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“Quali diritti di cittadinanza”, di Fiorella Farinelli

Davvero irriconoscibile il ruolo che viene attribuito all’istruzione dal testo “Norme sulla cittadinanza”, uscito il 22 dicembre dalla commissione Affari Costituzionali e di cui la Camera
dovrebbe cominciare a discutere dopo le elezioni regionali. Riconoscibilissima, invece, la mano
della Lega, anche se il provvedimento porta la firma di Isabella Bartolini, parlamentare PdL.
L’impressione è quella di ritrovarsi tra le mani una moneta falsa. Da diritto ( universale ) e da
libertà (fondamentale ), scuola e formazione si ribaltano in qualcosa d’altro. Costrizione, misura di controllo, impedimento, allungamento dei tempi, forse anche strumento di assimilazione. Come è noto il testo, finalizzato a evitare che una campagna elettorale troppo ammorbata da temi razzisti regali altri consensi alle truppe di Bossi, liquida ogni proposta di riconoscimento dello status di cittadini ai figli nati in Italia da genitori stranieri. Sono 460.000 , secondo l’istituto di ricerca delle ACLI ( 67.000 solo nel 2007 ), affiancati dai molti arrivati in Italia prima dell’età scolare. Chi incontra i più giovani nelle aule scolastiche si rende conto di quanto sia poco lungimirante questa scelta. Dei danni che, subito e in prospettiva, possono venire dal costringere a sentirsi ospiti sotto esame, postulanti in sala d’attesa, figli di un dio minore ragazzi che non conoscono altro paese che il nostro, parlano da sempre l’italiano, hanno comportamenti e desideri fin troppo simili nel bene e nel male a quelli dei compagni italiani, vogliono con lo studio e con il lavoro farsi una vita qui, e migliore di quella dei genitori. Tra gli studenti di provenienza straniera, sono ormai il 35% i nati nel nostro paese, e si vedono. Tra le cartine di tornasole, l’indice di iscrizione ai licei , un tipo di scuola per lo più disertato dai ragazzi stranieri che finora hanno scelto piuttosto i tecnici e i professionali. Ma tra chi è venuto al mondo in Italia , ben il 22,1% sceglie l’istruzione liceale, 12 punti in meno rispetto agli italiani, ma oltre 9 punti in più rispetto a chi è appena arrivato o è qui da qualche anno 1. Dunque una realtà adatta, visibile e già pronta, su cui far leva per “temperare”- dice così il cauto linguaggio della migliore politica – con un parziale ius soli il finora incontrastato dominio dello ius sanguinis. Il diritto di chi abita, vive, studia, cresce dal
primo giorno di vita con i nostri figli contro il diritto alla cittadinanza in forza della sola discendenza. Nel 1999 è stata questa la decisione della Germania. Da noi , dieci anni dopo, rifiuto totale. Seconde generazioni2, l’associazione di giovani stranieri che si batte da mesi per questo obiettivo ottenendo ascolto da più parti, presidente della repubblica compreso, non ha dubbi. Le nuove “Norme sulla cittadinanza” non solo negano il diritto ad essere riconosciuti cittadini a chi nasce in Italia, ma peggiorano la vecchia Martelli (legge 91/ 1992) perché ai già previsti requisiti per ottenere la cittadinanza ( residenza legale senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età ) aggiungono “che abbia frequentato con profitto scuole riconosciute dallo Stato italiao almeno sino all’assolvimento del diritto-dovere all’istruzione e alla formazione” . Un’aggiunta inutile se fosse solo una replica di quello che già dice sul diritto all’istruzione il Testo Unico sull’immigrazione , e invece introdotta in nome di una logica ostile e punitiva che di quel diritto pare intenzionata a cambiare il segno. Che cosa significa, infatti, quel “con profitto” ? Nel sempreverde gergo scolastico equivale a non inciampare in bocciature, ripetenze, ritardi, insufficienze, interruzioni e discontinuità varie, le stesse che interessano una buona parte degli studenti italiani , tant’è che quasi 1 su 5 – chissà se la commissione Affari Costituzionali si è presa la briga di informarsi – non arriva a conseguire quel diploma o qualifica previsti dal diritto-dovere in questione. Dunque alla domanda di cittadinanza bisognerà allegare la pagella ? Dunque sulla scuola e sugli insegnanti si rovesceranno responsabilità nuove ed improprie nella valutazione dei risultati degli studenti ? Potrebbero esserci insegnanti disposti a coprire deficit e lacune anche gravi per allontanare il rischio di guai ben peggiori di una bocciatura, ma anche insegnanti o scuole di tutt’altro e opposto avviso . Un disastro, in entrambi i casi. Lo sanno gli onorevoli del PdL che la valutazione scolastica è ancora largamente discrezionale ? Si rendono conto degli effetti negativi, sulla fiducia stessa degli studenti nei confronti dell’istituzione, che potrebbe derivare da una qualche connessione tra l’andamento scolastico e la cittadinanza ? Ma non è in questi cieli, evidentemente, che volano i loro pensieri. Sconcerta, fra l’altro, quell’”almeno”. O ignorano che il diritto/dovere si conclude nel ciclo secondario, o gli è scappato che, se fosse per loro, ci vorrebbe ben altro che un diploma o una qualifica professionale per poter aspirare a diventare cittadini italiani. L’istruzione come costrizione invece che come diritto compare anche nei “percorsi di cittadinanza” previsti per gli altri, quelli che non sono nati in Italia e che comunque non sono più in età scolare.
