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Sempre più nuovi poveri ma “invisibili”, di Paolo Griseri

L´Ires Cgil: il 10% delle famiglie detiene il 44,5 per cento della ricchezza nazionale La commissione sull´esclusione sociale: cresce il numero di chi è in difficoltà. Il Cies: “Si nascondono per la vergogna e non sanno farsi aiutare” . Sono spesso italiani, hanno una vita solo apparentemente normale, non di rado sono single. Non lo confessano volentieri ma sanno di vivere tutti i giorni sull´orlo del precipizio sociale: non tanto poveri da meritare l´assistenza dei servizi pubblici, non tanto ricchi da potersela cavare da soli. Appartengono a quella che la Commissione di indagine sull´esclusione sociale, presieduta da Marco Revelli, chiama «l´area grigia dei nuovi poveri». Gente che riesce ancora a racimolare un lavoro saltuario, non sempre in nero, ma non è in grado di pagare l´affitto. E che, a differenza degli immigrati, non ha gli strumenti per sopravvivere nel mondo dei poveri: «Non sanno a quali associazioni e a quali sportelli rivolgersi – scrivono i ricercatori – sono impreparati di fronte agli imprevisti causati dal brusco calo del reddito». Perché alla povertà sono arrivati da poco tempo, per loro è un mondo nuovo da conoscere oltreché una realtà da cui fuggire il prima possibile. Soprattutto, perché si vergognano: non accettano di mostrare in pubblico la loro indigenza. Come i cassintegrati Fiat dell´80 che continuavano a uscire di casa alla mattina per nascondere alla famiglia l´onta di aver perduto il lavoro.
Cose che accadono nell´Italia della crisi dove l´Ires Cgil segnala (sono dati diffusi ieri) che il 10 per cento delle famiglie italiane detiene il 44,5 per cento della ricchezza nazionale mentre «aumenta la distanza tra i ricchi e i poveri». Sull´altro lato della scala sociale, il 50 per cento delle famiglie, partendo dalle più povere fino ad arrivare a una parte del ceto medio, ha a disposizione solo il 9,8 per cento della ricchezza. In media, nel 10 per cento dei più ricchi ogni famiglia ha a disposizione più di un milione e mezzo di euro mentre il 50 per cento ha in media 68 mila euro a disposizione.
L´indagine della Commissione Revelli segnala che accanto all´11 per cento delle famiglie italiane che vive al di sotto della soglia di povertà c´è un 7,9 per cento di quasi poveri, quelli che vivono sull´orlo del precipizio, quelli che si vergognano. E che si inventano ogni stratagemma per nascondere l´indigenza. Racconta alla Commissione un operaio della Fiat Mirafiori: «C´è molta gente che mi viene a parlare di debiti: cessioni del quinto dello stipendio, pignoramenti di un terzo o un quinto dello stipendio, dipende. C´è molta gente che si inventa anche delle cose pur di prendere dei soldi dal Tfr. Per dire, si fanno fare preventivi dai dentisti, vanno la prima volta poi basta non ci vanno più e con quei soldi pagano l´affitto o addirittura li usano per mangiare, per fare la spesa; c´è gente che va a chiedere prestiti anche da 100 o 50 euro, gente che mi chiede in fabbrica se ho 10 euro da prestare, che poi non li vedi più».
Non tutti ricorrono al trucco del dentista. Altri, più banalmente, finiscono nelle mani degli usurai o delle mille finanziarie che a tassi più o meno legali finiscono per gravare con le loro rate sugli stipendi spesso dimezzati dalla cassa integrazione. Accade addirittura, certifica la Commissione, che «persone non del tutto uscite dal mondo del lavoro, finiscano per trascorrere la notte nei dormitori dei senza fissa dimora e al mattino tornino alla loro vita normale».
La povertà che non si vede, la cenere nascosta sotto il tappeto di una vita che prosegue solo apparentemente come prima, è una delle novità della crisi di fine decennio. Se ne accorgono comunque le associazioni che operano nel sociale: negli ultimi sei mesi le richieste di aiuto alla fondazione antiusura della Crt sono raddoppiate. Naturalmente accanto a coloro che si vergognano c´è una minoranza di quasi poveri che vede nella povertà assoluta una via d´uscita: «Al padrone di casa che mi chiedeva l´affitto – racconta un intervistato dai ricercatori della Commissione – ho risposto che prima penso a dar da mangiare alla mia famiglia e poi, se potrò, pagherò gli affitti arretrati. Così, se mi sfrattano acquisisco il diritto a ottenere un alloggio popolare».
La Repubblica 31.12.09

