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Haiti, il PD vicino alla popolazione

I democratici diffondono un appello a sostegno dei terremotati. Nel frattempo il gruppo parlamentare PD da il via alla raccolta fondi fra deputati e senatori. “La tragedia che ha colpito il popolo di Haiti richiede un forte ed immediato intervento di tutta la comunità internazionale a sostegno dei milioni di persone che soffrono per le conseguenze di uno dei più devastanti terremoti della storia. Haiti è il più povero paese del Continente americano ed ora la situazione della popolazione, delle donne, dei bambini è disperata.

Il Partito Democratico vuole partecipare allo sforzo per l’emergenza e la ricostruzione di Haiti, a sostegno delle parti più vulnerabili della società. Il PD rivolge un appello ai cittadini italiani, ai propri militanti, alle proprie organizzazioni perché si compia uno sforzo straordinario in solidarietà alle vittime del terremoto di Haiti. Abbiamo deciso di sostenere alcuni primi programmi di aiuto, promossi e gestiti da Ucodep-Oxfam e da Agire, Organizzazioni non governative di provata esperienza e già presenti con progetti di sviluppo ad Haiti. Altri se ne aggiungeranno nei prossimi giorni. Chiediamo a tutti di contribuire agli aiuti alle vittime del terremoto di Haiti”.

È questo l’appello del PD a sostegno delle vittime del terremoto di Haiti. Oggi, a quattro giorni dal sisma che ha raso al suolo la capitale caraibica, si stimano oltre 100mila vittime e più di 3 milioni e mezzo di sfollati. Fra i morti Gigliola Martino, 70 anni, identificata come la prima vittima italiana. Decine ancora gli italiani residenti di cui al momento la Farnesina non ha notizie.

Ad Haiti si continua a scavare. I soccorritori, tanti ma mai abbastanza, stanno lottando contro il tempo e soprattutto contro quella maledetta statistica secondo cui il 79% delle vittime si salva nelle prime 72 ore, per estrarre dalle macerie persone ancora vive. Lo scenario di quelle che una volta erano le strade cittadine riporta agli occhi di chi l’ha visto le scene del film “2012” con la differenza che questa volta non c’è il lieto fine. C’è chi improvvisa un piccolo funerale tra le macerie e c’è chi chiede acqua, disperatamente. Soccorrere sta diventando drammaticamente difficile, sia per il crollo degli ospedali, eccetto uno ormai al collasso, sia perché le strade sono bloccate da accumuli di cadaveri. È l’apocalisse, altro che 2012.

Piero Fassino questa mattina ha espresso la sua solidarietà a Emmanuel Charles, ministro Consigliere di Haiti in Italia. Il Partito democratico sta prendendo contatto in queste ore con le ONG presenti sull’isola per promuovere, con il concorso anche dei gruppi parlamentari di Camera, Senato e Strasburgo, una raccolta di fondi a sostegno dell’azione di emergenza umanitaria.

I presidenti dei gruppi parlamentari del Pd, Anna Finocchiaro, Dario Franceschini e David Sassoli hanno questa mattina deciso di avviare una sottoscrizione tra i parlamentari italiani ed europei del Partito democratico per sostenere ed aiutare con un contributo economico le popolazioni dello stato di Haiti colpite in queste ore dalla catastrofe sismica.

L’europarlamentare del Pd, coordinatore per il gruppo dei Socialisti e Democratici nella sottocommissione Sicurezza e Difesa, Roberto Gualtieri dichiara: “L’immane tragedia che ha colpito le popolazioni di Haiti ha gettato nella disperazione centinaia di migliaia di famiglie a cui va dato immediato aiuto e sostegno. Bene l’azione tempestiva della Commissione europea che ha gia’ stanziato un pacchetto iniziale di 3 milioni di euro per gli aiuti umanitari immediati”.. ”Ma non basta e’ necessario avviare subito la procedura per attivare la riserva per gli aiuti di emergenza in modo da ottenerne altri ancora. Il Consiglio e la commissione vengano in Parlamento a riferire sul funzionamento del Community Protection Mechanism e del suo monitoring information center e sull’attivazione delle procedure per l’assistenza consolare per i cittadini Ue presenti ad Haiti per evitare quanto accaduto durante lo Tsunami e durante gli attentati a Mumbai”

Nicola Latorre, vicepresidente dei senatori Pd ha dichiarato: “Non c’è dubbio che questo è il momento del dolore e della solidarietà verso le popolazioni colpite dal sisma ma mi auguro che presto arrivi anche il momento della riflessione. Una tragedia drammatica come questa in un paese sviluppato avrebbe avuto effetti meno devastanti. C’è una parte del mondo che vive in condizioni tragiche e noi, insieme a tutti gli altri paesi del mondo che vivono uno stato di benessere, dobbiamo interrogarci su cosa si può fare per superare distanze e differenze che non sono più tollerabili”.

www.partitodemocratico.it

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"Scossa di coscienza", di Massimo Gramellini

Sconvolto dagli effetti apocalittici del terremoto di Haiti, sono andato in cerca di informazioni per scoprire com’era la vita nell’isola, fino all’altro ieri. Ho appreso che l’ottanta per cento degli haitiani vive (viveva) con meno di un dollaro al giorno. Che il novanta per cento abita (abitava) in baracche senza acqua potabile né elettricità. Che l’aspettativa di vita è (era) di 50 anni. Che un bambino su tre non raggiunge (raggiungeva) i 5 anni. E che, degli altri due, uno ha (aveva) la certezza pressoché assoluta di essere venduto come schiavo.

