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"Ricerca, senza soldi la scienza si ferma: tra 10 anni l’Italia non avrà più cervelli" , di Valentina Arcovio

Con i pochi soldi che vengono destinati alla ricerca di base il nostro paese rischia – tra dieci anni – di rimanere senza cervelli. «Se non si sostiene questo tipo di ricerca – dice Roberto Petronzio, presidente dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) – non si formano menti brillanti e creative. E senza menti brillanti e creative non c’è progresso e innovazione». E’ un po’ come mettere un’ipoteca sul futuro della scienza in Italia. Il pericolo è reale e i numeri sono drammaticamente emblematici. Stando all’ultima rilevazione Istat, sui 18.231 milioni di euro che in totale il nostro paese (Stato e imprese private) investe in Ricerca & Sviluppo (R&S) solo una piccolissima fetta va alla ricerca di base. Tra pubblico e privato, solo il 26 per cento (4.700 milioni di euro) degli investimenti complessivi va a finire nelle tasche dei cervelli che lavorano per creare conoscenza e, quindi, innovazione. «Bisogna mettersi in testa – dice Tommaso Maccacaro, presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) – che non esiste ricerca applicata senza ricerca di base. Senza le fondamenta, infatti, non si costruiscono le applicazioni».

Sono ormai dieci anni che alla ricerca fondamentale è stato affibbiato il ruolo di Cenerentola, a favore della ricerca applicata. Ed è infatti proprio quest’ultima a beneficiare della quasi totalità dei soldi destinati a R&S, sia da parte dei privati che del pubblico. Questo settore di ricerca assorbe infatti circa un terzo della spesa delle università e oltre il 40 per cento di quella delle imprese, sino ad arrivare al 58,5 per cento per le istituzioni pubbliche e al 65,5 per cento per le istituzioni non profit.

In un panorama in cui gli investimenti nel settore della ricerca in generale sono inferiori alla media europea e a quella degli altri paesi industrializzati, l’unico segnale positivo arriva dalle imprese che hanno cominciato ad investire qualcosa in più (15 per cento), ma si limitano alla sola ricerca applicata. Quella per intenderci che permette un veloce rientro dei capitali investiti. La ricerca di base invece, su cui il rischio investimento è molto più alto, segna il passo con un misero 5,5 per cento delle risorse dei privati. Del resto, questo tipo di ricerca non è mai stata d’interesse per le aziende italiane.

«Nel nostro paese la ricerca di base – dice Stefano Fantoni, membro della commissione Firb (Fondo per gli Investimenti nella Ricerca di Base) e direttore della SISSA, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste – è stata sempre finanziata, tranne rare eccezioni, dal pubblico. Sono i grandi enti di ricerca, con i loro budget, e il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, con i Firb e i Prin (Programmi di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale), a investire nella ricerca fondamentale». E non sempre lo fanno bene. Ai problemi economici con cui devono fare i conti molti enti di ricerca, che a malapena riescono a pagare gli stipendi, si aggiungono ritardi e intoppi amministrativi. L’ultimo ha riguardato il bando Firb intitolato «Futuro in Ricerca », a cui hanno partecipato 4 mila giovani ricercatori under 40 che non hanno ancora ricevuto risposte.

«La situazione – assicura Fantoni – si è sbloccata. A brevi questi giovani ricercatori riceveranno una risposta dal ministero e probabilmente verranno aumentati anche i fondi inizialmente previsti per via della straordinaria partecipazione al bando». Ma di intoppi ci sono e probabilmente in futuro ce ne saranno ancora.

«Da quando esistono i Firb e i Prin (Programmi di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale) – spiega Fantoni – ci sono sempre stati ritardi o congelamenti dei fondi. Quello che è successo a questi 4 mila ricercatori under 40 è successo tante altre volte prima». Certo, gli stessi problemi colpiscono spesso anche la ricerca applicata che però può sempre contare sull’aiuto dei privati. E non solo. Di recente, il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola ha lanciato con un decreto la formula «contratti di innovazione tecnologica» che mette a disposizione delle imprese che investono in ricerca applicata 2 miliardi di euro. Un investimento, questo, che rischia di aumentare il gap già esistente con la ricerca di base.

