Latest Posts

“Il mondo da inventare”, di Mario Calabresi

Il cambiamento e le certezze lasciano il posto alle sorprese. Ogni neonato che verrà al mondo nella notte tra l’8 e il 9 aprile potrà vantare per tutta la vita di aver portato la popolazione del mondo a raggiungere quota sette miliardi. Lo sostiene il settimanale «Time» ma nessuno potrà dire con sicurezza se ciò accadrà davvero il prossimo anno o se dovremo aspettare il 2011. L’incertezza è la cifra del tempo che viviamo, una stagione della storia in cui la fede nel progresso e nel miglioramento del tenore di vita di ogni generazione è crollata.

Nessuno si azzarda a scommettere che la recessione sia finita davvero, la crisi superata e il futuro roseo, ma la storia ci rincuora raccontandoci che i cicli economici si alternano e i primi segnali di luce si cominciano a vedere. Finisce un decennio faticoso, cominciato con l’euforia dell’euro ma subito segnato dal crollo delle Torri Gemelle, dall’affermarsi del terrorismo islamico e dal dilagare della paura nelle società occidentali, concluso con la più grande distruzione di ricchezza e di lavoro dalla Seconda guerra mondiale. Abbiamo vissuto anni cupi, in cui è cambiato il nostro modo di vivere, viaggiare e relazionarci con gli altri, oggi non possiamo che sperare di tornare a respirare, a crescere e a costruire.

Il panorama che abbiamo davanti, superate le macerie di un crollo senza precedenti, sarà però sostanzialmente diverso da quello che eravamo abituati a conoscere: dopo aver parlato per anni della Cina come di una affascinante novità, ora dovremo prendere atto – come ci suggerisce l’«Economist» – che è diventata una nazione «indispensabile». Nel 2010 dovrebbe superare il Giappone come seconda economia mondiale e sarà cruciale per ogni decisione internazionale, dal commercio all’ambiente.

Anche le altre grandi economie «emergenti», dal Brasile all’India fino all’Indonesia, sono diventate una realtà: attori che hanno conquistato la scena mondiale e hanno sancito che il nuovo G20 conta ben più del G8, il vecchio club dei grandi della Terra. La geografia del pianeta è sconvolta, mentre il cuore dei consumi del lusso sarà sempre più Pechino e il calcio celebrerà il suo evento più importante in Africa, l’Europa dovrà fare i conti in fretta con la sua progressiva emarginazione. Non è più tempo per rendite di posizione e per coltivare antiche idee di grandezza, se non vogliamo scomparire dal tavolo delle decisioni più importanti – come è accaduto al vertice sul clima di Copenhagen – noi europei dobbiamo imparare a parlare con una voce sola. E i giovani del Vecchio Continente, dipinti come senza avvenire, vanno guidati verso i lavori del futuro: ingegneri innanzitutto, capaci di costruire le nuove «energie verdi».

Le bolle speculative che hanno distrutto l’economia e la finanza mondiale restano in agguato: il nuovo anno non può dimenticare nuove regole internazionali, così come la ripartenza richiederà di abbandonare la logica del breve termine per adottare una filosofia dello sguardo lungo, capace di programmare uno sviluppo graduale e sostenibile.

Sarà un anno cruciale per il presidente americano Barack Obama, che sarà costretto a far ripartire l’America e a dimostrare che il suo idealismo non è solo affascinante esercizio verbale ma può avere effetto sulla realtà. I suoi concittadini daranno il loro verdetto a novembre quando si rinnoveranno l’intero Congresso e un terzo del Senato. Dall’altra parte dell’Atlantico, in Gran Bretagna, alla fine della primavera potrebbe essere archiviata la lunga stagione laburista.