Oltre ai soliti dieci anni di residenza legale e ininterrotta, al possesso della carta di soggiorno CE ( a sua volta condizionata dal possesso del permesso di soggiorno da almeno cinque anni e da un reddito minimo non inferiore all’assegno sociale ), al rispetto degli obblighi fiscali, all’assenza di carichi penali pendenti, a “un effettivo grado di integrazione sociale e al rispetto, anche in ambito familiare, delle leggi dello Stato e dei principi fondamentali della Costituzione “ ( come e da chi accertato non si dice, saranno forse le Questure ? ), si prevede l’obbligo di frequentare “un corso, della durata di un anno, finalizzato all’approfondimento della conoscenza della storia e della cultura italiana e europea dell’educazione civica e dei principi della Costituzione italiana “. Non si parla, si badi bene, dell’apprendimento della lingua italiana, rinviato a non meglio precisate “attività di integrazione linguistica, culturale e sociale dello straniero e a cui lo straniero stesso è tenuto a partecipare” che dovranno organizzare Governo e Regioni ( la Danimarca è lontana, coi suoi tre anni di corsi gratuiti di lingua per i neo-arrivati ). Il corso è un’altra cosa, ha un altro
significato, ed è delineato in modo tale da prefigurarsi più come un ostacolo al conseguimento della cittadinanza che come un sostegno all’integrazione. Un anno di attività formative continuative, intanto, è un onere evidentemente insostenibile per adulti che lavorano, spesso in condizioni e con orari tutt’altro che agevoli , e d’altra parte non è previsto che possa sgranarsi in tempi più diluiti perché non si può fare domanda di partecipazione prima che sia scoccato l’ottavo anno di residenza legale e continuativa (mentre l’Amministrazione si prende comunque 120 giorni, pari a 4 mesi, per verificare i requisiti di accesso). Inoltre, non si tratta di familiarizzazione culturale, ma di “approfondimento”, e con tali e tante materie, da presentarsi come un vero percorso di guerra. Non solo per le “nonne cinesi”, delle cui prevedibili difficoltà scriveva qualche giorno fa in un suo articolo Chiara Saraceno, ma anche di molti altri, stranieri e non solo. Si ribalta il tavolo, dunque: l’istruzione non è un diritto, non è un’opportunità di crescita e di interazione con la società in cui si è scelto di vivere, è impedimento, dilazione, costrizione e, probabilmente, altre complicazioni burocratiche. E si imbrogliano le carte, inventando qualcosa di poco fattibile per la stessa Amministrazione ( chi dovrebbe tenere questi corsi ? per quante persone l’anno ? con quali costi ? ), tanto per dare soddisfazione a una Lega che, se proprio deve accedere all’idea che gli stranieri possano diventare cittadini, li vuole sottomessi e ben ripuliti dalle culture di origine. Se ne discuterà più avanti, forse. E’ ampio oggi, anche indipendentemente da un’opposizione politica sempre timorosa e discontinua su questi temi , lo schieramento di chi non condivide, non ha paura di dirlo, fa di quest argomenti un discrimine politico e, prima ancora, di etica civile. In prima fila gran parte dell’associazionismo cattolico, scuole, università popolari, i tanti centri, biblioteche, circoli, mense in cui si insegna italiano per stranieri. Ma intanto lo schiaffo è arrivato a chi, anche all’interno della maggioranza, ha avanzato proposte di tutt’altro tenore. E ai tanti, ragazzi e adulti, che studiano , lavorano, vivono con noi. Non esistono neri italiani, si urla in tutti gli stadi del belpaese. La vergogna , e la cultura per reagire , dovrebbe essere più forte quando a dirlo è il parlamento.
www.scuolaoggi.org

“Famiglia Cristiana: Laura Boldrini personaggio dell’anno”, di Maristella Iervasi

Un riconoscimento speciale che lo merita tutto. Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr) è sulla copertina del settimanale cattolico “Famiglia Cristiana”. A lei è dedicato il primo numero del 2010: “Personaggio dell’anno”. E la scelta non poteva essere più giusta. Boldrini, un volto, una storia, l’impegno. Da sempre in prima linea sull’immigrazione e le spinose questioni dei rispingimenti dei migranti.

