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Bersani a Rosarno contro la 'ndrangheta, per la legalità

“Sarò a Rosarno il 14 gennaio per dare il segno che da parte nostra non c’è solo interesse verso una vicenda tanto agghiacciante, ma c’è anche la determinazione di far seguire fatti concreti”. Con queste parole Pier Luigi Bersani apre la conferenza stampa per presentare le proposte PD sulla lotta alla ‘ndrangheta e annuncia la sua partecipazione a l’iniziativa “Per la legalità, giornata nazionale di solidarietà”, indetta dai democratici per giovedì prossimo.

Presenti alla conferenza anche il responsabile giustizia, Andrea Orlando, i capigruppo in commissione Giustizia di Camera e Senato, Donatella Ferranti e Felice Casson e Laura Garavini, capogruppo in commissione Antimafia. Lo scopo dell’iniziativa PD, secondo il segretario, è “di riportare allo scoperto una realtà troppo sottaciuta com’è la ‘ndrangheta e allo stesso tempo di rafforzare la battaglia e non lasciare solo chi è sul fronte”. È necessario inoltre riflettere sul binomio “immigrazione e lavoro: temi sociali che si affacciano in modo drammatico. Il problema che in Calabria si è manifestato con picchi altissimi, esiste in tutta Italia. Le normative esistenti non sono riuscite ad affrontare un problema semplice: se in alcuni settori non abbiamo mano d’opera, noi dobbiamo decidere se rinunciare ad essi. Sbaglia il sottosegretario Mantovano quando dice ‘non e’ vero che gli italiani non vogliono fare più i lavori agricoli, ma non li vogliono fare a quei prezzi’. La questione e’ che il mercato del lavoro non incrocia queste esigenze: o si fa un’immigrazione regolare oppure dire ‘no’ alla clandestinità e’ come fermare l’acqua con le mani. Non si possono agitare solo i problemi come fa la destra; bisogna anche affrontarli. Non si può solo agitare lo spettro della clandestinità quando si governa per la maggior parte degli ultimi anni, si ha la legge Fini-Bossi e si ha il ministero dell’Interno”.

Lotta alla ‘ndrangheta: le 7 proposte del PD. I democratici porteranno in aula una serie di misure da adottare con la massima urgenza.

1) Prima fra tutte la rapida approvazione delle norme contro l’auto riciclaggio, oggi non previsto come reato e da equiparare invece al riciclaggio. È Laura Garavini a spiegare che “il segnale più forte che si possa dare alla ndrangheta è quello che intacca il suo potere economico, perciò punire l’investimento di soldi provenienti da attività illecite è più che doveroso”.

2) Così come dovrebbe essere costituita in fretta l’Agenzia nazionale dei beni confiscati rimodulata la norma che prevede la vendita all’asta dei beni confiscati. “questa purtroppo, spiega la deputata PD, è una delle tante promesse non mantenute dal ministro Maroni, come lo scioglimento del Comune di Fondi”.

3) Come evidenziato da Orlando, “Il Pd chiede anche la riformulazione dell’articolo 416 bis del codice penale e relativo formale inserimento della parola “n’ndrangheta”.

4) Inoltre, il responsabile Giustizia, chiede “la rapida calendarizzazione del ddl presentato dal PD sull’assegnazione alle procure dei magistrati di prima nomina per sopperire ai problemi di organico”. Sul punto è Donatella Ferranti ad evidenziare la “drammatica carenza di personale giuridico in tutta Italia, ma in particolare nelle procure di Nicosia, Catanzaro, Palermo e Catania.

5) Il Pd propone l’immediata estensione dei protocolli per la Legalità. Per garantire con la massima trasparenza le procedure di spesa assumendo l’obbligo, prima di procedere alla stipula del contratto d’appalto, o all’autorizzazione ai subappalti e/o subcontratti, di acquisire da parte delle competenti Prefetture informazioni antimafia sul conto delle imprese aggiudicatarie e subappaltatrici interessate, anche se hanno sede legale al di fuori della provincia.

6) Il senatore Casson ha posto l’accento sull’immediato ritiro del ddl del Governo (attualmente all’esame del senato) che complessivamente limita il ruolo delle intercettazioni quale mezzo di ricerca della prova. “Non è condivisibile la limitazione circa l’utilizzabilità delle intercettazioni in procedimenti diversi da quelle in cui sono state autorizzate, soprattutto se si pensa che raramente l’indagine prende il via da un’accusa di associazione mafiosa, più spesso si parte da reati minori, cosiddetti satellite”. La proposta dei democratici prevede di stringere le maglie attorno agli atti e alle attività concernenti i vari siatemi di intercettazione, responsabilizzando gli attori di ogni singola fase procedimentale, istituendo un archivio riservato, imponendo la eliminazione di qualsiasi nota o appunto concernenti persone estranee al procedimento.

7) Infine, prendendo spunto dai fatti calabresi di questi giorni, si sollecitano l’elaborazione e l’introduzione di nuove norme capaci di colpire più efficacemente il rapporto tra mafie e sfruttamento degi immigrati, il cosiddetto caporalato.
Iv.Gia
www.partitodemocratico.it

Camera dei Deputati: dichiarazione di voto On. Orlando sulla mozione Pd concernente la situazione del sistema carcerario italiano

