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“Una città italiana scossa nel cuore culturale”, di Michael Kimmelman (The New York Times) traduzione di Fabrizio Bottini

Le città impiegano secoli a crescere, ma possono morire in un batter d’occhio.
Dopo il terremoto che in aprile ha fatto centinaia di vittime e lasciato decine di migliaia di persone senza casa, dentro e attorno il nucleo medievale e barocco di questo centro un centinaio di chilometri a est di Roma, è stata straordinaria la reazione di emergenza. Soro accorsi volontari da tutta Italia in aiuto. Installati rapidamente villaggi di tende fuori dalla zona a rischio. Organizzati concerti per dare speranza e idea di continuità, e presto gli operai iniziavano a costruire decine di complessi abitativi fuori dalla città.
Ma oggi, poco prima della scadenza di gennaio in cui il governo regionale il ministero italiano delle cultura si apprestano a rilevare l’impegno della ricostruzione dall’organismo di emergenza, pare in gioco il futuro sui tempi lunghi di L’Aquila. Mancanza di fondi, volontà politica, buon senso architettonico, controllo internazionale — oltre all’inclinazione tutta italiana per un modo di pensare un po’ irrazionale — minacciano di portare a termine il lavoro iniziato dal terremoto.

Non sarebbe neppure il primo caso di una città italiana che non è riuscita a riprendersi da un terremoto. Dopo quello che ha colpito la Sicilia negli anni ‘60, I nuclei storici sono stati abbandonati, lasciando traccia solo nei nomi di fabbricati provvisori pensati come case di breve periodo, ma poi diventate permanenti a causa di negligenze e abbandono. A L’Aquila dovrebbe andare meglio. Si sta provando a salvare i circa 110.000 fra monumenti e opere d’arte che secondo il ministero sono stati colpiti complessivamente dal terremoto.
Ma I responsabili giudicano che ci vorranno 10-15 anni per far tornare alla normalità il centro storico, qualunque cosa possa significare, e tutti i lavori di ricostruzione compresi quelli per le abitazioni private dovranno ottenere il nulla osta dal ministero, un percorso difficile.

Prima del terremoto erano 10.000 le persone che abitavano nel centro, e altre 60.000 fuori. Se passano dieci anni, chi risiedeva nel centro e ne è stato fatto uscire forse non potrà o non vorrà tornare a L’Aquila, e le abitazioni realizzate nelle zone industriali circostanti — sinora sono stati terminati 150 edifici di ferro, legno e cemento — potrebbero aver trasformato l’area sino a renderla irriconoscibile. Bella città medievale in precario equilibrio col barocco (e anche in precario equilibrio più in generale come ha dimostrato l’effetto del terremoto), L’Aquila era anche un nodo commerciale e culturale, centro universitario. Nel giro di pochi anni, se il centro non riprenderà a vivere, potrebbe trasformarsi in poco più di un’attrazione turistica di secondo piano circondata da un indistinto sprawl.

Qualunque tipo di ripresa, in particolare una ripresa rapida, richiede miliardi di euro (almeno una decina, secondo varie stime) che devono essere stanziati in gran parte dal Parlamento italiano. Ma neppure una piccola accisa per la ricostruzione richiesta dal sindaco di L’Aquila e sostenuta da alcuni uomini di cultura, ha avuto seguito. In un paese dove i soldi sono un problema, distratto dalle polemiche da rotocalco sul suo primo ministro, i buoni risultati della fase di emergenza paradossalmente sono riusciti a diffondere l’impressione che a L’Aquila non serve più urgentemente aiuto. Per usare le parole della collaboratrice del sindaco Massimo Cialente, Michela Santoro: “Il messaggio sui media è Va tutto bene. Il che è molto lontano dalla verità”
Cialente, per quanto lo riguarda, si dà molto da fare con giornalisti e telecamere che vanno e vengono dal suo ufficio improvvisato in una ex scuola alla periferia della città, per trasmettere il medesimo desolato messaggio.

“Se non si ricostruisce in modo adeguato” — ovvero, dal suo punto di vista, rimettendo tutto com’era prima, salvo interventi antisismici — “sarà una vergogna per l’intero paese. Avremo una seconda Pompei”.
Una lamentela caratteristica. Spesso gli italiani ritengono di dover ripristinare il passato o finirne relegati. Difficile immaginare alternative.
Roberta Pilloli lavora per il Conservatorio dell’Aquila. Dopo il terremoto aiutò a trasportare I grandi pianoforti del Conservatorio fuori dalle macerie. Gli Aquilani sono fieri della loro forza.
L’altro pomeriggio, in felpa e scarpe da ginnastica stava preparando l’apertura ufficiale, questa settimana, della nuova sede della scuola, un edificio di vetro e metallo da 8 milioni di dollari in un agglomerato oltre il centro, costruito in poco più di un mese.

“Voglio che la mia casa torni esattamente come era”, ci ha detto la signora Pilloli. Stava parlando della sua piccola villetta costruita prima della guerra nel centro città, dove la sua famiglia ha vissuto per generazioni – non un tesoro architettonico, ma non è questo il punto. “E’ la mia identità”, ha aggiunto. “Adesso L’Aquila è morta e si stanno occupando solo di chiese e monumenti, ma non delle nostre case. Ma la città nel suo complesso era un monumento.”

