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"La ribellione delle acque", di Mario Tozzi

Una impetuosa ribellione dei fiumi è chiaramente in atto da qualche giorno nel nostro Paese.
Sarebbe un ulteriore atto di insensata trascuratezza fare finta di niente di fronte ai segnali che l’ambiente naturale ci invia. Alluvioni e inondazioni sono il naturale decorso delle giornate di pioggia intensa, e da sempre le civiltà fluviali – come quelle padane o tiberine – convivono con l’andamento del fiume e le sue piene. Ma qualcosa è drammaticamente cambiato negli ultimi anni: intanto la pioggia, che oggi cade a cascata innescando le cosiddette «bombe d’acqua», quei flash flood difficili da prevedere che rovesciano in poche ore l’acqua che un tempo cadeva in settimane. Così la pioggia non si infiltra più nel sottosuolo, ma ruscella tutta in superficie e si precipita nei letti fluviali che però non sono commisurati a contenerla.

Dunque le alluvioni sono aumentate di frequenza e di intensità, non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo, dal Brasile alla Cina. Questa però è solo una parte del problema, il resto lo fanno gli uomini che vivono nelle regioni fluviali e non si decidono a lasciare libere le aree che invece dovrebbero essere lasciate al dominio del fiume. Non è un caso che esista un letto di magra e uno di piena e non è un caso che nessun insediamento stabile veniva posto nel letto di piena dagli antichi, che conoscevano i ritmi del fiume e vi si adattavano, senza pretendere di irregimentarlo. Anche perché i vantaggi in passato erano importanti, soprattutto per l’agricoltura, che vedeva fertilizzati naturalmente i terreni dal limo, ma anche per le civiltà, che potevano permettersi di erigere la grande piramide solo grazie alle piene del Nilo che portavano le barche con i blocchi di marmo fino a Giza.

Oggi i fiumi – padri delle nostre civitates (e non solo delle urbes) – sono stati precipitati in fondo ai loro argini di pietra e senza più memoria del rapporto con la città che è nata grazie a essi. A Napoli il Sebeto è diventato un rigagnolo melmoso, mentre un tempo, quando si impaludava, permetteva a Ponticelli di rifornire di ortaggi tutta la città. A Palermo Papireto e Kemonia sono stati intombati sotto le strade, così come l’Aposa a Bologna o i Navigli a Milano. Ma non va meglio a Roma, dove quasi nessuno si accorge più del Tevere, se non quando si rischia l’alluvione a Ponte Milvio; ed è bene ricordare che in sole dodici ore le acque raggiungerebbero il Vaticano da una parte e Piazza di Spagna dall’altro.

Perduto il rapporto culturale con il fiume la speculazione ha fatto il resto, anche in un paese in cui quasi il 50% del territorio è a rischio idrogeologico, per cui si invocano le Autorità di Bacino salvo poi disconoscerle quando nelle loro prescrizioni invocano la liberazione delle aree golenali e la libertà dei fiumi. Eh sì, perché di libertà si tratta, nel senso che i fiumi si scelgono da sempre dove sfociare, e quanto più sono lasciati liberi tanto meno danni fanno e più vantaggi portano. Delta e paludi sono il sistema di sicurezza che la Terra ha escogitato per proteggere la vita lungo le linee di costa fin da quando gli uomini nemmeno esistevano.

E il Fiume Giallo in Cina sceglie da centinaia di migliaia di anni dove sfociare, cambiando estuario per un raggio di oltre 1000 km. E noi uomini invece lì, a cercare di irregimentarli, a costruire dighe sempre più grandi e argini sempre più alti, coltivando l’illusione di controllare le piene e eliminare le alluvioni, come se non si dovesse invece cercare di conviverci. Nel 1944 Francis Crove, a proposito di una grande diga sul Sacramento, scriveva: «Abbiamo messo il fiume al tappeto, lo abbiamo inchiodato alla carta geografica».

E’ passato più di mezzo secolo ma gli uomini non sembrano aver imparato che il fiume fa semplicemente il suo mestiere, e più sclerotizzano il suo corso peggio sarà: così, se oggi piovesse come quel novembre del 1966, l’Arno esonderebbe provocando molti più danni di allora. E che tutti i corsi d’acqua d’Italia sono a rischio esondazione nel prossimo futuro.

Dal grande padre Po al Tevere, dall’Adige all’Arno, ma anche dall’Ofanto al Reno, alle più piccole fiumare di Calabria e Lucania o ai torrenti di montagna, l’Italia dei mille fiumi è stata talmente maltrattata che non ci si dovrà stupire quando sembrerà che un cinico disegno della natura (per carità, sempre selvaggia e cattiva) ci voglia mettere in difficoltà: in realtà è solo e sempre colpa nostra, quella di avere quasi distrutto una ricchezza che andava meglio conosciuta e valorizzata.
La Stampa 03.01.10

"La dottrina del Quirinale", di Massimo Giannini

Come ogni Capodanno il “cuore d’Italia”, da Palermo ad Aosta, batte all’unisono con quello del presidente della Repubblica. Gli auguri di Giorgio Napolitano alla nazione rassicurano un’opinione pubblica esasperata e stimolano una classe politica esagitata. Il messaggio è vagamente ecumenico, il plauso unanimemente bipartisan. Ma senza alcuna pretesa di rovinare lo strano “presepe italiano” di fine 2009 (in cui si contempla la proditoria anomalia di una statuetta del Duomo di Milano e in cui si celebra l’assolutoria epifania del Partito dell’Amore) bisogna riconoscere che nel vigoroso “Inno alla serenità” pronunciato dal Capo dello Stato ci sono chiavi meno scontate e note più acuminate di quello che appaiono. La “Dottrina Napolitano” si incardina intorno a una premessa e a una promessa. La premessa riguarda le questioni economiche e sociali. L’Italia, dopo mesi “molto agitati”, ha un drammatico bisogno di essere governata.

