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"Perché si riabilita Craxi", di Alessandro Gilioli

Si è sottratto alla giustizia. Voleva una riforma della Costituzione. E si considerava un perseguitato. Così, nel decennale della scomparsa, il fantasma di Bettino viene usato per gli interessi del Cavaliere. Il 19 gennaio prossimo, si sa, ricorre il decennale della morte di Bettino Craxi: ma, già nelle settimane precedenti l’anniversario, il fantasma del leader socialista ha iniziato a circolare parecchio nei palazzi della politica. Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha proposto di onorarne la memoria con una via o un parco. Una cerimonia si svolgerà al Senato, presenti le alte cariche dello Stato. Un’altra commemorazione si terrà a Hammamet, dove Craxi è scomparso. Il regista Marco Bellocchio ha annunciato un film su di lui. I figli Bobo e Stefania, seppur divisi da rancori personali e contrapposizioni poitiche (lui sta con il centrosinistra, lei con il Pdl) appaiono su giornali e in tivù a ricordare a tutti la “modernità” del pensiero “lib-lab” del padre.

Il giudizio su Craxi politico, naturalmente, dovrebbe appartenere ormai più agli storici che ai politici: ed è materia semiaccademica capire se, nell’esame complessivo, prevalgano gli aspetti positivi (come il tentativo di far uscire l’Italia dal dualismo delle grandi chiese Pci-Dc e lo sguardo aperto oltre le divisioni create dal Muro di Berlino) o quelli negativi (la riduzione di un grande partito a un comitato d’affari, l’illegalità come prassi diffusa a ogni livello, la politica ridotta a strumento di gestione del potere e del denaro).

Restano, tuttavia, alcune certezze non molto discutibili sul piano politico e fornite dalla cronaca di quei tempi: Bettino Craxi è morto latitante e non esule, con dieci anni di carcere comminati da sentenze definitive passate in giudicato (quindi con magistrati e corti diverse), mentre altri processi non sono giunti a termine, per l’imputato Craxi, proprio per la sua scomparsa.

Resta anche il fatto indubitabile che Bettino Craxi ha scelto di sottrarsi alla giustizia e di difendersi non nei processi ma dai processi, trascorrendo gli ultimi anni sotto la protezione di un dittatore golpista, il tunisino Ben Ali, amico da molti anni dell’ex leader socialista. E forse proprio questa scelta di Craxi – sottrarsi al suo giudice naturale autodefinendosi “perseguitato” dai magistrati – può fornire una tra le chiavi di lettura della sua rivalutazione attuale: la strategia, evidentemente, è molto simile a quella usata oggi da Berlusconi.

Se si riabilita Craxi, insomma, si legittima il diritto di un leader politico a difendersi non nei processi ma dai processi. E si stabilisce che un politico non possa essere biasimato – tutt’altro – se si rifiuta di accettare il suo giudice naturale come qualsiasi altro comune mortale.

Ma nell’attuale revisionismo storico su Bettino, a dieci anni dalla morte, c’è qualcosa di ancora più importante e attuale. E qui entra in ballo il Craxi “riformista”: quello che per primo, giunto a Palazzo Chigi, lamentava che il suo “decisionismo” fosse frenato dalla “eccessiva frammentazione dei poteri” stabilita dalla Costituzione, sicché in Italia bisognava fare una Grande Riforma in senso presidenzialista. Come si sa, il progetto di Craxi fu frenato dalla diffidenza dei due grandi partiti, Dc e Pci, e si trasformò alla fine, semplicemente, in un sistema di potere condiviso con i due più potenti esponenti democristiani dell’epoca, Andreotti e Forlani. Lo stesso Craxi, anni dopo, definì “un inutile abbaiare alla luna” quel suo disegno di revisione della Costituzione.

Oggi, tuttavia, esso torna utilissimo a Silvio Berlusconi e ai suoi, che hanno dichiarato il 2010 “l’anno delle riforme” e si apprestano a mettere le mani sulla Costituzione del 1948. Se questa era già vecchia nel 1984 – è il pensiero che viene fatto passare – figurarsi se non lo è un quarto di secolo dopo. E se Craxi non è riuscito nel suo progetto presidenzialista perchè allora c’erano la Dc e il Pci, adesso che questi ostacoli non ci sono più è il momento di passare dalle parole ai fatti.