Riguardo ai nuovi edifici di appartamenti costruiti dal governo, che sono simili al nuovo Conservatorio, Aldo Benedetti, professore di architettura a l’Aquila, ha dichiarato: “Non hanno un contesto, nessuna idea architettonica, soltanto il senso di baraccamenti militari, buttati da qualche parte”.
Pier Luigi Cervellati, professore di urbanistica a Venezia, va oltre. Ci ha detto che la ricostruzione dovrebbe concentrarsi nel far tornare i residenti nel centro più rapidamente, non sulla costruzione di abitazioni alternative, o sulle chiese e i monumenti o i centri commerciali. “Un centro che è lasciato vuoto per anni, muore”, ci ha detto “Queste nuove case che stanno costruendo nei sobborghi sono costosissime e non restituiscono senso urbano. Sono come i terminal di un aeroporto. Non hanno anima. Il rischio è che il centro divenga un non-luogo”.

Coloro che abitano nei nuovi appartamenti, in un primo tempo grati di aver un posto qualsiasi, stanno già lamentandosi per la mancanza di spazi, negozi, campi sportivi e ogni altro luogo di aggregazione sociale.
Non ci vuol molto perchè dopo un disastro come questo la gratitudine ceda il posto all’impazienza e alla sfiducia. Voci di corruzione e tangenti stanno naturalmente ingrossandosi. Il Conservatorio è costato circa tre volte più dei previsti 3 milioni di dollari del conservatorio con sala concerti proposto da Shigeru Ban, il famoso architetto giapponese. Gli Aquilani come il professor Benedetti, si stanno chiedendo perchè.

Quale è la soluzione? Anche mentre le bombe stavano cadendo su Londra, durante il blitz del 1940, gli urbanisti inglesi immaginavano visioni di una nuova Londra postbellica. Le calamità diventano un’opportunità per sognare. In assenza di una forte guida di indirizzo, di regole urbanistiche severe o di assemblee cittadine dove i cittadini possano lottare con forza per il futuro de L’Aquila, rimane solo il senso crescente che l’opportunità si sta squagliando. Ma l’opportunità esiste ancora, forse ricollegando assieme la nuova architettura con l’antica, come si fece all’Aquila dopo il terremoto del 1703, quando la città divenne quella famosa del Barocco che ora tutti vogliono preservare come se fosse sempre stata così.

Non come città perfetta, ma reale, viva, L’Aquila potrebbe ancora diventare un modello per un nuovo tipo di centro storico del 21° secolo in Italia.
Ma il tempo sta scorrendo inesorabilmente. Recentemente, mentre visitavo la Chiesa parrocchiale di Santa Maria Paganica, in rovina, dove il tetto è crollato e una surreale montagna di macerie sta crescendo all’interno, addosso ai finestroni , mi sono imbattuto in un archeologo del ministero dei beni culturali che stava catalogando ogni frammento e che ha perso mezz’ora in mezzo al freddo polare e alla neve per discutere con Michelangelo Saporito, un vigile del fuoco che lavora per la protezione civile. Il signor Saporito, è venuto dalla Sicilia in maggio, cinque giorni dopo la nascita del suo secondo figlio: voleva aiutare. Quella mattina stava mostrando la chiesa ad un visitatore, come aveva già fatto parecchie volte quel giorno con altri visitatori, ma aveva dimenticato di portare il consueto tagliando del permesso.
La burocrazia e le priorità sbagliate hanno affondato il progresso. Sembra una metafora.
Il signor Saporito ci ha detto sospirando: “Ecco il problema”.
[alla redazione dell’articolo ha contribuito Gaia Pianigiani]
www.eddyburg.it

Un’agenda sociale per il 2010

Bersani indica al centrodestra le riforme da fare subito: provvedimenti per l’occupazione e per il sistema pensionistico dei più giovani. Penati: “Non si intasi il parlamento con leggi ad personam”. Il confronto sulle riforme è nelle mani della maggioranza, tutto dipenderà dagli “atti” che la maggioranza compirà a gennaio. Di sicuro il PD vuole partire dalle riforme sociali, Bersani non ha “pregiudizi”, ma sottolinea: innanzitutto servono provvedimenti per l’occupazione e per il sistema pensionistico dei piu’ giovani. “Facciamo qualcosa per animare l’economia. Nel centrodestra l’ideologia che si diffonde è ‘il temporale passa’. Ma per chi è sotto l’acqua non risulta che il temporale passi”. E’ stato uno dei passaggi cruciali dell’intervista a SkyTg24 dove ha ribadito lacontrarietà alle leggi ad personam: “Noi siamo tutti convinti che non possiamo in nessun modo appoggiare leggi che risolvono i problemi di una persona sola. Ci appelliamo a Berlusconi, che si è paragonato a De Gasperi: ecco, prenda a cuore la prospettiva di questo Paese, si renda conto, che, vista la nostra disponibilità davanti a una prospettiva di riforma, una riflessione sua su come fin qui si sono affrontati i problemi del presidente del Consiglio, forse dovrebbe farla”. Per il segretario del PD “questo è il punto sul quale si aprirà il nuovo anno. Il pregiudizio ad un percorso di accordo sulle riforme non verrebbe da noi, può solo venire da loro, dipenderà dagli atti che faranno a gennaio”.
Perché per il momento «volano parole grosse», come «amore», «odio», mentre sarebbe meglio «accontentarci di parole più sobrie: responsabilità, correttezza, serietà, attenzione alle questioni vere che sta vivendo la gente». Le grandi questioni sociali devono restare al primo punto dell’ordine del giorno, perché molte cose «di cui stiamo parlando, pur importanti, ho l’impressione che passino sulla testa della gente». Per questo si augura che il 2010 sia l’anno delle grandi riforme per le future generazioni, «una nuova contrattazione unificata per l’ingresso nel mondo del lavoro, nuove condizioni pensionistiche» per i giovani.

