Latest Posts

“Scuola, il 2010 sarà un anno durissimo” L’on. Ghizzoni condivide l’allarme lanciato da alcuni insegnanti di Carpi

Pubblichiamo una dichiarazione dell’on. Manuela Ghizzoni in risposta all’allarme lanciato dai docenti di alcune scuole carpigiane.
“L’allarme lanciato dai docenti di alcune scuole carpigiane sui tagli del Governo è solo l’ultimo di una lunga serie. A dimostrazione del fatto che le nostre denunce, dentro e fuori il Parlamento, sono fondate su riscontri oggettivi. Raccogliendo la sollecitazione dei consigli di Istituto locali, tempo fa abbiamo presentato un’interrogazione alla Camera, alla quale il Governo non ha risposto in termini puntuali (come dimostrano gli atti parlamentari), mostrando senso di impunità e, ancora una volta, colpevole disattenzione ai temi della scuola.

La realtà è quella descritta dagli insegnanti carpigiani: il 2010 sarà un anno durissimo per la scuola, costretta a fare i conti con la seconda rata di tagli agli organici stabiliti dalla manovra estiva 2008 di Tremonti e con le nuove decurtazioni di risorse definite dalla Finanziaria appena approvata. Ciò significa 132 mila cattedre in meno, a fronte di un aumento del numero di studenti per classi. Quindi meno docenti, meno risorse, meno offerta formativa, meno opportunità, meno qualità e meno certezza normativa.

Parte di questi tagli riguarda la cosiddetta riforma delle superiori, che partirà dal prossimo settembre ma che ancora attende il parere delle commissioni parlamentari prima di essere approvata dal Consiglio dei ministri. Pertanto studenti, famiglie e docenti non sanno ancora che ne sarà della scuola superiore nel prossimo anno scolastico, nonostante le iscrizioni abbiano come termine febbraio.

La finanziaria del centrodestra rappresenta l’ennesima manovra contro la scuola e il futuro del nostro Paese e non serve nascondersi dietro l’alibi della crisi. Proprio perché oggi c’è la crisi è necessario investire in scuola e formazione, se domani vogliamo agganciare la ripresa. La Francia a guida centrodestra si appresta ad investire qualcosa come 35 miliardi nell’economia della conoscenza, di cui 17 in università e ricerca. In Italia invece la manovra prevede per l’istruzione scolastica riduzioni per ben 700 milioni rispetto al 2009, di cui 100 sottratti a programmazione e coordinamento dell’istruzione scolastica e più di 200 alla scuola media. Ancora, più di 220 milioni di tagli alle risorse trasferite dallo Stato alle istituzioni scolastiche per il loro ordinario funzionamento e per far fronte a spese obbligatorie, come le supplenze, e per dare qualità all’apprendimento: risorse tagliate ai fondi a disposizione delle scuole, dopo che nei mesi scorsi è stata ripetutamente denunciata la situazione debitoria nella quale versano le scuole, anche carpigiane, per sola responsabilità del Governo che non trasferisce le risorse necessarie”.

Il predetto comunicato stampa è stato predisposto a commento dell’articolo apparso sulla Gazzetta di Modena del 28.12.09 a firma Brancatisano “Scuola la rivolta dei Prof”.

La Corte dei conti bacchetta il governo “Troppe coperture dall´esito incerto”, di Roberto Mania