Insomma, la beatificazione attuale di Bettino trascende di molto il complesso giudizio storico su quello che fu il politico, l’uomo e lo statista Craxi. Ed è un’arma in più, nella battaglia politica in corso, per sancire il diritto di Berlusconi a non farsi giudicare e per ribadire l’esigenza di riformare la Costituzione per dare a Berlusconi più poteri. E’ un’arma che viene usata senza freni sui giornali e sulle televisioni, proprio per la sua straordinaria utilità nel presente. Ed è un’arma contro la quale il Pd non riesce a contrappore nulla, intimidito dall’ipotesi che – solo a svelare lo spregiudicato uso politico fatto oggi di quel fantasma – si possa passare per il “partito dell’odio”
L’Espresso

Giuseppe Graviano: i segreti, le bugie e le trattative di "Madre Natura", di Nicola Biondo

A Giuseppe Graviano è sempre piaciuto mandare messaggi. Lo ha fatto nei modi consoni ad una capomafia: minacciando e blandendo. L’ultima sua apparizione pubblica dell’11 dicembre scorso al processo dell’Utri è emblematica: parlerà quando starà meglio. Nè una conferma nè una smentita a Gaspare Spatuzza che ha fatto i nomi di Berlusconi e dell’Utri come garanti di un patto con la mafia. Ma Giuseppe Graviano, condannato per le stragi del ‘92-’93, uscito da poco dall’isolamento, nell’estate del 2002 è stato tra i protagonisti di un fitto carteggio, forse di una vera e propria trattativa, che oggi secondo alcuni ha ripreso quota. Il 14 luglio 2002 Graviano scrive una lettera a Fifetto Cannella, anche lui al 41bis per le stragi. «Ma è più importante la Cappella Sistina o il museo Egizio di Torino?», chiede il boss. Cosa ha in mente
Madre natura? (Come viene chiamato dai picciotti a lui più fedeli). La risposta degli apparati di sicurezza è immediata: l’8 agosto, vengono rafforzate le misure di controllo in Vaticano.
In quella stessa estate del 2002 sono altre lettere a girare tra le carceri del 41 bis: i boss parlano di arte e sport, di Formula 1 e della squadra del Milan. Proprio i Graviano chiedono di avere una maglia della squadra milanese. Un rapporto dello Sco della Polizia interpreta questi segnali: al 41 bis qualcuno è in attesa di una risposta a precise richieste rivolte a uomini vicini al fronte berlusconiano, mentre la sigla utilizzata per Formula 1 – segnala lo Sco – appare identica a FI, Forza Italia e il riferimento al museo Egizio di Torino riguarderebbe il giudice torinese Caselli. Sono tutti frammenti di una lunga trattativa che ha come oggetto il 41 bis. Ad aprire il fronte di lotta era stato sempre nel 2002 Luchino Bagarella con una proclama minaccioso: «Siamo stanchi di essere usati come merce di scambio tra le varie forze
politiche», urla il capomafia. Qualcuno, secondo Bagarella, non ha mantenuto i patti. Ed i canali con la politica Cosa nostra in quel periodo ne ha tanti. Luigi Giuliano, camorrista, viene citato da esponenti radicali come esempio di vittima di trattamento disumano: diventato collaboratore di giustizia, Giuliano rivela che le sue malattie erano inventate e che esiste un piano per agganciare i politici, inviare messaggi e ricatti e ottenere un trattamento carcerario più favorevole. Evenienza che si era verificata quando nel luglio del 2002 una lettera firmata da 31 mafiosi, tra cui i Graviano, viene affidata al segretario dei radicali Capezzone; in essa si lanciavano avvertimenti agli avvocati difensori che diventati parlamentari, tutti nelle file del Polo, «ci hanno dimenticati».
La strategia di Cosa nostra viene analizzata dal Sisde che in un rapporto afferma che, «vista l’inefficacia delle proposte di «pacificazione», i capi di Cosa Nostra in carcere potrebbero aver deciso di reagire con gli strumenti criminali tradizionali colpendo obiettivi ritenuti paganti.
L’informativa fa due nomi di possibili obiettivi: Marcello Dell’Utri e Cesare Previti. Poi nel dicembre del 2002 il 41bis diventa legge e il governo Berlusconi ha buon gioco, ancora oggi, nel rivendicare questo successo. Ma è una vittoria di Pirro: due anni dopo la commissione antimafia segnala che il carcere duro per i mafiosi è un lontano ricordo.
E siamo ad oggi, a Giuseppe Graviano che al processo Dell’Utri dice: «Quando il mio stato di salute me lo permetterà , sarà mio dovere rispondere a tutte le domande che mi verranno poste». E alla luce della fine del suo isolamento carcerario, Madre natura potrebbe essere chiamato a testimoniare. Forse a spiegare il suo pensiero sulle stragi consegnato ai giudici fiorentini qualche mese fa: «Trovate i veri colpevoli. Si parla sempre di colletti bianchi, colletti grigi, colletti… e sono sempre innocenti questi… ve la faccio dire io da chi sa la verità». Una minaccia o una promessa?
L’Unita 03.01.10

“Cambiamo l’articolo 1 della costituzione!”. Anno nuovo, Brunetta vecchio. Alt dal PD

Prima intervista del 2009 per il ministro. Per lui repubblica democratica fondata sul lavoro non significa nulla! Migliavacca e Letta rispondono : “No. Dal centrodestra proposte confuse, maggioranza e governo si chiariscano”. Chiti: “La modifica della prima parte della Carta non è all’ordine del giorno. Stabilire che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla”. Intervistato da Libero il 2 gennaio 2009 il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ha cominciato l’anno con un’intervista che conferma la sobrietà del suo stile e la profondità delle sue affermazioni, mostrando di aver compreso a fondo il messaggio del Capo dello Stato di fine anno che invitava tutti a collaborare per riformare la seconda parte della Costituzione.