«Va benissimo rinforzare gli investimenti nella ricerca applicata, ma non dimentichiamoci che alla base di tutto c’è la ricerca fondamentale» dice Petronzio.

Gli straordinari risultati raggiunti fino ad oggi nella ricerca fondamentale dai nostri scienziati – per fare un esempio il contributo italiano all’Lhc del Cern – sono frutto degli investimenti effettuati negli anni passati. «L’eccellenza di oggi è frutto della rendita del passato. Se si vuole continuare ad eccellere la ricerca fondamentale deve essere salvaguardata», conclude Petronzio.
Il Messaggero 12.01.10

Cadono le accuse contro Beppino Englaro e le altre 13 persone indagate. Il giudice: "La prosecuzione dei trattamenti non sarebbe stata legittima"

Il Tribunale di Udine ha messo la parola fine alle indagini per omicidio volontario sulla morte di Eluana Englaro, che vedevano come indagati il parde della donna, Beppino Englaro, e altre 13 persone. Il Gip di Udine, Paolo Milocco, ha emesso oggi il decreto di archiviazione, accogliendo un’istanza presentata dalla Procura lo scorso 26 novembre, al termine di quasi un anno di indagini. Secondo il giudice per le indagini preliminari, “la prosecuzione dei trattamenti di sostegno vitale di Eluana Englaro non era legittima in quanto contrastante con la volontà espressa dai legali rappresentanti della paziente, nel ricorrere dei presupposti in cui tale volontà può essere espressa per conto dell’incapace”. In altre parole, chi ha deciso di “sospendere il trattamento e rimuovere i mezzi attraverso cui veniva protratto” lo ha fatto “in presenza di una causa di giustificazione, quella prevista dall’articolo 51 del Codice Penale”, e ha dunque agito nel pieno rispetto delle leggi.

“Per uno che ha sempre agito nella legalità e nelle trasparenza non poteva esserci altra conclusione”, ha detto Beppino Englaro in riferimento alla decisione del Gip di Udine. “Io sono sempre stato tranquillo, se si può usare questo termine considerando la tragedia che ho vissuto”, ha aggiunto il papà di Eluana. “Ho sempre detto che agivo e avrei agito solo nella legge e nella giustizia, e questo mi è stato riconosciuto”.

L’inchiesta era stata aperta dalla Procura di Udine dopo la morte di Eluana, avvenuta il 9 febbraio scorso nella clinica La Quiete di Udine dopo 17 anni di stato vegetativo persistente. Alla donna erano state interrotte la nutrizione e l’idratazione secondo il protocollo definito sulla base del decreto della Corte d’Appello di Milano.

Nell’inchiesta erano stati sottoposti a indagini, oltre al padre di Eluana, l’anestesista Amato De Monte, capo dell’equipe medica che attuò il protocollo, e altre 12 persone. Nei riguardi di Beppino Englaro era stato ipotizzato il reato di omicidio volontario e per gli altri quello di concorso in omicidio volontario aggravato.

La Procura della Repubblica aveva chiesto l’archiviazione dopo il deposito, il 16 novembre scorso, di una perizia sull’encefalo di Eluana eseguita dai neurologi Fabrizio Tagliavini di Milano e Raffaele De Caro di Padova, in cui si spiegava che la situazione del cervello di Eluana “era coerente con lo stato vegetativo persistente” in cui la donna si trovava dopo l’incidente automobilistico avuto nel 1992 e che “i danni neuropatologici osservati erano anatomicamente irreversibili”.

Nel decreto di archiviazione, sette pagine in tutto, il Gip Milocco ricostruisce la complessa e lunga storia di Eluana, ricordando i pronunciamenti e le vicende giudiziarie fino ad arrivare a quello che definisce il “caotico diluvio di ‘sollecitazioni'” che sono state inviate alla magistratura dopo la morte della donna e che “hanno trovato sede unitaria” nel fascicolo aperto dalla Procura della Repubblica di Udine, archiviato oggi.
da Repubblica.it

Bersani: "Sulla giustizia il governo va avanti a testa bassa. Così a rischio le riforme"

Il segretario PD: “No ai giochi di parole del partito dell’amore”. Finocchiaro: “Sul processo breve stanno esagerando, si torni in Commissione”. Alla Camera il PD presenta emendamento soppressivo del legittimo impedimento. “Sarebbe questa la prima mossa del “partito dell’amore”? Andando avanti a testa bassa sui suoi provvedimenti il governo sa bene che mette a repentaglio una discussione di sistema sulle riforme istituzionali, ivi compreso il rapporto tra Parlamento e magistratura”.