Nel mirino la manovrina d´estate. Il Pd: esecutivo miope e inaffidabile Critiche anche al decreto per l´Abruzzo: rischioso affidarsi a giochi e lotterie. Le entrate dovute alla lotta all´evasione fiscale sono incerte e, come tali, non possono essere utilizzate per finanziare interventi strutturali di politica economica. Lo dice la Corte dei conti. E nel mirino dei giudici contabili entrano anche le norme sullo scudo fiscale e sul contrasto ai paradisi fiscali sulle quali il ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, ha puntato per rafforzare i flussi finanziari verso le casse statali e per la copertura di buo-na parte della “manovrina” esti-va del cosiddetto “decreto Abruzzo”.
Certo, le osservazioni delle Corte dei conti non sono nuove, ma assumono un rilievo particolare per il ripetuto ricorso del governo a forme di copertura, per maggiori entrate o minori spese, che proprio per loro natura sono aleatorie. È di per sé difficile, infatti, quantificare con certezza i comportamenti dei contribuenti e, d´altra parte, non è nemmeno mai stata fatta con precisione una verifica successiva sul maggior gettito ottenuto dalla lotta all´evasione. Da questo punto di vista – osserva la stessa Corte – mancano strumenti «affidabili» che permettano di certificare «l´effettivo recupero di evasione dagli effetti imputabili al ciclo economico o a fattori normativi o, anche, a meri errori di stima». Insomma, non è detto che i maggiori incassi dell´erario dipendano dalle misure di contrasto all´evasione adottate dai governi via via succedutisi o invece da altri fattori come, per esempio, un andamento migliore dell´economia.
Secondo un precedente studio della Corte dei Conti, nel periodo 1998-2008 i diversi governi hanno promesso circa 37 miliardi di euro di maggiori incassi legati alla lotta all´evasione. Una cifra, in un paese in cui l´evasione vale quasi il 7 % del Pil, comunque ragguardevole, pari – secondo gli stessi giudici di controllo – a circa «due terzi delle maggiori entrate nette complessive di cui erano accreditate le manovre varate con le leggi Finanziarie del periodo». Nessuno, però, è poi stato in grado di verificare se per coprire un determinato provvedimento si siano davvero utilizzate le risorse derivanti dalla lotta contro gli evasori oppure quelle di altre fonti. In questo modo non c´è trasparenza nelle manovre anti-evasione, ma non si possono nemmeno correggere «gli errori e le approssimazioni con cui vengono formulate le valutazioni degli effetti finanziari dei provvedimenti».
Ma c´è di più nell´ultima indagine della Corte dei conti. «Le incertezze – scrivono i giudici nella Relazione sulle coperture finanziare adottate nel quadrimestre maggio-agosto 2009 – sono accentuate dalla necessità di un raccordo tra le disposizioni relative al contrasto dei paradisi fiscali e agli arbitraggi fiscali internazionali e quelle relative allo scudo fiscale che appaiono insistere sulla medesima base imponibile e che sono legate tra loro da un rapporto di alternatività».
Infine, la copertura del “decreto Abruzzo” affidata in parte agli introiti dovuti alle lotterie. Qui la Corte osserva, al di là del buon andamento generale del settore, che «sussistono sempre problemi circa l´effettiva realizzabilità delle entrate attese da disposizioni che collegano le entrate stesse a specifiche scelte connesse a comportamenti individuali». E, in ogni caso, «non appare comunque ispirata a comportamenti prudenziali una copertura di oneri così elevati e per un periodo di tempo così lungo». Questa è una «bocciatura» secondo l´opposizione del Pd che parla di «miopia del governo» (Pierpaolo Baretta, capogruppo in Commissione Bilancio alla Camera) e di «inaffidabilità delle coperture costruite sul gettito dalla lotta all´evasione» (Stefano Fassina, responsabile dell´Economia).
La Repubblica 29.12.09

“Il mondo si prepara alla guerra del cibo”, di Marco Sodano

Siamo tanti: ad aprile gli abitanti del pianeta raggiungeranno quota sette miliardi. Mangiamo. Chi più chi meno – purtroppo – ma mangiamo tutti. La Terra è quella che è, non cresce di pari passo con il numero dei suoi inquilini. Come se non bastasse negli ultimi cento anni, dice un rapporto Fao, ha perso il 75% della varietà alimentari disponibili per chi ci vive. Colpa del clima che cambia, delle grandi città che crescono senza sosta, dell’agricoltura che ha sposato il sistema industriale moderno mandando in soffitta la figura del vecchio coltivatore diretto. Il primo risultato? L’agricoltura occidentale è basata su quattro coltivazioni: mais, riso, soia, grano. Una comunità thailandese di appena 600 abitanti può contare su 387 specie diverse.

