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"Caserme, castelli, spiagge saldi di Stato sul territorio", di Giovanni Valentini

Si annuncia come la più colossale svendita di Stato che sia stata mai concepita. Altro che privatizzazioni all’inglese, modello Thatcher o Blair. Qui siamo alla liquidazione totale del demanio statale. Si svende un enorme patrimonio pubblico che appartiene a tutti i cittadini: settentrionali e meridionali, ricchi e poveri, di destra e di sinistra.
Il decreto legislativo sul cosiddetto “federalismo demaniale”, varato dal Consiglio dei ministri alla vigilia di Natale e rimesso ora all’esame delle competenti Commissioni parlamentari, prevede il trasferimento dei beni statali a Comuni, Province e Regioni, con la dismissione in massa di edifici pubblici, caserme e altre installazioni militari, terreni, spiagge, fiumi, laghi, torrenti, sorgenti, ghiacciai, acquedotti, porti e aeroporti.

E come denuncia il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, una volta approvato definitivamente potrebbe innescare “la più grande speculazione edilizia e immobiliare nella storia della Repubblica”.
Sono in tutto sette gli articoli del provvedimento, presentato dal ministro della Semplificazione Normativa, il leghista Roberto Calderoli. Un grimaldello legislativo per forzare la “mano morta” che blocca, come si legge nella relazione introduttiva, “un patrimonio abbandonato e improduttivo”.

Ma proprio in nome della semplificazione e della valorizzazione, due esigenze entrambe apprezzabili, si rischia in realtà di scardinare una cassaforte che contiene beni collettivi inalienabili: compresi quelli “assoggettati a vincolo storico, artistico e ambientale che non abbiano rilevanza nazionale”, come si legge all’articolo 4.

L’opposizione dei Verdi, a cui non possono non aderire gli ambientalisti più avvertiti e sensibili, punta in particolare contro due norme considerate devastanti. La prima (art.5, comma b) stabilisce che la delibera del piano di alienazione e valorizzazione da parte del Consiglio comunale “costituisce variante allo strumento urbanistico generale”: in pratica, un meccanismo automatico di modifica dei piani regolatori, al di fuori di qualsiasi logica e programmazione.

L’altra norma controversa è quella che semplifica le procedure per l’attribuzione dei beni statali ai fondi immobiliari (art. 6): “Si tratta – commenta Bonelli – di un maxi-regalo alle grandi famiglie dei costruttori che hanno già saccheggiato il territorio italiano, attraverso lo sfruttamento del territorio e la speculazione edilizia”.

In attesa di un censimento completo, previsto dallo stesso provvedimento, i dati dell’Agenzia del demanio registrano 30 mila beni in gestione, di cui 20 mila edifici (67%) per 95 milioni di metri cubi e 10 mila terreni (33%) per 150 milioni di metri quadrati. Il demanio militare occupa lo 0,26% del territorio nazionale, pari a 783 chilometri quadrati, prevalentemente in Friuli Venezia Giulia e in Sardegna, dove si trova il poligono di Capo Teulada (72 chilometri quadrati). Seguono, con superfici minori, il Lazio e la Puglia.

Nessuno può negare onestamente che buona parte di questo ingente patrimonio versi in stato di abbandono, affidato all’incuria o comunque alla mancanza di risorse per la sua valorizzazione. Dallo Stato centrale agli enti locali, spesso si gioca allo scaricabarile, nell’incertezza delle competenze e delle responsabilità.

Ma il trasferimento in blocco di questi beni ai Comuni, alle Province e alle Regioni, allo scopo dichiarato di fare cassa, minaccia di impoverire alla fine la ricchezza nazionale in funzione di un malinteso federalismo, come se un certo pezzo d’Italia fosse proprietà esclusiva di una determinata comunità.

Chi ha il diritto di stabilire, per esempio, che una spiaggia della Sardegna, della Sicilia o della Puglia appartiene soltanto a quella Regione? Chi ha l’autorità di alienare un bene storico, artistico o ambientale d’interesse locale? E ancora, chi può disporre di infrastrutture come acquedotti, porti e aeroporti, che per loro natura servono aree più ampie ed estese?

Al di là della necessità di rispettare i piani urbanistici, se non altro per evitare l’impatto negativo di varianti automatiche, è auspicabile dunque che il decreto legislativo sul “federalismo demaniale” venga modificato e corretto durante l’iter parlamentare, come reclamano i Verdi, almeno su due punti fondamentali: da una parte, l’esclusione dei beni storici e artistici dall’elenco delle dismissioni; dall’altra, l’introduzione dei vincoli di destinazione e uso per i terreni o gli edifici statali.

Non è concepibile cedere un castello o un museo a un soggetto privato, solo perché il bene in questione non è considerato di “rilevanza nazionale”. Mentre si può pensare di alienare legittimamente un’area abbandonata o una caserma, purché venga destinata a funzioni sociali: ospedali, centri di assistenza, istituti scolastici, parchi pubblici o impianti sportivi. Altrimenti, più che di semplificazione e valorizzazione, si dovrà parlare – appunto – di svendita e liquidazione.
La Repubblica 31.12.09

"La lunga corsa del 2009 Pechino sorpassa Tokyo", di Francesco Sisci

Ora la Cina è la seconda economia mondiale dopo gli Usa. E batte tutti per riserve: ha in cassa 2700 miliardi di dollari. Il 2009 per la Cina è stato l’anno del sorpasso. Sembra davvero finito un ciclo di 30 anni che, dall’inizio delle riforme economiche alla fine del 1978, ha portato il Paese della Grande Muraglia a superare il prodotto interno lordo giapponese.

Uno scatto che ha messo fine a circa un secolo di primato economico e politico nipponico in Asia. Nel 2009, grazie allo sviluppo del suo Pil probabilmente oltre il 9% in contrasto con la recessione che ha colpito il resto del mondo, la Cina avrà prodotto circa metà della crescita economica globale. Inoltre, nonostante la diminuzione dei suoi commerci, la Cina quest’anno è diventata il primo esportatore del mondo, che è anche la riprova di quanto siano diminuite le capacità degli altri. Infine ci sono i dati delle riserve monetarie, prime in assoluto.

Oltre 2150 miliardi di dollari cui vanno sommati i circa 500 miliardi di Hong Kong. Il totale complessivo è di circa 2700 miliardi, che fanno di Pechino il primo creditore al mondo, il maggiore acquirente di debito americano, seduto su un deposito di denaro che farebbe impallidire Paperone ma anche il Pil italiano, che quest’anno potrebbe scendere sotto i 2200 miliardi di dollari. Queste cifre però non troneggiano sulle prime pagine dei giornali, né i leader politici si mostrano alla televisione a sciorinare la contabilità di un trionfo economico che diventa anche politico. I numeri sono quasi nascosti in dispacci per addetti ai lavori, sparsi e distribuiti su varie fonti nel tentativo di nasconderli e non farli vedere troppo. Il motto ufficiale è «tenere la testa bassa».

