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Allarme regionali per il Pd. Bersani: «Non avere fretta», di Simone Collini

C’erano una volta le elezioni amministrative, quelle che davano una boccata d’ossigeno all’opposizione. Quelle, specialmente se regionali, che davano il segnale di una coalizione di governo minoritaria nei consensi e pronta a passare la mano (2005). Quelle, addirittura, che potevano portare alle dimissioni di un presidente del Consiglio (2000). E oggi? Se si guarda la cartina dell’Italia quando mancano un’ottantina di giorni alle regionali, il Pd sembra più che altro in difficoltà. Allo stato governa in 11 delle 13 regioni che vanno al voto. E che la cifra è destinata a calare lo ammettono apertamente, dentro al Pd. Il punto è: di quanto? Forse la situazione non è ancora da allarme rosso. Però il fatto che non siano ancora stati scelti i candidati governatori nelle regioni chiave, quelle cioè che alla fine dei conti decideranno l’esito di un voto che comunque costituisce un test politico nazionale, non lascia indulgere all’ottimismo.

Bersani, ai non pochi che gli fanno arrivare messaggi di preoccupazione, ripete due parole: «Tranquillità e serietà». E questa frase: «Non dobbiamo vincere la gara delle candidature ma le elezioni di marzo». Ovvero, «se serve qualche giorno in più per lavorare alle coalizioni e individuare i candidati vincenti, ci prenderemo qualche giorno in più». Diranno i fatti se è la strategia vincente. Intanto, uno esterno al Pd come il centrista Casini può permettersi di dire che «c’è chi vuole utilizzare una sconfitta alle regionali per liquidare la segreteria Bersani». Il che, unito ad alcune ricostruzioni fatte in questi giorni, fa dire all’esponente della minoranza Pd Antonello Giacomelli che non ci sono «conflitti interni» e che da parte di Area democratica c’è «un atteggiamento costruttivo e di grande collaborazione». Aggiunge il deputato Pd, tra i più vicini a Franceschini: «L’obiettivo per il quale noi lavoriamo è quello di una grande affermazione del Pd e dei suoi alleati». Precisazioni che danno comunque l’idea del clima che già si inizia a respirare.

Puglia dolente
Quello della Puglia è il caso più eclatante delle difficoltà che il Pd sta attraversando, tra accelerazioni (l’autocandidatura di Nichi Vendola), veti (quello dell’Udc) e continui colpi di scena (Michele Emiliano che prima appoggia il governatore pugliese, poi si dice pronto a sfidarlo alle primarie, poi fa sapere che rinuncia alla candidatura se non viene approvata la legge che non rende necessarie le sue dimissioni da sindaco di Bari). Per tentare di sbrogliare la matassa ci sarà oggi una riunione a Roma, al quartier generale del Pd. Ci saranno i vertici del Pd pugliese e ci saranno, per il nazionale, il vicesegretario Enrico Letta e il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca. Pier Luigi Bersani non ci sarà. Il che vuol dire che si riserva la carta dell’intervento del segretario per un altro momento, più in là. Ovvero, che l’incontro di oggi si chiuderà senza che venga presa una decisione definitiva (e le ipotesi al momento sono delle più varie, dal sostegno a Vendola al cedimento alla leggina per Emiliano alla candidatura di Francesco Boccia). L’esatto contrario di quello che ha chiesto ieri Lorenzo Cesa, ovvero «un’indicazione chiara e conclusiva». E l’Udc, comunque vada, domani riunisce i vertici del partito pugliese, mentre si fanno sempre più insistenti le sirene a favore di Adriana Poli Bortone, candidata in pectore per il centrodestra. Questo mentre Antonio Di Pietro intima al Pd di «non usare il nome dell’Idv per far passare o per bloccare una candidatura piuttosto che un’altra», che insomma il suo partito non ha messo nessun veto su Vendola e che se non viene presa in fretta una decisione «saremo costretti a fare da soli».

L’empasse Lazio
Nel Lazio, dove Renata Polverini ha già tappezzato i muri delle città sfoggiando una giacca rossa e nessun simbolo di partito, non va meglio. Il pressing su Nicola Zingaretti non si ferma e il presidente della Provincia, oltre a ripetere che intende portare a termine il mandato, inizia anche a innervosirsi. L’empasse è tale che ogni giorno fioriscono non solo ipotesi di nomi che vanno da quello di Emma Bonino a quello di Walter Veltroni. Ora iniziano a farsi avanti anche candidati per le primarie (che non è affatto detto che si faranno), come l’ex ministro Alessandro Bianchi e l’inventore dell’Estate romana Renato Nicolini. Come se non bastasse, anche qui l’Idv minaccia, «se il Pd non trova un candidato in tempi brevi», di indicare da sé un ticket: «E io nel Lazio penso a Ignazio Marino o a Mario Adinolfi», dice il coordinatore regionale Idv Stefano Pedica, che già qualche giorno fa aveva tentato senza troppo successo un’analoga operazione chiamando in causa Debora Serracchiani.

Quattro Pd e un Idv in Calabria
Dove è sicuro che l’Idv correrà da sola è in Calabria. Qui il Pd andrà alle primarie: correranno il presidente uscente Agazio Loiero, il presidente del Consiglio regionale Giuseppe Bova, la deputata Doris Lo Moro e il consigliere regionale Bruno Censore. Tutti e quattro, al congresso, hanno sostenuto la mozione Bersani. E, per complicare ancora un po’ le cose, Bova ha fatto sapere che se vincerà lui potrebbe far correre al posto suo un esponente dell’Udc. Vicenda da cui si è tirata fuori, appunto, l’Idv, che ha deciso di sostenere Pippo Callipo, imprenditore (è quello dell’omonimo tonno) ed ex presidente di Confindustria Calabria.

Udc in solitaria nelle regioni rosse
A correre da sola è l’Udc, invece, in Emilia Romagna e Toscana. Ovvero le uniche due regioni in cui la vittoria per il Pd è certa. Ce ne sarebbe una terza, l’Umbria, ma chissà quanto in profondità incideranno le fibrillazioni provocate dal fatto che la minoranza si dice contraria a un terzo mandato per Maria Rita Lorenzetti. Dove invece l’Udc potrebbe presentare un suo candidato incassando il sostegno del Pd è in Veneto (tra i papabili c’è il coordinatore centrista Antonio De Poli). Al Nazareno si parla dell’opportunità di avviare qui «un nuovo laboratorio con l’Udc». Quel che è certo è che i centristi hanno escluso un’alleanza se il candidato governatore non sarà uno dei loro.
L’Unità 04.01.10

"Il ricatto del quieto vivere", di Francesco La Licata

La Procura Generale, nell’ambito di un distretto giudiziario, è l’ufficio della più alta carica dei magistrati che esercitano la pubblica accusa. Chi ha messo, dunque, la bomba a Reggio Calabria ha inteso colpire l’ufficio giudiziario più importante del capoluogo della Calabria. Il particolare non è irrilevante, visto che l’esplosivo mafioso – a giudizio dei più – voleva essere più che altro un messaggio alla controparte della ‘ndrangheta. È scontato, infatti, che i mandanti dei due motociclisti con casco integrale non avevano – per fortuna – alcuna intenzione di far male. No, volevano soltanto «comunicare», col linguaggio congeniale alle cosche, il proprio malcontento per come si sono messe le cose a Reggio Calabria e in provincia. Altrimenti non avrebbero scelto le prime ore di una domenica di festa, quando le strade sono ancora vuote e gli uffici deserti.