«Intendiamo spendere l’autorevolezza del giornale, la sua autonomia e libertà di giudizio (unanimemente riconosciute), a servizio di una causa» scrive il direttore don Antonio Sciortino, «che non consiste semplicemente nell’individuare un nome, cui assegnare l’ambito titolo di Personaggio dell’anno. Ma richiamare, piuttosto, l’attenzione dell’opinione pubblica su temi di grande rilevanza e attualità, tramite chi, anno per anno, verrà indicato dalla Direzione e dai giornalisti di Famiglia Cristiana».
L’Unità 30.12.09

La scelta di Laura Boldrini è stata all’unanimità, per «il costante impegno, svolto con umanità ed equilibrio, a favore di migranti, rifugiati e richiedenti asilo. E, soprattutto, per la dignità e la fermezza mostrate nel condannare, l’estate dello scorso anno, i respingimenti degli immigrati nel Mediterraneo. Resistendo anche agli attacchi di chi voleva delegittimarla, definendola “estremista”».

E il mondo del volontariato e dall’associazionismo da sempre vicino ai migranti ha gradito molto la “scelta” di Famiglia Cristiana.
Don Luigi Ciotti, presidente del gruppo Abele e Libera: “Boldrini si è spesa e continua a spendersi in contesti difficili con un’umanità che va al di là del ruolo istituzionale, mantenendo fermo il richiamo al rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali che tutelano chi fugge dalla fame, dalla povertà, dalla guerra». Con il suo lavoro, sottolinea il sacerdote, «ha contribuito a non farci dormire, a non farci distrarre di fronte a diritti troppo spesso disattesi. E soprattutto, ci ha ricordato che il diritto astratto non esiste, perchè esistono le persone e le loro storie».

Padre Vinicio Albanesi (Comunità di Capodarco): “Laura Boldrini mette insieme tre volti: prima di tutto quello degli immigrati e dei richiedenti asilo; poi quello dell’Onu; infine quello di chi si impegna quotidianamente per far emergere temi drammatici all’attenzione dell’opinione pubblica.”

Monsignor Vittorio Nozza, presidente della Caritas: “Un rilancio dell’attenzione nei confronti delle categorie più vulnerabili, quali i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta, tanto più significativo a ridosso della 96° Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (17 gennaio 2010).

Andrea Olivero, presidente Acli e portavoce del Forum del Terzo settore: «La scelta di individuare in Laura Boldrini l’Italiana dell’anno 2009 è un giusto riconoscimento ad una persona seria, preparata e, soprattutto, pronta a battersi senza paura per difendere i diritti dei più deboli».

Una nota stonata invece dal governo. Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, commenta così: “Una scelta prevedibile… C’è più suspence nel sapere chi è il prossimo Pallone d’oro”.