Sostiene Brunetta che la parte valoriale della Costituzione ignora “temi e concetti fondamentali, come quelli del mercato, della concorrenza e del merito, è figlia del clima del dopoguerra. Adesso siamo in un’altra Italia. Fermi restando i principi fondamentali, nei quali tutti ci riconosciamo, bisogna avere allora il coraggio di parlare anche della prima parte della Costituzione. E ritengo debbano essere rivisti pure gli articoli della Carta sui sindacati, i partiti, l’Europa”.

Il coordinatore della segreteria del Partito Democratico, Maurizio Migliavacca, letta l’intervista dirama una nota che si potrebbe sintetizzare in due parole: “Che confusione”. Spiega: “Ogni giorno ne sentiamo una diversa. Oggi è il ministro Brunetta a chiedere di modificare perfino la prima parte della Costituzione; altri esponenti del centrodestra non riconoscono la bozza Violante come base di discussione per le riforme istituzionali. Sinceramente non abbiamo ben capito quali siano, tra le miriadi di dichiarazioni che leggiamo giornalmente, le proposte reali e coerenti che vengono dal centrodestra. E’ ora di uscire dagli equivoci e dalle ambiguità. Tocca alla maggioranza fare una proposta se si vuole che alle buone parole sulle riforme seguano realmente i fatti. Fermo restando la contrarietà alle leggi ad personam”.

Anche il vicepresidente del Senato, Vannino Chiti, prova a chiedere lumi alla maggioranza: “L’uscita del ministro, l’ennesima da parte della maggioranza che dice cose diverse e spesso opposte, conferma la necessità di un chiarimento condiviso sugli obiettivi e le finalità che ci si propongono’’. E ribatte: ’La modifica della prima parte della Costituzione non e’ all’ordine del giorno. Non siamo disponibili. Anzi, le modifiche nella seconda parte – Prosegue Chiti – devono essere assolutamente coerenti con i principi guida della Costituzione. E questa e’ la ragione per cui non si può essere oggi d’accordo con l’elezione di un’Assemblea costituente. Se la linea della destra e’ quella di Brunetta il discorso sulle riforme diventa non possibile intesa ma sicuro scontro”.

Mentre il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, Paolo Bonaiuti, tenta di sminuire le parole del ministro parlando di troppa carne al fuoco (senza dire No al collega di governo), Enrico Letta, vicesegretario del Partito democratico, boccia Brunetta: “Noi siamo pronti ad una discussione costruttiva in Parlamento per riforme istituzionali condivise ed utili al paese. Sta però alla maggioranza dare messaggi chiari e non controversi. La linea proposta oggi da Brunetta non va in questa direzione e sembra, invece, piuttosto un modo per rendere tutto più complicato. Forse è meglio che il Governo e la maggioranza si chiariscano”. Anche perché l’anno è appena inziato e di tutto abbiamo bisogno ma non di nuove sparate di brunetta, tanto più sull’Italia democratica e fondata sul lavoro.

Ma.Lau.
www.partitodemocratico.it

"Berlusconi deve dare una risposta a Napolitano", di Eugenio Scalfari

Come tutti i discorsi chiari e complessi, quello indirizzato agli italiani la sera dell’ultimo giorno dell’anno dal presidente Napolitano è facile e al tempo stesso molto difficile da commentare. Ha parlato per poco più di venti minuti. Non ha tralasciato alcuno dei temi che interessano i cittadini. Tutti i cittadini, da lui esplicitamente nominati: gli uomini e le donne, i vecchi e i giovani, i lavoratori e gli imprenditori, i volontari, i militari, le forze di polizia, gli studenti, i docenti, i magistrati, i liberi professionisti, i residenti all’estero, gli immigrati. Insomma tutti, ma soprattutto i giovani, i lavoratori e il Mezzogiorno.

Queste sono dunque le priorità scelte da Napolitano e sulle quali egli ha richiamato l’attenzione della pubblica opinione; è stato lui stesso a dircelo con il suo messaggio alla nazione. Ma questa è soltanto la prima segnalazione che emerge dalle sue parole.

La seconda segnalazione emerge dall’ordine in cui sono disposti gli argomenti; ordine non casuale perché quel discorso è calibrato fin nelle virgole anche se è intriso di passione civica e intellettuale.
Al primo posto ci sono i temi del lavoro, della disoccupazione, la constatazione che molte sono le persone e le famiglie in grave e crescente disagio, il timore che questo disagio sia destinato ad aumentare nei prossimi mesi, la necessità che sia al più presto organizzata una rete completa di ammortizzatori sociali che ancora non c’è. Giovani, precari, abitanti del Sud e rispettive famiglie sono i soggetti più colpiti dalla crisi per i quali non sono ancora stati predisposti i necessari sostegni.