Di fronte alla gravità di una crisi che pagheremo a caro prezzo sul piano dei costi economici (pesante caduta della produzione e dei consumi) e dei costi sociali (crollo dell’occupazione e aumento della povertà e delle disuguaglianze) il Paese ha reagito più con la forza delle sue braccia che non con la leva delle riforme. Il risultato nega l’assunto del presidente del Consiglio: nessuno sarà lasciato indietro. Non è vero. Chi è più forte ce la fa: imprese che hanno ristrutturato e lavoratori a tempo indeterminato con garanzie consolidate. Chi è più debole non ce la può fare: “invisibili” del ceto produttivo (micro-imprese senza rappresentanza e professionisti senza mercato) e soprattutto “invisibili” del mondo del lavoro (giovani precari con tutele deboli o inesistenti). Questa è la vera emergenza nazionale, che finora il governo ha affrontato con un approccio minimalista. Il Capo dello Stato ripropone invariato il monito che lanciò inutilmente il 31 dicembre del 2008: da questo abisso può riemergere un Paese più forte e più giusto. Se a distanza di un anno quel discorso resta “interamente aperto”, vuol dire che chi doveva adoperarsi per trasformare la difficoltà in opportunità non l’ha fatto. Ci sono riforme “non più rinviabili”. Non regge più l’alibi biblico del Qoelet (c’è un tempo per seminare, un tempo per raccogliere). La riforma degli ammortizzatori sociali e quella del fisco vanno fatte qui ed ora. Il governo le metta in campo, e la smetta di parlar d’altro.

La promessa riguarda le questioni politiche e istituzionali. Se rispetterà i tre valori intorno ai quali si cementa il civismo repubblicano (solidarietà, coesione sociale, unità nazionale) Berlusconi non troverà mai in Napolitano un ostacolo. Anche in questo campo ci sono riforme che “non possono essere tenute in sospeso” o bloccate dalle “opposte pregiudiziali”. Ma anche qui il presidente della Repubblica rilancia la palla al governo. Le riforme istituzionali e la riforma della giustizia sono necessarie. La Costituzione può essere rivista nella sua seconda parte, secondo le procedure dell’articolo 138. Tutto si può fare, ma a tre precise e inderogabili condizioni. La prima, sui processi: le riforme siano “ispirate solo all’interesse generale”, cioè all’esclusivo “servizio dei cittadini”. Questo esclude che si possano riproporre leggi ad personam ispirate solo a un interesse particolare, e cioè al servizio di un cittadino (il premier). La seconda, sulla forma di governo: le riforme abbiano un “radicato ancoraggio” a quegli equilibri fondamentali tra potere esecutivo, potere legislativo e organi di garanzia sui quali poggia un sano sistema democraztico. Questo esclude presidenzialismi o premierati senza un corrispondente rafforzamento delle Camere e dei cosiddetti “poteri neutri”. La terza, sul metodo: le riforme esigono la ricerca della “condivisione più larga possibile”, nel solco della mozione approvata dal Senato il mese scorso. Questo esclude ogni forma di “patto scellerato”, e ricolloca il confronto nell’unico luogo aperto, legittimo e titolato ad ospitarlo, cioè il Parlamento.

La “Dottrina Napolitano” fa piazza pulita di alibi e dubbi, inciuci ed equivoci. Il suo riformismo costituzionale smonta il sintagma dei teorici di ritorno di una sedicente “rivoluzione liberale” che, nella versione periana, vedono la storica malattia italiana nell’idea stessa di un compromesso sulle regole. Il suo spirito costituente spezza il paradigma “hobbesiano” che, nella visione berlusconiana, lega l’esistenza stessa del diritto al principio di sovranità. Dove l’origine dell’ordine politico risiede solo nel riconoscimento collettivo del sovrano, dove la sovranità è il presupposto necessario per l’esistenza dell’ordine politico e dove perciò l’unico diritto possibile è il diritto posto dal sovrano (Maurizio Fioravanti, in “Fine del diritto”, Il Mulino). “Io non desisterò”, promette il presidente della Repubblica agli italiani, all’alba di questo insondabile 2010. Noi lo ringraziamo per questo. E siamo con lui.
La Repubblica 02.01.2010

Napoleoni: «Mi candido per ripulire il Lazio», di Felicia Masocco

Mi hanno chiamato la notte di Natale, mi hanno proposto di candidarmi. Ho pensato che fosse mio dovere, sono anni che dico che bisogna tornare alla società civile e che il sistema ha bisogno di rinnovamento, non potevo tirarmi indietro, non era logico». Loretta Napoleoni è esperta di economia internazionale e di terrorismo internazionale, il suo curriculum è un lungo elenco di titoli accademici ottenuti in prestigiose università, collaborazioni con amministrazioni e testate giornalistiche (anche l’Unità). È nata è cresciuta a Roma oggi vive a Londra con frequenti viaggi su e giù per il mondo.