“Famiglie in crisi. A fine mese il 17% è in rosso”, di Stefano Lepri

Nel Sud la percentuale dei poveri sale al 29%. La Cgil: troppa cassa e disoccupazione. In difficoltà con mutui e spese per la casa. I più colpiti sono dipendenti e pensionati. E’ in crescita il numero delle famiglie italiane che dichiarano di avere difficoltà ad arrivare la fine del mese, oppure a pagare rate di mutuo e bollette. Sono dati in realtà di un anno fa quelli diffusi dall’Istat ieri, perché è occorso tempo a elaborarli nel dettaglio. Ma è assai improbabile le cose possano essere migliorate oggi, con mezzo milione di occupati in meno rispetto alla fine del 2008.
Le «Condizioni di vita e distribuzione del reddito» vengono rilevate nell’ambito di un progetto europeo, con domande standardizzate, che indaga un po’ su tutto (perfino su chi ha il gabinetto in casa e chi no; in quello l’Italia sta a posto, pare ce l’abbiano tutti). Nel confronto con gli altri paesi, da anni gli italiani appaiono o più malmessi o più pronti a lamentarsi degli altri. In Francia solo il 3% dichiara problemi di fine mese; in Germania il 2%, in Spagna il 13%, solo in Grecia, Portogallo, Est quote maggiori.
Le domande di cui è stata data notizia ieri riguardano anche il riscaldamento della casa, che 11 famiglie su 100 rispondono di non potersi permettere in misura adeguata. Il peggioramento della situazione, dal 2007 al 2008, riguarda soprattutto il Mezzogiorno. Ad «arrivare alla fine del mese con molta difficoltà» erano alla fine dell’anno scorso il 17% delle famiglie, contro il 15,4% della fine 2007; nel Sud e nelle Isole il balzo è stato più ampio, dal 22% al 25,6%.
Non è una novità che a soffrire di più siano le famiglie numerose (cinque o più componenti); anche in questo caso c’è un netto aggravamento dal 2007, 25% in difficoltà, al 2008, 29,6%. Ancor più, tra le famiglie con tre o più figli minori nel 2008 quasi un terzo, il 32,9%, hanno avuto difficoltà a far tornare i conti («make the ends meet» nell’inglese delle istruzioni di Eurostat) in forte ascesa dal 25,9% del 2007.
Guardando alle fonti di reddito, a passarsela peggio dell’anno precedente sono stati soprattutto i lavoratori dipendenti e i pensionati; pressoché invariata invece la condizione dei lavoratori autonomi e dei percettori di altri redditi. Non a caso negli ultimi tempi tutte le confederazioni sindacali, sia pur ognuna a proprio modo, reclamano sgravi fiscali a favore dei lavoratori dipendenti.
Nelle cifre diffuse dall’Istat – che si basano su un campione di 21.000 famiglie – i redditi netti (ma qui si risale al 2007) sono di circa 33.000 euro annui per una famiglia dove il reddito principale è di lavoro dipendente, 41.500 dove è di lavoro autonomo. Le disuguaglianze tra ricchi e poveri non sembrano in crescita; restano più alte nelle regioni povere e popolose e nel Lazio, più basse a Nord di Roma.
Secondo calcoli della Cgil, in questa fine 2009 la percentuale delle famiglie in difficoltà sarebbe salita ancora, a circa il 25% nel caso dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, rispetto al 16,7% e 18,7% del 2008 dei dati Istat; sapremo tra un anno se è vero o no. Agostino Megale, il segretario confederale Cgil che segue i problemi economici, sostiene che il reddito reale delle famiglie, in calo dello 0,4% nel 2008, sarebbe sceso di un altro 0,5% nel 2009.
E’ questo, secondo il dirigente Cgil, «il volto reale del paese» di contro all’ottimismo governativo, con «1.200.000 persone in cassa integrazione» e mezzo milione di posti di lavoro in meno. Nelle principali previsioni internazionali, la disoccupazione in Italia continuerà a crescere per tutto il 2010.
La Stampa 30.12.09