Il Presidente ha ricordato che questi moniti erano stati da lui formulati già nel discorso del 31 dicembre 2008. Da questo punto di vista si deve dunque registrare l’inadempimento del governo rispetto a necessità oggettive prevedibili e previste. Non siamo noi a dirlo, ma il messaggio presidenziale.

La terza segnalazione e il tono generale dell’intero messaggio si ispirano a speranza e fiducia. Non si tratta di formulazioni generiche ma di sentimenti solidamente motivati da Napolitano. Questo è un aspetto molto importante del suo messaggio perché tocca un tasto inconsueto: il Presidente riconosce e si compiace dell’attiva resistenza che gli italiani, la società italiana, i ceti che la compongono, hanno opposto alla crisi riuscendo ad attenuarne i devastanti effetti e dandosi carico dei disagi gravi che essa ha comunque prodotto.

Una resistenza attiva e condivisa: ha detto proprio così il Presidente, richiamando altri momenti della nostra storia repubblicana nei quali una resistenza analoga, quasi un istinto di sopravvivenza collettiva, spinse la nazione fuori dalla tempesta che ne stava mettendo in causa l’esistenza. Quali sono stati quei momenti? Tre soprattutto e Napolitano ne ha fatto cenno più volte nelle sue pubbliche (e private) esternazioni: la solidarietà degli italiani con le organizzazioni partigiane nel ’44-45; la fase della ricostruzione dell’economia dopo la catastrofe della guerra; la compattezza nazionale contro il terrorismo negli anni di piombo dal ’78 all’83.

Viene qui a proposito ricordare un sondaggio di pochi giorni fa, commissionato e pubblicato dal giornale “24 Ore”, con varie domande. Una di esse interrogava il “campione” sulla Costituzione: se era inadatta e superata o invece ancora viva nei valori e nei principi e quindi meritevole di essere sostenuta. La maggioranza in favore della seconda risposta è stata altissima, quasi il 90 per cento si è espresso in favore della Costituzione. Altissima e per certi versi imprevista.

Cito questo dato perché ci introduce ad un altro aspetto del messaggio presidenziale dell’altro ieri, che riguarda direttamente la questione delle riforme istituzionali e della situazione politica entro la quale il processo riformatore si colloca.
Il Presidente avrebbe potuto sfumare questo problema, farne cenno come memorandum e auspicarne la realizzazione. Invece è andato molto più oltre: ne ha indicato le condizioni di fattibilità. Non le sue condizioni perché il suo ruolo è quello di un testimone “informato dei fatti” e al tempo stesso titolare d’un potere di constatazione e di garanzia. Non dunque le sue condizioni ma quelle oggettive, in mancanza delle quali quelle riforme non potranno essere realizzate.

La prima condizione è che quelle riforme siano condivise da una maggioranza molto ampia. La seconda è che siano accantonati i pregiudizi. La terza è il rispetto delle procedure fissate dalla Costituzione stessa. La quarta è che, per quanto riguarda le riforme istituzionali, esse si limitino alla seconda parte e non alla prima della nostra Carta che ne indica i principi ispiratori e che è, per definizione, intangibile.
Fa piacere registrare che – a parte il distinguo della Lega e l’inopinata uscita di Brunetta contro l’articolo 1 – tutte le altre parti politiche si siano dichiarate d’accordo con lo spirito e la lettera del messaggio presidenziale. Ma qui sorge qualche dubbio e qualche non marginale punto interrogativo.

* * *

Non solo la prima parte della Costituzione, ma anche il discorso dell’altro ieri del Presidente della Repubblica indicano i principi intangibili dei quali si auspica la condivisione di tutte le parti politiche, senza di che sarà molto difficile compiere quelle riforme: lo Stato di diritto, la separazione dei poteri costituzionali e la loro reciproca indipendenza, il rafforzamento delle istituzioni di controllo e di garanzia. Questo assetto dello Stato è indisponibile, cioè non può essere modificato neppure da eventuali pronunciamenti della volontà popolare la quale deve essere esercitata nei limiti previsti dalla Costituzione.

Ma dall’inizio di questa legislatura – e anche prima ve ne erano state preoccupanti anticipazioni – Berlusconi e il gruppo dirigente del suo partito hanno messo all’ordine del giorno una modifica della Costituzione che ha tutti i connotati di un mutamento radicale e dovrebbero essere proprio quei fondamenti costitutivi e indisponibili ad esserne coinvolti.