Qualcuno teme che questo trionfo economico possa tradursi, nel futuro prossimo, in tasse politiche da pagare: per esempio con un maggiore ruolo internazionale della Cina in missioni di pace. Tutta roba che Pechino vorrebbe evitare. I leader cinesi temono anche che urlando di soddisfazione per i risultati della loro economia si dia fiato alle pericolose sirene del nazionalismo che – queste sì – vorrebbero un ruolo più forte al livello internazionale. Il loro profeta, Wang Xiaodong, in questi giorni tuona contro la stampa britannica che attacca Pechino per l’esecuzione di un cittadino inglese in Cina.

Pechino – forse fedele al vecchio monito napoletano di piangere sempre – si preoccupa delle cose che non funzionano. In effetti non sono poche. L’istituto di controllo delle spese ha reso noto che una somma colossale è sparita dai libri contabili nei primi undici mesi di quest’anno, l’equivalente di quasi 24 miliardi di euro. Per questo decine di alti funzionari del governo centrale e di quelli locali sono stati messi sotto indagine. La cifra va contestualizzata: è meno del 2% del totale dello stimolo economico e dell’aumento di credito elargito dallo Stato e dalle banche in quel periodo. Insomma, anche fossero tutte mazzette, il tasso di corruzione non sarebbe enorme.

La vera preoccupazione è un’altra: dato l’enorme esborso finanziario sostenuto per attivare l’economia nel 2009 la Cina spera che il 2010 marci con le sue gambe. Ma i segnali non sono tutti rassicuranti. L’alto commissario per Hong Kong Donald Tsang ha detto di temere una caduta dell’economia del territorio a metà dell’anno. Hong Kong non è un’economia vera e propria, piuttosto è un termometro della salute dell’economia nel bacino dell’Asia-Pacifico. Non è chiaro su che basi Tsang si esprima: certo Pechino osserva che in America oltre i dati generali, certo migliori, restano molti elementi preoccupanti.

La disoccupazione è molto alta, le piccole imprese che già hanno tassi di fallimento da record potrebbero andar peggio con la nuova legge sulla sanità che impone altri costi. Al di là del suo sorpasso, quindi Pechino si preoccupa dello stato del suo maggiore «cliente», l’America, che possiede forse il 70% del suo credito, e teme una seconda metà del 2010 molto turbolenta.
La Stampa 31.12.09

Scommettere sui diritti "postmateriali", di Edmondo Berselli

Non c´è davanti a noi soltanto il 2010. Ci sono tutti gli anni del decennio. Perché la domanda è questa: come esce dalla crisi economica l´Italia? Una ricerca della Banca d´Italia ha mostrato un calo della produzione industriale equivalente a cento trimestri persi. Il che significa che per uscire dalla recessione occorreranno otto-nove anni di tempo. Questo avrà conseguenze significative sulla politica. Occorrerà trovare formule per stimolare i consumi, perché la crisi attuale è una crisi soprattutto di domanda (le famiglie hanno meno risorse). Ma soprattutto ci sarà la necessità di una filosofia. Si può partire dalla situazione economica, aderendo a una concezione classica e a suo modo “materialista” della società. Oppure scommettere su una sfera diversa, “postmateriale”, che comincia con i diritti.
È un argomento difficile nel nostro paese, perché fortemente ideologizzato. Implica due nozioni opposte della modernizzazione. Una destra populista oppure un gaullismo con il senso dello Stato. Tutto ciò che riguarda la bioetica, per esempio, dalla fecondazione assistita al testamento biologico, incontra una divisione fra destra e sinistra; senza dire che la presenza e l´attivismo della Chiesa influenzano direttamente le scelte politiche su questo terreno. Ma quando si parla di diritti è bene non dimenticare contesti più classici, riferiti all´occupazione. Anche questi sottoposti a tensioni politiche. Perché i diritti del lavoro sono cambiati e cambieranno ancora in seguito alle trasformazioni del mercato. La flessibilità si è modificata in precarietà, con ripercussioni ingenti su ampie quote di lavoratori (due milioni di disoccupati, più mezzo milione di persone in cassa integrazione, situazione critica soprattutto al Sud: ecco una nuova questione meridionale). Per queste tipologie di lavoro, sottoposte a crisi occupazionali molto più forti rispetto ai lavoratori “garantiti”, non esistono, se non in minima parte, garanzie e sostegni sul piano del reddito. Il risultato, come ha illustrato Tito Boeri, è disarmante: sono andati persi 265 mila lavori a termine, 100 mila collaborazioni, 385 mila lavori autonomi.
Ecco dunque l´urgenza di un nuovo sistema di welfare. Tanto più che la stessa struttura produttiva italiana dovrà cambiare profondamente. Ora infatti la nostra quota di manifatturiero si aggira sul 20 per cento del Pil, ed è probabile che debba ridimensionarsi e anche trasformarsi. Riconvertirsi ad esempio nei settori dell´economia ecosostenibile, nella valorizzazione del patrimonio eno-gastronomico, nell´intrattenimento, nel turismo, nelle nuove forme di informazione.
In sostanza: ci sarà un´Italia pesante e un´Italia leggera. Farle convivere è il compito per un futuro che recuperi la via dello sviluppo.
La Repubblica 31.12.09

Messaggio di fine anno del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Buona sera a voi che siete in ascolto. Nel rivolgervi, mentre sta per concludersi il 2009, il più cordiale e affettuoso augurio, vorrei provarmi a condividere con voi qualche riflessione sul difficile periodo che abbiamo vissuto e su quel che ci attende. Un anno fa, molto forte era la nostra preoccupazione per la crisi finanziaria ed economica da cui tutto il mondo era stato investito. La questione non riguardava solo l’Italia, ma avevamo motivi particolari di inquietudine per il nostro paese.
Oggi, a un anno di distanza, possiamo dire che un grande sforzo è stato compiuto e che risultati importanti sono stati raggiunti al livello mondiale : non era mai accaduto nel passato, in situazioni simili, che i rappresentanti degli Stati più importanti, di tutti i continenti, si incontrassero così di frequente, discutessero e lavorassero insieme per cercare delle vie d’uscita nel comune interesse, e per concordare le decisioni necessarie.

Proprio questo è invece accaduto nel corso dell’ultimo anno. L’Italia – sempre restando ancorata all’Europa – ha dato il suo apprezzato contributo, con il grande incontro del luglio scorso a L’Aquila, e ha per suo conto compiuto un serio sforzo.