“Il Male Maggiore”, di Tito Boeri

Secondo il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, l´operazione scudo fiscale merita il 10 e lode. Si vede che siamo a Natale.La legge era talmente semplice che ci sono volute ben 50 circolari e note esplicative dell´Agenzia delle Entrate per chiarirne il contenuto. Le circolari fiscali normalmente servono a illustrare i contenuti della legge e ad assicurarne un´applicazione uniforme. Ma in questo caso sono andate ben al di là del testo di legge, di fatto espropriando il Parlamento delle sue funzioni e mettendo in grave imbarazzo gli uffici locali chiamati a scegliere fra rispetto di una legge vaga e applicazione di circolari che ne travalicano abbondantemente il contenuto. Hanno, inoltre, cambiato le regole in corso d´opera, quando già in molti erano ricorsi allo scudo, in barba al principio dell´uniformità di trattamento. Che questo principio fosse tenuto assai poco in conto, lo ha dimostrato il dulcis in fundo dell´operazione, la proroga del “termine improrogabile” per fruire dello scudo. Ci sarà ora tempo fino a primavera per beneficiarne con un modico aggravio. E tutto lascia intendere che, se ai primi caldi ci fosse nuovamente bisogno di cassa, si prorogherà ulteriormente l´improrogabile. Ma forse il voto generoso del titolare della semplificazione non si deve tanto alla semplicità e certezza della normativa, quanto al respiro di sollievo tratto dal ministro nell´apprendere di poter rimandare di qualche mese scelte difficili in campagna elettorale. Sarà un caso, ma l´annuncio dei risultati del condono (95 miliardi con un gettito per lo Stato di 4 miliardi e 750 milioni) è andato di pari passo a quello del rinvio dei tagli delle poltrone degli enti locali che, imposto dall´alto, suonava assai male nella legislatura del federalismo e nei territori presidiati dalla Lega.
Un governo convertito in fine d´anno ai buoni sentimenti, all´amore e all´onestà, dovrebbe, a questo punto, limitarsi a incassare i soldi dello scudo, senza arrossire troppo, cercando magari di invocare qualche attenuante, come il ministro Brunetta, che ha parlato dello scudo come, tutto sommato, di un «male minore». Ben diverso, invece, il tono del comunicato del ministro del Tesoro sui risultati dello scudo fiscale. Narra di uno «straordinario successo», di un grande «segno di forza del Paese» e di una prova di «intelligenza», forse riferendosi alla prontezza con cui gli evasori hanno ritirato il dono loro gentilmente concesso. È, invece, l´intelligenza di milioni di italiani ad essere stata pesantemente insultata da questo comunicato. Per ottenere subito, una tantum, meno di 5 miliardi (lo 0,5 per cento della spesa pubblica corrente ogni anno) si è consentito agli evasori di mettersi definitivamente in regola, preservando l´anonimato e versando meno del 10 per cento di quanto avrebbero dovuto pagare altrimenti. Si sono così causati danni ingenti all´erario. Se è vero, come recitato nel comunicato del Tesoro, che grazie all´azione intrapresa dai governi in questi mesi il «tempo dei Paradisi fiscali è finito», vuol dire che lo Stato ha con lo scudo rinunciato a recuperare ben 45 miliardi dalla lotta all´evasione. E anche se non fosse vero che i paradisi fiscali sono stati debellati, e che in assenza dello scudo, sarebbero rientrati solo 10 di questi 95 miliardi, lo Stato avrebbe comunque subito con questa operazione una perdita di gettito. Senza poi contare le entrate future compromesse dalla rinnovata consapevolezza che in Italia gli evasori non solo la fanno franca, ma addirittura vengono sistematicamente premiati. Ogni condono è un´istigazione a evadere in attesa del prossimo condono.
Chi potrà brindare sono, oltre agli evasori, le poche banche che amministreranno i capitali scudati. Secondo le stime di Alessandro Penati su queste colonne, hanno ottenuto da questa operazione circa 10 miliardi di ricavi puri. Cosa ne faranno di queste entrate straordinarie, per loro piovute dal cielo? Le utilizzeranno per finanziare qualche bene pubblico (istruzione, ricerca, ricostruzione dell´Aquila) o per sostenere le imprese italiane, alleggerendo la stretta creditizia in atto? Ne dubitiamo, a meno che qualcuno glielo imponga. Ben altre sono infatti le strategie di chi otterrà ricche commissioni su questi capitali. Oggi si tagliano gli impieghi con una mano mentre, con l´altra, si continuano a distribuire gli utili e si ripristinano i bonus ai manager come se niente fosse, invece di pensare a ricapitalizzare le banche per rafforzare la loro posizione patrimoniale. Quanto ai detentori delle somme scudate, difficilmente questi investitori cambieranno le loro scelte di portafoglio ora che i capitali sono “rientrati” in Italia. Le virgolette sono d´obbligo perché nulla ci garantisce che i capitali siano davvero rientrati dopo un lungo soggiorno all´estero. Al contrario, si narra di decine di evasori che, alla notizia del nuovo condono, hanno trasferito il «nero» di tante piccole imprese lombarde armi e bagagli (nel senso di bagagliaio delle loro automobili) in Svizzera per poi rimpatriarlo, imbiancato per sempre grazie allo scudo. Bene ricordarsi che lo scudo fiscale del 2002 non ha avuto alcun impatto sulla bilancia dei pagamenti, a riprova del fatto che non c´è stato vero rientro dei capitali in Italia.
Per tutti questi motivi lo scudo non è neanche un male minore. È purtroppo e tristemente un male maggiore. Si tratta di un atto di inciviltà, che premia gli evasori e offre un´amnistia a chi ha commesso reati quali l´occultamento di documenti contabili e le false comunicazioni sociali. Come notava Massimo Bordignon su lavoce.info è stato varato mostrando al contempo la faccia feroce ai contribuenti onesti che, avendo dichiarato l´imponibile, usano il ravvedimento operoso per spostare in avanti il pagamento delle imposte, in una situazione di crisi economica e carenza di liquidità. Lo scudo è una misura che ha già causato forti perdite di gettito allo Stato italiano e che altre, ancora più ingenti ne provocherà in futuro. Per minimizzare i danni ulteriori di questo ennesimo condono ci vuole ora, subito, un segnale forte di discontinuità. Non bastano certo le promesse, sempre disattese, di non fare nuovi condoni. Ci vuole un impegno cogente, difficilmente reversibile. Che bello se il primo atto di questo clima, speriamo non solo natalizio, di conciliazione nazionale fosse un piccolo emendamento alla nostra Costituzione che vieti ulteriori condoni fiscali o edilizi, nonché «scudi fiscali» di ogni tipo, genere e denominazione!
La Repubblica 30.12.09