Quando Napolitano, dopo aver ricordato i suddetti principi, ravvisa nell’abbandono dei pregiudizi una delle condizioni tassative per la realizzazione delle riforme, a quali pregiudizi si riferisce?
In tutte le comunità, da quelle religiose a quelle democratico-costituzionali, esistono principi non disponibili sui quali è per definizione impossibile ogni negoziato. Non crediamo di forzare il discorso del Presidente se ravvisiamo nel radicalismo anticostituzionale del premier l’ostacolo da rimuovere affinché la modernizzazione della seconda parte della Carta possa aver luogo. Di più: la procedura di revisione prevista dall’articolo 138 esclude un “forum” extra-parlamentare che elabori un nuovo sistema e lo proponga in blocco all’approvazione delle Camere. Il 138 esamina modifiche specifiche caso per caso da sottoporre separatamente ai referendum confermativi quando manchi l’approvazione della maggioranza qualificata richiesta dalla Costituzione.

Questo è dunque lo schema entro il quale si possono realizzare le riforme. Esso richiede dunque un mutamento politico sostanziale nell’approccio fin qui sostenuto dal governo. Spetta perciò al premier, che ne è il principale sostenitore, rispondere al Presidente della Repubblica e alle forze di opposizione su questo punto fondamentale.
La riforma della giustizia, della quale anche ha parlato il Capo dello Stato, fa parte di questo chiarimento per tutto ciò che attiene alla Costituzione, leggi “ad personam” comprese.

* * *

In questo quadro ha importanza anche quella sorta di disarmo linguistico tra le parti politiche di cui il cosiddetto “partito dell’amore” rappresenta la metafora immaginifica.

Quel disarmo è auspicabile ed in parte è già avvenuto, almeno per quanto riguarda il Partito democratico da un lato e alcuni settori del governo e della maggioranza parlamentare. Pensare tuttavia ad una spersonalizzazione del confronto politico non è obiettivo a portata di mano. Esso richiederebbe un mutamento radicale nei comportamenti e addirittura nel carattere del premier, anzi per esser chiari fino in fondo una premiership di tutt’altra natura.

Si può chiedere a Silvio Berlusconi di non essere più Silvio Berlusconi? Si tratta ovviamente d’una domanda retorica alla quale la sola risposta possibile è negativa. Berlusconi è un fenomeno politico inseparabile da una personalizzazione estrema che costituisce l’elemento addirittura fondativo del suo partito. Perciò la personalizzazione continuerà per la semplice ragione che essa è ormai diventata un elemento istituzionale.
La sola cosa che si potrebbe chiedere sarebbe una sua moderata attenuazione, un esibizionismo più controllato e più sobrio, per usare un aggettivo che appare – anch’esso non casualmente – nel discorso di Napolitano. Sarebbe per esempio sommamente inopportuno che il premier impostasse la campagna elettorale per le elezioni regionali sulla propria effigie coperta di sangue dopo l’improvvido “attentato” di piazza del Duomo.

Purtroppo proprio questo avverrà e sta già avvenendo; avremo i muri delle città tappezzati dal volto d’un Berlusconi ferito e sanguinante, un “grandguignol” in piena regola che dilagherà anche negli spot televisivi: un colpo d’accetta su un confronto politico normale, come auspica con stimabile tenacia il Presidente della Repubblica.

Mi domando che cosa potrà avvenire se lo stravolgimento costituzionale auspicato dal centrodestra passerà alle Camere senza maggioranza qualificata e sarà quindi sottoposto a referendum confermativo.
Si troveranno in quel caso a confronto due disegni, due visioni, due concezioni della politica e del bene comune radicalmente antitetiche. Una rappresentata da Silvio Berlusconi e l’altra da Giorgio Napolitano.
Sicuramente quest’ipotesi non è nelle intenzioni del Capo dello Stato ma oggettivamente sarà questa la natura e la sostanza di quel confronto e di quei referendum.

Date le premesse che abbiamo fin qui illustrate, c’è solo da auspicare che ciò non avvenga, ma dipende solo dal premier far sì che l’auspicio si verifichi, in mancanza di che si avrà un confronto il cui esito sarà incertissimo e denso delle incognite più preoccupanti.
La Repubblica 03.01.10

"Statali, donne in pensione più tardi. In 3.500 restano in servizio", di Mariolina Iossa

Scattano i nuovi requisiti: a riposo con 61 anni. Entro il 2018 il tetto a 65. Risparmi per 2,5 miliardi destinati alle politiche sociali. Sono 3.500 le dipendenti statali che non potranno andare in pensione nel 2010 e dovranno restare al lavoro per un altro anno. Sono 3.500, secondo i nuovi conti fatti dall’Inpdap, sulle 6 mila che avrebbero raggiunto i requisiti a fine dicembre 2009 secondo la vecchia normativa. Da ieri sono entrate in vigore le nuove norme, che portano l’età pensionabile delle dipendenti della pubblica amministrazione da 60 a 61 anni fino ad arrivare nel 2018 a 65 anni al pari degli uomini, con l’aumento di un anno ogni due. La legge è stata approvata prima dell’estate per adeguare l’Italia, ha sempre sostenuto il governo e in particolare il ministro Brunetta, a una direttiva europea che parifica i criteri pensionistici tra uomini e donne, e dopo il pronunciamento della Corte di giustizia europea. Ma sono state molte le polemiche che hanno preceduto quel provvedimento e durante il dibattito che ne è seguito si erano creato due schieramenti trasversali, favorevoli e contrari alla misura. In una parte dell’opposizione e del mondo sindacale si sottolineava l’ingiustizia di una norma che colpiva solo le dipendenti pubblici (nel settore privato i criteri non sono cambiati) e la mancanza di una serie di misure a sostegno delle donne che lavorano.