Le risaie non bastano
I prezzi delle materie prime alimentari che schizzano verso l’alto sono le prime scaramucce della prossima guerra mondiale: quella per il cibo. Dietro alle quotazioni boom c’è la speculazione – come sempre sui mercati – ma c’è anche la corsa dei paesi emergenti. Cinesi, indiani, brasiliani usciti dalla povertà che li ha perseguitati per secoli e, giustamente, oggi vogliono mangiare come gli occidentali. L’International rice institute ha già chiarito, tanto per cominciare, che «non c’è abbastanza riso per sfamare il mondo ed è sempre più difficile tenere il prezzo intorno ai 300 dollari a tonnellata». La soglia non è scelta a caso: solo a quel prezzo chi vive nelle zone più povere del mondo può permettersi di mangiarlo e, nello stesso tempo, di coltivarlo con profitto. Secondo l’istituto per fermare il caroriso bisognerebbe aumentare la produzione mondiale di 10 milioni di tonnellate l’anno per i prossimi venti. Impensabile.

L’indice della Fao
A metà dicembre la stessa Fao ha registrato un balzo dell’indice che misura il livello dei prezzi alimentari. È tornato ai livelli di settembre 2008, alla fine di un’estate che ha visto bruciati tutti i record precedenti di prezzo: all’epoca la Fao aveva individuato tra le cause scatenanti il basso livello delle scorte, la crescita delle superfici impiegate per produrre biocombustibile, l’aumento del prezzo del petrolio. Questa seconda fiammata, meno violenta della prima ma probabilmente destinata a durare di più, si deve ad altri fattori che si sono aggiunti ai primi. Le restrizioni imposte da diversi governi alle esportazioni – proprio nell’estate del 2008 -, la debolezza del dollaro, l’appetito crescente degli speculatori che possono contare su riserve di liquidi eccezionali. Così, dalla Cina al Golfo Arabo, i fondi sovrani fanno incetta di terreni agricoli in tutto il mondo. In Italia fanno shopping le compagnie energetiche tedesche e francesi: vogliono il nostro mais, ma lo usano per fare biogas, non per mandarlo in tavola.

Lo zampino dei trader
I maghi della finanza, tra l’altro, si buttano sul mercato delle materie prime alimentari spingendo i prezzi anche in conseguenza della debolezza dei mercati su cui si muovono di solito. I tassi di interesse viaggiano in prossimità dello zero, le quotazioni del petrolio restano volatili e poco affidabili, del mercato azionario è bene fidarsi fino a un certo punto. E infatti, a margine del suo Outlook 2009, la Fao annota: «Nonostante i fondamentali di domanda e offerta continueranno a determinare il mercato dei prodotti di base, occorre vigilare sul sistema alimentare globale, ormai suscettibile ad eventi esterni che nulla hanno a che vedere con l’economia alimentare». Una banca americana gioca con i mutui-spazzatura e il piatto si spaghetti costa il doppio. È la globalizzazione.

«Ma le scorte sono buone»
Hafez Ghanem, vicedirettore generale della Fao, prova a rassicurare gli animi: «Oggi lo stato di buona salute delle scorte e le prospettive favorevoli per la produzioni riducono il rischio di nuove impennate dei prezzi per i prossimi sei mesi». Ma ammette che la Fao «terrà gli occhi aperti sui possibili sviluppi della situazione». Anche perché non sono solo gli uomini d’affari a speculare. Da febbraio 2009 i prezzi del latte e dei suoi derivati sono aumentati dell’80%, primo fra tutti il latte in polvere. Il rapporto Fao non si spinge a previsioni sul futuro prossimo. «I prezzi, nei mesi a venire, dipenderanno dall’Unione europea». Si tratta di capire se il Vecchio Continente, che ha contingentato la produzione per anni con il famigerato sistema delle quote, sarà o meno disponibile a mettere sul mercato internazionale le sue grandi riserve. Si tratta di attendere che un produttore decida di contribuire ad abbattere il prezzo di ciò che produce. Si capisce che non è cosa facilissima.