Fare come Obama.
L’Italia, dice Bersani, “dovrebbe fare come Obama», che in piena crisi getta nuove basi per il futuro, anche se le scelte si mostrano impopolari, perché uno deve usare il consenso che ha per fare governo non usare il governo che ha per fare consenso. Noi abbiamo molta propaganda e poco cambiamento”.

Le leggi ad personam non intasino il Parlamento. “Il Paese ha bisogno delle riforme e per il PD sono importanti quelle istituzionali, così come quelle sociali – dichiara Filippo Penati, capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani – perché si possa andare avanti su questa strada è indispensabile che sotto la parola riforme non venga messo altro. Si discuta in Parlamento dei temi che interessano tutto il Paese e non lo si intasi con proposte che invece interessano sempre la solita perona. Alla ripresa – aggiunge Penati – vogliamo parlare delle proposte che abbiamo già avanzato, contenute nella bozza Violante, insieme ad una vera e propria agenda sociale per il 2010, a partire dall’occupazione, dalle condizioni di lavoro delle nuove generazioni e dalle prospettive del sistema previdenziale per i giovani che devono avere una pensione dignitosa.Ora tocca alla maggioranza far seguire i fatti alle parole. Dimostri di saper essere coraggiosa e costruttiva, privilegi gli interessi di tutti e il Pd in Parlamento non si sottrarrà a questa responsabilità”.

Ecco un promemoria per il governo allora: animare l’economia sbloccando gli investimenti, incentivare maggiori consumi, garantire più liquidità per le imprese, fare una vera manovra economica, perché quell’ideologia del centrodestra, secondo cui «il temporale passa» ci sta per far finire sotto il diluvio.

Ma.Lau.
www.partitodemocratico.it

Terromoto: L’Aquila da PD 8 mln di euro per il rilancio del polo elettronico

Oggi il presidente della Provincia dell’Aquila, Stefania Pezzopane, il sindaco Massimo Cialente e Giovanni Lolli incontreranno il capogruppo del Pd Dario Franceschini, che sara’ a L’Aquila per presentare l’iniziativa legata al recupero dell’ex polo elettronico. Otto milioni di euro saranno messi a disposizione dal Partito Democratico e consegnati al Comune e alla Provincia per il rilancio dell’ex polo elettronico, da trasformare in incubatore di piccole e medie imprese. Come gia’ annunciato, nei giorni scorsi nel corso di una conferenza stampa, gli otto milioni di euro provengono dalla cosiddetta ‘legge mancia’, prevista dalla legge finanziaria per le iniziative dei singoli parlamentari. Il Pd ha stabilito di rinunciare a questi fondi e di destinarli interamente a L’Aquila per il rilancio dell’ex polo elettronico. ”Un ottimo risultato e un impegno straordinario del Pd, che ha stabilito di destinare questi fondi al rilancio economico e sociale citta’ ferita”, ha commentato Pezzopane. “Il nostro obiettivo – ha aggiunto Pezzopane – e’ di restituire al territorio L’Aquila Sviluppo e di rafforzare la rinascita economica della citta’. Il sito dell’ex Italtel dovra’ diventare un incubatore di imprese, anche per dare forza alle tante energie che a L’Aquila esistono ancora e che devono essere messe in condizioni di poter ripartire con forza e con vigore”.
Adakronos 28.12.09

“Quel falso federalismo che sta distruggendo l’Italia delle autonomie”, di Vittorio Emiliani

Con l’accetta, maneggiata dal ministro leghista Roberto Calderoli, del solito emendamento alla legge finanziaria si è inferto, da Roma, un taglio secco al numero dei consiglieri comunali, si sono decapitate le circoscrizioni e i difensori civici, si è rattrappita l’autonomia di ottomila Comuni. Anni di dibattito politico azzerati di colpo. L’alibi? Ridurre il costo della politica.
Risibile perché il “risparmio” è molto relativo, mentre ben altre economie si sarebbero potute ottenere agendo sui 945 parlamentari e su migliaia di consiglieri e assessori regionali. Molti dei quali pagati svariate migliaia di euro al mese. Contro i 19 euro lordi a riunione (una volta o due al mese) dei consiglieri dei Comuni minori e il costo minimo degli eletti nelle circoscrizioni il cui incarico poteva essere reso gratuito evitando di abolire lo stesso decentramento di quartiere. Alla faccia della partecipazione e dello spirito federale.

In realtà alla Lega Nord importa la secessione di intere regioni del Nord e non un’Italia federale poggiata sulle autonomie. Ma pure agli altri maggiori partiti poco sembra interessare il ruolo dei Comuni. Ho sentito in tv protestare vibratamente soltanto l’on. Bruno Tabacci, ex Udc oggi rutelliano, esponente dell’autonomismo cattolico. Gli stessi eredi del Pci, all’epoca sensibile al ruolo delle assemblee elettive, non hanno espresso dissensi molto avvertibili. Hanno reagito i piccoli gruppi, come i Verdi di Angelo Bonelli che ha accusato Pdl e Pd di voler “monopolizzare” i consigli comunali.

Logica coerente n effetti la riduzione del 20 per cento inferta dal centro al numero dei consiglieri (e di conseguenza degli assessori) inciderà pesantemente sulla pluralità della rappresentanza democratica: i consigli con 40 componenti, ad esempio, scenderanno a 32, quelli con 30 a 24, togliendo quasi ogni spazio ai gruppi minori (per lo più di sinistra) e alle liste locali, cioè a presenze che hanno spesso animato la vita politica locale. E’ il logico proseguimento, a livello comunale (le Province per ora ne sono fuori), della “porcata” calderoliana imposta nell’elezione di un Parlamento dal quale i piccoli gruppi sono assenti e i 945 presenti sono stati designati dai partiti e non più eletti col voto di preferenza.