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Nelle grandi imprese occupazione ancora giù, di R. Ma.
A ottobre l´Istat segnala un calo del 3,7%, il peggiore dal 2002. Reggono solo i servizi Nelle macro aziende ci sono state 38,2 ore di cig per ogni mille lavorate. Crolla l´occupazione nella grande industria. A ottobre – secondo l´ultima rilevazione dell´Istat – gli occupati nelle aziende manifatturiere con più di 500 addetti sono calati in un anno del 3,7 per cento, il dato peggiore dal 2002. Meno drammatica, per quanto sempre seria, la caduta in tutto il sistema delle grandi imprese: -1,9 per cento. A tenere, anche in questa crisi, è ancora il settore dei servizi dove la discesa si è limitato a uno 0,9 per cento nell´anno, mentre tra settembre e ottobre c´è stato un leggere incremento dello 0,1 per cento. Il terziario conferma così la sua tendenziale funzione di tampone rispetto all´emorragia di posti di lavoro proveniente dal comparto industriale.
I dati di ieri dell´Istat sottolineano che l´uscita dalla recessione non coincide con la fine dell´emergenza occupazione, per quanto – secondo i tecnici – si registri una «stabilizzazione» del lavoro nelle grandi imprese e un´attenuazione del ricorso alla cassa integrazione guadagni (cig).
Tuttavia, il 2010 è destinato a registrare ancora una diminuzione dei posti di lavoro, in particolare nell´industria. Con la frenata della crisi, infatti, gli imprenditori cominciano a intravedere una prospettiva meno nebulosa: si intuisce quali saranno i mercati che ripartiranno strutturalmente per primi e quali i cambiamenti da apportare nella propria azienda, in termini di innovazioni sul prodotto e sul processo produttivo, oltreché sulla riqualificazione della forza lavoro. In sostanza inizia una fase di ristrutturazione che il più delle volte coincide con una riduzione delle stesse capacità produttive. Da questo punto di vista la decisione della Fiat di Sergio Marchionne di chiudere nel 2012 lo stabilimento siciliano di Temini Imerese, proprio con l´obiettivo di ridurre la capacità produttiva del gruppo, è esemplificativa. Dunque proseguirà il ricorso massiccio alla cassa integrazione (a ottobre nelle macro aziende ci sono state 38,2 ore di cig per ogni mille lavorate), con una variante rispetto ai mesi passati: una quota sempre più rilevante di lavoratori difficilmente rientrerà nella stessa fabbrica. C´è il rischio, poi, di un “effetto catena” tra grandi e piccole imprese.
In questa prospettiva, sindacati e opposizione sono tornati a chiedere una riforma degli ammortizzatori sociali. Sbagliato – sostengono – aspettare la primavera (è stato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, a annunciare il timing nei giorni scorsi) per presentare la riforma degli ammortizzatori sociali mentre si continua a perdere posti un po´ in tutti i settori produttivi. E si torna anche a parlare di politica industriale. Lo ha fatto ieri l´ex ministro Cesare Damiano (Pd): «È necessario che il governo ripresa un´iniziativa sui temi della politica industriale e sul contrasto della delocalizzazione dei siti produttivi».
Dai dati dell´Istat emerge che i cali più consistenti si sono verificati nelle industrie farmaceutiche (-8,3 per cento al lordo della cassa integrazione), in quelle dell´elettronica (-7 per cento). Interessanti due variazioni con il segno positivo: nelle attività professionali, scientifiche e tecniche (+1,8 per cento), nel commercio e nelle attività di noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (+1,3 per cento).