Dico questo, vedete, guardando a quel che si è mosso nel profondo del nostro paese. Perché, lo so bene, abbiamo vissuto mesi molto agitati sul piano politico, ma ciò non deve impedirci di vedere come si sia operato in concreto da parte di tutte le istituzioni, realizzandosi, nonostante i forti contrasti, anche momenti di impegno comune e di positiva convergenza. Nello stesso tempo, nel tessuto più ampio e profondo della società si è reagito alla crisi con intelligenza, duttilità, senso di responsabilità, da parte delle imprese, delle famiglie, del mondo del lavoro.

Perciò guardiamo con fiducia, con più fiducia del 31 dicembre scorso, al nuovo anno.

Non posso tuttavia fare a meno di parlare del prezzo che da noi, in Italia, si è pagato alla crisi e di quello che ancora si rischia di pagare, specialmente in termini sociali e umani.

C’è stata una pesante caduta della produzione e dei consumi; ce ne stiamo sollevando; si è confermata la vocazione e intraprendenza industriale dell’Italia; ma ci sono state aziende, soprattutto piccole e medie imprese, che hanno subìto colpi non lievi; e a rischio, nel 2010, è soprattutto l’occupazione. Si è fatto non poco per salvaguardare il capitale umano, per mantenere al lavoro forze preziose anche nelle aziende in difficoltà, e si è allargata la rete delle misure di protezione e di sostegno; ma hanno pagato, in centinaia di migliaia, i lavoratori a tempo determinato i cui contratti non sono stati rinnovati e le cui tutele sono rimaste deboli o inesistenti; e indubbia è oggi la tendenza a un aumento della disoccupazione, soprattutto di quella giovanile.

Vengono così in primo piano antiche contraddizioni, caratteristiche dell’economia e della società italiana. Dissi da questi schermi un anno fa: affrontiamo la crisi come grande prova e occasione per aprire al Paese nuove prospettive di sviluppo, facendo i conti con le insufficienze e i problemi che ci portiamo dietro da troppo tempo – dalla crisi deve e può uscire un’Italia più giusta. Ebbene, questo è il discorso che resta ancora interamente aperto, questo è l’impegno di fondo che dobbiamo assumere insieme noi italiani.

Ma come riuscirvi? Guardando con coraggio alla realtà nei suoi aspetti più critici, ponendo mano a quelle riforme e a quelle scelte che non possono più essere rinviate, e facendoci guidare da grandi valori: solidarietà umana, coesione sociale, unità nazionale.

Parto dalla realtà delle famiglie che hanno avuto maggiori problemi: le coppie con più figli minori, le famiglie con anziani, le famiglie in cui solo una persona è occupata ed è un operaio. Le indagini condotte anche in Parlamento ci dicono che nel confronto internazionale, elevato è in Italia il livello della disuguaglianza e della povertà. Le retribuzioni dei lavoratori dipendenti hanno continuato ad essere penalizzate da un’alta pressione fiscale e contributiva; più basso è il reddito delle famiglie in cui ci sono occupati in impieghi “atipici”, comunque temporanei.

Le condizioni più critiche si riscontrano nel Mezzogiorno e tra i giovani. Sono queste le questioni che richiedono di essere poste al centro dell’attenzione politica e sociale, e quindi dell’azione pubblica. L’economia italiana deve crescere di più e meglio che negli ultimi quindici anni: ecco il nostro obbiettivo fondamentale. E perché cresca in modo più sostenuto l’Italia, deve crescere il Mezzogiorno, molto più fortemente il Mezzogiorno. Solo così, crescendo tutta insieme l’Italia, si può dare una risposta ai giovani che s’interrogano sul loro futuro.

C’è una cosa che non ci possiamo permettere: correre il rischio che i giovani si scoraggino, non vedano la possibilità di realizzarsi, di avere un’occupazione e una vita degna nel loro, nel nostro paese. Ci sono nelle nuove generazioni riserve magnifiche di energia, di talento, di volontà: ci credo non retoricamente, ma perché ho visto di persona come si manifestino in concreto quando se ne creino le condizioni.

Ho visto la motivazione, ho visto la passione di giovani, tra i quali molte donne, che quest’anno mi è accaduto di incontrare nei laboratori di ricerca; la motivazione e l’orgoglio dei giovani specializzati che sono il punto di forza di aziende di alta tecnologia; la passione e l’impegno che si esprimono nelle giovani orchestre concepite e guidate da generosi maestri. E penso alla motivazione e alla qualità dei giovani che si preparano alle selezioni più difficili per entrare in carriere pubbliche come la magistratura.

Certo, sono queste le energie giovanili che hanno potuto prendere le strade migliori; e tante sono purtroppo quelle che ancora si dibattono in una ricerca vana. Ma ho fiducia nell’insieme delle nuove generazioni che stanno crescendo; a tutti i giovani la società e i poteri pubblici debbono dare delle occasioni, e in primo luogo debbono garantire l’opportunità decisiva di formarsi grazie a un sistema di istruzione più moderno ed efficiente, capace di far emergere i talenti e di premiare il merito.

Più crescita, più sviluppo nel Mezzogiorno, più futuro per i giovani, più equità sociale. Sappiamo che a tal fine ci sono riforme e scelte da non rinviare: proprio negli scorsi giorni il governo ne ha annunciato due su temi molto impegnativi, la riforma degli ammortizzatori sociali e la riforma fiscale. La prima è chiamata in particolare a dare finalmente risposte di sicurezza e tutela a coloro che lavorano in condizioni di estrema flessibilità e precarietà.

La riforma annunciata per il fisco, è poi assolutamente cruciale; in quel campo, è vero, non si può più procedere con “rattoppi”, vanno presentate e dibattute un’analisi e una proposta d’insieme. E in quel dibattito si misurerà anche una rinnovata presa di coscienza del problema durissimo del debito dello Stato. Intanto, il Parlamento si è impegnato a riordinare la finanza pubblica con la legge sul federalismo fiscale e a regolarla con un nuovo sistema di leggi e procedure di bilancio. Due riforme già votate, su cui il Parlamento è stato largamente unito.

E vengo alle riforme istituzionali, e alla riforma della giustizia, delle quali tanto si parla. Ho detto più volte quale sia il mio pensiero; sulla base di valutazioni ispirate solo all’interesse generale, ho sostenuto che anche queste riforme non possono essere ancora tenute in sospeso, perché da esse dipende un più efficace funzionamento dello Stato al servizio dei cittadini e dello sviluppo del paese. Esse dunque non sono seconde alle riforme economiche e sociali e non possono essere bloccate da un clima di sospetto tra le forze politiche, e da opposte pregiudiziali.