Gli italiani, «Popolo che vive in apnea, resiste ma non crea», secondo la definizione dell’Istat, saranno chiamati a votare alle elezioni regionali ma la vera scommessa sarà tirare fuori la testa dall’acqua. Questo 2009 è stato un anno di veleni, risse e rabbia, e anche se non si ha nessuna fiducia in un vero percorso di riforme è difficile immaginare che possa andare peggio. L’Italia perde peso nel mondo ma il nostro sistema continua a produrre eccellenze: alla premiazione del Nobel i fiori arrivavano da Sanremo e i nostri astronauti Vittori e Nespoli in autunno raggiungeranno la Stazione spaziale internazionale, che verrà completata con gli ultimi due moduli abitativi completamente progettati e costruiti in Italia. Si chiameranno Nodo 3 e Cupola, quest’ultimo servirà per alzare gli occhi e guardare le stelle: il migliore augurio per il nostro futuro.
La Stampa 24.12.09

Universita’: Franco, “Su riforma Gelmini parte proprio male”.

La Gelmini si inventa una realtà che non esiste. Parte male il confronto con l’opposizione.
Non esiste un Pd buono, quello di Bersani-Letta, e un Pd cattivo, quello di Veltroni-Franceschini. Il Pd è unito nel volere una riforma che rilanci l’università italiana, il che vuol dire più ricerca, migliore didattica, più diritto allo studio, spazio a nuovi ricercatori, investimenti”. Lo dice la senatrice del Pd Vittoria Franco, componente della Commissione Istruzione di Palazzo Madama di cui è stata presidente, a proposito di un’intervista al ministro Maria Stella Gelmini sulla riforma dell’università oggi sul Corriere.

“Il ministro Gelmini – prosegue Vittoria Franco – smetta i panni della maestra che bacchetta a destra e a manca. Ha bacchettato perfino il relatore di maggioranza alla sua riforma dell’università in Commissione al Senato, il senatore del Pdl Valditara, che ha osato avanzare qualche osservazione critica, e lo ha accusato di essere ‘un docente’. Sulla riforma i docenti dovrebbero starsene zitti, anche quando sono senatori e sono dunque chiamati ad esaminarla e votarla? “La ricerca nell’università – continua ancora Vittoria Franco – è una cosa seria, non la si può burocratizzare e accentrare al ministero, come vuole la Gelmini, ledendo l’autonomia delle università e dei docenti ricercatori con un ridicolo cartellino. Vorrei ricordarle, per inciso, che i finanziamenti a pioggia non esistono più dalla riforma Berlinguer. Sono anni che si lavora su progetti selezionati da commissioni ad hoc. Il vero problema, casomai, è che non ci sono più risorse per finanziarli. La Gelmini – conclude Vittoria Franco – sa benissimo che i 400 milioni reintegrati anche grazie alle nostre pressioni non sono sufficienti a garantire la chiusura dei bilanci e soprattutto non è previsto alcunché per il 2011”.
da www.partitodemocratico.it

ecco il link per leggere l’intervista al ministro Gelmini
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=OYHXO

Sanità, il senato Usa approva la riforma, Obama accarezza la vittoria

Il senato statunitense ha approvato la legge di riforma sanitaria voluta dal presidente Barack Obama. Grazie a sessanta voti a favore (58 democratici più i due indipendenti) la supermaggioranza di 60 voti è stata raggiunta, impedendo ai repubblicani di fare ostruzionismo. La riforma permetterà a oltre 30 milioni di americani di ottenere la copertura assicurativa. Il testo approvato dal Senato non è identico a quello già passato alla Camera dei Rappresentanti: il via libero definitivo arriverà dopo l’armonizzazione tra i due testi. In ogni caso, si tratta di un evento storico, nonché di una grande vittoria politica del presidente democratico.

Ai repubblicani però la riforma sanitaria non va giù. Al punto che uno di loro, il senatore Tom Coburn ha pubblicamente incitato i connazionali a pregare affinché almeno uno dei rappresentanti democratici sia costretto dal fato a disertare le sedute finali per l’approvazione della legge. La speranza è che da qui a febbraio manchi quel sessantesimo voto necessario ad impedire l’ostruzionismo dell’opposizione in aula.

