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"Il dolore degli uomini", di Gian Antonio Stella

«Volevamo braccia, sono arrivati uomini», sospirò trent’anni fa lo scrittore svizzero Max Frisch spiegando perché troppi connazionali fossero così ostili agli immigrati italiani contro cui avevano scatenato tre referendum. Ostilità antica. Anche i nostri nonni furono portati in salvo come i neri di Rosarno. Le autorità furono costrette a organizzare dei treni speciali per sottrarli nel 1896 al pogrom razzista scatenato dai bravi cittadini di Zurigo. E altri gendarmi e altri treni avevano sottratto i nostri nonni, tre anni prima, ad Aigues Mortes, alla furia assassina dei francesi che accusavano i nostri, a stragrande maggioranza «padani», di rubare loro il lavoro.

L’abbiamo già vissuta questa storia, dall’altra parte. Basti ricordare, come fa Sandro Rinauro ne «Il cammino della speranza», che secondo il Ministero del Lavoro francese «alla fine del 1948 dei 15.000 italiani presenti nel dipartimento agricolo del Gers, ben il 95% era irregolare o clandestino». Come «irregolari» sono stati almeno quattro milioni di nostri emigrati. C’è chi dirà: erano altri tempi e andavano dove c’erano posto e lavoro per tutti! Falso. Perfino l’immenso Canada, spiega Eugenio Balzan sul «Corriere» nel 1901, era pieno di disoccupati e a migliaia i nostri «s’aggiravano in pieno inverno per Montréal stendendo le mani ai passanti». Tutto dimenticato, tutto rimosso. Basti leggere certi commenti, così ferocemente asettici, di questi giorni. «Chi non lavora, sciò!» Anche quelli che erano a Rosarno dopo aver perso per primi il lavoro nelle fabbriche del Nord consentendo un’elasticità altrimenti più complicata e cercano di sopravvivere in attesa della ripresa? Sciò! Anche quelli che fanno lavori che i nostri ragazzi si rifiutano di fare? Sciò! Anche quelli che lavorano in nero per un euro l’ora? Sciò!

Mai come stavolta è chiaro come l’abbinamento clandestino = spacciatore è spesso un’indecente forzatura. A parte il fatto che moltissimi a Rosarno avevano il permesso di soggiorno, c’è un solo spacciatore al mondo disposto a lavorare dall’alba alla notte per 18 euro, ad accatastarsi al gelo senza acqua e luce tra l’immondizia, a contendere gli avanzi ai topi? Dice il rapporto Onu 2009 che chi lascia l’Africa per tentare la sorte in Occidente vede in media «un incremento pari a 15 volte nel reddito » e «una diminuzione pari a 16 volte nella mortalità infantile» dei figli. Questo è il punto. Certo, non possiamo accogliere tutti. Ma proprio per questo, davanti al dolore di tanti uomini, ci vuole misura nell’usare le parole. Anche la parola «legalità». Tanto più che, ricordava ieri mattina «La Gazzetta del Sud», l’Inps scheda come «braccianti agricoli metà dei disoccupati della Piana». Un andazzo comune a tutto il Sud: 26 falsi braccianti agricoli smascherati nel 2008 in Veneto, 146 in Lombardia, 26 mila in Campania, 14 mila in Sicilia, 16 mila in Puglia, 10 mila in Calabria. Dove secondo i giudici antimafia buona parte delle false cooperative agricole che poi magari usano i neri in nero sono legate alla ’ndrangheta. Dio sa come il nostro Paese abbia bisogno di rispetto della legge: ma quali sono le priorità della tolleranza zero?
Il Corriere della Sera 11.01.10