La Costituzione può essere rivista – come d’altronde si propone da diverse sponde politiche – nella sua Seconda Parte. Può essere modificata, secondo le procedure che essa stessa prevede. L’essenziale è che – in un rinnovato ancoraggio a quei principi che sono la base del nostro stare insieme come nazione – siano sempre garantiti equilibri fondamentali tra governo e Parlamento, tra potere esecutivo, potere legislativo e istituzioni di garanzia, e che ci siano regole in cui debbano riconoscersi gli schieramenti sia di governo sia di opposizione.

Ho consigliato misura, realismo e ricerca dell’intesa, per giungere a una condivisione quanto più larga possibile, come ha di recente e concordemente suggerito anche il Senato. Voglio esprimere fiducia che in questo senso si andrà avanti, che non ci si bloccherà in sterili recriminazioni e contrapposizioni.

Il nuovo slancio di cui ha bisogno l’Italia, per andare oltre la crisi, verso un futuro più sicuro, richiede riforme, richiede convinzione e partecipazione diffuse in tutte le sfere sociali, richiede recupero di valori condivisi. Valori di solidarietà: e il paese, in effetti, se ne è mostrato ricco in quest’anno segnato da eventi tragici e dolorosi, da ultimo sconvolgenti alluvioni. Se ne è mostrato ricco stringendosi con animo fraterno alle popolazioni dell’Aquila e dell’Abruzzo colpite dal terremoto, o raccogliendosi commosso attorno alle famiglie dei caduti in Afganistan, e come sempre impegnandosi generosamente in molte buone cause, quelle del volontariato, della fattiva e affettuosa vicinanza ai portatori di handicap, ai più poveri, agli anziani soli, e del sostegno alla lotta contro le malattie più insidiose di cui soffrono anche tanti bambini.

E’ necessario essere vicini a tutte le realtà in cui si soffre anche perché ci si sente privati di diritti elementari: penso ai detenuti in carceri terribilmente sovraffollate, nelle quali non si vive decentemente, si è esposti ad abusi e rischi, e di certo non ci si rieduca.
Solidarietà significa anche comprensione e accoglienza verso gli stranieri che vengono in Italia, nei modi e nei limiti stabiliti, per svolgere un onesto lavoro o per trovare rifugio da guerre e da persecuzioni: le politiche volte ad affermare la legalità, e a garantire la sicurezza, pur nella loro severità, non possono far abbassare la guardia contro razzismo e xenofobia, non possono essere fraintese e prese a pretesto da chi nega ogni spirito di accoglienza con odiose preclusioni. Anche su questo versante va tutelata la coesione, e la qualità civile, della società italiana.

Qualità civile, qualità della vita: aspetti, questi, da considerare essenziali per valutare la condizione di una società, il benessere e il progresso umano. Contano sempre di più fattori non solo di ordine materiale ma di ordine morale, che danno senso alla vita delle persone e della collettività e ne costituiscono il tessuto connettivo.

E’ necessario che si riscoprano e si riaffermino valori troppo largamente ignorati e negati negli ultimi tempi. Più rispetto dei propri doveri verso la comunità, più sobrietà negli stili di vita, più attenzione e fraternità nei rapporti con gli altri, rifiuto intransigente della violenza e di ogni altra suggestione fatale che si insinua tra i giovani.

Considero importante il fatto che nel richiamo alla solidarietà e ai valori morali incontriamo la voce e l’impegno di religiosi e di laici, della Chiesa e del mondo cattolico. Così come nel discorso su una nuova concezione dello sviluppo – che tenga conto delle lezioni della crisi recente e dell’allarme per il clima e per l’ambiente – ritroviamo l’ispirazione e il pensiero del Pontefice. Vedo egualmente sentita da quel mondo l’esigenza dell’unità della nazione italiana.

In realtà, non è vero che il nostro paese sia diviso su tutto: esso è più unito di quanto appaia se si guarda solo alle tensioni della politica. Tensioni che è mio dovere sforzarmi di attenuare. E’ uno sforzo che mi auguro possa dare dei frutti, come è sembrato dinanzi a un episodio grave, quello dell’aggressione al Presidente del Consiglio: si dovrebbero ormai, da parte di tutti, contenere anche nel linguaggio pericolose esasperazioni polemiche, si dovrebbe contribuire a un ritorno di lucidità e di misura nel confronto politico.
Io posso assicurarvi che sono deciso a perseverare nel mio impegno per una maggiore unità della nazione : un impegno che richiede ancora tempo e pazienza, ma da cui non desisterò.

Anche perché nulla è per me come Presidente di tutti gli italiani più confortante che contribuire alla serenità di tutti voi. Mi hanno toccato le parole del comandante di un contingente dei nostri cari militari impegnati in missioni all’estero. Mi ha detto – dieci giorni fa in videoconferenza per gli auguri di Natale – che lui e i suoi “ragazzi” traggono serenità dai miei messaggi quando gli giungono attraverso la televisione.

Sì, hanno bisogno di maggiore serenità tutti i cittadini in tempi difficili come quelli attuali, lavoratori, disoccupati, giovani alle prese con problemi assillanti, quanti sono all’opera per rilanciare la nostra economia, e quanti servono con scrupolo lo Stato, in particolare le forze armate chiamate a tutelare la pace e la stabilità internazionale, o le forze dell’ordine che combattono con crescente successo le organizzazioni criminali.

E a questo bisogno debbono corrispondere tutti coloro che hanno responsabilità elevate nella politica e nella società.

Serenità e speranza sento di potervi trasmettere oggi. Speranza guardando all’Italia che ha mostrato di volere e saper reagire alle difficoltà. Speranza guardando al mondo, per quanto turbato e sconvolto da conflitti e minacce, tra le quali si rinnova, sempre inquietante, quella del terrorismo. Speranza perché nuove luci per il nostro comune futuro sono venute dall’America e dal suo giovane Presidente, sono venute da tutti i paesi che si sono impegnati in un grande processo di cooperazione e riconciliazione, sono venute dalla nostra Europa, che ha scelto di rafforzare, con nuove istituzioni, la sua unità e rilanciare il suo ruolo, offrendo l’esempio della nostra pace nella libertà.

Questo è il mio messaggio e il mio augurio per il 2010, a voi italiane e italiani di ogni generazione e provenienza che salutate il nuovo anno con coloro che vi sono cari o lo salutate lontano dall’Italia ma con l’Italia nel cuore.

Ancora buon anno a tutti.