MACABRO AUGURIO
Poiché si dà il caso che l’anziano senatore Robert Byrd sia seriamente malato, le parole di Coburn sono suonate come un macabro augurio di aggravamento o peggio nelle condizioni di salute dell’avversario politico. È in questo clima di feroce contrapposizione ideologica che le parti politiche si sono affrontate per mesi negli Stati Uniti intorno alla proposta, cara ad Obama, di garantire una migliore assistenza medica ai cittadini americani, e consentire che vi abbiano accesso anche coloro che per ragioni economiche ne sono del tutto privi. Con il sì conclusivo del Senato, il cammino è davvero in discesa. Deputati e senatori dovranno armonizzare i due diversi testi passati nei due rami del Parlamento, e la versione finale potrà essere promulgata entro la fine di gennaio. Lungo il percorso, il progetto originario ha perso alcuni pezzi importanti. Già si dà per scontato che verrà cancellata la creazione di un istituto pubblico di assicurazione medica, che i liberal democratici avrebbero voluto affiancare alle compagnie private, per favorire una più vivace concorrenza ed un probabile abbassamento delle tariffe. La lobby medico-farmaceutica-industriale ha trovato sponde non soltanto fra i conservatori dell’Elefante, ma anche nelle frange moderate dell’Asinello. Contro la cosiddetta «opzione pubblica» sono stati sfoderati argomenti spesso del tutto pretestuosi. Attenti, vogliono imporci uno statalismo socialista, ammonivano i più rozzi. Altri agitavano il fantasma di un aumento di tasse necessario a finanziare il progetto, oppure denunciavano il probabile scadimento del servizio. Accuse respinte punto su punto da Obama e dai suoi, ma supportate da un notevole battage pubblicitario mediatico, e capaci di penetrare nell’opinione pubblica. Alla fine Obama ha dovuto piegarsi. Per salvare altre parti della riforma, ha dovuto rinunciare all’opzione pubblica. Benché essa compaia nel testo approvato dalla Camera, non ce n’è traccia in quello del Senato, e scomparirà da quello definitivo. Stessa sorte toccherà alla copertura assicurativa per gli aborti. La formulazione del Senato, destinata a prevalere su quella della Camera, esclude che si usi denaro pubblico per le interruzioni di gravidanza.

EQUITÀ SOCIALE
Sull’altro piatto della bilancia, i promotori della riforma possono vantare progressi significativi. Dei 54 milioni di cittadini che attualmente sono privi di qualunque assicurazione sanitaria, 31 potranno accedervi con il varo della nuova legge. Un grande passo avanti verso un sistema sociale più equo è l’imposta aggiuntiva (più 0,9%) a carico degli individui con un reddito annuo superiore ai 200mila dollari, per finanziare Medicare, l’agenzia statale che garantisce le cure mediche agli anziani con più di 65 anni di età. Verrà inoltre estesa l’area di persone con diritto di accesso a Medicaid, l’altro ente pubblico che tutela la maternità, l’infanzia, la disabilità, i casi di massima indigenza. Forse esagerando un po’ Obama dice che alla fine sarà esaudito il 95% delle promesse fatte in campagna elettorale. «È una falsa impressione che si siano accettati troppi compromessi – afferma il presidente -. È non è vero che alla legge io dia un sostegno a denti stretti, come insinato da alcuni, ma un sostegno ampiamente entusiastico». Lui, al contrario dei conservatori che pregano per un naufragio in extremis, alla riforma ci tiene tantissimo. Tanto che ha rinviato la partenza per le Hawaii, dove trascorrerà il Natale con la famiglia. Doveva lasciare Washington ieri. «Aspetterò fino a che i miei amici al Senato abbiano completato il loro lavoro», ha dichiarato. L’ultima volta che il Congresso ha lavorato alla vigilia di Natale, fu nel 1963. In discussione allora era la guerra in Vietnam.
L’Unità 24.12.09