“Allarme sociale” e dialogo le parole d´ordine di Napolitano, di Giorgio Battistini

Saranno quindici minuti dedicati all´Italia che soffre, al Paese in credito di solidarietà, a un passo dall´allarme sociale. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo discorso di fine anno intende concentrare l´attenzione sulle emergenze che stanno catturando l´Italia dopo la violenta crisi economica. Sull´«allarme sociale»: la disoccupazione, il precariato, il lavoro. Questioni da sempre sottolineate dal capo dello Stato e che ora rappresentano il cuore della sua azione.
Napoilitano, insomma, vuole rivolgersi al “Paese reale”, e non più soltanto al Paese legale. «Mentre nel messaggio alle alte cariche della Repubblica mi sono concentrato sui temi istituzionali – ha annunciato la settimana scorsa visitando la comunità di Sant´Egidio – nel discorso di capodanno mi occuperò dei problemi della gente comune». Sul Colle, del resto, da giorni sono messi in bella vista i rapporti della banca d´Italia sulla disoccupazione e sul precariato. Sulla percentuale di giovani che vivono con rapporti di lavoro a termine. «La vostra missione – rivelò ancora ai rappresentati della comunità fondata da Andrea Riccardi – che si può riassumere nelle parole “sofferenza e solidarietà”, mi ispirerà nel messaggio di fine anno».
Napolitano considera questo il fronte principale su il governo e il Parlamento dovranno impegnarsi nei prossimi mesi. Gli studi di tutti enti “tecnici”, infatti, puntano l´attenzione sui problemi “concreti” vissuti negli ultimi anni dai cittadini. Sul Colle, è ben presente anche una delle ultime ricerche statistiche dell´Istat che denuncia ampliamento della quota di italiani che vivono sotto la soglia di povertà. Nel breve discorso di Napolitano in tv la sera di san Silvestro il presidente intende quindi rivolgersi all´Italia più fragile, colpita dalla crisi richiamando i compiti del “welfare state”. A chi si sforzava di prevedere nei giorni scorsi gli argomenti del suo messaggio il presidente s´è limitato a dire: «non una parola in pubblico fino al 31». E l´indicazione era rivolta soprattutto ai suoi consiglieri, con i quali metterà a punto, nei prossimi giorni, il testo definitivo. Ma qualcosa è trapelato.
In queste ore il presidente lavora da solo, nel suo studio al Quirinale, per mettere a fuoco gli snodi fondamentali del discorso. Un pensiero che assilla il presidente, pensando alle difficoltà degli immigrati, dei senza lavoro, dei terremotati, delle fasce sociali senza protezione. Sarà questo il cuore del messaggio che il presidente della Repubblica dedicherà sintetizzerà in un quarto d´ora, secondo la tradizionale formula del messaggio televisivo a reti unificate.
Non mancherà, poi, un richiamo alle riforme istituzionali. Le indicazioni più esplicite sono state fornite negli auguri alle “alte magistrature” della Repubblica. Sollecitando ancora una volta interventi rapidi e soprattutto avvicinamenti nelle posizioni di maggioranza e opposizione. E certo non mancheranno i riconoscimenti all´unità del Paese. Il senso finale del messaggio è trasparente: «possiamo ancora farcela, se vogliamo».
La Repubblica 29.12.09

“Italiani stanchi di conflitti”, di Rossella Bocciarelli

Non è solo per desiderio di evocare lo “spirito dei Natali passati” che nei giorni scorsi tutte le parole pronunciate nelle sedi più autorevoli del paese (il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, il Papa) hanno battuto sull’esigenza di ritrovare al più presto un minimo denominatore comune di intesa e di coesione nel dibattito politico.