Latte, zucchero, grano, caffé, te, riso: la fiammata dei prezzi non risparmierà nessun paese e – soprattutto – nessun genere alimentare. Il latte e lo zucchero sono contenuti in quasi tutti i cibi, il grano è la base dell’alimentazione occidentale insieme con la carne. Così molto rapidamente i costi della guerra del cibo si trasferiranno nello scontrino del supermercato. Pizze, cappuccini, gelati, risotti pronti, pacchi di pasta, formaggi, frutta e verdura: i rincari sono in vista. Nessuno si sottrarrà alla guerra del cibo.
La Stampa 29.12.09

“Pensione anticipata? No, grazie”, di Eugenio Fatigante

Scatta, insomma, un’altra misura che penalizzerà non poco i più giovani. Per questo il sindacato (specie la Nidil-Cgil) ha chiesto più volte, ma invano, un rinvio.
C’era una volta la pensione d’anzianità. Lo strumento della pensione anticipata, che tanto ha contribuito negli anni passati ad appesantire i conti della previdenza, sta diventando sempre più desueto. È crollato, infatti, il numero delle persone che lasciano il lavoro in anticipo, prima dell’età prevista per la pensione di vecchiaia. I dati anticipati ieri dall’Inps all’agenzia Ansa dicono che, nei primi 11 mesi dell’anno, le nuove pensioni d’anzianità sono state 91.925. Ovvero il 53% in meno rispetto al 2008 quando, nell’intero anno, furono 196.522. Immediate le ripercussioni in termini di bilancio: questo dato è «il migliore dal 2002», ha detto il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, e – assieme ad altri fattori – consentirà all’istituto di chiudere il 2009 con un avanzo finanziario di 6-7 miliardi di euro (ma «il risultato – ha aggiunto – potrebbe essere anche molto superiore»).

Numeri che stanno a dimostrare, sempre secondo Mastrapasqua, che le varie e successive riforme delle pensioni «hanno funzionato». Il risultato più eclatante sta proprio nel dimezzamento dei trattamenti pensionistici anticipati rispetto all’età di vecchiaia. Il dettaglio delle cifre evidenzia che il calo più forte si è registrato in particolare tra le pensioni nella gestione dei lavoratori dipendenti: qui i nuovi assegni sono stati 52.132, vale a dire meno di oltre la metà rispetto ai 120.626 che furono liquidati nell’intero 2008. E decisamente meno anche a fronte delle 63.700 pensioni che l’istituto aveva previsto per quest’anno. Se sono crollate le pensioni anticipate, è segno evidente che la gente ha preferito – specie in questo periodo di crisi economica – lavorare più a lungo. Difatti sono cresciute, al contrario, le pensioni di vecchiaia (concesse finora a 65 anni per gli uomini, 60 anni per le donne).

Anche in questo campo, tuttavia, la crescita è stata in numero inferiore rispetto alle previsioni. Nel corso del 2009 i lavoratori privati andati in pensione per raggiunti limiti di età sono stati, nei primi 11 mesi, 152.546: una cifra in aumento di ben il 63,1% sui 93.512 dell’intero anno passato, ma in forte calo rispetto ai 210.940 che erano previsti. Nel 2009 quindi, anche a causa dell’inasprimento dei criteri per la pensione anticipata (vedi l’avvio, dal 1° luglio 2009, del sistema delle quote, per ora pari a “quota 95”, nonché il dimezzamento delle “finestre” di uscita dal lavoro), si è rimasti al lavoro più a lungo, andando a riposo in media oltre i 60 anni. Nel complesso, da gennaio a novembre di quest’anno sono 244.471 le persone andate via dalla loro attività, tra vecchiaia e anzianità, in flessione del 15,7% dai 290.034 pensionati dell’intero 2008; si tratta di un dato in calo anche rispetto alle previsioni (312.190 erano le uscite attese).