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“E le arance marciscono”, di Roberto Giovannini
Chi vuole vedere dove e come sta maturando la prossima bomba sociale che – prima o poi – scoppierà nella Piana non ha che da andarsene un po’ in giro.
Lo spettacolo degli agrumeti è impressionante: filari su filari di alberi che letteralmente crollano sotto il peso delle arance mature che non sono state raccolte e presto marciranno a terra. O nel quartiere di Case Nuove, dove quasi tutte le basse e spoglie palazzine di cemento sono occupate da bulgari e romeni. «Neocomunitari» che non hanno bisogno del permesso di soggiorno, che se trovati in un campo o in un cantiere all’italiano che li impiega procurano solo una multa per lavoro nero, e non una denuncia per immigrazione clandestina. Un popolo che si moltiplica e la cui massiccia presenza comincia a creare tensioni.
Qualcuno pensa che saranno proprio bulgari e rumeni (insieme ad altri extracomunitari «bianchi», come albanesi, ucraini e moldavi) quelli che faranno la prossima campagna di raccolta agrumicola nella Piana al posto dei migranti africani scacciati. Ne sono convinti quasi tutti i rosarnesi. «La stagione prossima saranno sicuramente loro a farla – dice Gianfranco La Ruffa, un imprenditore agricolo – già quest’anno se ne sono visti tanti nei campi. Si inseriscono meglio, già quest’anno avevano tolto lavoro ai neri». La sostituzione di manodopera «nera» con quella dell’Est Europa era anticipata in una ricerca del 2005 del professor Andrea De Bonis, che oggi opera nell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, secondo cui però al Sud, specie per colture non finalizzate al mercato ma a incassare i sussidi comunitari, «servirà sempre e comunque una manodopera di riserva di africani, utile per tenere bassi i salari».
Francesco Cinato ha una modesta tabaccheria a Rosarno («mi hanno rapinato due volte, italiani, con tanto di mitra e pistole», racconta) e non sopporta che si parli di razzismo. Pure lui pensa che nei campi ci andranno i bulgari e i rumeni, finora soprattutto attivi in edilizia e (sostiene) nel caporalato, trasportando in furgone gli africani. Con Cinato facciamo un giro per il quartiere Case Nuove di Rosarno. E’ quasi interamente popolato di est europei, che non hanno voglia di rispondere alle domande dei giornalisti: li si vede scendere da tanti furgoni con targa «BG», molti sono andati a fare la spesa al discount MD aperto di domenica, che ora nonostante i prezzi stracciati dovrà fare i conti con la scomparsa della clientela africana. «All’inizio – spiega la nostra guida – c’erano solo gli uomini, si mettevano in otto in casa. Adesso molti hanno portato le famiglie, chi può si cerca un lavoro stabile o specializzato». Una manna per i proprietari delle case, da tempo sfitte, spesso in abbandono e cadenti: adesso incassano affitti da 200, 250 euro al mese che per i rosarnesi sono un bel reddito aggiuntivo (al nero, ovviamente).
Se non che i bulgari cominciano a creare diversi problemi. «Hanno costumi libertini», dice con pudore una signora, alludendo al comportamento di alcune delle nuove arrivate. Già molte che lavorano come badanti o colf hanno fatto breccia nel cuore (e nella solitudine) di tanti anziani rosarnesi, facendosi sposare, con un occhio all’assegno Inps di reversibilità. Ma tante di queste belle e aggressive est europee hanno «sfasciato famiglie», facendo innamorare di loro uomini sposati, che per loro hanno lasciato consorti e figli. Storie di cui tutti parlano, qui. Così come si parla di una banda di slavi dediti ai furti in casa.
Intanto, sugli alberi le splendide arance stanno già cominciando a marcire. Arance che nessuno raccoglierà, che cadranno a terra perché non rendono niente a chi le coltiva. Le meravigliose «Bionde di Calabria», le squisite «Novellino» perfette per la tavola, le succulente rossissime «Moro». Ai produttori danno 3, 4 centesimi al chilo, una miseria. Tantissimi hanno deciso di lasciarle sugli alberi accontentandosi del contributo per ettaro (800-1200 euro) dell’Unione Europea, evitando di sprecare soldi per pagare i migranti neri, che quest’anno sono venuti invano nella Piana a cercare giornate di lavoro, prima della pulizia etnica. Quest’anno negli agrumeti sono stati raccolti solo i clementini, che rendono 25 centesimi al chilo, e chiedono raccoglitori bravi, capaci di prendere bene i frutti con le foglie. Sotto Natale si cominciava con le arance; per adesso non le ha colte quasi nessuno. «Una volta chi aveva un aranceto era considerato benestante – spiega Mina Papasidero, il cui padre e fratello sono imprenditori agricoli – ormai sono due anni che ci si perde soltanto, e tanti vendono per poco i loro terreni. Un aranceto richiede tante spese, acqua, energia, fertilizzanti, e tanto lavoro specializzato in tutte le stagioni. Ma il prodotto non rende nulla. E’ brutto vedere frutti così belli cadere a terra e marcire. Ma in tanti hanno pensato così almeno di limitare le perdite. Noi, che faremo? Dobbiamo ancora pensarci».
Un altro agrumicoltore a poca distanza ha già deciso: «Giornalisti, le volete le arance? Prendetele, fatevene una cassa e portatele via».
La Stampa 11.01.10

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Ora tocca ai romeni. L’ordine delle ‘ndrine: “Via chi non ci serve”, di Gianluca Ursini
Non ci servite più. E adesso ve ne potete andare. Questo il messaggio che le ’ndrine hanno voluto dare ai braccianti»: ossia i meno docili, ma trattati in maniera più disumana. E che alla fine si sarebbero ribellati. Sergio Genco coordina la Cgil calabrese e sui motivi della «seconda rivolta» dei migranti di Rosarno ha idee chiare. Il mercato di arance e clementine è asfittico, i prezzi sono crollati, molti piccoli produttori lasceranno marcire i frutti sui rami pur di non affrontare i costi della manodopera alla raccolta, e i rosarnesi e le cosche infiltrate nel mediazione tra produttore e consumatore non volevano più la massa di lavoratori irregolari, oltre 1200, deportati tra sabato e domenica dai «lager» Rognetta, Opera sila e Colline di Rizziconi.

«I clementini? Per me sui rami possono marcire! Ma almeno non mi devo vedere tutti questi neri tra i piedi!»; il signor Giovinazzo abita in contrada Bosco, dove i braccianti inferociti della ex Opera Sila giovedì sera hanno dato alle fiamme la vettura della 31enne Antonella Bruzzese, picchiandola e intimidendo i suoi due figli di 10 e 2 anni,e scatenando così la più violenta delle ritorsioni rosarnesi di questi giorni.

Allo «Spartimento» il quadrivio tra Statale 18 e la poderale per il mega Inceneritore della Piana, per giorni gli abitanti del posto hanno atteso al passo con le mazze i migranti uscissero in fuga per vendicarsi. Ma molti di loro prima impiegavano gli immigrati nei loro «giardini», come i calabresi chiamano i fondi agricoli. Ma da un paio d’anni a questa parte, non più.
Da quando la politica agricola dell’unione europea è cambiata con l’ingresso di Romania e Bulgaria, mutando il sistema dei rimborsi per gli agrumeti. «All’agricoltore calabrese, come in tutto il Meridione, paradossalmente entrano più soldi in tasca a lasciare i frutti marcire,che a farli raccogliere dagli intermediari che li destinano alle industrie della trasformazione insucchi e marmellate – spiega Antonino Calogero, un sindacalista di Gioja Tauro che studia la filiera produttiva degli agrumi da decenni – i prezzi sono crollati a 6 centesimi al chilo per le arance». Più remunerative le clementine, i mandarini della Piana: ben 10 centesimi per chilo raccolto «sulla pianta».