C’è infatti la percezione di un crescente distacco dei cittadini, duramente stressati per la crisi economica appena passata e per le sue pesanti eredità, dai “luoghi” più caldi e più praticati nella recente polemica politica. Se qualcuno ne dubitasse, può verificare i risultati di un sondaggio svolto per conto del Sole 24 Ore dai ricercatori di Ipsos Pa su un campione di popolazione italiana (9.808 contatti e mille interviste) nei giorni 18-19 dicembre: per intenderci, dopo l’aggressione subita a Milano dal premier Silvio Berlusconi e prima della telefonata di pacificazione fatta da Berlusconi a Napolitano. Agli intervistati, la squadra diretta dal sociologo Nando Pagnoncelli ha chiesto di pronunciarsi sul fatto che negli ultimi mesi nella politica italiana c’è stata un’escalation di contrapposte animosità. La risposta nel 67% dei casi è stata univoca: «I conflitti della politica sono molto distanti da quel che i cittadini sentono». La pensa in questo modo, sempre secondo il sondaggio, il 64% di coloro che votano per Pdl e Lega e il 70% di chi dà il voto all’opposizione (elettori del Pd e di Di Pietro).

Del resto, se si chiede di guardarsi allo specchio, la larga maggioranza dei cittadini (68%) si autorappresenta come molto razionale, con una capacità di scegliere quasi sempre sulla base dei contenuti delle posizioni espresse, a prescindere dalla parte politica che le sostiene; solo il 28% infatti accetta di autodescriversi come un “tifoso” del proprio partito, al quale aderisce ideologicamente anche quando non è d’accordo con le sue scelte. Del resto, solo il 38% degli interpellati ritiene che tra destra e sinistra ci siano «grandi differenze ideali e programmatiche»: per la maggior parte (56%) a contare oggi è soprattutto la «capacità dei leader». La caduta degli steccati ideologici fa sì che due terzi degli intervistati tenda a fidarsi «di più delle persone, indipendentemente dalla loro collocazione politica».

C’è però un’ambivalenza sottile che emerge dal sondaggio: il buon senso e la razionalità pragmatica e non ideologica delle scelte politiche, largamente maggioritari quando le domande sono centrate sul sé, diventano invece emotività e tifo da stadio se si passa a parlare degli altri. Il 60% degli interpellati da Ipsos vede gli “italiani” come persone che «stanno da una parte o dall’altra senza rifletterci troppo, solo sulla base di emozioni e sentimenti». Va detto, inoltre, che c’è una difficoltà di lettura di questo conflitto politico tra i partiti evidenziata nelle risposte, perché per molti, per dirla con Flaiano, la situazione sarebbe grave ma non seria. Infatti il 49% degli elettori afferma che molti degli scontri politici sono solo «un teatrino ad uso di giornali e telegiornali»; mentre per il 44% si tratta di conflitti veri. Il rischio, commenta lo stesso Pagnoncelli, è che si stia verificando una sorta di assuefazione a una modalità gridata della comunicazione politica.

Infine, un altro dato che emerge dalle risposte è la diffidenza nei confronti del mondo esterno: c’è un senso di ripiegamento, di volontà di contare solo sulla propria cerchia ristretta di relazioni affettive che dà un po’ la misura di quanto le fasi più dure della crisi economica abbiano “scottato” le persone. Il 55% degli elettori sostiene che «gli altri, se si presentasse l’occasione, approfitterebbero della mia buona fede» e la percentuale sale addirittura al 66 quando la risposta viene riferita agli italiani in generale. Per questo, forse, esiste ed è consistente la percezione dell’Italia come un paese diviso (42%). Per il 63% degli interpellati nel nostro paese ci sono «più cose che dividono» rispetto a quelle che uniscono e questa sensazione è più forte tra gli elettori del centro-sinistra. Resta comunque un 25% di elettori convinti che le divisioni riguardino solo la politica in senso stretto e un 30% persuaso che, sotto l’apparenza, l’Italia sia un paese unito, capace di grandi sforzi comuni.

Idee chiare anche quando si passa a parlare di riforme e legge elettorale. Per più della metà degli italiani «sarebbe meglio arrivare a due grandi partiti», con i sostenitori del bipartitismo più numerosi nel centro-destra (66%). Tra gli elettori di Pd e Idv, invece, è forte la delusione per il bipolarismo attuale: il 40% vorrebbe un sistema di voto «in senso più proporzionale». Per i sostenitori del centro-sinistra, al contrario, la Costituzione «va bene così com’è», mentre nel centro-destra i tifosi del cambiamento della Carta fondamentale sono la maggioranza (63%).
Il Sole 24 Ore 29.12.09

“L’Iran brucia, scontri e arresti”, di Marina Mastroluca

Non sono più solo i siti web a parlare di carneficina. «Oltre 15 persone sono state uccise nei disordini» di domenica a Teheran, A dirlo è la tv di Stato iraniana, che corregge al rialzo – altre fonti parlano di 8 vittime – il bilancio degli scontri nella giornata dell’Ashura, la festa sciita che ha visto l’opposizione riprendersi la piazza e la repressione tornare a colpire. «Cinque persone uccise da gruppi terroristici», «più di 10 appartenenti a gruppi anti-rivoluzionari», questa l’aritmetica del ministero dell’intelligence.