Già, ma come si sono messe le cose ultimamente per i signori del territorio? Non bene, a giudicare dal numero dei latitanti catturati, dei beni sequestrati e della quantità di cocaina sottratta ai narcotrafficanti. Non passa settimana senza che si registri un qualche successo delle forze dell’ordine e dei magistrati. E di recente ci si è messa pure la Procura generale riuscendo a ribaltare in Appello qualche sentenza che era stata generosa nel giudizio di primo grado. Insomma la Calabria sembra voler dare una svolta, rispetto alla tradizionale immagine di terra poco incline alla battaglia antimafia. C’è tutta una letteratura che racconta le difficoltà investigative insite in un microcosmo fortemente condizionato dall’ambiente.

Si è detto tante volte che la realtà calabrese, in qualche modo, rispecchia la condizione in cui versava la Sicilia alcuni decenni fa. Ecco, sul tema della lotta alla mafia, forse questa considerazione non è proprio campata in aria. La ‘ndrangheta ha potuto godere di maggiore libertà d’azione, un po’ grazie al suo stesso humus, un po’ per aver scelto strategie di «basso profilo» che l’hanno in parte sottratta ai riflettori della comunicazione.

Ma era così anche in Sicilia, prima delle stragi, prima di Falcone e Borsellino e della mattanza corleonese, quando una società attenta solo al proprio quieto vivere produceva strumenti di contrasto spuntati e poco efficaci. Un impasto di politica compiacente e di borghesia collusa depotenziava i palazzi della repressione giudiziaria, spesso fino a contaminarli. L’eccesso di violenza svelò l’inganno nascosto nella scelta dell’immobilismo prudente: ma la rivelazione non fu indolore, basta scorrere la lista delle vittime della violenza mafiosa.

Perciò non è consigliabile sottovalutare il messaggio lasciato davanti alla Procura generale di Reggio. Per ora i boss hanno scelto la comunicazione rumorosa ma non mortale. Per ora. Ma chi può garantire per il futuro? C’è una trappola già predisposta: se il «botto» di domenica, scelto secondo la tradizione minimalista tanto cara alla ’ndrangheta, provocherà una deviazione verso il «ragionevole quieto vivere», soprattutto nelle istituzioni, allora avranno vinto ancora loro.
La Stampa 04.01.10

"L'integrazione scolastica degli alunni con disabilità" a cura del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro

«Un documento nel quale vengono sostanzialmente condivise le idee più volte espresse sulla materia dalla FISH»: è questo il commento di Salvatore Nocera, vicepresidente nazionale della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, di fronte al testo che qui presentiamo in forma integrale, approvato all’unanimità poco tempo fa – esattamente il 29 novembre – dall’Assemblea del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro)
Il presente testo di Osservazioni e Proposte sull’Integrazione scolastica degli alunni con disabilità è stato elaborato dal CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), in ottemperanza all’articolo 10 della Legge 936/86, recante Norme sul Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.
L’istruttoria dello schema di Osservazioni e Proposte è stata curata dalla Commissione per le Politiche Sociali ed Ambientali, che l’ha approvato all’unanimità nel corso della seduta del 15 luglio 2009, sulla base dell’attività di uno specifico Gruppo di Lavoro sulla tutela dei diritti delle persone con disabilità, coordinato dal consigliere Emanuele Alecci, che ha svolto un ciclo di audizioni con i principali attori coinvolti (Sindacati del settore scuola, Enti Locali, Regioni ecc).
Il documento è stato approvato in via definitiva dall’Assemblea nella seduta del 26 novembre 2009.

Premessa
Il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro nell’ambito del Gruppo di Lavoro per la tutela delle persone con disabilità, insediato nella Commissione Politiche Sociali ed Ambientali, ha inteso con il presente documento di Osservazioni e Proposte riflettere sull’applicazione della normativa sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità.
Tutto ciò analizzando la presenza di eventuali problemi applicativi allo scopo di indicare soluzioni possibili, anche alla luce della più recente normativa e dei progetti di legge di riforma delle istituzioni scolastiche e dello stato giuridico dei docenti, in discussione in Parlamento.

Finalità
Già nel 2003 il CNEL approvò un apposito documento di Osservazioni e Proposte. Oggi, alla luce di quanto in quell’occasione già ribadito, si ritiene fondamentale sottolineare nuovamente il riconoscimento del diritto delle persone con disabilità a stare nella scuola di tutti.
Tale diritto costituzionale, sancito dallo specifico articolo 34 [«La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso», N.d.R.], è stato oggetto in questi anni di regolamentazione da parte di una copiosa normativa. Dal punto di vista giuridico, l’integrazione scolastica può essere vista come il diritto dell’alunno con bisogni educativi speciali a ricevere la prestazione nella scuola “comune” al pari degli altri alunni e il correlativo dovere del pubblico servizio scolastico di erogare una prestazione di educazione e di insegnamento differenziato in rapporto alle particolari condizioni.
Anche alla luce della Legge 67 del 2006 sulle pari opportunità e non discriminazione delle persone con disabilità e della Convenzione Mondiale dei Diritti Umani delle Persone con Disabilità, approvata dall’ONU nel 2006 e ratificata dal Parlamento Italiano con la Legge 18 del 2009. Da ciò si evince l’eguaglianza di tutti i cittadini, la parità degli stessi nei confronti dell’ordinamento giuridico e l’obbligo dello Stato di garantire condizioni di fatto che consentano a tutti i cittadini lo sviluppo della loro individualità, nonché la partecipazione alla vita sociale del Paese.
D’altra parte, l’integrazione scolastica va considerata anche con riferimento agli aspetti socio culturali. Sotto questo profilo, essa si inquadra in un lungo e faticoso processo di cambiamento culturale, in cui il confronto con la diversità ha spesso rappresentato la principale “barriera” da abbattere.
Se integrazione significa accettare le differenze e ispirare la propria vita e la propria azione ai valori dell’uguaglianza e della solidarietà, è evidente che per raggiungere tale obiettivo non può essere sufficiente, anche se assolutamente necessario, il ricorso allo strumento legislativo, essendo altresì indispensabile la presa di coscienza di tutti i soggetti direttamente coinvolti a livello istituzionale come Regioni, Province e Comuni, come previsto per legge e più di recente dall’Intesa Stato-Regioni del 20 marzo 2008 e, più in generale, di tutti i cittadini singoli e organizzati in associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative e cooperative sociali e, in sintesi, dei soggetti del Terzo Settore.

Deve comunque tenersi presente che per l’inclusione scolastica soggetti ineliminabili rimangono le famiglie, con le quali la scuola deve dialogare in modo costruttivo e con le quali essa deve intrattenere rapporti privilegiati, come espressamente sancito nell’articolo 1 della Legge 53/03, Legge Moratti di riforma della scuola. Anzi, se il ruolo delle singole famiglie è indispensabile per realizzare una buona qualità dell’inclusione dei singoli alunni con disabilità, per una piena partecipazione democratica al processo sociale di inclusione occorre un dialogo costruttivo con le associazioni dei familiari per i minori con disabilità e con le associazioni dei disabili per gli alunni maggiorenni, secondo il principio Nulla su di Noi senza di Noi.

Modalità organizzative
Inoltre, siccome con l’articolo 21 della Legge 59/97 le singole scuole hanno ottenuto il riconoscimento dell’autonomia giuridica, finanziaria e organizzativa, l’inclusione degli alunni con disabilità deve ormai collocarsi nella nuova logica dell’autonomia scolastica, costituzionalmente riconosciuta dalla Legge Costituzionale 3/01.
In tale logica, per superare le carenze e le disfunzioni che verranno più oltre evidenziate, dovute al difficile coordinamento dei diversi servizi di Enti Locali e ASL che debbono sostenere gli interventi scolastici, va facendosi strada l’idea che siano le istituzioni scolastiche autonome a dover coordinare l’insieme dei diversi servizi. Ciò secondo il principio della “responsabilità prevalente” che solo può assicurare tempestività, efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa ed educativa e che può garantire la qualità dell’inclusione, nonché dalle recenti normative volute dal ministro dell’Istruzione on Gelmini, in particolare dalle Leggi 133 e 169 del 2008 e dai regolamenti applicativi in fase di emanazione.