******

Sì del Senato alla riforma sanitaria. Obama: “E’ un voto storico”, dal nostro inviato ANGELO AQUARO
Il testo, approvato con 60 voti contro 39, è diverso da quello varato dalla Camera
Inizia ora il lavoro di armonizzazione, il via libera definitivo a fine gennaio o a febbraio
La riforma sanitaria di Barack Obama ha tagliato il traguardo storico che non era riuscito a nessun presidente – neppure a Bill Clinton. Con un voto al mattino presto alla vigilia di Natale, alle 7.16 il Senato ha licenziato il suo “bill”, il provvedimento (60 a 39 il voto finale, uno dei 40 repubblicani non ha votato) che adesso dovrà essere armonizzato con quello approvato dalla Camera il mese scorso. Se ne parla dopo le feste, naturalmente, e con ogni probabilità la firma definitiva, che il presidente non vede l’ora di apporre, non potrà arrivare prima di fine gennaio o inizio febbraio, vista la particolare difficoltà del dibattito: giusto in tempo perché la controversa legge diventi argomento di discussione della campagna elettorale di metà mandato in cui i democratici si preparano a pagare il calo di consensi di Barack.

Ma per ora è tempo di festeggiare, in tutti i sensi. Il presidente ha rimandato le vacanze alle Hawaii proprio per presenziare da Washington all’ultimo, anzi penultimo, atto della battaglia sui cui si sta giocando tutta la sua credibilità politica. “Una conquista storica” ha detto Obama apparendo di fronte alle tv prima delle nove del mattino americane, accompagnato da Joe Biden, il vicepresidente che aveva eccezionalmente presieduto la seduta del Senato. “Un voto che ci permetterà di far passare finalmente una vera, signficativa riforma sanitaria: siamo incredibilmente vicini a farlo”.

Il voto – il primo alla vigilia di Natale dal 1895, quando si votò per estendere a tutti i militari i benefici federali – ha confermato le previsioni, tra le proteste dei repubblicani. Jon Kyl, un rappresentante dell’Arizona, ha lamentato che il Congresso sia stato tenuto in ostaggio “in questo weekend di tormenta di neve”. I senatori avevano detto sì già tre volte nelle votazioni procedurali di questa settimana. I democratici si sono allineati dietro le direttive di Harry Reid, il capogruppo che ha dovuto mediare tra le diverse anime del partito e farsi garante di una serie di concessioni, politiche ed economiche. Il Wall Street Journal di Rupert Murdoch, che avversa la riforma, ha stilato il lungo elenco degli aiutini che sono serviti a catturare il voto di tutti i 58 senatori democratici e dei due indiependenti che votano con loro (il quorum di 60 voti era necessario per evitare il filibustering, la battaglia cavillare, dei repubblicani): nel Connecticut concessi 100 milioni al centro medico dell’Università, in Florida una clausolda da 5 miliardi di dollari “salva” i nonni che rischiavano di perdere l’assicurazione Medicare, 500 i milioni di aiuti al Massachussettes, 100 milioni al Vermont, esenzioni previste per il Michigan…

L’ultima grande riforma sanitaria risale negli Usa al 1965, anno della creazione di Medicare, l’assicurazione per gli anziani e i disabili. I democratici sostengono che il provvedimento da 871 miliardi di dollari riuscirà ora a coprire 31 milioni di americani per i quali l’assicurazione sanitaria oggi non è prevista. La legge vieta anche alle compagnie di negare la copertura ai bambini e a chi ha particolari “precedenti” medici (una discrezionalità scandalosamente penalizzante per i cittadini). La chiave del provvimento risiede nella norma che prevede l’obbligatorietà dell’acquisto di un’assicurazione sanitaria a tutti: previsti anche sussiddi per chi non se la può permettere e multe per le aziende con più di 50 dipendenti che non forniscono l’assicurazione.