Attraverso Facebook, un gruppo di persone la candida alle primarie del centrosinistra per la presidenza del Lazio «perché – scrivono- pensiamo che la sua candidatura possa favorire la partecipazione e quel rinnovamento della politica di cui l’elettorato, non solo di centro-sinistra, sente imprescindibile bisogno». Come ha reagito a questa proposta? «Mi ha fatto molto piacere, sono anni che dico che bisogna tornare alla società civile, che il sistema ha bisogno di un rinnovamento: e dato che dall’alto non è venuto, è bene che arrivi dal basso. Trovo inoltre fantastico l’uso di Internet, di Facebook, dà la possibilità di raggiungere chiunque, è profondamente democratico. Ha un potenziale enorme, si è visto nell’elezione di Barack Obama».

Dunque accetta, sembra entusiasta, lo vuole fare? «Sì, lo faccio perché è il mio impegno civile. Non posso andare in giro per il mondo a dire mobilitiamo la società civile e poi ritrarmi se mi tirano in campo. Non mi sembrerebbe logico. Lo faccio come dovere, la politica deve ritornare al concetto di dovere, il politico è un servitore del cittadino». Un tempo si diceva per spirito di servizio… «Si, per questo. Per me è un sacrificio, vivo a Londra, ho una famiglia e altri impegni, ma non intendo vivere l’impegno politico solo a parole. Mi chiedono di fare la mia parte, andrò fino in fondo, poi tornerò a essere un cittadino normale. Non è mia intenzione fare il politico professionista, anzi trovo che questo sia uno dei problemi che abbiamo». Raccoglie la sfida che, peraltro, la potrebbe portare a competere con un’altra donna.

Dovesse farcela, che giunta sarebbe la sua? «Una giunta con una forte presenza di donne professioniste, una giunta tecnica in un certo senso, di persone che non hanno tessere in tasca, ma con solide carriere, competenze da spendere per rimettere a posto le cose e rilanciare la politica. Bisogna cambiare. Investire sulle donne potrebbe sembrare un cambio di facciata, invece no è un elemento catalizzante, il vero cambiamento è politico». E i contenuti? Ha pensato a due, tre punti? «Occorre una pulizia generale, come le pulizie di casa, buttare via la zavorra che è dentro la macchina amministrativa, si spreca troppo, si spende in modo sbagliato. Torniamo alla buona gestione e al risparmio. Secondo: aiuto e attenzione ai giovani, sono il nostro futuro, se non riescono a inserirsi che cosa faremo tra vent’anni? Infine la lotta al crimine organizzato: tendiamo a sottovalutare l’influenza della penetrazione del crimine organizzato nella nostra società. E purtroppo negli ultimi 20 anni si è vista un’avanzata progressiva. Il Lazio non è una regione tranquilla, lo sembra, ma la presenza del crimine organizzato è capillare».

Vive viaggiando, il suo è un curriculum prestigioso e globale. La sua è una candidatura sofisticata. Ma si presta a un’obiezione: che cosa c’entra Loretta Napoleoni con la regione Lazio? «Credo che la mia esperienza internazionale sia più un vantaggio che un limite. Ho visto da fuori l’evoluzione o l’involuzione del mondo occidentale quindi posso fare dei paragoni: il modo in cui, ad esempio, viene amministrato lo stato di Washington offre moltissimi spunti, apriamoci un attimo, non stiamo sempre chiusi nel nostro giardinetto, guardiamo al mondo, tante iniziative prese fuori possono essere riportate qui. Collaboro con le forze di polizia di Barcellona, ho visto come l’amministrazione ha potenziato la città, come le ha dato un nuovo respiro anche affrontando grossi problemi come l’immigrazione musulmana o il crimine organizzato. Ho un’esperienza internazionale su quei tre punti che dicevo che può essere positiva per una riforma. Anzi, direi, per un rinascimento della regione Lazio».
L’Unità 32.12.2009

"Cittadinanza la legga va condivisa", di Giovanna Zincone

Le decisioni pubbliche dovrebbero formare un puzzle dotato di qualche logica. Abbiamo sul tavolo la riforma della cittadinanza e il problema dei rinnovi dei permessi di soggiorno: è utile ripensarli insieme. Bisogna aspettare fino a 15 mesi per ottenere il rinnovo di un permesso, e 500 mila immigrati sono ancora in attesa. A un sondaggio che consentiva di dare tre risposte alla domanda sul perché la cittadinanza fosse desiderabile, il 57% degli immigrati intervistati ha scelto «per non dovere più rinnovare il permesso di soggiorno».

Se si vuole che la cittadinanza non rappresenti solo una scelta opportunistica, bisogna offrire l’alternativa di una residenza regolare meno difficile: snellire le pratiche di rinnovo, rafforzare le questure sguarnite, premiare quelle efficienti. Evitiamo che la buona conoscenza della lingua italiana costituisca una barriera per l’accesso alla carta di soggiorno. Non è ragionevole penalizzare lavoratori anziani o con bassa istruzione che hanno difficoltà a imparare una nuova lingua: rinnovi superflui costano non solo a loro, ma anche alla nostra amministrazione. È bene quindi che si stia elaborando il regolamento attuativo dell’Accordo di integrazione prima di tornare a discutere di riforma della cittadinanza. Perché questa va inserita in un percorso di integrazione che deve prevedere tappe nelle quali lo Stato non si limita a chiedere, ma dà qualcosa in cambio.