Lo stato attuale dell’inclusione scolastica in italia
L’integrazione generalizzata, la cui normativa in Italia costituisce vanto presso tutti gli altri Paesi del mondo, negli ultimi anni ha subito un forte calo di attenzione; in particolare durante le ultime tre legislature non ci sono stati arretramenti normativi, ma i tagli alla spesa, uniti al disinteresse governativo per contrastare il mancato rispetto della normativa, hanno determinato forti arretramenti nella qualità dell’integrazione realizzata precedentemente.
Per avere un’idea chiara dell’ampiezza del fenomeno dell’inclusione scolastica, si tenga presente che oggi frequentano le scuole comuni italiane quasi 200.000 studenti certificati con disabilità per i quali l’Amministrazione Scolastica nomina circa 90.000 insegnanti per le attività di sostegno didattico.
Le Associazioni delle persone con disabilità e dei loro familiari hanno denunciato in numerosi documenti il mancato rispetto della normativa e le lacune che potrebbero essere colmate con interventi normativi non solo legislativi, ma anche amministrativi.
Recentemente, inoltre, l’INVALSI [Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e Formazione, N.d.R.] ha pubblicato un’apposita ricerca cui hanno risposto circa il 62% delle scuole del nostro Paese [a tale ricerca, presentata tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008, il nostro sito ha dedicato a suo tempo un’ampia analisi, disponibile cliccando qui, N.d.R.]. Tale ricerca ha inteso verificare la qualità dell’integrazione scolastica evidenziando alcuni indicatori e alcune precondizioni per l’inclusione e il quadro che essa ci presenta, se ci rassicura circa l’incidenza positiva avuta dall’integrazione scolastica nella maggioranza delle scuole italiane, suona un forte campanello d’allarme per quanto rimane ancora da fare per rimuovere inadeguatezze, superficialità e incongruenze del sistema nel suo complesso.

Proposte per migliorare la qualità dell’inclusione scolastica
Emerge conseguentemente la necessità di individuare – anche alla luce degli indicatori focalizzati dalla ricerca dell’INVALSI – alcune ipotesi di soluzioni atte a garantire la qualità del diritto allo studio degli alunni con disabilità.
Si ritiene che le soluzioni proposte, se riescono a garantire il diritto allo studio degli alunni con disabilità in situazione di particolare gravità e il buon andamento dell’amministrazione scolastica per la realizzazione dei diritti di tutti i compagni, giovano pure, con gli opportuni adattamenti (che richiedono minori risorse) a migliorare la qualità dell’integrazione di tutti gli alunni con disabilità.

Dato l’accentuarsi della scarsità di risorse finanziarie, occorre puntare su soluzioni che riducano gli sprechi e la duplicazione di costi, realizzando una maggiore efficacia degli interventi e quindi una migliore qualità dell’inclusione scolastica.

Le proposte che seguono prospettano soluzioni che possono raggrupparsi in cinque categorie:
1. eliminazione di cattive prassi amministrative, come ad esempio l’utilizzo improprio di docenti per il sostegno in supplenze in altre classi, creando un contenzioso che vede perdente l’Amministrazione;
2. interventi con semplici atti amministrativi, come ad esempio Circolari Ministeriali per chiarire definitivamente aspetti non immediatamente evidenti, come il diritto delle famiglie di partecipare alla formulazione del piano educativo individualizzato;
3. contrattazione collettiva che chiarisca senza margini di dubbio il dovere del personale docente e non docente della scuola alla partecipazione in servizio all’aggiornamento sulle tematiche della didattica dell’inclusione scolastica, in modo da realizzare la presa in carico del progetto educativo da parte di tutti i docenti curricolari, evitando la delega, ormai quasi generalizzata, ai soli docenti per il sostegno, con l’uscita assai frequente degli alunni con disabilità dalle classi, con lo snaturamento della normativa e delle buone prassi di inclusione;
4. adozioni di provvedimenti politico-amministrativi, come ad esempio la riattivazione dell’Osservatorio Ministeriale sull’Integrazione Scolastica, la stipula di accordi di programma regionali e subregionali sull’inclusione scolastica, Iintese delle Conferenze Stato-Regioni per individuare linee guida di buone prassi di inclusione scolastica.
5. interventi legislativi correttivi, come ad esempio l’abrogazione delle norme che prevedono l’assegnazione nelle scuole secondarie di secondo grado di docenti per il sostegno in quattro aree disciplinari; la qual cosa si è prestata nella prassi ad arbìtri che hanno talora isolato gli alunni con disabilità dai compagni e dai docenti curricolari, in quanto talora contornati da quattro docenti per il sostegno.

Eliminazione di cattive prassi amministrative e proposta di buone prassi
– Dal momento che in molte scuole le famiglie non vengono coinvolte, come da legge, nella formulazione del Piano Educativo Individualizzato (PEI), si chiede una direttiva del MIUR [Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, N.d.R.] che imponga a tutti i dirigenti scolastici di coinvolgere attivamente le famiglie e i docenti curricolari nel progetto e nella realizzazione dell’integrazione scolastica. Tutta la documentazione dev’essere disponibile in ogni tempo per le famiglie.

– Occorre programmare a partire dal momento delle iscrizioni (gennaio dell’anno precedente la frequenza scolastica) dei PEI che possano prevedere, a seconda dei casi, un percorso di avvicinamento alla classe di appartenenza, periodi di presenza in classe e di attività para ed extrascolastiche con la presenza di operatori appartenenti alla scuola, agli Enti Locali, alle ASL e dai soggetti del Terzo Settore.

– L’articolo 12, comma 6 della Legge 104/92 prevede verifiche sui risultati dell’integrazione scolastica a livello di singole scuole e il Decreto istitutivo dell’INVALSI prevede la valutazione della qualità del sistema di istruzione. Si propone che la già qui citata ricerca dell’INVALSI venga utilizzata per promuovere l’autovalutazione obbligatoria in tutte le scuole e che gli indicatori di qualità che ne scaturiranno entrino a far parte degli indicatori per valutare la qualità dell’intero sistema di istruzione. Ciò faciliterà una concorrenza positiva tra le istituzioni scolastiche.

– Necessità immediata del rispetto del genere degli alunni con disabilità nell’effettuazione dell’assistenza igienica da parte di collaboratori e di collaboratrici, a partire almeno dalla scuola primaria e in tutti i successivi ordini e gradi di istruzione, modificando, anche tramite contrattazione sindacale, la rigidità delle graduatorie per le nomine di tale personale.