L’associazione di categoria Coldiretti precisa che il prezzo delle arance dall’albero alla nostra tavola subisce una moltiplicazione del 474 percento. Cifre folli, e con un prezzo indicato dai rappresentanti degli agricoltori che non rispecchiano nemmeno i reali prezzi contrattati al mattino dai contadini con i capibastone che acquistano per le ’ndrine locali, padrone del settore. Per Coldiretti il prezzo delle arance è 27 centesimi al chilo per il frutto da tavola. I «purtualli» (per un calabrese) destinati al succo di frutta non vengono pagati più di 6 centesimi al chilo. «I rimborsi Ue con il nuovo sistema comunitario, garantiscono una resa maggiore per ettaro» spiega Calogero. prima si pagava l’agricoltore per i quintali prodotti dai fondi, certificati dalla Regione; ora i soldi vengono rifondati a seconda degli ettari di terra posseduti, e dichiara di aver coltivato; se lamenta invenduto si consola con gli euro di Bruxelles. Se consideriamo che anche pagando in nero i braccianti 20 euro algiorno, per cassetta di arance raccolte il costo di raccolta non scende sotto gli 8centesimi. Raccogliere è un gioco al ribasso.

Ecco perché i migranti di Rosarno erano diventati un peso. «Ai pochi che ancora volessero raccogliere i frutti, o i grandi possidenti che su tonnellate di prodotto raccolto, hanno ancora un utile, bastano e avanzano i rumeni, ucraini bulgari e maghrebini residenti in città, quasi tutti in case in affitto» – spiega Pino, un ex bracciante alla «Casa del popolo Valarioti», nel centro città. Era già così l’anno scorso; chi si fosse avventurato sulla statale 18 alle 6 del mattino con Gabriele Del Grande, il blogger di «Fortress Europe» e studioso della migrazione, avrebbe passato una mattinata insieme a ragazzi maliani, burkinabè e senegalesi che aspettavano invano agli angoli delle strade perché le porte dei furgoncini dei «capi neri» (come i migranti chiamavano i caporali del primo livello, gli sfruttatori extracomunitari, unici a poter trattare prezzi e disponibilità di giornata con i caporali calabresi) si aprissero per portarli a lavorare. Già nell’inverno 2009 i «neri» non erano più graditi dopo aver osato manifestare contro la ’ndrina per le strade rosarnesi nel dicembre 2008.
L’Unità 11.01.10

"Ius soli" cade il tabù, di Michele Ainis

La prima riforma degli Anni Dieci non ha il timbro della legge, né tantomeno della legge costituzionale. Viaggia su una vettura più dimessa, più modesta: la circolare ministeriale. Quella con cui il ministro Gelmini ha comunicato ai presidi che il tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi non riguarda tutti gli stranieri. Non riguarda, più in particolare, gli stranieri nati qui. Che dunque da oggi sono un po’ meno estranei alla terra su cui hanno spalancato il loro primo sguardo, o meglio sono diventati un po’ italiani. Una novità a ventiquattro carati: è la prima applicazione dello ius soli in un ordinamento che continua ad essere improntato allo ius sanguinis.

Rispetto al fatto nuovo, non è poi così importante interrogarsi sulle ragioni che lo hanno generato. Può darsi che un tetto rigido, senza compromessi né eccezioni, avrebbe svuotato troppe scuole, dato che i figli degli immigrati sono maggioranza in varie aree del Paese. Può darsi che una riforma per via legislativa s’infrangerebbe contro l’altolà di Bossi e della Lega, e quindi meglio scavalcare il Parlamento. O infine può darsi che in Italia le uniche riforme si facciano sottovoce: non abbiamo forse battezzato l’elezione diretta del presidente del Consiglio senza scomodare la Costituzione, limitandoci a cambiare la scheda elettorale?

Ma il fatto nuovo è figlio a propria volta della nuova società in cui siamo immersi mani e piedi. Nel 2007 gli stranieri iscritti nei registri anagrafici sono cresciuti di 460 mila unità, più dell’anno prima, e dell’anno prima ancora. Questi stranieri hanno dato alla luce 64 mila bambini, il 90% in più rispetto al 2001. E tutti loro – i padri e i figli – sono ormai 4 milioni, solo a contare gli immigrati regolari. Sennonché questi immigrati restano stranieri nella loro nuova Patria: nel 2005 gli abbiamo concesso 19.266 cittadinanze, un terzo rispetto alla Spagna, un decimo rispetto alla Germania, un grammo di polvere rispetto alle 154.827 cittadinanze elargite quello stesso anno dalla Francia.

Possiamo allora accompagnare con un viatico questa circolare? Il viatico è al contempo una speranza, quella d’abitare in un Paese dove le riforme siano proclamate a tutto tondo, senza sotterfugi normativi. Dove la legge del 1992 sulla cittadinanza venga corretta per adeguarla ai nuovi tempi: oggi servono 10 anni (ma in realtà non meno di 13), la proposta bipartisan Sarubbi-Granata (pendente dal 30 luglio in Parlamento, e sottoscritta da 50 deputati di ogni gruppo, a eccezione della Lega) dimezza questo termine. E trasforma inoltre la cittadinanza italiana in un diritto, anziché in una graziosa concessione delle autorità amministrative. Con un giuramento e con un esame d’italiano, perché non c’è diritto senza l’adempimento d’un dovere. Ma in un tempo certo e ragionevole, che diventa automatismo per i figli degli immigrati residenti da 5 anni. Non è buonismo: specialmente dopo i fatti di Rosarno, è un esercizio di realismo.