Signor Presidente, signor Ministro, facendo due conti, quest’anno il numero dei detenuti è aumentato di circa 6-7 mila unità, come lei ha ricordato; lo stesso si prevede che avvenga per il prossimo anno. Se domani, come noi auspichiamo, il suo piano carceri verrà approvato, il primo carcere utilizzabile (sfidiamo persino il buonsenso) credo sarà disponibile nel 2012, anno nel quale i detenuti, stando ai trend di cui stiamo parlando, saranno circa 80 mila. Svolgo questo ragionamento perché ritengo che, per quanto domani lo sforzo possa essere grande, continueremo a correre dietro ad un processo che non riusciamo assolutamente a seguire.
Signor Ministro, noi abbiamo evitato nella nostra mozione di richiamare questo tema, o meglio l’abbiamo soltanto evocato, ma una cosa che ci saremmo aspettati da lei è un ripensamento complessivo delle ragioni che generano questo tipo di fenomeno. Voi avete deciso di utilizzare il carcere come pena principe per qualsiasi intervento di carattere repressivo: vi siete però dimenticati di costruire le carceri e di assumere i poliziotti. Anche le cifre che lei indica, infatti, quelle 2 mila unità, non tengono conto del fatto, in primo luogo, che una serie di vincoli faranno sì che il prossimo anno le assunzioni possibili saranno soltanto 350; in secondo luogo, soprattutto di quanti sono gli esodi, le cessazioni avvenute, che nel 2008 sono state 720, nel 2009 saranno al saldo finale 800, forse di più nel 2010. Dov’è questo sbandierato incremento, con il quale si ritiene di dover far fronte alla crescita del numero dei detenuti?
Svolgo tale ragionamento semplicemente per dire che probabilmente un ripensamento di carattere generale sarebbe necessario, sul modo in cui si intende proseguire la politica giudiziaria e la politica della pena, perché diversamente indulto e amnistia, ai quali noi siamo contrari, ed intervento straordinario ed eccezionale sono due facce della stessa medaglia, due interventi in un sistema che non si riesce a riequilibrare, un sistema che genera una situazione che lei stesso ha dichiarato al di fuori della Costituzione. Citare l’articolo 27 della Costituzione nel quadro generale delle carceri italiane appare quasi un’ironia involontaria: sono stati 72 i suicidi dello scorso anno, e soltanto nei primi giorni di quest’anno sono stati 4.
Lei ieri ha ricordato che l’Europa ci chiede di accelerare i tempi del processo. Cosa dice l’Europa del modo in cui vengono attuate le pene nel nostro Paese? Della sostanziale inesistenza di una sanità penitenziaria, rispetto alla quale attendevamo impegni più stringenti per quanto riguarda il passaggio dalle regioni allo Stato? Della sostanziale cancellazione dei servizi psicologici interni al carcere? Della fine del lavoro interno al carcere, che si è materializzato in questi anni? E ancora, dei tagli che sono stati prodotti al sistema degli asili nido, che consentono – ahimè – ancora il protrarsi di una barbara abitudine, quella di tenere i bambini in carcere a fianco dei loro genitori? Insomma, tutte domande alle quali noi abbiamo provato a dare una risposta che lei ha accolto, e ne siamo felici.
Il punto però è che oggi sarebbe importante dire la verità sugli organici, dire la verità rispetto al piano carceri, avere misura nell’indicare le possibilità di intervento, perché le risorse di cui sappiamo il Governo dispone sono assolutamente insufficienti rispetto a quelle che tutti dicono essere necessarie per far fronte alla crescita del numero dei detenuti.
In questo senso ritengo importante che il piano carceri sia commisurato alle risorse e privilegi gli strumenti di ristrutturazione piuttosto che la realizzazione di nuove carceri; soprattutto mi auguro che, come ha detto l’onorevole Franceschini, la dichiarazione dello stato di emergenza non sia un modo per evitare le procedure di carattere concorsuale per l’assegnazione delle carceri, che sono comunque opere pubbliche.
Per compiere dei passi in avanti sarebbe importante un impegno esplicito del Governo ad un utilizzo della cassa delle ammende per le misure alternative; sarebbe poi importante che si facesse chiarezza su come queste somme nella disponibilità dello Stato possano essere utilizzate per i laboratori e per il lavoro in carcere.
Non pretendiamo un ripensamento complessivo della politica giudiziaria del Governo, la situazione è così grave che oggi tutto ci consiglia di inserire nella mozione misure che possano essere condivise.
È per questa ragione che chiediamo alle altre forze politiche di non utilizzare questa discussione per introdurre surrettiziamente questioni che non sono attinenti al carcere: nella mozione del PdL vi è un accenno ai tempi del processo, che chiaramente non hanno nulla a che fare con la discussione di quest’oggi e su cui per questo esprimeremo un voto contrario in sede di votazione per parti separate; nella mozione dei colleghi radicali vi è un richiamo alla modifica dell’articolo 41-bis, che a nostro avviso non ha nulla a che vedere con la questione del carcere e che comunque saremmo contrari a riconsiderare; vi è poi un accenno all’indulto e all’amnistia. Tale ultimo punto non è che non c’entra niente, semplicemente non siamo d’accordo perché vogliamo uscire dalla logica dell’emergenza per entrare in una fase nella quale, rivedendo le modalità dell’applicazione della pena, si eviti che il sistema produca costantemente squilibri per i quali si renda necessario poi introdurre il commissario straordinario o ricorrere a misure di carattere straordinario.
Signor Ministro, credo poi – ma naturalmente ciò è rimesso alla sensibilità politica del Governo ed alla sua – che questa poteva essere anche un’occasione per dire qualche parola sul caso Cucchi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico): dico questo perché ritengo che il velo di omertà che è calato e che è stato denunciato dal nostro vicesegretario nazionale con una lettera al Presidente del Consiglio in qualche modo andrebbe strappato, per iniziare a fare luce complessivamente su quel mondo.
Voi avete messo in campo una rappresentazione che si intitola «legge ed ordine», ma vi siete dimenticati – con lo spirito televisivo che spesso vi caratterizza – che poi questa «legge ed ordine», per così dire, riempie i sottoscala dei prodotti di questo tipo di intervento.
Occuparsi dei sottoscala non è prerogativa di chi ha particolare attenzione alle ragioni del garantismo; anche una destra autoritaria forse si sarebbe posta questo problema: il fatto che voi non vi poniate questo problema credo che riproporrà in futuro le condizioni che oggi si sono generate. Non ne possiamo discutere oggi, ma prima o poi credo che questa discussione dovremo farla perché davvero non possiamo proseguire in questa direzione, ossia quella per cui le leggi vengono approvate più secondo il criterio del titolo che determineranno sul giornale il giorno dopo piuttosto che quello degli effetti che produrranno concretamente nella realtà: siccome la realtà e gli effetti di cui stiamo parlando sono uomini, donne, vite umane, persone e destini, credo che davvero questo ripensamento sia urgente e mi auguro che oggi si possa compiere il primo passo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