Se l’Accordo sarà attuato con buonsenso, una convergenza sulla cittadinanza come tappa conclusiva di un percorso di stabilizzazione si può raggiungere sulla base di criteri in teoria facilmente condivisibili: favorire i minori, favorire i meritevoli, essere equi e coerenti. In pratica, però, non si vedono segni di ampia condivisione dei criteri che suggerisco. Infatti, il testo uscito dalla commissione Affari costituzionali, presieduta da Bertolini, li segue solo in minima parte. Per certi versi si muove al contrario. Non fa sconti ai bambini e si impunta sul requisito di un minimo di 10 anni di soggiorno. Su questi due punti è pure più severo del testo prodotto nella XIV legislatura dalla commissione Affari costituzionali, sempre presieduta da Bertolini. Il vecchio testo concedeva la cittadinanza ai nati in Italia da genitori con 8 anni di residenza, quello nuovo mantiene la legge in vigore, per cui i nati in Italia possono diventare cittadini solo al compimento dei 18 anni, e solo se sono stati sempre regolari e sempre residenti. È una regola che non funziona.

In un Paese come il nostro, in cui il grosso dei regolari è passato attraverso un periodo di irregolarità, può accadere che bambini incolpevoli abbiano condiviso inizialmente la condizione dei genitori. Ed è pure evidente che i minori possono aver trascorso un anno o due con i nonni, visti i pesanti orari di lavoro cui sono spesso sottoposti i genitori immigrati. Una circolare del 2007 suggeriva di chiudere un occhio su questi due requisiti, ma il testo Bertolini li conferma. Non si capisce perché, come si fa in tanti Paesi europei, non si possa fare ottenere la cittadinanza prima dei 18 anni a chi è nato e a chi è arrivato da piccolo in Italia.

Quanto al tempo di residenza legale, il testo Bertolini fa ben due passi indietro: uno rispetto alla proposta del centro-destra della XIV legislatura, che concedeva uno sconto da 10 a 8 anni, e uno rispetto al presente, perché aggiunge un fardello supplementare, l’obbligo di seguire un corso annuale. L’intenzione di questa seconda misura è buona: mira a una cittadinanza meritata e propone una soluzione da tempo adottata da molti Stati dell’Unione, quella dei corsi di lingua e di integrazione. Si tratta però – è bene saperlo – di una soluzione costosa, con risultati spesso deludenti. Bisogna organizzare lezioni mirate su competenze culturali e linguistiche diverse, con orari accessibili a lavoratori che hanno spesso giornate e settimane stracolme. E poi, cosa si decide per coloro che frequentano ma non imparano? Se si trovasse comunque un accordo per vagliare i livelli di integrazione, si potrebbe convergere sull’idea di ridurre il requisito dei 10 anni di residenza per chi abbia raggiunto livelli sufficienti: che è poi il cuore della proposta bipartisan Granata-Sarubbi, che li riduce a 5 anni. A ulteriore dimostrazione che la proposta bipartisan sta in Europa e non fuori dal mondo, la riforma in discussione in Grecia accompagna misure di severo contrasto dell’immigrazione clandestina con uno sconto a 5 anni di attesa per cittadinanza e concessione del voto locale. Ma se si vuole trovare un accordo, si può concedere ai partigiani della severità un periodo di residenza un po’ più alto di 5, ma minore dei 10 attuali. Perché senza nessuno sconto la riforma suonerebbe meramente punitiva. E quel tempo potrebbe essere ulteriormente ridotto per particolari meriti: attività di volontariato, affermazioni nell’istruzione, nel lavoro, nella ricerca, nell’arte, nello sport. Questo è quanto prevede sia la nuova legge inglese, sia il «contrat d’accueil et d’intégration» voluto da Sarkozy. D’altra parte, per simmetria con quanto chiediamo agli immigrati, bisognerebbe valutare lo status di cittadino per coloro tra i discendenti dei nostri emigrati che non hanno studiato in Italia, non parlano la nostra lingua, non conoscono le nostre istituzioni, non pagano qui le tasse, ma mantenendo la cittadinanza possono votare e mandare propri rappresentanti nel Parlamento italiano. Insomma, ripensare la cittadinanza è un gioco a incastro, richiede attenzione e pazienza. Se il rinvio della discussione in aula non serve a mettere in soffitta la riforma, vale la pena di aspettare un po’ di tempo, nella speranza che ciò aiuti a maturare soluzioni sensate e condivise. Ma è evidente che la possibilità di arrivare a una riforma ampiamente condivisa dipende dalla volontà del Pdl di presentare, su questo come su altri temi, un’immagine distinta dalla Lega. Bisognerebbe che al Pdl fosse chiaro il doppio rischio di perdere verso il centro i voti dei moderati delusi, e verso la Lega i voti di quegli elettori che preferiscono l’originale alla copia.
La Stampa 02.01.2010

Ispra, la Prestigiacomo incontrerà i ricercatori il 4 gennaio. Una vittoria del PD