Interventi con semplici atti amministrativi
– Occorre che le Regioni, con atto deliberativo, garantiscano Unità Multidisciplinari stabili, con la presenza di figure professionali competenti, anche nel campo degli alunni con handicap in situazioni di particolare gravità, con una più approfondita specializzazione.
All’individuazione degli obiettivi deve contribuire anche la famiglia, pure tramite esperti di sua fiducia, sulla base del suo diritto-dovere di scegliere le mete educative e gli strumenti relativi fra quelli validati a livello di buone prassi (confronta anche la citata Intesa Stato-Regioni del 20 marzo 2008, articolo 2).
Le Unità Multidisciplinari devono costituire una continuità con le Unità Valutative dell’Handicap che dovrebbero intervenire prima dell’ingresso nella scuola e con quelle successive alla scuola e devono assumere il ruolo fin qui svolto dalle Commissioni Medico-Legali, affinché i servizi e i trasferimenti monetari siano attribuiti da un solo decisore. Si chiede al Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, per il tramite del MIUR, un aumento di interventi riabilitativi secondo le necessità degli alunni con disabilità, con particolare attenzione a quelli con sordità grave e profonda, ritardi intellettivi e relazionali, con conseguente aumento del numero dei riabilitatori, avendo particolare riguardo ai logopedisti. A tal proposito si precisa che le attività riabilitative debbono svolgersi in orario pomeridiano, per non sottrarre gli alunni con disabilità all’esercizio del diritto allo studio.
Infine si chiede che il Servizio di Neuropsichiatria Infantile e gli altri servizi per l’età evolutiva mantengano la presa in carico degli alunni con disabilità per tutto il periodo di frequenza scolastica, anche oltre il raggiungimento della maggiore età. Le strutture sociali e sanitarie dovrebbero essere in grado di fornire informazioni sulle scuole o gli istituti presenti nel territorio, onde evitare un‘affannosa ricerca ai genitori. Questo implica una collaborazione attiva tra i servizi e le scuole e gli istituti presenti nel territorio.

– Dal momento che attualmente circa il 50% dei docenti per il sostegno non è specializzato, si chiede una revisione della programmazione dei corsi di specializzazione, che tenga effettivamente conto dei bisogni di docenti specializzati a livello nazionale. Si propone che la frequenza di un breve corso di formazione prima dell’inizio dell’anno scolastico sia resa obbligatoria per i docenti nominati per il sostegno senza un titolo di specializzazione e sia facoltativa per gli altri insegnanti già specializzati. Se i docenti non specializzati si rifiutano, perdono il diritto alla nomina su posto di sostegno.

– L’articolo 35, comma 7 della Legge 289/02 stabilisce che sono nominati docenti specializzati per l’integrazione scolastica solo in presenza di alunni certificati con disabilità. Nella prassi, molti Dirigenti Scolastici, a causa dei tagli alla spesa pubblica, impiegano tali docenti per supplenze in altre classi, facendo abbandonare da loro gli alunni con disabilità. Occorre stigmatizzare, con apposita Circolare Ministeriale, l’uso improprio dei docenti per il sostegno. Inoltre occorre sollecitare i Dirigenti Scolastici a nominare supplenti, quando non abbiano docenti a disposizione, ai sensi della Sentenza n. 59/04 della Corte dei Conti.

Contrattazione collettiva
– Gli articoli 47 e 48 e l’Allegato A del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) del 29 novembre 2007 stabiliscono che l’assistenza igienica agli alunni con grave disabilità debba essere fornita dalle collaboratrici e dai collaboratori scolastici, previa la frequenza di un breve corso di formazione e col diritto a un aumento stipendiale. L’accordo sottoscritto il 10 maggio 2006 ha inserito stabilmente nello stipendio di tale personale un aumento economico per lo svolgimento di tali mansioni, che è divenuto pensionabile.
Nella prassi, essendo facoltativa la frequenza del corso di aggiornamento, molti di loro si rifiutano di svolgere tali mansioni, creando gravissimi disservizi nelle scuole. Purtroppo il nuovo aumento stipendiale potrà di fatto riguardare al massimo il 15% del personale di ruolo. Si paventa il rischio che quanti non potranno fruire di tale aumento si rifiutino di svolgere tali mansioni, creando il caos nelle scuole.

– Si propone, sulla base di apposita contrattazione collettiva sindacale, l’incentivazione dei corsi di formazione nonché della prestazione di tali mansioni rispettando il genere degli alunni (maschio o femmina) e l’aumento del fabbisogno finanziario, pena la mancata assistenza igienica degli alunni con handicap in situazione di maggiore gravità, che configura il reato di interruzione di pubblico servizio.

– Si propone, inoltre, che sia resa obbligatoria per tutti i tutti i docenti, tramite accordi con i sindacati, la formazione in servizio sull’integrazione scolastica del tipo di disabilità da seguire, con particolare attenzione agli alunni con handicap in situazione di gravità. Si propone una specifica formazione iniziale e in servizio sull’integrazione scolastica dei Dirigenti Scolastici.

Adozioni di provvedimenti politico-amministrativi
– Occorre prevedere la possibilità di attuare progetti di istruzione domiciliare, laddove necessario, anche se non preceduti da ricovero ospedaliero, purché vi sia una prognosi di assenza dalla scuola di almeno trenta giorni.
Occorre modificare in tal senso il Protocollo d’Intesa tra Ministeri del 24 ottobre 2003 in tema di istruzione domiciliare che pretende una previa degenza ospedaliera di oltre trenta giorni.

– Occorre dare immediatamente attuazione alla citata Intesa Stato-Regioni del 20 marzo 2008 perché vengano affrontati i problemi organizzativi della presa in carico, da parte dei Comuni capofila dei Piani di Zona e stilati i progetti individuali di integrazione scolastica ed extrascolastica, con particolare attenzione agli alunni in situazione di gravità; ciò sulla base dell’articolo 14 della Legge 328/00 e degli accordi di programma che approvano i piani di zona ai sensi del successivo articolo 19 della stessa Legge, alla cui stipula debbono partecipare anche le reti di scuole interessate. Inoltre, le scuole “polo” verranno costituite anche sulla base di accordi con gli Enti Locali e con le associazioni di persone con disabilità presenti sul territorio.

– Occorre rilanciare gli accordi di programma fra scuola, Enti Locali e ASL di cui all’articolo 13, comma 1 della Legge 104/92, finalizzati anche alla programmazione coordinata dei servizi per l’integrazione di questi alunni, e che prevedano anche l’individuazione di “indicatori” strutturali di processo e di risultato dell’integrazione scolastica, pure degli alunni con handicap in situazione di particolare gravità.
Va chiesto alla Conferenza Stato-Regioni e al Ministro del Lavoro, per il tramite del MIUR, che gli alunni con disabilità accedano ai corsi di formazione professionale, anche se privi del diploma di terza media, come già avviene per l’accesso alla scuola superiore col semplice attestato comprovante i crediti formativi maturati; è necessario altresì che tali alunni possano frequentare i corsi di formazione professionale anche dopo il diciottesimo anno di età, specie se in prosecuzione del percorso scolastico, cosa attualmente vietata da molte Regioni.
In considerazione dei diversi ritmi di maturazione, in particolare per i ragazzi con ritardi intellettivi, oltre a poter frequentare oltre il diciottesimo anno di età, il tempo di permanenza nel corso professionale dovrà essere stabilito dalla commissione esaminatrice del Centro di Formazione Professionale o di quelli accreditati come le cooperative sociali (anche in collaborazione con l’ASL) e rapportato alle esigenze e situazioni del ragazzo.

– Gli Uffici per l’Impiego dovranno tenere conto dei tirocini svolti con valutazione positiva, dando un punteggio da aggiungere ai Criteri e modalità di valutazione degli elementi che concorrono alla formazione delle graduatorie degli iscritti agli elenchi provinciali delle persone con disabilità.