La Repubblica 31.12.09

Perché la muta cantilena del ragazzo che ripete “handicap” non sia un lamento ma un appello ad agire, di Giuseppe Fioroni

Siamo davvero diventati così, come ci descrive Shulim Vogelmann nella sua sconvolgente testimonianza apparsa su la Repubblica? Cinici, arroganti, indifferenti, apatici? Incapaci di sentire, di indignarci? E’ un ritratto impietoso, certo, quello di un Paese che, quasi inavvertitamente, tra passaggi burocratici e responsabilità puntualmente scaricate su qualcun altro, chissà chi poi, sta mutando pelle. Un’Italia inospitale, non accogliente, che non sorride ma ringhia, che si blinda nelle proprie certezze e si nasconde dietro a un numero. Il caso del ragazzo disabile colto senza biglietto e trattato come una grana di cui sbrigarsi può essere solo un incidente, un episodio isolato, certo. Ma non è isolata l’indifferenza che scorgiamo nei tanti scompartimenti di cui è fatta la nostra vita quotidiana: a scuola, nel lavoro, negli ospedali, per strada, nella vita politica.
Quanto è banale il male che sperimentiamo tutti i giorni: un alzata di spalle, uno sguardo che si abbassa, un ammiccamento gaglioffo. Tassello dopo tassello, questi gesti ci restituiscono un’immagine che non pensavamo ci corrispondesse, e invece ci interpella.
Interpella un governo che, nel campo del welfare, ha saputo solo tagliare servizi essenziali, con una sola priorità: quella di fare cassa. Di chiedere il biglietto. Anche quando di fronte non si trova un problema, ma una persona.
Interpella l’opposizione, quella del Partito Democratico, che proprio perchè ha l’ambizione di parlare a tutto il Paese ha il dovere di proporre, come stiamo cercando di fare, un’alternativa di governo.
Perchè la muta cantilena del ragazzo che ripete “handicap” ai controllori non sia un lamento, ma un appello ad agire. Un invito ad una responsabilità condivisa. Come ci sforziamo di fare in Parlamento sugli assegni familiari, sulla assistenza per chi ha una malattia cronica, sulla accessibilità per le persone con disabilità gravi.
A un esecutivo che si mette al riparo delle sue responsabilità dietro ad uno scudo fiscale, rispondiamo che non ci piace chi chiede solo il conto senza offrire niente in cambio in termini di servizi, prestazioni, opportunità di vita, come diceva un liberale come Ralf Dahrendorf.
Nessuno auspica un ritorno alla spesa allegra e al debito sulle spalle delle generazioni future. Sono stati i governi di centrosinistra a tenere saldo il rigore del bilancio dello Stato.
Ma efficienza non significa egoismo, efficacia non vuol dire mancanza di solidarietà, effettività non è la stessa cosa di irresponsabilità.
Consolare gli afflitti? Certo, in un paese in cui la crisi morde silenziosa le famiglie, i precari, i pensionati, le donne, gli invisibili. Ma anche – come invocava don Tonino Bello – affliggere i consolati. Incalzare chi si sente con la coscienza a posto. Come quei controllori, o quei governi, che si dimenticano la vocazione della cosa pubblica. Come patto e orizzonte condiviso di senso, come agire comune. Verso un Italia che non sia più indifferente, come sull’Eurostar di Vogelmann, ma differente. Davvero.

L’autore è deputato PD e Coordinatore del Forum Welfare PD
www.partitodemocratico.it