Se questa è (era) la vita, mi chiedo se sia poi tanto peggio la morte. Ma soprattutto mi chiedo perché la loro morte mi sconvolga tanto, mentre della loro vita non mi è mai importato un granché. So bene che non possiamo dilaniarci per tutto il dolore del mondo e che persino i santi sono costretti a selezionare i loro slanci di compassione. Eppure non posso fare a meno di riflettere sull’incongruenza di una situazione che – complice la potenza evocativa delle immagini – mi induce a piangere per un bambino sepolto sotto i detriti, senza pensare che si tratta dello stesso bambino affamato che aveva trascorso le ultime settimane a morire a rate su quella stessa strada. Così mi viene il sospetto che a straziarmi il cuore non sia la sofferenza degli haitiani, che esisteva già prima, ma il timore che una catastrofe del genere possa un giorno colpire anche qui. Non la solidarietà rispetto alle condizioni allucinanti del loro vivere, ma la paura che possa toccare anche a me il loro morire.
La Stampa 15.01.10

«Senza risorse, anche i tetti crollano», di Manuela Ghizzoni

Sono anni che le amministrazioni di centrosinistra praticano politiche scolastiche a sostegno della composizione di classi che equilibrano le differenze, ad esempio riguardo al genere (maschi e femmine), alla disabilità, alla cittadinanza. Una composizione eterogenea ed equilibrata della classe ha un valore educativo in sé, che rende più efficace il metodo didattico ed enfatizza la missione educativa: cosa che invece non può accadere in una situazione di squilibrio, vale a dire con la presenza predominante di un genere o di ragazzi in condizione di handicap o di alunni stranieri, che conduce alla ghettizzazione della diversità.
Un equilibrio auspicabile e positivo che, rispetto alla presenza nelle classi di alunni stranieri, il ministro Gelmini dichiara di voler raggiungere ponendo il tetto del 30 per cento. Davanti a questa proposta, sorgono due interrogativi: come si calcola il presunto tetto? e con quali risorse umane e finanziarie lo si rispetta?
La circolare emanata dalla Gelmini contiene alcune proposte condivisibili. Si ispira al principio della flessibilità ed esclude dal tetto del 30 per cento i figli di immigrati nati e cresciuti in Italia (di fatto italiani per lingua e comportamenti, ma ai quali è ancora negata la cittadinanza); prevede laboratori linguistici e percorsi personalizzati di lingua italiana; prevede la possibilità di frequentare un corso intensivo di italiano propedeutico all’ingresso nella classe di pertinenza. Insomma, un approccio simile a quello adottato, ad esempio, dall’amministrazione comunale di Carpi, la città nella quale vivo.
Da tempo, infatti, il Comune di Carpi ha stipulato un accordo con l’amministrazione scolastica sulle iscrizioni che, intervenendo sullo stradario, consente di distribuire gli alunni in modo uniforme e di mantenere le classi numericamente più basse, così da poter inserire gli alunni che arrivano in corso d’anno. Il Comune di Carpi ha poi siglato un secondo accordo per l’istituzione di uno Sportello Unico che accoglie i bambini extracomunitari che arrivano durante l’anno (in media dai 100 ai 120 ogni anno, tra i 6 e i 12 anni) e li inserisce a scuola in base alla residenza e al numero di bambini stranieri già presenti, per classe e per scuola. L’attività dello Sportello Unico si completa con quella delle mediatrici culturali e del gruppo intercultura, per accompagnare il ragazzo straniero nel processo di integrazione scolastica. A tal fine, si utilizza anche un libro in cui si spiegano, nella lingua madre, la struttura scolastica, le regole, gli adempimenti, gli orari ecc.
Io credo che sia questa la strada da seguire: governare il fenomeno con lungimiranza invece di baloccarsi nel fissare rigide quote di bambini stranieri per classe stabilite sulla base della cittadinanza dei genitori piuttosto che sulla storia personale degli alunni, sulla loro comprensione linguistica, sul loro curriculum scolastico. Occorre cioè liberare la discussione dalle tossine ideologiche, che non sono mancate in questo dibattito da parte della Lega, e sostenere quei modelli di politiche scolastiche e di accoglienza che in questi anni si sono rivelati efficaci.
Ma per fare vera integrazione – e non propaganda – servono risorse umane e finanziarie, non tagli. Integrare costa. Costa la mediazione linguistica, i corsi di italiano aggiuntivi, il sostegno al diritto allo studio. Non è un caso se il progetto “Reti di accoglienza”, presentato lo scorso anno dal Comune di Carpi per destinare quattro docenti in più all’accoglienza e all’integrazione è rimasto lettera morta a causa dei tagli agli organici, che hanno posto fine anche alla bella esperienza di un docente distaccato destinato all’intercultura.
Insomma, sulle risorse casca l’asino. Dalla risposta che il governo ha dato ieri in aula alla Camera all’interpellanza urgente presentata dal PD per sapere come e con quali risorse il governo intende sostenere il suo progetto di integrazione, si svela l’inesistenza dei finanziamenti necessari e promessi con annunci roboanti, come quello dei 20 milioni di euro per corsi pomeridiani di italiano per gli stranieri. Ma questi soldi dove sono?
A domanda, il Governo risponde che le risorse stanno nel fondo per l’arricchimento dell’offerta formativa della legge 440, dimenticandosi di dire però che il fondo suddetto è già finalizzato ad una pluralità di interventi ed è stato tagliato dalla finanziaria da 140 a 60 milioni di euro per il prossimo anno scolastico. Così come sono state tagliate per oltre 200 milioni le risorse relative alle attività per il funzionamento della scuola e per garantire l’autonomia scolastica. Il Governo aggiunge, con impudenza, che i progetti mirati all’insegnamento della lingua italiana possono avvalersi delle “risorse professionali interne o di rete offerti e/o organizzati dal territorio”. In parole povere: arrangiatevi, e se non ci riuscite chiedete ai Comuni!
In conclusione, in questi giorni di inteso battito sugli alunni stranieri – coincidente con i fatti di Rosarno, guarda caso – abbiamo assistito nell’ordine: ai proclami televisivi inviati dal Governo agli alleati per rinsaldare la coalizione (il tetto del 30%) e ai cittadini per fare campagna elettorale (20 milioni a disposizione dei corsi di italiano); all’invio alle scuole della circolare sull’integrazione che, nel merito, afferma anche principi e misure condivisibili, pure distanti dai proclami suddetti (non è un caso che l’indagine condotta dall’università di Modena mostri un’alta adesione degli insegnanti della scuola dell’infanzia e della primaria al “tetto” e ai corsi preparatori di lingua italiana, ma un altrettanto netto contrasto alla creazione delle classi differenziate per italiani e stranieri); infine, alla dichiarazione del Governo, resa nell’aula di Montecitorio, sul fatto che al momento non c’è un euro a disposizione.
E allora, ai processi d’integrazione tanto sbandierati dalla Gelmini, quali gambe saranno date per diventare operativi? Vuoi vedere che è tutta propaganda?