Si poteva attendere di discutere la Carta delle Autonomie. Invece, dal centro e col rozzo strumento della legge finanziaria, si è dato uno schiaffo palese alle Regioni alle quali la Costituzione assegna la materia degli Enti locali. Per la quale, invero, poco e con poca creatività esse hanno fatto. Alcune hanno esteso fino al mare le Comunità Montane (oggi tutte con meno fondi) le quali invece svolgono un utile ruolo di aggregazione per i tanti micro-Comuni delle terre alte.

I “risparmi” in consiglieri (circa 35.000 posti) si avranno soprattutto in Lombardia e in Piemonte, nelle regioni cioè con la più alta polverizzazione municipale: la sola Lombardia conta 1.546 Comuni e quindi molte migliaia di consiglieri. Il Piemonte allinea oltre 1.200 torri municipali. E’ una secca riduzione dell’autonomia dei Comuni e delle stesse Regioni, e viene da lontano. Viene dalla legge che ha immesso nel sistema italiano, partendo dai “rami bassi”, una forma presidenzialista con l’elezione diretta dei sindaci e poi, via via, delle altre istituzioni. Ma così – si obietta – si è garantita stabilità alle amministrazioni. Certo, e però i consigli comunali sono stati declassati a pura cassa di risonanza. Prima disponevano di poteri a volte eccessivi. Oggi non contano quasi nulla.

Il caso Moratti Temi di primaria importanza non passano più dai consigli, ma sono semplici atti di giunta. Davanti alle telecamere di “Report”, il sindaco di Milano, Letizia Moratti, si è, in pratica, vantata di comparire in consiglio comunale tre volte l’anno e di non rispondere, di fatto, ad un centinaio di interrogazioni consiliari.

Anni fa sarebbe successo il finimondo. Non a caso, allora, le sedute erano spesso affollate di cittadini. Oggi che senso avrebbe? Con la riduzione del 20 per cento dei consiglieri, si rattrappirà l’arco stesso della rappresentanza, si spegneranno ulteriormente il dibattito e l’interesse dei cittadini. Aboliti nelle città piccole e medie i consigli circoscrizionali, abolito i difensori civici, la partecipazione democratica dal basso sarà un ricordo lontano: di quando la sinistra dc si batteva per essa con forza, il Partito socialista, con Aldo Aniasi e Carlo Tognoli, parlava di Repubblica delle Autonomie e il Partito comunista portava ad esempio di democrazia le assemblee elettive locali. Tutto questo con una Lega Nord che dovrebbe essere federalista e che invece ha lasciato scippare ai Comuni l’Ici (compensata solo in parte dal centro), ed ora, sempre da Roma, li spoglia di un altro pezzo di autonomia decisionale.
Al Pd vien da chiedere: non sarebbe stato “alternativo” differenziarsi a fondo da questo governo-azienda che devitalizza la democrazia a colpi di commissariamenti straordinari e di finanziarie penalizzanti per le rappresentanze di base?
L’Unità 28.12.09

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Diktat del governo ai Comuni: meno soldi per i consiglieri, di Bianca Di Giovanni

La Finanziaria «light» è diventata pesantissima per tutte le amministrazioni locali, quelle più vicine ai cittadini: Comuni, Province e Comunità montane. Con un blitz inaspettato, Roberto Calderoli ha infilato sei commi che piombano come un tagliaerbe su consiglieri, assessori, figure di riferimento per gli abitanti, circoscrizioni e finanziamenti degli enti. I risparmi sono risibili, gli effetti potrebbero essere devastanti per molte comunità locali e soprattutto per i diritti di cittadinanza.

Una mossa a sorpresa, soprattutto perché l’intera materia era contenuta nel Codice delle Autonomie, varato dal governo in pompa magna a novembre e mai calendarizzato in Parlamento. Si tratta di un capitolo importante per arrivare al federalismo tanto sbandierato dalla Lega, perché quel testo definisce le diverse funzioni degli enti.

Le opposizioni e le amministrazioni locali erano pronte a collaborare con il governo (a proposito di riforme condivise), tanto che anche sul testo del federalismo ci fu l’astensione del Pd. Ma l’esecutivo ha scelto la strada dell’atto d’imperio (dicendo no anche a un ordine del giorno delle opposizioni che chiedeva la calendarizzazione immediata del Codice), provocando una reazione durissima delle associazioni delle amministrazioni. Anci, Legautonomie, Uncem hanno sospeso i tavoli istituzionali con il governo. Lo stesso Calderoli, che fino a ieri era considerato un affidabile punto di riferimento, è stato oggetto di pesanti critiche anche da parte dei sindaci della Lega.

Le norme Cosa è accaduto? Partiamo dalle disposizioni. Il primo comma in questione taglia i trasferimenti del cosiddetto fondo ordinario per il finanziamento dei bilanci degli enti. I risparmi previsti (da Comuni e Province) sono di 13 milioni per il 2010; 91 milioni per il 2011 e 125 milioni per il 2012. Un totale di 216 milioni in tre anni. Su una manovra complessiva di 9 miliardi non sembra un gran risparmio. Ma per alcuni Comuni è una mannaia.