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Di seguito la mozione approvata dalla Camera
MOZIONE N. 1/00302 – FRANCESCHINI E ALTRI
La Camera,
premesso che:
i detenuti ospitati nelle strutture carcerarie italiane sono circa 66.000, una cifra che è destinata ad aumentare nei prossimi mesi,
si tratta di un «primato» mai raggiunto nella storia repubblicana che pone problemi molto rilevanti. I 206 istituti di pena possono, infatti, «tollerare» 64.237 detenuti nonostante, da regolamento, non potrebbero ospitarne più di 43.087, come del resto confermano le dichiarazioni del direttore del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, che, in una recente audizione presso la Commissione Giustizia della Camera dei deputati, ha parlato di situazione in grado di compromettere la sicurezza del Paese;
siamo, dunque, ampiamente oltre la soglia massima di tolleranza, in una situazione di emergenza che investe l’intero territorio nazionale, come evidenziato di recente nelle più alte sedi, ricordando la situazione dei detenuti in carceri terribilmente sovraffollate, nelle quali non si vive decentemente, si è esposti ad abusi e rischi e di certo non ci si rieduca,
di fronte a una tanto grave situazione, anche nella recente audizione davanti alla Commissione giustizia, il dottor Ionta, ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo, non ha saputo rispondere esaurientemente su tempi effettivi e fonti di finanziamento, limitandosi a ripetere (come del resto aveva già detto il Ministro sin dal mese di agosto 2009) che il piano carceri «costerà» circa 1 miliardo e 600 milioni di euro, dei quali sarebbero disponibili solo 250 milioni, ai quali la legge finanziaria per il 2010 ha aggiunto un finanziamento di soli 500 milioni di euro, per un importo complessivo che, quindi, non raggiunge la metà delle ipotizzate necessità di investimento. Peraltro, i tagli alle risorse destinate alla giustizia conseguenti alla cosiddetta finanziaria triennale dell’estate 2008 (decreto legge n. 112 del 2008, convertito con modificazioni dalla legge n. 133 del 2008), stanno causando, invece, quelle che ai firmatari del presente atto di indirizzo appaiono come esiziali difficoltà di gestione ed efficienza amministrativa in tutti gli istituti penitenziari, difficoltà che, in taluni casi, raggiungono punte di vera e propria «emergenza umanitaria», in palese contraddizione con i diritti costituzionalmente garantiti;
diverse associazioni hanno lanciato l’allarme sulle condizioni delle carceri: dall’Unione delle camere penali, all’Associazione dei dirigenti dell’amministrazione carceraria, dal Sappe (sindacato della polizia penitenziaria), da Cgil, Cisl e Uil al Garante dei detenuti della regione Lazio, tutti concordi nell’affermare che le condizioni attuali di vita carceraria sono spesso lontane dai normali livelli di civiltà e di rispetto della dignità del detenuto;
il drammatico sovraffollamento degli istituti di pena è all’ordine del giorno in tutto il Paese, con punte molto preoccupanti in alcune realtà regionali (Campania, Emilia Romagna, Lombardia, Puglia, Sicilia, Toscana e Veneto);
è evidente che il sovraffollamento sarà destinato ad aumentare sempre più se le carceri continueranno ad essere considerate il luogo in cui riversare tutti gli esclusi sociali e i soggetti deboli della società, in un regime che per nulla garantisce il rispetto del dettato costituzionale;
ulteriori dati preoccupanti derivano dall’analisi dello status della popolazione detenuta. Il 50 per cento del totale dei detenuti sono imputati in attesa di giudizio, costretti per periodi di tempo troppo lunghi a convivere fianco a fianco con i già condannati. Assolutamente insufficiente appare il ricorso alle misure alternative alla detenzione. Va ancora rilevato, più in generale, che accanto ad un sovraffollamento che è definibile come quantitativo, esiste anche un affollamento di carattere qualitativo. Esso si può ricondurre alle diverse tipologie di popolazione detenuta, ciascuna di essa portatrice di diverse istanze ed esigenze. La forzata convivenza in pochi metri quadri, per mancanza di idonee strutture, di detenuti giovani e adulti, imputati e condannati, di diverse razze e religioni, soggetti sani e con problemi psichiatrici e/o di tossicodipendenza, quando non addirittura di sieropositività (i dati più recenti dimostrano, infatti, che solo un terzo dei nuovi giunti in carcere si sottopone a screening volontario per l’accertamento del virus Hiv), crea notevoli problemi di promiscuità e di tensione anche in situazioni dove l’affollamento non è particolarmente rilevante;
relativamente al programma per le carceri, riguardante sia i nuovi interventi edilizi che la ristrutturazione degli edifici esistenti, si deve prendere atto dei ritardi di tale programma e del progressivo degrado di molti degli istituti penitenziari. Oltre all’assoluta inosservanza degli standard europei sulla dimensione e gli spazi delle celle, sono da rilevare carenze gravi nell’igiene, nell’illuminazione, nel decoro e nel clima delle celle (riscaldamento e refrigerazione) nonché nella presenza difettosa dei presidi sanitari (infermerie, centri clinici, numero di medici), il che aggrava a sua volte le patologie più frequenti. Sono da registrare inoltre carenze negli spazi destinati alla socialità e all’attività di studio e di lavoro dei detenuti, cui si deve aggiungere l’effetto deleterio dei recenti ulteriori tagli anche sulle mercedi e il lavoro dei custoditi nonché la patente violazione, in particolare, del principio della territorializzazione della pena, così come garantito dall’inapplicata legge n. 354 del 1975 e successive modifiche, laddove all’articolo 4 stabilisce che «nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alla residenza delle famiglie»;
preoccupano poi le frequenti segnalazioni di maltrattamenti e violenze, i casi di morte in carcere (da ultimi i casi di Stefano Cucchi e Uzoma Umeka) e quelli di suicidio. D’altronde, il citato aumento esponenziale delle aggressioni ad agenti di polizia penitenziaria, la paventata rivolta carceraria dell’estate 2009, le reiterate proteste delle associazioni sindacali del personale carcerario, sono tutti segnali di un malessere ormai ad un punto di non ritorno;
d’altra parte l’aumento della popolazione carceraria risulta essere inversamente proporzionale alla presenza del personale di polizia penitenziaria. Nel 2001 erano presenti 41.608 agenti penitenziari a fronte di 53.165 detenuti, nel 2009 gli agenti sono stati 39.000 e i detenuti 64.859. La pianta organica della polizia penitenziaria è fissata per legge in 45.121 unità. Ci si trova, pertanto, con circa 6.000 unità in meno, per di più rispetto ad un organico ormai certamente di per sé inadeguato. A ciò si devono sommare le carenze di personale amministrativo e l’assoluta inadeguatezza delle presenze degli assistenti sociali, degli psicologi e degli educatori. Senza parlare degli effetti negativi di una transizione senza fine dalla sanità penitenziaria alle aziende sanitarie locali, il che si riverbera in una drastica riduzione dei servizi di cura e recupero per i detenuti,
impegna il Governo:
ad affrontare concretamente, mediante una mirata e lungimirante programmazione, la grave emergenza del sovraffollamento degli istituti di pena, ponendo particolare attenzione alle condizioni di vita dei detenuti, allo stato dell’edilizia penitenziaria, agli spazi detentivi e a quelli comuni, in relazione anche al profilo specifico dei detenuti medesimi (tossicodipendenti e affetti da malattie psichiatriche) e la cui pericolosità sociale è ridotta ab origine, dovendosi ritenere superata l’attuale unicità del modello strutturale e organizzativo del carcere;