“Contrordine: l’emergenza rifiuti non è finita”, di Pietro Greco

Contrordine, compagni. L’emergenza rifiuti in Campania non è affatto finita. I termovalorizzatori e la raccolta differenziata non servono. Occorre al più presto aprire nuove discariche in deroga a ogni norma, persino nel parco nazionale del Vesuvio. O la «monnezza» sarà di nuovo per strada. Convocata su questa base dal Commissario straordinario all’emergenza, il sottosegretario di governo nonché responsabile della Protezione Civile, Guido Bertolaso, si apre oggi, 30 dicembre 2009, una Conferenza dei servizi sui rifiuti in Campania davvero surreale. Sia per una questione di metodo. Sia, soprattutto, per due questioni di merito. La questione di metodo consiste nel fatto che la Conferenza dei servizi viene convocata per assumere decisioni, appunto, importanti sulla gestione della «monnezza» a poche ore dalla scadenza del Commissariato e, quindi, dal passaggio da una condizione di emergenza a una condizione di normalità, prevista per domani 31 dicembre. Mentre annuncia il
ritorno alla normalità, Bertolaso assume decisioni d’emergenza.
Ma, sebbene il metodo in democrazia sia sostanza, è nel merito che la decisione di convocare la Conferenza dei servizi assume i caratteri surrealistici più marcati. Bertolaso, infatti convoca la riunione perché – sostiene – l’emergenza rifiuti in Campania non è affatto finita, come il governo Berlusconi ci aveva raccontato fino a ieri. Che il termovalorizzatore
di Acerra, la raccolta differenziata, gli altri termovalorizzatori in costruzione servono a poco o a niente. E che se oggi, 30 dicembre 2009, non si assume la decisione di aprire nuove discariche – contravvenendo allo spirito e alla lettera di normative europee e nazionali – entro quattro anni l’emergenza esploderà come nella primavera del 2008. Come avviene
oggi a Palermo. Dunque, in questo anno e mezzo il Commissario Guido Bertolaso non ha fatto altro che mettere la «monnezza» sotto il tappeto. Militarizzando il tappeto. E nascondendolo all’opinione pubblica e a tecnici laici. Ma altrettanto clamorosa è la proposta che oggi
Bertolaso porta nella Conferenza di servizio: aprire nuove discariche. Tra queste la più capiente è quella della cava Vitiello, nel comune di Terzigno e in piano Parco nazionale del Vesuvio. In questa discarica dovranno essere smaltiti i rifiuti «tal quale», senza alcun trattamento. In deroga, ancora una volta, a ogni normativa europea e italiana.E violando l’autonomia prevista dalla legge istitutiva dei parchi nazionali.
Giustamente il Presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, Ugo Leone, ha definito tutto questo un autentico abuso. Un abuso di stato.
L’Unità 30.12.09

“Amministrative: la Puglia verso le primarie, il Lazio in alto mare”, di Aldo Garcia

Dopo la debacle dell’assemblea regionale del Pd, il primo cittadino di Bari Emiliano accetta la richiesta del governatore uscente. Vendola propone la data del 17 gennaio, prima della decisione sull’eleggibilità dei sindaci.
Lo scontro tra il sindaco di Bari e il governatore della Puglia potrebbe non arrivare alle urne ma fermarsi alle primarie. Michele Emiliano prende atto che non si può buttare giù dalla torre Nichi Vendola senza nemmeno la verifica delle primarie. Dopo il naufragio dell’Assemblea regionale del Pd convocata lunedì, divisa tra sostenitori del sindaco e del governatore, con una manifestazione pro Vendola che si svolgeva davanti all’hotel dove si sarebbe dovuta tenere la riunione poi sospesa, il primo cittadino di Bari accetta la sfida delle primarie ma ripropone una condizione già avanzata nei giorni scorsi. Chiede infatti che l’Assemblea regionale cambi la legge che prevede le dimissioni da sindaco anche in caso di semplice candidatura per le regionali.

«A questo punto sono io che chiedo a Vendola di andare alle primarie e glielo chiedo senza acredine », fa sapere Emiliano che è pure presidente del Pd in Puglia. Vendola, finora vincitore del braccio di ferro voluto dal Pd per stringere un’alleanza con l’Udc ritenuta, chissà perché, indispensabile (a prescindere dai programmi) per vincere le elezioni, raccoglie il guanto di sfida: «Se Emiliano e il Pd scelgono la strada delle primarie, abbiamo l’occasione di tornare a fare politica normalmente». Il presidente uscente avanza un’ipotesi di data: «Facciamo le primarie il 17 gennaio, cioè prima della seduta del Consiglio regionale che potrebbe cassare la legge sulla ineleggibilità dei sindaci».