Auguri per un sereno 2010 con “L’oroscopo del cuore”, di Massimo Gramellini

Le parole magiche saranno: serietà, equilibrio, talento, disillusione, unità, leggerezza e, soprattutto, risveglio.
Ariete – Il conservatore è colui che, davanti a un fatto nuovo, prima dice “non si può fare” e poi “lo abbiamo sempre fatto”. Non sarà questo il tuo destino, Ariete. Per crescere dovrai avventurarti oltre le colonne d’Ercole delle tue abitudini, fra le quali hai coltivato diverse paranoie. Qualcuno o qualcosa sta per cambiarti la vita e arriverà da un luogo che finora ti era sempre sembrato inadatto. Ha scritto Richard Bach: “Ogni cambiamento che ti turba è aria pura, camuffata per apparire il diavolo”. La maschera preferita dagli angeli.

Toro – “A differenza di ciò che si crede, la felicità non dipende da fortuna, ricchezza, bellezza e salute” ha detto in un’intervista monsieur Boiron, primo produttore mondiale di rimedi omeopatici. Intendiamoci, Toro: fortuna, ricchezza, bellezza e salute (ci aggiungerei il sesso) sono le scarpe per camminare sulla vita. Ma la tua felicità dipende dalla capacità di restare in equilibrio. Il famoso passo dell’alpino: mai di corsa, mai fermi. Ben piantati sul terreno per non cadere. Ma abbastanza leggeri da spiccare il volo, all’occorrenza.

Gemelli – Ho una brutta notizia per voi. Questo sarà l’anno della serietà. Sto scherzando. Si tratterebbe di una brutta notizia per chiunque, tranne che per dei Gemelli, custodi di un tesoro rarissimo: l’auto-ironia. Nel 2010 imparerete a prendere le cose sul serio, continuando però a non prendervi troppo sul serio. Aggettivi come sobrio, frugale, consapevole e distaccato, che in passato vi sembravano mezze parolacce, assumeranno un accento salvifico, trasportandovi finalmente nel mondo dell’essenziale. Buon viaggio

Cancro – Il più grande allenatore che ho conosciuto, Arrigo Sacchi, si presentò ai giocatori del Milan con queste parole: “Durante una partita ciascuno di voi tocca la palla per due minuti. Su quei due minuti non ho nulla da dire: con la palla fra i piedi siete più bravi di me. Io sono qui per insegnarvi che cosa fare negli altri ottantotto”. Vale pure per te, Cancro. Con la palla fra i piedi non conosci rivali. Ma quest’anno la vita ti allenerà a essere sempre presente a te stesso, anche quando la palla l’avranno gli altri. Imparerai a riempire le pause e a colorare i tuoi lati oscuri.

Leone – Indossa il più bel vestito spirituale che hai, perché stai per addentrarti in un territorio affascinante e sconosciuto: te stesso. Per salire ancora, devi prima scavare. Ciascuno di noi custodisce un talento unico e irripetibile, ma pochi lo cercano e quasi nessuno lo trova. Perciò troppe vite sono infelici e si intontiscono di emozioni superficiali e sostanze psicotrope. Ma tu sei un Leone e saprai fare silenzio nel tuo cuore per andare a caccia dentro di te e trovare finalmente la ragione vera per cui sei venuto al mondo.

Vergine – In uno dei miei cinque romanzi preferiti – “Due di due” di Andrea De Carlo – una coppia di amici si scontra con le disillusioni dell’età adulta, ma soltanto uno riesce a sopravvivere, dando un senso nuovo alla sua esistenza. Quell’uno sei tu, Vergine. Le disillusioni saranno il tuo cibo. Non rifiutarlo, ma nutritene per andare oltre. Ogni sogno che ti morirà fra la mani sarà il seme di un sogno più grande e più giusto per te. E ogni imprecazione che saprai inghiottire con dignità si trasformerà in una benedizione.

Bilancia – Saturno è un alleato scomodo, severo, implacabile. In una parola: meraviglioso. Accoglilo con amore e gratitudine. Ti costringerà a scendere dalle nuvole in cui volteggiano i tuoi pensieri più sconclusionati per paracadutarti sulla realtà. Ti porrà sfide continue. Potresti rimuoverle e vivere una serenità apparente dentro una scelta di comodo. Invece sono sicuro che le affronterai per crescere nella dimensione giusta, quella che immaginavano i tuoi desideri di bambino

Scorpione – Hai voglia di solitudine e bisogno di compagnia, desiderio di quiete e smania d’azione. Sei un bel rompicapo, Scorpione. Vale per te ciò che Churchill diceva della Russia: un enigma circondato da un mistero. Eppure, se avrai la pazienza di lasciar diradare le nebbie, scoprirai che le due facce del tuo carattere stanno per sublimarsi in una superiore unità. Con buona pace dei razzisti, ogni creazione nasce dall’incontro degli opposti. Ne dobbiamo dedurre che questo sarà per te un anno molto, ma molto creativo.

Sagittario – Nel saggio “L’Italia de noantri – come siamo diventati tutti meridionali” Aldo Cazzullo sostiene che “il sentimento impaurito e nel contempo tronfio di appartenenza” è ciò che unifica gli italiani, per i quali la famiglia conta più della comunità, della libertà e anche dell’etica. Quest’anno toccherà a te sperimentare le gioie della famiglia, Sagittario. Ma attenzione: non è detto sia proprio quella di sangue. Magari sarà una famiglia di elezione, composta dalle persone a cui vuoi bene davvero.

Capricorno – Il 2010 ha in serbo per te una parola magica. Me la sta soffiando all?orecchio il fantasma di Italo Calvino: leggerezza. Bella, vero? Qualche riverito trombone in carriera ti spiegherà che leggerezza significa superficialità. Non gli credere. La leggerezza è quanto di più profondo e serio esista in natura. Pensa agli elfi: preferiresti essere rapito da Legolas del “Signore degli Anelli” oppure da uno di quei pesantissimi orchi che scorrazzano banali nei programmi televisivi, travestiti da polemisti?

Acquario – Non esiste parola più bestemmiata dell’amore. Fiorisce soprattutto sulle labbra degli egoisti. Uno che non lo era, e non parlava mai a vanvera, ne svelò duemila anni fa il senso più profondo: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Tu, Acquario, lo hai preso alla lettera. Ti sei amato poco e, in assoluta coerenza, hai amato poco anche il prossimo. Ma ecco arrivare il 2010 con una cesta di opportunità. Sopra c’è scritto: prova rispetto per te. Riesce a trasmettere e ricevere amore solo chi prima ha imparato a darsene.