"Silvio, quanto ci costi", di Primo Di Nicola

Conti fuori controllo, 1.400 dipendenti di troppo, milioni buttati per gli show del Cavaliere, segretarie pagate come direttori. Ecco come Berlusconi ha trasformato la presidenza del Consiglio in una reggia. Una vera reggia, dove si moltiplicano dipendenti e sprechi. Con oltre un miliardo di euro l’anno bruciato per alimentare una burocrazia di corte che si allarga a dismisura e conta già 1.400 persone più del previsto. Mentre per allestire i set televisivi degli show del sovrano si spendono cinque milioni e si arriva a pagare 250 euro il noleggio di un computer per una sola giornata. E dove ci sono segretarie con la stessa qualifica e retribuzione dei grandi capi. Una follia, impossibile da immaginare nell’Italia normale dove aziende ed enti pubblici tagliano e licenziano a tutto spiano per fare quadrare i conti. Ma non alla presidenza del Consiglio dove il miracolo si ripete nei piani più alti della nomenklatura berlusconiana. Prendete Marinella Brambilla, storica segretaria del Cavaliere che da oltre vent’anni custodisce la sua agenda. E confrontate il suo curriculum con Manlio Strano, autore di saggi su riviste giuridiche e persino del regolamento interno del Consiglio dei ministri, appena nominato dal governo consigliere della Corte dei Conti. Manlio Strano, dopo una lunga trafila al servizio dello Stato, è diventato segretario generale di Palazzo Chigi lo scorso aprile. La sua qualifica? Dirigente generale di prima fascia, il top della carriera pubblica. E indovinate qual è la qualifica della fedelissima Brambilla? Anche lei direttore generale. E la Brambilla non è la sola miracolata. Come lei sono state graziosamente elevate al rango di superdirigenti generali anche Lina Coletta, segretaria di Gianni Letta; Maria Serena Ziliotto, che assiste il sottosegretario alle Politiche per la famiglia Carlo Giovanardi e Patrizia Rossi, che tiene invece l’agenda del sottosegretario allo Sport Rocco Crimi.