a disporre in tempi brevi un monitoraggio delle strutture penitenziarie esistenti al fine di individuare quelle che in una prima fase sperimentale possano prestarsi all’attivazione ed espansione delle esperienze di trattamento avanzato, quali quelle realizzate nell’istituto penitenziario di Milano Bollate, anche con il supporto di sistemi di controllo a distanza (cosiddetto braccialetto elettronico), opportunamente tarati per i soggetti, condannati o in misura cautelare, anche nuovi giunti, ai quali non siano attribuiti fatti-reato caratterizzati da abituale violenza;
ad ampliare la tipologia delle misure alternative in favore di quelle specificamente supportate da progetti professionalmente strutturati volti al reinserimento sociale, quali l’istituto della messa alla prova, positivamente sperimentato nei campo del trattamento dei minori, ovvero da patti per il reinserimento e la sicurezza sociale fondati su attività di giustizia riparativa a favore delle vittime dei reati o da programmi di istruzione, di attività sociali e culturali, di formazione professionale e di inserimento lavorativo;
a sostenere il sistema delle misure alternative alla pena detentiva mediante un sistema dì cofinanziamento dei progetti finalizzati al reinserimento sociale dei detenuti e degli internati, garantito da una parte dai fondi della Cassa delle ammende e dall’altra dalla reti integrate degli interventi e dei servizi sociali territoriali previste dalla legge n. 328 del 2000, anche mediante l’istituzione di centri di accoglienza per le pene alternative per i condannati che non dispongano di supporto socio familiare;
ad evitare il susseguirsi di iniziative normative settoriali in campo penale, volte al mero inasprimento delle pene, all’irrigidimento degli strumenti processuali che non realizzano un’efficace e coordinata azione di contrasto alla criminalità, ma acuiscono le problematiche connesse al sovraffollamento carcerario;
a promuovere una riforma di sistema che preveda la riduzione dell’area dell’illecito penale laddove riferito a comportamenti di scarso disvalore sociale con un ampliamento ed una differenziazione delle tipologie sanzionatorie, con l’affiancamento alla pena detentiva di altre pene interdittive, ma non privative delle libertà personali, irrogabili dal giudice penale di cognizione allo scopo di ridurre il ricorso alla pena detentiva, laddove non necessaria, e nel contempo di rendere più efficace il sistema sanzionatorio nel suo insieme, soprattutto con riferimento ai reati non gravi;
ad intensificare l’azione diplomatica per concludere accordi finalizzati a far scontare ai detenuti stranieri, per quanto possibile, la detenzione nei Paesi d’origine, nella garanzia del rispetto dei diritti fondamentali della persona;
a vigilare sull’applicazione della normativa in materia di edilizia carceraria al fine di superare l’attuale modello di istituto penitenziario per affrontare le nuove esigenze e i nuovi bisogni dei detenuti, anche nell’ambito degli interventi di ristrutturazione in corso, cui dare priorità, e a garantire, nell’ambito dei progetti della nuova edilizia penitenziaria, i criteri di trasparenza delle procedure e l’economicità delle opere fissando regole rigorose per la valutazione del patrimonio dello Stato in relazione al cosiddetto project financing, evitando il ricorso a procedure straordinarie anche se legislativamente previste;
ad accertare la corretta e compiuta attuazione dei regolamenti penitenziari, in particolare per la parte concernente le garanzie dei diritti delle persone detenute nonché a garantire la piena applicazione dell’articolo 4 della legge n. 354 del 1975 concernente il principio della territorializzazione della pena;
a verificare l’adeguatezza, in proporzione alla popolazione carceraria, delle piante organiche riferite non solo al personale di polizia penitenziaria ma anche alle figure degli educatori, degli assistenti sociali e degli psicologi, avviando un nuovo piano programmato di assunzioni che vada oltre il turn-over dovuto ai pensionamenti previsto dalla legge finanziaria per il 2010 e che garantisca le risorse umane e professionali necessarie all’attivazione delle nuove strutture penitenziarie, anche distribuendo meglio il personale sul territorio, concentrandolo nei compiti di istituto, sottraendolo ai servizi estranei, consentendogli un adeguato, costante ed effettivo aggiornamento professionale;
a risolvere le attuali disfunzioni della sanità penitenziaria acuitesi in concomitanza della delicata fase di trasferimento delle funzioni al Sistema sanitario nazionale, sia assicurando adeguate risorse finanziarie alle regioni sia prevedendo l’adozione, da parte delle regioni stesse, di modelli organizzativi adeguati alla specificità del contesto carcerario, che sconta, oltre alla particolarità delle patologie, specifiche ed inderogabili esigenze di sicurezza;
ad affrontare una buona volta le cause dell’elevato numero di morti e di suicidi in carcere ed i fenomeni di autolesionismo e di violenza in genere;
ad affrontare, assumendo a tal fine le necessarie iniziative normative, il problema dei detenuti tossicodipendenti, in particolare valutando la possibilità che l’esecuzione della pena avvenga in istituti a custodia attenuata, idonei all’effettivo svolgimento di programmi terapeutici e socio-riabilitativi;
ad assicurare, con adeguati provvedimenti organizzativi e di finanziamento, l’attuazione del diritto allo studio e al lavoro in carcere;
a garantire l’effettiva destinazione alla realizzazione dei programmi di riabilitazione e di reinserimento sociale dei condannati dei fondi a ciò vincolati della Cassa delle ammende;
a favorire l’approvazione di una legge per l’istituzione a livello nazionale del Garante dei diritti dei detenuti, ossia di un soggetto che possa lavorare in coordinamento con i garanti regionali e comunali e con la magistratura di sorveglianza, in modo da integrare quegli spazi di intervento rispetto alle diffuse situazioni di difficoltà del nostro sistema carcerario, che non possono essere risolte in via giudiziaria;
all’applicazione concreta della legge 22 giugno 2000, n. 193, la cosiddetta legge Smuraglia, al fine di incentivare la trasformazione degli istituti penitenziari da meri luoghi di permanenza di persone in condizioni di prevalente e permanente inerzia di per sé distruttiva, in soggetti economici capaci di svolgere parte attiva e competitiva sul mercato, anche al fine di autoalimentare le risorse economico-finanziarie necessarie per operare, riducendo così gli oneri a carico dello Stato e quindi della collettività;
ad eliminare gli ostacoli che ancora non permettono alle madri e ai loro piccoli, quelli di età compresa tra zero a tre anni, di scontare la pena detentiva in un luogo diverso dal carcere nonché ad istituire le case famiglia protette, al di fuori delle strutture penitenziarie, da considerarsi una forma detentiva privilegiata quando sia indirettamente coinvolto un bambino.
(1-00302)
(Mozione non iscritta all’ordine del giorno ma vertente su materia analoga)«Franceschini, Ventura, Maran, Villecco Calipari, Amici, Boccia Giachetti, Lenzi, Quartiani, Rosato, Ferranti, Andrea Orlando, Melis, Samperi, Tidei, Touadi, Bernardini, Capano, Cavallaro, Ciriello, Concia, Cuperlo, Gianni Farina, Rossomando, Tenaglia, Vaccaro, Bellanova, Boccuzzi, Bossa, Binetti, Braga, Brandolini, Capodicasa, Causi, Cenni, De Biasi, De Pasquale, De Torre, D’Antona, Esposito, Ferrari, Fontanelli, Garavini, Ghizzoni, Gnecchi, Lovelli, Lucà, Margiotta, Mattesini, Mazzarella, Murer, Narducci, Rigoni, Rugghia, Schirru, Vannucci, Vassallo, Zucchi, Bachelet, Berretta, Capano, Carella, Marco Carra, Ciriello, Codurelli, Giovanelli, Fedi, Froner, Marchi, Motta, Oliverio, Arturo Mario Luigi Parisi, Pedoto, Pistelli, Rossomando, Siragusa, Tullo, Velo, Vico».