– Dal momento che sono sorte controversie interpretative circa l’articolo 139 del Decreto Legislativo 112/98 che impone l’obbligo alle Province di prestare assistenza per l’autonomia e la comunicazione a tutti gli alunni con disabilità frequentanti la scuola superiore, si propone che, con un atto della Conferenza Stato-Regioni-Città venga definitivamente chiarita la competenza delle Province. Le Province non debbono limitarsi all’assistenza ai soli alunni ciechi e sordi ai sensi della Legge 67/93, ma debbono prestare tale assistenza a tutti gli alunni con disabilità frequentanti le scuole superiori, in forza dell’articolo 139 del Decreto Legislativo 112/98.
L’assistenza va progettata con le famiglie e può riguardare anche interventi educativi domiciliari. A proposito del rifiuto di assistenza scolastica agli alunni con deficit intellettivi, motivato dalla dizione dell’articolo 13, comma 3 della Legge 104/92 che parla di «alunni con minorazioni fisiche e sensoriali», va precisato che l’articolo 14 della Legge 328/00 non distingue più fra le diverse tipologie di minorazioni per la presa in carico del progetto globale di vita, anche in età scolare. E a proposito dell’assistenza educativa, occorre precisare che tali educatori debbono ricevere una formazione iniziale e in servizio e dev’essere normato a livello nazionale il loro profilo professionale, individuando titolo di accesso, curricolo, titolo conseguito, nonché il mansionario, come ha fatto la Provincia Autonoma di Trento col Regolamento del 2008 sui BES (Bisogni Educativi Speciali). Si deve pretendere che la qualificazione professionale degli assistenti debba riguardare anche gli operatori delle cooperative e delle cooperative sociali con le quali normalmente Comuni e Provincie si convenzionano per la gestione del servizio di assistenza.

– La Circolare Ministeriale n. 262/88, a seguito della famosa Sentenza della Corte Costituzionale n. 215/87 sul diritto pieno e incondizionato degli alunni con disabilità a frequentare le scuole di ogni ordine e grado, ha istituito un Osservatorio Ministeriale, composto da associazioni, dirigenti e funzionari ministeriali ed esperti di altre Amministrazioni, quale organo di consulenza e proposta al Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e delle altre Amministrazioni che, per legge, hanno competenze sul processo d’integrazione scolastica degli alunni con disabilità.
Il precedente Governo, pur avendo istituito i due organi interni allo stesso e cioè la Consulta delle Associazioni e il Comitato Tecnico-Scientifico, non ha previsto la presenza di funzionari ministeriali né del MIUR, né di altre Amministrazioni; né ha ripristinato l’organismo di raccordo fra i due organi con funzioni operative. La conseguenza è stata una quasi inesistente attività dell’Osservatorio.

Vista la riconvocazione a partire dall’aprile 2009 della Consulta delle Associazioni, si propone una piena riattivazione di tutti gli organismi previsti dallo stesso Osservatorio integrati come sopra.

– La Conferenza Stato Regioni ha approvato il 20 marzo 2008 la già più volte citata Intesa sui criteri di accoglienza e di presa in carico degli alunni con disabilità, col consenso di tutte le Regioni, sia quelle governate dal centro-destra che quelle governate dal centro-sinistra. Essa apporta notevoli miglioramenti alla normativa vigente, specie per i rapporti interistituzionali; ma non se n’è avviata l’attuazione in vista del prossimo anno scolastico e di quello successivo.
Si chiede che vengano rilanciati i contenuti dell’Intesa e la stipula degli accordi di programma regionali e subregionali che soli possono garantire le scuole come servizi territoriali decentrati e autonomi, inseriti nella rete dei servizi locali, grazie al cui coordinamento si può realizzare una migliore qualità dell’integrazione nella logica di scuole di eccellenza.

– L’articolo 24 della Legge 104/92 prevede l’eliminazione delle barriere architettoniche e senso-percettive. Il DPR 503/96 è il regolamento esecutivo della norma. Nella prassi tali norme vengono scarsamente rispettate per le scuole e moltissimi Comuni non hanno adottato i piani finanziari per la loro applicazione.
Negli accordi di programma occorre prevedere la formulazione di piani finanziari per l’eliminazione delle barriere architettoniche e senso-percettive nelle scuole, in tempi determinati, secondo un programma prestabilito, con lo stanziamento di precise risorse economiche rispettivamente ai Comuni per le scuole dell’infanzia e del primo ciclo e alle Province per la scuola secondaria di secondo grado.

Interventi legislativi correttivi
– Le aree disciplinari introdotte dall’articolo 13, comma 5 della Legge 104/92 per la nomina di docenti per il sostegno nelle scuole secondarie di primo e secondo grado determinano spesso nomine arbitrarie e lesive di priorità di punteggio nelle graduatorie.
Si propone l’abrogazione del citato articolo e anche il ripristino degli elenchi nelle scuole secondarie di secondo grado – come da sempre avvenuto con esito positivo nelle scuole secondarie di primo grado – degli insegnanti specializzati cui attingere per ordine di punteggio, al fine di evitare anche l’affermarsi della delega degli insegnanti curricolari ai soli insegnanti delle attività di sostegno. Ciò anche perché in ciascuna area sono assemblate discipline assai diverse tra loro che non danno alcuna garanzia di interventi specifici a favore dell’integrazione scolastica (si pensi, ad esempio, che nell’area tecnologica sono presenti informatica e diritto).

– La Legge 17/99 garantisce il diritto degli alunni con disabilità in possesso del diploma di scuola secondaria di secondo grado ad accedere alla frequenza dei corsi universitari. Nella prassi i fondi per le forme di assistenza a tali studenti vanno di anno in anno riducendosi, mentre il loro numero va crescendo, essendo pervenuto a circa 10.000 unità. Inoltre, non tutte le Regioni hanno concordato con le Università le modalità di trasporto gratuito di tali studenti.
Occorre con le leggi di bilancio adeguare i fondi assegnati per i tutor e altre provvidenze al crescente numero di tali alunni e normare ovunque in modo chiaro le modalità di esercizio del diritto al trasporto gratuito alla sede universitaria prescelta.

– La Legge 104 del 1992 prevede l’assegnazione di docenti per il sostegno esclusivamente agli alunni certificati con disabilità. Nella prassi, nelle scuole è presente circa il 20% di alunni con difficoltà di apprendimento non riconducibili alla disabilità e quindi non certificabili, che comunque necessitano di risorse umane supplementari. Talora si sopperisce a tale mancanza con fittizie certificazioni di handicap; talora si utilizzano le risorse assegnate agli alunni con disabilità per risolvere anche questi problemi, svantaggiando ingiustamente gli alunni certificati.

Si impone la necessità di trovare con apposita legge – come ha fatto espressamente la Provincia Autonoma di Trento con la Legge Provinciale 5/06 [articolo 74, comma 2, N.d.R.] – nuove risorse finanziarie e umane anche per questi problemi, pena il collasso della qualità dell’integrazione e di tutto il sistema dell’istruzione.

– Il nuovo Regolamento sul riordino degli organici e sulla formazione delle classi, applicativo dell’articolo 64 della legge 33/08 ha fissato “di regola” a 20 il numero massimo di alunni nelle classi dove sono presenti ragazzi con disabilità. Lo stesso però non fissa un tetto massimo di alunni con disabilità che possano essere presenti nella stessa classe col rischio che per ridurre la spesa pubblica vi possa essere un concentramento di 4 o 5 alunni con disabilità.
Si chiede che in ciascuna classe non possano esserci più di due o tre alunni con disabilità non gravi. Ciò alfine di garantire la qualità, l’efficacia e l’efficienza del servizio di istruzione per tutti gli alunni, anche ai sensi dell’articolo 97della Legge.