Quella delle qualifiche-facili non è la sola anomalia in cui ci si imbatte scandagliando la giungla della presidenza del Consiglio. Ci sono plotoni di alti funzionari senza incarichi operativi che passano il tempo conducendo improbabili studi, mentre si continua a imbarcare nuovi assunti con pingui stipendi e striminziti curriculum. Secondo i dati che “L’espresso” è riuscito a reperire, a palazzo Chigi lavorano ben 4.500 persone, oltre 1.400 in più di quelle previste nella pianta organica, a dimostrazione del fatto che quella dei dipendenti è ormai una spesa fuori controllo.
La corte dei miracoli La corsa dei costi di Palazzo Chigi sembra infatti ormai inarrestabile: 3 miliardi 621 milioni nel 2006; 4 miliardi 280 milioni nel 2007; ancora di più, 4 miliardi 294 milioni, nel 2008. Soldi che se ne vanno per mille rivoli e che finanziano le strutture che sono proliferate sotto il governo Berlusconi tra uffici di diretta collaborazione (23) e dipartimenti retti da sottosegretari e ministri senza portafoglio: i centri di spesa in bilancio sono ben 19. Degli oltre 4 miliardi, più del 70 per cento se ne va per le cosiddette “politiche attive” dei dipartimenti, a cominciare dalla Protezione civile che da sola nel 2008 ha divorato 2.132 milioni. Quello che resta viene inghiottito dal funzionamento dell’apparato, degno di una corte barocca. L’organizzazione di Palazzo Chigi è molto ramificata tra uffici di staff del presidente (consigliere diplomatico, militare, eccetera), quelli sottoposti al segretario generale che assicurano il funzionamento della macchina (bilancio, controllo, voli di Stato, gestione degli immobili) e i dipartimenti retti da sottosegretari e da ben dieci ministri. Senza contare la miriade di comitati e commissioni di cui in molti casi solo con grande sforzi si ravvisa la necessità. È per finanziare questo immenso apparato che le spese hanno toccato la cifra record del 2008, mentre nulla ancora si sa sul rendiconto 2009 che potrebbe segnare un nuovo primato. Si va in scena Gli italiani conoscono benissimo quanto Berlusconi sia attento alla cura della propria immagine. Non a caso organizza le sue uscite cercando di sfruttarle al meglio a fini televisivi. Quello che i cittadini ignorano è quanto questo costi alle casse di Palazzo Chigi. Per cominciare, il Cavaliere ha reclutato all’interno di una propria struttura (“ufficio del presidente”) due personaggi con il compito di curare i suoi “eventi”: Mario Catalano, idolo dei cultori del porno soft per essere stato lo scenografo di “Colpo Grosso”, il primo spettacolo tv davvero scollacciato degli anni ’80, e Roberto Gasparotti, ex teleoperatore Fininvest, cerimoniere dalle maniere forti e dai precedenti poco rassicuranti ( che come responsabile dell’immagine del premier lo precede preparando il “set” e bonificandolo persino dalle presenze sgradite. Ebbene, Gasparotti ha avuto anche lui la superqualifica di dirigente generale. Mentre per esaudire le esigenze sceniche del premier sta contribuendo non poco a fare impennare le spese. Qualche perla tra le tante. Il 29 settembre, l’Aquila, consegna di qualche centinaio di appartamenti ai terremotati in contrada Bazzano. Per Berlusconi è previsto un rigido programma: arrivo alle 15.30, saluti e discorso, poi consegna delle chiavi a tre famiglie.
Il tutto, naturalmente, sotto l’occhio delle telecamere che lo seguono passo passo grazie a un set attrezzatissimo. Attrezzatissimo ma anche molto costoso. Stando ai preventivi della “D and di lighting & truck”, di cui “L’espresso” è entrato in possesso, la fornitura comprende tra l’altro telecamere, maxischermi, impianti elettrici e di illuminazione, e persino «tre personal computer completi di pacchetto office» al costo di 1.500 euro, cioè 500 euro a computer. Uno pensa: computer acquistati. Macché: i 1.500 euro sono il costo del noleggio, ben 500 euro a pc per sole 48 ore. Una follia che contribuisce allo scandaloso costo finale dell'”operazione case”: oltre 300 mila euro, cifra con la quale si potevano costruire altri sei di quegli appartamenti da 50 metri consegnati quel giorno ai terremotati. E quella abruzzese non è la sola prestazione da vertigine della “D and di”. Da mettere in bilancio per il 2009 ci sono anche gli oltre 110 mila euro delle attrezzature noleggiate per la cena in onore del Keren Hayesold United Israel appeal (agenzia internazionale che raccoglie fondi per sostenere Israele) a Villa Madama il 3 novembre: 10 mila euro se ne sono andati solo per l’impianto audio di un gruppo musicale, 4 mila per una troupe appositamente attivata per «seguire il presidente durante l’evento» e altri 700 euro per una sola «telecamera fissa su cavalletto da posizionare fronte president». Come pure i costi per l’incontro organizzato sempre a palazzo Madama il 6 maggio con gli industriali de “L’Italia del fare”: quella cena, solo di apparecchiature è costata oltre 60 mila euro. Secondo quanto risulta a “L’espresso”, dal suo insediamento (maggio 2008) alla fine di ottobre, cioè in 17 mesi, la gestione berlusconiana di questi eventi mediatici è costata quasi 5 milioni di euro: un’enormità a confronto dei 150 mila spesi da Romano Prodi per fronteggiare le stesse esigenze nei 25 mesi del suo ultimo governo. Ma così vanno le cose alla presidenza nella cui gestione finanziaria nessuno riesce a mettere becco.

