiani più brillanti, ma attraggono sempre meno scienziati dall’estero».
Felice Tirone, ricercatore dell’Istituto di neurobiologia e medicina molecola del Cnr, dice «di passare gran parte del tempo a cercare di ottenere finanziamenti, piuttosto che lavorare ai miei progetti». Eppure, la sua ricerca di base sul lungo periodo ha prodotto importanti scoperte. «Abbiamo isolato il gene responsabile del differenziamento dei neuroni e, grazie all’eccezionale contributo di Telethon, abbiamo individuato anche il gene del differenziamento del muscolo». Grazie alla sua ricerca di base oggi si sono aperti percorsi applicativi per curare malattie come la distrofia muscolare o il tumore al cervelletto.
Si può definire, invece, paradossale il caso del «Sardinia Radio Telescope», costato dieci anni di lavoro e 70 milioni di euro. E’ uno strumento eccezionale attraverso il quale è possibile ascoltare la voce dell’Universo. Peccato che rischia di rimanere inutilizzato. «Non abbiamo – spiega Tommaso Maccacaro, presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) – le risorse necessarie per renderlo operativo e farlo funzionare». In questo caso la ricerca di base è stata bloccata anche laddove prometteva risultati straordinari. Nonostante questo, qualcosa inizia a muoversi. Almeno al Cnr, dove fino all’8 febbraio i ricercatori potranno partecipare a 9 bandi di concorso per circa 480 posti a tempo indeterminato. «E’ un segnale positivo – dice Maiani – dopo anni di riduzione del personale. Cercheremo di assumere, guardando al merito, scienziati che si occupano di ricerca fondamentale e di ricerca applicata».
Il Messaggero 16.01.10
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Il grido di allarme dei ricercatori: «La scienza è a rischio, va salvata». L’Appello di 57 studiosi: senza soldi la ricerca di base in Italia si ferma
«A costo zero non si fa strada. La bozza del Piano Nazionale per la Ricerca rischia di farci perdere drammaticamente in competitività. Ci siamo uniti per lanciare il nostro allarme alle istituzioni pubbliche nella speranza che la tendenza venga invertita». Riccardo Barbieri, ordinario di Fisica Teorica alla Scuola Normale di Pisa, parla a nome dei 57 ricercatori italiani che hanno deciso di sottoscrivere un appello per puntare i riflettori sulla situazione della ricerca di base in Italia.
«E’ venuto il momento di lanciare un serio allarme relativamente al futuro del nostro Paese nel campo delle ricerche di base», si legge nell’appello, che rimane aperto anche ad altri sottoscriventi.
Dalla prossima settimana, infatti, sarà possibile per tutti gli scienziati italiani aderire alla protesta sul sito www.ricercadibase.it. «Il nostro scopo – dice Barbieri – è di stilare a fine mese un documento da sottoporre all’attenzione del ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Stella Gelmini». Nel testo i ricercatori denunceranno le condizioni di estrema difficoltà in cui sono costretti a lavorare e le loro preoccupazioni circa il futuro dei loro studi fondamentali.
Sul banco degli imputati la bozza del Piano Nazionale per la Ricerca che, stando ai firmatari, sarebbe insufficiente di fronte alle enormi difficoltà in cui si trova attualmente la ricerca di base in Italia. «La bozza di Piano Nazionale per la Ricerca – dicono – non offre precise assicurazioni sul futuro della ricerca di base, rimandando a un lavoro ancora da iniziare di previsti ”Comitati di indirizzo strategico”, il cui impatto tuttavia si farà sentire solo tra molti anni, quando potrebbe essere troppo tardi».
Scarsità di risorse, lentezze burocratiche, meccanismi di assegnazione obsoleti e flusso migratorio a senso unico – dall’Italia all’estero – dei cervelli, sono alcuni dei problemi denunciati dai ricercatori. «La sistematica restrizione dei fondi e i criteri centralistici e burocratici nelle scarse assunzioni, senza un’efficace valutazione ex-post – si legge nell’appello – stanno da almeno un decennio progressivamente soffocando il capitale umano e la capacità di ricerca nelle scienze di base del nostro paese». I ricercatori guardano all’estero e, nel confronto, ritengono che la ricerca di base in Italia stia di fatto sprofondando.