Pesci – Nuoti in un acquario costruito dalle tue paure. Rompilo e scoprirai di essere molte più cose di quelle che credi. Le pareti dell’acquario le ha partorite la tua mente e il loro nome comincia sempre per Non. “Non posso”. “Non ce la farò mai”. “Non dipende da me”, la più estesa di tutte. Ma in alto c’è la quarta da cui ti parlo e si chiama “Non ci credere”. Le pareti del Non sembrano infrangibili, eppure basta che tu decida di oltrepassarle perché si sbriciolino. Ricorda, Pesci: non hai maggiori limiti di quelli che ti poni da solo.
La Stampa 31.12.09

Napolitano parlerà della crisi «Bisogna ridare serenità», di Marcella Ciarnelli

Un po’ più lungo del solito anche se, comunque, entro i venti minuti. Perché i problemi del Paese sono tanti. E l’anno che si chiude è stato difficile e quello che verrà di queste difficoltà ne porterà i segni. Quindi il presidente della Repubblica, nel suo tradizionale saluto di augurio, bilancio e prospettive, che indirizzerà questa sera agli italiani e che andrà in onda a reti unificate, si è preso più tempo rispetto al passato per riuscire a fare i conti con un passato difficile e con le speranze per il futuro parlando in modo chiaro, ne ha preso lui stesso l’impegno, in modo che tutti possano comprenderlo quando inviterà a proseguire nello sforzo per uscire dalla crisi con un Paese migliore a cui «bisogna ridare serenità». Visitando l’antivigilia di Natale la Comunità di Sant’Egidio, colpito e commosso, Napolitano si era lasciato andare ad uno «spero che ciò che ho visto mi ispiri per il messaggio di fine anno». E c’è da essere certi che il presidente parlerà innanzitutto di quell’Italia migliore che tanto gli sta a cuore. E di coloro cui l’Italia del volontariato, del precariato in ogni settore, dalla manovalanza alla ricerca, delle difficoltà affrontate con quotidiana dignità, forniscono i mille volti limpidi e puliti rispetto a quelli di coloro che i problemi dovrebbero risolverli. E non lo fanno.

Il discorso Giorgio Napolitano lo sta preparando da giorni. In solitudine. Vuole parlare direttamente al Paese il presidente dopo un anno particolarmente difficile, condizionato da una crisi globale che però ha trovato qui specificità diverse che altrove.

I problemi
Nel nostro Paese c’è quel conflitto permanente nella politica che alla fine non giova a nessuno ma che sembra non ci sia buona volontà per superalo. Ci sono state le catastrofi, naturali e non, dal terremoto in Abruzzo all’alluvione di Messina fino alla strage nella stazione di Viareggio. Lutti, dolore, una vita all’improvviso senza più nulla. Occasioni tragiche che hanno messo in evidenza una straordinaria solidarietà. E poi c’è quell’eterna questione meridionale la cui soluzione resta la chiave di volta per riuscire a portare l’intera realtà italiana verso uno sviluppo complessivo e a creare una crescita economica più solida di quanto finora sia stato. Strettamente collegata è l’insicurezza in cui i giovani sono costretti a vivere in balia del precariato e del desiderio di fuga quando è possibile nutrirlo. A vivere in in un continuo fare i conti con la disoccupazione anche quando la si credeva una situazione superata. Giovani, Sud e la loro precarietà. A loro parlerà certamente il presidente. E parlerà anche alle famiglie in difficoltà, ai nuovi poveri, a coloro che hanno passato questo Natale nelle fabbriche occupate, sui tetti. Ai pensionati per cui ogni mese è sempre più difficile.

All’attenzione del presidente ci sono stati in questi mesi tutta una serie di problemi cui certamente non mancherà di fare cenno. I rapporti tra politica e giustizia. Le riforme, alcune non più rinviabili. L’allarme per la mancanza di un confronto costruttivo tra le forze politiche. Confronto, dato che lui la parola dialogo da tempo non ama più usarla. Un accenno all’aggressione al Papa. E anche a quella a Berlusconi.
L’Unità 31.12.09

“Addio anni zero senza rimpianti”, di Sergio Romano

L’ immagine del tunnel, per definire un percorso al buio attraverso una lunga serie di crisi, è ormai inflazionata e svalutata. Ma è quella che definisce meglio i primi anni del secolo, dall’elezione di George W. Bush alla Casa Bianca nel novembre del 2000 all’elezione di Barack Obama nel novembre dell’anno scorso. Le responsabilità non sono soltanto americane. Non è colpa degli Stati Uniti, ad esempio, se il fanatismo islamico, nel settembre del 2001, scatena la guerra santa nel cielo di New York. Ma molto di ciò che è accaduto ha le sue origini nel modo in cui l’America, da quel momento, ha concepito il proprio ruolo nel mondo e nei metodi con cui ha perseguito i suoi obiettivi.

La lista degli avvenimenti funesti è impressionante: la guerra afghana, la guerra irachena, la guerra libanese, la guerra georgiana, la guerra di Gaza, le guerre africane, imassacri del Darfur, una lunga serie di attentati terroristici da Madrid a Londra, dal Pakistan all’India, dall’Indonesia alla Turchia, e una serie non meno importante di repressioni poliziesche in Birmania, nel Tibet, nello Xinjiang, in Iran. Il catalogo delle crisi economiche e finanziarie non è meno lungo, da quella del petrolio e del gas a quella dell’industria automobilistica, da quella americana dei mutui a quella delle banche e delle compagnie di assicurazione, da Wall Street alla City. E mentre gli Stati Uniti reagivano a ogni insuccesso raddoppiando testardamente la posta, l’Europa impiegava otto anni per approvare una Costituzione che le permettesse di governare se stessa e di avere un ruolo mondiale corrispondente alla sua importanza. Aggiungo, per completare il quadro, che in questo marasma si sono fatti spazio gli avventurieri e i corsari, da quelli che controllano gli Stati, come il venezuelano Hugo Chávez e i signori nordcoreani di Pyongyang, a quelli che catturano le navi nel Golfo di Aden e al largo delle coste somale.
Forse siamo prossimi alla fine del tunnel. Vi saranno altre guerre, altri attentati terroristici e altre operazioni militari, forse addirittura nei prossimi giorni. Ma lo stile degli Stati Uniti è cambiato, l’Europa ha finalmente una Costituzione, la crisi del credito ha ripulito almeno in parte le stalle della finanza internazionale e molte industrie (quelle dell’automobile ad esempio) sanno che non è più possibile tornare alle dimensioni di un tempo. So che la conferenza di Copenaghen viene considerata da molti un insuccesso. Ma tra la situazione degli anni scorsi, quando alcuni fra i maggiori Paesi inquinanti rifiutavano qualsiasi impegno, e quella d’oggi corre una bella differenza. So che il G20 non sarà mai probabilmente il governo mondiale dell’economia, ma sarà pur sempre meglio di un G8 che rappresentava soltanto i vecchi proprietari. So che gli Stati Uniti continueranno a considerarsi superpotenza, ma l’America di Obama, soprattutto dopo l’approvazione della riforma sanitaria, assomiglierà un po’ di più all’Europa.
Gli Stati, come gli esseri umani, non smetteranno mai di commettere errori. Ma sanno imparare le lezioni ed eviteranno, almeno per un certo periodo, di ripetere gli errori del passato.
Possiamo dire lo stesso del nostro Paese? Durante il primo decennio del secolo l’Italia è stata, come spesso nel corso della sua storia, schizofrenica. La sua classe politica è litigiosa, il suo rapporto con gli elettori èmediocremente clientelare, i suoi dibattiti sono futili e retorici, l’apparato statale è poco produttivo, le corporazioni sono potenti e miopi. Ma il frastuono delle chiacchiere copre il silenzio di coloro che lavorano seriamente e mettono a segno ogni tanto risultati importanti, spesso con un confortante grado di continuità tra governi di colore diverso. Sul piano delle infrastrutture, un settore cruciale per la sua modernizzazione, il Paese, alla fine del decennio, sta meglio che all’inizio. Lo spettacolo è ancora più confortante se spostiamo lo sguardo dall’apparato politico-amministrativo alla società. Mentre l’agenda politica nazionale era dominata dalla discussione sul declino, molti industriali hanno affrontato il problema senza dare retta alle Cassandre e hanno reinventato le loro aziende.