Per le anzianità, è probabile che alla fine (dell’anno) si resti sotto quota 100mila pensioni. Il calo non riguarda i soli dipendenti: per i coltivatori diretti le pensioni anticipate sono state 8.841 contro le 16.094 del 2008. Idem per gli artigiani (20.165 a fronte di 36.340) e i commercianti, con 10.787 uscite contro le 23.462 del 2008. Secondo il presidente dell’Inps, a pesare non è solo un “effetto-riforma”, ma anche l’effettiva maggiore disponibilità della gente a restare al lavoro. «Siamo abbondantemente sopra i 60 anni di età per l’uscita», ha spiegato Mastrapasqua. Le pensioni di vecchiaia, invece, sono aumentate in percentuale soprattutto per commercianti e artigiani.

Scatta la riforma, assegni sempre più bassi. avorare più a lungo (com’è successo in questo 2009, secondo i dati Inps diffusi ieri) converrà sempre di più. Sul piano prettamente economico. La previdenza del 2010 segnala infatti una novità decisamente non positiva: chi lascerà il lavoro d’ora in poi avrà una pensione più bassa se ha versato meno di 18 anni di contributi a fine 1995.

Sono gli effetti della revisione automatica dei coefficienti di trasformazione, usati per calcolare l’importo degli assegni di pensione. Si tratta di una norma la cui origine risale alla “riforma Dini” del ’95, appunto. Quella legge disponeva che la revisione si dovesse fare ogni 10 anni. Come forse i lettori più attenti ricorderanno, questo fu un argomento di grande discussione fra il governo e i sindacati nel 2006. Alla fine si decise di far saltare quella scadenza, ma nel “protocollo Welfare” del 2007 le parti si accordarono per far partire i nuovi coefficienti dal 2010, e di aggiornarli poi ogni 3 anni.

La revisione di questi parametri si basa sulla previsione che, con l’aumentare degli anni, crescono le possibilità di una lunga vita. Il risultato, in ogni caso, sarà pesante: rispetto alla situazione valida fino al 31 dicembre 2009, dal 2010 le nuove pensioni saranno ridotte dal 6,38%, per chi può lasciare il lavoro a 57 anni, fino all’8,41% per chi si ritira a 65 anni. Ovviamente la misura varia poi a seconda della base, cioè del montante contributivo versato (che è rivalutato ogni anno in base al Pil) durante gli anni di lavoro, sul quale si applica poi il nuovo coefficiente.

Secondo le simulazioni effettuate dalla Ragioneria generale dello Stato, per un lavoratore dipendente che andrà in pensione di vecchiaia (quindi a 65 anni) con 30 anni di contributi e un reddito di 40mila euro annui, la perdita sarà del 2% circa. Ma salirà al 3,7% della sua pensione se gli anni lavorati si riducono a 20: in questo caso, per intenderci, la pensione scende dai 16.104 euro l’anno che avrebbe preso nel 2009 a quota 15.531 euro. Con un danno secco pari a 573 euro.

È da ricordare che dai nuovi coefficienti sono esclusi quei fortunati che avranno ancora la pensione calcolata con il metodo retributivo, cioè chi aveva più di 18 anni di contributi a fine ’95. La penalizzazione sarà invece ancora più forte per i lavoratori autonomi, che versano meno contributi, e per chi ha pochi anni di contributi. Questo perché la revisione comporta effetti per chi avrà la pensione tutta con il metodo contributivo (rapportata unicamente sui contributi versati) o per chi, avendo meno di 18 anni di contributi sempre a fine ’95, la riceverà con il sistema misto. Per questi ultimi, il calcolo della pensione in pratica si sdoppia: per gli anni lavorati fino al ’95 avranno una quota agganciata al vecchio sistema degli stipendi, mentre la parte successiva subirà l’applicazione dei coefficienti. Scatta, insomma, un’altra misura che penalizzerà non poco i più giovani. Per questo il sindacato (specie la Nidil-Cgil) ha chiesto più volte, ma invano, un rinvio.
Avvenire 29.12.09

Giovani a casa con mamma e papà: il 72,9% degli italiani fra i 18 e i 39 anni vive ancora con i propri genitori. Solo il 20,8% ha lasciato la famiglia di origine. Lo dice l’Istat in un rapporto.