Lo dichiara Pier Luigi Bersani, segretario del Partito democratico nel lunedì che alla vigilia della riapertura dei lavori parlamentari caratterizzatasi per il vertice di maggioranza a Palazzo Grazioli sulla giustizia.Bersani prosegue: “Non bastano i giochi di parole o le finte benevolenze verso l’opposizione a nascondere la realtà dei fatti. La nostra disponibilità è quella dichiarata più volte: si sospendano i provvedimenti che governo e maggioranza hanno annunciato e si discuta subito dell’ammodernamento del nostro sistema”.

Bersani si riferisce all’agenda della riunione con l’immunità per tutti i parlamentari, la riforma costituzionale della giustizia, tempi certi per i processi e il legittimo impedimento che il PDL rivendica come diritto di governare, tanto che Silvio Berlusconi è convinto siano leggi ‘ad libertatem’ !! Un gioco di parole coniato dal premier replicando a Bersani, che chiede da settimane al centrodestra di non fare leggi ‘ad personam’ dicendo: “Non voglio più parlare di queste cose, mi indigno quando sento queste cose”. Frasi che non sono altro che la palese dimostrazione che la maggioranza non è interessata ai veri problemi della giustizia, ma solo ai problemi suoi.

Gli emendamenti PD al ddl sul legittimo impedimento.
Dopo la conta degli emendamenti presentati al ddl sul legittimo impedimento all’esame della commissione Giustizia della Camera – 170 in tutto -, il Pd ha presentato una settantina di richieste di modifica del testo base. Uno, in particolare, è interamente soppressivo dell’articolato che istituzionalizza l’impossibilità a comparire in udienza, per premier e ministri, per motivi legati all’incarico e alla funzione di governo. L’annuncio è di Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in commissione Giustizia alla Camera, dove da domani riparte l’iter del provvedimento.

Il Pd contrario: equivale a immunità. “Il PD é contrario a quella proposta – ha spiegato la Ferranti -perché trasforma il legittimo impedimento in un’immunità mascherata che, di rinvio in rinvio, diventa permanente. Sarebbe una palese violazione del principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge che, tra l’altro non sarebbe adottata con legge costituzionale. E anche la previsione che si tratterebbe di legge transitoria destinata a essere modificata da una successiva, apposita legge costituzionale, è priva di qualsiasi valenza giuridica”. La linea del Pd, ha spiegato Ferranti “é quella di abrogare il testo con un emendamento interamente soppressivo e con altri emendamenti soppressivi dei singoli commi dei due unici articoli. Se la proposta non passa proponiamo, in via subordinata, altre modifiche per limitare i danni, tra cui una che evita l’automatismo della sospensione dei processi lasciando la valutazione ai giudici e norme per tutelare le altre parti del processo. Ad esempio che entro due mesi, l’esponente del governo che presenta istanza di legittimo impedimento indichi delle date alternative vincolanti per comparire in udienza. Infine vogliamo l’abolizione della retroattività dell’applicazione della norma ai processi in corso. Per noi – conclude Ferranti – quella sul legittimo impedimento non è una norma necessaria, la legge esiste già”.