Da una ricerca della Fondazione Edison, descritta da Marco Fortis sul Sole 24 Ore del 29 dicembre, risulta che nel 2007, prima della grande crisi del credito, l’Italia era «seconda soltanto alla Germania per numero complessivo di primi, secondi e terzi posti nell’export mondiale ogni 100.000 abitanti, precedendo Francia e Corea del Sud». Non è tutto. Mentre le cicale americane e inglesi bruciavano il loro denaro, le formiche italiane continuavano a risparmiare. Abbiamo un pesante debito pubblico, ma se altri Paesi sommassero il debito delle pubbliche amministrazioni a quello delle famiglie, scoprirebbero che la loro situazione, in qualche caso, è peggiore della nostra. Esiste una sonder weg italiana, una via speciale dell’Italia, che ci riserva talvolta qualche gradevole sorpresa.

Occorre evitare tuttavia, al momento dei bilanci, i pericolosi compiacimenti. Dovremmo piuttosto constatare che le potenzialità italiane sono frenate dalla mediocrità della sua classe politica, dallo stato del Mezzogiorno e dalla snervante lentezza con cui stiamo modificando le nostre invecchiate istituzioni. Siamo usciti senza troppi danni da un decennio orribile. Pensate a che cosa accadrebbe se, invece di camminare, ci mettessimo a correre.
Il Corriere della Sera 31.12.09

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Mondo 2009: un mondo che si chiude fra guerre, violenze e terrore, di Cosimo Pierre
Il catalogo dei conflitti nel mondo alla fine di un anno terribile. Dall’Iran ai territori palestinesi, dall’Iraq al deserto sahariano, la diplomazia internazionale non riesce a contenere le spinte verso gli eccidi

Il mondo non va verso la pace. Una constatazione amara ma realistica. Nonostante gli sforzi di Barack Obama, l’apertura verso la Cina, nuovo colosso economico, il 2009 si chiude in preda a pericolose convulsioni. Ricostruiamo le principali vicende che tengono banco sulle pagine della stampa italiana e internazionale.

Striscia di Gaza: continua la guerra “a bassa intensità”

Una situazione senza precedenti. È il bilancio con il quale si chiude il 2009 nei territori palestinesi della Striscia di Gaza, nei confronti della quale Israele non allenta in alcun modo la stretta militare. Un anno fa (esattamente il 28 dicembre) iniziò l’operazione militare “piombo fuso”, che causò la morte di circa 1400 palestinesi. L’esercito israeliano non usò riguardi in una guerra perfino più “sporca” di quella del Vietnam, utilizzando fosforo bianco contro inermi civili. A distanza di dodici mesi, Israele ha continuato una guerra definita dagli esperti “a bassa intensità”, congelando i confini del territorio palestinese. Fonti provenienti dall’interno della Striscia raccontano di come i civili stiano costruendo o ricostruendo le loro case con il fango, come nell’età della pietra, perché le truppe israeliane non consentono il passaggio di materiale edile dalle frontiere. Human Rights Watch (HRW), una delle organizzazioni umanitarie non governative più attive, accusa l’esercito israeliano è reo di avere mantenuto operativo il blocco della Striscia, e causato con questo «una grave crisi umanitaria», e di aver impedito «la ricostruzione di scuole, case e infrastrutture». Hrw accusa le forze armate dello stato ebraico di avere ucciso allora 29 civili a Gaza «attraverso l’uso di droni armati», di avere ucciso 11 persone «che stavano sventolando una bandiera bianca» e di avere «fatto uso di munizioni al fosforo in aree densamente popolate». Per le valutazioni dell’organizzazione

umanitaria che nel rapporto cita solo casi appurati direttamente dal proprio personale l’esercito israeliano, «senza nessuna giustificazione sul piano militare, ha distrutto un gran numero di edifici civili tra cui fattorie, fabbriche, oltre che fognature e parte della rete idrica». Ieri, in un incontro con il premier israeliano Benyamin Netanyahu, il presidente egiziano Hosni Mubarak ha auspicato un allentamento del blocco militare. Secondo fonti del Cairo, i colloqui sono stati positivi e Israele avrebbe annunciato la disponibilità a rendere meno rigido il controllo alle frontiere della Striscia.

Iran: la repressione non ferma il movimento di protesta

Secondo alcuni specialisti, l’Iran si avvicina a grandi passi ad una “rivoluzione” simile a quella che caratterizzò il 1979, con la fuga dello scia Reza Pahlevi e la conquista del potere da parte di Khomeini, che instaurò la Repubblica islamica degli ayatollah. Studenti, insegnanti, donne comuni protestano contro il governo accusato di intolleranza e di voler far letteralmente fuori l’opposizione, il cui leader Hossein Mussavi è accusato dalla maggioranza di fomentare la popolazione. Abbas Vaez-Tabasi, principale consigliere ultraconservatore della guida suprema iraniana Ali Khamenei, spinge perché il governo arresti Mussavi ed applichi la pena di morte per gli oppositori. Intanto, fra oggi e domani, sono previste a Theran manifestazioni in appoggio al governo, per la quale saranno letteralmente precettati tutti i dipendenti pubblici. Mercoledì mattina in gran segreto e tra strette misure di sicurezza al cimitero Behesht Zahra di Teheran, i funerali di Ali Habibi Mussavi, nipote del leader dell’opposizione Mir Hossein Mussavi ucciso nelle manifestazioni di piazza di domenica, la cui salma è stata riconsegnata solo mercoledì in prima mattainata alla famiglia.