– All’articolo 1, comma 75, la Legge 662/96 ribadisce il principio, più volte enunciato nella normativa, della continuità didattica degli insegnanti per il sostegno. Nella prassi tale continuità rimane inapplicata; infatti, gli insegnanti per il sostegno con nomina a tempo indeterminato, dopo cinque anni possono passare su cattedra comune. Quelli a tempo determinato hanno una nomina annuale e talora si succedono nello stesso anno, ricevendo alcuni una nomina provvisoria in attesa dell'”avente diritto”, altri una nomina definitiva ad anno scolastico da tempo iniziato.
In alternativa all’istituzione di un’apposita classe di concorso per gli insegnanti di sostegno – accettabile solo con la permanenza in essa dei docenti per tutti gli anni di insegnamento, fatte salve le normali condizioni di passaggio di cattedra – si propone un aumento degli anni di permanenza su posti di sostegno, incentivata in forma non monetaria. Si propone, altresì, che venga esteso anche ai docenti precari il disposto dell’articolo 461 del Decreto Legislativo 297/94, secondo il quale dopo il ventesimo giorno dall’inizio delle lezioni un docente non può essere spostato di sede. In tal caso dovrà essere garantito punteggio e stipendio ai docenti precari che, a seguito di ricorsi o altre circostanze, avrebbero diritto alla nomina dopo il ventesimo giorno.
Occorre infine prevedere che i contratti a tempo determinato abbiano validità per un biennio o un triennio a seconda che si tratti di un ciclo di studi biennale o triennale (primo triennio della scuola primaria, triennio della scuola secondaria di primo grado, triennio della scuola secondaria di secondo grado). La continuità dovrà riguardare la permanenza del docente nella classe frequentata dall’alunno. A tal fine, qualora il docente venga nominato per più alunni, si dovrebbe riuscire a dare nomine parallele relative allo stesso anno di corso.

Conclusioni
Le soluzioni proposte, puntando alla qualità dell’inclusione, giovano ad accrescere la qualità di tutto il sistema di istruzione, data la presenza generalizzata di alunni con disabilità in tutte le classi delle scuole di ogni ordine e grado.
Infatti, se la qualità dell’inclusione viene valutata tramite “indicatori”, essa entra nella valutazione di tutto il sistema scolastico. Ciò comporterà una concorrenza positiva fra le scuole che vedranno crescere il punteggio della loro valutazione globale, praticando una buona qualità dell’inclusione, mentre viceversa se lo vedranno ridurre in caso contrario.
Infine, le soluzioni proposte anticipano e preparano il monitoraggio cui tutto il sistema di istruzione verrà sottoposto a breve, a causa dell’avvenuta ratifica con la Legge 18/09 del Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. L’articolo 24 (“Educazione”, N.d.R.] di tale Convenzione individua infatti alcuni criteri di qualità dell’inclusione scolastica, che saranno oggetto di monitoraggio da parte degli organismi previsti dalla Convenzione stessa, col rischio di denuncia alla Segreteria dell’ONU per le violazioni della normativa e della prassi riscontrate.
L’Italia – che è stata la prima e l’unica al mondo ad attuare l’inclusione generalizzata – non può non cogliere questa occasione per mostrare come non solo abbia anticipato la normativa in tale campo, ma anche voglia impegnarsi seriamente ad attuarla e a farla rispettare.

*Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Il CNEL è previsto dalla Costituzione Italiana, che all’articolo 99 lo definisce esattamente «Organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge. Ha l’iniziativa legislativa e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i princìpi ed entro i limiti stabiliti dalla legge».
Le composizioni e le attribuzioni del CNEL – istituito dalla Legge 33/57 – sono disciplinate dalla Legge 936/86 e dalla Legge 383/00. Ha una durata di cinque anni e il suo presidente viene nominato, al di fuori dei componenti, con Decreto del Presidente della Repubblica. I consiglieri sono in totale 121: 12 esperti – scelti fra qualificati esponenti della cultuar economica, sociale e giuridica – 44 rappresentanti dei lavoratori dipendenti, del settore pubblico e privato, 18 del lavoro autonomo, 37 delle imprese e 10 delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni di volontariato

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"Sì alla tassa sulle rendite finanziarie", di Luisa Grion

Pd e Idv: è una battaglia per l´equità. Ma il governo frena. Di Pietro: è un fatto di eguaglianza I sindacati: come negli altri Paesi europei. Sul fatto che il fisco vada riformato sono più o meno tutti d´accordo, ma sul come farlo e quando farlo tutto resta da decidere. L´economista Tito Boeri ieri, su Repubblica, ha proposto di puntare innanzitutto all´equità fiscale partendo dall´aumento delle tasse sui redditi alti. Non toccando le entrate da lavoro, ma agendo sulle rendite finanziarie. Un tema che ha trovato consensi nel sindacato e nell´opposizione, ma sul quale il governo non si esprime.
Non commenta Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri e nemmeno il ministro Brunetta che anzi frena sui tempi dell´intervento. In Italia, ha detto, la distribuzione fiscale è «fortemente iniqua, ma incastrata dai debiti fatti in passato e dal deficit che incombe». Nella fase di transizione fra un sistema e l´altro, ha specificato, i conti potrebbero saltare e «non possiamo permettercelo».
Ragionamento che non piace al sindacato, al Pd e all´Italia dei valori, che invece accolgono la proposta di Boeri. «La sua idea rafforza la nostra battaglia per l´equità – dice Antonio Di Pietro, leader dell´Ivd – Non si tratta di aumentare le tasse sulle rendite finanziarie, ma di portarle allo stesso livello di quelle sul lavoro. La differenza oggi è enorme e non sostenibile, non solo perché mortifica l´equità fiscale, ma perché bisogna garantire entrate strutturali per coprire le spese dello Stato». Favorevole anche il Pd: «L´obiettivo principale – specifica Stefano Fassina, responsabile economico del partito – deve restare il recupero delle risorse dall´evasione fiscale. Poi certo va guardato alla ricchezza, allineando la tassazione sulle rendite a quella sul lavoro. Noi però proponiamo anche una semplificazione del sistema, abolendo gli studi di settore e applicando a parte delle categorie interessate un´imposta forfettaria che sostituisca Iva, Irpef e Irap».
Più articolata la posizione dei sindacati. «Non si potrà parlare di riforma fiscale se non si affronterà questo tema – precisa Susanna Camusso segretario confederale Cgil – Bisogna partire dall´eguaglianza che non c´è: aumenta la tassazione per lavoratori e pensionati, non abbiamo tasse patrimoniali e ha la progressività sul reddito ha perso peso. Nella maggior parte dei paesi europei le rendite si tassano al 20 per cento, da noi al 12. E´ una diseguaglianza insostenibile, ma non mi pare che il governo si stia muovendo verso l´equità». Luigi Angeletti della Uil avanza una sua specifica proposta: «Fino a quando ci sarà chi pagherà le tasse prima di ricevere la busta paga e chi invece dichiarerà il suo reddito prima di versare, non si potrà parlare di redditi ricchi o poveri. Questa è la vera anomalia del sistema. Detto questo la tassazione sulle rendite finanziarie va rivista: io non toccherei Bot o Cct, ma – onde evitare che si tiri in ballo il pericolo di fughe di capitali – fisserei quelle sugli investimenti finanziari o di Borsa uno o due punti sotto la media europea, portandola al 18-19 per cento contro l´attuale 12».
La Repubblica 04.01.10

"Tecnica della Scuola: Donne in pensione a 61 anni, la scuola paga il prezzo più alto", di A. G.

Delle 3.500 dipendenti pubbliche che nel 2010, in coincidenza con il compimento dei 60 anni, avrebbero potuto accedere alla pensione di vecchiaia e che invece rimarranno in servizio per un altro anno, circa la metà appartengono all’istruzione. Delle 3.500 dipendenti pubbliche che nel 2010, in coincidenza con il compimento dei 60 anni, avrebbero potuto accedere alla pensione di vecchiaia e che invece rimarranno in servizio per un altro anno, circa la metà appartengono all’istruzione: in prevalenza sono maestre d’infanzia e della primaria. E per chi riesce ad andare si prospetta un assegno più “magro”: decurtazioni fino all’8%.