Miracolo in busta paga. Il bilancio di Palazzo Chigi è infatti totalmente autonomo e viene alimentato dal ministero dell’Economia attraverso un apposito fondo. E da questo tesoretto pesca la presidenza per fare fronte anche ai costi dei dipendenti che continuano a crescere anno dopo anno: 202 milioni nel 2005, 229 l’anno successivo, 237 nel 2007, oltre 246 nel 2008. Le ragioni dell’escalation? L’inarrestabile lievitare degli organici che non conosce tregua. All’inizio erano previste 3.063 persone: 368 dirigenti e 2.695 impiegati. Oggi al lavoro ne risultano invece ben 4.542. Con una particolarità: il numero esorbitante dei “comandati”, cioè il personale chiamato da altri ministeri o amministrazioni pubbliche, che ormai sono 1.600 unità. La ragione di questa esplosione sta nel fatto che la presidenza, da semplice organo di coordinamento dell’attività di governo si è trasformata in un contenitore di sottosegretariati e ministeri senza portafoglio che hanno comportato l’istituzione di dipartimenti e staff. Risultato? Non potendo nemmeno assumere per concorso per il blocco imposto dalla Finanziaria, la presidenza si è riempita di comandati- raccomandati la cui presenza in molti casi va avanti anche da più di un ventennio. Le professionalità rappresentate sono le più diverse: ci sono persino segretari comunali e un cantoniere reclutato dal Comune di Paliano (Frosinone). Per non parlare poi dei militari e degli agenti di ogni arma e grado: 370 in tutto secondo la presidenza, oltre 500 secondo altri dati avuti da “L’espresso”. Quando si parla di potenziare la lotta al crimine, spesso i sindacati più combattivi chiedono il ritorno sulle strade di questi “comandati”. Ma l’impresa è difficilissima: l’impiego a palazzo Chigi è infatti molto ambito. Merito dell'”accessorio” che compensa in busta paga la flessibilità degli orari e la reperibilità anche nei giorni festivi: per un funzionario di categoria A consente di aggiungere alla retribuzione media di 3.100 euro fino ad altri mille euro lordi. Così come appetibili sono anche gli stipendi dei dirigenti il cui top – incluse tutte le voci – arriva a riscuotere mediamente 180 mila euro lordi l’anno. Tra le eccezioni, il capo dipartimento della Protezione civile Guido Bertolaso (ma lui è anche sottosegretario) che arriva a 280 mila e il segretario generale Manlio Strano che grazie all’indennità del suo ruolo raggiunge i 297 mila euro lordi.
Questi i compensi più alti. Ma ottima è anche la retribuzione di Antonio Ragusa, ex generale dei carabinieri e dei servizi segreti, che dopo essere stato pensionato è stato riassunto dalla presidenza del Consiglio con un lauto contratto (184 mila euro lordi) come capo del dipartimento per le Risorse strumentali. Così come dalla pensione sono stati riesumati Carlo Sica, ex vicesegretario generale di Palazzo Chigi, titolare di una consulenza da 40 mila euro, e l’ex dirigente Giancarlo Bravi collocato invece alla struttura di missione sui 150 anni dell’Unità d’Italia (139 mila euro).

Così vanno le cose a Palazzo Chigi: molti dirigenti di ruolo non hanno nulla da fare, ma si continua a conferire incarichi agli estranei senza il minimo ritegno. Un andazzo che prevale non solo per i compiti dirigenziali. L’esempio viene proprio da Berlusconi. Il suo “ufficio del presidente”, composto da 45 persone, ne ha oltre 20 assunte dall’esterno. A parte la Brambilla, Catalano e Gasparotti, nel conto ci sono pure i due segretari-deputati Sestino Giacomoni e Valentino Valentini (a Palazzo Chigi assicurano che a loro spetta solo un rimborso spese), per non parlare del fotografo personale Livio Anticoli, l’ex ministro Giuliano Urbani (18 mila euro) più una serie di personaggi sconosciuti le cui occupazioni potrebbero sicuramente essere svolte dal personale interno.

Stessa musica negli uffici di Letta e di quasi tutti gli altri sottosegretari e ministri senza portafoglio che continuano a elargire incarichi e prebende sfruttando anche la miriade di comitati e commissioni (ne abbiamo contate oltre 60) di cui la presidenza è disseminata.

Una deriva di cui si è accorta anche la Corte dei Conti che, non potendo mettere becco sulla gestione del bilancio autonomo, una stangata alla presidenza l’ha comunque rifilata passando in rassegna le “strutture di missione”, un altro sperpero di palazzo Chigi. Dovrebbero essere comitati di durata temporanea per affrontare eventi speciali. Ma ne esistono una trentina, nati in tempi lontanissimi e puntualmente riconfermati.