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Gelmini: «Gli stranieri nati in Italia esclusi dal tetto del 30% per classe», di ALESSANDRA MIGLIOZZI
Il tetto alle presenze di alunni stranieri in classe (30%) non riguarderà gli studenti che, pur avendo genitori non italiani, sono nati nel nostro paese. Ragazzini che, spesso, parlano l’italiano come se fosse la loro lingua madre. Lo ha precisato il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini intervenendo ieri a ”In mezz’ora”, il programma su Rai Tre di Lucia Annunziata. Critico il deputato del Pd Andrea Sarubbi, primo firmatario della proposta di legge bipartisan sulla riforma della cittadinanza: «Questo significa riconoscere di fatto che chi è nato da noi e frequenta le nostre scuole deve essere considerato italiano al pari dei propri compagni di classe, a prescindere dal colore della pelle o del suono esotico del proprio cognome».
In tv il ministro Gelmini ha offerto così un chiarimento a quanti avevano sollevato dubbi su quali bambini considerare davvero stranieri, visto che in molti usano correntemente ormai, oltre all’italiano, anche le inflessioni dialettali della città in cui vivono. I bambini immigrati tra i banchi quest’anno sono 628.937, di questi oltre 233mila, il 35%, sono nati da noi, si tratta delle cosiddette seconde generazioni. Secondo il rapporto sull’immigrazione Caritas/Migrantes la maggior parte dei migranti nati in Italia, il 73,3%, sono concentrati nella scuola dell’infanzia, il 45% va alla primaria. Sono invece 63mila circa (il 10%) i bambini arrivati in Italia quest’anno, lo zoccolo duro dell’apprendimento, quelli che non parlano la nostra lingua e che, dunque, dovranno essere coinvolti nel tetto introdotto dalla Gelmini. In tutto gli alunni di cui si dovrà tenere conto per applicare la norma saranno, dunque, circa 400mila. Almeno tenendo conto dei numeri attuali. Bisognerà poi vedere quante nuove iscrizioni ci saranno per il prossimo anno scolastico. Ogni anno ci sono, in media tra i 50 e i 60mila nuovi iscritti di origini non italiane. Il ministro ieri ha offerto anche altri chiarimenti rispetto alla circolare che introduce la “quota” massima di stranieri accettabili in ciascuna classe. «Cosa accadrà in quelle aule dove ci saranno domande in eccesso rispetto al tetto? Si dovranno negare le iscrizioni?», avevano domandato, a caldo, i presidi. Gli studenti stranieri in eccesso potranno essere trasferiti da un plesso scolastico all’altro. In pratica se una scuola, come ad esempio la Pisacane di Roma, dove le presenze di immigrati sfiorano il 90%, avrà numeri ingestibili potrà trovare un accordo con gli istituti vicini dello stesso grado per smistare gli alunni. Il Ministero sta pensando ad accordi da prendere con gli enti locali per gli spostamenti logistici che, comunque, «saranno brevi», al massimo da quartiere a quartiere. E non dovranno «pesare sulle famiglie». Il ruolo di Comuni, Province e Regioni sarà strategico, dunque, per gestire i casi più critici, che si riscontrano soprattutto in realtà come Roma, Milano, Prato. Il ministro, comunque, ha assicurato che la problematica riguarderà un numero ridotto di scuole. Al ministero hanno già fatto i conti: le istituzioni scolastiche con più del 30% di alunni stranieri sono 490, concentrate soprattutto al Nord. Per integrare gli alunni stranieri sono stati già stanziati 20 milioni di euro destinati alle classi d’inserimento.
Il Messaggero 11.01.10

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“Ma nelle classi lo ius soli c’è già di fatto”, intervista ad Andrea Sarubbi
Andrea Sarubbi, deputato del Pd e primo firmatario della legge bipartisan sulla riforma della cittadinanza di stranieri e problemi di immigrazione si occupa da tempo e del riconoscimento dell’italianità dei minori ha fatto una sua battaglia. Ieri dopo aver sentito la precisazione del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini a proposito del tetto per gli studenti stranieri nelle scuole è stato l’unico deputato dell’opposizione a mostrarsi entusiasta.

Forse c’era dell’ironia nel suo entusiasmo.

«Ma no, accolgo con vero piacere la conversione allo ius soli del ministro Gelmini. Escludere dal tetto del 30% gli studenti stranieri nati in Italia significa riconoscere di fatto che chi è nato da noi e frequenta le nostre scuole deve essere considerato italiano al pari dei propri compagni di classe, a prescindere dal colore della pelle o del suono esotico del proprio cognome».

Il ministero ne fa una questione didattica. Sostiene che chi conosce l’italiano non farà parte del tetto perché non creerà problemi in classe agli altri alunni.

«Il ministero prende atto che chi è nato in Italia è di una specie diversa. La questione didattica mi sembra marginale. Quello che conta è l’alfabetizzazione. Se si arriva in Italia a tre anni o si nasce qui, si imparerà l’italiano senza alcun problema a scuola. Ne conosco moltissimi di casi di bambini in grado di parlare un perfetto italiano e anche il dialetto pur essendo arrivati a tre-quattro-cinque anni ma avendo frequentato poi le scuole in Italia».

Le parole del ministro potranno diventare una base per successivi riconoscimenti?

«Le parole di un ministro non hanno mai costituito un precedente anche se in Italia a volte le dichiarazioni hanno più importanza delle leggi stesse. E’ chiaro che nel dibattito politico userò queste parole. E’ impossibile pensare che queste posizioni, per coerenza, non si rifletteranno nel dibattito sulla riforma della cittadinanza che avrà luogo alla riapertura dei lavori parlamentari. Come sosteniamo da tempo, e come dimostra anche la nota del ministero, lo ius soli esiste già di fatto nelle nostre scuole. Il Parlamento non può non prenderne atto».

Ma ci sono alcune scuole che hanno il 90% di immigrati. Secondo lei è un problema?