Nella scuola le docenti d’infanzia e della primaria sono notoriamente un numero di gran lunga superiore rispetto ai colleghi maschi. È quindi inevitabile che siano numericamente proprio loro, le cosiddette “maestre”, le più danneggiate dall’introduzione della legge n. 102/09, quella che dal 1° gennaio 2010 fa slittare di un anno l’accesso alla pensione di vecchiaia per le dipendenti statali che compiranno 60 anni nell’anno appena iniziato.Il provvedimento, giustificato dalla maggioranza, con in testa il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, come non può procrastinabile dopo la sentenza emessa dalla Corte di Giustizia Europea, del 13 novembre 2008, che ha bacchettato l’Italia per l’iniquità della legge che permette alle donne di accedere alla pensione cinque anni prima degli uomini, quest’anno comincerà a far sentire i primi effetti: delle 3.500 dipendenti pubbliche che nel 2010, in coincidenza con il compimento dei 60 anni, avrebbero potuto accedere alla pensione di vecchiaia e che sulla base di alcune stime dell’Inpdap invece rimarranno in servizio per un altro anno, circa la metà appartengono nel settore dell’istruzione (non a caso il 48% delle statali, dato recentemente reso noto dalla Ragioneria Generale dello Stato, è concentrato nella scuola). In particolare nella scuola per l’infanzia, dove le donne rappresentano il 99,5% di docenti, e della scuola primaria, dove fanno registrare un sempre alto 96%. Un po’ più equilibrato, invece, il rapporto lavoratrici-lavoratori nella scuola secondaria di primo grado (dove il 77,8% degli insegnanti è di sesso femminile) ed in quella secondaria di secondo grado (62,3% contro il 37,7%).Pur con le cautele derivanti da particolari concentrazioni di lavoratrici in altri comparti pubblici, si presuppone quindi che circa la metà delle 3.500 dipendenti (sulle 6.000 totali che ne avrebbero beneficiato senza la nuova legge) faranno parte del personale Ata ma soprattutto siano insegnanti. Del resto se è vero che nella pubblica amministrazione le donne sono in assoluto coprono il 55% dei posti, nella scuola la percentuale sale fino a circa l’84%. L’Inpdap ha anche precisato che “il personale femminile a tempo indeterminato che entro fine 2010 compie 61 anni di età matura il diritto alla pensione di vecchiaia dal 1° settembre, a condizione che il requisito minimo contributivo sia comunque raggiunto entro il 31 agosto”.La nuova legge prevede inoltre un graduale innalzamento dell’età minima per la pensione di vecchiaia delle donne in servizio presso una delle amministrazioni dello Stato: ogni due anni, a partire sempre dal 1° gennaio 2010, si incrementerà la soglia di un anno fino a raggiungere l’equiparazione con gli uomini nel 2018. Continuerà a mantenere il requisito dei 60 anni solo personale femminile delle forze armateCome continuerà a rimenare, anche se solo per un anno, la norma che fissa i requisiti per accedere alle pensioni di anzianità un’età anagrafica non inferiore a 59 anni e 36 anni di servizio (quota 95). Tra un anno, invece, entrerà in vigore quota 96: per i lavoratori dipendenti l’età anagrafica non dovrà esser inferiore a 60 anni. Poi, dal 2013, i dipendenti statali che vorranno lasciare il servizio precocemente dovranno aver accumulato 97 anni, con addirittura uno slittamento di un anno, sia per la parte contributiva e sia per quella di anzianità anagrafica.Andare in pensione sarà più invece penalizzante da un punto di vista economico già dal 2010. Da quattro giorni sono infatti scattati i nuovi coefficienti di trasformazione in base al meccanismo, introdotto dalla riforma Dini del 1995, legato all’allungamento dell’aspettativa di vita: secondo la Cgil rispetto ai valori in vigore fino al 31 dicembre del 2009, si registra una riduzione che va dal 6,38% per chi va in pensione a 57 anni all’8,41% per chi ci va a 65 anni.

Ciò significa che “su una pensione di 1.700 euro lordi – ha spiegato il segretario Confederale della Cgil Morena Piccinini – quella di un impiegato, si perderanno rispetto ad oggi ben mille euro l’anno”.

I trattamenti interessati dai nuovi parametri sono quelli calcolati con il sistema misto (cioè retributivo più contributivo) e quelli calcolati con il solo sistema contributivo. La riforma è infatti frutto del passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, dove ciò che conta sono i contributi effettivi versati durante la propria vita lavorativa (seppur rivalutati ogni anno in base al Pil) e gli anni di aspettativa di vita (che stanno progressivamente aumentando): al termine della vita lavorativa il ‘montante’ di contributi versati viene suddiviso per il numero di anni durante i quali presumibilmente si percepirà l’assegno.
Tecnica della Scula 04.01.10

"Venti di guerra nel Golfo", di Maurizio Molinari

Venti di guerra nel Golfo di Aden: il traballante Stato dello Yemen, appollaiato fra Africa e Asia, è teatro di due conflitti sovrapposti che sommano i principali attori della lunga guerra al terrorismo che ha segnato la prima decade del secolo. Il primo conflitto è quello che oppone il governo di Sana’a ad «Al Qaeda nella Penisola Arabica», le cellule jihadiste che hanno le roccaforti nelle province di Shabwa, Marif e Jouf da dove hanno pianificato e rivendicato la fallita strage di Natale sui cieli di Detroit con un’aperta dichiarazione di guerra all’America di Barack Obama.

L’evacuazione decisa dai governi di Washington e Londra delle rispettive ambasciate nello Yemen «nel timore di attentati» coincide con una escalation di mosse da parte dei due alleati atlantici: in primis, la scelta di addestrare, armare e finanziare una «forza di controterrorismo» yemenita da schierare in tempi stretti.

Poi l’annuncio di una conferenza internazionale il 28 gennaio a Londra fra tutte le nazioni «preoccupate per l’affermarsi dell’estremismo in Yemen», la tappa a Sana’a del generale David Petraeus comandante delle truppe Usa in Medio Oriente e lo spostamento verso il Golfo di Aden di un numero imprecisato di unità della Quinta Flotta di base nel Bahrein. Obama e il premier britannico Gordon Brown stanno chiedendo al presidente Ali Abdallah Saleh di lanciare un’ampia offensiva, aerea e terrestre, nelle tre province remote e montagnose, garantendogli una forte copertura politica internazionale e anche il massiccio sostegno di intelligence, droni e forze speciali per ripetere su vasta scala quanto avvenuto il 17 e 24 dicembre scorsi, allorché una trentina di militanti jihadisti sono stati eliminati grazie a due blitz yemeniti guidati a distanza dalla «war room» di Petraeus a Tampa. Se Saleh accetterà la richiesta angloamericana porterà alle estreme conseguenze la scelta filo-occidentale compiuta dopo l’11 settembre 2001, se invece ammetterà di non avere la forza necessaria per esercitare la sovranità nelle aree del territorio nazionale infestate da Al Qaeda potrebbero essere le forze speciali alleate a entrare direttamente in azione. Lo schema in questo caso potrebbe essere quello visto all’opera a metà settembre in Somalia, quando sei elicotteri e una trentina di soldati scelti americani piombarono dal nulla e in pieno giorno su un convoglio di jihadisti nel distretto di Barawe, a 250 km da Mogadiscio, eliminando Saleh Ali Saleh Nabhan, il colonnello dei miliziani sunniti shebaab che firmò gli attacchi terroristici agli hotel di Mombasa nel 2002. Petraeus considera Somalia e Yemen un unico teatro tattico perché il nemico è lo stesso: le cellule di Al Qaeda fuggite dall’Afghanistan, insediatesi in aree che sfuggono al controllo dei governi, finanziate con i proventi della pirateria e dei rapimenti, e posizionate in una zona strategica che fa del Golfo di Aden l’anello di congiunzione fra le operazioni dei jihadisti egiziani, sauditi e del Sahel.