Il taglio procede di anno in anno, in base ai rinnovi dei consigli: solo le amministrazioni che vanno al voto nel triennio sono interessate dalla sforbiciata. Da quei tagli discende poi la diminuzione dei consiglieri comunali e provinciali del 20%, che si porta dietro quella degli assessori. Questi ultimi, infatti non possono superare un quarto del numero dei consiglieri comunali e un quinto di quelli provinciali. Per i Comuni fino a 3mila abitanti si prevede che il sindaco possa delegare due consiglieri a svolgere il ruolo degli assessori. Insomma, il governo centrale scavalca di fatto l’autonomia locale, decidendo da Roma quello che finora veniva disposto negli statuti locali. Il tutto accompagnato da un consistente taglio alla rappresentanza: le città superiori al milione di abitanti perdono 13 seggi in consiglio. Il comma successivo prevede l’«obbligo» (non l’invito) di sopprimere il difensore civico, le circoscrizioni, il direttore generale dei Comuni, i consorzi di funzioni tra gli enti locali.

Se il taglio per Comuni e Province è determinato al momento di nuove elezioni, per le Comunità montane è già operativo: con l’entrata in vigore della manovra (primo gennaio) lo Stato smette di finanziarle. Saltano così 50 milioni nel 2010. Restano in piedi i finanziamenti regionali, ma sarà difficile farle continuare a vivere. Il 30% delle risorse risparmiate sarà «girato» ai Comuni montani.

Gli effetti Cosa accade da ora in poi? Nel 2010 saranno 1025 i Comuni chiamati al rinnovo dei consigli, che quindi saranno obbligati a seguire le nuove norme. Si tratta per lo più di Comuni medio-piccoli. L’anno dopo le amministrazioni al voto sono 1.211 e quello successivo 856. L’ultima tornata, quella del 2012, sarà però la più pesante, visto che sono coinvolte città grandi come Milano, Torino e Napoli. Resta il dilemma sulle città che andranno al rinnovo nel 2013, tra cui compare Roma. A leggere il testo, le disposizio ni dovrebbero valere per il solo triennio 2010-12. Ma è possibile avere cittadini meno rappresentati di altri nello stesso territorio nazionale? Insomma, è un pasticcio servito solo a fare propaganda spicciola sui costi della politica.
L’Unità 28.12.09

“Donne, la parità sul lavoro è ancora un miraggio”, di Patrizia Dandolo

Rapporto Isfol 2009. Il tasso di occupazione femminile è ancora al 47,2%, ben lontano dal 60% fissato nella strategia di Lisbona entro il 2010. Soliti problemi al Sud, la strada da fare è ancora lunga. Sottovalutato il ruolo fondamentale della formazione. Donne ancora in sofferenza. Questo quanto emerge da una lettura di genere del Rapporto annuale Isfol 2009 presentato a fine novembre, che conferma ancora, anche se le variazioni risulterebbero contenute, il basso livello di partecipazione al mercato del lavoro e la debolezza della qualità del lavoro femminile. I numeri del rapporto si rifanno a dati generali o di stima di periodo, già presenti in altre indagini, e hanno una finalità informativa, non sempre riferita a dati omogenei, dovuta anche ai diversi approcci utilizzati nella raccolta e nell’elaborazione delle informazioni dai referenti dei vari sistemi. Il tasso di occupazione femminile 2008 registra nell’Unione europea una riduzione di 4 punti decimali, contro l’1,6% di quello maschile. In Italia il differenziale è di -0,6% per le donne e di -1,2% per gli uomini solo perché la crisi ha colpito soprattutto, al momento dell’analisi dei dati, il settore manifatturiero e quello edile che contano una maggior presenza maschile. Il tasso di occupazione femminile nel paese si attesta nel 2008 al 47,2% contro il 70,3% maschile, quello di attività è del 51,6 contro il 74,4% e quello di disoccupazione l’8,5 contro il 5,5%.

Il differenziale negativo femminile riguarda anche la componente immigrata e le giovani. Il divario di genere appare ancora più forte al Sud dove l’occupazione femminile è la metà di quella maschile (30% contro il 60 di quella maschile). Inoltre, il numero di donne scoraggiate, che non cercano impiego, tende costantemente ad aumentare e la maternità (una donna su cinque abbandona il lavoro dopo il primo figlio), così come le esigenze di cura familiare, continuano a essere, ancora, un forte ostacolo al naturale proseguimento della carriera lavorativa. Ciò vuol dire che l’obiettivo di Lisbona del 60% di occupazione femminile nel 2010 non sarà raggiunto dal nostro paese che fatica a realizzare il passaggio dalla “tutela e parità nominale” verso la “pari rappresentazione e la pari responsabilità”.

MOLTE CONTRADDIZIONI. Il rapporto Isfol fa emergere, in un contesto aggravato dalla crisi, le tendenze sociali e le contraddizioni che continuano a segnare negativamente la posizione delle donne nel mondo del lavoro. Una delle più evidenti che emerge da una prima lettura dei dati statistici consiste nell’interrelazione fra livelli d’istruzione e posizione professionale. In questo contesto va ricordato che l’area del disagio femminile è composta da diversi segmenti, differenziati tra loro, sia per le differenti cause, sia per l’ampiezza del concetto di disagio stesso. Si va, infatti dalle giovani con alti livelli di scolarità che intendono inserirsi nel mercato del lavoro, alle donne in età matura, spesso espulse da lavori a bassa qualificazione, che tentano il reingresso nel mercato del lavoro, a donne che vogliono uscire da condizioni di lavoro precario o informale, a donne immigrate giovani e non.

La formazione professionale assumerebbe un valore aggiunto ancor più significativo ai fini dell’occupabilità e del miglioramento della posizione professionale femminile. Invece, si legge nel rapporto, le dipendenti del settore privato e le lavoratrici autonome, dove la condizione lavorativa femminile è più debole, diversamente dalle dipendenti del settore pubblico (+6,4%), dichiarano di non riconoscere un beneficio diretto tra formazione continua e posizione lavorativa: le figure a più basso inquadramento professionale sono quelle che meno percepiscono l’utilità della formazione per i percorsi di crescita professionale.