Il ragionamento di Vendola è semplice: è inutile cambiare quella legge, se prima non vediamo chi vince le primarie. Per Emiliano, l’unico interessato al cambiamento di quella norma, a questo punto è difficile non accettare la data del 17 gennaio. A fotografare con realismo la situazione è Gero Grassi, deputato del Pd, non certo un estremista dal momento che ha un passato nella Dc e nel Partito popolare: «Si deve tenere conto che parte del centrosinistra vuole difendere l’operato della giunta degli ultimi cinque anni. Le imposizioni che piovono dall’alto non portano frutti». Forse ce l’ha con Massimo D’Alema, che più di tutti nel Pd si è battuto perché Vendola non fosse confermato a guidare la coalizione di centrosinistra.

Non c’è pace neppure nel Pd del Lazio, incapace finora di trovare il proprio candidato alle regionali mentre Renata Polverini, scelta dal centrodestra, ha già iniziato la sua campagna elettorale. Nicola Zingaretti, presidente della Provincia, ha perso la pazienza: «Ci sono molti nomi che potrebbero vincere, bisogna che il gruppo dirigente scelga. Io a questo punto mi permetto di dire che c’è anche una distanza personale fra me e le scelte che sta facendo il Pd perché non condivido questo immobilismo. Chi fa il mio nome non è autorizzato a farlo». Più chiaro di così (e polemico) Zingaretti non può essere. I bookmaker danno a questo punto possibile la candidatura di Esterino Montino, Pd, “reggente” della giunta regionale del Lazio dopo lo scandalo che ha travolto l’ex presidente Piero Marrazzo.
www.terranews.it

Borrelli e il decennale di Craxi: “Stupore e amarezza”, di Antonella Mascali

Francesco Saverio Borrelli è stato il capo del pool mani pulite di Milano. Un punto di riferimento per tutti i magistrati anti corruzione di quella stagione degli anni ’90, iniziata con l’arresto di Mario Chiesa. Molti di loro, ancora in procura, lo rimpiangono. Borrelli, di fronte alla concreta possibilità che si intitoli una strada o un parco a Bettino Craxi non si stupisce “per i tempi che corrono”, ma quando gli parliamo, esercita il suo diritto all’indignazione. “Sono amareggiato di questa proposta e anche sconcertato perché Bettino Craxi, se vogliamo restare ai fatti, è stato un imputato condannato con sentenza definitiva per reati notevolmente gravi e che si è sottratto all’esecuzione della pena. E’ andato all’estero da latitante e da latitante è morto. Prima di pensare a dedicargli una strada, forse sarebbe bene considerare questa sua posizione di latitante”.
A dire il vero in molti parlano di esilio, non di latitanza.
“Purtroppo questa condizione di latitante non fa più impressione perché, ahimè, ci siamo abituati nel tempo a tenere sempre in minor conto quello che è il rispetto della legalità. Un rispetto non solo formale, ma un rispetto sostanziale del principio della legalità . E in questo concetto si inserisce il rispetto delle pronunce della magistratura, che è l’organo istituzionalmente deputato a stabilire ciò che è legale da ciò che non lo è. Ma non mi stupisco di questa sorta di desensibilizzazione verso le regole, visto i tempi che corrono”.
Che tempi sono?
“Sono tempi in cui l’interesse personale e di parte prevale su qualsiasi considerazione”.
Cosa pensa della possibilità che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano potrebbe partecipare a una cerimonia in onore di Craxi nell’aula del Senato?
“Credo che la risposta sia implicita in quello che le ho detto. Il significato storico di determinate personalità, lo si può valutare opportunamente soltanto dopo che è passato molto, molto tempo, e dopo che si sono spente quelle che potevano essere le polemiche, le considerazioni legate all’attualità. Quindi mi stupisce che in Senato si faccia per Bettino Craxi, che è forse l’unico personaggio politico morto da latitante all’estero, una cerimonia alla quale addirittura si pensa che possa partecipare il capo dello Stato. Ma per il rispetto che ho delle istituzioni e del presidente della Repubblica, aggiungo che se parteciperà, vorrà dire che avrà le sue buone ragioni”.
Il figlio di Bettino Craxi, Bobo, ha dichiarato che deve “mettersi il cuore in pace”, per la via di Milano dedicata al padre e che tanto a lei “dedicheranno il Teatro alla Scala, ma spero più in là, nel tempo”.
“Con queste parole è convinto di aver detto una spiritosaggine? Il figlio di Bettino Craxi dovrebbe ricordarsi che è stato da me querelato per un’affermazione che aveva reso circa i miei rapporti con suo padre e con la segreteria del partito socialista, e che è stato condannato al pagamento delle spese processuali e a un modesto risarcimento per il danno. Ma ancora non si è messo a disposizione per il pagamento di queste spese da lui dovute. Si è sottratto persino ai pignoramenti. Quindi non mi sembra che sia la persona più qualificata a parlare di me”.
Il Fatto quotidiano 30.12.09