Processo breve, altro che confronto… Ora stanno davvero esagerando, e questo sarebbe il confronto?” si chiede Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato. Ce l’ha con l’annuncio di un emendamento ( o un maxi-emendamento?) della maggioranza sul processo breve. Norma alla quale il PD è sin dall’inizio contrario e di cui ancora non è disponibile il testo! Ma la maggioranza ha già deciso che tutto verrà approvato in tempi brevissimi. “Alla faccia del dibattito parlamentare! Ancora una volta la maggioranza usa il Parlamento come luogo di ratifica di decisioni altrove assunte: nessuna apertura al confronto in Commissione e poi la presentazione, nel corso del dibattito d’Aula, di un emendamento, deciso in un vertice a Palazzo Grazioli, per fronteggiare, immaginiamo, i molti vizi e i troppi rischi del testo sul processo breve che hanno suscitato moltissime critiche”. Addirittura quelle degli avvocati penalisti. “E questo mentre, con grande enfasi, il ministro della Giustizia annuncia che andranno avanti, contemporaneamente, sul legittimo impedimento, sul lodo Alfano costituzionalizzato e su una riforma costituzionale della giustizia che sarà approvata – annuncia lo stesso ministro – in tempi rapidi. Cioè? Mi sembra che il confronto non sia una parola molto ben praticata dalla maggioranza. Per quanto ci riguarda – conclude la senatrice – i tempi di discussione del processo breve non saranno quelli previsti”. Si punta allo slittamento chiedendo il ritorno del testo in Commissione, per avere la possibilità di esaminare l’emendamento, i suoi effetti, l’impatto suoi processi pendenti e più complessivamente sul lavoro giudiziario.
www.partitodemocratico.it

Alitalia: un anno dopo

Ad un anno esatto dalla nascita della Cai, la nuova Alitalia, Pier Luigi Bersani ha incontrato i lavoratori della Sea per discutere del futuro dell’aeroporto di Malpensa e di tutto il suo indotto, dopo che, nonostante tutte le promesse, Alitalia ha dismesso la maggior parte dei voli. Il leader del Pd ha risposto anche alle domande dei cronisti a seguito delle nuove dichiarazioni spot di Berlusconi sulle riforme istituzionali e del fisco.

Alitalia. “Sono stati spesi tre miliardi in più con il risultato di avere meno servizi. Noi facciamo gli auguri ad Alitalia perché abbia buoni conti però mi chiedo anche quali riverberi positivi sui servizi siano venuti da questa operazione”.

“Di certo – ha proseguito il segretario del Pd – c’è il disastro dei conti dell’azienda Italia. Sono stati spesi tre miliardi in più rispetto all’ipotesi di Air France che fu osteggiata da Berlusconi e dalla Lega. Tutto questo sarà pagato dai contribuenti e dagli azionisti”.

A noi restano solo le ceneri perché “di questi tre miliardi di euro 300 milioni furono addirittura presi dai fondi per le piccole e medie imprese. Allora Air France capitalizzava cinque miliardi di euro, con 500 milioni avremmo potuto partecipare con il 10% alla più grande compagnia aerea del mondo. Lo stato francese ha il 16% e noi avremmo potuto sedere al tavolo della compagnia più grande del mondo”.

“Abbiamo speso tre miliardi per avere più servizi, più occupazione, e uno sviluppo di Malpensa? No, abbiamo solo cose in meno. Non ci vengano a dire che gli asini volano e non lo devono dire neppure agli italiani”.

Meno tasse per tutti? Per Pierluigi Bersani, il Pd è pronto a discutere di fisco con il Governo che deve però cessare la politica degli annunci. “Quale riforma fiscale? Passano da un annuncio all’altro. Due mesi fa si abolisce l’Irap, adesso si
riprende la proposta di 16 anni fa su due aliquote. Che cosa vuol dire due aliquote? Quali sono i tetti e le detrazioni? Questo governo ci fa correre dietro a delle palle perse”.

“Vogliano discutere di fisco? – ha proseguito – pronti a farlo domani mattina. Discutiamo sulle detrazioni Irpef per il lavoro e le famiglie, sul superamento degli studi di settore, sugli equilibri tra imposte sul lavoro e rendite finanziarie, sulla lotta al nero e all’evasione. Su questi punti siamo pronti anche domani mattina”.

Elezioni reginali e primarie. “Le primarie non sono un vincolo ma un’opportunità”. Così il segretario del Pd ha risposto alle domande dei giornalisti in merito alla scelta dei candidati per le prossime elezioni regionali. “Decideranno – ha ribadito Bersani – le assemblee regionali del partito se, come e dove farle. Adesso dobbiamo privilegiare la messa in campo di candidati forti. Abbiamo buone occasioni e dobbiamo coglierle”.