L’annuncio da Ignazio Marino. Cesare Damiano chiede al governo attenzione alle vicende di Eutelia, Ispra e Alcoa. 38 giorni sul tetto del proprio istituto, ma ora i ricercatori dell’ISPRA incontreranno il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo.
“Sono davvero lieto di questo importante segnale di apertura del Ministro Prestigiacomo. Insieme a Rosa Calipari, abbiamo parlato con il Vice Capo di Gabinetto del Ministro, la Dott.ssa Bernadette Nicotra, che ci ha comunicato l’appuntamento del Ministro con i ricercatori lunedì alle 10:00”. Ignazio Marino rivela così come la vertenza dei ricercatori dell’Ispra si sia sbloccata, dopo 38 giorni di protesta degli scienziati sul tetto dell’Istituto.
L’ISPRA è nato da appena 2 anni e dopo il taglio die 200 posti per il 2010 si prevede il blocco dei rinnovi dei contratti a termine: oltre 250 ricercatori rimarrebbero senza lavoro.
Così l’istituto nato dall’accorpamento di tre – Apat, Infs e Icram – invece di corrispondere a una migliore utilizzazione delle competenze tecnico-scientifiche, sia del personale di ruolo sia di quello a tempo determinato e precario è diventato un simbolo della cecità del governo. Speriamo che il 2010 inizi con il cambio di rotta chiesto dal segretario del PD, Pier Luigi Bersani, da Franceschini e Marino, dai senatori ecodem e da tanti esponenti democratici d aun annoa questa parte.

“Mi auguro ora che ai buoni propositi seguano i fatti – afferma Marino – e che i ricercatori siano tutti confermati nell’importante lavoro di tutela ambientale che svolgono con altissime qualifiche, al momento più apprezzate all’estero che in Italia. Spero inoltre che questo sia un segnale di cambiamento di visione del governo della destra che finora sulla ricerca non ha investito nulla, sottraendo invece risorse allo sviluppo e all’innovazione, chiavi di volta del futuro del nostro Paese”.

Eppure 200 ricercatori (su 500 in organico nell’istituto) hanno dovuto passare più di un mese senza confronto, ocn una delegazione costretta ad occupare l’Ispra per tentare di avere la visibilità necessaria alla propria causa e mantenere il posto di lavoro. Eppur enon si tratta di fannulloni, sono loro quelli che si occupano della nave dei veleni in Calabria, dei capodogli arenatisi in Puglia, del disastro idrogeologico di Messina.
Le imprese private nei monitoraggi come garantirebbero la stessa imparzialità? Forse freneremo la fuga dei cervelli, ma intanto per loro fortuna buona parte di questi scienziati ha già avuto proposte di contratti a tempo indeterminato offerti da Gran Bretagna, Stati Uniti e Germania.

E’Cesare Damiano a mentenre alta l’attenzione apsettando i fatti. Lo fa perché “Rai e Poste Italiane hanno revocato le loro commesse ad Eutelia. Il 31 dicembre scorso è anche scaduto l’appalto della Camera dei deputati per la manutenzione informatica. Quanto accade contraddice le decisioni del Consiglio dei ministri che, in un’apposita seduta, aveva promesso lo scorso anno di garantire le commesse pubbliche e private alla società in attesa delle decisioni circa l’amministrazione straordinaria. I ricercatori dell’Ispra continuano la loro lotta per il lavoro: l’unica interlocuzione che manca ancora è quella del ministro Prestigiacomo che ha competenza sull’istituto. L’azienda Alcoa ha dichiarato che fermerà l’attività dello stabilimento di Porto Vesme perché non soddisfatta dalle proposte del governo per la diminuzione del costo dell’energia. Abbiamo citato tre situazioni emblematiche, ma l’elenco sarebbe molto più lungo. Facciamo un appello al governo e chiediamo un atto di responsabilità e di coerenza con le decisioni assunte dai vari ministri, al fine di impedire gravi ripercussioni sull’occupazione e l’aumento della tensione sociale”.

Insomma nel 2010 il PD continuerà sulla strada intrapresa,a fianco di lavoratori e ricercatori.
Ma.Lau.
www.partitodemocratico.it