Fassino: nel paese troppe emergenze, la politica cambi passo.

Nel 2009 i quasi 16 milioni di pensionati italiani hanno percepito una pensione media di 773 euro ai mese. Per non parlare di quei tantissimi che stanno sotto quella cifra. L’anno che si è appena chiuso ci consegna la disoccupazione più alta dal 2004. E peraltro le statistiche registrano ciò che accade tra i lavoratori a tempo indeterminato, mentre solo in misura parziale danno conto di quanti giovani precari non hanno visto rinnovato il loro impiego. Sono di questi giorni le cronache dei drammatici eventi di Rosarno, testimonianza raccapricciante di quali conflitti possa provocare un’immigrazione abbandonata a se stessa.

Sono tre emergenze che investono la vita quotidiana di milioni di donne e di uomini e il destino stesso del Paese. E, dunque, da lì dovrebbero prendere le mosse l’agenda politica e l’iniziativa sia del Governo che dell’opposizione. Dubito molto che gli italiani abbiano questa impressione. i partiti appaiono totalmente assorbiti dalla scelta dei candidati per le prossime elezioni regionali. Al centro del dibattito campeggia da mesi il tema delle riforme istituzionali, peraltro compresso dall’ossessione della maggioranza di governo di adottare misure che mettano il Presidente del Consiglio al riparo dai suoi processi. Se le due agende quella degli italiani e quella della politica non si incontrano e a milioni di cittadini giunge l’immagine di una politica che discute più di sé che dell’Italia, la distanza tra Paese e istituzioni crescerà e si diffonderà ancor di più un sentimento di estraneità. Per questo credo che la politica debba cambiare passo e uscire da questo fastidioso e inconcludente parlarsi addosso. Se è vero che la bozza Violante è un buon punto di partenza, si metta fine alla retorica del dialogo e si avvii un confronto concreto in Parlamento. Si capirà così se le riforme si vogliono fare o no. Così come non mancano le proposte per rendere i processi rapidi, le sentenze chiare, le pene certe. Ci si confronti nelle Commissioni parlamentari e si approvi ciò che serve, nell’interesse non di una persona soltanto, ma di tutti i cittadini. Ma soprattutto si mettano al centro dell’Agenda politica le emergenze del Paese. E’ ormai aperta una gigantesca questione di redditi: le pensioni sono scandalosamente basse; l’80% dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato pubblici e privati ha un salario mensile che sta tra i 1000 e i 1200 euro. E la gran parte di chi ha un lavoro a tempo determinato ne percepisce 700/800. Redditi non solo socialmente iniqui, ma con cui è assai difficile sostenere il rilancio dei consumi e la ripresa. C’è un’emergenza lavoro come segnalano da mesi il Pd e Bersani che richiede urgentemente quella riforma degli ammortizzatori sociali necessari per offrire alle imprese e a ogni lavoratore, quale che sia il tipo di contratto e di occupazione, strumenti di tutela e di gestione del mercato del lavoro. Abbiamo un debito pubblico che si avvicina al 120% del Pil, un deficit di bilancio di 5 punti e la ripresa appare lenta. Pensare di affidarsi alla sola spontaneità del mercato è azzardo troppo grande, mentre invece servono politiche di sostegno per opere pubbliche, per la competitivita delle imprese, per le esportazioni. Anche qui le proposte non mancano. Discutiamone, senza tirare fuori conigli dal cilindro, come la suggestione di una riduzione fiscale a 2 sole aliquote, che a chiunque risulta del tutto irrealistica e finalizzata soltanto a racimolare voti tra qualche settimana. E Rosarno è lì a dirci che c’è una priorità delle priorità: avere una politica che governi l’immigrazione, liberandola dalla paura che porta con sé e offrendo a tutti a chi è nato qui, come a chi qui è arrivato da lontano certezza dei propri diritti e consapevolezza dei propri doveri. Per favore, discutiamo di questo. La politica metta finalmente i piedi nel piatto, si assuma le proprie responsabilità, dia un segnale forte al Paese. E se il Governo non lo fa o non ne è capace, sia all’altezza di questo compito l’opposizione.
Corriere della Sera 12.01.10

"L'amore per se stesso", di Giuseppe D'Avanzo

È stata breve la stagione dell’amore di Silvio Berlusconi. Distratto o confuso dalle sue stesse dolci parole, il presidente del Consiglio non si è accorto dell’esplosione di odio assassino che ha attraversato Rosarno (non ha detto una sola parola su quella tragedia, forse perché in fondo quelli erano negri e gli altri terroni, per dirla con il Brighella che gli dirige il giornale di famiglia). Ora al rientro dalla convalescenza, concentratissimo, il capo di governo discute di libertà. Le leggi ad personam, dice, non sono altro che “leggi ad libertatem”. Amore, libertà. Le parole suonano bene e hanno un buon odore, ma non bisogna farsi ingannare. Le formule non accennano mai a un noi, sempre a un Io e dunque va meglio precisato l’orizzonte politico e istituzionale che si scorge: Berlusconi inaugura oggi la stagione dell’amore per se stesso, della libertà per se stesso. Novità? Nessuna, naturalmente. Diciannove leggi ad personam ci hanno abituati, nel tempo, ai trucchi nascosti dietro una quinta scorrevole che qualche malaccorto definisce la volontà riformatrice di un governo, una sfida “costituente” da non lasciar cadere, l’opportunità di un confronto nel merito.

Il “merito”, come si dice, è sempre lo stesso. Ha un nome, un cognome, una faccia, un passato da imprenditore creativo e spregiudicatissimo; un presente da capo di governo in conflitto d’interessi invasivo e perenne che disprezza la sovranità della Costituzione; un futuro da Primus, da Eletto che pretende un’immunità speciale dalla Legge. È musica che conosciamo e Berlusconi, che non delude mai, non ce ne priverà nei prossimi mesi. Dice che ha lavorato intensamente alle tappe di una riforma fiscale. È una manovra di distrazione di massa, anche questa non nuova alla vigilia di ogni elezione. In realtà, ha riproposto un’iniziativa già fallimentare tre lustri fa (due aliquote) e irrealizzabile oggi, come tutti sanno e dicono a bocca storta. Il meglio delle sue energie, come si scopre adesso, Berlusconi lo ha riservato al programma di libertà per se stesso dai processi, dalla giustizia per il presente e per il futuro. Appena rientrato sulla tolda del comando unico, è salito al Quirinale per informare il capo dello Stato delle sue trovate, dopo aver rassicurato i suoi che “Napolitano deve dargli una mano”. La prima trovata è un decreto legge (quindi, immediatamente esecutivo) che imporrebbe una sospensione di tre mesi ai processi in cui il pubblico ministero ha chiesto e ottenuto “contestazioni suppletive”. È accaduto durante il dibattimento contro David Mills, testimone corrotto e condannato in primo e secondo grado (Berlusconi è accusato di averlo corrotto, il processo paralizzato dai lodi immunitari deve ora ricominciare). Contestazioni suppletive anche nel processo per la compravendita dei diritti televisivi Mediaset, ancora in corso (Berlusconi è imputato di frode fiscale).

Se il decreto legge dovesse essere firmato perché “urgente” dal capo dello Stato, Berlusconi con quest’abito cucito a sua misura guadagnerebbe, senza patemi, il tempo necessario per condurre in porto il “processo breve” che prevede la durata complessiva di sei anni. Una correzione che, se approvata, fulminerebbe – perché “estinti” – i processi che lo vedono imputato, ma – si sa – Berlusconi non si accontenta mai. Ecco allora la seconda idea originale progettata durante la convalescenza: perché non rendere liberi – e quindi immuni dalla legge, dal processo e dal giudizio – anche le società, dopo le persone? Di qui, la proposta contenuta nell’emendamento, che oggi sarà presentato al Senato, di un’estensione del “processo breve” anche alle persone giuridiche, quindi alle società che devono rispondere di reati contabili, danni erariali, di responsabilità amministrative per reati commessi da figure apicali nell’interesse aziendale. Mediaset ne ricaverebbe qualche sollievo nei suoi contenziosi giudiziari come la Pirelli-Telecom di Marco Tronchetti Provera, l’Eni e l’Italgas che devono rispondere di truffa ai danni dei consumatori, ma soprattutto Impregilo di Benetton, Ligresti e Gavio, per dire alla rinfusa di qualche processo già in corso.

È un’iniziativa non soltanto auto protettiva, allora. Elimina, con la separazione dei poteri pubblici (si crea un’area di immunità protetta dalla legge), anche ogni separazione tra la sfera pubblica e la sfera privata, tra poteri politici e poteri economici, una separazione essenziale che fa parte del costituzionalismo dello Stato moderno, “ancor prima della democrazia” aggiunge Luigi Ferrajoli. Il ritorno all’attività di Berlusconi ha un pregio indiscutibile. Con una sola mossa e in poche ore, lascia cadere ogni maschera. Si libera dell’alibi della “riforma della giustizia”. Rende chiara la sua volontà e offre un saggio di quel che intende per “riforma costituzionale” agli incauti che hanno voluto credere nel suo “spirito costituente” condito dalla primitiva teologia politica del bene e del male, dell’amore e dell’odio. Egli, che è il bene, e addirittura l’organo monocratico che rappresenta la volontà dell’intero popolo sovrano, vuole soltanto costituzionalizzare se stesso, la sua anomalia, la concentrazione del suo potere, il suo conflitto di interesse.