“Il partito non è un notaio – ha continuato il leader del Pd – che stila solo il regolamento delle primarie. Penso che nelle situazioni dove la destra è già in campo debba essere privilegiata l’immediatezza e l’efficienza della scelta”. Sulla scelta del candidato nel Lazio “ho detto che la Bonino è una fuoriclasse, fuori dagli stereotipi e non deve essere imbrigliata. Si è capito come la penso, ovviamente nel rispetto delle scelte degli organi del partito. Per quanto riguarda la Puglia, il tema non è l’esclusione di questo o quel candidato ma le opportunità per un ampliamento dello schieramento”.

“Le candidature – ha concluso Bersani – dovranno essere presentate il 20 febbraio e in otto o nove regioni siamo già a buon punto sia nella definizione della coalizione sia nella scelta dei candidati. Ricordo che sono le assemblee regionali che devono decidere perchè noi siamo l’unico partito federalista. Gli altri decidono uno in una villa oppure in due o tre persone. Noi abbiamo un partito con delle assemblee”.

Riforme istituzionali. Bersani ha voluto ribadire che le riforme sono sì importanti ma che non rientrano nelle priorità che coinvolgono direttamente i cittadini. “Non siamo per il tanto peggio tanto meglio ma Berlusconi deve sapere che non decide lui quando si fa l’amore e quando si litiga. Se in Parlamento viene invaso da quello che ho definito uno tsunami con iniziative che, pur avendo l’apparenza della generalità, hanno l’urgenza della soluzione del problema di uno noi, non siamo disposti perchè pensiamo che questa cosa possa pregiudicare un discorso di sistema, per l’Italia e per tutti gli italiani”.

“Noi – ha aggiunto Bersani – siamo pronti a discutere sulle riforme istituzionali e a portare avanti un discorso di sistema in grado di rileggere i rapporti tra governo, Parlamento e magistratura. Ma è importante ricordare che le priorità dell’agenda politica devono essere maggiormente connesse alle esigenze degli italiani. Non possiamo parlare solo di riforme istituzionali, dobbiamo fare come fanno negli Stati Uniti dove si discute di riforma sanitaria o in Germania, in Spagna e in Inghilterra dove si discute di fisco e di lavoro. Mentre altrove si discute di crisi e di lavoro, noi cosa facciamo? Discutiamo di processo breve?”.

Sui temi del fisco, del lavoro e dell’immigrazione il Pd ha già fatto delle proposte. “Berlusconi non pretenderà che noi facciamo le proposte, loro se ne fregano e noi applaudiamo. La buona educazione esiste ma la sudditanza no”.
A.Dra
www.partitodemocratico.it

A picco consumi e investimenti delle famiglie

Dati Istat. La risposta alla recessione. Negli ultimi 4 trimestri, i nuclei familiari riducono consumi (-1,5%) e investimenti (-0,8%) più di quanto scenda il reddito reale (-1,6%).
Prosegue anche la flessione del tasso di investimento delle famiglie. Per resistere alla buriana, le famiglie italiane si sono “chiuse a riccio”. I consumi e gli investimenti dei nuclei familiari della penisola, infatti, si sono contratti più di quanto consentiva loro il reddito disponibile, mentre nel periodo clou della recessione economica è aumentata la propensione al risparmio.
E’ questo l quadro che emerge dai dati diffusi oggi (11 gennaio) dall’Istat, che ha preso a riferimento i quattro trimestri che terminano con il terzo trimestre 2009 (ovvero ottobre 2008-settembre 2009). Si tratta di un dato nuovo, che viene infatti diffuso solo per la seconda volta. Il periodo considerato e’ quello più duro per gli italiani, quello in cui maggiormente si e’ sentita la crisi economica in Italia e, in effetti, si sottolinea un calo in dodici mesi del reddito nominali (-1%) e del reddito reale (-1,6%).

Nei bilanci delle famiglie, però, i consumi e gli investimenti risultano, su base tendenziale, maggiormente diminuiti rispetto al reddito: -1,5% i consumi e -0,8% gli investimenti. Su base congiunturale la spesa si è ridotta dello 0,6% e gli investimenti del 2,9%. La paura del futuro ha invece portato le famiglie ad aumentare i risparmi dello 0,2% su base congiunturale e dello 0,4% su base tendenziale.