Non c’è, invece, nel testo passato oggi al Senato, alcun riferimento alla cosidetta opzione pubblica, una sorta di assicurazione di Stato: l’accenno è scomparso dopo che l’indipendente Joe Lieberman (l’uomo che quando militava nei democratici fu candidato alla vicepresidenza con Al Gore) aveva minacciato di non concedere il suo indispensabile sì. Come alla Camera, è passata invece la norma che limita ancora di più l’uso di fondi pubblici per l’aborto terapeutico: una concessione già digerita con amarezza dai democratici più liberal ma che è servita a strappare il voto, anche questo necessario, del sessantesimo senatore, Ben Nelson.

Il presidente aveva già detto che il traguardo del Senato è “storico”, la fine di una battaglia “secolare” che permetterà allo Stato di “salvare tante vite e tanti soldi”, con un risparmio sul deficit calcolato da qui a dieci anni in 132 miliardi di dollari dall’Ufficio Budget, una commissione nonpartisan del congresso.

La palla passa adesso alla conferenza Camera-Senato che dovrà stilare quel provvedimento da far approvare nell’ordine ai due rami del Parlamento. L’appuntamento è all’anno prossimo ma il lavoro degli sherpa – una triangolazione tra Camera, Senato e Casa Bianca – è già cominciato.
La Repubblica 24.12.09

******

Obama vince la battaglia della Sanità. Via libera del Senato Usa alla riforma.
Il testo andrà ora armonizzato con quello della Camera: il varo definitivo atteso per gli ultimi giorni di gennaio. Il presidente Usa: «Un voto storico»
Il Senato americano ha approvato la riforma sanitaria. Ancora una volta nessun repubblicano si è unito alla maggioranza democratica, 60 voti, votando compatti tutti e 39 contro la misura che garantirà, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, una copertura sanitaria quasi universale, fornendo l’assistenza sanitaria a 30 milioni di americani ora non assicurati.

Ora il testo approvato al Senato dovrà essere armonizzato con quello passato il mese scorso alla Camera, prima di poter essere approvato definitivamente al Congresso e andare alla firma del presidente Obama, i democratici sperano entro la fine di gennaio. Come era stato annunciato, il vice presidente Joe Biden ha presieduto la seduta del Senato, la prima nel giorno della vigilia di Natale da oltre 50 anni, iniziata alle 7 del mattino per permettere poi ai senatori di trascorerre la sera di Natale con le proprie famiglie.

L’approvazione di oggi è un passo importante verso il raggiungimento dell’obiettivo finale, che i democratici stanno cercando di ottenere da oltre 70 anni, cioè la copertura sanitaria universale, ma non è la fine del processo. Ora, subito dopo le vacanze di Natale, dovranno iniziare i negoziati con la Camera per arrivare ad un testo unico, impresa non facile visto che i deputati democratici hanno approvato un testo molto più liberal, che prevede la public option, cioè un ente pubblico di assicurazione che in grado di fare concorrenza ai privati. Ma i democratici sono sempre più fiduciosi nel fatto che Obama potrà firmare la legge all’inizio del prossimo anno. «La riforma non è più una questione di “se”, ma una questione di “quando”» ha detto il portavoce della Casa Bianca, David Gibbs.