Di seguito proviamo a evidenziare alcuni dei fenomeni trattati dal rapporto che evidenziano il dato di genere. Secondo l’analisi dei dati dei livelli di qualificazione della forza lavoro sono diminuiti i rendimenti dell’investimento in istruzione, sia per opportunità occupazionale che per reddito: penalizzate risultano le donne che presentano livelli di istruzione più alti, oltretutto conseguiti con migliore puntualità e con votazioni maggiori. Dei 180mila dipendenti con titoli universitari sottoinquadrati, il 60% è donna. Il sottoinquadramento risulta più marcato nei servizi (eccezion fatta per pubblica amministrazione, trasporti e comunicazioni) rispetto al comparto industriale dove la presenza di operai con titoli di studio elevati è marginale.

Aumenta, ma con un indicatore basso (6,3%) la percentuale di partecipazione della popolazione adulta alle attività formative con un tasso superiore anche se non significativo delle donne del 9% (tre punti percentuali in più rispetto alla componente maschile). Si continuano a registrare disparità nei livelli di accesso alla formazione continua che aumenta di dieci punti percentuali dal 2004 (42,8% del totale occupati), ma non ancora a sufficienza. I tassi di partecipazione formativa sono: 58,3% per i dipendenti pubblici (dove maggiore è la presenza femminile), 39,5% per i dipendenti di aziende private, 36,3% per i lavoratori autonomi.

La lettura evidenzia anche un divario di genere negativo di circa quattro punti percentuali fra i dipendenti privati (dove l’accesso alla formazione è privilegiato ai dipendenti con livello di inquadramento alto), contro un divario di circa 6 punti percentuali a favore della componente femminile fra i dipendenti pubblici. Un ampio divario di genere si evidenzia anche ai livelli bassi di inquadramento sia del privato che del pubblico. Anche tra i lavoratori autonomi i livelli di partecipazione alla formazione delle donne sono inferiori rispetto agli uomini, fatta eccezione per i professionisti, dove la partecipazione femminile supera di ben 20 punti percentuali quella maschile (73,2% contro 53,6%).

Non vi sono dati di genere per la categoria manager dove, peraltro, secondo alcune indagini qualitative ci sarebbe da parte delle imprese, per questo target, una contrazione della spesa in formazione sia per durata, che per modalità e tipologia di docenza. Il rapporto Isfol 2009 non riporta i dati di genere sulla formazione nei Fondi interprofessionali per la Fc (aumentati nell’articolazione settoriale e nel numero di adesioni delle imprese) che in forma purtroppo non ancora sistemica, hanno però monitorato il differenziale di genere come si evince dai rapporti periodicamente presentati.

Anche per la legge 236/93, di non facile osservazione a causa della diversa capacità programmatoria delle regioni soprattutto del Sud, non si dispone nel rapporto di dati di genere sui beneficiari degli interventi. La programmazione 2000-2006 del Fse per la formazione dei lavoratori, che in controtendenza agli indirizzi europei vede partecipare alle attività formative solo il 29,4% degli over 45, evidenzia un gender gap negativo per le donne di circa 8 punti percentuali (45,8% contro il 54,2%). Tale differenziale tende ad annullarsi nel Mezzogiorno, dove la percentuale di donne occupate che beneficiano di formazione è del 50% rispetto al 44,7 del Centro-Nord; questo, probabilmente, dovuto al fatto che hanno beneficiato di formazione soprattutto i dipendenti della Pa e gli operatori della formazione tra i quali la presenza femminile è più elevata. I Po Fse, grazie anche alla politica dell’obiettivo specifico e dell’obiettivo trasversale, vedono equamente divisi i finanziamenti tra uomini e donne, mentre appaiono a favore delle donne le azioni rivolte all’occupabilità quali work experience, percorsi integrati, incentivi ecc. (56,1% del totale per le donne contro il 43,9 per gli uomini). Anche per quanto riguarda la partecipazione ai corsi per adulti nei centri territoriali permanenti e nelle scuole la presenza femminile è inferiore rispetto a quella maschile.

PER CAMBIARE. Gli indicatori forniti dal Rapporto sono prevalentemente finalizzati a un’analisi di efficienza del processo di attuazione e poco utili a consentire un’analisi dei fattori critici che determinano il perdurare del gender gap nell’evoluzione dei sistemi nazionali di formazione e una formulazione dei bisogni e degli strumenti per adeguate politiche di parità. La posizione marginale del lavoro femminile, se può essere ricondotta a svantaggi formativi per una certa fascia di età, non trova giustificazione per le ultime generazioni con curriculum scolastico migliore, anche se ancora scarsamente finalizzato. Appare anche evidente che un migliore sistema di orientamento aiuterebbe le donne nella scelta di percorsi formativi fuori da comuni stereotipi culturali. Nelle politiche per il lavoro perdurano disequità e discriminazione e si rileva ancora una volta l’insufficiente sensibilità delle imprese nei confronti di un’ottimale valorizzazione delle risorse umane femminili. Ciò porta alla necessità di definire azioni che abbattano gli stereotipi culturali nei diversi ambiti sociali, unitamente a strategie di conciliazione tra vita e lavoro poiché le donne sono costrette a svolgere un ruolo di supplenza delle inefficienze delle politiche sociali.