A proseguire, inoltre, è anche la flessione del tasso di investimento delle famiglie. Questo dato è definito dal rapporto tra gli investimenti fissi lordi delle famiglie, che comprendono gli acquisti di abitazioni e gli investimenti strumentali delle piccole imprese classificate nel settore e il loro reddito disponibile lordo. Ebbene, nel terzo trimestre 2009, si e’ attestato al 9%, 0,3 punti percentuali in meno rispetto al trimestre precedente, risentendo di una riduzione degli investimenti (-2,9%) molto superiore a quella del reddito disponibile (-0,4%). Rispetto allo stesso periodo del 2008, concludono i ricercatori dell’Istat, il tasso di investimento delle famiglie si e’ ridotto di 0,8 punti percentuali.
da Rassegna.it

Beni culturali. Pd, Bondi spieghi l'esorbitante compenso a Resca

Commissariamento Brera senza nessun progetto. “Il ministro Bondi chiarisca in Parlamento quale sia il progetto per il museo di Brera e le motivazioni del commissariamento che hanno portato alla nomina di Mario Resca a commissario. Il ministro risponda quanto prima alla nostra interrogazione in merito a questi fatti e dica la verità sull’esorbitante compenso extra emolumento di 2,5 milioni di euro stabilito per il commissario Resca che è immorale”. Lo hanno detto Emilia De Biasi, deputata Pd in commissione Cultura e segretario di presidenza della Camera, e Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura.
“Sando Bondi – proseguono le deputate Pd – è il ministro che accetta senza battere ciglio lo svuotamento dei fondi del Fus, che dà dell’accattone agli artisti e che taglia i finanziamenti alla tutela del paesaggio. Poi però non lesina nei commissariamenti delle principali sovrintendenze del Paese con nomine finalizzate al controllo e prive di progetto. Ci chiediamo con amarezza se sia questa la strada per valorizzare il patrimonio di beni culturali del Paese che, gli ricordiamo, rappresenta più della metà del patrimonio culturale mondiale”.

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Brera, lo stipendio d’oro di Resca. “Guadagnerà due milioni e mezzo”, di Davide Carlucci
Nel decreto firmato da Berlusconi al supermanager, che già percepisce 160mila euro all’anno come direttore generale del ministero dei Beni culturali, è attribuita una retribuzione “pari a quella del direttore dei lavori”. L’ex numero uno di McDonald´s Italia: “Compenso non competitivo per uno come come me”
di Davide Carlucci

Mario RescaTroppi soldi per Mario Resca commissario della Grande Brera. A gridare allo scandalo è Gianfranco Cerasoli, della Uil: «L´operazione commissariale porterà ad attribuire a Resca un compenso che si aggira intorno ai 2,5 milioni di euro». L´ex numero uno di McDonald´s Italia si difende: «Il compenso non è affatto competitivo con quello previsto per un uomo di impresa come me». E mentre il sindacato annuncia lo stato d´agitazione, i due fronti che a Milano si contrappongono sul futuro di Brera si dividono anche su questa polemica. «C´è bisogno di un commissario?», si chiede Gastone Mariani, direttore dell´Accademia.

Sandrina Bandera, la soprintendente da cui dipende la Pinacoteca, augura invece «buonissima fortuna» a Resca. E non ritiene affatto scandaloso il suo compenso: «È commisurato al lavoro eccezionale, dal punto di vista amministrativo, politico, sociale e di immagine, che ha di fronte a sé». Nel decreto firmato dal presidente del consiglio Berlusconi e pubblicato in Gazzetta ufficiale al supermanager, che già percepisce 160mila euro all´anno come direttore generale del ministero dei Beni culturali, è attribuita una retribuzione «pari a quella spettante al direttore dei lavori».

Di norma questa figura percepisce il 5 per cento del totale dei lavori, e la sistemazione della Pinacoteca in un nuovo polo museale, con il trasferimento dell´Accademia nella caserma di via Mascheroni, costerà, si prevede, almeno 50 milioni. Di qui il calcolo della Uil, giudicato «scandaloso», anzi «una vergogna» nel momento in cui il ministero dei Beni culturali taglia 1,5 miliardi di risorse. Per Resca, «il problema non è quanto prende il commissario ma perché si è dovuto commissariare: in quarant´anni non si è riusciti a realizzare la “Grande Brera” e ancora oggi fa 300mila visitatori l´anno quando invece musei nel mondo ne fanno da un milione in su.