“Le riforme e la fermezza del Quirinale”, di Stefano Rodotà

Massima apertura e massima fermezza. Questa potrebbe essere la sintesi della linea adottata dal presidente della Repubblica nella materia, delicatissima, non solo e non tanto delle riforme istituzionali, ma del contesto costituzionale all’interno del quale deve sempre muoversi la politica. In questo senso, il discorso tenuto davanti ai rappresentanti delle istituzioni è molto esplicito e, più che essere considerato una novità, deve essere letto come un forte chiarimento di una linea da lungo tempo perseguita.

Grande è la confusione sotto il cielo d’´Italia ma, a differenza della conclusione di uno dei “pensieri” del presidente Mao, la situazione è pessima. Più che venir considerata oggetto della attenzione riformatrice, la Costituzione sembra essere evaporata, scomparsa, lasciando una pagina bianca sulla quale esercitarsi liberamente. Proprio contro questo modo di vedere, che si è venuto diffondendo e rafforzando nell’ultimo anno, si leva il monito di Giorgio Napolitano. La sua analisi del funzionamento delle istituzioni è spietatamente realistica, ma in essa non si coglie nessuna tentazione di presentarsi come unico “custode della Costituzione”, luogo dove si determina una progressiva concentrazione di poteri secondo la versione di quella formula data da Carl Schmitt.

Vi è, invece, un imperioso richiamo alla responsabilità costituzionale di tutte le istituzioni, e al suo obbligo di vegliare perché non sia stravolta la forma di Stato, perché sia garantito l’equilibrio tra i poteri. Esattamente l’opposto della concentrazione di poteri intorno all’esecutivo divenuta la caratteristica istituzionale di questa legislatura, che il presidente della Repubblica critica nella sua portata e nelle sue conseguenze e che, invece, sembra costituire l’ispirazione di troppi “riformatori”. Si apre così una questione capitale: disponiamo di una cultura capace di sostenere una impresa tanto impegnativa quale è sempre una riforma costituzionale?

Affrontando questo tema si devono tener presenti tre punti sottolineati da Napolitano: l’abuso del riferimento alla “costituzione materiale”; la nascita di sistemi “paralleli” rispetto a quelli disegnati dalla Costituzione; la necessità di concentrarsi solo «su alcune, essenziali e ben mirate proposte di riforma». E, in tempi di strumentali esorcismi della violenza, è bene non dimenticare che il presidente della Repubblica giustamente definì “violento” dal punto di vista istituzionale il contenuto del discorso tenuto a Bonn dal presidente del Consiglio.

Parlar di “costituzione materiale” ha sempre avuto una forte ambiguità. Vi è una sua versione descrittiva di prassi più o meno diverse o integrative rispetto a quelle definite dalla costituzione formale. Vi è la sottolineatura della opportunità di razionalizzare il funzionamento di alcune istituzioni sulla base dell’esperienza. E vi è la pretesa di legittimare una “contro costituzione”, emergente nella realtà grazie alla nuda forza della politica. Questi slittamenti progressivi spingono verso l’appiattimento della costituzione sulle esigenze del sistema politico, sì che la nozione stessa di Costituzione viene travolta dall’uso tutto congiunturale che se ne fa. Non a caso Napolitano ha citato Leopoldo Elia, che metteva in guardia contro l’«illusione ottica di scambiare per mutamento costituzionale ogni modificazione del sistema politico», aggiungendo però «o del sistema elettorale».