Soprattutto la Cgil sosteneva, e ancora sostiene, che «in realtà nel settore pubblico già oggi la maggior parte delle donne dipendenti sceglie di andare in pensione dopo i 60 anni — dice Morena Piccinini della segreteria nazionale— per esempio quelle che svolgono lavoro di ufficio, un lavoro che le gratifica, e quelle che non hanno carichi pesanti. Al contrario, a voler andare in pensione sono proprio le donne che svolgono un lavoro usurante, quelle che non vedono l’ora di riposarsi, come per esempio le infermiere, e che devono fare i turni di notte». Ecco perché, secondo la sindacalista della Cgil «il provvedimento Brunetta è ancora più crudele, perché non considera le donne che fanno lavori usuranti. Io vorrei che Brunetta non avesse in mente soltanto le dipendenti che stanno alla scrivania ». Comunque, riusciranno ad andare in pensione le lavoratrici che entro dicembre 2009 hanno compiuto 60 anni e possiedono 20 anni di contributi. In questo caso si prevede la certificazione del diritto acquisito da parte delle amministrazioni di appartenenza. La riforma, dunque, riguarderà un numero crescente di lavoratrici per la gradualità dell’ intervento, ma anche per l’aumento dei requisiti necessari per la pensione anticipata con l’introduzione delle quote. Sempre secondo le simulazioni condotte dall’Inpdap, la nuova normativa porterà ad un risparmio tra il 2010 e il 2018 di 2 miliari e mezzo di euro, che andranno in un fondo istituito presso la presidenza del Consiglio per interventi sulle politiche sociali e familiari.

«Ci auguriamo che questi soldi vengano spesi in interventi di sostegno al lavoro femminile—dice il senatore del Pd Ignazio Marino — come per esempio sgravi fiscali per le aziende che si dotano di asili nido, che consentono alle dipendenti flessibilità e opportunità di telelavoro, part-time e job sharing. Se è giusto parificare i criteri pensionistici tra uomini e donne, allora però bisogna mettere le donne in condizioni paritarie rispetto agli uomini ».
Il Corriere della Sera 03.01.10