«Dipende dalle situazioni singole, non dalla cifra. Sono d’accordo sul fatto che si debba salvaguardare il diritto degli alunni italiani di studiare a scuola ma non penso che il tetto sia la risposta giusta. Anche perché non si sa che fine farebbero quelli che superano la soglia. E’ evidente che siamo di fronte a uno spot pubblicitario e che poi nella realtà ogni dirigente scolastico si regolerà per conto proprio appellandosi alla conoscenza più o meno adeguata dell’italiano da parte degli alunni stranieri della sua scuola».

La vicenda di Rosarno ha animato il dibattito politico e ora si vorrebbe tornare indietro rispetto al vostro progetto di riforma sulla cittadinanza.

«Il progetto di legge non si tocca, questo è evidente. La vicenda di Rosarno non ha nulla a che vedere con la cittadinanza, è un problema del tutto diverso. La maggioranza vorrebbe tornare ad esaminare la riforma in commissione. A noi sta anche bene questo passo indietro se serve a liberarci dalla pressione delle elezioni regionali. Sia chiaro però che dopo la legge dovrà essere discussa e approvata senza altri ritardi. E sia chiaro che la questione minori è voluta dall’opposizione ma che all’interno della maggioranza è un nervo scoperto. C’è una profonda spaccatura. Il Pdl dovrà dimostrare di essere un partito vero, e non subalterno della Lega».
La Stampa 11.01.10

Fisco: la proposta della CGIL

Entro marzo un bonus da 500 euro a persona, per sostenere i consumi. E successivamente il taglio dal 23% al 20% della prima aliquota fiscale, a tutto vantaggio delle fasce di reddito più deboli, dipendenti e pensionati in prima fila.
Sono due delle proposte contenute nel documento che la Cgil presenta lunedì all’attenzione di Silvio Berlusconi, dopo il suo annuncio di riforma fiscale e in vista di due sole aliquote. Una proposta – quella del presidente del Consiglio – che alla Cgil non piace e che il suo segretario confederale, Agostino Megale, ha già dichiarato di vedere come «propaganda»: l’obiettivo del sindacato di Corso d’Italia è quello di realizzare una riduzione delle tasse su redditi da lavoro e da pensione di 100 euro medi al mese per i prossimi tre anni. Se infatti il primo obiettivo è quello del bonus di 500 euro, successivamente si deve passare per il taglio della prima aliquota di tassazione e poi per l’armonizzazione della tassazione sulle rendite al 20% e per una nuova imposta sulle grandi ricchezze, ovvero sui patrimoni sopra gli 800mila euro. Senza dimenticare la lotta all’evasione, che secondo i calcoli del sindacato comporta una «tassà per i lavoratori quantificabile in 3mila euro l’anno».
La posizione della Cgil su lotta all’evasione e armonizzazione delle rendite (a esclusione dei titoli di Stato, come Bot e Btp) è condivisa anche da Cisl e Uil, che lo scorso 15 dicembre hanno consegnato direttamente nelle mani del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, un loro documento unitario sulle proposte per un percorso di riforma del fisco condiviso con le parti sociali. Fra i punti del testo, l’aumento della detrazione da lavoro dipendente e l’equiparazione della «no tax area» per i pensionati al livello di quella dei lavoratori dipendenti (8mila euro), oltre a un aumento delle detrazioni per pensioni. Come la Cgil si chiede la riduzione della prima aliquota dal 23% al 20%, ma anche si aggiunge anche il taglio della terza, dal 38% al 36 per cento. Accanto a queste misure di riduzione del carico fiscale si chiedono interventi a sostegno della famiglia, fra cui spicca il nuovo assegno per i figli, che accorperebbe le detrazioni annuali per i figli a carico e l’assegno al nucleo familiare. Fra le proposte, anche l’incentivazione del secondo livello di contrattazione, portando da 35mila a 40mila euro la soglia di reddito al di sotto della quale si applica l’agevolazione.
Il sole 24 Ore 11.01.10

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Tasse, la Cgil boccia la riforma “Poco ai poveri, troppo ai ricchi” , di Luisa Grion
Dalla Lega via libera a Tremonti Brunetta: dovremo alzare le imposte sui consumi