Quello dei “mammoni per forza” è un vero e proprio problema strutturale del sistema Italia, rileva l’Istat, dovuto principalmente alla difficoltà di trovare lavoro e casa: se poi si è donna e si vive nelle regioni meridionali, gli elementi di criticità si aggravano ulteriormente. E la possibilità di fare figli si allontana. La conferma del difficile approccio all’età adulta degli italiani viene dall’indagine multiscopo dell’Istat dedicata alla famiglia, con dati raccolti nel 2003 e poi aggiornati nel 2007, in modo da esaminare l’evoluzione della popolazione. Nel corso del tempo, spiega l’istituto di statistica, l’entrata nel primo lavoro si è progressivamente spostata verso un’età più avanzata, anche in conseguenza del prolungamento dei percorsi formativi, ma l’ingresso nel mercato del lavoro delle donne continua a essere più tardivo di quello degli uomini e il differenziale di genere e territoriale non si riduce nel corso delle generazioni.

I differenziali di genere per chi entra nel mercato del lavoro entro i 35 anni, che soprattutto nel Nord del Paese sono abbastanza contenuti, esplodono nelle aree del Mezzogiorno, nonostante il tendenziale miglioramento dell’inserimento occupazionale femminile.

Tra gli italiani di 18-39 anni che sono rimasti in famiglia tra il 2003 e il 2007, il 47,8% dichiara che il motivo è la presenza di problemi economici, mentre il 44,8% si confessa più «bamboccione» dichiarando di stare «bene così mantenendo la sua libertà».

A uscire dal «bozzolo» sono più brave le donne: le persone dai 18 ai 39 anni che, nel 2003, vivevano nella famiglia di origine erano poco più di 8 milioni 300 mila, pari al 47,7% degli individui della stessa classe di età. Tra i maschi la percentuale raggiungeva il 53,5%, tra le donne il 41,7%, oltre 12 punti percentuali di differenza. Tra i 30 e i 34 anni vivevano presso la casa dei genitori quattro uomini su dieci e due donne su dieci.

Si esce dalla famiglia di origine in primo luogo per matrimonio (43,7%), poi per esigenze di autonomia/indipendenza (28,1%) e per andare a convivere (11,8%). Motivi di lavoro sono segnalati dall’8,8% dei giovani e motivi di studio dal 5,5%. La graduatoria dei motivi di uscita cambia a livello territoriale.
Soprattutto nel Mezzogiorno (57,5%), ma anche nel Centro (39,3%), è il matrimonio il primo motivo di uscita. Nel Nord, invece, le nozze sono al secondo posto (29,4%), precedute dalle esigenze di autonomia/indipendenza (38,4%). L’uscita per convivenza, che nel Mezzogiorno è quasi nulla, è più elevata nel Nord e nel Centro (rispettivamente, 20% e 17,7%). Inoltre nel Centro si segnalano anche i motivi di studio come fattori rilevanti di uscita dalla famiglia di origine (21,2%). Tra i giovani che nel 2003 avevano indicato l’intenzione di uscire per matrimonio, soltanto il 40% ha lasciato la famiglia di origine.

Il 72,1% di costoro ha poi effettivamente contratto matrimonio: le donne in misura superiore agli uomini (il 77,5% a fronte del 67,2%). Invece, tra le persone che avevano dichiarato di voler lasciare la casa dei genitori per andare a convivere, quelle effettivamente uscite sono il 33,5%; meno della metà di costoro (il 42,7%) ha poi dato corso all’intenzione.
Il Sole 24 Ore 28.12.09

“Focherini, un esempio per le nuove generazioni”

L’on. Manuela Ghizzoni del Pd ricorda la figura del grande carpigiano che sacrificò la vita per salvare un centinaio di ebrei dai nazifascisti. “Focherini è ancora oggi uno dei miglior interpreti del nostro Novecento, che ha lasciato alla comunità carpigiana una straordinaria testimonianza morale e civile”. Così ha dichiarato l’on. Manuela Ghizzoni del Pd in occasione della cerimonia di commemorazione di Odoardo Focherini che si terrà domani a Carpi, nel 65° Anniversario della sua scomparsa. “Una figura di credente e antifascista – ha aggiunto la parlamentare democratica – da portare come esempio alle nuove generazioni, soprattutto in questa stagione di revisionismo storico”.