Vuole riscrivere le regole comuni a partire dalla personalizzazione del suo potere che immagina e pretende separato da un Parlamento umiliato, immune dalla legge, confuso fino all’indistinzione con gli interessi economici che lo sostengono nella sua volontà di potenza. Berlusconi sa di sacrificare con la nuova tornata di leggi ad personam ogni possibilità di confronto con le opposizioni, ma ci ha davvero mai creduto in una discussione dagli esiti condivisi? È difficile crederlo. Lo strappo di Berlusconi dimostra come al fondo del suo “spirito costituente” ci sia soltanto una vecchia idea che Gianfranco Miglio già nel 1994, con la prima vittoria della destra, espresse in modo brutale. La Costituzione non è un accordo tra tutti sulle regole del gioco, ma è un “patto che i vincitori impongono ai vinti. Metà degli italiani fanno la Costituzione anche per l’altra metà. Poi si tratta di mantenere l’ordine nelle piazze”.
La Repubblica 12.01.10

"Le primarie della libertà", di Rosy Bindi

Caro direttore, trovo francamente un po’ ingeneroso il giudizio di La Spina sulla confusione che regnerebbe nel Pd. Ma rispetto e anzi apprezzo ogni stimolo a meglio definire il profilo e la linea di un partito che lo stesso La Spina giudica essenziale per la democrazia italiana. Sento però il dovere di offrire qualche chiarimento su due specifici punti, per dimostrare di non essere entrata in contraddizione nella mia intervista a Federico Geremicca. Il primo: la mozione congressuale di Bersani non proponeva un rapporto preferenziale o addirittura esclusivo con l’Udc ma l’impegno del Pd a costruire un nuovo centrosinistra per stabilizzare il bipolarismo italiano. Abbandonata ogni pretesa autosufficienza, si trattava e si tratta di mettere insieme un quadro di alleanze che, muovendo da un confronto aperto e senza pregiudiziali con le forze oggi all’opposizione, prefigurasse un’alternativa di governo al centrodestra. Secondo chiarimento: io non auspico affatto che l’Udc rifluisca di nuovo nel campo del centrodestra. Con o dopo Berlusconi. Vorrei anzi potermi augurare il contrario. Registro solo, per il rispetto che porto ai propositi da loro stessi enunciati, che l’ipotesi di un futuro approdo dell’Udc a un nuovo centrodestra è tutt’altro che da escludere. Ricordo che Casini ha sempre parlato di alleanze con il centrosinistra in chiave di Cnl da Berlusconi e mai in prospettiva strategica, arrivando addirittura ad annunciare in tono minaccioso alleanze per la democrazia e la Costituzione. Naturalmente ne consegue però che, come noi accettiamo che l’Udc si allei in alcune Regioni con il Pd pur coltivando dichiaratamente un diverso disegno di lunga lena, reciprocamente, al Pd non si possa chiedere di rinunciare alla propria prospettiva strategica. Prospettiva entro la quale il Pd svolga coerentemente la propria identità e la propria missione. Pena il proprio snaturamento. La nostra visione, ripeto, è quella di un nuovo, largo centrosinistra dentro un bipolarismo più maturo e finalmente consolidato. In questa luce, le primarie di coalizione non sono solo uno istituto contemplato dal nostro statuto. Rappresentano anche, in concreto, uno strumento utile proprio al fine di dare modo agli alleati e ai loro elettori di partecipare alla designazione del candidato comune alle cariche monocratiche.

Come spesso ha osservato Bersani nel confronto congressuale, con i propri alleati il Pd deve essere umile e generoso e proprio il rispetto per gli alleati e la cura per le alleanze suggeriscono il ricorso alle primarie con le quali coinvolgerli nelle decisioni comuni. Decisioni che non possiamo assumere da soli né confinare entro segrete stanze.

La libertà, per ciascun alleato, di non parteciparvi non può tradursi nella pretesa che il Pd vi rinunci.
*Presidente del Partito democratico
La Stampa 12.01.10

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L’Articolo a cui fa riferimento Rosy Bindi nella sua lettera lo trovate riportato qui sotto

Pd, partito a vocazione confusa di LUIGI LA SPINA
A questo punto, la domanda è una sola: il Pd è un partito ingovernato o è un partito ingovernabile?
L’intervista alla Bindi su «La Stampa» di ieri è solo l’ultima testimonianza di una serie di contraddizioni, confusioni, incertezze veramente sbalorditive per un gruppo dirigente che, tra l’altro, si ritiene la classe politica più professionale e sperimentata d’Italia.

Non si può pensare, perciò, che sia l’ingenuità e l’inesperienza degli uomini, di volta in volta alla guida di quel partito, il motivo di una costante incapacità di tenere una linea politica coerente e credibile. La conclusione obbligata, allora, anche se amara per tutto il sistema democratico del nostro Paese che avrebbe sempre bisogno di una potenziale alternativa di governo, è che il Pd è ingovernabile perché non ha una identità comune, cioè, non è un partito.

Cominciamo dall’inizio. Il candidato alla prima segreteria, Walter Veltroni, al Lingotto di Torino, nel giugno 2007, pronuncia un discorso molto apprezzato, promettendo l’azzeramento di tutti gli spezzoni eredi dei partiti della prima Repubblica e la fusione in una classe dirigente nuova, costruita essenzialmente dalla partecipazione di quella società civile che crede in un moderno progetto riformista. Lancia l’idea, forse velleitaria e discutibile, ma affascinante, di un partito a vocazione maggioritaria, cioè che non debba subire i condizionamenti decisivi degli alleati nel governo del Paese. La sua pratica, però, contraddice subito le sue intenzioni: costruisce un’assemblea costituente fatta proprio di spezzoni dei vecchi partiti e presenta alle elezioni una coalizione che esclude un pezzo importante del riformismo italiano, il Partito radicale, e include un partito che non ne fa parte, quello di Di Pietro.

Il risultato di questa azzardata sfida a Berlusconi è una sconfitta, ma non solo onorevole: è quasi una mezza vittoria, infatti, perché raggiunge per il suo partito una percentuale di voti insperata e sulla quale si potrebbe costruire un futuro promettente. Invece, pochi mesi dopo, è costretto alle dimissioni.

Arriva alla segreteria provvisoria Dario Franceschini, per un breve interregno contrassegnato da un accentuato antiberlusconismo. Ma il congresso, nell’ottobre 2009, elegge il suo competitore interno, Pier Luigi Bersani, e l’alleata di corrente, Rosy Bindi, diventa presidente. Il nuovo leader ripudia il partito a vocazione maggioritaria di veltroniana memoria, stabilisce la necessità di alleanze con esponenti del centro moderato e la regola, quando nello schieramento di centrosinistra ci fossero le condizioni di candidati alternativi su programmi diversi, di risolvere i contrasti con il metodo delle primarie.

Passano solo due mesi e la confusione, nel Pd, è assoluta. In Puglia si verifica il caso più classico dell’opportunità di primarie: due candidati, con due ipotesi di alleanze diverse. Ma Bersani stabilisce di non farle, perché l’eventuale vittoria di Vendola non consentirebbe l’accordo con Casini. La scelta, discutibile come tutte le scelte, potrebbe essere comprensibile se con il leader dell’Udc ci fosse un accordo generale, in quasi tutt’Italia. Ma non è così, perché quel partito è libero, ad esempio, di allearsi con la Lega in Lombardia e con la Polverini nel Lazio.