Quello di oggi è «un voto storico» che porta gli Stati Uniti «incredibilmente vicini a rendere la legge una realtà», ha commentato Barack Obama. Un passo importante, anzi «il più importante da quando è stata approvata la legge sul social security (la prima versione del testo fu ratificata il 14 agosto 1935 dall’allora presidente Franklin Delano Roosevelt)», ha aggiunto Obama, sottolineando che la legge «include le misure più rigide mai approvate per rendere l’industria delle assicurazioni responsabile e affidabile».
La Stampa 24.12.09

Bersani al governo: tutelare i lavoratori Eutelia

Il caso più emblematico è quello dei lavoratori Eutelia e riferendosi a loro il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ha annunciato di voler proporre alla maggioranza di istituire un Fondo che anticipi gli stipendi a loro dovuti, andando a coprire un buco normativo.
La dichiarazione di Bersani.
La pesante crisi in corso ha determinato, per molte le realtà produttive italiane strutturalmente solide, notevoli difficoltà sia per le prospettive aziendali sia per i lavoratori. Le normative vigenti, innanzitutto quelle
relative al sostegno al reddito dei lavoratori, non coprono tutte le fattispecie di crisi aziendali oggi evidenti. In particolare, vi sono aziende abbandonate dal management e dalla proprietà nelle quali i lavoratori non solo non ricevono da mesi le retribuzioni dovute, ma non possono nemmeno accedere ai trattamenti di disoccupazione, né richiedere anticipazioni del TFR, fin quando non sia formalmente dichiarato lo stato di crisi. In tale situazione, si trovano, ad esempio, alcune migliaia di lavoratori del gruppo Omega-Eutelia, da oltre 6 mesi senza stipendio e senza alcun sostegno al reddito. I lavoratori del gruppo Omega, anche se il Tribunale di Roma dovesse
decidere nel modo a loro più favorevole, continueranno a rimanere ancora a lungo senza retribuzioni e senza sostegni.
Per coprire il buco normativo e per dare risposta a un gravissimo problema sociale siamo pronti a presentare un emendamento al “Decreto Mille-proroghe”per istituire un “Fondo di garanzia per l’anticipazione dei crediti di lavoro”.
L’obiettivo del Fondo è anticipare, anche parzialmente, i crediti maturati dai lavoratori in caso di insolvenza dell’impresa nel pagamento delle retribuzioni.
Il Fondo viene gestito dal ministero del Lavoro al quale spetta il compito di valutare le condizioni effettive di ciascuna specifica situazione.
All’intervento del Fondo possono accedere, a domanda, i lavoratori che abbiano maturato crediti di lavoro per un ammontare di almeno 4 mensilità.
Il Fondo ha carattere rotativo, in quanto l’amministrazione si sostituisce al lavoratore nel rapporto di credito con l’impresa. Voglio augurarmi che la maggioranza comprenda l’assoluta urgenza di una simile misura.
www.partitodemocratico.it