Questa integrazione è assai significativa, perché nell’ultimo periodo si è insistito assai sul fatto che ormai proprio le norme elettorali, prevedendo ad esempio l’indicazione sulla scheda del leader della coalizione, avrebbero dato un segnale inequivocabile nel senso del rafforzamento della posizione del presidente del Consiglio, la cui investitura diretta da parte dei cittadini avrebbe sostanzialmente privato di vero significato sia l’incarico conferito dal presidente della Repubblica, sia la stessa fiducia parlamentare. Ai futuri riformatori della Costituzione, quindi, spetterebbe soltanto il compito di registrare questo dato materiale, trasformando l’Italia da repubblica parlamentare in repubblica presidenziale. Napolitano ci ricorda che non è così, che il rapporto tra governo e Parlamento rimane il «cardine dell’equilibrio costituzionale».

Questa linea è rafforzata dalle considerazioni riguardanti la compressione del ruolo del Parlamento. Uso fluviale dei decreti legge, maxiemendamenti sui quali viene posta la questione di fiducia hanno determinato «evidenti distorsioni negli equilibri istituzionali e nelle possibilità di ordinato funzionamento dello Stato», privando il Parlamento della libertà di discutere e della stessa libertà di voto. La denuncia di questa perversa costituzione materiale, di cui Napolitano ricorda la lunga incubazione, si traduce così nella indicazione di un preciso limite alla eventuale revisione della Costituzione (e pure dei regolamenti parlamentari) che, inoltre, non potrebbe legittimare il “sistema parallelo” di produzione normativa tutto centrato sul governo, che ha finito con il «gravare negativamente sul livello qualitativo dell´attività legislativa e sull’equilibrio del sistema delle fonti».

Il punto è chiaro. La controcultura che ha via via definito la Costituzione come “ferrovecchio”, “minestra riscaldata”, residuo “sovietico”, retaggio d’un passato ormai cancellato è in manifesto contrasto con il «risoluto ancoraggio ai lineamenti essenziali della Costituzione del 1948», già richiamato da Napolitano nel suo messaggio di insediamento. Questo non vuol dire che la Costituzione sia intoccabile: significa che la sua revisione non può determinare un cambiamento di regime. Emerge così un punto oscurato dalla discussione di questi tempi. Non è vero che si siano confrontati in passato e si confrontino oggi innovatori lungimiranti e chiusi conservatori. Il confronto è stato e rimane tra chi sostiene la “buona manutenzione della Costituzione”, che ne rispetta fondamenti e principi, e chi vuole imboccare una strada che è legittimo definire “eversiva” perché proprio da quei fondamenti e principi vuole prendere congedo.

Non è un caso, ancora una volta, che Napolitano parli di «essenziali» e «ben mirate proposte di riforma» e che ricordi il referendum con il quale, nel 2006, sedici milioni di cittadini (il 61,32% dei votanti) bocciarono la riforma costituzionale approvata dal centrodestra. Di questo è bene avere memoria. In tempi in cui il consenso popolare viene impugnato da Pdl e Lega come una clava per screditare le istituzioni, per promuovere campagne contro ogni forma di garanzia, è almeno singolare che questi stessi soggetti dimentichino che la loro linea venne clamorosamente sconfessata proprio da un voto popolare. E in questa apparente contraddizione si coglie un altro tratto della “costituzione materiale” che si vorrebbe proiettare nel futuro.

Un assetto costituzionale “escludente”, dove hanno voce e legittimità solo coloro i quali si riconoscono nella logica personalistica, autoritaria, e che accettano una deriva populista che li priva di autonomia critica e li accetta solo se pronti a tributare un applauso al leader. Vera riforma istituzionale è quella che può liberarci da questi rischi, già sperimentati, e che, rifiutando la riduzione del governo a logica aziendalistica, restituisca alle istituzioni quella dignità che possono riguadagnare solo se tornano ad essere davvero interlocutori affidabili e continui dei cittadini.
La Repubblica 30.12.09

Scudo fiscale: il governo si vanta ma si accontenta delle briciole di 95 miliardi.