Il presidente del partito, Bindi, alla vigilia della decisione finale in Puglia, allora, formula al suo segretario queste ragionevoli obiezioni, ma cade in una contraddizione clamorosa: è d’accordo con un’alleanza del suo partito con Casini, pur prevedendo che, alle prossime elezioni politiche, sarà proprio lui l’avversario, il candidato del centrodestra, l’erede di Berlusconi.

Il vero problema del Pd non è, in questa situazione, la percentuale del consenso elettorale e neanche il numero di Regioni attualmente governate dal centrosinistra che resisteranno al prevedibile tsunami berlusconian-leghista nel voto di fine marzo. In Europa, il confronto numerico tra le forze riformiste e quelle moderate e conservatrici non trova l’Italia in un drammatico svantaggio, anzi. Si tratta, invece, di metter fine al marasma di contraddizioni politiche, di giravolte nelle alleanze, di lotte tra gruppi e dirigenti che si odiano e di prendere atto che la convivenza tra una cultura di governo e la testimonianza di antiberlusconismo è fallita.

L’Italia ha bisogno di un’opposizione tale da non perpetuare, nella seconda repubblica, il vizio fondamentale della prima: l’impossibilità di un ricambio a Palazzo Chigi. Con il rischio di una situazione peggiore, perché, una volta, tra Dc e Pci, almeno, c’era il riconoscimento di una comune partecipazione alla costruzione dello Stato repubblicano e la condivisione delle sue regole. Un patrimonio sul quale, oggi, non possiamo neppure contare con certezza.
La Stampa 10.01.10

"Il tramonto del laboratorio Puglia. La guerra balcanica che scuote il Pd", di Curzio Maltese

Tutte le piste dell’inguacchio pugliese, come lo chiamano qui, per dire di un inciucio andato male, portano a lui, la volpe del Tavoliere, il leader Massimo. Magari capiva più di politica estera che non d’Italia e forse non ci libererà mai da Berlusconi. In compenso, nel far fuori chiunque gli possa fare ombra nel centrosinistra, D’Alema è sempre infallibile. Uno dopo l’altro, Prodi e Cofferati, Veltroni e Rutelli. Liquidata la pratica nazionale, è tornato nelle sue terre e in un mese ha schiantato i due miti locali, Michele Emiliano e Nichi Vendola. In cambio, s’intende, di un grande disegno. Il professor D’Alema aveva deciso che nel laboratorio pugliese dovesse nascere la nuova creatura del centrosinistra. Un mostro invincibile e un po’ Frankenstein, con dieci partiti, una gamba di Casini qua, un braccio di Di Pietro là, un piede comunista e uno ex fascista, innestati sul corpaccione inerte del Pd. Ma il colpo di fulmine che doveva animarlo non è arrivato. Così l’inventore è ripartito sul destriero per Roma, lasciando il fido assistente Nicola Latorre a fronteggiare incendi e forconi. E l’incendio avanza, dilaga. “Al posto del nuovo centrosinistra allargato, si rischia di avere la spaccatura nel Pd, a Bari come a Roma”, commentano allarmati i militanti. Di ora in ora s’incarognisce la battaglia fra i candidati, che alla fine potrebbero essere quattro. Due nel centrosinistra, Nichi Vendola e Francesco Boccia, e due a destra, Antonio Distaso, candidato ufficiale del Pdl, e la finiana Adriana Poli Bortone. “Di questo passo” è la sintesi dello scrittore Gianrico Carofiglio “le elezioni di marzo si presentano come un evento dadaista”.

Chi avrebbe mai potuto immaginare una simile triste fine per la primavera pugliese. I fatti non contano più nulla. Bari la stanno ammazzando il pettegolezzo e le televisioni. Da un anno la città sta sulle prime pagine per storie di malaffare e cocaina, escort e appalti, e parentopoli. Alla fine gli stessi pugliesi vi si specchiano. Eppure, al netto di scandali tutti ancora da dimostrare, di processi da celebrare chissà quando, Bari e la Puglia rimangono agli occhi di chi arriva l’unico pezzo d’Europa a sud di Roma, l’unica area meridionale non riducibile a una Gomorra di rifiuti, mafie, frane, rivolte, collasso sociale. Lo sanno tutti, a destra e a sinistra. Lo dicono le statistiche, gli indicatori di crescita per cui la Puglia è seconda alla sola Lombardia. Lo vedono gli inviati sull’eterno “caso Bari” come i trecento clandestini sbarcati l’altro giorno dall’inferno di Rosarno nel lindo aeroporto di Palese.

Non si capisce allora la ragione di questa guerra balcanica nel centrosinistra. Se non appunto per via della condanna a essere il “laboratorio della politica nazionale”. “Un’antica iattura – commenta il sociologo Franco Cassano – Dai tempi di Aldo Moro, giù fino al pentapartito e ora a questa vicenda. È chiaro che la partita era nazionale. Era il segnale di un ritorno al primato dei partiti. Basta Vendola e basta pure Emiliano. Basta con le primarie, che qui in Puglia sono nate, almeno quelle vere. Basta con la cosiddetta società civile. La ricreazione è finita. Un progetto coloniale che qui ha sempre fallito e che considero sbagliato. Ma al quale si potrebbe riconoscere una dignità se almeno fosse stato chiaramente esposto. Invece si è andati avanti a colpi di vertici segreti, trovate tattiche. Il risultato è lo scoppio del laboratorio. Ora se il centrosinistra vuole salvare la faccia deve fare una veloce retromarcia e tornare alle primarie”. Primarie, primarie ripetono gli intellettuali pugliesi, ma anche la gente al mercato. E ormai le primarie le vuole anche mezzo Pd romano. “Perché sono nello statuto del partito” ricorda la presidente Rosy Bindi. “Ma prima ancora sono iscritte nel senso comune” aggiunge un pugliese ormai romanizzato come il produttore di cinema Domenico Procacci. La pressione è forte e ieri i delegati dell’area Emiliano, entrati in assemblea per votare a favore di Boccia, sono usciti dicendo “primarie”. Nell’imbarazzo dello stesso sindaco Emiliano, che di imbarazzi ne ha avuti e ne ha procurati molti in tutta la vicenda, compresa l’impronunciabile richiesta di una legge ad personam per candidarsi alla Regione.
A opporsi è rimasto quasi soltanto Francesco Boccia, che sui manifesti a favore delle primarie ironizza pesante: “La solita sinistra da bere che Vendola si è conquistato con le consulenze in regione. Fare le primarie oggi significa perdere subito l’Udc, quindi il progetto di nuova alleanza”.

Ma intanto le centinaia di giovanissimi volontari che lavorano per Vendola non hanno l’aria da salotto, le migliaia di messaggi sui web non li paga la Regione. Gli strateghi hanno molto sottovalutato il fenomeno Vendola, che è mediatico prima che politico. Il compagno Nichi è un combattente. L’aveva annunciato fin dalla prima riunione con D’Alema: “Se credete di farmi fuori o che io mi faccia da parte, vi sbagliate. Io vado avanti, farò il martire. Che alla fine, paga sempre”. E l’ha fatto benissimo, il martire dell’orrida casta politica, soprattutto in televisione da Santoro. Oggi paradossalmente sembra lui, il governatore uscente, il capo della rivolta contro il palazzo. Vendola ha dalla sua argomenti popolari e contro di lui veti incomprensibili. Perché alla fine non lo vogliono più? Perché Casini, che pure gli testimonia grande stima personale, non vuole Vendola? Perché è gay? Perché è comunista? Oppure perché non vuole privatizzare l’acquedotto pugliese, magari al gruppo Caltagirone? Perché i dipietristi non lo vogliono? Perché non ha cambiato la sanità pugliese? Ma in procura negano di avere nulla a carico del governatore. “Tranne un’intercettazione dove cercavo di “raccomandare” come primario un ex docente di Harvard, vedi che colpa” dice l’interessato. Non sarà allora perché non ha mai dato un assessore all’Idv in giunta? Sospetti, dietrologie. “Le solite fesserie dei giustizialisti” liquida Nicola Latorre.