Non gli piacciono i tempi: la riforma fiscale rilanciata da Berlusconi vuol cambiare tutto dopo, per non cambiare nulla adesso. Ma non è d´accordo nemmeno sui numeri: due aliquote sono troppo poche perché non rispettano la progressività e anche le percentuali scelte non vanno bene. Guglielmo Epifani, leader della Cgil, boccia il piano del governo sul fisco. «E´ una mossa furba, propagandistica – commenta – fatta apposta per rimandare decisioni che dovrebbero essere prese subito. Si propone un progetto globale, che chiede tempi lunghi e approfondimenti, e si tralasciano interventi – come le detrazioni – che potrebbero invece dare sollievo immediato alle famiglie impoverite dalla crisi». Non solo: «Anche le due aliquote di cui si parla sono sbagliate perché la prima, quella al 23 per cento, è troppo alta, dovrebbe scendere al 20. E la seconda, quella del 33, è troppo bassa. Così facendo si promettono grandi risparmi ai redditi medio alti, ma si concede poco a chi ha entrate ridotte».
Insomma l´idea che la Cgil ha sul fisco è abbastanza diversa da quella prospettata dal premier e le proposte che proprio oggi il sindacato presenterà all´attenzione di Berlusconi poggiano su basi diverse: riduzione delle tasse per cento euro al mese per redditi da lavoro e pensionati e recupero dell´evasione. Il mix di interventi che porterebbe a questi obiettivi, nei piani della Cgil, fa base su una riforma Irpef che per il periodo 2010-2012 dovrebbe costare 19,8 miliardi. Dovrebbe comprendere la riduzione della prima aliquota dal 23 al 20 per cento – appunto – e della terza dal 38 al 36; un aumento delle detrazioni per i redditi da lavoro dipendente e da pensione per almeno 500 euro entro marzo; l´innalzamento e unificazione delle quote esenti. In più la tassazione delle rendite finanziarie al 20 per cento e una tassazione extra per grandi patrimoni (sopra gli 800 mila euro).
Ma se la Cgil la pensa in un altro modo, un netto «sì» alla riforma delle due aliquote è arrivata dalla Lega e dal ministro Maroni: «E´ una proposta che condividiamo – ha detto – in questa fase è giusta e può far ripartire l´economia». Via libera anche dal ministro Brunetta, che però è d´accordo con «la cautela di Tremonti» e guarda anche al bilancio: «la riforma si farà entro la fine della legislatura», ma la minore tassazione sui redditi, ha precisato, dovrà accompagnarsi ad una maggiore tassazione sui consumi. Maggioranza a parte, aperture sul piano del governo arrivano anche dalla nuova formazione di Rutelli, Alleanza per l´Italia. «La doppia aliquota, se accompagnata da adeguati meccanismi di esenzione e di deduzioni, può essere un sistema che va nella direzione giusta» ha detto Linda Lanzillotta. Quanto all´accusa mossa ieri da Bersani di puntare a un fisco utile ai ricchi, a rispondere è Della Vedova, deputato Pdl: «La riduzione delle aliquote marginali aumenta e non riduce il contributo percentuale dei ricchi al gettito – ha commentato – Limitarle a due e ridurre quella massima permette una guerra totale all´evasione».
La Repubblica 11.01.10

Buon compleanno

Care e cari amici,
il nostro sito ha recentemente compiuto 1 anno di vita ed è l’occasione per fare un primo bilancio. Le sue radici sono nell’esperienza precedente, nata nel corso della campagna elettorale del 2006. Da un anno a questa parte, il sito ha assunto una nuova veste, sia dal punto di vista grafico che da quello contenutistico, e nuovi obiettivi. In particolare, si è tentato di realizzare uno strumento per interagire con quanti sono interessati ai temi proposti sul sito e al dibattito politico nazionale e locale.
In questo lasso di tempo abbiamo ricevuto ben 97.600 contatti, riconducibili a circa 39 mila visitatori unici. È un dato lusinghiero e ci sprona a proseguire il nostro lavoro, che ci pare fornisca un servizio apprezzato da molti.
Certamente è utile a noi, perché attraverso il sito riusciamo a comunicare all’esterno, anche se solo molto parzialmente, l’attività del gruppo PD alla Camera dei deputati e a stimolare attraverso la nostra rassegna stampa giornaliera un dibattito tra i visitatori, dai quali riceviamo contributi anche di contenuto critico. Del resto eravamo consapevoli sin dall’inizio che, se si apre uno spazio di comunicazione, ci si mette in gioco e si deve essere disponibili al confronto. Noi, la politica, la intendiamo così. E non riusciamo a immaginare nulla di diverso, perché i nostri interlocutori sono in primo luogo i cittadini e non solo gli elettori..
Per molti il sito è diventato un contenitore di informazioni preziose; sono particolarmente seguite le notizie che riguardano la scuola, l’università e più in generale il sapere e la cultura. Nell’ultimo anno, la crisi ha spostato l’attenzione sui temi di carattere sociale ed economico, che sono diventati l’emergenza del Paese. Infine il dibattito politico, prevalentemente negli ultimi mesi, ha riguardato le proposte del PD, il suo congresso, il rapporto con la destra.
Entriamo dunque con questa esperienza nel secondo anno di vita. Cercheremo di fare meglio anche con il vostro aiuto, con i vostri consigli e con i vostri suggerimenti, per offrirvi un panorama più vasto di informazione e di dibattito politico.
Contiamo di avervi ancora con noi e di coinvolgere altri.
Di nuovo auguri per l’anno appena iniziato.
Manuela Ghizzoni e la Redazione

Fisco, dal governo solo chiacchiere

Pier Luigi Bersani boccia la riforma fiscale rilanciata da Silvio Berlusconi con due sole aliquote, annunciata a più riprese dal 1994. Il segretario del PD in un’intervista al TG1 ha ricordato come “fino a un mese fa eravamo sull’abolizione dell’Irap, sempre chiacchiere e mai un fatto. Comunque la proposta è sbagliata, troppi soldi verso i ricchi. Se vogliamo discutere di Irpef per lavoro e famiglie, di superamento degli studi di settore, lotta all’evasione, di rendita finanziaria si rechi in Parlamento, noi le nostre proposte ce le abbiamo”.
Al centro dell’intervista anche gli scontri di Rosarno, per i quali Bersani ha parlato di responsabilità della criminalità organizzata: “Punto uno: la violenza deve essere punita, non ha mai giustificazione. Punto due: se noi in Italia non abbiamo nessuno che voglia raccogliere arance e qualcuno raccoglie arance per noi, questo qualcuno è un essere umano. Bisogna che ce lo ricordiamo, il governo deve lavorare perché venga riconosciuto come essere umano, a meno che il governo stesso non voglia andare a raccogliere le arance”.

Nell’intervista si è toccato anche il tema giustizia e delle proposte in tema di immunità parlamentare.: “Dentro riforme di sistema si discute anche dei rapporti tra magistratura, governo e Parlamento. Berlusconi sospenda le sue leggi e si acconci a discutere di riforme per tutti”.