Scudo fiscale: il governo si vanta ma si accontenta delle briciole di 95 miliardi.
Tremonti esulta per i dati del rientro dei capitali dall’estero, ma le somme a cui lo Stato rinuncia per sempre superano i 40 miliardi. Fassina denuncia: ”Siamo gli unici a garantire l’anonimato a evasori e mafiosi”. Lo scudo fiscale ha permesso il rimpatrio di 95 miliardi di euro, comunica trionfalmente il ministero dell’Economia a fine 2009. “Ma è un successo solo per i criminali e gli evasori fiscali con capitali illegalmente portati all’estero” risponde Stefano Fassina, della segreteria del Partito Democratico, responsabile Economia e Lavoro.

Contraddicendosi lo staff di Tremonti annuncia che “il tempo dei paradisi fiscali è finito per sempre. Portare o tenere i soldi nei paradisi fiscali non conviene più, né economicamente né fiscalmente” e poi ricorda che “Il termine di riapertura delle operazioni di rimpatrio con maggiorazioni di aliquota ad aprile 2010”.
Ma c’è un calcolo che il comunicato del governo non riporta: quanto incassato dallo Stato. Su 95 miliardi di capitali applicando un’aliquota al 5% il gettito è di 4 miliardi e 750 milioni di euro, ovvero lo 0,5% della spesa pubblica corrente annuale e in cambio gli evasori diventano intoccabili!
Fassina denuncia come “il governo dimentica che siamo stati l’unico Paese al mondo a garantire l’anonimato ai condonati, a sospendere l’obbligo di segnalazione anti-riciclaggio per gli intermediari finanziari, a estendere il perimetro dei reati cancellati fino al falso in bilancio, ad applicare un’aliquota di regolarizzazione del 5%, ossia un decimo di quanto applicato negli altri Paesi”. Un decimo, 5% invece che 50%, vuol dire che il governo Berlusconi con lo scudo ha rinunciato a recuperare ben 45 miliardi dalla lotta all’evasione. Lotta che in assenza di scudo secondo le previsioni avrebbe portato a recuperare 10 miliardi di euro. Appena il doppio…

La strenna ai grandi evasori e alla criminalità organizzata è stata preferita a una seria lotta anti-evasione e Fassina prevede che “la proroga del condono a fine aprile incentiva ulteriore evasione, se ne infischia dell’equità e danneggia le prospettive di finanzia pubblica. Per stare a testa alta nella competizione internazionale, l’Italia avrebbe bisogno di riforme, di legalità, di civismo. Al contrario, le scelte della destra puntano a far sopravvivere l‘Italietta’ senza futuro”.

I regali alla criminalità organizzata. Un titolo forte? Eppure solo in Italia con lo scudo ci sono garanzie come l’anonimato, la sospensione dell’obbligo di segnalazione ai fini dell’antiriciclaggio. La prospettiva è quella di capitali della criminalità organizzata che rientreranno in Italia, magari per ricomprarsi all’asta i beni confiscati, grazie alla norma ad hoc inserita nella Finanziaria approvata alla Camera con il ventisettesimo voto di fiducia.

Il senatore del Pd Giuseppe Lumia durante la presentazione dell’emendamento del Pd per impedire la vendita dei beni confiscati lo aveva detto: “Le pezze che sono state messe alla Camera dei deputati non sono sufficienti. È stata infatti prevista una sorta di diritto di prelazione per i comuni, ma sapete benissimo che i comuni non hanno le risorse per poter comprare i beni immobili delle organizzazioni mafiose, le quali invece, grazie allo scudo fiscale, dispongono di quella liquidità necessaria per tornare in possesso dei beni loro sequestrati e confiscati”.

Eppure il governo tiene sugli scudi i grandi successi nella lotta alla mafia, ma ha boicottato la proposta del PD , voluta dalla Commissione antimafia e dalla parte più moderna e attrezzata della società, di impedire la vendita dei beni e di creare un’agenzia per la gestione dei beni confiscati alla mafia.
www.partitodemocratico.it