E magari sarà vero. Ma vi sarebbero meno sospetti e dietrologie se il Pd avesse messo in campo un criterio chiaro. Le primarie vanno bene per eleggere il segretario regionale e quello nazionale, ma non per il candidato governatore. L’alleanza con l’Udc è irrinunciabile in Puglia, ma era facoltativa nel Lazio. Non si capisce neppure chi comandi oggi nel Pd, se D’Alema o Bersani, che nella vicenda pugliese, dove il partito si gioca la faccia, non s’è ancora mai visto. Oppure magari comanda Casini, tecnicamente segretario di un altro partito, o forse nessuno. L’unica cosa certa è che il laboratorio è fallito e qualcuno deve prenderne atto. Tira aria di ritirata strategica. Il primo a fiutarla è stato Antonio Di Pietro, che ora è pronto a tornare sul nome di Vendola: “Lui o un altro, ma in fretta. O ‘sto candidato lo vogliamo scegliere dopo le elezioni?”.
La Repubblica 12.01.10

"Diventeranno tutti italiani", di Giovanna Zincone

Le decisioni pubbliche italiane presentano falle ricorrenti, che prescindono dal colore politico dei proponenti. La prima consiste in annunci di fondamentali novità che, una volta illustrate, finiscono per rivelarsi come suggerimenti a fare quel che in gran parte già si faceva.

È andata così con il tetto del 30% per i bambini stranieri. La nota ministeriale è partita prudentemente elastica, consentendo possibili eccezioni per chi sapesse l’italiano, quindi presumibilmente per i nati in Italia o, comunque, in caso di bisogno. Poi per gli studenti nati nel nostro Paese il tetto è stato del tutto scoperchiato. La necessità di non sovraccaricare le classi con allievi che hanno difficoltà di apprendimento è cosa che i direttori scolastici sanno benissimo, e applicano già questa regola di buon senso, per l’appunto quando possono: magari, per renderla davvero efficace, vorrebbero le risorse umane ed economiche che ora finalmente il ministro promette. La falla della misura-novità di solito si allarga: all’annuncio di grandi svolte, da una parte, si contrappongono denunce di lesione di fondamentali diritti umani, dall’altra, spostare un po’ di bambini in bus può essere invece una buona mossa contro la segregazione. In fondo il sistema del bus non fu usato negli Usa per fare uscire i bambini neri dalle scuole ghetto, con grandi opposizioni dei bianchi razzisti?

La seconda falla consiste nel non valutare i possibili effetti di provvedimenti diversi combinati tra loro. Con la Bossi-Fini il tempo di tolleranza della disoccupazione per mantenere il permesso di soggiorno era stato accorciato da un anno a 6 mesi, poi la recente Legge Maroni sulla sicurezza ha introdotto il reato di immigrazione clandestina che, si noti, non vale solo per gli ingressi clandestini, ma anche per chi si ferma con un permesso scaduto. Dopo 6 mesi di disoccupazione, dunque, il permesso di soggiorno non è più rinnovabile e il lavoratore può essere incriminato, obbligato a pagare una salata multa, espulso. Siamo in un periodo di crisi e i lavoratori stranieri stanno pagando un prezzo particolarmente alto: tra il III trimestre del 2008 e quello del 2009 la disoccupazione tra gli italiani è aumentata dell’1,2%, tra gli stranieri del 3,8.%. Per evitare di perdere, insieme al lavoro, anche il permesso, i lavoratori immigrati non-comunitari accettano qualunque condizione. Non tutti i braccianti di Rosarno erano clandestini, ma anche i regolari stavano perdendo quella miserevole ombra di occupazione, e con essa la condizione di regolarità. Le aggressioni di cui sono stati vittime hanno solo acceso la miccia di una polveriera sociale che ha scatenato la rivolta. Se le rivoluzioni – come proclamava il compagno Mao – non sono pranzi di gala, neppure le rivolte sono picnic sull’erba. Non c’era bisogno di Rosarno per ricordarcelo. Sono eventi spaventosi, violenti che dobbiamo in tutti i modi cercare di prevenire. Ma certo non aiuta a farlo un’altra falla ricorrente nelle decisioni pubbliche nostrane: il ricorso a succedanei-patacca. Oggi c’è chi propone di affossare o svuotare la riforma della cittadinanza come risposta alla rivolta di Rosarno. Boicottare la riforma è certamente utile per speculare sui sentimenti anti-immigrati e agguantare voti, ma non si capisce in che modo possa risolvere problemi di ordine pubblico. Chi vuole ottenere la cittadinanza italiana deve giurare fedeltà alla Repubblica, impegnarsi a rispettare la nostra Costituzione e le nostre leggi. Se è stato regolare per dieci anni come prevede la legge attuale, o cinque come vorrebbe la riforma Granata-Sarubbi, significa che per tutto quel tempo ha regolarmente lavorato, guadagnato, pagato le tasse e non ha commesso reati. Il progetto Granata-Sarubbi, in cambio dello sconto sul tempo di soggiorno, chiede poi agli aspiranti cittadini di sapere l’italiano: che è un altro indicatore di avvenuta integrazione. Qualcuno pensa che 5 anni siano pochi e che la conoscenza della lingua non basta, altri preferiscono comunque un processo graduale.

Discutiamone, ma smettiamo – per favore – di contrapporre la cittadinanza come premio di un percorso di integrazione in contrapposizione alla cittadinanza come strumento di integrazione. È ovvio che debba essere tutte e due le cose. Facilitare la cittadinanza, o dare il voto locale anche ai non-comunitari, non esclude rischi di rivolta, ma contribuisce almeno a diminuirli. Un grande liberale e studioso di fenomeni sociali, Ralf Dahrendorf, sosteneva che i conflitti sociali si tengono sotto controllo se lo scontento trova a sua disposizione canali di espressione legittimi. Lavoratori che non possono far sentire le proprie ragioni attraverso strumenti di rappresentanza politica o sindacale ricorrono allo sciopero; se neanche lo sciopero funziona, se sono repressi, sfruttati, possono passare a comportamenti pericolosi, violenti. La rappresentanza ovviamente non basta a prevenire la violenza: in assenza di condizioni di vita accettabili e di rispetto umano, chi non riesce a ottenere qualcosa con le buone, può sempre cercare di farlo con le cattive. Ma essere inclusi come cittadini abbassa il pericolo di essere sfruttati come lavoratori, consente di esprimersi politicamente con gli strumenti della democrazia. Oggi un’apertura ai diritti per gli immigrati costituirebbe soprattutto un segnale di rispetto da parte della classe politica nei confronti di tutti coloro che, comunque, prima o poi, cittadini italiani lo diventeranno. Ma la principale falla delle nostre decisioni pubbliche è, in generale, una certa miopia.
La Stampa 12.01.10