Regionali. Bonino? Una fuoriclasse.
Parlando delle amministrative di primavera il leader del PD ha annunciato la “dirittura d’arrivo positivamente e con alcune novità politiche su nove o dieci Regioni” E sulla candidatura di Emma Bonino alla presidenza della Regione Lazio ha detto: “Ho lavorato con lei, è una donna fuori dagli stereotipi. Per me Emma Bonino è una fuoriclasse. Avete capito come la penso”.
Sul fisco Berlusconi è il più grande parolaio da 15 anni come ha ricordato Stefano Fassina responsabile Economia e Lavoro della segreteria nazionale del PD. Dal 1994 Berlusconi ha fatto il Presidente del Consiglio per quasi 10 anni “continuando a promettere imminenti rivoluzioni fiscali. L’ultima volta a ottobre quando si è impegnato davanti all’assemblea di Confcommercio ad un primo intervento sull’Irap nella Finanziaria allora in corso di approvazione. Non è successo nulla, ma nella Finanziaria per il 2010 il Governo ha dato libertà alle Regioni di aumentare ulteriormente l’Irap in caso di deficit sanitario eccessivo! Oggi sostiene che sta studiando con Tremonti una riforma di tributaria. In altri termini – prevede Fassina – non si farà nulla neanche nel 2010. Se vuole veramente semplificare il sistema fiscale italiano ha un’opportunità’ subito a disposizione: accolga la proposta del Pd di abolire gli studi di settore. Sarebbe anche una risposta concreta, dopo tanta retorica sul dialogo”.

Intanto come nel nostro manifesto, le vecchie promesse di Berlusconi ingialliscono sui muri e l’unico taglio che vuole il premier sembra quello dei processi. Nell’agenda continuano ad esserci sempre i problemi suoi, mai i problemi nostri.

Ma. Lau
www.partitodemocratico.it

"Crollano le accuse a Del Turco", di Fabio Martini

Quel pomeriggio di metà luglio il Procuratore capo di Pescara Nicola Trifuoggi sembrò a tutti sinceramente convinto e convincente nel motivare la richiesta di arresto del presidente della Regione Abruzzo Ottaviano Del Turco, di assessori e funzionari della sua Giunta: «Stavano distruggendo la sanità in Abruzzo», gli indagati sono «schiacciati da una valanga di prove», è dimostrato il pagamento di tangenti, «una barca di soldi, circa 30 miliardi di vecchie lire».

Grande fu l’effetto di quel tintinnar di manette: l’immediato infarto della giunta di centrosinistra e cinque mesi più tardi la vittoria del centrodestra alle elezioni anticipate. Sull’inchiesta si spensero i riflettori: le parole di Trifuoggi sembravano preludere ad un processo così ben istruito da poter essere rapidamente archiviato. E invece dal giorno degli arresti – era il 14 luglio 2008 – la Procura si è avvalsa per due volte della facoltà di chiedere una proroga delle indagini. In un anno e mezzo sono state disposte circa un centinaio di rogatorie internazionali alla ricerca di conti esteri o di società off-shore. Ma non un soldo è stato trovato e il pilastro dell’accusa resta, essenzialmente, la parola del «collaboratore» Vincenzo Angelini, il patron delle cliniche abruzzesi che dopo aver goduto per anni di trasferimenti miliardari da parte della Regione, ad un certo punto raccontò ai magistrati di essersi stancato dei ricatti dei politici.

Ma nel frattempo dalle carte del processo sono spuntate alcune sorprese: la Procura – nel richiedere il rinvio a giudizio degli imputati per reati gravi come la concussione e l’assocazione per delinquere – contestualmente ha dovuto depositare gli atti via via acquisiti. E sono emersi tre rapporti – uno dei Carabinieri, uno della Guardia di Finanza e due della Banca d’Italia – che fino ad oggi non potevano essere conosciuti dalle parti e che sembrano andare in una direzione diversa da quella dell’accusa. In un rapporto riservato i Carabinieri avevano chiesto l’arresto di Angelini e di sua moglie e quanto alla giunta Del Turco si dimostrava che non aveva favorito le cliniche private, ma avviato invece un drastico taglio alle richieste illegittime del loro patron.

E così, dopo un anno e mezzo, da qualche giorno a Pescara il vento è girato. A cominciare dal Pd, che finora mai aveva difeso la “sua” Giunta. Per il capogruppo consiliare Marco Alessandrini, figlio di Emilio, il procuratore ucciso da Prima linea, «il rapporto dei Carabinieri offre un punto di vista diametralmente opposto a quello cristallizzato negli arresti» e persino il prudentissimo Franco Marini, oggi in un’intervista al “Centro”, esce allo scoperto: «Dai documenti oramai pubblici è inconfutabile come la giunta Del Turco abbia agito con coraggio rispetto ai costi della sanità privata e che l’accusa si basi soltanto sulle dichiarazioni di Angelini».

Il citatissimo rapporto dei Carabinieri del Nas documenta una serie di truffe ai danni della Regione consumate all’interno delle cliniche convenzionate di Angelini, reati così gravi da indurre l’Arma a consigliare la reclusione del patron. E’ importante la data del rapporto: 16 giugno 2008. Un mese più tardi infatti scattano gli arresti: non per Angelini però, ma per Del Turco e per i suoi collaboratori. Cosa è accaduto per invertire il destinatario delle manette? Ancora poche settimane prima Angelini aveva dichiarato ai magistrati di non aver mai dato un soldo ai politici e, anzi, di essere stato massacrato dalla giunta Del Turco.