"Una tassa sul privilegio", di Tito Boeri

Nell´attesa di conoscere il progetto del Ministro, vorrei proporre un criterio molto semplice cui ispirare la riforma: bisogna tassare di più i più ricchi e meno chi lavora a bassi salari. Proviamo a crederci: il 2010 sarà “l´anno delle riforme”, come annunciato solennemente dal nostro Presidente del Consiglio. Ma quali? Uscendo dalla crisi più dura del Dopoguerra non si può che pensare prioritariamente all´economia. Sin qui le uniche misure economiche calendarizzate dall´esecutivo sono quelle rimaste fuori dalla Finanziaria, gli incentivi per i consumi e i bonus per la rottamazione di automobili, elettrodomestici e cucine. Per chiamarle riforme ci vuole, Ninetta mia, tanto, troppo coraggio. Prima della pausa natalizia, il ministro Tremonti ha tuttavia annunciato che «è arrivato il tempo di pensare alla riforma fiscale». Evviva. Vuol dire che non è più tempo di interventi estemporanei e fra di loro contraddittori sul nostro sistema tributario, è finita l´era in cui si cambiano solo i nomi delle imposte (dall´Irpef all´Ire, dall´Irpeg all´Ires) e in cui le tasse si moltiplicano, di legislatura in legislatura. Nell´attesa di conoscere il progetto del Ministro, vorrei proporre un criterio molto semplice cui ispirare la riforma: bisogna tassare di più i più ricchi e meno chi lavora a bassi salari. È un principio, quello della progressività del sistema fiscale, scolpito nella nostra Costituzione, ma sin qui largamente inapplicato. Non è gradito al Ministro (che nel Libro Bianco del 1994 sosteneva che «la progressività ha effetti negativi sull´offerta di lavoro e causa la propensione ad evadere»). Quindi bene spendere due parole sul perché è giusto farlo e poi interrogarsi sul come farlo.
Negli ultimi trent´anni le disuguaglianze dei redditi in Italia sono aumentate soprattutto ai piani più alti. Si è parlato spesso (sovente a sproposito) di impoverimento, ma il fatto di gran lunga più marcato e rilevante accaduto alla distribuzione dei redditi in Italia è l´esplosione delle disuguaglianze fra la parte più ricca della popolazione. La quota di reddito detenuta dallo 0,1 per cento di persone più ricche è quasi raddoppiata dagli inizi degli anni ´80 al 2004, l´ultimo anno per cui si hanno informazioni, grazie al paziente lavoro di ricostruzione di fonti sui redditi più elevati svolto da Elena Pisano, che ha appena conseguito un dottorato alla Sapienza. Soprattutto nel nuovo Millennio la bassa crescita del Paese è stata appannaggio quasi esclusivo dei piani alti della distribuzione: nel 2004 il millesimo di popolazione più ricco, si tratta di circa 4500 persone, guadagnava in media il 20 per cento in più di solo 4 anni prima, circa il tre per cento del reddito nazionale, mentre il resto degli italiani era al palo. Questa crescente concentrazione delle risorse è andata di pari passo a una riduzione delle tasse per i più ricchi: l´aliquota più alta dell´Irpef è scesa dal 72 al 45 per cento negli ultimi trent´anni, il cuneo fiscale complessivo più elevato (tasse più contributi sociali a carico del lavoratore) è diminuito anch´esso di un terzo, dal 91 al 63 per cento, proprio mentre saliva quello dei salari più bassi.
La riduzione delle imposte sui più ricchi non è un fenomeno solo italiano. Al contrario, è comune a tutta l´Europa continentale. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito è addirittura iniziata prima, nella seconda metà degli anni ‘70, sotto Ronald Reagan e Margareth Thatcher. Come si spiega questo fenomeno generalizzato? Non solo con il crescente potere politico di questa fascia di popolazione. Il fatto è che si temeva, non sempre a torto, che tasse alte per queste fasce di popolazione avrebbero finito per ridurre il gettito fiscale. Per due motivi: primo, queste persone possono trasferirsi altrove; secondo, quando non possono trasferirsi altrove, possono comunque spostare altrove i propri capitali in modo più o meno legale. Un esempio fra tutti. Tra i plurimiliardiari ci sono molti calciatori ed è stato documentato come il regime fiscale di vantaggio istituito in Spagna per attrarre campioni stranieri (la famosa legge Beckham) abbia in effetti indotto una consistente migrazione di star calcistiche verso la penisola iberica. A parte la delusione dei tifosi, questa migrazione ha portato con sé decine (se non centinaia) di milioni di tasse da lì in poi pagate altrove. Ma oggi la Spagna, il cui disavanzo fiscale è esploso durante la recessione, è stata costretta ad abolire la legge Beckham. E il Regno Unito porterà nel 2010 l´aliquota più alta sui redditi dal 40 al 50 per cento mentre gli Stati Uniti, su cui grava anche il debito futuro, legato alla riforma sanitaria di Obama, non potranno che seguire a ruota passando dal 35 al 50 per cento nel giro di pochi anni. Il clima è cambiato anche per quanto riguarda i paradisi fiscali. La lotta contro di loro è stata un diversivo di governi incapaci di affrontare alla radice i problemi da cui è scaturita la crisi. Ma servirà ora a rendere efficaci tasse più alte per i più ricchi, volte a ridurre l´enorme debito pubblico accumulato nella recessione. Quindi oggi, a differenza anche di soli due anni fa, è possibile tassare di più i più ricchi aumentando il gettito.
Posto che sia giusto, nel senso di equo, tassare di più i più ricchi, come farlo? Al Ministro non piace la progressività delle tasse perché ritiene che riduca l´offerta di lavoro. Si sbaglia perché in un paese come il nostro, dove molti non lavorano, tasse più basse per i poveri e tasse più alte per i ricchi aumentano la quantità di persone che lavorano. Le tasse più alte sui redditi da lavoro dei ricchi possono, tuttavia, ridurre la quantità di ore lavorate da ciascuno di loro. Ma non c´è nessun bisogno di tassare di più il lavoro dei ricchi per tassarli di più. Teniamo pure le aliquote Irpef al 45 per cento, ma aumentiamo la tassazione dei redditi non da lavoro, portandola almeno al livello dell´aliquota Irpef più bassa, vale a dire al 23 per cento. Quanto raccoglieremmo in questo modo? Purtroppo è impossibile stabilirlo con precisione perché gli unici dati disponibili sui redditi dell´un per cento più ricco della popolazione sono di proprietà esclusiva del Ministro dell´Economia che farebbe molto bene, nell´avviare il confronto, a renderli pubblici. Ma una cosa è certa sin d´ora: l´innalzamento della tassazione delle rendite finanziarie renderebbe il sistema più progressivo perché tasserebbe soprattutto i più ricchi: almeno un terzo dei redditi dichiarati dallo 0,01 per cento più ricco proviene da redditi da capitale (la quota è molto più alta, dato che è possibile solo risalire a quelli dichiarati con l´Irpef nel 2004 che includevano al massimo il 40 per cento dei dividendi). Sappiamo anche che il 90 per cento delle azioni è detenuto in Italia dal 7 per cento più ricco, nelle cui mani si trova quasi un terzo del reddito nazionale. Quindi aumentando anche solo del 5 per cento il prelievo su questa fascia di popolazione, si farebbe affluire all´erario circa 25 miliardi. Che potrebbero essere utilizzati per aumentare le detrazioni sul lavoro dipendente o fiscalizzare i contributi sociali a carico di chi guadagna appena al di sopra del salario minimo. Una ragione in più per istituire anche da noi una paga oraria al di sotto della quale non si può andare. È un principio quello di tassare di più i più ricchi che dovrebbe prevalere anche nel disegnare il fisco federale, ripristinando l´imposta sulla prima casa, almeno al di sopra di un certo livello di patrimonio, ricordandosi che la distribuzione delle case di proprietà è ancora più diseguale di quella dei redditi. Insomma, ci sono molti dettagli da discutere. Ma prima bisogna accordarsi sui principi. Cosa ne pensa il Ministro dell´Economia? E cosa ne pensa l´opposizione?
La Repubblica 03.01.10