Lo scrive il sito riformista Rahesabz. «Alle 7 di mercoledì 30 dicembre – scrive Rahesabz – agenti di apparati di sicurezza hanno telefonato alla famiglia dicendo che sarebbe potuta andare a ritirare la salma senza farlo sapere ai mezzi d’informazione. I funerali si sono svolti nel silenzio dei media e tra strette misure di sicurezza». Fra riformisti e conservatori è prevedibile che la lotta si inasprisca nel 2010, con lo spargimento di altro sangue per le strade della Capitale iraniana. Intanto Moussavi e Karrubi, i leader dell’opposizione, sono spariti dalla Capitale. Secondo alcuni, sarebbero stati arrestati.

La sfida di Al-Qaeda

Forze speciali statunitensi, in accordo con il Governo dello Yemen del sud, starebbero preparando un’azione di rappresaglia contro l’organizzazione terroristica di Bin Laden, dopo il fallito attentato all’aereo americano a Detroit. Fra Usa e Yemen vi sarebbe un accordo strategico in base al quale gli americani fornirebbero assistenza militare in cambio di una lotta senza tregua ad Al Qaeda.

Ma l’organizzazione terroristica islamica continua nella sua lotta contro l’Occidente e quelli che vengono definiti “nuovi crociati”. Il 19 dicembre, un gruppo di militanti armati ha rapito in Mauritania l’Italiano Sergio Cicala, 65 anni e sua moglie Philomene Kabore, di 39. Una foto con i due ostaggi prigionieri è stata diffusa da Al Qaeda tramite il network Al Arabya. La voce di Slah Abu Mohammed, che si definisce responsabile media di al Qaeda per il Maghreb, avverte che il rapimento è una risposta ai «crimini compiuti dal governo italiano in Afghanistan e in Iraq». Pur rivendicando «la linea del riserbo assoluto al fine di tutelare l’incolumità degli ostaggi», il ministro degli Esteri Franco Frattini ritiene “verosimile” lo scenario che si sta delineando, anche se precisa: «stiamo verificando anzitutto l’attendibilità» della rivendicazione. Su un nodo chiave il ministro è chiaro. Non ci sarà nessun “cambiamento” nella politica italiana in Afghanistan perché «siamo legati a una coalizione internazionale», sottolinea a Sky Tg24, ribadendo che non si tratta per il rilascio. «Chiunque tratta con i terroristi aiuta i terroristi», sostiene Frattini, e spiega: «non abbiamo nessun contatto diretto con nessun emissario” perché “se per una volta sola dicessimo ‘trattiamo’, avremmo legittimato un’organizzazione terroristica».

I pirati impazzano al largo delle acque somale

Record di assalti dei pirati al largo delle coste somale nel 2009, nonostante il dispiegamento di navi della Marina di numerosi Paesi nelle acque dell’Oceano Indiano. Secondo le cifre fornite dal Centro sulla pirateria dell’Ufficio internazionale marittimo con sede a Hong Kong, nell’anno che sta per concludersi sono state attaccate 214 navi, 47 delle quale sono state sequestrate (tra queste, anche un’imbarcazione italiana, il ‘Buccaneer’, con 16 membri di equipaggio, di cui dieci italiani, rilasciati dopo quattro mesi).

In Iraq escalation di sangue e terrore

La situazione in Iraq è ben lontana dal progetto di pacificazione nazionale supportato dalle truppe militari internazionali. Oggi, a Ramadi, nella provincia occidentale di al-Anbar, 20 persone sono morte in seguito ad un duplice attentato. I feriti sono 35. Tra le vittime figura il governatore della provincia di al-Anbar, Qassim Mohammed, mentre il suo vice è rimasto ferito. Dalle prime notizie risulta che alle prime ore di stamane un attentatore kamikaze si e’ fatto saltare in aria nei pressi dell’ufficio del governatore a Ramadi. Poco prima era esplosa un’autobomba sempre nei dintorni dell’ufficio di Qassim Mohammed. Soltanto ieri un altro attentato, che ha provocato almeno 4 morti e 16 feriti in due attentati compiuti nella capitale Baghdad e nella città settentrionale di Mosul: l’esplosione di una bomba nei pressi della sede del ministero dei Trasporti ha

provocato nella capitale la morte di due persone ed il ferimento di altre 13, mentre a Mosul sconosciuti hanno ucciso un civile nella zona di al- Nour, nella parte orientale della citta’. Stando quanto riferito dalla polizia, nella sparatoria è rimasto ferito anche un bambino piccolo. Sempre Mosul era stata teatro poche ore prima di un altro attacco nel quale un agente di polizia era stato ucciso ed altri due feriti dall’esplosione di un ordigno collocato ai margini della strada, e scoppiato al passaggio del loro veicolo, sempre in un quartiere nella parte est della città.

Afghanistan: recrudescenza degli attacchi agli occidentali

E’ probabile che proprio in Afghanistan i terroristi di Al Qaeda intendano incrementare gli attacchi ai militari occidentali presenti. Ma quello accaduto ieri probabilmente non ha niente a che vedere con l’organizzazione di Bin Laden. Un poliziotto afghano delle forze Isaf ha sparato sui colleghi uccidendone uno (americano) e ferendone due (italiani).La sparatoria, avvenuta durante un’operazione di scarico di materiali da un elicottero nella base di Bala Morghab, nell’Afghanistan occidentale, vedeva impegnati militari delle forze Isaf di diverse nazionalità: italiani, americani e afghani. Proprio uno dei soldati afghani ha fatto fuoco sugli altri:uccidendo un soldato Usa e ferendo due soldati italiani. Attualmente “i due militari – ha spiegato il tenente colonnello Marco Mele, portavoce del contingente – sono stati medicati nell’infermeria della base ed hanno già ripreso servizio”. “La dinamica dei fatti è in corso di accertamento”, dicono al comando italiano, dove per il momento si limitano a riferire di “colpi di arma da fuoco contro forze Isaf durante un’operazione di rifornimento logistico”. Ieri, un soldato britannico è morto ieri in seguito a un’esplosione nel sud dell’Afghanistan. Il militare, appartenente al 3° Battaglione ‘The Rifles’, e’ rimasto ucciso mentre era in pattuglia nella zona di Kajaki, nella provincia meridionale di Helmand. Il decesso porta a 244 il numero dei soldati britannici morti in Afghanistan dall’inizio delle operazioni nel 2001, di cui 107 nel solo 2009. I soldati americani morti in Iraq e Afghanistan dall’inizio delle operazioni militari sono più di 5000.

Ad incrementare il nunero di americani morti, questa volta civili, c’è l’ultimo attentato, avvenuto nel pomeriggio di oggi, che ha causato otto morti fra le forze Usa. L’attentatore si è fatto esplodere davanti all’ingresso di un avamposto nella provincia di Khost. Il kamikaze aveva una cintura esplosiva.
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