D’altronde, la valutazione sulla programmazione del vecchio Fondo sociale europeo aveva evidenziato come, nel complesso, un impatto positivo più alto per le donne rispetto agli uomini si sarebbe potuto avere se non si fosse palesata una grave carenza di strumenti operativi per rispondere ai bisogni e alle esigenze dell’utenza femminile. La formazione professionale giocherà un ruolo importante per le competenze professionali delle donne allorché si sarà superata una mentalità tradizionalmente “classista” che ha spesso caratterizzato il ruolo di tale strumento (sovente inteso per numeri ristretti di soggetti e per un livello di qualificazione elevato e dove alcune figure professionali “secondarie” sono state ritenute per lungo tempo non meritevoli di formazione specifica) e quando orari, sedi, modalità e offerta formativa, mirata a vere competenze spendibili nell’organizzazione del lavoro, si concilieranno con i tempi di vita e di lavoro
da www.rassegna.it

“Il fragile welfare di Sacconi”, di Nicola Cacace

Quei pochi che hanno letto il Libro bianco di Sacconi, un inno alla privatizzazione del Welfare, nonsi sono meravigliati delle anticipazioni del ministro del lavoro per «il nuovo Welfare» e relativa legge delega per la «riforma dello Statuto dei lavoratori» annunciata per marzo. Al più si sono preoccupati e molto, realizzando che il disegno controriformatore di questo governo, con la buona intenzione condivisa da molti di una riforma del Welfare più inclusiva dell’attuale, in realtà marciava in altre direzioni. Il meccanismo assicurativo ed auto assicurativo è destinato non tanto e non solo ad estendere le insufficienti coperture attuali, sia in materia di Cassa integrazione che di indennità di disoccupazione, quanto di modificare i criteri in direzione di una gestione dove le indennità che saranno pagate ai lavoratori dipendenti, ai precari, ora e giustamente anche ai professionisti, devono derivare tutte ed essenzialmente dai contributi versati. Il criterio in sé è corretto se tempi, modi e durata delle crisi occupazionali risultassero compatibili con tempi, modi e durata dei versamenti assicurativi. Cosa succederebbe quando i tempi, l’intensità e la durata delle crisi non fossero più compatibili con i Premi assicurativi versati? E per crisi derivanti da altri, banchieri o politici arruffoni? Semplicemente che operazioni di solidarietà proporzionate alla gravità di crisi come quella attuale, sarebbero semplicemente impossibili! I 30 miliardi stanziati dal governo per ammortizzatori sociali nel biennio 2009-2010, di cui se ne sono spesi 6 alla fine di quest’anno, sarebbe stata un’operazione impossibile con la logica privatistico- assicurativa del Libro bianco di Sacconi e relative anticipazioni sulla riforma del Welfare. Sembra di capire dalle anticipazioni di ieri che il sistema dovrebbe poggiare su due binari, una gestione della Cig da parte degli enti bilaterali, sindacati-imprenditori, una gestione dell’indennità di disoccupazione «finanziata con i contributi versati» e gestita da chi? Forse centralmente, forse dalle Regioni, ancora non si sa. E quei settori che ad oggi non hanno Enti bilaterali funzionati? Senza contare, nel caso fossero le Regioni chiamate in causa, le enormi differenze tra Regioni del Sud e del Nord, ricche e povere. Altro tema in Agenda è la riforma dei meccanismi di formazione per l’inserimento ed il reinserimento dei lavoratori. Sul piatto ci sono oltre 2,5 miliardi di cui più della metà del fondo sociale europeo. Il ministro, entro gennaio, vuole arrivare ad un accordo con Regioni e parti sociali per la gestione del fondo. Nessuna obiezione se la consultazione sarà reale e non un piatto precotto da far inghiottire alle controparti. Le preoccupazioni maggiori non vengono solo dalla lettura di linee guida necessariamente schematiche come quelle anticipate ieri sul Sole 24 ore ed attribuite al ministero del Lavoro, da ritenere assolutamente fedeli. Le preoccupazioni vengono soprattutto dalla lettura del Libro bianco di Sacconi sul Welfare, cui la riforma annunciata è ispirata, che lanciato all’inizio di quest’anno, causa la crisi e le sue priorità, non ha avuto «attenti lettori» né nei sindacati né nei partiti d’opposizione, almeno a giudicare dalle deboli reazioni suscitate. Proprio quando gli Usa di Obama sanciscono, con la costruzione di un sistema sanitario universale, il fallimento dell’ultimo caso di sanità privata in un paese industriale, tutta basata su logiche assicurative anti-solidarietà, il Libro bianco ripropone, per la sanità ma non solo, le stesse logiche sconfitte dalla storia. Non sono bastati a Sacconi la conoscenza dei dati sbandierati da Obama – unico paese industriale a sanità privata che, pur spendendo il doppio degli altri paesi, 15% del Pil contro l’8%, ha 48 milioni di cittadini senza copertura, una mortalità infantile superiore a Cuba ed una vita media inferiore – per farlo retrocedere dalla linea privatistica verso cui vuole, o vorrebbe, precipitare anche il nostro paese. Noi non critichiamo la decisone governativa di riformare il Welfare, è una richiesta di tutti, da Draghi a Marcegaglia a Bersani. Siamo preoccupati che questa riforma possa ispirarsi non solo, giustamente a criteri di efficienza ed autogestione nella misura del possibile, ma piuttosto a criteri di egoismo e antisolidarietà. Come siamo preoccupati che una delle poche leggi buone a favore del lavoro dipendente, lo Statuto dei lavoratori fermamente voluto da veri democratici come Brodolini, Giugni, Donat Cattin, possa essere malmanipolata secondo le logiche del Libro bianco
L’Unità 28.12.09