"Scalata Unipol-BNL. Il patto occulto non è mai esistito" di Rinaldo Gianola

Tra un mese, il primo febbraio, inizierà a Milano il processo per la scalata alla Banca nazionale
del lavoro che vede tra gli imputati l’ex presidente dell’Unipol Giovanni Consorte, il suo vice Ivano Sacchetti e anche l’ex Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Si tratta di un appuntamento importante, molto atteso nel mondo politico e finanziario, che potrebbe fare finalmente luce sul tentativo fallito del sistema cooperativo di comprare la Bnl nell’estate del 2005 e sulle eventuali responsabilità dei noti accusati.
Il processo, tuttavia, è stato anticipato da un giudizio della Corte d’appello di Genova – sezione prima civile – presieduta da Maria Teresa Bonavia. Pochi giorni prima di Natale la Corte ha depositato la motivazione con la quale è stato accolto il ricorso della Banca
Carige-Cassa di risparmio di Genova e Imperia, nelle persone del direttore generale Alfredo Sanguinetto e del presidente Giovanni Alberto Berneschi contro la Consob che nell’aprile del 2009 aveva comminato alla banca una sanzione amministrativa pecuniaria di 150 mila euro per violazione dell’art.122 del Testo Unico della Finanza in relazione alla partecipazione della stessa Carige alla scalata Bnl come alleata dell’Unipol. La Commissione di controllo delle società e la Borsa, presieduta da Lamberto Cardia, aveva deciso la sanzione «per la mancata
comunicazione di un patto parasociale tra la Carige e l’Unipol avente ad oggetto azioni della Banca nazionale del lavoro, fatti emersi a seguito della trasmissione alla Consob degli atti di un procedimento penale in corso a Milano avente ad oggetto reati commessi nel contesto della cosiddetta “scalata” di Unipol alla Bnl».
Nei fatti la Consob, con le informazioni derivanti dalle indagini della Procura di Milano, aveva accusato Carige di aver stabilito con Unipol «un accordo parasociale occulto» relativo «all’acquisto concertato di azioni della Bnl finalizzato all’esercizio, anche congiunto, di un’influenza dominante sulla Banca stessa». Il «patto occulto» sarebbe stato operativo
già prima della sua ufficializzazione pubblica avvenuta il 18 luglio 2005. La Consob sostiene che l’accordo segreto tra i vertici di Carige e Giovanni Consorte, all’epoca presidente
e amministratore delegato della compagnia delle cooperative, sarebbe datato 4 luglio 2005 quando la banca ligure acquisì sul mercato
l’1,48% delle azioni Bnl arrotontando
così la partecipazione all’1,98%.
Ricapitolando la versione Consob, ispirata da informazioni raccolte all’inchiesta milanese: c’è stato un «patto occulto», non comunicato alle autorità di vigilanza, tra Carige e Unipol (e poi, secondo gli inquirenti, ci sarebbero stati altri accordi segreti tra la stessa Unipol e altri alleati nella scalata) almeno due settimane prima della comunicazione al mercato, tale comportamento ha violato la legge e quindi va sanzionato con una multa ai vertici della banca.
Se i vertici della banca genovese avessero pagato la sanzione tutto sarebbe filato liscio, in attesa del processo di Milano. Ma Carige, convinta di aver agito correttamente, ha presentato ricorso contro la decisione Consob e la Corte d’appello non si è limitata ad accogliere il ricorso e a cancellare il pagamento di 150 mila euro. Ha motivato il suo giudizio
con argomentazioni e parole che, è facile immaginare, risuoneranno tra un mese nell’aula del Tribunale di Milano dove si celebrerà il processo per la scalata Unipol-Bnl. Il giudizio della Corte d’appello rappresenta un principio giurisprudenziale che non si può trascurare.
L’affermazione più rilevante della Corte d’appello, al termine di una lunga ricostruzione, è che non c’è stato alcun “concerto” nell’acquisto di azioni Bnl, nè sono mai esistiti “patti parasociali occulti”. La Corte scrive, utilizzando tra l’altro gli stessi fatti esposti dalla Consob:
«(…)l’impegno vincolante (di Carige) a tenere la partecipazione (Bnl) acquisita a disposizione del progetto di Unipol intervenne soltato in data 18.7.2005, data in cui il patto venne reso pubblico, e ciò rende qualificabile come mera affermazione non sostenuta dagli stessi fatti indicati, l’affermazione dell’esistenza del concerto per l’acquisizione dell’influenza dominante in Bnl». Queste parole dei giudici dicono che la storia di acquisti concertati e occulti di azioni Bnl da parte di Unipol e dei suoi alleati, che sarebbero stati effettuati prima della comunicazione ufficiale ufficiale del patto, non è vera.
Ma le 27 pagine di testo della Corte d’appello di Genova non si possono archiviare così. Una domanda, almeno una, s’impone. Se non c’è il “concerto” tra gli scalatori, tra Consorte
e i suoi sodali, se gli acquisti di azioni Bnl non violano la legge, se non ci sono patti parasociali segreti, allora su cosa si regge oggi l’inchiesta, su cosa si reggerà l’accusa al processo? Ci sarà “una pistola fumante”?
Nella richiesta di rinvio a giudizio i magistrati hanno riformulato il capo di imputazione, l’hanno edulcorato. Ora, a un mese dal processo, arriva il giudizio della Corte d’appello di Genova contro la Consob. E ci sarebbe da aggiungere anche una sentenza di Roma che, pur senza le motivazioni così articolate di Genova, ha accolto un ricorso della Deutsche Bank sul presunto “concerto” nell’acquisto di azioni Bnl. A Bologna, inoltre, è attesa a breve una decisione in merito a un altro “concerto” tra Unipol e Bper (Popolare dell’Emilia Romagna).
A questo punto è utile che si celebri il processo di Milano. È importante non solo per gli imputati che così potranno difendersi in pubblico ma anche per il sistema finanziario e
politico. Bisogna capire cosa è davvero successo nel 2005. È necessario sapere se il piano di un soggetto imprenditoriale rilevante come le cooperative di acquisire la Bnl, che avrebbe cambiato i rapporti di potere nell’economia e nella finanza, è fallito per i comportamenti illeciti di alcuni mascalzoni arrivati ai vertici Unipol e dei loro alleati oppure per altre sconosciute ragioni. La realtà è che dopo cinque anni i membri del club dei moralizzatori (Rutelli, Della
Valle, Montezemolo, Amato, Lanzillotta..) che nel 2005 volevano limitare l’interesse delle cooperative «ai supermercati» sono ancora in giro a pontificare e Luigino Abete ha mantenuto la presidenza della Bnl.
L’Unità 31.12.09

Unimondo: 2009, dodici mesi di piccole-grandi vittorie della società civile

Nonostante le crescenti tensioni in Iran e in diverse altre parti del mondo, come notizia di fine anno e segno di buon auspicio per il 2010 vogliamo rilanciare quelle che Amnesty International evidenzia come le dodici buone notizie del 2009.