«In tutti i paesi più sviluppati – dice Barbieri – la ricerca di base viene finanziata dai governi. Se il nostro decide di finanziare soltanto quella di base, fra 10 anni non ci sarà nè questa e nè quella applicata. Senza l’una, l’altra infatti rischia di esaurirsi». I ricercatori non chiedono finanziamenti a pioggia. «Vogliamo interventi rapidi e tempi certi», precisa Barbieri.
V.Ar.
Lucia Alessandrini (PR, mat)
Luigi Ambrosio (SNS, mat)
Giuseppe Amoretti (PR, fis)
Claudio Arezzo (PR, mat)
Carlo Baffa (INAF)
Guido Barbiellini Amidei (TR, fis)
Riccardo Barbieri (SNS, fis)
Vincenzo Barone (SNS, chim)
Antonio Bassetto (PD, fis)
Roberto Battiston (PG, fis)
Ignazio Bombaci (PI, fis)
Antonino Cattaneo (SNS, bio)
Massimo Cerdonio (PD, fis)
Marcello Ciafaloni (FI, fis)
Francesco Ciardelli (PI, chim)
Giovanni Cicuta (PR, fis)
Giuseppe Da Prato (SNS, mat)
Roberto Derenzi (PR, fis)
Paolo Di Vecchia (NBI, Copenhagen)
Arturo Falaschi (SNS, bio)
Ferruccio Feruglio (PD, fis)
Andrea Ferrara (SNS, fis)
Lorenzo Foa (SNS, fis)
Anna Gregorio (INAF)
GianCarlo Rossi (Roma, fis)
Maurizio Gasperini (BA, fis)
Michelangelo Mangano (CERN)
Italo Mannelli (SNS, fis)
Giuseppe Marchesini (MI, fis)
Elena Masciadri (INAF)
Antonio Masiero (PD, fis)
PierPaolo Mastrolia (Roma, CF)
Sabino Matarrese (PD, fis)
Pietro Menotti (PI, fis)
Marco Merafina (Roma, fis)
Ernesto Oliva (INAF)
Enrico Onofri (PR, fis)
Giuseppina Orlandini (TN, fis)
Ettore Remiddi (BO, fis)
Luciano Rezzolla (Potsdam, MPI)
Giovanni Ridolfi (GE, fis)
Fulvio Ricci (SNS, mat)
Gigi Rolandi (CERN)
Gian Luigi Rossi (PR, bio)
Paolo Rossi (PI, fis)
Piero Salinari (INAF)
Augusto Sagnotti (SNS, fis)
Raffaella Schneider (INAF)
Giorgio Sironi (MI, fis)
Franco Strocchi (SNS, fis)
Erio Tosatti (SISSA, fis)
Gabriele Veneziano (Coll.de France, fis)
Mario Vietri (SNS, fis)
Gaetano Vilasi (SA, fis)
Umberto Zannier (SNS, mat)
Gaetano Zimbardo (CA, fis)
Fabio Zwirner (PD, fis)
Il Messaggero 16.01.10
"Zagrebelsky sulla Costituzione", di Vladimiro Polchi
La incroci in tutti i tuoi momenti importanti. «Quando iscrivi i figli a scuola e puoi scegliere tra un istituto pubblico o privato. Quando partorisci o ti devi curare, ma non hai i soldi per una clinica e ti rivolgi al servizio sanitario nazionale. Quando vuoi aprire un giornale o fondare un partito. Quando devi pagare tasse e imposte». È sempre lei: la Costituzione che, volenti o nolenti, ci tiene per mano dal momento in cui nasciamo. Ai suoi 139 articoli Gustavo Zagrebelsky, già presidente della Consulta, ha dedicato la sua vita professionale come professore.
Ma la nostra Costituzione si presta anche a una lettura «popolare », che la immerga con naturalezza nella vita sociale. Un testo sempre attuale, che può certamente essere modificato, ma senza forzature. La Costituzione infatti «è quella cosa che i popoli si danno quando sono sobri, a valere per quando saranno ubriachi» e deve restare «una garanzia di pace interna». Eppure da più parti se ne chiede un «tagliando», è vittima di attacchi, per lo più da destra, «perché» riflette Zagrebelsky «è cresciuta l’insofferenza verso il bilanciamento dei poteri che essa garantisce».