La struttura di supporto alla delegazione governativa per la realizzazione della linea ferroviaria Torino-Lione è stata varata nel lontano 2002 dal governo Berlusconi, confermata da Prodi nel 2007 e riconfermata di nuovo dal Cavaliere nel 2008, per esempio. Al 2003 risale invece la nascita della struttura dedicata all’e-government, ancora oggi in vita, per non parlare dell’unità strategica per la comunicazione sull’attività del governo battezzata nel 2007 da Prodi (come dirigente generale c’è il giornalista Fabrizio Ravoni). E come giudicare la struttura per il rilancio dell’immagine dell’Italia, l’altra per cogliere le “opportunità delle Regioni in Europa” o quella che istituisce la segreteria tecnica dell’Unità per la semplificazione, un apparato nel quale lavorano 3 dirigenti, 4 impiegati, più 12 esperti assunti all’esterno con contratti di collaborazione? Conclusione della Corte: «Le strutture di missione non sempre presentano i requisiti peculiari dell’istituto, e cioè specialità delle funzioni e temporaneità ». Una politica dalle maniche larghe che fa la gioia dei tanti fortunati che continuano a sbarcare in presidenza con il massimo delle qualifiche.

Maurizio Bosatra per esempio solo poco anni fa conduceva la vita grama di tanti militanti leghisti. Nel 2003 forniva informazioni ai partecipanti dell’assemblea federale della Padania all’ex Palavobis di Milano: oggi lo ritroviamo invece nel cuore dello Stato come direttore generale del ministro Calderoli. Un miracolo toccato pure a Cristina Cappellini che nel 2007 stendeva ancora anonimi documenti per il comitato organizzativo del parlamentino del Nord. Lei, adesso, è addirittura capo del settore legislativo del ministero per le Riforme di Umberto Bossi. Nemmeno i giornalisti possono lamentarsi: quando sbarcano a Palazzo Chigi ottengono spesso il massimo dei gradi. Come Marco Antonio Ventura e Fabrizio De Feo, due penne del “Giornale”, impiegati nell’ufficio stampa del portavoce Paolo Bonaiuti; oppure come Fabrizio Carcano, redattore della “Padania” e ora capoufficio stampa di Calderoli, o Raffaele Gorgoni, inviato del Tgr Puglia, approdato al ministero per gli affari regionali del conterraneo Raffaele Fitto. Anch’essi assunti come direttori generali.
Gradi a parte, la presidenza si rivela un approdo ambito anche per molti che non ti aspetti di trovare. Sempre negli uffici del sottosegretario Bonaiuti troviamo come consulenti i deputati Pdl Giorgio Lainati, Piero Testoni e Beatrice Lorenzin. E non solo loro: ci sono pure il giornalista Fabio Vazio, ex ufficio stampa di Fi, l’ex portavoce di Carlo Azeglio Ciampi Paolo Peluffo, che dopo essere sbarcato alla Corte dei Conti riscuote a palazzo Chigi altri 15 mila euro; e il generale della guardia di finanza Fabrizio Lisi (12 mila euro) comandante della scuola dell’Aquila.

Per grazia ricevuta Ma nella corsa all’elargizione degli incarichi che pesano sul bilancio di Palazzo Chigi, come quasi tutti i suoi colleghi ministri senza portafoglio, non si risparmia neanche l’ammazza-fannulloni Brunetta (tra i suoi consulenti i parlamentari Cinzia Bonfrisco, Maurizio Castro e l’ultras berlusconiano Giorgio Stracquadanio). Che ha inserito molti amici nei ranghi della presidenza. Come gli affiliati alla sua associazione Freefoundation. Se chiamate però al numero telefonico del think tank vi risponde il centralino dello studio del commercialista Canio Zampaglione che oltre ad essere presidente dell’associazione è anche presidente del collegio dei revisori dei conti dell’Agenzia per l’innovazione, guarda caso sottoposta all’autorità di Brunetta. Un altro amico Rodolfo Ridolfi, vicepresidente di Freefoundation, risulta invece consulente sempre da Brunetta (45 mila euro il suo compenso). Idem altri due membri come Davide Giacalone, nominato esperto a 40 mila euro, mentre Stefania Profili, che Brunetta aveva avuto come segretaria nella sede nazionale di Forza Italia, con la stessa mansione è stata nominata dirigente generale al ministero. E non è finita. Perché tra le file degli esperti di Brunetta, oltre all’ex ministro Gianni De Michelis (13 mila euro) c’è pure Secondo Amalfitano (26 mila euro), noto solo per essere stato sindaco di Ravello, località nella quale Brunetta ha preso casa.