Ne presentiamo altre dodici, riprendendole dall’archivio delle notizie di Unimondo, che indicano le piccole-grandi vittorie della società civile nell’anno che sta per chiudersi. A ricordare a tutti noi che con un impegno forte e comune un passo avanti verso un altro mondo è possibile.

Europa: tre agenzie di credito si ritirano dalla diga Ilisu in Turchia
“Le agenzie di credito all’export di Germania, Austria e Svizzera si sono ritirate dal controverso progetto della diga di Ilisu nel Kurdistan turco”. Lo annunciano la CRBM e la European Ilisu Campaign. “Una grande conquista per la nostra campagna” – commentano i rappresentanti dell’osservatorio dell’ECA austriaco. Il fronte dell’opposizione alla diga si concentra ora in Turchia dove si auspica che finisca l’interminabile attesa riguardo il futuro degli abitanti delle zone a rischio di allagamento e che il governo ascolti le alternative proposte. (9 gennaio 2009)

Antimafia: la Calcestruzzi Ericina di Trapani diventa ‘Libera’
E iniziato oggi a Trapani il nuovo corso della cooperativa Calcestruzzi Ericina Libera. “L’azienda, esempio unico a livello nazionale, è un’attività confiscata alla mafia del trapanese, dal 2000 gestita in amministrazione giudiziaria e oggi resa ai siciliani” – riporta l’associazione Libera. “Un esempio, piccolo ma significativo, della possibilità di produrre cambiamenti reali in territori che soffrono, purtroppo, per la presenza invasiva delle organizzazioni mafiose” – ha sottolineato don Luigi Ciotti, presidente di Libera. Come previsto dal 1996 dalla legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, i beni aziendali della Calcestruzzi Ericina sono stati affidati alla cooperativa costituita dai lavoratori dell’azienda. (09 febbraio 2009)

Energia: 6mila ‘comuni rinnovabili’, Legambiente mappa l’Italia pulita
Sono 5.991 i Comuni delle energie rinnovabili in Italia, ossia quelli che hanno installato almeno un impianto per l’energia pulita nel proprio territorio, 2.801 in più rispetto allo scorso anno. Lo segnala la IV edizione del rapporto “Comuni Rinnovabili” di Legambiente (in .pdf). Una crescita che riguarda tutte le fonti: solare fotovoltaico, solare termico, mini idro-elettrico, geotermia ad alta e bassa entalpia, impianti da biomasse collegati a reti di teleriscaldamento. “Stanno dando forma a un nuovo modello di generazione distribuita che cambia profondamente il modo di guardare all’energia e al rapporto con il territorio” – evidenzia Legambiente. (27 febbraio 2009)

Terremoto: reportage denuncia “macerie triturate”, aree sotto sequestro
Mentre nei giorni scorsi la Procura de L’Aquila annunciava l’apertura di un’inchiesta sui crolli di edifici pubblici e privati in seguito al terremoto, il giornale online Site.it raccoglieva un’impressionante reportage e una documentazione fotografica su ciò che stava avvenendo in Piazza d’Armi (si veda il reportage fotografico e il relativo commento sul sito Site.it). Il reportage di Orsatti e Venti ha sollevato il problema della scomparsa delle eventuali prove dei crolli avvenuti durante il sisma: nella serata di ieri le aree da cui venivano prelevate le macerire sono stati posti sotto sequestro e l’asportazione delle macerie è stata interrotta. (16 aprile 2009)

Ue: il Parlamento approva il ‘pacchetto asilo’ per migliorare le norme comunitarie
Ieri il Parlamento europeo ha approvato le nuove norme per le procedure di asilo, il cosiddetto “Pacchetto asilo” cioè l’insieme di testi legislativi che mira a migliorare il sistema comunitario d’asilo e rafforzare i diritti dei richiedenti e le loro condizioni, definendo i criteri che debbono essere garantiti per quanto riguarda l’assistenza legale, il ricongiungimento familiare, l’istruzione, le cure, l’aiuto finanziario, la libertà di movimento e l’accesso al lavoro. La proposta prevede inoltre disposizioni specifiche per la protezione di persone particolarmente vulnerabili, come i minori, i minori non accompagnati, le donne in gravidanza e le vittime di torture e violenze. (8 maggio 2009)

Agices: cresce il commercio equo e solidale in Italia, più 30% le vendite
Cresce in Italia il commercio equo e solidale e le vendite al dettaglio registrano un incremento di un terzo. Lo afferma Agices (Assemblea Generale del Commercio Equo e Solidale) che ha presentato ieri un’anticipazione del suo rapporto annuale. ”Una buona notizia – ha commentato la presidente Agices Gaga Pignatelli – che in tempi di crisi non era scontata e che segnala la fiducia crescente dei consumatori rispetto a organizzazioni che stanno seguendo percorsi sempre più rigorosi di certificazione”. Le organizzazioni del Commercio Equo iscritte al Registro Agices hanno venduto al dettaglio nel 2007 oltre 23 milioni di euro di prodotti equosolidali. (25 giugno 2009)