Class action: Codacons contro colossi bancari

Sarà il Codacons a presentare la prima class action italiana, che riguarderà il settore bancario. «Proprio oggi, data di entrata in vigore dell’azione collettiva nel nostro paese, il Codacons ha notificato due citazioni in Tribunale contro due colossi bancari: Unicredit e Intesa Sanpaolo». In una nota il presidente dell’associazione dei consumatori, Carlo Rienzi annuncia di essere il firmatario della prima class action italiana.
«L’azione poggia sulle rilevazioni dell’Antitrust secondo le quali le banche avrebbero compensato l’eliminazione della commissione di massimo scoperto introducendo nuove e più costose commissioni a carico degli utenti, anche 15 volte più care rispetto al massimo scoperto» spiega il Codacons. Un comportamento che l’associazione definisce «illegittimo che produce un danno economico ingente ai consumatori, come dimostrato anche dall’Autorità della concorrenza e del mercato». Di qui la class action notificata al Tribunale di Torino (per Intesa SanPaolo) e a quello di Roma (per Unicredit) contro le due maggiori banche italiane. «Se i giudici dovessero accogliere le istanze dell’associazione – conclude il Codacons – migliaia di correntisti dei due istituti potranno aderire alla class action chiedendo di essere risarciti per le maggiori spese sostenute e senza necessità di rivolgersi al Giudice. La somma richiesta in giudizio dai correntisti si calcola che sarà pari a 1 miliardo di euro per ciascuna banca».
L’Unità 01.01.10

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Guida alla class action
Al via le ‘azioni collettivè, ovvero la class action con cui consumatori e utenti possono avanzare assieme le proprie pretese contro pratiche commerciali scorrette o danni subiti dalle aziende a partire dal 16 agosto 2009. Ecco in pillole come funziona, a chi si rivolge e cosa prevede la normativa relativa alla class action:
QUANDO: dal 1 gennaio 2010 sarà possibile esercitare l’azione collettiva di classe per il sanare gli illeciti commessi dal 16 agosto 2009 in poi.
COSA: l’azione di classe consiste in un’azione collettiva, promossa da uno o più consumatori/utenti, i quali agiscono in proprio oppure dando mandato ad un’associazione di tutela dei diritti dei consumatori. Gli altri consumatori interessati, titolari di una identica pretesa, possono scegliere di aderire all’azione di classe già promossa, senza dover ricorrere al patrocinio dell’avvocato. Resta salva, comunque, la possibilità di agire individualmente per la tutela dei propri diritti. Quest’ultima ipotesi è incompatibile con la scelta di aderire ad una class action.
CHI: l’azione può essere intentata dai consumatori/utenti che abbiano subito le conseguenze di condotte o pratiche commerciali scorrette; oppure che abbiano acquistato un prodotto difettoso o pericoloso; oppure ancora che versino in una medesima situazione di pregiudizio nei confronti di un’impresa, in conseguenza di un inadempimento contrattuale.
COME: mediante ricorso al tribunale uno dei soggetti consumatori/utenti propone l’azione assistito da un avvocato, eventualmente dando mandato ad un’associazione di tutela dei consumatori. Tutti gli altri cointeressati possono aderire senza doversi rivolgere all’avvocato.
DIFFERENZE: rispetto alla precedente stesura della norma (mai entrata in vigore), la disciplina attuale si caratterizza, spiega il ministero dello Sviluppo economico, «per la tutela di diritti di singoli aventi contenuto identico od omogeneo, con attribuzione della legittimazione in capo al consumatore/utente; mentre l’altra versione imputava questa facoltà solo in capo all’associazione». La nuova normativa inoltre si caratterizza per la semplificazione del meccanismo di liquidazione del danno.
BENEFICI: se molte persone ricevono singolarmente un danno di portata economicamente modesta difficilmente decidono di sostenere individualmente le spese necessarie per sostenere e vincere la partita legale. Ma se l’azione, invece, è condotta collettivamente, le spese si abbattono e il singolo acquista maggiore «forza» nei confronti della grande impresa.
L’Unità 01.01.10