Professore, ma che cosa è una Costituzione?
«È lo strumento attraverso il quale ci diamo una forma di vita comune. Sottolineo il comune. Per darsi una Costituzione bisogna riuscire a trascendere se stessi, i propri interessi particolari. Benedetto Croce, all’inizio dei lavori dell’Assemblea costituente avrebbe voluto che si svolgessero sotto il segno del Veni Creator Spiritus. Aveva suscitato stupore che tale invocazione provenisse proprio da uno dei massimi esponenti della cultura laica. Ma non aveva nulla di clericale. Era la consapevolezza che ci si accingeva a un’opera che ha qualcosa di sovrumano. Fare, o cambiare, la Costituzione non è fare una legge qualunque. Oggi si crede che chiunque possa mettere mano alla Costituzione, che basti volere e poi scrivere quel che s’è voluto, come una legge qualunque.
Che ingenuità e presunzione! Se si fa così, si creano mostri, dei quali, prima o poi, ci si pentirà. Un tempo si pensava che le costituzioni fossero opera della Provvidenza (De Maistre) o dello Spirito incarnato nella storia (Hegel), cioè per l’appunto di forze sovrumane. Oggi si pensa altrimenti, ma resta la questione: la Costituzione è fatta per valere nei confronti degli stessi che la fanno. Bisogna credere che questi, soggetti particolari, siano capaci di uscire dal bozzolo dei loro interessi e provvedano per il bene di tutti».
Quali sono le caratteristiche della nostra Carta?
«Intanto la sua genesi, in un periodo storico molto particolare, dopo la fine della guerra e la sconfitta del nazifascismo. L’Assemblea costituente era profondamente divisa, le divisioni attuali sono nulla rispetto a quelle di allora. Per questo si parlò di miracolo costituente. L’imperativo comune era “mai più la guerra”: se la Costituente avesse fallito sarebbe stato un disastro. La Costituzione è una garanzia della pace interna. Allora l’imperativo supremo era la pacificazione; oggi è, ancora come sempre, il mantenimento della pace. La nostra è inoltre una Costituzione rigida, resiste cioè alle modifiche delle semplici maggioranze. È stato detto che “la Costituzione è ciò su cui non si vota più”. Ci sono infatti aspetti essenziali della vita quali le maggioranze e i governi non possono mettere la loro mano. Tutte le proposte di cambiare la Costituzione, se non condivise, sono come le procellarie: annunciano tempesta».
La nostra viene considerata una delle Costituzioni più belle del mondo. Perché?
«Una cosa è certa: la Costituzione italiana è stata fonte di ispirazione di numerose altre, venute dopo. Con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del dicembre 1948, in molte parti, addirittura coincide letteralmente. Dietro la nostra Costituzione c’è un’idea di convivenza civile, un solidarismo che abbraccia tutti e non lascia nessuno indietro. Questa è la strada indicata dall’articolo 3 sull’eguaglianza.
Una concezione oggi in difficoltà, per l’affermarsi di un’ideologia anticostituzionale, tutta orientata alla competizione e alla concorrenza, che dividerà la gente in due, i vincitori e i vinti». Non è allora lontano dal vero Silvio Berlusconi nel dire che la nostra Costituzione ha «un’ispirazione sovietica». «Stento a credere che si possa pensare così. Certo, ogni Costituzione si ispira a una concezione politica e sociale della vita. Ma la nostra si inserisce perfettamente nel corso storico del costituzionalismo del nostro tempo che si ispira alla società aperta, democratica, liberale, e solidale, non al totalitarismo. Riconosce la libertà di iniziativa economica privata, ma prevede anche il diritto dello Stato a intervenire ove occorra.La libertà di mercato senza limiti può trasformarsi nel suicidio del mercato. Basti pensare alla crisi economica attuale e agli interventi pubblici che ha richiesto. Che cosa c’entrano i soviet?».
La Costituzione non è intoccabile. Può sempre essere modificata.