No Dal Molin: ‘il 4 luglio Vicenza ha vinto una partita difficile e pericolosa’
“Nella giornata dell’indipendenza, Vicenza si è trovata sotto occupazione militare. Non si era mai visto, a Vicenza, un dispiegamento di forze come quello a cui ha dovuto assistere la città. L’intenzione del questore Sarlo era di intimidire i cittadini. Ma la città ha vinto una partita difficile e pericolosa” E’ la sintesi dei commenti del comitato ‘No Dal Molin’ ai fatti del 4 luglio, giornata della manifestazione per lo ‘Indipendence Day’ della città veneta. “Difficile, perché serviva il coraggio di osare la speranza per mettersi in cammino di fronte a quel dispositivo militare; pericolosa, perché di fronte c’era l’umiliazione di abbassare per sempre la testa o la forza di continuare a resistere”. (6 luglio 2009)

L’Aquila: al via l’osservatorio ‘Ricostruire Pulito’ di Libera, Legambiente e Provincia
“La verità ha bisogno sempre di essere vigilata”. Con queste parole il presidente di Libera, don Luigi Ciotti ha presentato ieri a L’Aquila, presso il Centro Direzionale Carispaq, l’Osservatorio Ricostruire Pulito che vede protagonisti Libera, Legambiente e la Provincia de L’Aquila. “Un atto d’amore e di rispetto per questa meravigliosa terra e per le tante persone che non ci sono più” – ha continuato don Ciotti parlando della necessità di una “vigilanza da parte della società civile nel processo di ricostruzione in una terra profondamente ferita, ma che necessita di rialzarsi in fretta e bene”. (28 luglio 2009)

Italia: l’altraeconomia ha raggiunto il 4% del pil, in corso a Roma la festa nazionale
Ha raggiunto quasi il 4% del Prodotto interno lordo, riguarda circa 170 mila aziende con oltre 1,4 milioni di occupati (il 6% sul totale nazionale) e circa 700mila volontari creando un valore aggiunto pari a oltre 60 miliardi di euro. E’ la fotografia dell’altraeconomia in Italia presentata nel primo Rapporto nazionale sull’altra ecomonia (in .pdf) in occasione della prima ‘Festa nazionale dell’Altra Economia’ che ha preso il via giovedì scorso alla Città dell’Altraeconomia a Roma. Un mondo variegato che non è riconducibile al solo ambito del nonprofit o dell’economia cooperativa o ambientale. (19 settembre 2009)

Greenpeace: nuova vittoria in Amazzonia per fermare la deforestazione
“La nostra campagna ha funzionato! I giganti brasiliani della carne e della pelle – JBS/Friboi, Bertin, Minerva e Marfrig – hanno finalmente risposto alle nostre richieste per fermare la deforestazione in Amazzonia. Un passo da gigante verso la protezione del clima”. Così nei giorni scorsi Greenpeace ha annunciato l’ennesima risposta positiva alla campagna di pressione “Deforestazione Zero” che ha mobilitato l’attenzione dei consumatori su diverse ditte e marchi internazionali per impegnarli a cancellare i contratti con tutti quei fornitori che non garantiscono che i loro prodotti non provengono da fenomeni di deforestazione in Amazzonia. (13 ottobre 2009)

Onu: nuovo passo verso il Trattato sul commercio armi, anche gli Usa favorevoli
Per la prima volta con il voto favorevole degli Usa, le Nazioni Unite hanno stabilito un programma per il “Trattato sul commercio di armi” (ATT) che dovrà essere adottato entro il 2012. Lo riportano la campagna internazionale ‘Control Arms’ e la Rete italiana Disarmo. Venerdì 30 ottobre, dopo anni di discussioni e dibattiti, stimolati soprattutto dalla campagna internazionale ‘Control Arms’ di cui anche Rete Disarmo fa parte, le Nazioni Unite hanno concordato un calendario definitivo per scrivere ed adottare un “forte e robusto” Trattato Internazionale sui Trasferimenti di Armi. Il Trattato (conosciuto in sigla come ATT) dovrà avere “i più alti standard diffusi” per poter controllare il commercio ed il trasporto delle armi convenzionali in giro per il mondo. (2 novembre 2009)

Banca Etica: nell’anno della crisi è cresciuto l’investimento nella finanza etica
L’anno che sta per concludersi è stato denso di soddisfazioni per il Gruppo Banca Popolare Etica. “La nostra Banca ha festeggiato i suoi primi 10 anni nel pieno di una drammatica crisi economica” – dice Mario Crosta, direttore generale di Banca Etica. “Con molto orgoglio possiamo dire di aver dimostrato che non solo la finanza etica funziona, ma è anche in grado di resistere alle tempeste finanziarie e di proporsi come modello per ripensare le regole di una finanza che fin qui è stata accecata dall’ossessiva ricerca della massimizzazione dei profitti di breve periodo”. Da non dimenticare l’attività di azionariato critico nei confronti di Eni e Enel promossa dalla Fondazione Culturale Responsabilità Etica per portare nelle assemblee dei due colossi energetici italiani le posizioni e le richieste della società civile (23 dicembre 2009)
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