“La retorica delle riforme”, di Nadia Urbinati

“Riforma” è la parola passepartout della politica italiana. Non c´è discorso politico che non la contempli. Negli anni della cosiddetta prima repubblica era la sinistra parlamentare che la invocava per marcare la fedeltà alla democrazia costituzionale e un´identità non rivoluzionaria. “Riforme di struttura” era una delle espressioni più spesso pronunciate nel Paritito comunista (e per qualche tempo anche in quello socialista): voleva dire portare la democrazia oltre le istituzioni politiche; estendere i metodi elettivi di selezione e controllo nei luoghi di lavoro e nelle scuole; fare politiche di redistribuzioni per dare al maggior numero possibilità concrete di esercitare la cittadinanza. Questa è stata dal 1948 in poi, l´utopia riformatrice italiana. Alcune riforme importanti sono state fatte: gli Anni 70, ci hanno dato il decentramento amministrativo, un sistema sanitario e di previdenza nazionali, la pratica della concertazione tra le parti sociali per risolvere contenziosi sulle dinamiche salariali, le politiche occupazionali e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Il termine riforma ha per decenni significato incremento e ampliamento della democrazia.
A partire dalla fine della Guerra fredda e del consenso largo che l´ha accompagnata, “riforma” è diventata una formula sulla quale si sono stabilizzati partiti nuovi o rinnovati nella convinzione che la crisi del sistema politico fosse essenzialmente una questione di ingegneria istituzionale e di tecnica elettorale. La retorica della riforma ha così cominciato a transitare dal sociale all´istituzionale. A partire dai referendum elettorali che si sono succeduti negli ultimi due decenni, le “riforme istituzionali” hanno sostituito nel linguaggio partitico le “riforme di struttura”, con una modifica radicale: non solo i partiti di opposizione ma anche quelli di governo hanno preso a dirsi riformatori o riformisti. Oggi, tutti auspicano, propongono, vogliono riforme, con il risultato che il termine ha perso il significato che nella tradizione politica moderna ha generalmente avuto: realizzare le promesse scritte nella carta dei diritti costituzionali. L´esito è che riformare può anche significare smantellare quelle promesse: per esempio decurtando i diritti sociali, impoverendo la scuola pubblica, istituendo un federalismo che ricusa la solidarietà nazionale. Infine, dalla nascita di Forza Italia ad oggi, e con una responsabilità nemmeno troppo velata dello schieramento opposto, la retorica delle riforme ha fatalmente esteso le sue mire sulla Costituzione e il sistema di giustizia. Non c´è settore della vita pubblica sul quale i nostri politici non si dilettino con proposte a volte bislacche e immaginifiche, sempre sollevando lo spettro dell´emergenza. La retorica delle riforme segue i cicli delle fortune politiche di chi la usa, la rilancia o l´atterra. Tutto il paese, noi tutti, dipendiamo da questi cicli e da questi leader guicciardiniani.
Con la recente riorganizzazione del Pd, la retorica delle riforme è tornata a fare da centro magnetico del discorso pubblico. Sul tappeto, non c´è la realizzazione delle promesse della democrazia, ma invece l´urgente bisogno del presidente del Consiglio di tutelarsi da possibili futuri guai giudiziari. L´attacco ai giudici comunisti si sta mescolando, colpevole il recente grave attentato alla sua persona, alla predica buonista della grande riconciliazione: “concordia” è la parola che torna spesso in questi giorni; non perché siamo in clima natalizio e la bontà di cuore è di pragmatica, ma perché si deve riuscire a convincere l´opinione pubblica che senza un intervento urgente per salvare il premier, sarà l´Italia intera a rimetterci. Bisogna far credere agli italiani l´opposto di quel che è, poiché è evidente che non è l´Italia ad aver bisogno di “queste” riforme.
Occorrerebbe aver il coraggio di dire che occorre conservare, non riformare: l´Italia ha urgente bisogno di conservare lo stato di diritto e il governo della legge. Scriveva Massimo Giannini su queste pagine alcuni giorni fa che esiste un condizionamento ferreo per il quale «se non c´è lo scudo processuale a breve per il suo capo, a prescindere dal tempo lungo delle modifiche per via costituzionale del Lodo Alfano e dell´immunità parlamentare, il Pdl non può concepire altre riforme di struttura». In sostanza, la maggioranza non è autonoma; la sua politica è direttamente dipendente dalla necessità di “queste” riforme, e con essa lo è la vita intera del nostro paese. Questa mancanza di autonomia politica della maggioranza non può essere trascurata dalle opposizioni. Anni fa si cercò con una regìa non dissimile di imbastire una bicamerale. Quale che fosse l´intenzione ragionata, si trattò di una politica improvvida perché ha abituato i politici a usare la nostra costituzione come merce di scambio per creare o affossare alleanze. In quell´occasione, i leader politici (allora al governo) non ebbero l´acume di imbrigliare il potere dell´interlocutore prima di farci compromessi politici. Non fecero caso al fatto che solo tra eguali ci si può accordare perché chi ha un potere sovrastante fa quel che vuole e non onora gli accordi. Ora si ripropone uno scenario simile, con l´aggravante che quel potere esorbitante governa il paese e l´opinione pubblica. Non si tratta di resistere alle sirene della concordia per ragioni di pragmatismo, una forma nobile di politica che non ha nulla a che fare con il trasformismo (“inciucio” in gergo). E nemmeno di appellarsi alla fiducia nelle buoni intenzioni del premier. Il veto viene da un fatto più semplice e che domina l´arena politica con la forza di una legge naturale: chi vuole “queste” riforme non può permettersi di ottenerne altre rispetto a quelle di cui ha urgente bisogno.
La Repubblica 28.12.09