«E lo è stato fatto più volte. Si pensi al giusto processo o alla riforma del titolo V. La si può certo modificare, con procedure aggravate e maggioranze larghe, per adeguarla ai tempi. Ma ci sono dei punti intoccabili, come la forma di governo repubblicana, i diritti fondamentali di libertà e i diritti sociali, la democrazia. C’è poi una differenza tra modificare la Costituzione e cambiarla. Passare, per esempio, dal regime parlamentare a quello presidenziale non comporta una semplice modifica ma una vera e propria sostituzione di una concezione politica con un’altra».
Il ministro Brunetta vuole riscrivere l’articolo 1. Cosa ne pensa?
«Fondare sul lavoro la natura democratica dello Stato ha una valenza etica. Il riferimento al lavoro non è legato all’economia al lavoro come merce. Il lavoro è un aspetto essenziale della dignità umana, come sanno per esperienza quelli che ne sono privi. Sostituire “lavoro” con “merito” e “competizione” significa volersi esporre a quell’ideologia terribile che è il darwinismo sociale».
Perché parte della destra mostra tanta insofferenza verso la nostra Carta?
«Perché c’è una tendenza alla democrazia d’investitura, che vede con fastidio ogni bilanciamento dei poteri. Il rafforzamento del Governo e del Presidente del Consiglio non sono di per sé atti dispotici, purché siano temperati da altrettanto forti poteri di controllo e garanzia, parlamentari, giudiziari e istituzionali (del Presidente della Repubblica e della Corte costituzionale)».
Organismi che vengono oggi accusati di politicizzazione, a partire dalla Consulta.
«È da ignoranti non capire che quando si assumono cariche istituzionali è necessario e possibile che si assuma anche lo spirito della funzione. Se si ha avuto e se si ha un’idea politica, non necessariamente questa perturba l’esercizio di una funzione che politica non deve essere. Si possono criticare le decisioni della Corte costituzionale, ma per farlo bisogna leggerne (e capirne) le motivazioni giuridiche. Non basta dire: questo o quel giudice hanno un passato politico».
È vero che all’origine della Costituzione c’è stato un «inciucio» tra le forze politiche?
Massimo D’Alema ne ha parlato a proposito di Togliatti e dell’articolo 7, sui rapporti tra Stato e Chiesa, per dire che «certi inciuci fanno bene al Paese». «Una cosa è la sintesi politica. Un’altra è lo scambio di favori. L’immunità concessa a una persona che occupa pro tempore la carica di Presidente del Consiglio che cosa è: sintesi o scambio?».
Il Venerdì di Repubblica 15.01.10
Scuola, Pd a Gelmini: dopo Consiglio di stato rinviare riforma scuola superiore
“Dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato si rafforza la richiesta già avanzata dal Pd di rinviare di un anno l’entrata in vigore la riforma della scuola superiore”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni e il responsabile Scuola del partito, Giovanni Bachelet che aggiungono: “se questo non accadesse, la riforma comincerebbe nell’incertezza più assoluta alimentando le preoccupazioni dei docenti , delle famiglie e degli studenti. In particolare – sottolineano Ghizzoni e Bachelet – il Consiglio di Stato ha sostenuto che gli atti che devono essere emanati per dare attuazione alla riforma (come ad esempio i programmi, i quadri orari) abbiano natura normativa e quindi un iter di approvazione lungo e laborioso. Questa richiesta, che sembra essere stata accolta dal Governo, rende impraticabile l’entrata in vigore della nuova normativa in tempi così ristretti. Ma la questione più rilevante – precisano Ghizzoni e Bachelet – riguarda le modalità di entrata in vigore della riforma che, al momento prevedono negli istituti tecnici un cambiamento di orari e programmi per le prime due classi e degli orari settimanali per le terze e quarte a partire dal prossimo anno scolastico; mentre in quelli professionali il cambiamento dei programmi nelle seconde e terze. Si tratta di una scelta di una gravità inaudita destinata a produrre gravi disagi agli studenti e difficoltà gravissime nella vita delle scuole determinata solo dai tagli di spesa pretesi dal ministro Tremonti. In Parlamento ribadiremo tutte le nostre perplessità e chiederemo con forza il rinvio di un anno dell’entrata in vigore della riforma delle scuole superiori”.