Già Presidente dell’Azione Cattolica diocesana di Carpi, Focherini si dedicò anche all’amministrazione de «L’Avvenire d’Italia». Padre di sette figli, una vita normale come ispettore assicurativo, Focherini non si sottrasse al richiamo della sua fede e a un moto di solidarietà concreta nei confronti degli ebrei perseguitati dal nazi-fascismo, sacrificando la propria vita per salvarne almeno un centinaio. Li nascose e li protesse, falsificandone i documenti e contraffacendo timbri e bolli, in modo da consentire loro di riparare in Svizzera. Per questo suo impegno, fu arrestato nel marzo del 1944, poi trasferito al campo di Fossoli e infine (dopo l’invio a Bolzano), deportato in settembre al campo di concentramento di Flossenburg e alla fine del mese nel sottocampo di Hersbruck, dove morì presumibilmente il 27 dicembre 1944. Nel 1969 venne riconosciuto “Giusto tra le nazioni” dallo Yad Vashem, il memoriale di Gerusalemme dedicato alle vittime ebree dell’Olocausto, e nel 2007 ottenne la Medaglia d’Oro al merito civile alla memoria.

“Cosa insegna quella cultura azionista”, di Giunio Luzzato

“Ho fatto un errore, e devo riconoscerlo»” Per una persona come Massimo D’Alema una dichiarazione come questa, fatta nel colloquio con Giovanni Maria Bellu pubblicato dall’Unità il 24 dicembre, è molto inconsueta.
In tale colloquio, mentre ha puntigliosamente difeso tutti gli altri punti della precedente intervista al Corriere della sera sulla quale si sono sviluppate intense polemiche, D’Alema ha affermato che il suo accostamento dell’antipolitica all’ “azionismo” era stato “improprio e frettoloso”.
È giusto prendere atto del passo indietro, ma poiché, a destra come a sinistra, ci si trova spesso davanti a esorcizzazioni della “cultura azionista” vale la pena di cercare di comprendere le ragioni di questo fenomeno.
Un fantasma sembrerebbe cioè aleggiare sull’Italia, e danneggiarne le sorti che in assenza di esso potrebbero essere invece, grazie ad astuti compromessi, magnifiche e progressive: il Partito d’Azione scomparso da oltre sessant’anni. E la corrispondente cultura, quella del rigore nel perseguimento della Giustizia con la Libertà.
Scriveva Carlo Rosselli: “Il fascismo è stato l’autobiografia di una nazione che rinuncia alla lotta politica, che ha il culto dell’unanimità, che rifugge dall’eresia, che sogna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo.” Sono parole del 1929, ma è sufficiente sostituire “fascismo” con “berlusconismo” per trovare in esse una piena attualità. In questa deplorazione per l’assenza di lotta non vi è alcun “odio” nei confronti del dittatore di ieri o del demagogo di oggi: vi è una analisi che guarda nel profondo di questo paese. Là dove la tendenza al conformismo ha radici antiche: abbiamo avuto la Controriforma senza aver partecipato alla Riforma. Particolarismi egoistici (vi è chi parla di “familismo amorale”) fanno premio rispetto alla coscienza civica, a una valorizzazione delle istituzioni pubbliche: effetto di una unità nazionale giunta molto tardi, di un debole senso dello Stato.
Quando la sinistra maggioritaria era dogmatica, la cultura politica di cui parliamo era pragmatica; non ha mai ritenuto che il perseguimento della giustizia sociale richiedesse l’adesione all’ortodossia marxista. Ma, per essa, pragmatismo non significa opportunismo: significa, all’opposto, meno ideologia e più concretezza, più etica pubblica. Un grande economista, Paolo Sylos Labini, quando un imprenditore titolare di concessioni governative scese nell’agone politico sollevò immediatamente il problema della sua ineleggibilità. Se, anziché isolarlo come il solito azionista rompiscatole, lo si fosse ascoltato, forse oggi staremmo meglio.
L’Unità 27.12.09