Brera è uno dei luoghi a cui il ministro Bondi voleva dare una nuova sistemazione. Io sono stato chiamato a un incarico e ho obbedito». Dovrà fare una grande opera di diplomazia: Mariani non ha nessuna intenzione di mollare, traslocando in via Mascheroni: «Noi vogliamo restare in Brera: senza l´accademia muore. Se c´è volontà politica, gli spazi si trovano». Lancia, però, segnali di apertura: «Ho avuto modo d´incontrare Resca già due volte, è una persona squisita: se interessano i nostri spazi, parliamone, è dal ‘ 63 che si parla di traslochi. Anche se siamo i primi a essere entrati in quel palazzo, noi non siamo arroccati. Ma la caserma non può essere la soluzione. Si dice che disponga di 7.000 metri, ma solo 3.500 sono calpestabili. E sono per lo più uffici le cui pareti non possono essere demolite. Vogliamo mettere lì tremila iscritti, mille dei quali stranieri, di una delle accademie più famose al mondo?».

Sprizza entusiasmo, invece, la soprintendente Bandera. «Mi auguro di collaborare con Resca per il rilancio della Pinacoteca». La sua parte la farà, quest´anno, con la convenzione che sta per firmare con il Louvre: «Da settembre avviamo una serie importante di prestiti di opere di Leonardo e di Raffaello». Si parla, per esempio, della leonardesca Vergine delle rocce, ma lei non vuole confermare. Chi invece proprio non manda giù il supercompenso a Resca sono gli studenti, che oggi si riuniranno per la prima assemblea dell´anno: «È un´assurdità che il commissario debba prendere così tanti soldi – dice Fabio Bertozzi, della Consulta – E sui progetti dovrebbero essere consultati anche gli studenti».
La Repubblica 11.01.10

"Licei e istituti tecnici: in 500mila pronti alla riforma", di Luigi Illiano e Giovanni Scaminaci

La riforma della scuola secondaria è una corsa contro il tempo, ma il ministro Mariastella Gelmini ha più volte garantito che tutto andrà come previsto: da settembre debutteranno i nuovi licei, insieme con il riordino degli istituti tecnici e di quelli professionali. Intanto, sarà rinviato di un mese – a fine marzo – il termine per le iscrizioni. Sono le ultime rassicurazioni di Viale Trastevere, anche se manca ancora l’ufficialità. Condizione che non sta risparmiando a famiglie e studenti, incertezza sulla scelta dell’indirizzo di studi superiori.
La settimana appena iniziata dovrebbe però essere decisiva. Nei prossimi giorni arriveranno, infatti, gli ultimi pareri necessari prima dell’ok definitivo del governo alla riforma. Si dovrebbero esprimere, nell’ordine, consiglio di Stato e commissioni parlamentari. Secondo indiscrezioni, e salvo sorprese dell’ultima ora, i pareri (non vincolanti) saranno positivi ma conterranno molti paletti, a cominciare dalla richiesta di avviare il nuovo “sistema” coinvolgendo solo le classi prime.
Toccherà poi al consiglio dei ministri il varo definitivo – sicuramente entro questo mese -, seguito dalla firma del capo dello Stato, la registrazione della Corte dei conti e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale: dal sì del governo scatterà una campagna di informazione rivolta alle famiglie e ai ragazzi che dovranno scegliere il percorso di studi.
Gli studenti che oggi frequentano la terza media sono dunque in attesa di sapere con certezza se le iscrizioni saranno rinviate sino a fine marzo. Il panorama dei nuovi percorsi di studi risulta molto più semplificato rispetto a quello attuale, perché verranno aboliti moltissimi indirizzi e tutte le sperimentazioni; alcuni subiranno modifiche, altri ancora saranno istituiti per la prima volta.