Sessanta i feriti, secondo il ministero della salute, mentre la polizia nega di aver aperto il fuoco, anzi lamenta il ferimento di numerosi agenti. I manifestanti, questa è l’insinuazione, sono vittime della loro stessa violenza. Terroristi, in ogni caso. Zittiti gli sms che avevano fatto da tam tam per le vie di Teheran, la reazione alla domenica di protesta ha puntato in alto.

Gli apparati di sicurezza ieri mattina hanno fatto una vera e proria retata tra le file dell’opposizione. Tre stretti collaboratori dell’ex candidato alle presidenziali Mir Hossein Moussavi sono stati arrestati, insieme ad almeno altri sette esponenti di spicco riformisti. La polizia ha fatto irruzione nella fondazione Baran dell’ex presidente moderato Khatami, arrestando l’ex ministro Morteza Haji e Hasan Rasoli e sequestrando numerosi documenti. Fermato anche un difensore dei diritti civili, Emad Baghi. All’alba, è stato messo agli arresti domiciliari anche l’anziano Ebrahim Yadzi, vice-premier e ministro degli esteri del primo governo nato dopo la rivoluzione del ‘79: Yadzi 78 anni, è leader del Movimendo per la liberazione dell’Iran, ufficialmente messo al bando ma finora tollerato. Secondo un sito conservatore sarebbe stato arrestato anche l’imam Mousavi Tebrizi, figura di primo piano nella città santa di Qom, vicino a Moussavi.

Arresti intimidatori. La polizia parla anche di 300 fermi tra i manifestanti scesi in piazza domenica, ma la stategia della repressione non punta solo sui grandi numeri: si sfiora la leadership dell’opposizione. Un avvertimento, come per molti a Teheran è stato l’assassinio di uno dei nipoti di Moussavi, Ali Habibi Moussavi, colpito alle spalle durante le proteste di domenica scorsa. Ieri mattina la polizia ha lanciato lacrimogeni contro la folla che si era radunata sotto all’ospedale Ebn e Sina, dove era stato portato il corpo del nipote del giovane.

Le autorità vogliono scongiurare che intorno al corpo del giovane si scateni una nuova ondata di manifestazioni, come è accaduto per i funerali dell’ayatollah dissidente Montazeri, che hanno riacceso la fiamma della protesta: la morte di Ali Habibi Moussavi tra i seguaci del leader dell’opposizione è già considerata un martirio. Ieri è stato fatto sparire il cadavere del giovane. Fonti ufficiali sostengono che il corpo viene trattenuto per accertamenti ai fini dell’inchiesta – ufficialmente l’assassinio è stato commesso da persone sconosciute – ma un fratello della vittima ha denunciato che la salma è stata portata via dall’ospedale e che nessuna notizia ne è stata data alla famiglia. «Non possiamo tenere il funerale finché non sarà stato trovato il corpo di mio fratello», ha detto Seyed Reza Moussavi, secondo quanto riferisce il sito riformista Parlemanews.

Decine di migliaia di persone in piazza e non solo a Teheran. È questa l’immagine della protesta che rimbalza sul web nel giorno dell’Ashura. Il sito dell’opposizione Jaras riferisce di manifestazioni a Tabriz, nel nord ovest del Paese, di scontri a Isfahan e Najafabad, al centro, e ancora a sud nella città di Shiraz. Nuovi scontri ci sarebbero stati anche ieri nel centro di Teheran, secondo quanto riferiscono contatti frammentari. La polizia ha sparato lacrimogeni, una molotov sarebbe esplosa contro un automezzo delle forze dell’ordine.

Insulto all’Ashura I Guardiani della rivoluzione invocano una repressione ancor più severa per stroncare la protesta. «L’orribile insulto all’Ashura è inaccettabile. Chiediamo la ferma punizione di coloro che sono dietro a questo insulto». Di segno opposto il richiamo di un altro leader dell’opposizione, Karrubi, anche lui ex candidato alle presidenziali. «Cosa è successo a questo sistema religioso che ordina l’uccisione di persone innocenti nel sacro giorno dell’Ashura? – si è chiesto Karrubi, in un messaggio di condoglianze a Moussavi -. Perché i governanti non hanno rispettato questo giorno sacro?».
L’Unità 29.12.09