Anche Mara Carfagna, ministro senza portafoglio alle Pari opportunità, si dà molto da fare per incrementare l’abbuffata degli incarichi. Lei recluta esperti e consulenti con occhio attento a tutti i fronti aperti. Alle giuste amicizie di partito, per cominciare. Ed ecco spuntare a capo dipartimento del suo ministero Isabella Rauti (165 mila euro), moglie del sindaco di Roma Gianni Alemanno. Ma anche al collegio elettorale campano: Antonio Mauro Russo, segretario organizzativo provinciale del Pdl di Salerno, città natale del ministro, ha una consulenza da 28 mila euro e il compito di curare i collegamenti con il territorio. Infine Federica Mondani reclutata (circa 20 mila euro) come adviser per le materie giuridiche ma, in quanto avvocato del Foro di Roma, messa al lavoro dal ministro per patrocinare alcune cause che gli stanno particolarmente a cuore contro Sabina Guzzanti e il quotidiano “la Repubblica”. Altro caso da manuale, infine, quello del ministero del Turismo, regno di Maria Vittoria Brambilla. Giovanissima, Mvb aveva tentato la strada della tv nella trasmissione di Canale 5 “Misteri della notte”. A tenerla a battesimo fu il curatore del programma Cesare Medail. Ma l’esordio si rivelò un fiasco. Girata la ruota della fortuna, la Brambilla non ha però dimenticato il suo mentore Medail, ingaggiato come esperto al Turismo (29 mila euro) dopo che lo aveva anche ripescato come direttore della “Tv delle libertà”, fallimentare organo dei suoi omonimi circoli.

I quali confezionavano anche un “Giornale delle libertà”, nel quale spiccava come consulente editoriale una vecchia gloria del giornalismo come Vittorio Bruno. Naufragati i circoli, la Brambilla ha ripescato anche lui con un compenso di 70 mila euro lordi. Una goccia nel mare magnum delle super spese della presidenza.
L’Espresso 15.01.10

"Tasse: Il doppio errore delle due aliquote", di Laura Pennacchi

Stigmatizzare come ammissione di maldestro spot elettorale la clamorosa retromarcia di Berlusconi sulla faccenda delle “due aliquote”non deve lasciare in ombra un fatto inquietante. A corto di idee, infatti, il premier ha rilanciato una proposta di matrice reaganiana e bushana, vecchia di oltre quindici anni, che tuttavia la dice lunga sul perdurante nucleo culturalmente neoliberista che anima il suo pensiero e la sua politica come un riflesso condizionato e a dispetto di tutto il recente ciarlare del ministro Tremonti circa una“economia sociale di mercato”. Nucleo neoliberista tanto più paradossale oggi che la crisi economico- finanziaria globale induce dubbi e ripensamenti persino nei più coriacei seguaci della scuola anti-Stato e pro-mercato di Chicago. Il sistema fiscale italiano va certamente riformato nella direzione di abbassare la pressione sui redditi medi e bassi, su lavoratori dipendenti e pensionati. Come del resto aveva iniziato a fare il governo Prodi della precedente legislatura, per esempio istituendo una “dote fiscale” per i figli (attraverso la somma di incremento delle detrazioni e trasferimenti monetari diretti per gli incapienti) e dando vita a una vera lotta all’evasione fiscale (con misure quali la tracciabilità e l’elenco clienti-fornitori, nona caso tra le prime soppresse dal governo Berlusconi all’atto del suo insediamento). Ma perseguire il progetto di un’Irpef a due sole aliquote – 23% per i redditi fino a 100.000 euro, 33% al di sopra – porta a due esiti entrambi estremamente negativi, in grande misura propri anche dell’ipotesi di “quoziente fiscale”. Il primo è una drammatica alterazione della distribuzione del reddito, già tanto disegualitaria e squilibrata, a ulteriore favore dei ricchi: basti segnalare che, con le due aliquote, un contribuente con un reddito annuo di 30.000 euro risparmierebbe 600 euro di fisco, un contribuente con un reddito di 100.000 euro ne risparmierebbe 13.000. Il secondo esito negativo è una perdita di gettito (da 30 miliardi di euro in sù all’anno: come dire la dimensione di due, tre finanziarie) di tale entità da restituire attualità al motto di Reagan e di Bush: «starving the beast», affamare la bestia governativa, sottraendogli le risorse necessarie a finanziare servizi pubblici e prestazioni sociali. Il tutto nella più classica logica ostile all’esercizio della responsabilità collettiva incarnata dalle istituzioni pubbliche: “meno tasse, meno regole, meno Stato, più mercato”. Come se la crisi in cui a tutt’oggi siamo profondamente immersi, e le cui conseguenze occupazionali sono ancora lontane dall’essersi compiutamente dispiegate, non avesse già decretato il fallimento delle ricette neoliberi
L’Unità 15.01.10

"Catastrofe innaturale", di Mario Tozzi

È stato il terremoto più violento degli ultimi due secoli nell’isola, ma come ne avvengono almeno una ventina, ogni anno, al mondo. E quasi mai provocano centinaia di migliaia di morti. Per riscontrare numeri così elevati bisogna spingersi indietro nel tempo e in altri luoghi: nella Cina del XVI secolo, dove morirono 830.000 persone nello Shansi, oppure nella pianura di Kanto, in Giappone, dove, nel 1923, le vittime furono oltre 200.000. In tempi più vicini, le città cinesi di Tientsin e Tangshan furono rase al suolo, con 200.000 vittime, nel 1976 e non si può dimenticare il terremoto di Sumatra di soli cinque anni fa, quando morirono 250.000 persone anche a causa del maremoto. Ogni anno la Terra è attraversata da centinaia di migliaia di sismi di magnitudo superiore a 3, ma solo in alcune regioni, e in particolari condizioni, le vittime sono così tante. Perché?