Le nuove leve
Qualche esempio sulle tante novità in arrivo: ci sarà un liceo scientifico tecnologico dove non è previsto lo studio del latino; il liceo delle scienze umane (ex magistrale) avrà un indirizzo giuridico economico, anch’esso senza latino; tra le new entry ci saranno il liceo linguistico statale e il liceo musicale e coreutico.
In tutti i corsi di studio ci sarà una riduzione dell’orario scolastico: 27 ore settimanali nel primo biennio del liceo classico, scientifico, linguistico e delle scienze umane; 32 ore nel liceo musicale e coreutico; 34 ore nei licei artistici, che prenderanno il posto degli attuali istituti d’arte; 32 ore settimanali negli istituti tecnici e professionali. Attualmente, grazie anche alle sperimentazioni, l’orario settimanale di quasi tutti gli indirizzi di studio oscilla fra le 32 e le 36 ore settimanali.
Inglese a tutto campo e in tutte le scuole per cinque anni e, nell’ultimo anno, apprendimento in inglese di una materia del corso di studi. Gli istituti, nelle prossime settimane, dovranno essere in grado di fornire ai ragazzi di terza media e alle loro famiglie le informazioni più dettagliate relative all’intero nuovo scenario del secondo ciclo.
Il restyling dovrebbe coinvolgere anche molti ragazzi che ora frequentano la scuola superiore. In particolare, lo schema di regolamento di riforma degli istituti professionali stabilisce che le novità si applicano da subito solo alle classi iniziali ma che, contestualmente, sarà ridotto l’orario delle lezioni delle classi seconde e terze, non coinvolte nella riforma. È però evidente che la riduzione del tempo-scuola comporterà il taglio orario di qualche disciplina, ancora da individuare, oppure l’eliminazione di qualche materia. Ma anche in questo caso non ci sono indicazioni precise.
Prime e seconde classi coinvolte da settembre, invece, secondo il regolamento degli istituti tecnici, ma la riduzione d’orario riguarderà anche le terze e persino le quarte. Anche qui sono tutte da inventare le modalità di passaggio al nuovo assetto: l’orario slim per alcune materie è tuttavia l’ipotesi più probabile.
Il regolamento di riordino dei licei, infine, prevede che vengano coinvolte nella riforma le prime e le seconde classi funzionanti nel 2010/2011, lasciando però immutati gli orari del triennio.

Chi è già iscritto
I cambiamenti che coinvolgeranno gli studenti che già frequentano le superiori avranno quasi sicuramente un impatto negativo sulla continuità didattica, anche se è impossibile allo stato delinearne la dimensione precisa, tanto più che sarà comunque diversa a seconda del tipo di scuola. Nelle ipotesi più semplici ci sarà la riduzione d’orario di qualche materia non ancora individuata; in altri casi ci sarà qualche materia nuova con relativo cambiamento dell’insegnante.
Va comunque sottolineato che in tutti i pareri acquisiti dal governo, oltre che nel dibattito che accompagna la riforma, è stato unanimamente chiesto di partire solo con le prime classi e di lasciar continuare tutte le altre secondo il vecchio ordinamento, per evitare il cambio di binario in corsa ai ragazzi che hanno già cominciato il percorso di studi. Al momento dell’approvazione definitiva della riforma da parte del consiglio dei ministri si saprà se la richiesta verrà accolta, anche su tutti i segnali dal Miur vanno già in questa direzione. Tenendo presente che limitarsi a far esordire il riordino soltanto nelle prime classi – misura del tutto ragionevole sul piano dell’impatto didattico e organizzativo – significherebbe, per il governo, rinunciare ai risparmi attesi dalle riduzioni d’orario introdotte dalla riforma.
Gli insegnanti
Naturalmente l’impatto della riforma sarà forte sul fronte dei docenti. Il meccanismo di riordino della spesa è stato varato con la manovra triennale (legge 133) voluta nel 2008 dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. E prevede un taglio complessivo di 87.400 cattedre, da completare entro il 2011/2012. Per il prossimo anno scolastico, dunque, la sforbiciata sugli insegnanti toccherà quota 15.560 e nel 2011/2012 saranno tagliati 19.676 posti.
Coniugare i correttivi alla riforma delle superiori con le economie programmate si presenta comunque come un rompicapo non facile da risolvere.