«ISPRA. Vigilia di lotta anche per i ricercatori ambientali», di Sara Farolfi

Dal tetto di via Casalotti si vede nitidamente lo stato in cui versa la ricerca italiana. Ci sono saliti apposta su quel tetto, un mese esatto fa, i ricercatori dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), «perchè tutti sappiano che cosa si sta distruggendo». Si sono inventati di tutto, Marco, Michela, Andeka, Emma, Ivan e tutti gli altri che da un mese hanno fermato le loro vite, dottorati e matrimoni, contro «il terrore di essere invisibili». Hanno stampato magliette, realizzato un video, scritto lettere e stampato comunicati, mentre una webcam segue giorno dopo giorno la loro protesta (www.nonsparateallaricerca.org). Dentro al tendone che campeggia sul tetto hanno addobbato anche un piccolo albero di natale, anzi due, a quello classico ne hanno affiancato uno precario. Hanno raccolto la solidarietà del quartiere, ma non una parola da parte del ministero dell’ambiente di cui l’Ispra costituisce il supporto tecnico scientifico.
Anche questa è l’Italia. Un paese con 8 mila chilometri di coste che butta alle ortiche la ricerca sul mare (e non solo quella naturalmente). Un paese dove l’ente nazionale per la ricerca ambientale – l’Ispra appunto – viene costituito per decreto dal ministero dell’economia (mediante l’accorpamento, nel luglio 2008, di 3 enti preesistenti) e dopo un anno e mezzo è ancora commissariato e sprovvisto di uno statuto. Un paese dove tecnici e ricercatori sono costretti a salire su un tetto per farsi sentire.
Il tetto di via Casalotti è quello che sovrasta la vecchia sede dell’Icram, l’istituto per la ricerca sul mare che dal 2008 è parte dell’Ispra. I corridoi che si dipananano in mezzo ai laboratori sono deserti, e sono appena le sei del pomeriggio. Deserti i laboratori. Manca la corrente elettrica in alcuni punti, non c’è carta e mancano persino penne e pennarelli.
Nonostante lo stato di abbandono, è di qui che sono partiti alcuni ricercatori per raggiungere la Mareoceano, mentre al largo di Cetraro erano in corso le verifiche sulla nave dei veleni. Di qui sono partite nel 2006 anche una decina di ricercatori alla volta del Libano, in seguito al bombardamento di una centrale termoelettrica. Sono i ricercatori dell’Icram che elaborano, per gli enti locali, i modelli previsionali sulle coste della nostra penisola e partecipano ai tavoli ministeriali dove si decide come recepire le direttive europee. Sono loro che redigono i progetti di bonifica di diverse aree del paese (Priolo e Porto Marghera) e che seguono il monitoraggio di alcune attività industriali (piattaforme petrolifere e rigassificatori). Che forniscono i dati sulla pesca sostenibile e sulla maricoltura. Che studiano le mucillaggini e, tra gli ultimi progetti in ambito Nato, l’impatto degli ordigni bellici sui fondali marini al largo di Bari e Molfetta.
«Carta straccia, evidentemente», dicono dal tetto. Da un anno e mezzo, il declino pare irreversibile. Inaugurato da una «razionalizzazione» che ha avuto solo l’effetto di un’«iperburocratizzazione» delle procedure amministrative. Poi con la progressiva espulsione dei precari, che a bocce ferme, e cioè all’atto di costituzione dell’Ispra erano ben 618. Entro gennaio arriveranno a scadenza 200 contratti e senza interventi il numero dei ricercatori espulsi salirà a 450. Per questo nei laboratori di via Casalotti è in corso una desertificazione. Le postazioni sono vuote e le poche persone che si vedono in giro sono intente alla compilazione di bandi di ricerca presso altri istituti, in altri paesi.
Ma non si tratta di un problema economico. «Abbiamo già firmato convenzioni che permettono la copertura dei nostri contratti», spiegano. Nel dettaglio lo spiega un dossier elaborato dal sindacato Rdb. Dalla sua costituzione, l’Ispra ha visto una riduzione di risorse del 20% e ciò nonostante vanta, per il 2010, un bilancio previsionale di 126 milioni di euro a fronte di un contributo di 86 milioni. Stesso discorso per l’Icram, che nonostante un contributo ordinario di 6 milioni, era in grado di attrarre 40 milioni di euro di finanziamenti pubblici e privati. È per questo che i ricercatori chiedono, oltre alla riorganizzazione amministrativa che consenta all’istituto di riprendere le attività, anche il riconoscimento del lavoro subordinato e l’inserimento in pianta organica. «I soldi ci sono», E allora perchè buttare alle ortiche un tale patrimonio?
L’intenzione sembra quella di mettere fuori i precari e esternalizzare l’attività di ricerca. A infittire i sospetti, alcuni mesi, l’affidamento di alcuni incarichi di pertinenza Icram alla Sogesid, agenzia in house del ministero, nel cui consiglio di amministrazione siedono uomini della segreteria tecnica della ministra e il cui presidente è Vincenzo Assenza, è concittadino di Stefania Prestigiacomo. Mentre l’Ispra licenziava, la Sogesid assumeva personale. «Ma la ricerca e i controlli ambientali devono restare pubblici – è il messaggio che risuona dal tetto di via Casalotti – Se elimini chi fa i controlli, chi resta a farli: la fabbrica che inquina?».
dal Manifesto