Qualcosa la si deve al tipo e alle caratteristiche intrinseche del terremoto: magnitudo 7 Richter non è così elevata rispetto ai terremoti giapponesi e cinesi che arrivano anche a oltre 8, però l’ipocentro è stato superficiale (13 km) e perciò gli effetti peggiori. Ma i principali responsabili del gran numero di vittime sono sempre gli stessi: sovraffollamento e cattiva costruzione. Nonostante il rischio sismico fosse elevatissimo e ben noto, l’estrema povertà di Haiti, la corruzione e l’inesistente amministrazione hanno consentito di costruire senza alcun criterio antisismico anche laddove si fosse utilizzato cemento armato (come per il palazzo presidenziale). «Effetto pancake» lo chiamano, quello per cui palazzi alti decine di metri rimangono schiacciati come frittelle senza che le strutture abbiano offerto alcuna resistenza. Ma la maggior parte della popolazione ha costruito in legno o muratura povera, senza alcuna regola e, soprattutto, in modo troppo affastellato, lasciando strade così strette da restare completamente bloccate intralciando i soccorsi.

Ma come si è operato a Port-au-Prince è la regola delle aree metropolitane del Sud del mondo (dove si concentra ormai la maggior parte della popolazione), come Mexico City o Calcutta: quelle ubicazioni furono scelte in tempi remoti scartando le zone ritenute pericolose sulla base di antiche sapienze, per esempio evitando i terreni paludosi, dove gli effetti del terremoto si amplificano. Oggi decine di milioni di persone vivono attorno agli antichi nuclei colonizzando con costruzioni fatiscenti i terreni una volta scartati. Così può accadere che rimangano in piedi vecchie case accanto a palazzi moderni distrutti, o che alcuni edifici vengano rivoltati sul posto senza però fracassarsi, come scatole di cemento armato basculate sul posto. Ma le megalopoli continuano ad attrarre senza sosta milioni di disperati nullatenenti dalle campagne di tutto il mondo, gente che non ha posto migliore per insediarsi che non i terreni meno idonei. Dove sorgono capanne, favelas e bidonville lì si concentreranno i danni e i morti dei terremoti del futuro, che diventeranno inevitabilmente i terremoti dei poveri.

Non è cosa nuova: negli ultimi mille anni i terremoti hanno ucciso otto milioni di persone e tutto lascia intendere che le cose potrebbero andare peggio nel prossimo futuro. Lo stesso sisma provocherà una strage epocale nel mondo povero, centinaia di morti dalle nostre parti (come dimostra quello aquilano, pur trentacinque volte meno distruttivo di quello haitiano) e solo qualche cornicione abbattuto in California. La storia è sempre quella: le catastrofi naturali non esistono, esiste solo la nostra nota incapacità di tenere conto del rischio naturale ovvero la possibilità di conoscerlo molto bene e fare comunque finta di nulla per avidità o per incapacità. O per l’assoluta mancanza di risorse e di memoria.
La Stampa 15.01.10

33milioni dalla Regione per la sanità modenese

Assegnati i fondi del programma straordinario di investimenti in sanità. Matteo Richetti “In sanità’ uno sforzo continuo per innalzare ulteriormente l’offerta sanitaria”. La commissione “Politiche per la salute e politiche sociali”, di cui fa parte il consigliere modenese Matteo Richetti, ha approvato il programma straordinario di investimenti in sanità: 24.768.743,63 alla Usl Modena, 8.721.451,44 per l’ Azienda Ospedaliera Modena destinati questi ultimi alla qualificazione delle strutture sanitarie modenesi.

A Modena l’investimento consentirà, tra gli altri progetti, anche la realizzazione di un nucleo di cure primarie (2milioni 375euro), al completamento di interventi all’ospedale di Castelfranco ., all’opera di messa in sicurezza dell’ospedale di Pavullo , all’ampliamento del comparto operatorio dell’ospedale di Mirandola , al completamento della ristrutturazione dell’ospedale di Vignola. Quasi 3 milioni di euro anche per interventi di adeguamento funzionale e normativo dell’ospedale dio Carpi .

8milioni euro destinati all’ammodernamento tecnologico delle attrezzature sanitarie e a nuove funzionalità applicativo per il sistema informatico sanitario.

“La qualificazione delle strutture per l’esercizio delle attività sanitarie – commenta il consigliere regionale Richetti – cerca di coniugare il rigore nella gestione delle risorse senza rinunciare al governo delle innovazioni nei percorsi assistenziali, sempre più tesi a rispondere alle aspettative e alle esigenze dei cittadini. Una risposta concreta alle continue polemiche relative agli insufficienti investimenti sulla sanità modenese: gli oltre 30 milioni che mettiamo a disposizione con questa delibera, dimostrano che sulla rete provinciale intendiamo ulteriormente qualificare l’offerta sanitaria.“