Ma non è tutto. A rendere ancor più esplosiva la miscela yemenita – e a complicare tanto i piani militari di Petraeus che la scelta politica di Saleh – c’è il fatto che è simultaneamente in atto un secondo conflitto. Si svolge nelle province settentrionali e ha per protagonisti i ribelli Houti, ovvero le tribù sciite separatiste finanziate da Teheran e addestrate dai pasdaran nell’intento di trasformarle in una ripetizione locale degli Hezbollah libanesi. Lo scorso 20 ottobre Alì Khamenei, Leader Supremo della Repubblica Islamica, lodò in una lettera autografa i comandanti pasdaran per l’operazione «Yemen Khosh Hal» (Gioia dello Yemen) ovvero «l’addestramento degli sciiti, la fornitura delle armi che gli servono, l’impegno diretto in combattimento e il sostegno dell’intelligence». Alcune navi della Quarta Flotta iraniana, fra cui la «Salaban» e la «Khareq», sono entrate nel Golfo di Aden per sostenere i ribelli Houthi e il timore dell’esportazione della rivoluzione iraniana nella Penisola Arabica ha spinto l’aviazione saudita a entrare in azione, bombardando a più riprese le milizie sciite dentro il territorio yemenita con l’avallo di Sana’a. Per Yahya Salih, capo dell’antiterrorismo dello Yemen, Teheran sta conducendo attraverso gli Houthi una «guerra per procura» che punta a indebolire sauditi e yemeniti, due dei più solidi alleati di Washington.

Da qui la realtà di una Repubblica dello Yemen con i propri scarsi e male armati contingenti stretti fra due fuochi, i jihadisti sunniti di Al Qaeda e i fondamentalisti sciiti filo-Teheran, che hanno il comune interesse di rovesciare il presidente Saleh per perseguire gli opposti disegni egemonici regionali. E’ questo scenario che spiega la necessità da parte di Obama e Brown di prendere in esame il possibile ricorso a ogni opzione prevista dall’arsenale dell’antiterrorismo. Incluso l’uso della forza.
La Stampa 04.01.10

"Il governo e la lotta alla povertà", di Chiara Saraceno

Ancora una volta Berlusconi ha dichiarato che il suo governo ha risposto alla crisi economica meglio di altri e soprattutto fornendo una protezione più adeguata a chi dalla crisi è stato più colpito. Chi dice il contrario è disfattista e semina odio, per giunta scoraggiando i consumi. Il fatto è che, contrariamente a quanto dichiarato da Berlusconi, Tremonti e Sacconi, le cose non stanno affatto così. La platea di chi è totalmente privo di protezione in Italia rimane molto ampia e le misure pur messe in campo (social card, bonus fiscale, bonus elettrico, cassa integrazione in deroga per co.co.pro. con monocommittente) sono ancora una volta categoriali, e per ciò stesso non adatte a proteggere tutti coloro che sono in un identico stato di bisogno. Inoltre spesso mancano il bersaglio per difetto di impostazione.
Molti studi (uno per tutti, Flexi-insecurity, di Berton, Richiardi e Sacchi, il Mulino 2009) hanno documentato l´inadeguatezza del sistema di protezione di chi perde il lavoro, stante non solo la frammentarietà ed eterogeneità degli istituti, ma i molti lacci e lacciuoli che di fatto impediscono a molti, che pure vi avrebbero teoricamente diritto, di accedervi. Lo ha ripetuto anche il Governatore della Banca d´Italia, stimando in circa 1.600.000 il numero di lavoratori che hanno perso il lavoro senza aver accesso a nessuna protezione.
Sulla inadeguatezza del sostegno a chi si trova in povertà in un paese che manca di una misura di reddito minimo, la Commissione di indagine sulla esclusione sociale ha nelle settimane scorse pubblicato un corposo rapporto. Esso comprende anche una valutazione dell´efficacia delle misure di redistribuzione messe in campo dal governo anche sotto la pressione della crisi economica. Trascuriamo l´eliminazione dell´Ici sulla prima casa, che non aveva intenti di redistribuzione a favore dei più poveri, e che in effetti è stata una misura di vera e propria contro-distribuzione, a favore dei più ricchi, contemporaneamente mettendo sotto pressione i bilanci dei comuni e quindi la disponibilità di questi, proprio in un periodo di emergenza, a sostituirsi allo stato nell´attuare politiche di contrasto alla povertà.
Limitiamoci alle misure più esplicitamente rivolte agli individui e alle famiglie povere. Le stime della Commissione segnalano che, anche a prescindere da difetti di informazione o di farraginosità delle procedure e dalla irrisorietà dell´importo, la social card non potrebbe che essere fruita da una piccola frazione di poveri assoluti (il 4,27% della popolazione nel 2008). I criteri di accesso, infatti, la limitano ai bambini sotto i tre anni e agli anziani ultrasessantacinquenni, anche se la povertà è fortemente concentrata tra le famiglie con tre o più figli minori. Stanti i criteri di reddito, può capitare che possa riceverla una coppia di anziani che si trovano in povertà relativa, non assoluta, ed abitano in una casa di proprietà senza mutuo, ma non un bambino di quattro anni e i suoi fratelli fino ai 17 anni che vivono in una famiglia numerosa, in una abitazione in affitto e in situazione di povertà assoluta, cioè con gravi difficoltà a fronteggiare i bisogni di base. Ancora peggio vanno le cose con il bonus famiglia, per altro una tantum, che va a meno della metà dei poveri sia assoluti che relativi, mentre il bonus elettrico presenta un disegno migliore, più efficace. Di conseguenza, l´insieme di queste misure abbassa teoricamente di meno di un punto percentuale la povertà assoluta.
Tanto rumore per nulla, verrebbe da dire. Difficile sostenere che si tratti di analisi “disfattiste” e tanto meno che scoraggiano i consumi. Purtroppo i poveri assoluti e relativi non hanno bisogno di alcun incoraggiamento in questa direzione.
A loro si aggiungono coloro che, avendo perso il reddito, hanno solo le proprie famiglie (se queste sono in grado di farlo) per tirare fine mese. Una solidarietà allargata provvidenziale, che tuttavia comporta una riduzione dei consumi individuali. Infine ci sono coloro che, pur protetti, hanno visto in questi mesi una forte riduzione del proprio reddito a fronte di spese fisse incomprimibili e senza certezze sul futuro. Una indagine promossa dalla Commissione di indagine sulla esclusione sociale su alcune realtà metropolitane segnala l´esistenza di forti condizioni a rischio anche qui. Famiglie di cassaintegrati che saltano la rata del mutuo o si indebitano per pagarlo. Che devono decidere tra pagare le bollette o l´affitto. Anche in questo caso, il problema non è il disfattismo di chi li scoraggia dal consumo. Piuttosto è quello di evitare indebitamenti onerosi e il rischio usura, che mai come ora sta crescendo.
Non vedere queste difficoltà e questi rischi è da irresponsabili. Segnalarli perché chi può e deve metta in campo gli strumenti necessari è atto di responsabilità e solidarietà. Altro che campagna d´odio.
La Repubblica 04.01.10