Poi, intuìto forse che per lui l’aria si stava facendo pesante, ha cambiato versione. Ha detto la verità? Oppure è vero il contrario? Lo stabilirà il processo e in quella sede gli imputati faranno valere anche un altro dato emerso dal rapporto dei Carabinieri: negli anni tra il 2005 e il 2007 la giunta di centrosinistra aveva tagliato drasticamente i fondi destinati alle cliniche di Angelini, sospettate di una gestione troppo “allegra”, con una decurtazione di circa 43 milioni di euro, quadrupla rispetto ad analoghi tagli disposti dalla precedente giunta di centro destra. Tra gli atti depositati dalla Procura, ci sono anche due rapporti prodotti dalla Banca d’Italia (tra agosto e ottobre del 2008) e dalla Guardia di Finanza (settembre 2008) che segnalavano movimentazioni di denaro «sospette», estero su estero, in particolare una con la quale Angelini pescò, non si è capito da dove, 3 milioni di euro per pagare gli stipendi dei propri dipendenti.
La Stampa 09.10.01

"Calderoli, ministro della complicazione", di Sergio Rizzo

Dopo il decreto taglia-leggi si è dovuto fare il decreto salva-leggi. Dal Carroccio aveva giurato battaglia, Alberto Da Giussano-Calderoli, alla burocrazia del Barbarossa romano. Mulinando sopra la testa lo spadone da ministro della Semplificazione Normativa: «Taglierò 50 mila poltrone! 34 mila enti impropri! 39 mila leggi inutili!». Ma di poltrone, finora, manco una. Degli enti impropri, poi, non ne parliamo. Sulle prime Roberto Calderoli li aveva definiti minacciosamente nel suo Codice delle Autonomie addirittura «enti dannosi»: consorzi di bonifica, bacini imbriferi, comunità montane, difensori civici, tribunali delle acque, enti parco… Poi, dopo aver cancellato con un tratto di penna quel termine «dannosi» (troppo crudo?) la lista degli enti da abolire è stata alleggerita fino a svanire completamente. Come neve al sole. Qualche taglietto era rimasto nella manovra del 2010? Via anche quello. Secondo Italia Oggi l’abolizione dei difensori civici (ma solo quelli comunali) e delle circoscrizioni nei Comuni slitterà di un anno grazie a un emendamento al decreto milleproroghe, varato dal governo tre giorni dopo la Finanziaria. E slitterà anche la prevista riduzione delle poltrone delle giunte e dei consigli degli enti locali. Mentre anche gli enti pubblici non economici che dovevano finire sotto la mannaia del cosiddetto taglia-enti hanno ottenuto una scappatoia per la sopravvivenza: gli è stato sufficiente presentare un piano riordino prima del 31 ottobre 2009. E la semplificazione delle leggi? Almeno quella è andata in porto, come ha orgogliosamente rivendicato il Nostro («Calderoli, missione compiuta, via 39 mila leggi», titolava l’Ansa il 19 ottobre 2009)? Dipende che cosa si intende per semplificazione. Eliminare migliaia di leggi inutili perché «esauste», che cioè hanno esaurito la propria funzione e quindi non sono più concretamente vigenti, anche se formalmente continuano a essere in vigore, è un’operazione di per sé inutile. Anche la legge che le elimina può quindi essere considerata una legge inutile.

La prova? Siccome lo spadone del ministro era calato all’inizio anche su provvedimenti magari un po’ vecchiotti ma forse non proprio inutili, come la legge che ha abolito la pena di morte o quella che ha istituito la Corte dei conti, dopo il decreto taglia-leggi si è dovuto fare il decreto salva-leggi. Ben altro è semplificare. Significa scrivere norme chiare e comprensibili a tutti i cittadini. Come evidentemente sa bene anche Calderoli. Lui stesso ha voluto che in una legge approvata il 18 giugno dello scorso anno ci fosse un articolo intitolato: «Chiarezza dei testi normativi». Una norma draconiana, con la quale si stabilisce che quando si cambia o si sostituisce una legge, esercizio da noi piuttosto frequente, sia obbligatorio indicare «espressamente» che cosa viene cambiato o sostituito. E che quando in una legge c’è un «rinvio ad altre norme contenute in disposizioni legislative», si debba anche indicare «in forma integrale, o in forma sintetica e di chiara comprensione» il testo oppure «la materia alla quale le disposizioni fanno riferimento». Ma si afferma pure il principio che le disposizioni sulla chiarezza dei provvedimenti «non possono essere derogate, modificate o abrogate se non in modo esplicito». Ebbene, da quando queste norme sono state approvate, il governo del Semplificatore ha scritto leggi se possibile ancora più indecifrabili e complicate. L’ultima perla scintillante è il cosiddetto decreto milleproroghe.

Un comma a caso. Il numero 14 dell’articolo 1: «Al comma 14 dell’articolo 19 del decreto legislativo 17 settembre 2007, n. 164, le parole: “Fino all’entrata in vigore dei provvedimenti di cui all’articolo 18 bis del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e comunque non oltre il 31 dicembre 2009, la riserva di attività di cui all’articolo 18 del medesimo decreto” sono sostituite dalle seguenti: “Fino al 31 dicembre 2010, la riserva di attività di cui all’articolo 18 del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58…”». Che cosa vuol dire? Che fino a quando non sarà operativo l’Albo dei consulenti finanziari gestito dalla Consob, potrà fare il consulente finanziario soltanto chi già lo faceva alla data del 31 ottobre 2007. Un’altra norma a caso. Sempre articolo 1, comma 19: «All’articolo 3, comma 112, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 e successive modificazioni, le parole: “Per l’anno 2008” sono sostituite dalle seguenti: “Per l’anno 2010” e le parole “31 dicembre 2009” sono sostituite dalle seguenti: “31 dicembre 2010″». La traduzione? Il distacco di 21 dipendenti delle Poste presso la pubblica amministrazione viene prorogato di un altro anno. Se questo è il risultato, ministro Calderoli, non sarebbe stato meglio chiamare il suo dicastero in un altro modo? Magari «Ministero della Complicazione normativa»?
Il Corriere della Sera 10.01.10